domenica 14 febbraio 2010


MARGEY KEMPE

La mistica madre di quattordici figli.


 

La storia di Margey Kempe è legata con filo indissolubile da una parte alla sua indubbia intelligenza e capacità speculativa accompagnata da una sana propensione ai piaceri della carne,e ,dall'altra al tentativo costante del controllo del corpo e delle sue pulsioni.

Tutta la vita di questa donna è segnata dalla lotta feroce tra l'essere donna ,e donna nel medioevo,e l'essere insieme libera ed autodeterminata.

Per questo,per questo suo conflitto costante,fu una mistica.

E' attraverso il misticismo e lo spostamento delle pulsioni sull'astrazione speculativa che Margey riuscì ,almeno in parte,a ridefinire ,per sé ,un equilibrio.

Margey Brunham nacque in Inghilterra nel 1373 a King's Lyinn,nella contea di Norfolk.

Assunse il cognome di Kempe sposandosi a vent'anni con John Kempe.

Matrimonio senz'altro d'amore e ben riuscito,nonostante la vita a dir poco eccentrica che Margey condusse,tant'è che portò quel cognome fino alla morte e con quello firmò il suo libro ed voleva essere conosciuta.

E' da notare che ,per quanto riguarda l'istituzione matrimoniale ,esistevano profonde differenze tra il popolo, la classe media e la nobiltà.

Sia il popolo che la "middle class",a cui apparteneva Margey,solitamente facevano matrimoni d'amore ,con libero contratto civile e una sufficiente libertà di scelta anche da parte della donna.

Si nota dagli studi d'archivio che l'età degli sposi è quasi sempre superiore ai 18 anni e che essi sono coetanei e facenti parte lo stesso gruppo socile.

Ben altro si verificava nei matrimoni tra nobili o nell'alta aristocrazia dei regnanti ,dove spesso erano mandate in sposa bambine addirittura prepubere e sempre con motivazioni esclusivamente dinastiche.

Il matrimonio della classe media e delle classi inferiori somigliava molto come organizzazione di ruoli e come interazioni tra coniugi ai moderni matrimoni del secondo millennio.

Altra cosa era invece la sessualità e la fecondità della coppia.

In un epoca dove i contraccettivi erano di là da venire e le poche pratiche conosciute venivano ritenute facoltà solo delle prostitute ,una donna nel corso della sua vita fertile(dai 17 ai 40 anni circa)aveva solitamente dalle 10 alle 20 gravidanze.

Data l'altissima mortalità infantile numerose gravidanze garantivano comunque figli viventi ad una coppia;preoccupazione delle donne era infatti non come rimanere o non rimanere incinte,ma come garantire al neonato la sopravvivenza.

Ciò non significa che le numerose maternità non sfinissero le donne.

Margey ne fu un esempio concreto.

Rimase incinta del primo figlio subito dopo le nozze,il primo dei quattordici che ebbe da John.

La gravidanza e la successiva maternità trovarono Margey totalmente impreparata,sia dal punto di vista fisico ,che da quello psicologico.

Subito dopo il parto si ammalò e si temette per la sua stessa vita,malattia strana quella della giovane:nessun medicamento e nessun intruglio faceva effetto,ma non aveva né febbre né lamentava dolore,nessun segno fisico che guaritrici e dottori potessero affrontare.

Era una probabile e forte forma di depressione post partum,ma la sindrome non era certo nel novero dei disturbi dell'epoca.

Sembrò ad un certo punto ,letteralmente impazzire:passava ore intere a lancare accuse e violente invettive contro i famigliari e contro il marito ,uralava ininterrottamente ed alternava momenti di morbosità affettiva verso il bambino,a momenti nei quali non lo voleva nemmeno vedere.

La depressione post partum è oggi considerata un disturbo dell'affettività ,cioè una psicosi mono sintomatica,l'evoluzione è varia e spazia da una risoluzione totale della sintomatologia allo scivolamento nella condizione psicotica.

Non voglio dare giudizi di merito sull'evoluzione del disturbo di Margey,però la donna parve migliorare nettamente dopo che,come lei narrò,ebbe una visione.

Gesù Cristo le era apparso accanto al letto e le aveva chiesto:"Figlia parchè mi hai abbandonato ,quando io non l'ho mai fatto?"

L'interpretazione che Margey dette alle parole dell'apparizione rientrano nel quadro del suo disturbo:non doveva più avere rapporti sessuali(che le avrebbero evitato gravidanze)e doveva dedicarsi ad un lavoro.

Niente di spirituale ,però,in questo momento della sua vita:con la foga e la vivacità che la distinguevano,aprì ben due attività:una birreria ed un mulino per la macina del grano.

Occorre dire che il commercio ce lo aveva nel sangue:suo padre era un avviato commerciante ed era stato per ben cinque volte sindaco di King's Lynn,accumulando una buona fortuna economica.

Gli averi del buon uomo erano stati ,però,notevolmente compromessi dalla grande crisi economica del 1390,il crollo di Wall Street del medioevo inglese.

Le due attività andavano a gonfie vele,un po' meno bene andava la vita spirituale dell'imprenditrice:nonostante continuasse ad avere visioni che la incitavano sulla via della castità e della preghiera,Margey continuava ad avere frequentazioni costanti con il peccato della lussuria.

Costanti e proficui ,tant'è che con John misero in cantiere altri tredici marmocchi.

