martedì 28 giugno 2011


Lettera che Lady Jane Grey, già Regina d’Inghilterra, inviò alla signora Caterina Grey, sua sorella, scritta due giorni prima di essere giustiziata,e allegata ad un suo Nuovo Testamento greco mandatogli in dono.
Qui tu hai, carissima sorella, un siffatto libretto, il quale, benché d’oro adornato non sia, non è tuttavia che non si debba anteporre all’oro ed a tutte le più preziose gioie, se diligentissimamente tu lo anderai ben ben considerando dentro di te stessa. Infatti, esso contiene la legge del tuo Signore Iddio e quest’ultimo ed estremo Suo testamento, che dovendo Egli morire, a noi miseri raccomandò con tanta diligenza. Se con quella mente e con quel proposito che tu debba, cotal testamento tu leggerai, e con quella diligenza e vigilanza d’animo che bisogna, scolpito lo terrai nella memoria, esso ti aprirà e mostrerà la strada che alla vita eterna conduce. Ti insegnerà finalmente a come ordinare la tua vita e come altresì bisogni morire.

Laonde un più grande e felice patrimonio t’è per venire, di quel che l’eredità de le possessioni dell’afflitto e calamitoso tuo padre, mai ti fosse potuto. Siccome di quello erede, e dei suoi beni saresti stata, se vissuto egli fosse: così anche se sollecitamente tu riceva questo testamento, e come tu debba la tua vita ben ordinare in quello che cerchi. Assicurati d’aver a essere erede di siffatte ricchezze, che né gli avari te lo potranno cavar di mano, né i ladri rubare, né le tignole consumare.

Con ardente desiderio, insieme con il divino cantore (ottima sorella mia) procura d’intendere e conoscere la legge del tuo Signore Iddio, e tutto il tempo della tua vita attendi con diligenza e sollecitudine a quella, affinché piamente tu muoia: che facendolo, la morte un largo ed agevole cammino alla vita eterna ti sia. Né ti pensar, sorella mia, che per essere tu fanciulletta, e di pochi anni, tu possa aspettar per ciò di vivere lungo tempo. Che quando così pare a Dio ottimo massimo, tanto presto muoiono i bambini quanto i decrepiti. E’ necessario, dunque, che tu impari come tu debba morire. Disprezza le delizie del mondo, fuggi le insidie ed i lacci di Satana, e schiva gli allettamenti della carne. Fa’ che tutta la tua speranza e consolazione, sia posta e ferma nel Signore, e che tuoi peccati, dolore e pentimento, e non disperazione ti rechino. La fede partorisca in te la fiducia, e non una temeraria audacia. Prega con Paolo, di poterti dipartire dalla prigione di questo corpo, per andartene a morire con Cristo; appresso il quale la stessa morte si mostra la vita. Segui le orme di quel buon servo evangelico, e fa che a mezzanotte tu sii desta, affinché la morte, quando essa verrà, e come ladro entri di notte, a giacere non ti trovi ed addormentata come il servo cattivo.

Fa’ che, come alle stolte donnicciole, a te non manchi l’olio, affinché tu non venga chiusa di fuori, ovvero cacciata via come colui che entrò al convito, senza la veste da nozze. Tutta la tua gloria e la tua speranza sia in Cristo, si com’è la mia, ed essendo tu detta cristiana, nelle orme di Cristo, cui ti sei consacrata, ti bisogna star salda. La croce ti fa mestiere prendere, ed i tuoi peccati mettere sulle spalle di Cristo e con sollecitudine, diligenza abbracciarlo.
Non ti accada che tu pianga la mia morte, anzi, tu devi rallegrartene con me, perché in quella metter giù debbo la corruzione e l’incorruttibilità prendere. Io sono certissima che invece della perdita di questa caduca e mortale vita, io riceverò quella vita che in nessun modo si può perdere. La qual vita io prego l’Iddio ottimo massimo, che ti conceda; e donati tanto de la Sua grazia, che in ogni tempo il Suo timore ti stia dinanzi agli occhi, e finalmente che nella fede di Cristo la tua vita finisca.

Da questa fede, sorella mia, che ne veruna speranza di vita, né veruna paura di morte non ti stanchi. Che se la difesa della verità, per vivere lungo tempo in questo mondo, tu abbandoni, Cristo stesso ti rinnegherà dinanzi al Padre, ed i tuoi giorni scortati saranno. Ma se, al contrario, ti appoggi a Cristo, né da quello svellere ti lasci, prolungati ti siano i termini della vita, si che tutte le cose avranno buona riuscita, perché a te gran consolazione e a Lui gloria verranno.

Alla qual gloria me al presente, Iddio ottimo massimo, e te anche, sorella mia, per l’avvenire, quando a Lui piacerà, conduca. Sta sana, carissima sorella, e fa che tu ponga in Cristo tutta la tua fiducia, perché da Cristo aspettar si deve ogni salvezza.
Dalla Torre di Londra, il 10 di febbraio, l’anno del Signore 1554.
Tua sorella, che sinceramente t’ama. Jane Gray.

venerdì 24 giugno 2011


Anna di Kašin


Figlia del Principe Dimitrij Borisovič di Rostov e bisnipote del Principe Basilio di Rostov, fu educata fino ai suoi primi anni di vita a una stretta aderenza ai dettami cristiani. Il suo precettore fu Sant'Ignazio, vescovo di Rostov, noto per il suo altruismo nei confronti dei più bisognosi. Come ogni nobildonna del suo tempo Anna imparò inoltre l'arte del cucito. Una volta cresciuta, la Principessa Xenia di Tver', seconda moglie del Gran Principe Jaroslav di Tver', inviò un'ambasciata a Rostov recante la richiesta di unire in matrimonio Anna con il proprio figlio Mikhail. Il riscontro fu positivo e Anna divenne sposa di quest'ultimo.

Il matrimonio si svolse l'8 novembre 1294 nella Cattedrale Preobraženskij di Tver'. Per celebrare questo evento gli abitanti della città di Kašin costruirono il Tempio Mikhailovskij e una grande porta monumentale sulla via per Tver', chiamandola anch'essa "Mikhailovskij." Una commemorazione dello sposalizio viene officiata ogni anno nella Cattedrale di Kašin.

Anna e Mikhail ebbero cinque figli:

Feodora
Principe Dimitrij di Tver' (1299–1326)
Principe Alessandro I di Tver' (1301–1339)
Principe Konstantin di Tver' (1306–1346)
Principe Basilio di Kašin (morto dopo il 1368)
Nel 1294 il padre di Anna morì e nel 1295 un terribile incendio distrusse Tver'. Poco dopo tale evento la primogenita della coppia, Feodora, morì ancora bambina dopo una breve malattia. Nel 1296 un altro incendio distrusse il loro palazzo e i principi si salvarono a stento. Nel 1317 prese inizio l'aspro scontro che contrappose il marito al Principe Jurij di Mosca.

Nel 1318 la principessa vide per l'ultima volta suo marito che, convocato a Saraj da Uzbeg Khan, fu ivi torturato a morte il 22 novembre 1318. Anna venne a conoscenza di tale fatto solo nel luglio successivo e, dopo aver saputo che i resti del marito erano stati trasportati a Mosca, inviò un'ambasciata nell'intento di riottenerli. Grazie agli uffici della moglie il corpo di Mikhail fece così ritorno a Tver', ove fu seppellito nella Cattedrale Preobraženskij.

Nel 1325, Dimitrij, primo figlio maschio della coppia, fu, come il padre, torturato e ucciso dall'Orda. Nel 1327, il suo terzogenito Alessandro, sterminò il contingente tataro che si era installato a Tver'. Per vendetta il Khan inviò un nuovo esercito e distrusse la città; Alessandro fu costretto a fuggire a Pskov. Per un decennio Anna non rivide il proprio figlio che, assieme al nipote Fëdor, fu squartato dall'Orda nel 1339.

Dopo la morte del Principe Mikhail, anna decise di rifugiarsi "nel silenzio e nel lavoro per Dio". Prese così i voti monastici nel monastero di Santa Sofia di Tver' ove adottò il nome di Eufrosinija. Nel 1365 il figlio più giovane della Principessa, Basilio, l'unico rimasto in vita, convinse la madre a trasferirsi nel proprio Principato. Si ritirò nel monastero Uspenskij di Kašin, dove la santa prese lo schema con il nome di Anna.

Morì in tarda età il 2 ottobre 1368 e fu seppellita nella Cattedrale della Beata Vergine.

Glorificazione[modifica]Il nome della Principessa Anna fu dimenticato per alcuni secoli. Fu durante l'assedio di Kašin da parte delle truppe lituane che, secondo le sue agiografie, Anna apparve a un fedele annunciando che avrebbe pregato il Salvatore e la Madonna per la liberazione della città dalle truppe nemiche.

Il sinodo della Chiesa ortodossa russa, riunito nel 1649, dichiarò le sue reliquie degne della venerazione universale e la glorificò a Santa. Ventotto anni dopo il Gioacchino convocò un nuovo sinodo chiedendo la sua immediata decanonizzazione a causa della grande venerazione cui la stessa era oggetto da parte dei Vecchi Credenti.

Si ritiene che gli scismatici innalzarono Anna nel loro Palladium perché la Principessa era solitamente raffigurata nelle icone nell'atto di compiere il segno della croce con due dita, così come voleva il vecchio rituale ortodosso, invece che con tre, uso introdotto dalle Riforme di Nikon nel 1656. Opere di autori del Vecchio Credo spiegano inoltre tale culto con il fatto che, da un esame delle reliquie, una mano del corpo incorrotto di Anna sia piegata con le due dita tese. Nonostante le autorità ecclesiastiche si siano sforzate di "correggere" tale situazione, secondo queste fonti agiografiche, la mano sarebbe sempre tornata nella posizione originaria, provocando l'ira di Gioacchino che, prima di convocare il sinodo, ordinò che i resti della Santa non fossero più esposti alla venerazione dei credenti.

Secondo studi recenti la sua decanonizzazione sarebbe stata invece determinata dalla circolazione di una Vita della Santa, composta da Ignatius di Solovki, uno dei più noti e radicali leader del Raskol.

Fu solo il 12 giugno 1909 che la Chiesa ortodossa russa glorificò nuovamente Anna, stabilendone il culto. Lo stesso anno una comunità monastica fu creata in suo onore a Grozny, un anno dopo una chiesa le fu consacrata a San Pietroburgo

lunedì 20 giugno 2011




Margherita di Francia, La reine Margot


Margherita di Francia o Margherita di Valois (soprannominata la “reine Margot” nell’800) nasce il 14 maggio 1553 nel castello di Saint Germaine en Laye e muore a Parigi il 27 marzo 1615.
E’ la settima dei figli di Enrico II e Caterina de’ Medici.
Conobbe poco suo padre, mortalmente ferito nel 1559, in coincidenza con le nozze della sorella Elisabetta con il re di Spagna, Filippo II: aveva solo 6 anni. Con sua madre ebbe rapporti distanti, provando per lei un misto di ammirazione e di timore.
Cresce prevalentemente in compagnia dei fratelli, perché le sorelle maggiori lasciano la Francia per sposarsi all’estero, ma anche del cugino, suo coetaneo, Enrico di Borbone, figlio di Antonio di Borbone e Jeanne d‘Albret, regina di Navarra.
La Francia è attraversata in quegli anni dalle prime due guerre di religione che lacerano il paese e dividono persino le famiglie (#entry250737602).
E’ lei che accompagna la madre e il fratello Carlo, salito al trono nel 1560 alla morte del primogenito Francesco, in un lungo viaggio di pacificazione attraverso tutta la Francia, dal 1564 al 1566.
I rapporti con i fratelli sono all’inizio eccellenti (tant’è che si vociferava di relazioni incestuose con Enrico e Francesco, persino con Carlo). E’ così che quando Enrico duca d’Angiò prende il comando dell’armata reale, dopo la morte del Connestabile Montmorency, e guida i cattolici nella Terza guerra i religione (1568-1570), affida a lei la difesa dei suoi interessi nei confronti della madre.
Nel frattempo nasce un idillio tra la principessa ed Enrico di Guisa, l’ambizioso e giovane capo dei cattolici intransigenti. La famiglia reale, cattolica ma attestata su posizioni moderate, si oppone decisamente. Questo episodio potrebbe essere all’origine dell’«haine fraternelle durable» che nasce tra Margherita e il fratello maggiore.
Il duca di Guisa non è che il primo di una lunga serie di amanti attribuiti a Margherita. E’ vero che la principessa era bella, colta e raffinata, tuttavia è difficile stabilire il confine tra la verità e le voci a proposito delle relazioni a lei attribuite.

Un matrimonio politico.

