lunedì 31 gennaio 2011




LA LEGGENDA DEI GIORNI DELLA MERLA


Tanto, tanto tempo fa, quando i carretti trasportavano merci e cristiani e
la gente si salutava per le strade alzando il tono della voce e tutto
accadeva al ritmo delle campane e delle stagioni, in un paesino sperduto tra
le alpi che ancora non si preoccupavano di essere italiane o svizzere, si
aspettava, con la pazienza delle filatrici, la fine del gran gelo invernale.
In quel tempo remoto, sapete, il mese di gennaio aveva solo 29 giorni e i
merli erano bianchi.
Successe allora che una merla, che aveva patito la morsa del freddo e la
penuria del cibo, durante tutto il mese di gennaio, restandosene
accovacciata nel suo nido per proteggere se stessa e i suoi piccoli dal
pericolo di morire assiderati, questa madre malnutrita, intirizzita e
sfinita dai patimenti, si svegli la mattina del 29 gennaio ed ebbe
una.......folgorazione: quello era l'ultimo giorno del mese più freddo e
impietoso dell'anno, già l'indomani, con l'inizio di febbraio, sarebbero
tornate le speranze di una vita più facile........... già si sarebbe
annusata primavera...........
In preda ad una incontenibile gioia, la merla raccolse a sè tutte le ultime
forze rimaste e si libr in un volo stentato e disperato, gridando tutta la
sua contentezza per la fine di quel mese ingeneroso che doveva lasciare il
posto a nuove speranze e nuovi voli.
Resa ardita dalle sue stesse parole, la merla prese a sbeffeggiare senza
ritegno il mese di gennaio che era al lumicino e solo l'indomani non avrebbe
più fatto paura a nessuno degli abitanti del paese, nè alle bestie, nè agli
uomini e tutti, esseri viventi e paesaggio, si sarebbero affrancati dal
giogo di tanto tiranno.
Ma.......nessuna cosa nel mondo va come vorremmo o come sembrerebbe dovesse
andare e così successe che.........
Il mese di gennaio, disturbato nei suoi preparativi di partenza dalle grida
acute della merla, si fece attento e ascolt con irritazione sempre più viva
gli insulti che l'ardita bestiola gli lanciava, e ne fu offeso, cos' offeso
ed irritato che..........
Chiese perentoriamente 3 giorni in più al mese di febbraio e nei giorni 29,
30 e 31, scaten il freddo più tagliente di tutto l'inverno, impegnandosi
ben bene che non mancasse la neve e il ghiaccio e il freddo vento di
tramontana.
Tutto il paesino fu ben presto avvolto dalla morsa del freddo e fu costretto
ancora una volta a richiudersi in casa presso i camini accesi.
La povera, incauta merla, che aveva per casa solo un nido di sterpi, fu
costretta a lasciare il suo posto tra gli alberi e ad avvicinarsi il più
possibile ai comignoli delle case, da cui usciva il tepore del fumo.
Il tepore, sì, ma anche la nera fuliggine.........che in poco tempo si
deposit sul nido e sui suoi abitanti, tingendoli di nero.
Ed è per questo, cari miei, che da allora, il mese di febbraio ha 29 giorni
ed i merli sfoggiano un bel piumaggio corvino

Martin Lutero (1483-1546)


La vita

Martin Luther (Martin Lutero), il grande riformatore tedesco, nacque il 10 Novembre 1483 ad Eisleben, una cittadina nella Turingia, regione centro-orientale della Germania.

Suo padre, Hans Luther, originariamente un contadino, fece fortuna come imprenditore nelle miniere di rame, mentre la madre, Margarethe Ziegler era una massaia.

Nel 1484, poco dopo la nascita del piccolo Martin, primogenito di sette fratelli, i genitori si trasferirono nel vicino paese di Mansfeld, in seguito alla nomina del padre a magistrato di quella cittadina.

A Mansfeld L. frequentò la scuola di latino e nel 1497 L. si recò a Magdeburgo, per intraprendere gli studi presso la scuola dei Fratelli della Vita Comune, fondati dal mistico Geert de Groote (1340-1384). Tuttavia L. vi rimase solo per un anno, andando a vivere successivamente da alcuni parenti ad Eisenach, dove risedette fino al 1501. In quell'anno il padre lo inviò ad iscriversi all'università della città imperiale di Erfurt, dove L. studiò arti liberali, conseguendo il baccalaureato nel 1502 e il titolo di magister artium nel febbraio 1505.

E fu proprio il 1505 un anno cruciale per il giovane L.: secondo i suoi biografi, il 2 Luglio ritornando ad Erfurt dopo una visita ai genitori, L. incappò, vicino al villaggio di Stotternheim, in un violento temporale e fu quasi ucciso da un fulmine. Nella tormenta L., terrorizzato, fece voto a Sant'Anna, se fosse sopravvissuto, di prendere i voti e mantenne la promessa due settimane più tardi, entrando, contro la volontà paterna, nel convento agostiniano-eremitano di stretta osservanza di Erfurt, dove pronunciò i voti nel 1506 e dove fu ordinato sacerdote il 3 Aprile 1507.

In convento, sotto la guida del frate superiore Johann Staupitz, L. si dedicò allo studio degli scritti di Aristotele, Sant'Agostino, Pietro Lombardo (1100-1160), e del filosofo scolastico Gabriel Biel (1420-1495), commentatore del pensiero nominalista di Guglielmo di Ockham, il cui orientamento teologico era dominante presso gli agostiniani.

Nel 1508, in seguito alla raccomandazione di Staupitz, a L. fu assegnata una cattedra di filosofia morale ed etica aristotelica all'università di Wittenberg, appena fondata nel 1502 dal principe elettore Federico III di Sassonia, detto il Saggio (1486-1525).

Da Wittenberg il futuro riformatore si recò nel 1510 a Roma, assieme al suo maestro Johann Nathin, per portare una lettera di protesta in merito ad una diatriba interna all'ordine agostiniano. L. ne approfittò per visitare la città, facendo il giro dei luoghi santi, per guadagnare, come era consuetudine, indulgenze. Su questo viaggio a Roma, i biografi differiscono nel giudizio: alcuni riportano che L. ne ritornò disgustato dalla corruzione e dal rilassamento dei costumi della corte di Papa Giulio II (1503-1513), altri raccontano che il viaggio non ebbe particolare influenza sulle sue future scelte.

Comunque, ritornato in Germania, L. completò gli studi di teologia, diventando magister in teologia nell'ottobre del 1512 e priore del convento di Wittenberg. Nel 1513 L. assunse la cattedra di esegesi biblica, che conservò fino alla morte.




Lo sviluppo della dottrina di Lutero

Nel periodo 1513-1519 L. tenne lezioni con commento su varie parti della Bibbia, come i Salmi e, in modo particolare, le lettere di San Paolo ai Romani, ai Galati e agli Ebrei. Proprio ad iniziare dal 1513 L. iniziò a preoccuparsi ed a riflettere sulla salvezza e sull'incapacità dell'uomo di ottenerla: si allontanò deluso dalle teorie occamiste per accostarsi agli scritti del fondatore del suo ordine, Sant'Agostino, soprattutto quelli contro il pelagianismo.

In quel periodo L. faceva lunghe meditazioni solitamente isolandosi in una torre del convento, dove, in un momento imprecisato tra la fine del 1512 e l'inizio del 1514, L. provò “l'esperienza della torre” (Turmerlebnis), un'improvvisa rivelazione, mentre egli leggeva e meditava sulla lettera di San Paolo ai Romani, ed in particolare su alcuni passi, come:

“Poiché non c'è distinzione: tutti infatti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, essendo giustificati gratuitamente per la Sua grazia, mediante la redenzione in Gesù Cristo, che Dio ha esposto per espiazione col Suo sangue mediante la fede” (Romani 3, 23-25),

“Poiché noi riteniamo che l'uomo è giustificato per mezzo della fede, senza le opere della legge” (Romani 3, 28),

“Giustificati dunque per la fede, abbiamo pace con Dio, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo saldi e ci gloriamo, nella speranza della Gloria di Dio.” (Romani 5, 1-2).

Da queste meditazioni prese corpo la dottrina di Lutero:

L'uomo è peccatore, ma la volontà salvifica di Dio lo giustifica, se egli ha fede in Lui. Comunque l'uomo diventa, attraverso la fede, giusto, ma rimane peccatore allo stesso tempo (simul iustus et peccator). Egli non può assolutamente concorrere alla propria salvezza: questa non dipende dall'agire umano o dalle sue opere (come ad esempio le indulgenze), ma si ottiene solo con la fede (in latino sola fide), la quale è un esclusivo dono della grazia di Dio (sola gratia = in latino, solo attraverso la grazia).

Inoltre la fede trova il suo fondamento solamente nella Parola di Dio, la Sacra Scrittura (sola scriptura = in latino, solo attraverso la Scrittura), e non già nella sua interpretazione, nella mediazione da parte del Magistero della Chiesa o nella Tradizione storica. Il rifiuto della Tradizione portò quindi L. ad accettare solo due sacramenti, il battesimo e l'eucaristia, in quanto erano gli unici direttamente citati dai Vangeli. Inoltre la centralità della parola di Dio fece sì che L. desse molta importanza all'uso della predicazione.




Lo strappo con la Chiesa Cattolica

Per un certo periodo, vale a dire fino al 1517, L. poté predicare i suoi concetti con una relativa calma. Ma fu in quell'anno che l'occasione dello scontro scaturì dall'episodio della raccolta delle indulgenze in Germania.

Questa fu organizzata dall'arcivescovo Alberto di Magonza (Mainz)(1490-1545), diventato arcivescovo di Magdeburgo nel 1513 e di Magonza nel 1514. Detti titoli non gli furono certo conferiti gratuitamente ed egli accumulò debiti nei confronti dei famosi banchieri Fugger per un totale di 29.000 fiorini romani.

Poiché nello stesso periodo i papi Giulio II e poi Leone X (1513-1521) avevano indetto una raccolta di indulgenze per finanziare il completamento della basilica di San Pietro, Alberto riuscì a convincere la curia di assegnare a lui, per otto anni, la gestione delle indulgenze in Germania, i cui introiti per metà avrebbero sponsorizzato la basilica romana e per metà avrebbero appianato i debiti dell'arcivescovo.

Il grandioso e articolato programma di indulgenze comprendeva l'assoluzione di peccati di tutti i generi e la remissione delle pene di defunti, secondo un preciso tariffario, denominato Taxa camarae, il cui elenco era un allucinante compendio di delitti e aberrazioni umane, come omicidio (le tariffe variavano se l'omicidio era passato o ancora da compiere (sic!) e a seconda dell'importanza dell'assassinato), aborto, incesto, fornicazione di laici o di ecclesiastici (con tariffe differenziate nei casi di fornicazioni verso donne, suore, parenti, bambini, bestie, ecc.), concubinato, adulterio, truffa, spergiuro, furto, incendio, eresia, contrabbando, consumo di carne in quaresima, simonia, e quant'altro.

Alberto di Magonza mise in campo i migliori predicatori dell'epoca, tra cui il domenicano Johann Tetzel (1465-1519), che fu nominato commissario delle indulgenze per la regione del Magdeburgo. Tetzel iniziò a predicare nel 1516 nella regione e nell'Aprile 1517 fece un intervento a Jüterbog.

In quest'ultima occasione diversi cittadini di Wittenberg, a 30 km. da Jüterbog, si recarono a sentire il predicatore e riferirono le varie argomentazioni a L., che si decise di pubblicare il suo pensiero sull'argomento riassunto nelle famose 95 tesi sulle indulgenze.