Ad ogni caduta della carne seguivano momenti di assoluto pentimento con visioni,voci,ritiri spirituali e mortificanti digiuni.

E' in questo periodo che la donna diventa probabilmente anoressica a compensare con il controllo sul cibo e sul peso del corpo ,la sua incapacità a controllare il sesso.

Tenta di coinvolgere tutta la famiglia nelle sue scelte alimentari

.E' particolarmente spaventata dal mangiare carne ,e nella lettera alla figlia scrive:"Poi,mia amata figlia,devi abbandonare ciò che più ti piace a questo mondo,cioè il mangiar carne.

Ed invece di quella carne(riferendosi alle parole di Gesù)tu mangerai la mia carne e berrai il mio sangue"..

Ma per lei è particolarmente difficile anche il controllo sul cibo,capisce che ,se vuole seguire le voci e le visioni,deve modificare radicalmente la propria vita .

Chiude le sue attività commerciali che ,nel suo pensiero,la inducono all'invidia e alla competizione,tormenta il marito fino a costringerlo ad un patto di assoluta castità:niente dovrà contaminare più la sua anima donata al Signore.

John,probabilmente sfinito da tante stranezze e anche ormai più vecchio,acconsente.

Poi parte,lascia la contea di Norfolk,lascia l'Inghilterra ed inizia un lungo pellegrinaggio attraverso l'Europa.

E' un viaggio iniziatico che la porta nei luoghi santi della cristianità:Roma,Gerusalemme,Santiago da Compostela.

Finalmente si sente libera dalla lotta con il corpo e il desiderio,osserva,analizza,pensa,prega;le sue visioni sono ora costanti compagne nel peregrinare.

Dal 1413 al 1420 Margey è nuovamente in Inghilterra dove stringe rapporti di amicizia intellettuale con il Vescovo di Lincon ,Philip Repyngdon e con l'Arcivescovo di Canterbury Chichele,le due massime autorità spirituali del regno.

Si reca in Norvegia a conoscere e ad assistere nella malattia un'altra grande mistica del tempo Jiulian di Norwich.

Tutte queste esperienze le raccoglie nella prima biografia al femminile della storia:"The book of Margey Kempe".

Un libro molto bello in cui si parla delle sue esperienze mistiche,ma anche dei suoi viaggi e delle riflessioni su i diversi tipi di società che aveva conosciuto.

Margey non scrisse probabilmente di sua mano il testo,

questo fu redatto, da forse due diversi scriptor, sotto la sua costante supervisione.

Margey muore dopo il 1438,la data esatta della sua morte non si conosce.

Cosa assolutamente straordinaria nella storia della letteratura,il suo libro "The book of Margey Kempe"è ancora edito normalmente da diverse case e viene venduto in buon numero di copie attraverso i consueti canali,compreso internet,come un best seller di recente pubblicazione.

S.F

sabato 13 febbraio 2010



 

Le profezie di Santa Ildegarda

 
 

 
 

"Uno dei musulmani rimasti si convertirà, diventerà prete, vescovo e poi cardinale, e quando verrà eletto il nuovo Papa questo cardinale ucciderà il Papa prima che sia incoronato, a causa della gelosia, perché lui stesso desidera essere Papa; allora quando gli altri cardinali eleggeranno il Papa successivo, questo cardinale si proclamerà anti-Papa e i due terzi dei cristiani lo seguiranno".

"...i cristiani tenteranno specialmente una resistenza armata [verso coloro che a quel tempo li perseguiteranno; N.d.R.], senza provare alcuna preoccupazione per la morte dei loro corpi.

Un vento potente si leverà nel nord per ordine divino portando una fitta nebbia e una polvere molto densa, infurierà contro di essi [i persecutori dei cristiani; N.d.R.] e gli riempirà le gole e gli occhi, così cesseranno la loro barbarie e saranno colti da grande stupore.

Allora fra il popolo cristiano il Buon Dio compirà segni e prodigi come li compì al tempo di Mosè, con la colonna di nube, e come Michele Arcangelo fece quando combatté i pagani in aiuto dei cristiani. Grazie all’aiuto di Michele, i fedeli figli di Dio marceranno sotto la sua protezione. Essi decimeranno i loro nemici e otterranno la vittoria attraverso la potenza di Dio... In conseguenza di ciò un gran numero di pagani si uniranno ai cristiani nella vera fede e diranno: «il Dio dei cristiani è il vero Dio perché opere davvero straordinarie sono state compiute fra i cristiani...»".

"… Prima che la cometa arrivi, molte nazioni, tranne quelle buone, saranno flagellate da povertà e carestia…la grande nazione nell’oceano che è abitata da popoli di tribù e origini diverse sarà devastata da terremoti, uragani e inondazioni. Sarà divisa e, in gran parte, sommersa…"

"...La pace ritornerà nel mondo quando il Fiore Bianco prenderà nuovamente possesso del trono di Francia. Durante questo periodo di pace, alla gente sarà vietato portare armi, e il ferro sarà usato solo per costruire utensili per l’agricoltura e attrezzi. Durante questo periodo, anche la terra sarà molto produttiva e molti ebrei, pagani ed eretici entreranno nella Chiesa".