Caterina de’ Medici aveva proposto sua figlia in matrimonio al figlio di Filippo II di Spagna, l’infante Carlos, ma il matrimonio non si fece (meno male!); anche il progetto matrimoniale con il re del Portogallo Sebastiano I fu abbandonato. Rispuntò l’idea, già coltivata dal defunto Enrico II, di un’unione con il cugino Enrico di Navarra, diventato nel frattempo uno dei capi protestanti: principe del sangue, erede al trono dopo i figli di Francia (ma la prospettiva di una successione era allora molto lontana), Enrico è anche erede di vasti possedimenti nel Sud-Ovest. Questa unione ha per obiettivo soprattutto la riconciliazione tra cattolici e protestanti dopo la fine delle ostilità. La madre di Enrico, la fervente ugonotta regina di Navarra Jean d’Albret diffida della regina madre ed esige la conversione di Margherita al protestantesimo. Ma deve cedere di fronte alla volontà della principessa di conservare la propria religione e finisce, dietro la pressione del partito protestante, per dare il suo consenso, non senza aver ottenuto per la sua futura nuora una dote considerevole. Ma muore poco dopo ed Enrico diventa re di Navarra. Quanto a Margherita, è solo perché costretta da sua madre e da Carlo IX e non senza reticenza che acconsente a sposare il sovrano eretico di un piccolo regno, ma, soprattutto, un uomo che considerava molto repellente. Senza attendere la dispensa pontificia richiesta in ragione della differenza di religione e della parentela dei futuri sposi (tutti e due sono pronipoti di Carlo d’Angouleme), l’”union execrable”(secondo il termine del generale dei Gesuiti) è celebrata il 18 agosto 1572. Lo svolgimento delle nozze venne regolato in modo da non urtare la sensibilità dei protestanti venuti numerosi ad assistere al matrimonio del loro giovane capo: la benedizione nuziale ebbe luogo sul sagrato di Notre Dame, evitando loro di assistere alla messa, e fu impartita dal cardinale di Borbone, in qualità di zio dello sposo e non di prete. Le nozze furono seguite da tre giorni di feste sontuose.

La notte di San Bartolomeo e l’inizio degli intrighi

Sappiamo come finì, per cui quelle nozze furono chiamate “nozze vermiglie”: la notte tra il 23 e il 24 agosto più di mille ugonotti furono trucidati per ordine di Caterina e di Carlo IX, primo fra tutti l’ammiraglio Coligny, uno dei capi protestanti. Guidava il massacro, passato alla storia come notte di San Bartolomeo, il giovano capo dei cattolici, proprio quell'Enrico di Guisa di cui Margherita era stata innamorata. Enrico di Navarra, il novello sposo, accetta di abiurare il protestantesimo per aver salva la vita. Non c’è più possibilità di riconciliazione e il matrimonio potrebbe essere annullato, ma Margherita sceglie di dare prova di lealtà e resta a fianco del marito. Segue una nuova fase della guerra civile, la Quarta guerra di religione (1572-1573) che si conclude con uno status quo, ma con un paese profondamente diviso per la nascita di una specie di Confederazione autonoma delle città del Sud.
Nel 1574, quando Carlo IX muore e sale al trono Enrico, duca d’Angiò, protestanti e cattolici moderati (soprannominati i “Malcontenti”, essi propugnano la moderazione dello Stato negli affari religiosi) preparano un complotto per impadronirsi del potere. Li guida Francois d’Alencon, il più piccolo dei fratelli di Margherita; ad essi si aggrega anche il cognato re di Navarra. Ma la cospirazione viene scoperta e due congiurati vengono subito arrestati e decapitati: uno di essi è Joseph Boniface de la Mole, preteso amante di Margherita. Dopo il fallimento della congiura, Alencon e Navarra sono imprigionati, prima nel castello di Vincennes, poi ritornano a corte sotto stretta sorveglianza. Da qui riescono a scappare. Enrico non avverte neanche sua moglie, a dimostrazione di quanto sia opportunista. Margherita si ritrova reclusa al Louvre, con le guardie alle porte della sua stanza, perché Enrico III la ritiene complice. Scoppia una Quinta guerra di religione (1574-1576) a cui partecipa Alencon, ovviamente dalla parte degli ugonotti, il quale si rifiuta di trattare finchè la sorella sarà prigioniera. Margherita è liberata e assiste con la madre ai negoziati di pace, che sfociano in un testo estremamente generoso per i protestanti: l’editto di Beaulieu.
Enrico di Navarra richiama la moglie presso di lui (i coniugi nel frattempo si erano riconciliati al punto che la moglie informava il marito, durante il conflitto, di ciò che apprendeva a corte), ma Caterina e Enrico III rifiutano di lasciarla partire, temendo che possa diventare un ostaggio degli ugonotti o che possa rafforzare l’alleanza tra Navarra e Alencon.

L’avventurosa spedizione nei Paesi Bassi.

Allorchè la guerra civile riprende subito dopo, Sesta guerra di religione (1566-1577), Margherita, reclama l’autorizzazione a partire in missione nel sud dei Paesi Bassi per conto del fratello minore. Le Fiandre, che si sono sollevate contro la dominazione spagnola, sembrano disposte a offrire un trono a un principe francese tollerante e suscettibile di offrire l’appoggio diplomatico e militare necessario alla conquista della loro indipendenza. Enrico III finalmente accetta la spedizione di sua sorella, scorgendo l’occasione di sbarazzarsi di un fratello ingombrante.
Con il pretesto di una cura termale a Spa, Margherita parte con un grande seguito. Consacra due mesi alla missione. In ciascuna delle tappe del suo viaggio, si intrattiene, in occasione di fastosi ricevimenti, con gentiluomini ostili alla Spagna e, vantando loro i meriti del fratello, tenta di convincerli che è loro interesse allearsi a lui. In questo viaggio fa anche la conoscenza del governatore spagnolo, don Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto. Ma per Margherita, il ritorno in Francia è movimentato, attraverso un paese in piena insurrezione, al punto da temere che le truppe spagnole possano prenderla in ostaggio. Alla fine, se pure Margherita ha stretto qualche legame utile, Alencon non sa o non può trarne vantaggio.

Nerac: letteratura e amore

Dopo aver reso conto della sua missione al fratello minore, Margherita ritorna a corte, dove l’atmosfera è assai tesa. Gli scontri si moltiplicano tra i favoriti di Enrico III e i partigiani di Alencon, innanzitutto Louis Bussy d’Amboise, amante di Margherita. La situazione è tale che nel 1578 Enrico III fa arrestare di nuovo il fratello e lo consegna nella sua stanza, dove Margherita lo raggiunge. Qualche giorno più tardi, Francois fugge ancora grazie a una corda gettatagli dalla sorella attraverso una finestra.
Poco dopo Margherita, che ha negato ogni partecipazione a questa evasione, ottiene infine l’autorizzazione di raggiungere suo marito. Enrico III spera che la sorella possa giocare un ruolo nella pacificazione delle province del Sud-Ovest e, per evitare sorprese, le assegna una scorta d'eccezione: Margherita è accompagnata questa volta da sua madre Caterina e dal suo cancelliere, un umanista, magistrato e poeta di fama, Guy du Faur de Pibrac.
Caterina de Medici e suo genero si accordano sulle modalità di esecuzione dell’ultimo editto di pacificazione (l’editto di Poitiers che aveva concluso la Sesta guerra), dopodichè la regina madre ritorna a Parigi e la coppia reale, finalmente riunita, si stabilisce nel castello di Nerac. Qui si forma intorno a Margherita una vera e propria Accademia letteraria: oltre ad Agrippa d’Aubignè, compagno d’arme di Navarra, e Pibrac, ci sono Salluste de Bartas e Montaigne. Ma la corte è soprattutto celebre per le avventure amorose che si moltiplicano, al punto d' aver ispirato Shakespeare per la sua opera "Pene d’amor perdute". Si attribuisce a Margherita una relazione con uno dei più illustri compagni di suo marito, il visconte di Turenne.
Neanche un anno dopo, nel 1579 scoppia la Guerra degli amanti (o Settima guerra di religione), cosiddetta perché dichiarata da quelli che vengono considerati i corteggiatori di Margherita e ritenuta, a torto, voluta da lei, sempre per rancore nei confronti di suo fratello maggiore. Ella avrebbe incitato Turenne e spinto le sue dame d’onore, ugualmente legate a capitani ugonotti, a fare altrettanto. In realtà, il conflitto fu provocato dalla scorretta applicazione dell’accordo relativo all'ultimo editto di pacificazione. Dura poco, in parte anche grazie a Margherita, che suggerisce di ricorrere ad Alencon per condurre negoziati. Questi sono rapidi e portano alla pace di Fleix.
E’ allora che Margherita si innamora del grande scudiero di suo fratello, Jacques de Harlay, signore di Champvallon. Le lettere che gli scrive illustrano la sua nuova concezione dell’amore, improntata al neoplatonismo: si tratta di privilegiare l’unione dello spirito su quella del corpo (il che non significa che Margherita rinunci all’amore fisico) per arrivare alla fusione delle anime.

Tra due corti

Dopo la partenza d’Alencon, la situazione coniugale di Margherita si deteriora ancora di più. Responsabile di questa situazione una delle dame d’onore, la giovane Françoise de Montmorency-Fosseux, detta Fosseuse,che ha solo 14 anni, di cui suo marito è innamorato, e che resta incinta. La ragazza non fa che aizzare il marito contro la moglie, sperando di farsi sposare.
Nel 1582 Margherita ritorna a Parigi. Le ragioni di questa partenza restano oscure. Senza dubbio vuole scappare da un’atmosfera divenuta ostile, forse anche per avvicinarsi al suo amante Champvallon, o sostenere suo fratello minore. Ma è accolta freddamente, giacchè il re la ritiene responsabile dell’ultimo conflitto. E la situazione si degrada ancora: mentre Enrico III alterna una vita dissoluta a crisi di misticismo, Margherita incoraggia tutti i pettegolezzi e le caricature nei suoi confronti, conducendo una vita scandalosa (resta incinta di Champvallon).
Alla fine, nel 1583 il re scaccia la sorella dalla corte, misura senza precedenti, che fa molto scalpore in Europa, tanto più che Enrico III fa arrestare alcuni servitori per interrogarli a proposito di un eventuale aborto. Ma c’è di più: Navarra, a cui sono arrivate le voci sulla vicenda, offeso nel suo onore (!) per la storia dell'aborto, si rifiuta di ricevere sua moglie. Ci vogliono otto mesi e la presa di possesso di qualche città per convincere Navarra a riprendersi Margherita , che però è accolta molto freddamente. Ed ecco che alle sventure coniugali si aggiunge la notizia della morte di Alencon, nel giugno 1584

D'Agen à Usson: la rivolta e la prigione.

La guerra riprende, l’Ottava guerra di religione, l’ultima e la più lunga (1585-1598), perché Enrico III dichiara Navarra il suo successore. Ecco che Margherita cambia fronte: rifiutata dalla famiglia e da suo marito, si allea alla Lega, che raccoglie a questo punto i cattolici intransigenti ostili sia a Enrico III che ad Enrico di Navarra, guidati da Enrico di Guisa, lo Sfregiato, il suo antico amore (ecco perché Guerra dei tre Enrichi). Margherita si installa ad Agen, città facente parte della sua dote e della quale è contessa, e fa rinforzare le fortificazioni. Recluta truppe e si lancia all’assalto delle città vicine. Ma i cittadini si ribellano e Margherita deve fuggire precipitosamente. Dopo un lungo peregrinare, le truppe reali la catturano ed Enrico III decide di imprigionarla nel castello di Usson. Poiché anche sua madre non era meglio disposta nei suoi confronti (meditava di dare in moglie al Navarra la nipote preferita, Cristina di Lorena), Margherita comincia a temere per la sua vita.
A partire dal 1586, Margherita è dunque prigioniera. Per occuparsi, intraprende la redazione delle sue Memorie, che dedica allo storico Brantome. Legge molto, soprattutto opere religiose (!) e riceve la visita di molti amici letterati.