La leggenda racconta che egli affisse le sue 95 tesi il 31 ottobre 1517 sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, ma pare lo stesso interessato avesse smentito l'episodio. Le tesi, approvate perfino dal suo vescovo, erano meno rivoluzionarie di quanto si vuole far credere: L. aveva messo l'accento sulla mancanza della intima penitenza e della piena conversione da parte del fedele, che doveva accettare la pena e non sfuggirla, pagando. In linea di principio, però, L. non era contrario alle indulgenze, che comunque non dovevano essere meritorie e sostitutive della penitenza.

La reazione della curia romana fu abbastanza tardiva, nonostante che già in Dicembre 1517, Alberto di Magonza avesse informato Roma sulle nuove dottrine di L.

Solo verso Marzo 1518 fu iniziato un procedimento contro il monaco tedesco, condotto dal domenicano Silvestro Mazzolini, detto Prieras dal paese natale di Priero (Cuneo) (1456-1523), che, come Sacri Palatii Magister, esaminò gli scritti di L., trovandoli eretici e il 7 Agosto 1518 invitò il riformatore a recarsi a Roma per discolparsi. Quest'invito fu variato da un ”breve” del papa del 23 Agosto, che ordinò a L. di recarsi ad Ausgburg (Augusta) per farsi interrogare dal cardinale domenicano Tommaso Caietano (1469-1534). L'incontro avvenne il 12 Ottobre, ma L. non ritrattò nulla delle sue affermazioni e Caietano cercò inutilmente di farlo catturare o espellere dai territori del principe di Sassonia.

A questo punto il papa inviò il nunzio papale Carl Von Miltitz (1480-1529), che ottenne, dopo un incontro con L. il 4/5 Gennaio 1519, una tregua nelle polemiche fino alla disputa di Lipsia, avvenuta dal 27 Giugno al 16 Luglio 1519, tra il teologo Johann Eck (1486-1543) e i due amici e colleghi Andreas Bodenstein (Carlostadio) e L. stesso.

Quest'ultimo, tirato dentro in una polemica, che inizialmente si riferiva solamente ai primi due contendenti, prese una posizione piuttosto decisa: negò il primato del papa, l'infallibilità dei concili e assunse la Sacra Scrittura come supremo riferimento.

Il 1520 fu l'anno della definitiva rottura. L. scrisse le seguenti tre opere:

Le buone opere: la fede, dono di Cristo, era la fonte delle opere buone.

Il papato a Roma contro i celeberrimi romanisti a Lipsia: la Cristianità non possedeva un capo sulla terra.

Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sul miglioramento della condizione cristiana: gli stati secolari dovevano intervenire, se il papa rifiutava ogni riforma.




Il 15 Giugno 1520 giunse la risposta di Papa Leone X, che con la bolla Exsurge Domine minacciò la scomunica, se L. non avesse ritratto entro 60 giorni quarantuno delle sue proposizioni.

La risposta di L. fu il durissimo opuscolo Adversus execrabilem Antichristi bullam, nel quale il riformatore letteralmente “scomunicava” il papa, considerato un Anticristo. Nonostante svariati tentativi di mediazioni da parte di Von Miltitz e momentanei ripensamenti di L. stesso, si giunse all'atto finale: il 10 Dicembre 1520 L. bruciò, davanti agli studenti di Wittenberg, la bolla di minaccia di scomunica, il codice di diritto canonico e la Summa theologiae di San Tommaso.

Il 3 Gennaio 1521 Papa Leone X firmò la bolla di scomunica Decet Romanum Pontificem: Martin Lutero era scomunicato ed ufficialmente espulso dalla gerarchia della Chiesa Cattolica.




La Riforma e le prime divisioni

Tuttavia nella dieta imperiale, convocata dall'imperatore Carlo V (1519-1556) a Worms per il 6 Gennaio, l'imperatore stesso si trovò nella spiacevole situazione di mediare tra le posizioni del papa, riassunte dal nunzio Girolamo Aleandro (1480-1542), che chiedeva la consegna di L. al braccio secolare e il rogo dei suoi scritti, e dei principi tedeschi, rappresentati da Federico il Saggio, che chiedevano che fosse dato a L. la possibilità di essere convocato per difendersi. Carlo V optò per questa seconda soluzione e il 17 Aprile 1521 L. comparve davanti alla dieta, trovandosi nuovamente quel Johann Eck della disputa di Lipsia: egli rifiutò la ritrattazione di quello che aveva scritto e lasciò Worms il 26 Aprile su ordine dell'imperatore con un salvacondotto di 21 giorni.

L'8 Maggio, l'imperatore firmò l'editto di Worms, che condannava L., ordinava ai principi di catturarlo e consegnarlo all'autorità imperiale e ordinava il rogo dei suoi scritti, ma L. era già stato messo al sicuro da Federico il Saggio, il quale aveva organizzato il 4 Maggio il finto rapimento di L. e lo aveva fatto portare nella rocca di Wartburg. Qui il riformatore rimase per 10 mesi, scrivendo diverse opere come De votis monasticis iudicium, contro i voti dei monaci, ma soprattutto lavorando sulla traduzione del Nuovo Testamento in tedesco. Ricomparve in pubblico nel Marzo 1522 per bloccare gli estremismi di Carlostadio, che aveva distrutto le immagini sacre, abolito le messe private e gli abati talari, e dei cosiddetti profeti di Zwickau, capeggiati da Nicholas Storch, fanatici radicali denominati abecedariani, che volevano eliminare tutti i preti e fondare il regno di Dio in terra.

L., con l'aiuto di Federico il Saggio, restaurò l'ordine, ma si rese anche conto anche la riforma stava andando avanti con o senza di lui. Per sua fortuna esistevano anche fedeli seguaci come Nikolaus von Amsdorf, Georg Burckhardt (Spalatino) e soprattutto Philipp Schwarzerd (Melantone), il grande teologo riformista.

Nel Gennaio 1522 fu eletto papa Adriano d'Utrecht, con il titolo di Adriano VI (1522-1523), che tentò inutilmente di convincere la dieta degli stati tedeschi a procedere contro L., anche se tentò qualche timido tentativo di riforma della Chiesa. Anche il debole successore Clemente VII (1523-1534) non ottenne granché dagli stati tedeschi, anzi dovette subire vari affronti, come lo strappo con l'Inghilterra diEnricoVIII, il sacco di Roma del 1527 e la conseguente prigionia. In compenso si rifiutò ostinatamente di convocare un concilio generale, necessario per una profonda riforma della Chiesa.

Il 1525 fu un altro anno decisivo per L.: si sposò con l'ex-suora Caterina di Bora, ma soprattutto dovette affrontare la grave crisi della rivolta dei contadini, fomentati da Thomas Münster, ex-curato di Zwickau, e da Heinrich Pfeiffer, che imperversarono nel paese con saccheggi, devastazioni e massacri. L. intervenne, pubblicando un violento libello dal titolo Contro le brigantesche e scellerate bande di contadini, dove rinnegò le sue precedenti posizioni di tolleranza e incitò i principi a sterminarli: ciò avvenne nella battaglia di Frankenhausen del 15 Maggio 1525 con l'uccisione sul posto di 5.000 contadini (e 20.000 in seguito) e l'esecuzione dei loro capi dopo atroci torture.

Questo fatto colpì profondamente L., il quale si convinse che, solo ricorrendo all'autorità dei principi e al varo di un nuovo ordinamento ecclesiastico, era possibile garantire quella pace necessaria allo sviluppo della riforma. Ai principi fu affidato il compito di sorvegliare la vita ecclesiastica e fu data loro la libertà di scegliere se aderire alla riforma, obbligando i loro cittadini di uniformarsi alla decisione del regnante, secondo il principio (espresso successivamente nella seconda dieta di Augusta del 1555) del cuius regio, eius religio, [nella sua (del principe) regione, la sua religione].

Nacquero così, per decisione della prima Dieta di Spira (Speyer) del 1526, le chiese territoriali (Landeskirchen), che furono vere e proprie chiese di stato.

Nel 1529 fu invece convocata la seconda Dieta di Spira, che ribadì la validità delle decisioni della Dieta di Worms del 1521: i principi che avevano aderito alla riforma, protestarono contro queste decisioni ed in seguito a questo fatto, i riformati sono universalmente noti come Protestanti.

Tuttavia le divisioni interne al movimento riformista continuarono con grande sconforto del loro fondatore: nell'Ottobre dello stesso 1529 fu convocato il Colloquio di Marburg, dove si approfondì il divario tra L. e lo zurighese Huldreich Zwingli sul tema dell'Eucaristia.

Nella prima dieta di Augusta del 1530 i riformisti si presentarono separati e nonostante la conciliatoria Confessio Augustana, tracciata da Melantone, lo strappo con i protestanti svizzeri, che presentarono la loro Fidei ratio, divenne un dato di fatto: anche la grave sconfitta militare che questi ultimi subirono nel 1531 a Zurigo (con la morte di Zwingli) non permise un raccostamento ai fratelli tedeschi, ma casomai un proseguimento nel calvinismo, culminato con la Confessio Helvetica del 1539. La pace formale tra L. e Zwingli, sebbene di breve durata, avvenne nel 1536 alla Concordia di Wittenberg, dove perlomeno si ottenne un accordo per quanto concerneva l'Eucaristia, tra i luterani tedeschi del nord e i riformatori della Germania del sud, capitanati da Martin Butzer (Bucero).

La minaccia turca portò nel 1532 alla tregua di Norimberga con i cattolici, benché già dal 1531 gli stati protestanti tedeschi si erano organizzati nella Lega Smacaldica. Il confronto militare tra le due confessioni sfociò nel 1546-47 nella guerra smacaldica, a cui L. non assisté, poiché aveva cessato di vivere il 18 Febbraio 1546.

Gli ultimi anni della sua vita furono oscurati da continui litigi dei suoi seguaci, da varie malattie e da interferenze dei principi nella vita ecclesiastica.

Nel Marzo 1545, un anno prima della sua morte si aprì in pompa magna quel Concilio di Trento, che, tanto voluto, deluse però le aspettative dei luterani e contro il quale L. scrisse il suo più violento libello: Contro il papato in Roma fondato dal diavolo.

di Douglas Swannie, dal "Dizionario di eresie, eretici, dissidenti religiosi, confessioni cristiane non cattoliche, nuovi movimenti religiosi di ispirazione cristiana"

domenica 30 gennaio 2011


Lama Ole Nydahl
Elenco degli insegnamenti per la Via del Diamante




Le sei azioni liberatrici sono un insegnamento che lavora sulle motivazioni e che è destinato all'uso diretto nella vita di ciascuno. Come generalmente noto, il Buddhismo ha uno scopo molto pratico e la sua visione è estremamente chiara. Nessuno ottiene l'Illuminazione semplicemente ascoltando gli insegnamenti. I risultati duraturi provengono dalle esperienze reali e dai cambiamenti che esse comportano. Essendo questo punto così importante, il Buddha diede molti consigli pratici, che non dovrebbero mai essere visti come comandamenti, ma come l'aiuto di un amico. Non essendo un creatore, nè un dio che giudica, egli non vuole seguaci, nè studenti che si comportino come un gregge di pecore. Invece egli vuole colleghi - il suo reale obiettivo sono persone mature che condividano la sua Illuminazione e la massiccia responsabilità che questa comporta.

Per coloro che pensano soprattutto a sé stessi, i suoi consigli sono contenuti nel Nobile Ottuplice Sentiero. Iniziando con l'adozione di uno stile di vita salutare, esso culmina nell'acquisizione della retta concentrazione. Chiunque abbia raggiunto il livello della compassione e della comprensione, e desideri essere utile agli altri troverà molto utili le Sei Paramita o Sei Azioni Liberatrici. Ita significa andato e Param significa oltre. Le Paramita sviluppano l'amore che porta ciascuno a superare il livello personale. E' la visione che rende ciascuno libero, la profonda comprensione che colui che guarda, le cose viste, e l'atto del vedere sono interdipendenti e costituiscono un tutt'uno, che il soggetto, l'oggetto e l'azione non possono essere separate. Le Paramita liberano non perchè le brutte immagini che appaiono nello specchio della propria mente siano rimpiazzate con immagini buone, ma perchè gli stati di fiducia che esse producono permettono di andare oltre il bene ed il male e di riconoscere lo specchio stesso: brillante, perfetto e più fantastico di qualunque cosa che esso possa riflettere. Le azioni sono liberatrici perchè portano a riconoscere la natura ultima della mente. Se si riempie la mente solo con buone impressioni ciò porterà, naturalmente, felicità futura, ma non andrà oltre l'esperienza condizionata. Con la visione dell'unicità di soggetto, oggetto ed azione, qualunque cosa si intraprenda a beneficio degli altri porterà a colui che agisce benefici senza tempo.