"...gli ultimi tempi saranno più cattivi e corrotti agli occhi di Dio. I figli di Dio saranno perseguitati con mezzi estremamente odiosi agli occhi di Dio. Il Trono dell’ultimo Impero Cattolico Romano crollerà, e lo scettro cadrà dalla mano tremante di colui che siede sul trono [a quel tempo il Grande Monarca sarà probabilmente molto vecchio; N.d.R.]. Da quel momento cesserà ogni giustizia, o sarà calpestata".

"...Subito prima dell’Anticristo ci saranno fame e terremoti…"

"Nel periodo in cui l’Anticristo nascerà, ci saranno molte guerre e il giusto ordine sarà distrutto sulla terra. L’eresia dilagherà e gli eretici predicheranno i loro errori apertamente e senza ritegno. Persino fra i cristiani ci saranno dubbi e scetticismo a proposito delle credenze del cattolicesimo".

"Dopo la nascita dell’Anticristo gli eretici predicheranno le loro false dottrine indisturbati, col risultato che i cristiani avranno dubbi sulla loro santa Fede cattolica.

Verso la fine del mondo l’umanità sarà purificata per mezzo delle sofferenze. Ciò sarà vero soprattutto per il clero, che sarà derubato di tutte le sue proprietà".

"Enoc ed Elia saranno istruiti da Dio nella maniera più segreta in Paradiso. Dio rivela loro le azioni e la condizione degli uomini così che essi possano guardarli con occhi compassionevoli. Grazie a questa particolare preparazione, questi due santi uomini sono più saggi di tutti i saggi della terra messi assieme. Dio affiderà loro il compito di opporsi all’Anticristo e di andare in aiuto di coloro che sono stati sviati dal cammino della salvezza. Entrambi diranno alla gente: «Questo individuo maledetto è stato mandato dal diavolo per sviare gli uomini e indurli nell’errore; Dio ci ha tenuti in un luogo nascosto dove non abbiamo sperimentato le pene degli uomini, ma Dio ora ci ha mandati per combattere le eresie di questo figlio della perdizione».

Essi si recheranno in tutte le città e i villaggi dove in precedenza l’Anticristo aveva diffuso le sue eresie, e attraverso la potenza dello Spirito Santo faranno meravigliosi miracoli, tanto che tutte le nazioni ne rimarranno grandemente stupite. Come se fosse una festa di matrimonio, i cristiani andranno verso la morte per martirio che il figlio della perdizione avrà preparato per loro, in un numero tale che quegli assassini non saranno neanche in grado di contarne i cadaveri, allora il sangue di questi martiri riempirà i fiumi."

"Mio Figlio [qui parla Dio Padre] è venuto al mondo quando la giornata della durata dei tempi era nel momento che corrisponde all'intervallo fra l'ora nona e quella dei vespri [fra le tre e le sei del pomeriggio] [...]. In una parola, Mio Figlio è apparso nel mondo dopo le prime cinque epoche, quando il mondo era già quasi verso il suo declino.

Il figlio della perdizione [l'Anticristo], che regnerà per pochissimo tempo, verrà alla fine della giornata della durata del mondo, nel tempo corrispondente a quel momento in cui il sole è già scomparso dall'orizzonte, ovverosia verrà negli ultimi giorni.

Questa rivelazione, o miei fedeli servitori, merita la vostra attenzione. È vostro dovere cercare di comprenderla bene, affinché il grande seduttore non vi trascini nella perdizione, per così dire, senza che voi lo sappiate. Armatevi in anticipo e preparatevi al più temibile di tutti i combattimenti.

Dopo avere trascorso una giovinezza licenziosa in mezzo a uomini molto perversi e in un deserto dove ella sarà stata condotta da un demonio travestito da angelo di luce, la madre del figlio della perdizione lo concepirà e lo darà alla luce senza conoscerne il padre [...]

Il figlio della perdizione è questa bestia [così l'Anticristo viene rappresentato nell'Apocalisse] molto cattiva che farà morire quelli che si rifiuteranno di credere in lui; che si assocerà i re, i principi, i grandi e i ricchi; che disprezzerà l'umiltà ed avrà stima solo per l'orgoglio; che infine soggiogherà l'intero universo con mezzi diabolici.

Sembrerà che egli agiti l'aria, che faccia discendere il fuoco dal cielo, produrre dei lampi, il tuono e la grandine, rovesciare le montagne, seccare i fiumi, spogliare il verde degli alberi, delle foreste e renderglielo in seguito. Sembrerà pure che egli faccia ammalare gli uomini, che guarisca gli infermi, che cacci i demoni, e talvolta resusciti i morti, facendo in modo che un cadavere si muova come se fosse in vita. Tuttavia questa specie di risurrezione non durerà mai più di un'ora, perchè la gloria di Dio non ne soffra.

Conquisterà molte persone dicendo loro: «Voi potete fare tutto ciò che vi piace; rinunciate ai digiuni; è sufficiente che voi mi amiate, che sono il vostro Dio».

Mostrerà loro dei tesori e delle ricchezze e permetterà che essi si abbandonino ad ogni specie di festini, come essi li vorranno. Li obbligherà a praticare la circoncisione e parecchie osservanze giudaiche, dicendo loro: «Colui che crederà in me riceverà il perdono dei suoi peccati e vivrà con me eternamente».

Respingerà il battesimo ed il Vangelo e deriderà tutti i precetti che la Chiesa ha dato agli uomini per conto Mio.