La riconciliazione e il ritorno a Parigi

Nel 1588 muore Enrio di Guisa, assassinato per volere del re che non tollera più l'estremismo della lega, l'anno dopo anhe Enrico III cade in un attentato, e, pochi mesi dopo, muore anche la regina madre. Margherita è rimasta sola.
Nel 1593, Margherita riallaccia i rapporti con il marito divenuto re, il quale, per consolidare il suo potere, oltre che portare avanti la guerra contro gli irriducibili, desidera risposarsi per assicurarsi una discendenza legittima. Gli argomenti non mancano per sostenere l’annullamento del matrimonio: consanguineità, pressioni esercitate sulla volontà degli sposi, sterilità. Enrico sogna di sposare la sua maitresse, Gabrielle d’Estrée, madre di suo figlio Cesare. Margherita all’inizio è restia a cedere il posto ad una “bagasse”. Ma Gabrielle muore nel 1599 e le trattative arrivano a buon fine, favorite da un forte compenso finanziario. L’annullamento è pronunciato dopo circa 30 anni di matrimonio tempestoso. Enrico IV sposa Maria de’ Medici e finalmente buoni rapporti si stabiliscono tra i due ex coniugi.
Margherita ritorna definitivamente Parigi nel 1605. Dopo 19 anni a Usson, è molto cambiata, fisicamente è terribilmente grassa, ma è anche diventata molto devota: il giovane frate Vincenzo de Paoli, futuro santo, è il suo cappellano.
Si fa costruire un vasto hotel sulla riva sinistra della Senna, di fronte al Louvre (oggi non resta niente di questo edificio se non una piccola cappella). Grazie al suo amore per le lettere, per i ricevimenti che organizza, per i poeti e filosofi di cui si circonda Margherita perpetua il ricordo della corte brillante dei Valois.
“Unique héritière de la race des Valois», come lei stessa si definisce, Margherita realizza, negli ultimi annni, la transizione, non solo tra la sua dinastia e quella dei Borboni, ma anche tra lo spirito del Rinascimento e quello del Grand Siècle. Quanto sia adatta a ricoprire questo ruolo di trait d’union tra due epoche lo dimostrano le eccellenti relazioni che intrattiene con Maria de Medici, prima regina e poi reggente, a cui dà addirittura dei consigli, e il Delfino, futuro Luigi XIII, che nomina suo erede.
Margherita sopravvive qualche anno al suo ex marito, ucciso nel 1610 da un fanatico cattolico, e muore nel 1615.

giovedì 16 giugno 2011


Lutgarda la santa indipendentista



Tongres, 1182 - Aywières, Brabante, 16 giugno 1246


Nata a Tongres nel 1182, in Belgio, Lutgarda a dodici anni entrò fra le Benedettine di Santa Caterina a Saint-Trond. Eletta priora, nel giorno stesso della nomina lasciò il suo monastero per raggiungere la comunità cistercense di lingua francese a Aywières in Brabante dove Lutgarda si ostinò a parlare fiammingo.


Santa LUTGARDA (lat. Liudgarda, Liutgardis, Lutgardis; ted. Luitgard, Lutgard), patrona dei FIAMMINGHI.

La Vita Lutgardis fu compilata in meno di due anni dopo il trapasso della santa; l'autore era uno dei suoi familiari la cui testimonianza è, quindi, importante per quanto vada considerata con prudenza e spirito critico. D'altra parte, egli modificò il suo racconto dopo il 1254, per l'intervento di un altro familiare di Lutgarda, fra Bernardo, penitenziere di Innocenzo IV.
Questa Vita ebbe un certo successo, a giudicare dalle versioni popolari, in lingua fiamminga, che fiorirono ad intervalli regolari; citiamo in proposito quelle di Guglielmo d'Afflighem e di Gerardo.
Nata a Tongres, Lutgarda a ca. dodici anni (?) entrò fra le Benedettine di s. Caterina a Saint-Trond. Eletta priora, nel giorno stesso della nomina lasciò il suo monastero per raggiungere infine, certamente dopo soste nelle comunità di Awirs (presso Liegi) e di Lillois, Aywières, comunità di lingua francese, dove Lutgarda si ostinò a parlare fiammingo.
Appartenendo a quel gruppo di pie donne del XIII sec. che condussero una vita mistica piuttosto eccezionale, come Cristina di Saint-Trond, Giuliana di Cornillon, Ida di Nivelles ecc., Lutgarda fu particolarmente privilegiata dal Sacro Cuore che le concesse apparizioni e incontri commoventi; si sottopose a un regime di eccessiva austerità per la conversione degli albigesi, di alcuni signori della regione e dei poveri peccatori dei dintorni. Avrebbe ottenuto guarigioni miracolose per intercessione delle anime del Purgatorio e beneficiato di premonizioni specialmente relative alla duchessa di Brabante e alla propria morte. Divenuta cieca, visse ancora per undici anni esercitando un certo influsso benefico sui devoti del suo tempo.
Fu beatificata "modo antiquo" e la sua tomba, nel coro di Aywières sul lato destro, fu oggetto di viva devozione. Il 4 dicembre 1796 la comunità, per sfuggire alle conseguenze della Rivoluzione, si rifugiò a Ittre con le reliquie della santa, esumate nel sec. XVI. Nel 1870 queste preziose spoglie divennero proprietà della chiesa parrocchiale per passare, sette anni dopo, a Bas-Ittre dove sono custodite tuttora.

lunedì 13 giugno 2011




Il disegno illustra come spesso venivano rappresentate le comete e le stelle sulle monete celtiche (disegno di M. Milani)

Gli archeologi datano questa serie di monete tra il 100 e il 60 a. C. e di conseguenza la cometa potrebbe essere quella di Halley, osservata durante il passaggio dell'anno 87 a.C. Più recentemente, Galliou nella sua Histoire de la Bretagne e des Pays Celtiques (1983) riporta che i Coriosoliti iniziarono a battere moneta tra il 90 e l'80 a.C., periodo che risulta in ottimo accordo con l'attribuzione dell'immagine riportata sulle monete alla cometa di Halley. Una simulazione del moto orbitale mostra che durante il passaggio dell’ anno 87 a.C., la data del perielio fu il 6 agosto. Nelle 37 settimane precedenti la distanza della cometa dalla Terra toccò un minimo di 0,44 U.A., con il risultato che essa doveva essere presumibilmente molto luminosa e ben visibile nel cielo. Secondo gli annali cinesi, tradotti da Ho Peng Yoke, la cometa fu vista in Cina dal 10 agosto all'8 settembre dell'anno 87 a.C. Da fonti babilonesi, decifrate da Stephenson nel 1985, la Halley sarebbe stata osservata, giorno dopo giorno, nel mese lunare che andava dal 14 luglio all'11 agosto dell'anno 87 a.C. Le registrazioni cuneiformi babilonesi, incise su pietra, riportano anche la presenza di una coda ben visibile ed estesa circa 10 gradi, 20 volte il diametro della Luna Piena.

Ma cosa avrà spinto a ritenere così importante la presenza in cielo di questa cometa da indurre coloro che governavano i Coriosoliti a disporne la rappresentazione sulle monete? Per tentare una risposta bisogna ricordare che nella struttura sociale celtica, pur esistendo una classe sociale dominante, cioè quella della nobiltà guerriera la quale governava la tribù per mezzo del re, in realtà chi veramente aveva nelle mani il potere assoluto era la classe dei druidi alla cui autorità anche il re doveva sottomettersi. Tra le quattro importanti feste religiose dei Celti una era dedicata al dio Lug e veniva celebrata nei primi giorni di agosto. Questa divinità rappresentava il dio della luce ed era la più importante dell'olimpo celtico: a lui erano attribuite assoluta sapienza e assoluta competenza in tutte le arti e i mestieri. Il nome Lug significava "luminoso" ed il suo astro caratteristico era ovviamente il Sole. Usualmente i giorni della festa di Lug erano anche il periodo della grande assemblea di tutte le tribù galliche. E' interessante il fatto che il periodo di massima visibilità della Halley nell'87 a.C. sia corrisposto proprio con il cadere della festa di Lug. Paradossalmente la Halley fu ben visibile in cielo per qualche tempo prima e per qualche tempo dopo di essa, ma fu invisibile, essendo in congiunzione eliaca, proprio nei giorni della festa. Cercando di ricostruire l'andamento del fenomeno visibile si osserva che la Halley, di per sé già luminosa, andò approssimandosi al Sole man mano che la festa si avvicinava, sparì nei bagliori solari durante i giorni della festa e si allontanò dal Sole a festa conclusa e nei mesi successivi. Questo fenomeno, straordinario agli occhi di quelle popolazioni, fu probabilmente ritenuto di origine divina e deve aver sicuramente colpito la fantasia dei druidi, tanto da disporne la rappresentazione sulle monete.

Questa ipotesi potrebbe essere confortata anche dalla circostanza che è il cinghiale (attributo religioso) ad essere sostituito dal simbolo astronomico (la cometa), entrambi di pertinenza strettamente sacerdotale, mentre il simbolo del potere temporale, il cavallo, rimane sempre presente.

Il caso delle monete dei Coriosoliti non è il solo. Infatti abbiamo anche gli interessanti esempi rappresentati dalle monete delle Isole del Canale. Tra le monete che compongono il "ritrovamento di Jersey" esistono quindici esemplari differenti in cui, oltre ad una cometa, si cerca anche di rappresentare la costellazione in cui fu visibile.

A titolo di esempio, citiamo uno statere armoricano in argento datato fra il 100 a.C. e il 60 a.C. in cui su un verso appare, sotto l'immancabile figura del cavallo, l'immagine di una cometa situata in mezzo ad una coppia di stelle. La consultazione degli annali cinesi suggerisce che si tratti della rappresentazione della cometa passata il 69 a.C. tra le stelle alfa e gamma Virginis (Spica e Heze), nel luglio di quell'anno. L'astro, però, potrebbe anche non essere una cometa, ma una nova, visto che secondo le registrazioni cinesi essa rimase fissa durante tutto il periodo di visibilità e posizionata vicino a Spica.

Un altro caso interessante è rappresentato da una piccola moneta delle Isole del Canale e risalente allo stesso periodo. Su questa moneta è possibile osservare la presenza di ben tre comete e di un certo numero di simboli di carattere stellare. Facendo nuovamente ricorso agli annali cinesi, si rileva che nell'anno 69 a.C. non era passata solo una cometa, quella già menzionata, ma tre. Il primo evento è indicato come una cometa apparsa a circa 30 gradi da Venere, nel febbraio di quell'anno. Il secondo riguarda la cometa già menzionata. Il terzo sarebbe una cometa apparsa in agosto a nord-est della costellazione della Corona Boreale e con moto in direzione sud. Il 27 agosto del 69 a.C. essa attraversò la parte meridionale della costellazione di Ercole presentando una coda bianca.

Un'altra popolazione celtica, spesso nominata da Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico, è quella degli Edui. Anche sulle loro monete è possibile riscontrare riferimenti di tipo astronomico. Su una moneta d'argento coniata fra il 100 e il 60 a.C., quindi precedentemente all' invasione romana, è possibile osservare, per esempio, una stella sotto la figura del cavallo.

L'interpretazione in questo caso è più complicata: l'oggetto potrebbe essere stato una nova o una supernova invece che una cometa. Se si assume che l'astro rappresentato fosse una cometa visibile a quel tempo come un oggetto nebuloso senza coda, allora la solita consultazione degli annali cinesi suggerisce che si tratti di quella passata nel 61 a.C., visibile in direzione est nell'agosto di quell'anno. La mancanza di coda potrebbe anche essere dovuta all'influenza dei Romani, già presenti a quei tempi nella Gallia Narbonense, grosso modo l'attuale Provenza: in particolare, all'abitudine dei coniatori di monete romani di rappresentare le comete come stelle raggiate, ma senza coda. La moneta in esame riporta sul dritto la scritta "ORCHTIRIX", comune sulle monete coniate dagli Edui in quel periodo. Quel nome, che viene tradotto dal Celtico in Orgetorix, potrebbe essere messo in relazione con un personaggio omonimo citato da Giulio Cesare: "Orgetorige era molto superiore, per nobiltà e ricchezza, a tutti gli altri principi..." (De Bello Gallico, I, 2).

Quanto alla seconda ipotesi, cioè che sulla moneta degli Edui sia rappresentata una stella e non una cometa, v'è da dire che la figura della stella è diversa da quella usuale sulle altre monete celtiche, e perciò farebbe pensare ad un astro per qualche verso particolare, come una nova o una supernova. L'assenza della linea dell'orizzonte presente invece su altre monete rappresentanti comete, potrebbe suggerire che l'astro rappresentato era visibile alto nel cielo e non vicino all'orizzonte. L'identificazione dell'oggetto in questo caso diventa però molto difficile.

La rappresentazione di oggetti stellari include un altro caso molto interessante dal punto di vista archeoastronomico: si tratta dello statere d'oro di Tincommius, coniato in Bretagna e databile fra il 20 a.C. e il 5 d.C. Su questa moneta è possibile osservare la presenza di una stella sul verso sopra l'immagine del cavaliere, mentre sul dritto è presente la scritta "TINC" che si riferisce al nome del personaggio dominante all'epoca del conio.

Anche in questo caso la questione della attribuzione dell'oggetto rappresentato a una stella o a una cometa non è di facile soluzione. Se si accettasse la rappresentazione cometaria, allora le registrazioni antiche non riportano notizie di comete, escluso il ritorno di quella di Halley nel mese di agosto del 12 a.C. Il passaggio al perielio avvenne il 10 ottobre; la minima distanza della Terra fu di 0,16 Unità Astronomiche il 10 settembre. La prima osservazione registrata negli annali cinesi è del 26 agosto e indica che la cometa era visibile nella costellazione del Cane Minore; l'ultima osservazione indica la Halley posizionata nella costellazione dello Scorpione, circa 56 giorni dopo. Questo passaggio della Halley fu osservato anche a Roma e fu fatto corrispondere alla morte del generale romano Agrippa.