La Prima Azione Liberatrice: La Generosità.


La generosità rivela le potenzialità di ogni situazione. Il mondo è pieno di ricchezza spontanea, ma non importa quanto bella sia la musica, non c'è festa se nessuno danza. Se nessuno condivide con gli altri qualcosa di se stesso, non accadrà niente di significativo. E' per questo che la generosità è così importante. Al tempo del Buddha, le persone erano molto meno complicate di oggi. Inoltre non avevano strane macchine che lavoravano per loro. In quell'epoca la generosità consisteva nell'aiutare gli altri a sopravvivere, nell'assicurarsi che avessero abbastanza da mangiare. Ciò significava che l'azione era spesso indirizzata a cose materiali. Oggi, nella parte libera e non sovrappopolata del mondo, non è questo il caso; di solito si muore per eccesso di grasso intorno al cuore. Mancando la chiarezza della mente, le persone sviluppano problemi interiori e, mentre diminuiscono quelli esteriori, esse iniziano a sentirsi sole ed insicure. Invece di preoccuparsi di ciò che è necessario, si sviluppano complicate vite interiori e molti non hanno mai provato la gioia di poter godere della libertà fisica.

Perciò nel mondo occidentale e nelle parti dell'Asia in cui abbondano i beni materiali, la generosità si riferisce prevalentemente all'aspetto interiore delle emozioni. Ciò significa condividere il proprio potere, la propria gioia ed il proprio amore con gli altri partendo da livelli posti al di sopra di quello personale dai quali non è possibile cadere. Se si medita correttamente e si attinge agli stati incondizionati della mente, non c'è limite al bene che ciascuno può trasferire agli altri. Condividere la propria certezza ultima e assoluta è il più bel dono di tutti - donando agli esseri il proprio calore - e sebbene non si possano portare con se nella tomba la propria macchina o la fama acquisita, non tutto viene perso con la morte. Le qualità sviluppate nelle vite precedenti si recuperano facilmente in quella successiva e non c'è ricchezza che si trasmetta più direttamente da un'esistenza all'altra dell'energia gioiosa. Spremere il succo della vita è un'attività che ripaga e qualche mantra o prosternazione in più, un po' più di amore del solito per il proprio partner, non solo danno forza qui ed ora ma accelerano il processo dell'Illuminazione.

la più bella e l'unica ricchezza duratura che può essere donata agli altri consiste nel far loro comprendere la propria natura incondizionata

Come ho già detto, la più bella e l'unica ricchezza duratura che può essere donata agli altri consiste nel far loro comprendere la propria natura incondizionata. Ma come riuscirci?

Come si può mostrare agli altri la loro innata perfezione? Lo specchio migliore sono gli insegnamenti del Buddha ed è per questo che non esiste attività più benefica del fondare centri di meditazione. La saggezza pratica che essi distribuiscono consente a molti di familiarizzare con la chiara luce della loro consapevolezza ed i semi così piantati cresceranno attraverso le vite future fino all'Illuminazione. Sebbene molte persone, che danno particolare importanza agli aspetti della vita sociale, sostengano che tali insegnamenti sono un lusso e che si dovrebbe prima di tutto dare alla gente di che mangiare, questo non è vero. C'è molto spazio per entrambe le cose. Quando la mente funziona bene, lo stomaco digerirà meglio il cibo e forse gli uomini capiranno le ragioni per avere meno bambini. In ogni caso, il corpo è destinato a scomparire mentre la mente sopravviverà.

La Seconda Paramita: Una vita consapevole, piena di significato ed utile per gli altri.


Dal momento che termini come moralità ed etica sono impiegati dalle classi dominanti per controllare quelle inferiori, molti preferiscono non impiegarli. Le persone sono consapevolmente intimidite da questo e spesso pensano: "Se lo stato non ti agguanta in questa vita, la chiesa ti agguanterà nell'aldilà." Anche quando si danno solo consigli, come nel caso del Buddha, e l'unico scopo è il pieno sviluppo degli esseri, bisogna scegliere parole che istruiscano con chiarezza, senza indurre nelle persone la paura. La migliore definizione della seconda azione liberatrice è, probabilmente: "una vita piena di significato e dedicata al beneficio degli altri".

Ma questo cosa significa? Come si possono racchiudere le innumerevoli azioni, parole e pensieri di ciascun singolo giorno? Buddha, vedendo ogni cosa dallo stato di saggezza senza tempo, ebbe alcune idee uniche. Dato che le persone hanno dieci dita per contare e poi per ricordare, egli diede dieci consigli circa ciò che è utile e che cosa non lo è. Comprendendo il corpo, la parola e la mente, questi consigli acquistano significato anche per gli individui indipendenti nel momento in cui essi riconoscono che il Buddha non è un capo bensì un amico che desidera la felicità di ognuno. Egli vuole che ognuno condivida la chiara luce estatica della mente, che conosce il passato, il presente ed il futuro. Riconoscendo che ciascuno è un Buddha che non si è ancora reso conto di esserlo, e comprendendo che il mondo esterno è una terra pura, ogni esperienza diviene l'espressione della più alta saggezza solo perchè può accadere. In quale altro modo potrebbe agire il Buddha? Egli non insegna con dogmi o dall'alto, ma condivide la sua saggezza con gli esseri che egli sa essere suoi eguali in essenza.

Grazie al buon Karma di coloro che lo circondavano, il Buddha insegnò per ben 45 anni e morì con un sorriso. Egli insegnò a molti studenti straordinari. Le domande che gli ponevano erano al livello di quelle che avrebbero potuto porgli Socrate, Aristotele e Platone; le menti migliori di una sorprendente generazione vennero a metterlo alla prova con l'assortimento completo dei loro argomenti filosofici e non trovarono solo argomenti convincenti: il potere del Buddha era tale che li cambiò in maniera duratura. Oltre a perfezionare le loro abilità logiche, egli influenzò completamente le loro menti. Introducendoli alla sperimentazione senza tempo al di là delle loro esperienze contingenti, non rimase spazio per alcun dubbio.

Ai livelli di corpo, parola e mente non è difficile capire cosa sia utile evitare.

le menti migliori di una sorprendente generazione vennero a metterlo alla prova con l'assortimento completo dei loro argomenti filosofici e non trovarono solo argomenti convincenti: il potere del Buddha era tale che li cambiò in maniera duratura.

Quando le persone hanno problemi con la polizia, di solito hanno causato qualche guaio che riguarda il corpo. Gli eventi più frequenti in questo caso sono le uccisioni, i furti e le violenze sessuali.

Quando le persone si sentono sole, di norma dicono cose che disturbano gli altri. Solitamente mentono con l'intento di danneggiare gli altri, spargono pettegolezzi, separano gli amici o confondono la gente. Se qualcuno è infelice, svilupperà la tendenza ad avversare gli altri, proverà invidia e permetterà a stati confusionali di prendere piede lentamente.

All'opposto stanno le dieci azioni positive di corpo, parola e mente che portano solo felicità. Esse ci rendono potenti ed utili agli altri. Qui il Buddha consiglia di usare il proprio corpo come un utensile per proteggere gli esseri, per dare loro amore e qualunque altra cosa di cui abbiano bisogno. Chiunque ha successo con gli altri adesso, ha sviluppato questo potenziale nelle vite precedenti, per cui più presto si comincia meglio è.

Le parole di ciascuno, grazie agli odierni mezzi di comunicazione, possono raggiungere un numero maggiore di esseri. Le parole gentili dette in passato creano piacevoli esperienze adesso e rinforzano il karma positivo. Se le persone ascoltano, parlano con gentilezza e ricevono informazioni chiare, scopriranno in questa vita il beneficio di dire la verità ogni volta che sia possibile, eviteranno di dire bugie per danneggiare gli altri e mostreranno agli altri come funzionano le cose del mondo, portando loro la calma interiore.

Ed infine, che cosa fare con la propria mente? La via da percorrere consiste nell'augurare il bene, nel gioire del bene che gli altri fanno e nel pensare in modo corretto. Queste qualità ci hanno portato la felicità mentale che noi godiamo ogni giorno e farle diventare un'abitudine ci assicura la felicità fino all'Illuminazione. La mente è la cosa più importante di tutte. I pensieri oggi diventano parole ed il giorno dopo azioni. Ogni momento è importante qui ed ora. Se si osserva la mente niente può arrestare il proprio progresso.

La Terza Paramita: Come non perdere la felicità futura per colpa dell'ira.


Quando si accumula ricchezza spirituale mediante la generosità e la si dirige con la giusta comprensione, la terza qualità necessaria sulla propria via è la pazienza; per non perdere l'energia positiva nel lavorare per gli altri e per se' stessi.

Come la si può perdere? Con l'ira. L'ira è l'unico lusso che la mente non può permettersi. Le buone impressioni accumulate in molte vite - che costituiscono il capitale della mente e l'unica fonte della felicità permanente - possono essere bruciate in un attimo con accessi di rabbia calda o fredda. Buddha ha detto che evitare l'ira è l'abito più bello e difficile che uno può indossare, e diede molti mezzi per ottenere questo risultato. Un mezzo molto utile oggi è lo sperimentare una situazione come una serie di eventi separati ai quali reagire senza valutarli. Questa tattica, che possiamo chiamare "del salame" o dello "stroboscopio", è molto efficace quando si reagisce ad un pericolo fisico. Anche altri metodi come provare empatia con chiunque crei cattivo Karma, sapendo che esso si ritorcerà su di lui, essere consapevoli della natura impermanente e condizionata di ogni esperienza ed immaginare come debba essere delusa una persona che causa tali problemi, sono approcci benefici. Reagire senza rabbia a qualunque cosa appaia, libererà la saggezza senza tempo del corpo, della parola e della mente e le proprie reazioni saranno giuste. Al più alto livello di pratica, la Via di Diamante, si lasciano fluttuare le emozioni indesiderate su un tappeto di mantra e si lasciano scivolare via senza che causino cattive abitudini. Si può anche fare in modo che il ladro entri in una casa vuota semplicemente restando consapevoli della sensazione senza fare niente di inusuale. Quando ci avrà visitati un po' di volte senza ricevere alcuna energia, si ripresenterà meno frequentemente ed infine resterà lontano. Chiunque sa essere consapevole quando la rabbia appare, gli si agita intorno e poi scompare, scoprirà uno stato della mente radioso, che mostra tutte le cose con chiarezza come uno specchio.

In ogni caso, è saggio evitare l'ira in tutti i modi in cui si è capaci. E quando morde, lasciarla andare via velocemente. La decisione di fermare l'ira e di rimuoverla ogni volta che appare è il supporto per il voto "interiore" o voto del Bodhisattva. La forza è utile per proteggere ed insegnare, ma il sentimento di rabbia crea sempre difficoltà e provoca la maggior parte delle sofferenze nel mondo odierno. I protettori Buddhisti che rimuovono gli ostacoli, o Tilopa e Marpa che purificano i loro studenti a tempo di record, compiono azioni che ricadono nella categoria delle azioni di forza. Probabilmente nessun insegnante potrebbe sopravvivere senza ricorrervi.