Poi dirà ai suoi partigiani: «Colpitemi con un gladio, e mettete il mio corpo in un lenzuolo pulito fino al giorno della mia resurrezione».

Si crederà di avergli realmente procurato la morte e, da parte sua, egli farà finta di risuscitare, dopo di che [...] egli comanderà ai suoi servitori di adorarlo. Quelli che, per amore del Mio Nome, rifiuteranno di rendere questa adorazione sacrilega al figlio della perdizione, egli li farà morire in mezzo ai più grandi tormenti.

Ma Io invierò i Miei due testimoni, Enoch ed Elia, che ho riservato per quel tempo. La loro missione sarà di combattere quest'uomo del male, e di ricondurre nella via della verità quelli che egli avrà sedotto. Essi avranno la virtù di operare i miracoli più strepitosi in tutti i luoghi nei quali il figlio della perdizione avrà diffuso le sue cattive dottrine. Permetterò che questo malvagio li faccia morire, ma darò loro in Cielo la ricompensa per le loro opere.

Quando il figlio della perdizione avrà compiuto tutti questi progetti, egli radunerà i suoi credenti e dirà loro che egli vuole salire in cielo. Nel momento stesso di questa ascensione, un colpo di fulmine lo abbatterà e lo farà morire.

La montagna dove egli si sarà stabilito per operare la sua ascensione, sarà immediatamente coperta da una nube che diffonderà una corruzione insopportabile e veramente infernale; cosa che, alla vista del suo cadavere coperto di putredine, aprirà gli occhi ad un gran numero di persone facendogli riconoscere il loro miserabile errore.

Dopo la triste sconfitta del figlio della perdizione, la sposa di Mio Figlio, che è la Chiesa, brillerà di una gloria senza eguali e le vittime dell'errore si affretteranno a rientrare nell'ovile.

Quanto a sapere in quale giorno, dopo la caduta dell'Anticristo, il mondo dovrà finire, l'uomo non deve cercare di conoscerlo: non potrebbe riuscirci. Il Padre se n'è riservato il segreto.

O uomini, preparatevi al giudizio".

 
 

 
 

 
 

Fonti:

"Catholic Prophecy", Yves Dupont, Tan Books;
"The Prophets And Our Times", Padre Gerald Culleton, Tan Books;
"The Thunder Of Justice", Ted and Maureen Flynn, MaxKol Communications, Inc; sito Web MaxKol;
"Trial, Tribulation and Triumph", Desmond A. Birch, Queenship Publishing;
"The Christian Trumpet", Padre Pellegrino; Thos B. Noonan & Co., Boston USA 1873;
"Voix prophétiques", Abbé J. M. Curicque, Editions Palmé, 3ª edizione, 1872.

 
 

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Times Archive Blog: The real Lewis Carroll, by his "child friend" Birdie

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venerdì 12 febbraio 2010


Estratto dal libro "Il Picchio" style='font-size:20pt'>E infatti erano rimasti, anche dopo

.Lui era rimasto dopo il fatto,perché ormai ne era certa:l ombra era lui che non riusciva ad andare via.

Dove,poi?Forse non c era un posto oltre la casa dove andare.

L ombra ormai apparteneva al suo quotidiano.

Si aggirava per le stanze,sembrava seguirla:o era lei a seguire l ombra?

Si sedeva al tavolo della grande cucina,a volte si teneva la testa tra le mani.

Sembrava disperato in quei momenti;allora lei gli si metteva davanti e gli carezzava la testa.

."Mi vedi?sono io qui con te."

Ma lui non si muoveva.

Non alzava nemmeno la testa.

Solo il picchio sembrava vederla e in quei momenti cupi si

Metteva di buona lena a becchettare la persiana.

Anche lui sentiva il picchio distruttore e lo vedeva.

Al rumore del martellio sul legno alzava la testa e sorrideva.

Poi si rimetteva giù,come se non avesse nemmeno la forza o la volontà di scacciarlo

giovedì 11 febbraio 2010


Pietro Vigo


CAPITOLO III.

Le origini dei Santuario.


La manifestazione della Madonna - Quali testimonianze se ne abbiano - La tradizione e la critica - Antiche testimonianze - Documento del 1347 e sua grande importanza - Documenti del secolo XV - L'Immagine della Madonna di Montenero e la critica dell'arte - Insussistenza della comune tradizione artistica e di quanto è stato scritto sin qui sulla pittura e sul restauro dell'Effigie venerata - Che cosa debba credersi veramente a questo proposito.

Quello che ha dato importanza a Montenero e ne ha diffuso il nome presso le popolazioni cattoliche; che ha popolato di ville eleganti e comode quelle colline, che forse sarebbero rimaste boscose e quasi deserte come sono le pendici settentrionali ed orientali del Monte Livornese, è stata la devozione verso un'Immagine della Madonna che prodigiosamente manifestatasi, come raccontano, infiammò di fede e di speranza le vicine popolazioni letificando


…………………….......d'un vario
tesor di grazie la vallèa serena (1)


 