Prendendo invece in esame la possibilità che l'oggetto rappresentato fosse una nova o una supernova, allora, consultando nuovamente gli annali cinesi, si ottengono alcune notizie che permetterebbero di formulare interessantissime ipotesi. Gli annali registrano una "stella nuova" comparsa nei mesi di marzo o aprile dell'anno 5 a.C. e rimasta visibile ad occhio nudo per circa 70 giorni. Le coordinate approssimate per questo oggetto corrispondono ad un punto nella costellazione del Capricorno. Gli annali cinesi riportano però anche l'apparizione di un'altra stella, probabilmente una nova, che dovrebbe essere apparsa nel 10 a.C. vicino ad Arturo nella costellazione di Boote. E' molto probabile, considerato il modo in cui l'oggetto è rappresentato sulla moneta, cioè alto nel cielo rispetto all'immagine del cavaliere, che si tratti di una di queste due novae e non della cometa di Halley.

Un altro caso simile è quello della moneta di bronzo di Tasciovanus, databile dal 20 a.C. al 10 d.C., periodo in cui egli regnò. Nonostante il cattivo stato di conservazione, si può notare nuovamente la rappresentazione di un oggetto di aspetto stellare posto in alto sopra l'immagine del cavallo, sul rovescio della moneta. Probabilmente, vista la similitudine con il caso precedente e la datazione molto simile, l'oggetto rappresentato è la stessa stella dello statere di Tincommius.

La casistica non si esaurisce qui. E' disponibile nelle raccolte numismatiche una quantità molto elevata di monete celtiche sulle quali sono raffigurati oggetti astronomici. Ad esempio, su una moneta d'argento del tipo detto di Buschelquinar, risalente al I secolo a.C., è incisa una configurazione di quattro oggetti immersi in un alone raggiato a forma di spirale. Tale configurazione potrebbe rappresentare una congiunzione planetaria molto vistosa verificatasi, secondo le simulazioni al computer, nel giugno dell'anno 26 a.C. nella costellazione del Leone vicino a Regolo. I pianeti interessati furono Venere, Giove e Saturno e poco distante fu presente anche Marte; inoltre all'inizio di giugno anche la Luna transitò in vicinanza dei pianeti in congiunzione. L'eccezionalità dell'evento avrebbe spinto alla rappresentazione sulla moneta.

sabato 11 giugno 2011


Il cielo nelle monete celtiche




Tutte le popolazioni del mondo antico tenevano in grande considerazione l'osservazione del cielo e dei suoi fenomeni, come ci testimoniano numerosi reperti archeologici. Ovviamente gli oggetti osservati erano il Sole, la Luna, pianeti visibili ad occhio nudo, le stelle più luminose e la strumentazione era per lo più limitata a traguardi e mire costruiti in legno o in pietra, talvolta di grandi dimensioni come certi monumenti megalitici tuttora esistenti nel Nord Europa.

L'uso che gli antichi facevano delle osservazioni astronomiche era legato alle specificità culturali delle diverse civiltà. Ad esempio, l'astronomia cinese era tutta improntata sulla meticolosa registrazione di ogni mutamento che si verificasse nel cielo e sul trarre indicazioni e auspici per la vita sulla Terra, mentre non era sentita l'esigenza di sviluppare qualche modello finalizzato a descrivere, predire e rendere conto della posizione e del moto dei corpi celesti. Questo approccio, tipico delle popolazioni dell'Estremo Oriente, era completamente differente dal modo di intendere l'astronomia delle culture del mondo occidentale. E' ben nota l'attività speculativa dei greci intorno alla descrizione del "Sistema del Mondo" e quanto essa abbia condizionato il pensiero scientifico e filosofico occidentale nei secoli successivi. Tale attività, tesa a costruire modelli che spiegassero la natura e il moto degli astri, non fu però accompagnata da precise e continue registrazioni cronologiche e descrittive degli eventi celesti. L'astronomia egizia e soprattutto quella babilonese erano invece meno improntate alla speculazione filosofica, ma maggiormente alla formulazione di modelli atti a predire i fenomeni del cielo.

Di tutte queste civiltà esistono generalmente documenti scritti, pervenuti fino ai giorni nostri, che testimoniano come l'astronomia venisse praticata, con quali mezzi, con quali intenti e quali risultati venissero ottenuti. Esiste però una popolazione, o meglio un insieme di popolazioni, la cui cultura ha condizionato in maniera determinante quella di tutti i popoli europei e le cui capacità astronomiche e matematiche, per altro molto sviluppate, stanno emergendo solamente adesso. Si tratta delle popolazioni celtiche, dei Galli - come venivano usualmente denominati dai Romani - diffuse su tutta l'Europa centro-occidentale e settentrionale, nella Spagna e nell'Italia settentrionale.

I Celti, di cui si può parlare in senso stretto solo dal VI secolo avanti Cristo in poi, derivarono da tre ondate di invasioni di popolazioni scitiche stanziate originariamente nell'Asia centro-occidentale che si fusero con le popolazioni preesistenti in Europa. La prima ondata si verificò intorno al 4400 a.C., la seconda verso il 3300 a.C. e la terza verso il 2800 a.C. Lo studio dei ritrovamenti archeologici mette in evidenza una grande abilità dei Celti nella lavorazione dei metalli, nell'artigianato e in tutte quelle attività caratteristiche non di una popolazione barbarica (come ci è stato insegnato per secoli, intendendo la storia dal punto di vista della Romanità), ma di un popolo molto evoluto, che però non ebbe mai fortuna politica e militare a causa del continuo frazionamento e delle lotte interne tra tribù e tribù per questioni di egemonia sul territorio. Nonostante ciò, i Celti rappresentarono sempre un grosso problema per i Romani, anche dopo la Guerra di Gallia durata dal 58 al 51 a.C. e vinta da Giulio Cesare. I Romani li sconfissero militarmente, ma assorbirono una grandissima parte dei loro usi, tradizioni e bagaglio culturale: spesso li ritroviamo presenti, a distanza di due millenni, anche nel nostro modo di vivere attuale. E' incredibile la quantità di luoghi geografici, in Europa, che portano nomi derivati dalla lingua gallica e lo stesso accade per la denominazione di oggetti di uso comune. Emblematica è anche la derivazione celtica di alcuni dialetti lombardi.

Paradossalmente, a questa elevata influenza culturale non corrisponde una pari disponibilità di documenti scritti che testimonino l'attività intellettuale di questo popolo; anzi, i due rami della lingua celtica attualmente noti comprendono un vocabolario costituito da qualche migliaio di parole e poche stringate nozioni di grammatica. La spiegazione di questa carenza è da ricercarsi nel modello culturale celtico che riteneva la natura una cosa viva ed in continua evoluzione. Scrivere significava congelare un concetto, impedendone l'evoluzione; quindi i Celti tendenzialmente non scrivevano e, quando proprio era necessario, lo facevano con riluttanza.

C'era poi anche l'esigenza da parte della classe sacerdotale druidica di preservare il proprio ruolo dominante basato sulla profonda conoscenza della natura e delle sue manifestazioni. Scrive Giulio Cesare riguardo ai druidi: "...Non ritengono lecito scrivere i loro sacri precetti; invece per gli affari, sia pubblici che privati, usano l'alfabeto greco. Mi sembra che due siano le ragioni per cui essi evitano la scrittura: prima di tutto perché non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione siano risapute dal volgo, poi perché i discepoli non le studino con minore diligenza..." (De Bello Gallico, VI, 14). Era preferita una rappresentazione del mondo attraverso un linguaggio grafico, che ancora oggi possiamo ammirare sui reperti archeologici, con lo scopo di fissare l'essenza e il significato profondo delle cose più che rappresentare il loro aspetto esteriore. Un simile modo di pensare era certo adatto ad un'attività speculativa di tipo astratto, per cui si può ipotizzare che l'astronomia e la matematica fossero coltivate dalla classe sacerdotale. Giulio Cesare nel suo De Bello Gallico attribuisce ai druidi grande conoscenza del cielo, delle stelle e dei loro moti, e la capacità di descrivere ed interpretare i fenomeni naturali. Infatti, riguardo al periodo ventennale di addestramento dei futuri druidi scrive: "...Vengono trattate ed insegnate ai giovani molte questioni sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza del mondo e della Terra sulla natura..." (De Bello Gallico, VI, 14). La stessa cosa viene affermata da Pomponio Mela, da Plinio il Vecchio, da Pompeo Trogo, da Posidonio e da altri storici latini e greci.

E' emblematico il fatto che Giulio Cesare, la cui competenza nelle scienze astronomiche era per quel tempo notevole, incaricò Sosigene di preparare la riforma del calendario romano proprio ai tempi della guerra di Gallia, cioè dopo il contatto con i druidi celti. Il calendario usato correntemente dai Romani a quell'epoca era decisamente poco accurato, mal conciliava i moti del Sole e della Luna, era in errore sulla durata dell'anno e si trovava perennemente in ritardo sulle stagioni. Il calendario gallico invece aveva una struttura più complessa, ma la sua precisione era decisamente più elevata.

Esistono documenti, di origine greca, che attestano fitti scambi di idee ed esperienze tra i pitagorici della scuola siracusana e i druidi celti che venivano a contatto con loro nelle varie colonie greche fiorenti sulla costa meridionale della Francia. A titolo di esempio, analizzando i rapporti tra le dimensioni delle decorazioni presenti su taluni manufatti, ci si può facilmente accorgere che le terne pitagoriche erano conosciute. In più, si osserva che i motivi decorativi prediletti erano basati su fregi eseguiti con il sapiente uso del compasso ad apertura variabile con continuità. Questo permette di eseguire raccordi mediante segmenti di curve di ordine elevato il cui tracciamento richiede la conoscenza di qualche algoritmo, per lo meno di natura grafica, per ottenerli. Ovviamente la carenza di documenti scritti rendeva impossibile la verifica di ogni ipotesi, ma da quando, verso la fine del secolo scorso, vennero ritrovati i frammenti del Calendario di Coligny, risalente al secondo secolo dopo Cristo e, successivamente, quello di Village d'Heria, gli studiosi iniziarono a rendersi conto di quanto doveva essere sviluppata la scienza astronomica celtica.

Il Calendario di Coligny è un sofisticato calendario luni-solare basato su cicli di cinque anni di 12 mesi lunari più sessanta giorni da intercalare, secondo talune regole, in modo da accordare tra loro i moti apparenti del Sole e della Luna. Il ciclo di cinque anni faceva parte di un ciclo lungo trent'anni, detto Saeculum dagli storici latini.

Il reale meccanismo con cui tale calendario fu sviluppato e come venisse utilizzato è ancora in parte coperto da mistero, nonostante gli importanti lavori di A.M. Duval, G. Pinault a altri. Da studi attualmente in corso risulta che l'abilità necessaria allo sviluppo di un siffatto calendario doveva implicare obbligatoriamente una notevole conoscenza sia astronomica, relativa ai moti del Sole e della Luna, che matematica. Va comunque ricordato che la fusione delle popolazioni scitiche con quelle autoctone portò all'assorbimento da parte degli invasori della cultura preesistente la quale, tra l'altro, aveva prodotto i monumenti megalitici che abbondano in vari luoghi del nord Europa.

La conclusione che possiamo trarre è che l'osservazione del cielo e la speculazione relativa ai fenomeni celesti ricoprirono un ruolo fondamentale nella cultura celtica. La carenza di reperti scritti, salvo i due calendari citati, non ci permette di avere a disposizione registrazioni chiare e oggettive, ma sia le citazioni di autori latini e greci sia le evidenze indirette ci spingono ad affermare che l'astronomia fosse praticata ad alto livello dai druidi celti.

Tra i reperti che possono aiutarci a renderci conto di ciò esistono le monete, coniate in grande quantità e con grande frequenza dalle varie tribù galliche, su cui possono essere identificati simboli astronomici.

E' vero che anche i Greci e i Romani coniarono monete con raffigurazioni di oggetti astronomici, ma esse rappresentano solo casi limitati e poco numerosi, mentre il numero delle coniature di monete galliche con simbologia astronomica è inusualmente elevato. In questa sede saranno descritti solo alcuni esempi significativi, al di là della famosa moneta d'oro fatta coniare da Vercingetorige (vedi a lato) intorno al 52 a.C., sul cui rovescio è rappresentata la falce della Luna sopra l'immagine di un cavallo, animale frequentemente rappresentato sulle monete galliche.



La numismatica celtica è un campo in cui la datazione dei reperti è estremamente problematica. Contrariamente a quanto avviene nel caso delle monete romane, in cui sia le iscrizioni che le effigi rappresentate sono di grande utilità dal punto di vista cronologico, nel caso delle monete celtiche risulta difficile ottenere una datazione precisa di ciascun pezzo. Questa difficoltà è dovuta, oltre che alla mancanza di reperti scritti, anche al fatto che le monete stesse forniscono usualmente poche informazioni utili per risalire alla data di conio.

Per quanto ci è dato sapere, esistono solamente due importanti riferimenti storici su cui basarsi ai fini cronologici e cioè la sconfitta di Bituitus (121 a. C.) che pose termine all'egemonia degli Arverni sulle altre tribù galliche e la guerra di Gallia, condotta da Giulio Cesare, che culminò nella sconfitta della coalizione delle tribù celtiche ad Alesia e che segnò la fine dell'indipendenza delle popolazioni celtiche della Gallia. La prima data è ritenuta empiricamente come il limite temporale più remoto a cui far risalire la consuetudine di battere moneta, mentre nel caso della battaglia di Alesia i ritrovamenti archeologici sono numerosi ed estremamente interessanti.