I centri di meditazione necessitano di questa visuale per una equilibrata politica nei confronti dei loro visitatori. Se le persone sembrano ubriache o drogate, sporche o si comportano male, dovrebbero essere allontanate rapidamente. Disturbano gli altri e in più, il giorno successivo, non ricorderanno cosa hanno imparato. La funzione di un centro Buddhista, e specialmente del lignaggio Karma Kagyu, è quella di offrire una via spirituale a coloro che sono troppo critici ed indipendenti per qualunque altra cosa; ci sono abbastanza chiese ed altri luoghi per le persone bisognose di aiuto. Comunque, non tutti hanno le condizioni necessarie per praticare il Buddhismo. Per praticare la Via di Diamante occorre avere quanto meno una capacità di base di sapersi comportare, di non prendere le cose come fatti personali e di pensare agli altri.

La Quarta Paramita: L'energia gioiosa che assicura la nostra crescita


La Paramita successiva è l'energia gioiosa. Senza di essa la vita non ha alcun guizzo e l'uomo diventa più vecchio ma non più saggio. E' un punto del quale si dovrebbe essere consci, continuando a nutrire corpo, parola e mente con le impressioni che alimentano l'appetito di ulteriori conquiste e gioie. Poiché i più hanno una forte tendenza all'inerzia ed allo status quo, ci si dovrebbe assicurare di mantenere la propria vitalità interna facendola emergere verso l'esterno, il che in effetti si verifica al meglio attraverso la visione pura della Via di Diamante. Sapendo che tutti gli esseri sono Buddha momentaneamente in attesa che venga loro mostrata la loro ricchezza e che tutta l'esistenza consiste nel libero gioco dello spazio illuminato, che cosa potrebbe esserci di più appagante del far sì che tutto questo diventi vero? C'è una gioia immensa insita nella crescita costante, nel non permettere mai che qualcosa diventi stantio o logoro. Lo sviluppo reale sta al di là della propria zona di comfort e il chiedere poco agli altri e molto a sé stessi è un approccio che ripaga.

La Quinta Paramita: la Meditazione che riempie la vita di significato.


I primi quattro punti dovrebbero essere evidenti per tutti. Chiunque voglia dare alla vita forza e significato deve rivolgersi agli altri. Ciò si realizza meglio attraverso la generosità con corpo, parola e mente. Occorre dirigere l'energia che così si presenta verso pensieri, parole ed azioni salutari ed evitare, di conseguenza, la rabbia che distrugge tutti i buoni semi che uno può aver piantato. L'energia dà inoltre quella spinta extra che apre nuove dimensioni.

Ma perché la meditazione? Perché gli stati di gioia raggiunti occasionalmente non possono essere mantenuti per mezzo della sola volontà.

Le emozioni indesiderate spesso stanno in agguato negli angoli bui della coscienza degli esseri e possono portarli a fare, dire o sperimentare cose che avrebbero preferito evitare. La meditazione pacificatrice che calma e trattiene la mente permette invece di porsi ad una distanza sufficiente da consentirci di sceglierci i ruoli nelle commedie della vita, evitando di prendere parte alle sue tragedie.

La Sesta Paramita: La Saggezza - Riconoscere la vera natura della mente.


Fin qui, le cinque azioni menzionate sono per lo più atti che riempiono la mente di buone impressioni e così producono una felicità condizionata. Da sole esse non vanno oltre questo risultato. Ciò che rende le paramita liberatrici, in quanto ci consentono di "andare oltre" il proprio livello personale, è il sesto punto, la saggezza illuminante fornita dal Buddha. Nella sua pienezza essa significa la comprensione dei sedici livelli di vacuità o l'origine interdipendente di tutti i fenomeni, esterni ed interni, argomenti che sono il soggetto di molti libri ponderosi. In poche parole essa può essere espressa come la comprensione che fare il bene è naturale.

Poiché soggetto, oggetto ed azione sono tutte parti della stessa totalità, cos'altro si può fare? Esse si condizionano l'una con l'altra e condividono lo stesso spazio mentre nessun ego, io o essenza durevole si può trovare in esse nè altrove. Quando ci rendiamo conto di questo, comprendiamo anche che ciò che tutti gli esseri desiderano è la felicità; allora potremo agire per portare loro beneficio nel lungo termine.


Kagyu Life International, No.3, 1995 Copyright ©1995 Kamtsang Choling USA

venerdì 28 gennaio 2011


Carlo Magno.

A Pipino il Breve succedette Carlo Magno, uno degli uomini più eminenti della storia: la sua grandezza si manifestò persino nel nome. Egli fu grande per le conquiste intraprese per estendere il Vangelo, per le leggi concepite secondo concezioni cristiane e per la sua opera culturale. Ebbe il merito e la gloria di inaugurare l'Impero Cristiano d'Occidente e fu il prototipo dell'eroe cristiano e del Prìncipe, esercitando il suo potere secondo il volere di Dio. Egli regnò dal 768 all'814, quasi mezzo secolo, ed ebbe il tempo di portare a compimento i suoi progetti; essi consistevano da un lato nell'unificazione in un solo Impero di tutto il mondo germanico e dall'altro nell'organizzarlo internamente sotto l'egida della vera religione, per dargli, con l'aiuto della Chiesa, un carattere regolare, intelligente e civilizzato.

La monarchia francese diventava sempre più una potente alleata del papato. Infatti il nuovo Papa, Adriano I, si trovò in pericoli analoghi a quelli del suo predecessore poiché il nuovo Re dei longobardi, Desiderio, lanciò le sue truppe alla devastazione dei territori di Roma. Carlo Magno, dopo aver inutilmente tentato di dissuaderlo dai suoi cattivi progetti, attraversò le Alpi, batté il nemico e occupò tutta la Lombardia, dove solo le città di Verona e Pavia gli resistettero, e, in quest'ultima città, strinse d'assedio Desiderio.

Carlo Magno, convinto della vittoria, nel periodo dell'assedio che durava già da alcuni mesi, ebbe la buona ispirazione di andare a visitare nella festività di Pasqua il sepolcro dei Santi Apostoli. Si mise in viaggio con una parte delle truppe, accompagnato da vescovi, abati (che egli come al solito aveva portato dalle sue terre) e da alti signori. Il Papa, venuto con gioia a conoscenza di questa notizia, fece al Re dei franchi una solenne accoglienza. In questa circostanza fu siglata una nuova e potente alleanza fra il papato e la monarchia francese.

Carlo Magno, che era un guerriero straordinario, durante il suo lungo regno, organizzò 53 spedizioni, guidando di persona la maggior parte di esse. Nel corso di tutte le campagne, che portò vittoriosamente a termine, il suo potere si estese in ogni ambito. Tutta la razza germanica, fatta eccezione per gli anglo-sassoni e i normanni, venne riunita sotto il suo nome. La Chiesa riconobbe di dovergli una riconoscenza straordinaria. La cultura ricevette un incremento portentoso: il palazzo di Carlo Magno divenne l'asilo e il santuario del sapere. Per restaurare le lettere, decadute nel corso di tante guerre, non tornava mai dalle sue spedizioni in Italia senza portare con sé dei grammatici ed altri uomini fra i più istruiti; attirò così i saggi di altri paesi e li tenne accanto a sé grazie ai suoi benefici. Di tutti questi saggi il più celebre per le sue conoscenze e l'estensione del suo genio é il monaco anglo-sassone Alcuino.

All'interno del suo vasto regno il suo sguardo abbracciava tutto; la sua parola, il suo pensiero, la sua volontà, davano vita e movimento a tutto; egli era l'anima di un corpo immenso: le istituzioni mutavano ed egli le vivificava con la sua potente azione.

L'Impero era diviso allora in contadi. I Conti, agenti abituali residenti dell'amministrazione generale, riunivano i poteri civili, giudiziari e militari. Istituendoli nel loro incarico, il Re diceva loro tra le altre cose: "Avendo sperimentato la vostra fede e i vostri servizi, noi vi diamo il potere di Conte in questo territorio. Serbateci la fede promessa; che tutti i popoli che abitano nel vostro paese siano trattati con moderazione. Siate difensori delle vedove e degli orfani. Punite severamente i ladri e i malfattori in modo che i popoli vivano in prosperità sotto il vostro governo e rimangano nell'allegria e nella pace".

L'amministrazione dei conti era rigorosamente controllata per mezzo di inviati reali, i "missi dominici", che percorrevano 4 volte all'anno i contadi sottomessi alla loro supervisione al fine di tenere l'Imperatore al corrente dei desideri della popolazione. Essi ascoltavano le richieste dei sudditi, correggevano gli abusi, ricevevano appelli alle sentenze dei Conti, e al loro ritorno rendevano conto a Carlo della loro missione. Gli inviati erano sempre due: un vescovo ed un conte, ed il vescovo aveva la funzione principale.

Carlo Magno ebbe molta cura delle assemblee generali della nazione, utilizzandole come uno dei più attivi servizi della sua amministrazione, al fine di mantenere con esse il necessario contatto con i suoi popoli. Esse erano composte da conti, da signori e da altri uomini liberi, dagli abati e dai vescovi. Mentre i signori temporali discutevano da una parte e i vescovi e gli abati dall'altra, Carlo Magno riceveva familiarmente tutti coloro che avevano da esporgli delle questioni o da esprimergli dei desideri.

Nelle assemblee venivano anche promulgati i capitolari, che costituivano la legislazione di Carlo Magno. Essi venivano di volta in volta promulgati a seconda delle circostanze e delle necessità. Nel loro insieme formano una legislazione eminentemente cristiana. Tutti i modi di vivere propri della società romana e pagana, furono trasformati non solo da una ispirazione, ma anche da una forma che portava il segno del Vangelo e ne riproduceva in tutti i momenti lo spirito e il linguaggio. Il principale dei Capitolari fu pubblicato in Aix-la-Chapelle, nel 789, undici anni prima dell'incoronazione di Carlo a Imperatore; cominciava con le seguenti parole: "Nostro Signore Gesù Cristo regnando per sempre, io, Carlo, per grazia e misericordia di Dio, Re e reggente del regno dei franchi, devoto difensore e umile ausiliare della Chiesa di Dio, di tutti i tipi di pietà ecclesiastica e di tutte le dignità del potere temporale, auguro salute, pace perpetua e prosperità in Cristo Nostro Signore Dio Eterno".



Carlo Magno, Imperatore d'Occidente.

Alla fine dell'800 tutte le guerre intraprese da Carlo erano quasi finite, e la sua incoronazione a Imperatore d'Occidente consacrò la sua grandissima opera. Egli meritava davvero questo onore e questa ricompensa: non solo aveva fondato un grande Impero Germanico, ma ne aveva fatto un grande Impero Cristiano; aveva vinto i longobardi nemici della S. Sede, gli àvari pagani, gli arabi mussulmani e i sassoni idolatri, aveva assicurato il trionfo del cattolicesimo e della propria causa per ogni dove.

Carlo si diresse a Roma verso la fine dell'anno 800, per difendere ancora una volta la Santa Sede; regnava allora Papa S. Leone III, contro il quale era esplosa a Roma una sedizione nel corso della quale era stato gettato in un carcere dopo aver subito brutali maltrattamenti: Roma era stata sconvolta dai tumulti e dagli orrori. Il Papa, riuscito a liberarsi e potendo sperare nel solo appoggio efficace del Re dei franchi, andò ad implorarlo personalmente. Ma Carlo avanzò fino a Padernborn e ricevette il Pontefice con i maggiori onori; con la sua protezione S. Leone III poté trionfalmente rientrare a Roma dove fu accolto dal canto dei bambini.