La pia tradizione riferisce, e il P. Niccola Magri e il P. Moraschi che furon tra i primi a scriver di Montenero dicono averne veduto in quell'Archivio una memoria manoscritta, che l'Immagine di Maria venerata a Montenero, "ritrovandosi prima in Negroponte in levante miracolosamente si partì e pervenne in cristianità in questi nostri lidi, e si posò qui vicino al rivo dello Ardenzo, nell'anno di nostro Signore 1345, ove poi con maestà grandissima si degnò aprirsí ad un pastore che pasceva le pecorelle, quale chiamandolo a sé si degnò comandargli prendesse l'Immagine suddetta e la portasse verso il monte, e poi la posasse ove gli facesse segno con rendersi grave e pesante. Il venturato pastore avendo udito il divino comandamento, niente dubitando della impotenza, essendo di già stroppiato, né per la gravezza del poderoso sasso dove la suddetta Immagine si posava, con pura e candida fede obbedì, e con grandissimo gaudio prese quello e lo condusse al Prescritto luogo, al quale pervenuto ove hora si honora, il suddetto pastore per divina volontà sentì il grandissimo peso, e qui posatolo rese le debite grazie alla Regina degli Angeli e con gran fausto andò a Livorno, pubblicando il gran miracolo a quella Comunità, e concorsero a verificarsi del fatto: dove giornalmente si vede far grazie e miracoli e così colle elemosine s'incominciò la presente fabbrica."
Ho voluto riportare testualmente la breve narrazione, quantunque in forma sgrammaticata ed inelegante, perché essa costituisce pur troppo, almeno sin qui, la più antica fonte della tradizione. La leggenda è poi narrata diffusamente da una storia popolare assai nota, e in succinto con veste nobilmente poetica così esposta dal Can. Prof. Dott. Francesco Polese nel Poemetto della Madonna
(2):

Oltre l'Ardenza un po' più su del ponte,
uno storpio pastor pascea l'armento:
signor del luogo ora allor forse il conte
di Bòlgheri sul mezzo del trecento.

Portami, buon pastor, portami al monte,
disse una voce in sovrumano accento
( lucea maggio su l'acque in ogni fonte
e stormia l'elce ov'or grana il frumento)

L'umil pastore al subito mistero
de la voce, Maria vede: e il piè movo
teco, rispose, a l'ospite dimora.

E parea sotto il peso un cavaliero
sacro, che canti in un trionfo novo
la maggiolata di nostra Signora.

Più toccava del monte e più le spalle
sentìa gravar quel vecchio pastor zoppo,
finchè, cresciuto il peso e al pié l'intoppo,
posò Maria su l'erta della valle.

Corser da le badie per le vassalle
pievi dispersi i pii romiti in groppo;
ed ei già storpio, via, quasi a galoppo,
scese la costa del ripido calle.

 
 