Dal punto di vista delle rappresentazioni e delle iscrizioni sulle monete, predominano teste di re e magistrati sul dritto e cavalli e cavalieri sul verso, ma non mancano casi curiosi ed interessanti, soprattutto dal punto di vista astronomico.

Tra la grande quantità di pezzi rinvenuti negli scavi archeologici sono da ricordare le serie complete di monete armoricane, cioè coniate dalle popolazioni celtiche stanziate in Armorica, regione geograficamente corrispondente all'odierna Bretagna, nella Francia settentrionale. In particolare, risultano di estremo interesse le monete coniate dalla popolazione celtica dei Coriosoliti, raccolte e classificate da Colbert de Beaulieu che pubblicò il suo documentato lavoro nel 1937.

Le monete dei Coriosoliti sono generalmente suddivise in sei classi, in successione cronologica, sulla base degli elementi stilistici presenti. Se si prende in esame ad esempio l'insieme di sei pezzi, cronologicamente ordinati, si nota un fatto estremamente interessante. Sul dritto delle sei monete è incisa una testa umana variamente stilizzata; sul rovescio invece è raffigurato un cavallo con un cinghiale tra le zampe, ma nella seconda e nella terza il cinghiale lascia il posto alla raffigurazione di una cometa vista sopra l'orizzonte.

Il cinghiale è chiaramente un simbolo sacerdotale, druidico, mentre il cavallo è un attributo della classe aristocratica, quella dei cavalieri, da cui provenivano coloro che esercitavano il potere temporale. Originariamente l'immagine della cometa era stata erroneamente interpretata come la raffigurazione di una lira, strumento musicale molto usato dai bardi, cioè i cantori gallici; solo nel 1987 J. Muller propose la più corretta interpretazione astronomica. L'ordine cronologico delle monete è tale per cui evidentemente il conio avvenuto durante il periodo di visibilità della cometa riportò la sua rappresentazione, mentre quando la cometa non fu più visibile ritornò ad essere raffigurato il tradizionale simbolo del cinghiale.

A Gaspani

sabato 4 giugno 2011









Il "Mothman" l'Uomo Falena

Miti millenari o leggende antiche sembrano attingere forza dalle nostre paure ed assumere un vigore ed una potenza tali da trasformarle in eventi reali, privi di ogni connotazione fantastica. Tra i casi più estremi ed affascinanti che si possano ricordare negli ultimi decenni troviamo sicuramente quelli legati alla misteriosa creatura alata oramai conosciuta come Mothman, l’uomo falena.
Tutto iniziò il 12 novembre del 1966 nel West Virginia, il primo avvistamento risale al '66 anche se recenti indagini sembrerebbero far presumere che un "fenomeno uomo-falena" possa esistere da molto più tempo di quanto ritenuto. Gli eventi occorsi nel West Virginia non sono collocabili all’interno di quelle isterie di massa che magari furono tanto popolari nel medioevo, come anche non possiamo chiamare in causa abbagli di varia natura per gente che era abituata a vivere con la natura e a coltivarne i suoi frutti e ad allevare le sue creature. Ciò che accadde a Point Pleasant non fu neanche un unicum topologico e storico, molti altri avvistamenti si sarebbero susseguiti nel corso del tempo e quasi nessuno avrebbero trovato risposte certe come molti invece hanno fatto credere. Ciò che queste persone videro e sperimentarono trascese totalmente l’intelletto umano posizionandosi all’interno di quel nuovo campo della psicologia che viene oggi conosciuta come Psicologia dell’Insolito e degli Eventi Straordinari come anche all’interno di quella vasta casistica IR-IV su incontri tra individui ed esseri di possibile origine extraterrestre. Si perché il Mothman è ormai acclaratamente parte della letteratura ufologica mondiale. La sua presenza è stata in molte occasioni associata a quei velivoli che siamo stati abituati a chiamare UFO e la sua presenza ha sempre accompagnato flap localizzati di avvistamenti. Tali eventi sono a pieno titolo fatti straordinari rimasti a distanza di decenni senza nessuna spiegazione logica, e vorremmo aggiungere anche zoologica . Ritornando alla nostra indagine si rese ben evidente come la maggior parte degli avvistamenti della strana creatura fosse avvenuta nelle vicinanze del deposito di esplosivi abbandonato oggetto del secondo avvistamento del 15 novembre. Quale luogo migliore per nascondersi che una struttura della seconda guerra mondiale ormai disabitata? La presenza di una serie di gallerie ad alveare sotterranee, che dipartivano dal deposito e si districavano per diversi chilometri nella zona permetteva a questo strano essere di muoversi indisturbato senza la minima possibilità di essere visto. In aggiunta al deposito di esplosivi, reso invalicabile per motivi di sicurezza, si aggiungeva nella zona il McClintic Wildlife Station una grande riserva naturale demaniale inaccessibile per la sua fauna e flora protetta.

Nel lontano '66 il primo avvistamento lo fecero 5 uomini, che si trovavano all'interno di un cimitero (nel Clendenin, in Virginia), per scavare la fossa di un cittadino scomparso da poco, i 5 uomini alternavano il lavoro a momenti di relax, fino a quando videro volare sulla propria testa una strana figura che dopo venne descritto come: UOMO MARRONE CON LE ALI. Niente di simile era stato avvistato fino a quel momento, i lavoratori rimasero scioccati ma non furono gli unici ad assistere a questo strano fenomeno. Tre giorni dopo si verificò un nuovo caso di
avvistamento uomo falena, era il 15 novembre quando un coppia si trovava a percorrere una strada che portava al piccolo paesino di Point Pleasant, nel West Virginia. Improvvisamente avvistarono la strana creatura, quella notte altri individui sarebbero stati testimoni di altri agguati. Un gruppo composto da quattro persone era stato testimone di non meno di quattro avvistamenti dello strano uccello gigante. Nella stessa sera verso le 22.30 Newell Partridge, costruttore edile,mentre guardava la televisione, venne infastidito da una continua assenza di segnale accompagnata da un oscuramento totale con televisione accesa, l'uomo si avvicinò al televisore udendo uno strano suono che proveniva dall'esterno della sua abitazione, il cane di Partridge ululava costringendo l'uomo a munirsi di torcia e recarsi fuori casa. L'uomo puntò la torcia nel punto dove il cane ululava e vide lo strano soggetto. Nelle successive interviste Partridge esperto cacciatore raccontò che la sua non era allucinazione, ma ciò che vide esisteva realmente.

L'avvistamento più sensazionale, venne effettuato da due piloti di un aereo sopra l'aeroporto di Gallipolis Ohio, che avevano scambiato lo strano essere per un piccolo aereo, mentre si trovavano ad una velocità di 110 Km/h, l'essere in questione, sopportava quella velocità senza battere ali! Pochi uccelli sono in grado di andare a quella velocità e per giunta in volo orizzontale e non in picchiata. In più di qualche caso, l'essere si avvicinò tanto ai testimoni, da poterli sfiorare e attaccare. In linea di massima, si poté fare una descrizione dell'essere:
1)Altezza: alto da 1,30 a 2,0 M. 2) Larghezza: largo in alto, lievemente affusolato, più largo di un Uomo. 3) Rivestimento: i testimoni non sono riusciti a precisare se è vestito o ricoperto di pelle grigia sebbene alcuni testimoni, ebbero l'impressione che fosse bruno. 4) Testa: visto da dietro sembra non avere testa, pochi testimoni riferirono di aver visto una faccia. 5) Occhi: dotati di luminosità propria, rosso-vivi, del diametro approssimativo di 5-8 Cm distanti tra loro. Gli occhi si trovano vicino alle spalle. 6) Gambe: di tipo umano, l'essere cammina eretto come un uomo, e non curvo come un orso, muove le gambe come se trascinasse i piedi. 7) Braccia: i testimoni riferirono che l'essere non aveva braccia. 8) Ali: ripiegate contro il dorso quando non vengono usate; l'apertura d'ali, su questo tutti i testimoni sono d'accordo, è di circa 3 metri simili a quelle di un pipistrello, non battono in volo. 9) Suoni: suoni, squittii come un topo, un testimone disse che emetteva un suono simile "al cigolio della cinghia di una ventola". Due testimoni dichiararono di aver udito un ronzio metallico mentre l'essere li sorvolava. 10)Velocità: avrebbe retto l'andatura di automobili che andavano a 120-160 Km/h, senza battere ali.


Il disegno dell’essere qui riportato, è stato eseguito nel 1996 da un testimone proprio durante le numerose apparizioni del Chupacabras. Il testimone disse di aver osservato quest’essere (rivelatosi essere poi il “Mothman”) dalla finestra di casa sua mentre era intento a stare in posizione eretta fuori al giardino.


Casi accaduti: avvistamenti Uomo Falena nel "West Virginia"

Data Luogo Descrizione dell'evento
1 Settembre 1966 Scott Missouri Diversi adulti osservano un oggetto a forma d'uomo che manovra a bassa quota
1 Novembre 1966 Camp Conley Road Una Guardia Nazionale osserva una grande figura umana bruna posta su un ramo d'albero
12 Novembre 1966 Cimitero di Clendenin Cinque maschi adulti osservano un oggetto volante bruno a forma d'uomo
15 Novembre 1966 Area TNT vecchia centrale elettrica Point Pleasant Due coppie di Sposi avvistano un essere grigiastro dotato di 2 occhi rossi luminosi
16 Novembre 1966 Area TNT presso Igloo Tre adulti, osservano un essere grigio, alto e dotato di 2 occhi rossi luminosi
17 Novembre 1966 Statale 7 Cheschire Ohio Un ragazzo osserva un essere grigio di forma umana dotato di occhi rossi luminosi e con una apertura alare di 3 metri
18 Novembre 1966 Area TNT Due pompieri osservano un essere molto alto e gigantesco dotato di occhi rossi luminosi
20 Novembre 1966 Campbells Creek Sei adolescenti avvistano un essere grigio, alto dotato di occhi rossi luminosi
24 Novembre 1966 Point Pleasant Due adulti e due bambini, notano un essere gigantesco che vola dotato di occhi rossi luminosi
25 Novembre 1966 Autostrada nei pressi di AREA TNT un uomo in macchina incontra un essere alto, grigio con occhi rossi luminosi che l'insegue
26 Novembre 1966 Lowell Ohio Due adulti e due bambini osservano 4 uccelli giganteschi di colore bruno alti 1,5 metri con un'apertura alare di 3 metri
27 Novembre 1966 Statale Albans Una casalinga osserva un essere grigio con occhi rossi luminosi più alto di un uomo, fermo sul prato
27 Novembre 1966 Manson Una ragazza avvista un essere alto e grigio a forma d'uomo con 3 metri di apertura alare con occhi rossi luminosi. Insegue l'auto.
27 Novembre 1966 Statale Albans Due ragazze osservano alcuni esseri grigi alti 2,10 metri che le inseguono a piedi
4 Dicembre 1966 Aeroporto di Gallipolis Ohio Cinque piloti osservano un uccello gigantesco dal collo lungo per un primo tempo scambiato per un aereo che poi si avvicina a loro ad una velocità di 110 Km/h costante senza sbattere ali
6 Dicembre 1966 Maysville Kentucky Un postino osserva un essere gigantesco simile ad un uccello in volo
6 Dicembre 1966 Area TNT Due adulti osservano una figura grigia dagli occhi rossi e luminosi che li assale
7 Dicembre 1966 Statale 33 Ohio Quattro donne osservano un essere volante la cui forma ricorda un uomo, di colore bruno-argenteo e dagli occhi rossi luminosi
8 Dicembre 1966 Statale 35 Due donne osservano su di una collina una figura indistinta che ha occhi rossi luminosi
11 Dicembre 1966 Area TNT Un ragazzo e un uomo, osservano una figura dall'aspetto umano di colore grigio in volo a grande velocità
11 Dicembre 1966 Statale 35 Una donna osserva un enorme essere grigio con occhi rossi luminosi che sorvola la sua auto
11 Gennaio 1967 Point Pleasant Una casalinga osserva un essere alato delle dimensioni di un piccolo aereo che vola a bassa quota
12 Marzo 1967 Letert Falls Ohio Una donna osserva un grande essere volante dal pelo bianco dalla lunga apertura alare (3 metri) che passa davanti alla sua auto
19 Maggio 1967 Area TNT Una donna osserva un essere volante dagli occhi rossi luminosi che si avvicina ad un oggetto rosso librato in aria e scompare
2 Novembre 1967 Area TNT Una donna osserva una figura grigia gigantesca simile ad un uomo che sorvola un campo sfiorando il suolo
7 Novembre 1967 Chief Cornstalk Park Quattro uomini mentre erano a caccia, osservano una figura gigantesca con gli occhi rossi luminosi. Uno di loro dirà che non ebbe la forza di sparare all'essere perchè in preda al terrore

Che cosa si celò dietro le apparizioni del Mothman e gli strani fenomeni occorsi a Point Pleasant? Qualsiasi cosa si sia celato dietro la creatura che è stata chiamata Mothman di un fatto possiamo essere certi, non si trattò di una montatura e di una mistificazione. Ci sono stati troppi testimoni credibili per poter ritenere che sia stata perpetuata una mistificazione ai danni dei media e dei ricercatori perpetuata per un tempo così lungo da non essere logicamente credibile. Basti solo pensare agli oltre cinquecento cittadini testimoni di strane luci, a bassa quota, nei cieli sopra Point Pleasant. Per non parlare di quasi, e forse più, di 100 persone direttamente o indirettamente entrate in contatto con la strana creatura.

mercoledì 1 giugno 2011




– STORIA DI UN ERETICO NOVARESE: FRA DOLCINO

I terribili e cruenti fatti di sangue che videro protagonisti da una parte fra Dolcino con i suoi discepoli e dall'altra il vescovo Raniero di Vercelli fra il 1306 e il 1307, ebbero un importante preambolo rappresentato dalla predicazione di Gerardo Segarelli, il fondatore della setta dei nuovi apostoli.