I nemici di S. Leone III non si erano però dati per vinti e lo accusavano di diversi crimini. Carlo Magno decise di recarsi personalmente a Roma e vi ristabilì l'ordine. Il giorno di Natale, dopo aver assistito alla Messa solenne nella basilica di S. Pietro, si mise in preghiera al sepolcro del principe degli apostoli. Al termine Leone III gli mise sul capo la corona imperiale esclamando la celebre frase, ripetuta con giubilo tre volte dal popolo: "A Carlo Augusto, incoronato dalla mano di Dio grande e pacifico Imperatore dei romani, vita e vittoria!". Dopo queste acclamazioni il Papa consacrò il nuovo Imperatore ed il Re Pipino, suo figlio.

In questo modo aveva inizio il grande Impero Cristiano d'Occidente che non fu però una pura e semplice restaurazione dell'Impero Romano d'Occidente distrutto dalle invasioni barbariche. Il primo, benché avesse come compito anche la missione suprema di difendere la Chiesa, era anzitutto un Impero politico e burocratico. Il nuovo Impero era fondato su basi e con elementi di un ordine più elevato. Era, in una parola, l'Impero Cristiano.

La nuova funzione assunta da Carlo Magno gli dava, in quanto Imperatore, una preminenza su tutti i sovrani cristiani. Non era la sovranità propriamente detta ma una specie di primato nell'ordine temporale in virtù del quale egli presiedeva le assemblee dei principi cristiani ed aveva l'alta sovraintendenza su tutti gli interessi della Cristianità.

Nell'ordine spirituale il titolo di Imperatore conferiva a chi lo possedeva la missione di difensore della Santa Chiesa e, perciò, di tutti gli interessi cristiani. Nella confederazione dei popoli cristiani, dei quali l'Imperatore é il capo politico, il Papa é il legame, la vita e diventa come l'arbitro naturale delle nazioni, dei popoli cristiani e dei suoi principi. In questo suo primo meraviglioso splendore, lo Impero Cristiano realizzava in modo ammirabile l'ideale della Cristianità. Il Papa e l'Imperatore erano al culmine della gerarchia sociale. Il Papa incoronava l'Imperatore, lo consacrava e lo associava alla sua opera. Il Papa e i Concili stabilivano la dottrina; ad essa l'Imperatore adattava le leggi dell'Impero: questo accordo fra il potere spirituale e il potere temporale dava alle leggi una incalcolabile autorità.



La morte di Carlo Magno.

Al termine del glorioso periodo di regno si avvicinò l'ora della morte. Fu preparata una solenne cerimonia nella chiesa di Aix-la-Chapelle e l'Imperatore vi si diresse rivestito dei suoi abiti regali, la corona sul capo, appoggiandosi al figlio Luigi. Dopo essere rimasto a lungo in preghiera, egli diresse una commovente esortazione al figlio, in presenza della corte e del popolo. Avendo avuto da lui la promessa di fedeltà a tutti i suoi consigli, Carlo Magno prese la corona d'oro da sopra l'altare e gliela pose sul capo, mentre tutti i presenti acclamavano: "Viva l'Imperatore Luigi!".

Carlo Magno rimase ad Aix-la-Chapelle non occupandosi d'altro che di preghiera, elemosine e studi pii. Verso la fine di gennaio dell'814, si ammalò, aggravandosi rapidamente. Il settimo giorno di malattia chiese l'estrema unzione, che gli fu data dal suo arcicappellano, e ricevette il Corpo ed il Sangue di Nostro Signore. In seguito entrò in una lunga agonìa durante la quale perse l'uso della ragione. Alla fine, riunendo le proprie forze, si fece il segno della Croce sulla fronte, sul petto e su tutto il corpo; stese la sue braccia lungo il corpo e dicendo le parole: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum", morì. La magnifica chiesa che egli aveva fatto costruire ad Aix-la-Chapelle, in onore della Madre di Dio, fu scelta come luogo per la sua sepoltura. Il suo corpo imbalsamato fu dapprima rivestito del cilicio che egli portava segretamente, poi delle sue vesti regali. Successivamente il corpo fu adagiato seduto su un trono d'oro, e a lato gli fu cinta la sua spada d'oro. Sulla sua testa fu posta la corona d'oro che conteneva una reliquia della vera croce, mentre tra le mani poste sulle gambe fu collocato un libro dei Vangeli pure ricoperto d'oro. Davanti a lui furono disposti il suo scettro ed il suo scudo che erano stati benedetti da Papa S. Leone III. Era un vero monumento funebre, che si chiudeva su uno dei maggiori uomini di tutti i secoli.

martedì 25 gennaio 2011



ELISABETH BARRETT BROWNING





BIOGRAFIA




Poetessa inglese (Coxohoe Hall, Durham 1806 - Firenze 1861). Nata in una famiglia abbiente che doveva la propria ricchezza al lavoro degli schiavi nelle piantagioni della Giamaica, Elizabeth è educata da precettori privati nella sua casa di Hope End (Hertfordshire), appassionandosi soprattutto alla poesia classica e alle teorie estetiche. Prestissimo si rende padrona delle sue materie di studio: greco, latino, filosofia, scienze.

Le sue prime composizioni poetiche The Battle of Maraton (1820), poema che nello stile si rifà ad Alexander Pope, e An Essay on Mind and Other poems (1826) sono pubblicate dal padre, Edward Moulton Barrett. Grande apprezzamento riscosse la sua traduzione (1833) del Prometeo incatenato di Eschilo, ma successivamente la poetessa lo giudicherà freddo e monotono eseguendone una seconda versione (1850).

Il 1838 inaugura per lei un decennio di sofferenza sia fisica, dovuta alle conseguenze di una lesione alla colonna vertebrale subita nell'infanzia e di una malattia polmonare, sia spirituale in seguito dell'annegamento del fratello maggiore (1840). Elizabeth, tuttavia, trova la forza di continuare a scrivere e, nel 1844, esce un suo volume di poesie con un'introduzione di E.A. Poe nell'edizione americana. Il volume comprende Lady Geraldine's Courtship, uno dei primi tentativi della Barrett di fondere la struttura della poesia e quella del romanzo. L'apprezzamento riscosso da questi versi è tale che nel 1850, alla morte di William Wordsworth, è fatto il suo nome, quale poetessa ufficiale d'Inghilterra, .

Tra le altre sue opere più note al pubblico si trovano The vision of the Poet e The Cry of the Children, che sono ispirati alle sofferenze degli operai delle fabbriche e che ha grande rilevanza nel panorama letterario della sua nazione; importanti sono anche il Romanzo del Paggio e il dramma dell'esilio i cui interpreti sono Adamo ed Eva.

L'apparire di questi lavori è salutato come il sorgere di un nuovo astro nella poesia ed è motivo, nel 1845, dell'inizio di una corrispondenza fra la Barrett e il poeta Robert Browning, che nutre grande ammirazione per lei. L'amore che nasce fra i due, osteggiato fortemente dal padre di lei, ha suscitato un'attenzione ed una curiosità che hanno messo in ombra la valutazione critica della poetica della Barrett. Nel 1846 ella fugge con il marito a Firenze e, all'età di 43 anni, riacquista la salute e dà alla luce un figlio. Nel 1850 escono i Sonetti dal Portoghese, dedicati al marito e scritti in segreto prima del matrimonio. La serie, che comprende 44 sonetti e si ispira al Petrarca, coniuga una forma arcaica di poesie d'amore con un'ambientazione contemporanea.

Profondamente interessata alla causa dell'unificazione e dell'indipendenza italiana, la scrittrice esprime questi sentimenti nelle raccolte di poesie Casa Guidi Windows (1851) e Poems Before Congress (1860), con una presa di posizione che è giudicata irragionevole e disdicevole per una donna. La sua opera più ampia ed ambiziosa Aurora Leight (1857) della quale si hanno, in breve periodo, due edizioni, è una sorta di romanzo in blank verse, ed è in primo luogo la storia dello sviluppo artistico di una letterata a dispetto delle convinzioni che le donne non possano capire "l'angoscia universale", dalla quale scaturisce la vera poesia.

Il canto della Barrett Browning è considerato profondo, permeato di malinconica sensibilità, ravvivata da un'energia che sa manifestarsi pienamente quando si unisce al movimento del romanticismo italiano al quale si deve appunto il poema Casa Guidi Windows.

Elizabeth Barrett Browning muore a casa Guidi ed è sepolta nel cimitero protestante di Firenze. Fu il marito a completare la stampa della raccolta Last Poems (1861). La recente critica femminista ha sottolineato oltre all'alone sentimentale la grandezza della Barrett come artista.


Donne e conoscenza storica SFB

lunedì 24 gennaio 2011






Anatomia degli Ex-Voto




Un ex-voto si crea quando le preghiere individuali per un miracolo sono state esaudite. Dopo le preghiere rivolte a un santo per un miracolosa guarigione, una persona può commissionare ad un artista locale un ex-voto che potrà essere appeso nella chiesa locale come pubblica testimonianza della fede di quell'individuo e della gratitudine per il miracolo.


Di norma dipinti su tela o latta, gli ex-voto generalmente consistono di tre elementi: una illustrazione della malattia o della preghiera, una descrizione narrativa, e una rappresentazione del santo o della divinità che ha corrisposto alla preghiera. Varianti di questa forma si possono osservare nel tempo, ma gli elementi centrali sono rimasti gli stessi.

L'immagine di una singola divinità usualmente è sospesa sopra la scena, talvolta ondata da nuvole.
In posizione centrale è illustrata la scena della malattia o della lesione, o un'immagine di un individuo sofferente.

L'elemento in basso è la descrizione narrativa della malattia o dell'evento, che include parole di supplica ad un santo in particolare o ad una divinità, e la descrizione del miracolo.


Gli ex-voto non sono soltanto simboli di fede e devozione, ma essi servono a documentare le malattie come la tubercolosi o il vaiolo.

Si pone enfasi negli aspetti drammatici di una malattia, includendo in essa sintomi esagerati che evocano simpatia per la persona sofferente e che validano l'importanza dell'elemento divino nel recupero dalla sofferenza.

Molte rappresentazioni sono ambientate in casa dove medici e membri della famiglia si prendono cura del malato. Le abitazioni sono generalmente decorate in maniera modesta e includono sempre icone religiose. L'ambientazione include anche camere di ospedali e sale operatorie dove possono essere osservati medici e infermiere mentre usano strumenti chirurgici o altre pparecchiature medicali. I pazienti sono raffigurati a letto o sul tavolo operatorio. Essi appaiono calmi e sereni come se la loro fede e devozione li rendesse capaci di trascendere la loro sofferenza e il loro dolore

SBF

domenica 23 gennaio 2011


Le monache senza volto

Nella parete ovest del monastero medioevale di Torba abbiamo l'affresco più bello, significativo e misterioso, un gruppo di otto monache in processione con sopra le loro teste otto sante, che si è sempre pensato fossero le protettrici delle stesse monache, oppure che fossero direttamente le stesse monache riportate nella visione celeste. Come al solito il numero otto emerge non a caso in un luogo religioso e di alto valore simbolico.

C'è però un particolare che balza immediatamente all'occhio e cioè che tre di loro sono senza volto. Sono state fatte diverse supposizioni a riguardo, tra le quali, la più plausibile è stata quella in cui si ritiene che la scomparsa sia dovuta alla forte umidità del luogo che ha contribuito alla perdita dei linealmenti, dato che venivano realizzati successivamente con colore sul colore del volto e quindi con una presa debole. Cosa strana resta comunque il fatto che gli altri volti non sono scomparsi totalmente come questi, in questo caso infatti, essi sono di un ovale perfetto, privo di qualsiasi traccia come se nulla vi fosse stato disegnato sopra, come se effettivamente fossero sempre state senza viso.
Esiste una leggenda legata a questa stranezza. Pare che mentre veniva realizzato l'affresco, tre monache si allontanarono dal monastero per fatti ignoti, lasciando così incompleti i ritratti, vuoti, nell'attesa di essere completati con l'eventuale arrivo di nuove monache, cosa però che mai accadde, perchè per l'appunto il luogo fu abbandonato. Le tre monache "senza identità" morirono nel corso degli anni e dato che non era stato completato l'affresco con le loro corrispettive immagini, si dice che i loro spiriti stiano ancora oggi vagando per i campi di Torba nel tentativo di rientrare nel dipinto. Il giorno in cui ci riusciranno, avranno un'identità e potranno finalmente accedere al Paradiso. Quando ciò accadrà... noi lo sapremo perchè lo vedremo con i nostri occhi!