L'apparizione della Sacra Immagine presso il torrente Ardenza, nel luogo ove sorse poi l'oratorio chiamato della Madonnina
(3) tenuto adesso dalle Suore Calasanziane, sarebbe avvenuta secondo l'Oberhausen, che primo di tutti scrisse sulle fonti una diffusa storia della Madonna di Montenero, il 15 di maggio del 1345, solennità in quell'anno della Pentecoste; sotto il pontificato di Clemente VI in Avignone, ed essendo arcivescovo di Pisa Dino de' Signori di Radicofani. L'Oberhausen stesso, a confermar questa cronologia dell'apparizione cita l'antichissima consuetudine di festeggiare annualmente in Montenero con grandissima solennità il giorno di Pentecoste e i due successivi in memoria del miracoloso passaggio; nei quali giorni, dai vicini e lontani paesi di Toscana e fuori salivano l'erta del sacro monte migliaia e migliaia di persone d'ogni stato (4). Ma la festa della manifestazione dell'Immagine al pastore si celebrava nella prima domenica di settembre.
Senonché invano cercheremmo nell'Archivio di Montenero il documento che il Magri e il Moraschi ebber sottocchio. Esso, secondo l'Oberhausen (5) fu disperso con altri manoscritti quando avvenne la soppressione dei Gesuati, o Ingesuati, prima congregazione religiosa che abbia avuto in custodia il Santuario.Neppur di questa dispersione rimangono però documenti sicuri: tuttavia possiamo ragionevolmente argomentare che sia avvenuta, dal fatto che altre carte furono disperse quando i Teatini, secondi custodi della chiesa, furono mandati via. Il 23 Aprile del 1808 il delegato del Prefetto di Livorno, sequestrati gli oggetti e mobili ritrovati nell'Abbazia di Montenero chiese al P. Abate Don Averardo Bruni se esistessero archivi, strumenti, carte, manoscritti, ma ne ebbe in risposta che non vi se ne trovavano "il loro ordine costì essendo nascente e quanto poteva esservi a tal riguardo fu deportato nelle soppression dei teatini che prima vi abitavano (6)." Può credersi che insieme a queste carte andassero disperse e perdute alcune memorie del non breve periodo dei Gesuati, se pur non ebber la stessa sorte delle memorie teatine, quando nel 1669 la congregazione del B. Giovanni Colombini venne soppressa.
Disperso il manoscritto citato dal P. Moraschi, che del rimanente, per la lingua e per lo stile apparisce proprio fattura del Seicento, non abbiamo, almeno per le ricerche fatte sin qui, alcun documento scritto che possa far testimonianza della tradizione in modo da soddisfare interamente la critica. Il Can. Piombanti, (7) per comunicazione avuta dal Rev. Dott. Stefano Monini, Priore di S. Giuliano presso Pisa, pubblicava le seguenti parole di un manoscritto dei primi del secolo XVIII, esistente nell'Archivio dei Marchesi Malaspina di Pisa e intitolato "La Lunigiana descritta da Bonaventura De Rossi" Anno 1344 Giordano Colonna Romano, arcidiacono tullense, fu creato da Clemente VI vescovo di Luni il 26 Maggio di detto anno. Fu quest'uomo prelato pio e nell'anno seguente 1345 per stimolo di devozione si trasferì a Livorno a venerare l'immagine di nostra Signora di Montenero "giunta miracolosamente in quest'anno al Mar Maggiore presso Livorno". Il De Rossi ha meritato le lodi anche di Lodovico Antonio Muratori per la sua dottrina grandissima, onde fu chiamato il più erudito delle cose di Lunigiana; e per la sua Co11ectanea copiosissima di memorie e notizie storiche appartenenti a Luni ed il suo territorio dai tempi più antichi al 1710 (8), tenne conto di moltissime scritture e storie e documenti d'archivio (9). Vero è che egli difettava nella critica, ed anche nel caso nostro il lettore non si sente molto soddisfatto della testimonianza di lui, che senza altri documenti parla di cosa avvenuta più che tre secoli e mezzo prima. Ma per quanto quello che dice il Rossi si debba prendere, come suol dirsi, con benefizio d'inventario, pur non può credersi che un tale uomo, lodato per la sua diligenza dal Sommo degli Eruditi Italiani, e che, come mi scriveva il carissimo e dotto amico mio cav. Giovanni Sforza, consacrò tutta la sua vita a illustrare la storia della regione natìa, lesse di gran roba, compulsò tutti gli archivi, copiò, consultò vide una quantità strabocchevole di documenti, abbia potuto o voluto inventar questa cosa la quale forse ha riferito senza citare fonti, perché di interesse molto secondario per lui.
Ad ogni modo l'oscurità e la mancanza dei documenti coevi non dà diritto di metter fra le favole il racconto tradizionale; perché il silenzio degli archivi, il difetto delle fonti storiche sono argomenti il cui valore non può esser logicamente assoluto e definitivo né tolgono via la possibilità che o prima o dopo si scuopra qualche documento che ne faccia testimonianza. Quello poi che scrisse G. Cesare Carraresi (10), secondo il quale l'inganno e la mala fede della classe sacerdotale da una parte, e l'ignoranza, la superstizione del popolo dall'altra avrebbero dato origine al Santuario di Montenero non par degno neppur d'esser presa in considerazione, e ci fa meraviglia che un uomo di quell'erudizione e di quella serietà abbia voluto aggiungere a quel suo romanzo storico una pagina degna di qualche scrittorello di giornale anticlericale, e infarcita d'osservazioni contradette dalla storia, smentite dalla logica e dal buon senso (11).
L'Abate Giovanni Lami nelle Novelle Letterarie di Firenze scrisse che la tavola di Nostra Donna presentemente venerata in Montenero appartenne molto probabilmente a Guido Tarlati da Pietra Mala, vescovo e signore di Arezzo che passando a Montenero o nelle vicinanze l'anno 1327 andandosene per la Maremma, poté lasciar quivi questo quadro o mandarlo in ricompensa forse di qualche servigio ricevuto da quegli abitanti, essendo le pitture in quei tempi di stima infinita. Il Lami suppone ancora che il Tarlati potesse aver portato seco questa tavola a Pisa per regalarla all'imperatore Lodovico il Bavaro, a cui non la dette più altrimenti per i disgusti e le amarezze che l'imperatore gli cagionò e che lo indussero ad allontanarsi da Pisa, e incamminarsi per la Maremma. Colto da morte a Montenero di Livorno la tavola di nostra Donna sarebbe rimasta in quel villaggio.