Tutto ebbe inizio a Parma nel 1260:

« Durante il mio soggiorno nel convento dei frati Minori di Parma, quando già ero sacerdote e predicatore, si presentò un giovane del luogo, di famiglia di basso rango, illetterato e laico, idiota e stolto, di nome Gherardino Segalello e chiese di essere accolto nell'ordine. Costui, non essendo stato esaudito, se ne stava tutto il giorno, quando gli era possibile, nella chiesa dei frati a meditare ciò che poi, nella sua stupidità, mise in atto.
Tutt'intorno al lampadario della fraterna comunità del beato Francesco, c'erano dipinti gli apostoli con i sandali ai piedi ed i mantelli tirati indietro sulle spalle, secondo l'antico uso invalso tra i pittori e ancor oggi in voga. Se ne stava li in contemplazione quando finalmente decisosi, lasciatisi crescere barba e capelli, si rivestì dei sandali e della corda dell'ordine dei frati Minori; questo perché come ho già avuto occasione di dire, chiunque intenda costituire una nuova congregazione, inevitabilmente usurpa sempre qualcosa dell'ordine del beato Francesco.
Si fece anche un vestito di bigello e un mantello bianco di stamigna robusta, che portava avvolto intorno al collo, credendo in tal modo di vestire come gli apostoli.
Venduta una piccola casa e intascatone il ricavato si mise sopra la pietra da cui un tempo i podestà di Parma solevano arringare il popolo. Il sacchetto dei denari che possedeva non lo distribuì ai poveri né "si rese amabile alla comunità dei poveri" (Ecl 4, 7), ma chiamati a sé dei poco di buono che se ne stavano a giocare sulla piazza gettò loro il denaro dicendo: "Chi lo vuole lo prenda e se lo tenga". Subito quei ribaldi raccolsero le monete e se ne andarono a giocare ai dadi bestemmiando il Dio vivente, e Gerardo li sentiva.
Era quanto mai convinto di adempiere così al consiglio del Signore; "Se vuoi essere perfetto va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi." (Mt 19, 21) »

Così la "Cronaca" del francescano Salimbene de Adam (1221-1288) ci riferisce degli esordi della setta.

Il 1260 era l'anno che secondo Gioacchino da Fiore doveva segnare l'inizio dell'era dello Spirito Santo: siamo quindi in un periodo di attesa, di cambiamenti radicali e forse epocali. Nella sua ingenua semplicità, Segarelli ebbe il merito di saper sintetizzare le prerogative patarine alle attese gioachimite. Il risultato sarebbe stato inquietante, e non solo per il suo movimento. La risposta della Chiesa fu, ancora una volta, sanguinosa e lontanissima dal Vangelo.

Entrare nel movimento dei nuovi apostoli significava dover votare la propria vita alla povertà, significava dover "seguire nudi il Cristo nudo", eper questo era previsto un rito, la "svestizione": erano fatti togliere ai neofiti gli abiti, segno della morte dell'uomo "vecchio", quindi gli abiti erano restituiti a caso.

« Costoro, riunitisi da diverse parti vennero per vedere il loro fondatore e ne tessero tante e tali lodi che egli stesso ne rimase sbalordito. E altro non dicevano se non che, standosene tutt'intorno a lui, per ben cento volte gridavano: "Padre, padre, padre"; e dopo una breve interruzione riprendevano questo ritornello e cantavano: "Padre, padre, padre", ne più ne meno come fanno i bambini che, quando sono istruiti dai maestri di grammatica, ripetono a voce alta e ad intervalli ciò che loro è stato insegnato.
Egli li ricompensò per tanto onore facendoli spogliare tutti nudi, senza mutande o altro vestimento che coprisse loro almeno i genitali, e se ne stavano appoggiati tutti intorno al muro, ma in maniera disordinata, sconcia e tutt'altro che decorosa e pudica. Voleva infatti togliere loro ogni bene perché d'ora in poi seguissero nudi Cristo nudo. Su ordine del maestro, ciascuno, affardellati i propri vestiti, li pose in mezzo alla stanza. Poi chiamata dal maestro, mentre costoro se ne stavano in quella maniera impudica, fu fatta entrare "una donna, origine del peccato, arma del demonio, causa della cacciata dal paradiso, madre di delitto, corruzione dell'antica legge". A lei Ghirardino Segalello, che era il loro maestro, ordinò di ridistribuire gli abiti come se li desse a dei poveri privati di ogni loro bene. Costoro poi, una volta rivestitisi, gridarono: "Padre, padre, padre". Questo diede loro per ricompensa e ringraziamento: si comportò da folle e fece comportarsi da folli pure loro…Fatte queste cose, li mandò nel mondo a farsi vedere ed essi andarono, chi verso la curia romana, chi a San Giacomo (di Compostella), chi a San Michele Arcangelo (Monte Santangelo del Gargano), chi in terra d'oltremare. »

In un primo momento gli apostolici non furono rifiutati dalla gerarchia; anzi, il vescovo Obizzo di Sanvitale li aiutò economicamente. Nel 1215, però, il IV Concilio Lateranense sentenziò:

« Perché l'eccessiva varietà degli ordini religiosi non sia causa di grave confusione nella chiesa di Dio, proibiamo rigorosamente che in futuro si fondino nuovi ordini.
Chi quindi volesse abbracciare una forma religiosa di vita, scelga una di quelle già approvate. Ugualmente chi volesse fondare una nuova casa religiosa faccia sua la regola e le istituzioni degli ordini religiosi già approvati.
Proibiamo anche che uno sia monaco in diversi monasteri, e che un solo abate possa presiedere a più monasteri. »

Il problema non fu sanato, e il Secondo Concilio di Lione (7 maggio - 17 luglio 1274) ritornò con maggior decisione sulla questione.

« Un concilio generale con apposita proibizione ha cercato di evitare l'eccessiva diversità degli ordini religiosi, causa di confusione. Ma l'inopportuno desiderio dei richiedenti in seguito ha strappato, quasi, il loro moltiplicarsi e la sfacciata temerità di alcuni ha prodotto una moltitudine di nuovi ordini, specie mendicanti, ancor prima di aver ottenuto un'approvazione di principio. Rinnovando la costituzione, proibiamo assolutamente a chiunque di istituire un nuovo ordine o una nuova forma di vita religiosa, o di prendere l'abito in un nuovo ordine. Proibiamo per sempre tutte, assolutamente tutte, le forme di vita religiosa e gli ordini mendicanti sorti dopo quel concilio, che non abbiamo avuto la conferma della sede apostolica e sopprimiamo quelli che si fossero diffusi. »

Segarelli non ebbe scelta: o si piegava o si ribellava. Optò per la seconda ipotesi.

Poteva contare sull'innegabile successo della sua semplice predicazione. Occorreva convertirsi, fare penitenza (penitentiam agite, deformato in penitençagite, che divenne il vero slogan del movimento), predicare il tempo nuovo nelle piazze e nelle cattedrali, abbandonare le ricchezze per rivestirsi di povertà. Una dottrina patarina, potremmo dire. Che ci siano stati influssi gioachimiti, è dimostrato da un altro passo riportato sempre dal Salimbene nella sua Cronaca:

« In altra occasione, mentre me ne stavo a Ravenna, gli apostolici fecero predicare un fanciullo nella basilica Ursiana, che è la chiesa arcivescovile di Ravenna. E fu tale l'affannoso affrettarsi di uomini e donne, che si guardavano bene dall'attendersi l'un l'altro. A punto che una gran nobildonna di quella città, a nome Giulietta, moglie di ser Guido Riccio da Polenta, si lamentò con i frati che a malapena era riuscita a trovare una vicina che andasse con lei. La chiesa Ursiana era poi talmente piena quando vi giunse che non trovò posto se non fuori della porta. Eppure è grande, visto che consta di quattro navate oltre quella centrale.
Facevano dunque gli apostolici girare questo fanciullo per le città e lo facevano predicare nelle chiese E grande era l'afflusso di uomini e donne e l'ammirazione, perché al giorno d'oggi si amano le novità …Così commenta l'abate Gioacchino (da Fiore) il passo di Geremia l,7: "Non dire sono un giovincello, perché andrai a fare tutto quello per cui ti manderà e tutto quello che t'ordinerà, tu farai" "Penso che come un tempo Dio scelse gli antichi padri per rivelare i suoi misteri, poi scelse apostoli più giovani che chiamò addirittura amici, ora, in questa terza fase, sceglie dei fanciulli veri e propri, perché annuncino il vangelo del regno a coloro per i quali il vecchio modo di vivere ha perduto valore. »

Chi ci parla del nostro eretico, il Salimbene, è un francescano fazioso, lontano anni luce dalla splendida figura del suo maestro, e oltre tutto lui pure in odore d'eresia, per quei tempi, perché sostenitore velato (ma non troppo) di Gioacchino da Fiore. La sua unica preoccupazione fu che gli apostoli potessero diventare i veri propagatori del messaggio pauperistico che era proprio di Francesco, e che, dato il loro successo, potessero ottenere l'appoggio economico dei vescovi. Senza volerlo il Salimbene ci fornisce un penoso spaccato di quel particolare momento storico. A pochi decenni dalla morte del grande Santo di Assisi, c'era già nell'ordine chi anteponeva gli interessi economici a quelli spirituali, ma di questo abbiamo già parlato.

Gerardo Segarelli fu in ogni modo un uomo coerente: si fece addirittura circoncidere. Ebbe come amico un vescovo che cercò anche di salvarlo dalle mani dell'Inquisizione lombarda, ma non vi riuscì. Sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303), "colpevole in molte eresie ed enormi delitti", Gerardo fu arso vivo. Correva il mese di luglio del 1300. Esattamente un mese dopo, fra Dolcino da Novara scriveva la sua prima lettera, prendendo in pugno la situazione e ridando vita, fortuna e notorietà al movimento, anche se per poco.

Una testimonianza qualificata (anche se certamente di parte) che possiamo analizzare è nientemeno quella di Bernardo Gui, inquisitore ed autore di numerose opere, fra cui "De secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum", nella quale così riferisce sulla dottrina di Dolcino:

« Tolto di mezzo ed arso sul rogo l'eresiarca Gerardo Segarelli, gli succedette nel magistero dell'errore e della perversa dottrina Dolcino della diocesi di Novara, figlio naturale di un sacerdote, uno dei discepoli di Gerardo. Egli divenne il capo ed alfiere di tutta quella setta e congregazione non apostolica, come sostengono per ingannare, ma di fatto apostatica, ed aggiunse errori agli errori, come apparirà con maggiore evidenza più sotto, dove gli errori di costoro sono raccolti in una sorta di compendio, perché, una volta smascherati, i fedeli li possano evitare più facilmente.
Dolcino radunò nella sua setta ereticale molte migliaia di persone di entrambi i sessi, da ogni dove, soprattutto in Italia settentrionale e in Toscana e nelle altre regioni vicine, e a loro trasmise una dottrina pestifera e predisse molti avvenimenti futuri con spirito, non tanto profetico quanto fanatico ed insensato, affermando e fingendo di avere da Dio delle rivelazioni e uno spirito profetico. Ma in tutte queste cose fu trovato falso, ingannatore ed illuso, insieme con Margherita, sua malefica ed eretica compagna nei delitti e nell'errore, come le seguenti vicende mostreranno.
Dolcino scrisse tre lettere che indirizzò a tutti i cristiani in generale, e in particolare ai suoi seguaci, in esse farnetica abbondantemente circa passi della S. Scrittura e finge nell'esordio di seguire la vera fede della Chiesa romana, ma la stessa serie delle lettere mostra a ragione la sua perfidia. Dal testo di due, che ebbi fra le mani, sfrondando ho raccolto in compendio quanto segue, omettendo, per motivi di brevità, il resto che non mi sembrava pertinente.
La prima di queste fu datata o scritta nel mese di agosto del 1300. In apertura Dolcino afferma che la sua congregazione ha carattere spirituale ed incarna in senso proprio ed esclusivo il modo di vita apostolico, con vera povertà, senza il vincolo di un'obbedienza esteriore, ma solo interiore. Aggiunge che in questi ultimi tempi essa è stata scelta e mandata da Dio nell'intento speciale di salvare le anime; e che il capo, cioè egli stesso, che chiamano fra Dolcino, è stato eletto e mandato da Dio con rivelazioni a lui fatte sul presente e sull'imminente futuro riservato ai buoni e ai malvagi, per svelare le profezie e il significato delle S. Scritture nel tempo attuale. Indica nel clero secolare i suoi avversari e ministri del demonio, insieme con molti del popolo, dei potenti e dei sovrani, e tutti i religiosi specialmente i Domenicani e i Francescani, ma anche gli altri, che continuano a perseguitare lui e i suoi, perché aderiscono a detta setta, che egli definisce congregazione spirituale ed apostolica. Per questo motivo Dolcino dice di fuggire e di nascondersi dai suoi persecutori, come hanno fatto i suoi predecessori di questa congregazione, fino a un tempo prefissato, in cui, sterminati gli avversari, egli e i suoi appariranno in pubblico e predicheranno a tutti. Inoltre dice che tutti i suoi persecutori e i prelati della Chiesa verranno uccisi e annientati entro breve; i superstiti si convertiranno alla sua setta e si uniranno a lui; allora egli e i suoi avranno il sopravvento su tutti.
Distingue poi nella storia quattro stati di santità secondo il proprio modo di vita: nel primo vi furono i padri dell'Antico Testamento, ossia i patriarchi e i profeti, e gli altri uomini giusti fino all'avvento di Cristo. In questo stato approva che il matrimonio, come fatto buono, ci fosse per favorire la moltiplicazione del genere umano. Ma poiché verso la fine i discendenti si allontanarono dallo stato spirituale e buono dei progenitori, allora venne Cristo con i suoi apostoli, discepoli e i loro imitatori, a sanare la debolezza di quelli. E questo fu il secondo stato di santi, che ebbero un altro particolare modo di vivere e rappresentarono la medicina perfetta per la debolezza del popolo precedente. Essi mostrarono la vera fede con i miracoli, l'umiltà, la pazienza, la povertà, la castità ed altri buoni esempi di vita in contrasto con tutto ciò da cui si erano allontanati quelli del primo stato. In questo secondo stato la verginità e la castità furono considerate migliori del matrimonio, la povertà migliore della ricchezza, il vivere senza nulla possedere migliore dell'avere proprietà di beni terreni. Questo stato durò fino al tempo del beato Papa Silvestro e dell'imperatore Costantino; e a quel tempo i posteri si allontanarono dalla perfezione dei primi.
Il terzo stato iniziò da san Silvestro, al tempo dell'imperatore Costantino, quando i pagani presero a convertirsi in numero sempre maggiore alla fede di Cristo; e fintantoché si convertivano e non si raffreddavano nell'amore di Dio e del prossimo, fu cosa più opportuna per il santo Papa Silvestro e per i successori accettare e mantenere i possessi terreni e le ricchezze che vivere nella povertà apostolica, e meglio fu governare il popolo piuttosto che non reggerlo per poter in tal modo mantenerlo fedele.
Ma quando nelle popolazioni cominciò a diminuire la carità di Dio e del prossimo e ci si allontanò dal modo di vivere di san Silvestro, allora più di qualsiasi altro fu eccellente il modello di vita del beato Benedetto, per il fatto che fu più severo verso l'accumulo dei beni terreni e più distaccato dal dominio temporale. E tuttavia allora - come egli dice - la vita dei buoni chierici era santa quanto quella dei monaci, se non che i buoni chierici diminuivano e i monaci si moltiplicarono. E quando i chierici e i monaci si furono raffreddati totalmente nella carità verso Dio e verso il prossimo allontanandosi dal loro stato primitivo, allora il modello più consono di vita fu quello di san Francesco e di san Domenico, che furono più severi circa il possesso delle cose terrene e il dominio temporale di quanto non lo fossero san Benedetto e i monaci. E poiché ora è giunto il tempo in cui tutti, sia i prelati che i chierici e i religiosi si sono raffreddati nell'amore verso Dio e verso il prossimo e sono decaduti dallo stato di vita santa dei loro predecessori, fu ed è necessario ristabilire il modo di vita proprio degli apostoli più che tenerne un qualsiasi altro. E questo tipo di vita apostolico, egli afferma che è stato mandato da Dio in questi ultimi tempi, adottato ed intrapreso da Gerardo Segarelli di Parma, amatissimo da Dio, e che durerà costantemente fino alla fine del mondo e darà frutti fino al giorno del giudizio.
Questo è il quarto ed ultimo stato, basato sul comportamento di vita proprio degli apostoli, che differisce da quello di san Francesco e dì san Domenico, perché il loro progetto di vita fu di avere molte case in cui raccogliere ciò che mendicavano; "ma noi, dice Dolcino, non abbiamo case né dobbiamo portarvi le elemosine: per questo la nostra vita è superiore in perfezione ed è la suprema medicina per tutti".
(...) Passa poi a predire il futuro, affermando che, se non si avverano quelle cose che afferma e che sostiene essergli state rivelate da Dio, lui e i suoi siano reputati dei mentitori, e i suoi persecutori dei veritieri, e viceversa.
Poi, da circa metà delle sua lettera fino alla fine, prosegue a parlare degli avvenimenti futuri che avrebbero dovuto accadere nel triennio successivo, e cioè che tutti i prelati della Chiesa e gli altri chierici, dal più grande al più piccolo, e tutti monaci e le monache, i religiosi e le religiose, e tutti i frati e le suore degli ordini dei Domenicani, dei Francescani e degli Agostiniani, che, come egli sostiene, si sono da tempo allontanati dal modo di vivere dei predecessori, che rappresentano la terza fase della Chiesa e sui quali insinua molte malignità, compreso anche Papa Bonifacio VIII, allora a capo della Chiesa, di cui in modo simile espone in quella lettera molte maldicenze, adducendo ed interpretando, a conferma di quanto sopra, con la sua malvagia intelligenza molti passi tratti dalla Scrittura, dei Profeti, dei Vecchio e del Nuovo Testamento, tutti, dico, i soprannominati verranno sterminati, uccisi e distrutti su tutta la terra, dalla collera divina ad opera di un nuovo imperatore e dei nuovi re da lui creati.
Indica e sostiene, nel testo, che si tratta di Federico, allora re di Sicilia, figlio del defunto Pietro d'Aragona. Federico deve essere innalzato al trono imperiale ed eleggere nuovi re, e con le arti impadronirsi dì Papa Bonifacio per farlo uccidere con gli altri meritevoli di morte. E a conferma di questo cita molti passi dell'Antico e del Nuovo Testamento, interpretandoli e presentandoli con quel suo particolare e perverso spirito esegetico. E dice che allora tutti i cristiani vivranno in pace, e ci sarà un unico Papa santo, mandato ed eletto in modo straordinario da Dio e non dai cardinali, perché allora tutti i cardinali saranno già stati uccisi con gli altri. Saranno sottomessi a quel Papa coloro che ora vivono nello stato apostolico ed anche gli altri chierici e religiosi che si uniranno a loro, che per aiuto divino saranno risparmiati dalla spada imperiale. Essi riceveranno allora la grazia dello Spirito Santo, come la ricevettero gli apostoli nella Chiesa primitiva, e poi daranno frutti nei discendenti sino alla fine del mondo. Federico re di Sicilia, figlio di Pietro d'Aragona, nuovo imperatore, e quel Papa santo che seguirà Bonifacio ucciso dall'imperatore, e nuovi re creati dal nuovo imperatore, dureranno fino alla venuta dell'Anticristo, che comparirà e regnerà in quegli anni. »

Certamente il testo va purificato da tutti gli elementi faziosi che un personaggio come Bernardo Gui poté inserirvi, ma ciò non toglie che l'inquisitore abbia sintetizzato benissimo la predicazione di Dolcino, per quei tempi era veramente rivoluzionaria. In altro passo così parla:

"Questi che seguono sono gli errori di Gerardo Segarelli di Parma, eretico condannato e bruciato sul rogo e di Dolcino, della diocesi di Novara, suo successore, e dei loro seguaci (…)
1. Innanzitutto insegnarono, come principio indiscutibile (…) che tutta l'autorità conferita da Gesù Cristo Signore alla Chiesa di Roma si è dissipata totalmente e già da un pezzo è finita a causa della malvagità dei prelati, e che la Chiesa di Roma, che il Papa e i cardinali, i chierici e religiosi occupano e sostengono, non è la Chiesa di Dio, ma una Chiesa biasimata, senza frutto.
2. Che la Chiesa di Roma è quella meretrice che ha rinnegato la fede di Cristo, di cui scrive Giovanni nell'Apocalisse.
3. Che tutto il potere spirituale, che fin dall'inizio Cristo diede alla Chiesa, si è trasferito nella setta di coloro che si dicono Apostoli o dell'ordine degli Apostoli, setta che essi definiscono spirituale, mandata e prescelta da Dio in questi ultimi tempi; che essi soli, e nessun altro, possiedono il potere che ebbe l'apostolo san Pietro.
4. Che Gerardo Segarelli di Parma fu il fondatore di questa setta e - come dice e sostiene Dolcino - fu la nuova pianta di Dio, che produce germogli perché piantata sulle radici della fede (…)
5. Che soltanto essi, che si dicono Apostoli, appartenenti a detta setta o ordine, costituiscono la Chiesa di Dio e si trovano in quello stato di perfezione in cui vissero i primi apostoli di Cristo; e perciò non sono vincolati all'obbedienza verso alcun uomo, né al sommo pontefice né ad altri, poiché la loro regola, proveniente direttamente da Cristo, è libera e la loro vita è perfetta.
6. Che né il Papa, né alcun altro, può ordinare loro di lasciare quello stato così perfetto di vita, e neanche può scomunicarli.
7. Che ogni appartenente a qualsiasi stato ed ordine religioso può legittimamente passare al loro modo di vita, stato o ordine, sia egli religioso o laico; così che un marito senza il permesso della moglie e una moglie senza il consenso del marito, possono abbandonare lo stato di vita matrimoniale per entrare nel loro ordine. E che nessun prelato della Chiesa romana può sciogliere un matrimonio, mentre essi soltanto possono farlo.
8. Che a nessuno, appartenente alla loro vita o stato o ordine, è lecito entrare in altro ordine o sotto altra regola senza commettere peccato mortale, né sottomettersi all'obbedienza di qualsiasi uomo, perché ciò comporterebbe un decadimento da una vita più perfetta ad una meno perfetta.
9. Che nessuno si può salvare ed entrare nel regno dei cieli, se non appartiene al loro stato e ordine, poiché fuori dal loro stato o ordine, d'ora in poi, nessuno si salverà più.
10. Che tutti coloro che li perseguitano, peccano e si trovano in stato di dannazione e di perdizione.
11. Che nessun Papa della Chiesa di Roma può davvero assolvere qualcuno dai propri peccati, a meno che non sia tanto santo quanto fu l'apostolo san Pietro (...)
12. Che tutti i prelati della Chiesa di Roma, dai più alti ai meno importanti, dall'epoca di san Silvestro quando si allontanarono dal modo di vivere dei primi santi, sono prevaricatori e ingannatori, eccetto fra Pietro da Morrone che fu Papa col nome di Celestino.
13. Che tutti gli ordini dei religiosi, dei sacerdoti, dei diaconi, dei suddiaconi e dei prelati rappresentano un danno per la fede cattolica.
14. Che i laici non sono tenuti e non devono dare le decime ad alcun sacerdote o prelato della Chiesa di Roma, a meno che non sia tanto perfetto e povero quanto furono i primi apostoli; e perciò affermano che le decime non si devono versare se non a loro stessi, che si dicono Apostoli e sono i poveri di Cristo.
15. Che ogni uomo e ogni donna possono lecitamente, insieme e nudi, coricarsi nello stesso letto e lecitamente toccarsi l'un l'altra in ogni parte del corpo e scambiarsi baci senza commettere nessun peccato. E che non è peccato congiungersi sessualmente con una donna - se si è eccitati carnalmente - per far cessare la tentazione.
16. Che giacere con una donna e non accoppiarsi carnalmente con lei è un miracolo maggiore che far resuscitare un morto.
17. Che è vita più perfetta quella condotta senza voti che coi voti.
18. Che per pregare Dio una chiesa consacrata non è più idonea di una stalla per cavalli o di un porcile.
19. Che Cristo si può adorare cosi bene nei boschi come nelle chiese, o anche meglio.
20. Che per nessun motivo e in nessuna circostanza l'uomo deve prestare giuramento, a meno che non si tratti di articoli di fede o di precetti divini, e tutto il resto può tenerlo nascosto".