Nell'ultima parete a Nord abbiamo ciò che resta dell'immagine di una bestia che si è supposto fosse uno degli evangelisti.

venerdì 21 gennaio 2011


MATILDE DI SASSONIA

Matilde, discendente del duca Viduchindo, che aveva guidato i sassoni nella loro lunga battaglia contro Carlo Magno, nacque verso l’895 presso Engern in Sassonia da Teodorico, un conte della Westfalia, e da Rainilde, originaria della real casa danese. Ben presto Matilde fu affidata alle cure della nonna paterna, badessa di Herford, sotto la cui guida crebbe sana e forte, divenendo una donna bella, istruita e devota. Felice si rivelò il matrimonio con il figlio del duca Ottone di Sassonia, Enrico, detto “l’uccellatore” per la sua passione nella caccia del falco. Subito dopo la nascita del loro primogenito Ottone, Enrico succedette al padre e verso il 919, quando re Corrado di Germania morì senza prole, eredito anche il trono tedesco.
A causa delle frequenti guerre Enrico si allontanava spesso da casa e sia lui che i suoi sudditi attribuivano le vittorie conseguite alle preghiere ed al coraggio della regina Matilde, che nel suo palazzo conduceva a tutti gli effetti una vita monacale, generosa e caritatevole verso tutti. Suo marito nutriva nei suoi confronti una cieca fiducia e difficilmente si prendeva la briga di controllare le sue elemosine o si risentiva per le sue pratiche religiose. Nel 936, rimasta vedova, Matilde si spogliò immediatamente di tutti i suoi gioielli rinunciando ai privilegi tipici del suo rango.
Dall’unione tra Enrico e Matilde erano nati cinque figli: Enrico il Litigioso, il futuro imperatore Ottone I, San Bruno arcivescovo di Colonia, Gerburga moglie del re Luigi IV di Francia ed Edvige madre di Ugo Capeto. Enrico avrebbe preferito lasciare il trono al fratello Ottone, ma Matilde tentò di convincere i nobili ad eleggere comunque lui, suo prediletto, ma infine la spuntò Ottone. Enrico inizialmente si ribellò al fratello, ma infine riconobbe la sua supremazia e questi allora, per intercessione di Matilde, lo perdonò e lo nominò duca di Baviera. Suo figlio divenne poi imperatore col nome di Enrico II alla morte di Ottone I.
La regina Matilde conduceva una vita assai austera ed a causa delle sue ingenti elemosine si attirò le ire dei figli: Ottone la accusò infatti di sperperare il tesoro delal corona, le richiese un rendiconto delle sue spese e la fece spiare per tenere sotto controllo ogni suo movimento, ma con suo grande dolore anche il figlio favorito Enrico si schierò con il fratello appoggiando la proposta di far entrare la madre in convento onde evitare ulteriori danni al patrimonio familiare. Matilde sopportò con estrema pazienza tuttò ciò, constatando amaramente come i suoi figli si fossero riappacificati solo per perseguire i loro interessi a suo discapito. Lasciò allora tutta la sua eredità ai figli e si ritirò nella residenza di campagna ove era nata.
Era però destino che la Germania non potesse fare ameno di questa santa donna: appena partita, infatti, Enrico cadde ammalato e sorsero nuovi problemi politici. Sotto pressione del clero e dei nobili, la moglie di Ottone convinse questi a chiedere perdono alla madre, a restituirle il maltolto e richiamarla a partecipare agli affari di stato. Matilde tornò così a corte e riprese anche le sue opere di carità. Enrico continuò comunque ad essere per lei fonte di tormenti: si ribellò nuovamente al fratello Ottone e soppresse in modo sanguinoso una ribellione dei suoi sudditi bavaresi. Nel 955, quando Matilde lo vide per l’ultima volta, ne predisse la morte ed invano lo invitò a tornare sui suoi passi prima che fosse troppo tardi. Ottone invece mostrò rinnovata fiducia nella regina madre, lasciando a lei tutto il potere quando nel 962 dovette recarsi a Roma per ricevere la corona imperiale.
L’ultima riunione di famiglia ebbe luogo tre anni dopo a Colonia, in occasione della Pasqua, poi Matilde si ritirò definitivamente nei monasteri da lei fondati, in particolare a Nordhausen. Verso la fine del 967 una febbre che la disturbava ormai da tempo si aggravò ulteriormente e Matilde, presagendo la sua prossima fine, mandò a cercare Richburga, sua ex dama di compagnia ed ora badessa di Nordhausen, per spiegarle che doveva partire per Quedlinburg, luogo scelto con suo marito per la loro sepoltura. Nel gennaio 968 dunque si trasferì e suo nipote, Guglielmo di Magonza, le fece visita per darle l’assoluzione e l’estrema unzione. Desiderando ricompensarlo, non le restò però che donargli il suo sudario prevedento che ne avrebbe avuto bisogno prima lui: Guglielmo morì infatti dodici giorni prima di lei.
La santa regina spirò il 14 marzo 968 e le sue spoglie mortali erano state appena deposte in chiesa quando giunse una coperta intessuta d’oro mandata dalla figlia Gerburga per adornare il feretro. Il corpo di Matilde venne sepolto accanto a quello del marito e subito iniziò la venerazione popolare nei suoi confronti. Nelle diocesi tedesche di Paderborn, Fulda e Monaco è ancora oggi particolarmente vivo il suo culto. L’iconografia è solita raffigurare Santa Matilde con in mano il modelino di una chiesa o una borsa di denaro, simboli della sua generosità e delle sue fondazioni monastiche, quali Poehlde, Enger, Nordhausen e ben due presso Quedlinburgo.

lunedì 17 gennaio 2011


ANTONIO ABATE

Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro; a questa forma eroica di santità dei primi tempi del cristianesimo, subentrò un cammino di santità professato da una nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere solo a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini.
Questo fu il grande movimento spirituale del ‘Monachesimo’, che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere; dall’eremitaggio alla vita comunitaria; espandendosi dall’Oriente all’Occidente e diventando la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.
Anche se probabilmente fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, s. Antonio ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.
Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu s. Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse una bella e veritiera biografia.
Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto e verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
Attratto dall’ammaestramento evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”, e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio volle scegliere questa strada e venduto i suoi beni, affidata la sorella a una comunità di vergini, si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato e così vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva si alzava e pregava, poi di nuovo a lavorare e di nuovo a pregare; era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera, che sarà due secoli dopo, la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale.
Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e parte la distribuiva ai poveri; dice s. Atanasio, che pregava continuamente ed era così attento alla lettura delle Scritture, che ricordava tutto e la sua memoria sostituiva i libri.
Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove, pensieri osceni lo tormentavano, dubbi l’assalivano sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici, l’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali che erano sopiti in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.
Chiese aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui e gli consigliarono di sbarazzarsi di tutti i legami e cose, per ritirarsi in un luogo più solitario.
Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma, un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane, per il resto si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.
In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni, in più attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale, ma tutto superò perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri.
Quando alla fine Cristo gli si rivelò illuminandolo, egli chiese: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?”. Si sentì rispondere: “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…”.
Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso.
Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva e qui nel 285 Antonio si trasferì, rimanendovi per 20 anni.
Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane; seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto “per essere tentato dal demonio”; era comune convinzione che solo la solitudine, permettesse alla creatura umana di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così uomo nuovo.
Certamente solo persone psichicamente sane potevano affrontare un’ascesi così austera come quella degli anacoreti; non tutti ci riuscivano e alcuni finivano per andare fuori di testa, scambiando le proprie fantasie per illuminazioni divine o tentazioni diaboliche.
Non era il caso di Antonio; attaccato dal demonio che lo svegliava con le tentazioni nel cuore della notte, dandogli consigli apparentemente di maggiore perfezione, spingendolo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria; invece resistendo e acquistando con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, Antonio poté riconoscere le apparizioni false, compreso quelle che simulavano le presenze angeliche.
E venne il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica, giunsero al fortino abbattendolo e Antonio uscì come ispirato dal soffio divino; cominciò a consolare gli afflitti ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume, ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale; a tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito uniti a Dio.
Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita s. Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero, scambiandosi le loro esperienze sulla vita eremitica; nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo e si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio.
Forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani, fu risparmiato; le sue uscite dall’eremo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana, sostenne con la sua influente presenza l’amico vescovo di Alessandria, s. Atanasio che combatteva l’eresia ariana, scrisse in sua difesa anche una lettera a Costantino imperatore, che non fu tenuta di gran conto, ma fu importante fra il popolo cristiano.
Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel fortilizio del Mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo più isolato e andò nel deserto della Tebaide, dove prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.
Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita, poté seppellire il corpo dell’eremita s. Paolo di Tebe con l’aiuto di un leone, per questo è considerato patrono dei seppellitori.
Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia; morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto.
La sua presenza aveva attirato anche qui tante persone desiderose di vita spirituale e tanti scelsero di essere monaci; così fra i monti della Tebaide (Alto Egitto) sorsero monasteri e il deserto si popolò di monaci; primi di quella moltitudine di uomini consacrati che in Oriente e in Occidente, intrapresero quel cammino da lui iniziato, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.
I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere; nella Lettera 8, s. Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”.
Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.
In questa chiesa a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata per fare il pane.
Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come ‘ignis sacer’ per il bruciore che provocava; per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli ‘Antoniani’; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.
Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento.
Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster); per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.
Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la ‘tau’ ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.
Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici; in alcuni paesi di origine celtica, s. Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, LUG, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali, così s. Antonio venne rappresentato in varie opere d’arte con ai piedi un cinghiale.
Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato; è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche in base alla leggenda popolare che narra che s. Antonio si recò all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo e mentre il suo maialino sgaiattolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco infernale il suo bastone a ‘tau’ e lo portò fuori insieme al maialino recuperato e lo donò all’umanità, accendendo una catasta di legna.
Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di s. Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e con apposita campana fatta con listelli di legni per asciugare i panni umidi.
È invocato contro tutte le malattie della pelle e contro gli incendi. Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo, anche se poi nella devozione onomastica è stato soppiantato dal XIII sec. dal grande omonimo santo taumaturgo di Padova.
Nell’Italia Meridionale per distinguerlo è chiamato “Sant’Antuono”.

domenica 16 gennaio 2011


Danza popolare .