Non lui diffonderò a dimostrare senza fondamento questa asserzione del tutto fantastica e che si appoggia sopra un fatto già mostrato insussistente (12), per non ripetere ciò che il Tausch scrisse con buoni argomenti nella sua storia apologetica della Madonna di Montenero, composta appunto col principale intento di confutare quelle asserzioni.
Da persone devote furono fatte ricerche per confermar la provenienza della Immagine di Montenero dall'isola di Negroponte. Il capitano Corpi, ufficiale nelle galere Toscane, scrive il Can. Piombanti (13) che ne ricava la notizia dall'Oberhausen (14), volle incaricarsi nel 1650 d'indagar le tradizioni conservate nell'isola di Negroponte relativamente alla Madonna di Montenero. E andato colà pei propri negozi dopo aver fatto le più accurate investigazioni, trovò presso la città di Saitone, venti miglia distante da Negroponte e dodici dalla marina, un'abbandonata chiesetta, nella quale esisteva sempre un vano, capace di contenere il quadro di detta immagine, avendone già presa esattamente la misura. Alcuni nativi del luogo tenevano accesa una lampada dinanzi a quel vano in onore della Madonna, dicendo di aver sempre udito raccontare, che essa vi era stata in venerazione prima che avvenissero i saccheggi e le devastazioni del paese.
L'anno 1845 Mons. Tausch, per mezzo del console generale austriaco, residente in Atene, indusse il greco archeologo avvocato Giovanni Papamanoli domiciliato a Calcide a voler fare le possibili indagini se quanto aveva riferito due secoli prima il capitano Corpi potevasi o no confermare. Il greco archeologo con relazione del 29 settembre dell'anno medesimo dava le seguenti notizie. La città di Saitone, al presente piccolo villaggio a mezzogiorno di Calcide, ha le distanze indicate dal capitan Corpi ed ora chiamasi Seta onde in antico Saita e Saitone. In quei contorni diligentemente visitati erano alcuni conventi e chiese più o meno rovinate. Fra queste fu notato in un bosco presso il monte Olimpo una chiesa già dedicata alla Madonna in luogo detto Aja, nelle cui pareti vedevansi ben dipinti ma in parte guasti i santi dottori della chiesa greca e nella quale si trovava un vuoto senza il quadro suo. Interrogati i vecchi del luogo rispondevano aver sempre sentito rammentare che in quella chiesa era stata in molta venerazione una immagine della Madonna, la quale ai tempi delle persecuzioni venne portata via da un monaco di cui non ebbesi più notizia. Un tal Demetrio Rubì disse ancora al Papamanoli che in ossequio alla tradizione dell'essere stata in quella chiesa una miracolosa immagine di Maria, il 15 d'agosto d'ogni anno faceva venire da Vathia, due ore distante, un sacerdote a dir la messa in detta chiesa, quantunque mezzo diroccata, ove altre persone convenivano ad ascoltarla. Tutto ciò induce a credere che questa fosse la chiesa visitata dal capitan Corpi sulla quale aveva trovato le medesime tradizioni. Quindi così terminava la sua relazione "scrittura di sorta non esiste; tutto sparì seppellito sotto le tenebre della barbarie che da secoli coperse l'Eubea più che tutta la Grecia. Dal clero non si rileva niente. Un vecchio religioso di 80 anni, stato 60 nel convento di S. Niccolò di Vathia, è quasi imbecillito; onde nulla, ha saputo dirmi, o forse, temendo ch'io fossi un emissario dei Turchi, ha voluto tacere quel poco che sapeva. Però dopo la visita da me fatta ciascuno, appena saputo di che si trattava, mostrò grande premura di farmi credere che quella sia la chiesa ricercata, ed io me ne convinsi. Confrontando queste due relazioni, si vede chiaramente, conclude il Tausch, come l'una sia in gran parte all'altra conforme; e lo stato presente dell'Eubea, dopo secoli di barbarie e di vandalismo cui è stata soggetta, particolarmente per la guerra sanguinosa dell'indipendenza greca, dimostra la verosimiglianza e la probabilità che il capitan Corpi rinvenisse la chiesa di Saita tuttora esistente, ed il vano dell'immagine di Nostra Donna di Montenero." (15)
Non possiamo negare per altro che quanto si dice sulla manifestazione della Madonna non dia campo ad alcune osservazioni che noi stessi crediamo giusto e conveniente ripetere qui, affinché la critica rigorosa o i malevoli non c'abbiano a rimproverar difetto di accuratezza e diligenza nello scriver questo lavoro. Nel documento citato come la fonte più antica che si conservi del racconto meraviglioso, mancano, come notava il Proposto Antonio Riccardi (16) certe cose che le avrebbero dato il suggello dell'autenticità; non vi si legge il nome del pastore avventurato; non vi si cita né un parroco, né un vescovo, né un testimonio di sorta; né si capisce bene perché, sono sempre osservazioni di quel sacerdote, il pastore sia stato obbligato a portare sul monte il poderoso sasso, anziché la sola immagine, che non è già dipinta sul sasso, ma sopra una tavola di noce, onde per ispiegar ciò si è detto più tardi che l'Immagine fosse incastrata nel sasso e poi tolta da quello per esporla alla pubblica venerazione. Considerate poi le miserabili condizioni del Castello di Livorno nel secolo XIV, potrebbe far maraviglia che il pastore, prima che ad ogni altra popolazione, abbia manifestato il prodigio agli abitanti di quel povero castello. Anche la cronologia del racconto non soddisfa interamente la critica. Dal 15 maggio, giorno della prodigiosa manifestazione, alla prima domenica di settembre del 1345 giorno della traslazione, la Santa Immagine sarebbe rimasta sulla spiaggia senza alcun culto, proprio quando il pastore col racconto del prodigio avrebbe richiamato ad essa l'attenzione e la venerazione di tutte le popolazioni del visto piviere del Porto Pisano. (17)