Nel tentativo di difendere ad oltranza questa loro fede, Dolcino e i suoi si asserragliarono il 10 marzo 1306 sul monte Rubello, in Valsesia, decisi a vendere cara la loro pelle. Dovettero ricorrere alle armi sia per difendere il loro credo, sia per rifornirsi di cibo, come ci racconta l'anonimo autore della "Storia di fra Dolcino eresiarca":

« Sopra Varallo spogliarono chiese, incendiarono diversi luoghi, tanto che in quel territorio per un raggio di circa dieci miglia pochi o nessuno osava abitarvi, la zona rimase deserta e la popolazione fu costretta ad emigrate in altri paesi vivendo di elemosine Se poi quei cani bastardi trovavano qualche cristiano, o lo uccidevano o ne chiedevano il riscatto. Procurarono danni alle persone e alle cose sia in diocesi di Vercelli sia in diocesi di Novara.
In seguito si trasferirono a Trivero, continuando le loro prave azioni. Alla fine si ridussero ad un tal stadio di inedia che mangiavano carne di topo, di cavallo, di cane e di altre bestie brute e fieno cotto col sego, anche in tempo di quaresima (…) Una volta giunti, discesero di prima mattina al paese e alla chiesa di Trivero, senza che gli abitanti se ne fossero affatto accorti e spogliarono la chiesa portando via calici, libri e altri beni e saccheggiarono diverse altre case, facendo anche prigionieri e portarono con sé sul monte Rubello, ora chiamato monte dei Gazzari o di fra Dolcino, tutto ciò che riuscirono ad arraffare (…)
Distrussero totalmente e bruciarono i paesi di Mosso, Trivero, Coggiola, Flecchia, numerosi borghi di Crevacuore e diverse case in Mortigliengo e Curino. Diedero fuoco alla chiesa di Trivero, imbrattarono affreschi e dipinti, divelsero le lastre di marmo dagli altari e amputarono un braccio ad una statua lignea della beata Maria Vergine; saccheggiarono libri, calici e arredi sacri; fecero crollare il campanile e spezzarono le campane; si impadronirono dei vasi sacri della comunità e dei beni del sacerdote. Tutte queste cose rapinate le portarono via e le ammassarono sul monte. »

Il vescovo Raniero di Vercelli organizzò un'imponente controffensiva per la primavera del 1307:

« Il successivo mese di marzo il Vescovo fece schierare contro i gazzari tutto il suo esercito, perché vedeva le sue terre quasi totalmente distrutte e gli uomini costretti a mendicare. Per questo, confidando nella clemenza divina e nell'aiuto di sant'Eusebio martire e di tutti i santi, volendo mettere alla prova la sorte, fece attaccare in forze i gazzari una e più volte durante la settimana santa. E il giovedì santo gli uomini che combattevano contro i gazzari presero il bastione che
Si trovava sul luogo chiamato Stavello e nella pianura di Stavello la battaglia durò per quasi tutto il giovedì santo e gran parte di quei dannati fu uccisa e anche molti cristiani furono feriti, tanto che molti infedeli furono gettati in un ruscello, ora chiamato Carnasco, e si dice che l'acqua del fiume fosse rossa come sangue per i morti che vi furono gettati.
Finalmente il giovedì santo del 1307, 13 marzo, dopo lungo combattere e strenui fatiche, l'eresiarca fra Dolcino fu preso vivo sui monti di Trivero insieme con Margherita di Trento sua compagna e Longino di Bergamo, della famiglia dei Cattanei da Fedo o da Sacco, che erano dopo Dolcino i personaggi di maggior spicco della setta; e il Vescovo desiderava quanto mai averli vivi per rendere loro la pariglia, visto i danni che avevano arrecati. Molti altri perfidi furono catturati e fatti prigionieri. I fortilizi furono dati alle fiamme, distrutti e dispersi lo stesso giorno. E sempre nello stesso giorno più di mille furono avvolti dalle fiamme o dal fiume, come si dice, o morti di spada o di morte quanto mai atroce. »

La sorte di Dolcino fu tremenda: la sua compagna Margherita di Trento arsa viva davanti ai suoi occhi.

"In seguito a disposizioni giudiziarie, fu crudelmente dilaniato con tenaglie roventi che gli strappavano le carni e gliele laceravano fino alle ossa, e fu condotto in tale stato per le contrade della città. (...) Lo si sarebbe potuto definire un martire, se fosse il supplizio a creare il martire e non l'intenzione volontaria di chi lo subisce.
Mentre poi veniva straziato fra i tormenti, di continuo esortava la sua Margherita ad essere costante, benché non fosse presente.
Costei, imbevuta dell'insegnamento di Dolcino, non venne mai meno alle sue esortazioni; anzi, si dimostrò più salda e costante di lui nell'errore, tenuto conto della naturale fragilità del sesso. Infatti, benché molti nobili la chiedessero in sposa, sia per la sua straordinaria bellezza, sia per le sue grandi ricchezze, non cedette in alcun modo. Per cui, sottoposta alla stessa pena del suo amatissimo Dolcino, straziata dal ferro e dal fuoco, coraggiosamente lo seguì all'inferno" (da Benvenuto da Imola, Commentum in Dantis Comoediam, in L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medi Aevi, I, Mediolani 1738 (rist. anast. Bologna 1965), coll. 1120-22)

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Dolcino e gli Apostolici
LA STORIA IN BREVE
Anno 1300: anno del Giubileo e del perdono universale. Perdono per tutti i malfattori, ma non per Gherardino Segalello, che viene posto al rogo a Parma. La sua colpa? Aver dato vita al movimento dei "Fratelli Apostolici". Nel 1260 circa, l'umile Gherardino aveva chiesto di essere ammesso nel convento dei frati minori (francescani) di Parma. Permesso rifiutato. Allora vende la sua piccola casa ed il suo piccolo orto, getta i soldi così ricavati ai poveri (proprio come aveva fatto San Francesco), ed inizia una vita nuova basata su pochi, essenziali concetti: l'imitazione di Cristo ("seguire nudi il Cristo nudo"), il rifiuto di ogni possesso e accumulazione (quindi la povertà assoluta) e dunque le elemosine in una esistenza itinerante, nella convinzione che solo una tale realtà esistenziale potesse interpretare nel giusto modo il messaggio del Vangelo. E' il rifiuto, messo in pratica, della via adottata dalla chiesa di Roma (possesso, ricchezza, potere).

Cominciano ad affluire seguaci di Gherardino (il quale tuttavia rifiuterà sempre di essere considerato "capo", in omaggio ad una concezione integralmente comunitaria ed antigerarchica), e via via il consenso popolare cresce, tanto che le file degli Apostolici si ingrossano e moltissimi, uomini e donne, aderiscono a questo movimento. Gherardino, nella sua semplicità, è un grande comunicatore: coloro che aderiscono al movimento vengono privati dei vestiti e indossano una tunica bianca (l'unica cosa che possiedono), rifiutano persino, dell'elemosina, il pane superfluo che non può essere consumato immediatamente, egli stesso si presenta sulla pubblica piazza attaccato al seno di una donna come fosse un neonato lattante (a simboleggiare la rinascita dello spirito cristiano in una nuova éra di purezza totale), fa predicare in chiesa persino i bambini. Insomma, il contenuto del messaggio degli Apostolici (che si chiamano anche "minimi" per segnare la differenza con i "minori"-francescani i quali si erano integrati, in fondo tradendo l'insegnamento del loro fondatore Francesco d'Assisi, nei meccanismi potere-ricchezza della chiesa di Roma), e le forme della predicazione ottengono via via un enorme successo e adesione popolare, al punto che la gente abbandona i riti cattolici per affluire in massa alle "prediche" degli Apostolici. Gherardino invia anche diversi Apostolici a portare il proprio messaggio in terre lontane.

Questo enorme successo (riconosciuto dalle più autorevoli fonti storiografiche cattoliche dell'epoca) non può più essere tollerato dalla chiesa romana: il mite Gherardino (pacifista integrale) viene imprigionato, alcuni apostolici vengono messi al rogo, e infine, nel 1300, Gherardino stesso viene arso vivo sulla pubblica piazza, nel nome del Signore.

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Ma il rogo di Gherardino Segalello, anzichè spegnere il movimento apostolico, per uno di quegli strani "scherzi" della storia, segna invece l'inizio di una vicenda del tutto originale, e di enorme portata, nel medioevo italiano. Tra i molti che erano venuti in Emilia anche da lontano per partecipare al movimento apostolico, vi è Dolcino, nativo di Prato Sesia (Novara). Dopo la morte del fondatore, Dolcino di fatto assume il ruolo di leader del movimento, il cui nucleo "dirigente", sotto la pressione dell'Inquisizione, si sposta nel 1300 dall'Emila al Trentino (vengono chiamati qui ed accolti da loro amici e compagni). La repressione tuttavia li segue anche lì, ove tre apostolici (due uomini e una donna) vengono posti al rogo. Nel 1303/1304 ecco allora Dolcino, con il gruppo degli Apostolici più fedeli (uomini, donne, vecchi e bambini), partire nel lungo viaggio che li porterà, attraverso le montagne lombarde (presso Chiavenna vi è tuttora un paese che si chiama Campodolcino) in Valsesia. La Valsesia è la terra d'origine di Dolcino, qui egli conta amici, ed è naturale che, per salvarsi, egli pensi a questa meta. Tra le donne che fanno parte di questo gruppo vi è la bellissima Margherita di Trento, di nobili origini, compagna di Dolcino.

La Valsesia era, però, da molto tempo in lotta aperta prima contro i grandi feudatari (conti di Biandrate), poi contro i comuni della pianura (Novara e Vercelli). Quando il gruppo degli Apostolici giunge a Gattinara e Serravalle, centri nella parte bassa della valle, e qui ricomincia la propria predicazione per una chiesa ed una società nuove, l'accoglienza popolare è entusiastica. I vescovi di Vercelli e Novara, in accordo con il papa, vedendo come l'avvento degli apostolici fa da catalizzatore per le istanze autonomiste delle popolazioni valsesiane, bandiscono allora una vera e propria crociata per debellare questi "figli del diavolo". Viene reclutato un vero e proprio esercito professionale (anche i balestrieri genovesi, abilissimi nel tiro) per farla finita una volta per tutte. Gli Apostolici, questa volta, uniti ai valsesiani ribelli, decidono di difendersi. Nel 1304 inizia dunque una vera e propria guerra di guerriglia tra un esercito cristiano e cristiani che credono in una chiesa diversa ed alternativa. Si susseguono scontri e battaglie, nelle quali Dolcino dà anche prova di notevole intelligenza militare. I ribelli si spingono in alto nella valle e, sul monte chiamato Parete Calva, che è ideale per la difesa, si installano con l'appoggio dei montanari fondando una vera e propria "comune" eretica, in attesa di quello sbocco finale che Dolcino, uomo colto, teologo e filosofo della storia, ritiene imminente. I crociati assediano la Parete Calva, ove sono asserragliati i ribelli (alcune fonti parlano di 4000 persone, altre di 1.400), e si susseguono scontri sanguinosi. L'inverno, per i rivoltosi, è terribile. Essi vivono in condizioni ormai disperate. Finchè, guidati da Margherita in un difficile passaggio tra metri di neve (ancora oggi quel luogo si chiama "Varco della Monaca"), riescono a devallare portandosi nel Biellese. Qui essi si fortificano sul Monte da allora chiamato Monte dei Ribelli, o Rubello.

Ma i crociati si riorganizzano e procedono ad un nuovo assedio. I ribelli sono allo stremo, e alla fine l'ultimo assalto provoca una carneficina: circa 800 ribelli sono trucidati sul posto, mentre Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo (luogotenente di Dolcino) sono catturati vivi. Margherita e Longino verranno posti al rogo in Biella. Margherita rifiuterà di abiurare, respingerà le proposte di matrimonio di alcuni nobili locali, che l'avrebbero salvata dal rogo, e sceglierà di restare fedele al suo ideale e al suo compagno fino in fondo. Dolcino prima dovrà assistere al supplizio della sua donna e poi, a Vercelli, verrà condotto al rogo si di un carro. Durante il tragitto viene torturato con tenaglie ardenti, ma tutti i commentatori sono concordi nell'attribuirgli un coraggio straordinario: non si lamenta mai, ma solo si stringe nelle spalle quando gli viene amputato il naso e trae un sospiro quando viene evirato. Infine, nel 1307, anche per lui la "giustizia" di Dio significa il rogo. Tre anni di resistenza armata nel nome di Cristo si concludono tra quelle fiamme, ma altri dolciniani un po' da ogni parte continueranno ad esistere: si hanno notizie fino al 1374. Di più, Dolcino, Margherita e gli Apostolici diverranno simboli di libertà ed emancipazione fino ai giorni nostri, e la memoria popolare non li dimenticherà. Addirittura nel 1907 (sesto centenario del martirio) vi saranno celebrazioni di enorme rilievo con l'edificazione di un obelisco alto 12 metri proprio sui luoghi della loro ultima resistenza.

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L'enorme, tragico fascino della vicenda non deve comunque porre in secondo piano i significati storico-teoretici di un movimento che, pur sconfitto, ha testimoniato la validità e la vitalità di una lettura "diversa" delle Sacre Scritture, indicando una via del tutto alternativa per la costruzione di una chiesa e di una società diverse. Per questo la bibliografia dolciniana è enorme, e Dolcino seppe suscitare l'ammirazione anche di Dante (Inferno, canto XXVIII).