Le danze popolari e i balli tradizionali.
La musica e la danza popolare: dalle origini della civiltà umana, fino all'età moderna, la danza ricopre una funzione rituale importantissima, come se assumesse un carattere sacro.
Per l'antichità latina si ricorda il “carmen saliare”, che i sacerdoti Salii cantavano danzando in una processione propiziatoria.
Per il medioevo, oltre la “ruota” e le altre danze angeliche del Paradiso dantesco, ricordiamo che la tradizione di ballare in chiesa era comunissima anche nel Trecento.
Ormai, però, i residui di questa tradizione vanno rapidamente sparendo o attenuandosi : le danze, invece che dentro la chiesa, si fanno ora sul sagrato, all'aperto, oppure durante la processione.
Tra le forme caratteristiche più antiche, ancora oggi vive nella tradizione popolare italiana, indichiamo innanzitutto il “ballo-tondo” o danza in “cersa lo jus prima”.
Oltre alla bella mugnaia nel Carnevale d'Ivrea, ricordiamo la “locherà” di Rocca Grimalda (Alessandria) ispirata a questo motivo.
Ma senza dubbio, i balli popolari più noti sono le danze di corteggiamento, a cui partecipano varie coppie con una serie di figure che simboleggiano la vicenda amorosa dai primi approcci fino alle nozze: vi appartengono la “tarantella napoletana”, il “saltarello” diffuso dall'Italia centrale fino all'Emilia, il “trescone”, la “monferrina”, la “furlana”, la “pavana”, la “bergamasca”.
Tutti rivelano l'originaria funzione propiziatoria che s'incentra nell'unione dei due motivi: i salti e le nozze.
Si ricollegano a questo gruppo le “danze di gruppo”, che hanno il preciso scopo di far partecipare il maggior numero possibile dei presenti alla festa; ricordiamo alcune danze “discese” tra le classi popolari da ceti più alti, come la “quadriglia”.
Il “ballo della tarantola”è una danza a scopo terapeutico, che viene ballato specialmente in certi paesi della Puglia, in forma di eccitato isterismo da chi è o si crede morso dalla tarantola, ragno ritenuto velenoso.

sabato 15 gennaio 2011







Il Sheila Na-Gig è una figura scolpita in pietra in primo periodo medievale delle isole britanniche (soprattutto Irlanda), di una donna sorridente che tiene aperto vulva. Lei è considerata da alcuni come una figura gargoyle cioè
come allegoria medievale della lussuria, o come una figura magica lo scopo di curare l'infertilità nelle donne, ma altri hanno visto in lei l'eco della madre antica terra irlandese.

La parola "GYG" è scandinava gigantessa, in altre parole, una donna soprannaturale o deificata, mentre "Sheila" è un nome di donna, o usato come un vocabolo per "ragazza".

La vulva ,come simbolo sacro della nascita e la vita, è un concetto molto antico che simboleggia la vita, dare e potere rigenerativo della Madre Terra.L'immagine della vulva ha una lunga storia nelle scultura in pietra, e si trova in tutta Europa del Paleolitico e del Neolitico.
Abbiamo addirittura tombe a corridoio sono state costruite a forma di Dea, con il passaggio della vagina e della tomba che rappresenta da solo il suo utero.
"Tomba" e "grembo" sono stati equiparati, assicurando così la rigenerazione e la continuità dopo la morte, nello stesso modo che un seme "morto" è piantata nella terra fertile e germogli fino a trasformarsi in un impianto completo.
Una nostra lettura culturale darebbe una valenza oscena a questa figura sacra,in realtà essa si può ritrovare scolpita e raffigurata in chiese cattoliche irlandesi risalenti al periodo di Patrizio vescovo.

SBF

venerdì 14 gennaio 2011






IL 13° SEGNO - LA GRANDE MADRE

Prefigurazione della Vergine

I primi missionari cristiani scoprirono in Gallia un gruppo di Celti intenti a venerare una figura femminile nell'atto di dare alla luce un bambino e spiegarono agli indigeni che, senza saperlo, stavano adorando un'immagine della Madonna e loro erano già cristiani.
Sul luogo sacro venne costruita una chiesa, e l'idolo pagano, trasferito al suo interno, si trasformava automaticamente in una rappresentazione cristiana; per giustificare la presenza di figurazioni mariane che, a volte, precedevano la stessa nascita di Maria, i teologi coniarono un termine "Prefigurazione della Vergine ".
Ma chi era quella figura materna venerata, con aspetti e nomi diversi, fin dai primordi dell'umanità?

La Dea Terra

Se fosse necessario dare un'unica denominazione a Iside, a Ishtar, a Venere, a Athena, a Gea, forse Grande Madre sarebbe la scelta più appropriata.
Tutte queste divinità, anche se in modo diverso, rappresentano la Dea Terra, la gigantesca Madre di ogni essere vivente; sono il simbolo della natura nei suoi aspetti positivi: la fertilità, l'abbondanza dei raccolti e, negativi, le tempeste, la carestia.
Per questo suo dualismo, molte antiche rappresentazioni della Dea Madre hanno
il volto metà bianco e metà nero.

Vergini nere

I luoghi di culto della Grande Madre nel nostro continente sono molteplici; le rappresentazioni della Dea si trovano quasi tutti in superficie ma, gran parte di esse, erano poste originariamente nel sottosuolo, dove la presenza delle correnti terrestri si fa maggiormente sentire.
Proprio dalla Grande Madre derivano probabilmente le celebri "Vergini Nere", le Madonne dal volto scuro venerate in tanti santuari.
Con un'operazione nota come "sincretismo", la stessa per cui agli dèi del voodoo
di Haiti sono stati associate le immagine dei Santi cattolici importate dai missionari, la Grande Madre pagana avrebbe assunto il volto di Maria, colorato però in nero, come quello delle sue prime raffigurazioni.
Le immagini delle Vergini Nere contraddistinguerebbero dunque i luoghi particolarmente legati alla Dea Terra, gli stessi su cui, da sempre, gli uomini costruiscono i loro edifici sacri.




Vergini nere sono disseminate nelle chiese di tutta Europa; in Italia se ne trovano
a Cagliari, Crea del Monferrato, Crotone, Loreto, Lucca, Oropa, Pescasseroli, Rivoli, Roma, San Severo, Tindari, Venezia; in Francia addirittura novantasei.
Le più famose sono quelle della cattedrale gotica di Chartres, chiamate Notre-Dame-sous-Terre e Notre-Dame-du-Pilier.
Si dice che alcuni individui particolarmente sensibili, avvicinandosi alle cappelle in cui sono collocate, provino una sensazione di mancamento: sono le correnti terrestri che, in quei punti, raggiungono il massimo della loro potenza, e che percorrono la colonna vertebrale del visitatore, non di rado provocando in lui un'improvvisa "illuminazione" mistica.

Il tredicesimo segno

Il culto primitivo per la Grande Madre si identifica con un culto ancora più antico dedicato alla Luna, la "Dea Bianca", a sua volta simbolo celeste della fertilità.
Dei riti lunari sono rimaste tracce negli ESBAT delle streghe.
In certe tavolette magiche egizie e in altri reperti archeologici di carattere astronomico ricorre il numero tredici, i mesi lunari nel corso di un anno, e questo numero è stato osteggiato dalle religioni successive, al punto che ancor oggi esso è considerato malefico emblematica è la vicenda di Gesù, circondato da dodici apostoli e tradito da Giuda, il tredicesimo.
Secondo alcuni la luna rappresentata il simbolo di Arachne, il tredicesimo segno poi cancellato dello zodiaco.
Secondo invece Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, autori de 'Il sacro Graal', un volume dedicato al mistero di Rennes-Le-Chateau, il culto della Dea Bianca è ancora praticato segretamente; lo custodirebbero, insieme a un infinità di altri segreti, gli adepti di una società esoterica denominata "Il Priorato di Sion ".

LE TRE MADRI

Le Tre Madri sono tre aspetti della stessa Dea.
L’universo stesso procede secondo tre dimensioni:
creazione, mantenimento e distruzione - nascita, riproduzione e morte - passato, presente e futuro.
Questi tre aspetti della Madre, conosciuta anche come il Grembo dell’Universo, costituiscono la Legge suprema che governa ogni essere, ogni esistenza.
La Dea si manifesta nella Terra, nella Luna e nell’energia creatrice che risiede in ognuno di noi mostrando i tre aspetti in ogni cosa che ci circonda: nelle stagioni; primavera, estate, inverno, o nei periodi della vita; infanzia, nel periodo riproduttivo, nella vecchiaia.
Nella tradizione vedica Durga rappresenta il combattimento (la Vergine Guerriera), Laksmi rappresenta l’abbondanza (la Madre Terra) e Sarasvati rappresenta la saggezza (l’Antica che tutto conosce).
Non sono diverse dalla Vergine, (le fasi lunari) dalla Madre o Sposa e dall’Anziana della tradizione magica.
La Dea Si manifesta nel principio femminile che genera e governa questo mondo, e lo conserva e lo distrugge in una eterna danza.
La figura delle Tre Madri nella tradizione europea si ritrova in tutte le aree, dalle tre Parche romane (Nona, Decuma e Morta) e le tre Moire greche (Cloto, Lachesi e Atropo) che reggono il destino di tutti gli uomini.
Oggi la comprensione del principio femminile della Dea è più difficile da comprendere in quanto la società moderna si è sviluppata in modo da distruggerlo, tanto quanto in passato fu elevato.

giovedì 13 gennaio 2011


Anna O. Berta Pappenhein

Certamente il primo punto di mutamento radicale reale nella vita professionale di Freud è raffigurato dal caso clinico di Anna O.
Siamo intorno al 1890. Freud cooperava con Breuer ad un particolare caso d'isteria.

Si tratta di Bertha Pappenhein, più adeguatamente conosciuta come Anna O., una ragazza ventunenne di apprezzabile intelligenza e cultura che nel corso di una malattia durata due anni aveva presentato una serie di disturbi fisici e mentali.

Anna era malata di una grave paralisi ad entrambi gli arti di destra, di disturbi alla mobilità oculare, con un notevole danno visivo, di turbe all'udito, di difficoltà nella postura del corpo, di forte tosse nervosa, di nausea ogni volta che cercava di alimentarsi, e una volta, di grave idrofobia, che la tenne lontana dall'acqua per parecchie settimane. Perfino le sue capacità lessicali si erano ristrette, fino a giungere all'impossibilità di parlare e comprendere.

Concludendo, la paziente andava soggetta a momenti di afasia, nei quali alternava stati di confusione, di delirio, di alterazione di tutta la personalità.


Al principio con un quadro sintomatico di questo genere, si pensò ad una grave lesione, ma all'esame realistico gli organi della ragazza conseguirono perfettamente normali.


I medici esclusero anche una lesione organica cerebrale, essendo favorevoli a quella misteriosa condizione nota come isteria, la quale è in grado di simulare tutta una serie di sintomi appartenenti a diverse malattie.

Breuer riuscì ad rimuovere i sintomi attraverso la pratica del metodo ipnotico.
Ogni sera si recapitava a casa della ragazza e, dopo averla ipnotizzata, la faceva parlare.
Sotto ipnosi, Anna raccontava del doloroso periodo della sua vita in cui aveva dovuto soccorrere il padre notevolmente malato, ricordando quei sentimenti, rimasti repressi, di rabbia, disgusto e paura.

Breuer constatò che riportando l'episodio doloroso connesso all'insorgere di uno dei sintomi prima citati, Anna arrivava a vivere intensamente le emozioni provocate dal doloroso ricordo, e al termine di tale reminiscenza il disturbo scompariva.
Questa terapia, definita purificatoria, funzionò anche con gli altri sintomi.

Freud in seguito dichiarerà che "l'isterico soffre di ricordi", ovvero degli effetti dolorosi di un evento passato, in apparenza dimenticato, ma in realtà ancora 'vivo' nelle profondità inconsce della mente.
Sebbene il successo terapeutico, Breuer sospese repentinamente il trattamento, resosi conto del rapporto che andava creandosi con la paziente, impaurito dall'intensa e reciproca dipendenza affettiva che si era instaurata con Anna.

Egli non raccolse così gli aspetti innovativi dell'importante metodo terapeutico, non credendo che la teoria da lui scoperta potesse essere generalizzata.
Freud, invece, si era accorto che il blocco di Anna era indicato da un conflitto psichico tra qualcosa che avrebbe voluto essere espresso e qualcosa che ne contrastava appunto l'espressione; la sua sofferenza è da riportare al fatto che inconsapevolmente Anna si era proibita la presa di coscienza e dunque l'esternazione di sentimenti e desideri erotici ed aggressivi incompatibili con la sua morale, la sua cultura e la sua educazione.

Breuer respinse di riconoscere il ruolo fondamentale che esse hanno giocato in quella di Anna, scappando dalla relazione affettiva con la paziente.
A differenza di Freud non è arrivato ad un concetto fondamentale nella psicoanalisi: si tratta del transfert, grazie a cui si può arrivare alla liberazione del ricordo traumatico del paziente; Breuer era giunto alla condizione in cui si può parlare di controtransfert, come dimostrano i sentimenti di dipendenza che provava per Anna.

mercoledì 12 gennaio 2011


LE SOCIETA' GILANICHE

Il mondo non è sempre stato uguale. Ciò che fino a ieri pareva scontato (la superiorità
dell'uomo sulla donna nelle civiltà patriarcali) e che sono di recente, con le mutate condizioni
socio economica della donna è venuto incrinandosi (generando non poche ansie nei maschietti)
non è affatto ciò che sempre è stato. Lo hanno messo in luce gli studi dell'archeologa lituana
Marja Gimbutas e dell'antropologa Riane Eisler che hanno chiamato "gilania" il modello sociale
esistito almeno per alcuni millenni nell'epoca neolitica nell'Europa centro orientale e
meridionale,una modello di larga estensione, dedito all'agricoltura, fondata sul rapporto
paritetico fra uomo e donna, ignara delle armi, che in circa mille anni, fra il 4000 ed il 3000
a.C., venne asservita dalle popolazioni provenienti dalle steppe del nord, dedite alla pastorizia
ed alla caccia, che avevano il dominio sui cavalli e sulle armi, portatrici di un modello di
dominazione che è tuttora vincente.
La datazione al carbonio, che consente di fissare il tempo degli oggetti, ha aperto la strada agli
studi su una diverso modello di società non matriarcale (che implicherebbe il predominio della
donna sull'uomo) e non ancora patriarcale, organizzata in un sistema privo di gerarchie sociali,
che mette in questione molti aspetti del nostro passato e del nostro presente.
La società gilanica indicherebbe una struttura sociale caratterizzata dall’uguaglianza tra i sessi:
gy- per donna (dal greco “gyné”, donna), an- per uomo (dal greco “anér”, uomo), ed l in
mezzo per “linking”, che in inglese significa legame.
In talune società della bassa preistoria, anteriori all’affermarsi del patriarcato, l’esistenza di
una società “gilanica” non si può certo escludere aprioristicamente, così come è innegabile
l’esistenza di antiche società egualitarie che non praticavano la guerra e non conoscevano la
proprietà privata.
2. Matriarcato o gilania?
Monique Saliou dopo la conclusione del suo lavoro sull’oppressione femminile nella Grecia
primitiva e arcaica afferma che dall’interpretazione dei miti greci non si può arrivare a
ipotizzare l’esistenza di un matriarcato originario. L’elemento principale e indiscutibile che se
ne può trarre, invece, è quello di “un’evoluzione storica della condizione femminile verso una
degradazione, in rapporto ai mutamenti sociali e politici.”
Prima che si affermasse il patriarcato, dunque, cosa mai poteva esserci?
Riane Eisler, una discepola di quella Marija Gimbutas che ha scoperto la ricchissima civiltà
neolitica dell’Europa sud-orientale, avanza l’ipotesi della “gilania”.
In società della bassa preistoria, anteriori all’affermarsi del patriarcato, l’esistenza di una
società “gilanica” non si può certo escludere aprioristicamente, così come è innegabile
l’esistenza di antiche società egualitarie che non praticavano la guerra e non conoscevano la
proprietà privata.
In realtà c’è ancora molto da scoprire sulla travagliata preistoria della società umana, un lungo
processo intriso di lotte e contraddizioni, da cui infine scaturirà la divisione in classi che, nella
forma del modo di produzione capitalistico, ancora ci portiamo dietro.
Dopo numerosi studi l'attuale modello sociale di tipo dominatore-patriarcale che ormai governa
da migliaia di anni gran parte del pianeta ebbe in passato, oltre le armi, un altro mezzo
altrettanto potente per affermarsi e ridurre sempre di più il potere della Dea e di conseguenza
quello delle donne per arrivare alla loro sottomissione. Questo avvenne tramite la creazione di
nuove leggende, nuovi miti, nuove storie sacre che soprattutto con l’avvento della scrittura
furono tramandate e imposte con tutti i mezzi, spirituali e materiali. Non è possibile in questa
sede affrontare in modo esaustivo questo argomento, basti però ricordare che in diversi miti
mediorientali la Dea fu uccisa, umiliata con uno stupro o divenne moglie di un dio maschile, in
Grecia la dea uccello europea divenne una divinità guerriera (Atena), fino ad arrivare alla
Bibbia dove la Dea non è più neanche nominata e l’unica divinità presente è maschile.
3. Modello gilanico
Per contro, nelle società che si avvicinano al modello gilanico, o della partnership, troviamo
una configurazione di base molto diversa: una maggiore parità nella collaborazione tra uomini
e donne sia nella sfera cosiddetta privata sia in quella pubblica, una struttura politica ed
economica generalmente più democratica e, poiché non necessari per mantenere severi ranghi
di dominazione, l'abuso e la violenza non sono nè idealizzati nè istituzionalizzati. Inoltre qui i
valori stereotipati "femminili" possono essere pienamente integrati nel sistema operativo
dell'autorità sociale. Sebbene oggi si abbia una forte tendenza verso questo tipo di
organizzazione sociale (più notevole nei paesi scandinavi), fino a poco tempo fa si credeva che
le società che si avvicinano alla configurazione gilanica esistessero solo al livello tecnologico
più primitivo, fra tribù quali i Bambuti, i Tiruray e i Kung.
Nell'Ottocento gli archeologi e gli storici del mito individuarono prove dell'esistenza di società
preistoriche avanzate che non erano nè androcratiche nè patriarcali; tuttavia diedero per
scontato che queste società, non essendo patriarcali, fossero matriarcali [J.J. Bachofen, 1967].
Le scoperte archeologiche più recenti, però, così come il riesame più scrupoloso di reperti
precedenti, indicano che queste società antecedenti in realtà si orientavano verso un modello
di società gilanico o di partnership. Una caratteristica sorprendente di questi ritrovamenti è che
essi sono coerenti con le note leggende di un'epoca antecedente più armoniosa e pacifica,
poiché si nota scarsità di fortificazioni e di segni di distruzioni provocate dalla guerra.
La Bibbia ebraico-cristiana parla di un giardino in cui la donna e l'uomo vivevano in armonia tra
di loro e con la natura prima che un dio maschio decretasse che la donna da quel momento in
poi sarebbe stata asservita all'uomo. Il cinese Tao Te Ching descrive un'epoca in cui il principio
femminile, o yin, non era ancora governato dal principio maschile, o yang un tempo più
pacifico e più giusto, in cui, ci viene detto, la saggezza della madre era ancora onorata. Gli
scritti del poeta greco Esiodo raccontano di una "razza d'oro" che viveva in pace prima che una
"razza inferiore" introducesse Ares, il dio della guerra. Queste storie sono senza dubbio
alquanto idealizzate, tuttavia offrono indizi importanti su ciò che gli archeologi stanno
riscoprendo: che la civiltà non solo è molto più antica di quanto non si ritenesse, ma che
originariamente era anche strutturata in base a linee molto diverse da ciò che ci è stato
insegnato.
Ad esempio, in Europa si è dimostrata l'esistenza di società neolitiche stabili che risalgono a
circa 8000 anni fa, in cui fiorivano le arti e in cui, benché esistenti, le differenze di status e di
ricchezza, come scrive l'archeologo britannico James Mellaart, non erano estremizzate. Ci sono
anche indicazioni specifiche sul fatto che queste società non erano dominate dai maschi; le
donne erano sacerdotesse, artigiane, e, ciò che è sorprendente per molti, le loro immagini
religiose antropomorfiche sono perlopiù femminili, anziché maschili. Come ha scritto
l'archeologa Marija Gimbutas, prima che l'Europa Antica fosse percorsa dalle orde indoeuropee,
la femmina era vista come "creativa e attiva" e nè la femmina nè il maschio erano "subordinati
l'una all'altro". Infine esistevano anche società che, contrariamente alla nostra comune visione
della natura umana, sembrano essere state generalmente più pacifiche di quella che sarebbe
diventata la norma successiva, poiché si nota scarsita di fortificazioni e di segni di distruzioni
provocate dalla guerra. Questo si riflette anche nelle loro mappe cognitive e nella simbologia,
dato che troviamo nella loro arte, vasta e notevolmente avanzata, una generale assenza della
glorificazione dei guerrieri e della guerra. Anche più tardi, nell'arte della civiltà dell'età del
bronzo della Creta minoica in forte contrasto con altre civiltà progredite dell'epoca, che erano
dominate dal maschio, molto autoritarie e costantemente in guerra non ci sono grandi statue o
bassorilievi di potenti re, nè grandiose scene di uomini che si uccidono a vicenda nel corso
della battaglia. L'influsso della creatività "femminile" a Creta è spesso descritto dagli
archeologi. E nelle parole di Nicolas Platon (già direttore del museo dell'Acropoli, che ha
condotto scavi a Creta per più di cinquant'anni) su quell'isola "l'importante ruolo svolto dalle
donne è visibile a tutti i livelli". Platon scrive che nella Creta minoica "tutta la vita era pervasa
da un'ardente fede nella dea natura, fonte di ogni creazione e armonia. Questo portava amore
per la pace, orrore della tirannia e rispetto per la legge". L'arte minoica, descritta dagli studiosi
come unica nella storia della civiltà per il suo amore per la vita e la natura, riflette anche una
mappa culturale cognitiva che sottolinea il principio dell'associazione non solo tra gli umani, ma
anche con segni di una spiritualità basata sulla natura che oggi potremmo definire una
profonda coscienza ecologica. In breve, benché queste non fossero società ideali o prive di
violenza, vi sono comunque prove archeologiche e mitiche secondo le quali la direzione
originale della civiltà occidentale era più pacifica ed equilibrata dal punto di, vista sociale ed
ecologico, caratterizzata da mappe cognitive che riflettevano un'organizzazione sociale e
ideologica orientata verso un modello gilanico. Esistono, però, anche prove del fatto che,

durante un periodo di caos o di grande disequilibrio sistemico, ci sia stato un profondo
mutamento culturale che ha introdotto millenni orientati a un modello androcratico.
4. Il lascito storico delle società gilaniche
Il cardine su cui ruota tutta la storiografia ufficiale è che la storia proceda linearmente e
progressivamente, dalle civiltà meno evolute a quelle più evolute. L’autorità, la gerarchia e lo
Stato non sarebbero altro che l’inevitabile risultato di questo presunto percorso evolutivo.
Implicitamente si lascia intendere che questi siano elementi necessari per la creazione di una
civiltà evoluta, pena il ritorno ad uno stadio primitivo e barbaro.
Le società gilaniche dimostrano la falsità di questo “principio” storico. Prima di tutto queste
erano comunità organizzate, complesse ed evolute, almeno relativamente all’epoca, ma con
una sostanziale assenza di gerarchia e di qualsiasi forma di dominio. Quindi, è falso che
l’organizzazione sociale necessiti di un’autorità governativa.
Il secondo aspetto riguarda coloro che soppiantarono i “gilanici”, cioè i Kurgan. Questi erano
un popolo notevolmente rozzo, violento e con aspetti culturali e artistici chiaramente inferiori
alle società gilaniche, tuttavia erano strutturati in una rigida gerarchia classista e sessista.
Questo porta nuovamente ad evidenziare che la storia procede tutt’altro che linearmente;
quando i Kurgan soppiantarono la gilania, la storia ha fatto un passo indietro, passando da una
civiltà evoluta ed egualitaria ad una meno evoluta tuttavia, organizzata gerarchicamente.
Alcuni elementi tipici della "cultura gilanica" non scomparvero del tutto nei territori europei che
avevano subito le influenze di questa civiltà libertaria.
Si può quindi affermare che, non solo è possibile concepire una società egualitaria, diversa da
quella attuale, ma che questo modello sociale è già esistito! E' esistito per buona parte della storia
dell'umanità e le sue tracce sono giunte indelebili sino a oggi.