Senza dubbio, sarebbe stato desiderabile che per le origini del Santuario di Montenero i documenti parlassero con quella evidenza che non lascia luogo a dubbi di sorta, e che il racconto avesse quella sicurezza che ha la storia di moltissimi prodigi coi quali Dio ha voluto glorificare la Madre santissima del suo Unigenito, recar conforto perenne a tante anime buone e confonder gli eretici che chiamano insano o idolatra il bel culto a Maria ed alle sue immagini benedette. Ma le incertezze, le oscurità non mi pare che siano bastevoli a farci negare la fede al devoto racconto, perché alla sostanza vera di quello possono essersi aggiunti particolari o immaginati o supposti e neppur mi sembrano sufficienti a farci credere, come qualche critico un po' troppo rigoroso potrebbe pensare, che la leggenda sia nata nel secolo XVII, per dar sempre maggiore importanza al Santuario.
Il Sacerdote Riccardi (18) pensa che il quadro della Madonna passando nelle mani di qualche pio eremita di Montenero, a poco a poco sia salito in venerazione; e onorato prima in qualche piccolo oratorio, per grazie ottenute o, per avvenimenti a noi sconosciuti, "arrivasse in fine a cambiare la piccola cappella in un Santuario." Ma è questa un'opinione individuale cui non può esser dato maggior valore di quello che si dà ad una congettura contro la quale sta una tradizione non spiegata chiaramente, è vero, nei suoi particolari, ma non contradetta né smentita dai fatti.
E ci par veramente che i dubbi che il Sac. Riccardi o altri critici possono accampare riguardo alla Immagine della Madonna di Montenero, non debbano menomare la gloria di quel Santuario insigne e venerando per la sua antichità. Anche se il trasporto prodigioso da Negroponte o la manifestazione della Madonna al pastore fossero una leggenda creata dalla fantasia popolare o effetto della mal regolata pietà di qualche eremita o devota persona, è certo che la venerazione che sin dal secolo XIV ebbe la Madonna di Montenero, le grazie e fino i prodigi, di alcuni dei quali parla questo stesso libro, fanno fede non dubbia di speciali favori concessi da Dio per l'intercessione della Vergine invocata nel Colle Santo dinanzi a quell'immagine gloriosa; cui renderà sempre veneranda, a parer mio, anche il mistero del quale la Provvidenza ha voluto che fossero avvolte le origini sue.
Del rimanente, chi crede che nulla è impossibile a Dio, chi pensa alla miracolosa manifestazione di Maria alla pastorella di Lourdes, manifestazione verso la quale ogni persona sincera, di buona fede e avvezza a ragionare non accamperebbe il menomo dubbio; chi riflette ai continui prodigi che Dio opera per mezzo di Maria in quel luogo santo, divenuto sede del trionfo del soprannaturale nei tempi del positivismo e del naturalismo, consentirà pienamente con noi nell'affermare che la mancanza di documenti contemporanei, il difetto di testimonianze autorevoli che possano soddisfare le esigenze della critica non danno diritto a negar fede alla prodigiosa manifestazione di Maria SS. al pastore dell'Ardenza. E a chi, ispirato a quelle dottrine che hanno falsato la filosofia ed hanno fatto perdere al pensiero la buona strada, o pur dicendosi cristiano, ma propendendo ai sofismi degli eretici sorridesse di compassione dinanzi a questo devoto racconto, ci piace di riferire alcuni dei concetti esposti in un pregevolissimo lavoro scritto da un protestante e pubblicato a Londra nell'ultimo anno del secolo XIX (19).
Poiché il cristianesimo si attua e si esplica soltanto, come scrive il Mallock, nella Chiesa romana cattolica, così ripudiarne l'autorità e l'infallibilità del suo supremo magistero è vana illusione. La Chiesa cattolica romana, così scrive proprio quel protestante, è la sola fra le chiese cristiane che si offra a noi come un organismo perennemente vivo ed ordinato che riafferma ogni giorno le sue dottrine con voce indefettibile, in nome ed in virtù del lume soprannaturale e con significato sempre più profondo e più vasto. La Chiesa Romana, come maestra infallibile, (è sempre il Mallock quello che parla), può paragonarsi ad un marinaio che in un naufragio abbia ritenuto presso di sé solo fra tutti i suoi compagni, l'apparecchio di salvataggio del quale tutti erano provveduti; e in quella che tutti lo deridono perché solo si vanta di poter nuotare, egli risponde col mantenersi a galla, mentre tutti uno dopo l'altro vanno a fondo (20). Per ciò tutte le sue dottrine, anche quelle che si riferiscono ai prodigi che Dio opera per mezzo delle Immagini venerate, rispondono perfettamente all'indole della religione cristiana, presentata dalla sola Chiesa cattolica nel suo spirito, nella sua integrità e nella sua essenza. "Vero è, dice il Mallock, che fra i cattolici molto più che fra i protestanti la dottrina cristiana è accompagnata dalla leggenda cristiana, ma la maggior parte di queste leggende o tradizioni non fanno parte della fede propriamente detta, come i vangeli apocrifi non fanno parte del canone cattolico riguardo ai libri della Bibbia. E tali leggende, se possono far sorridere un protestante per alcune loro circostanze, non possono farlo sorridere in considerazione del loro carattere miracoloso e soprannaturale. Non è più arduo per esempio, son sempre parole del Mallock, (21) il credere che la Madonna sia apparsa ad un Santo di quello che sia il credere che un angelo sia apparso alla Vergine Maria per annunziarle di essere stata scelta da Dio per essere strumento e parte di un miracolo, a paragone del quale tutti gli altri miracoli si riducono a nulla. Protestanti e critici informati alla scuola del protestantesimo non riescono mai a comprendere il sistema dottrinale della Chiesa romana, perché il concetto che essi hanno della dottrina cristiana è sempre erroneo e non scientifico; anzi provano essi la massima difficoltà quando si tratta d'intendere che cosa sia una teorica veramente scientifica della dottrina cristiana (22)."
Con questa confessione importantissima noi abbiamo voluto provare con quanta leggerezza molti credenti si affermino contrari allo spirito cristiano e neghino a priori i prodigi che Dio ha operati per intercessione della Madonna. Noi perciò, che più volte riguardo all'origine del Santuario di Montenero ci siano mossi i dubbi suesposti, noi che affermiamo esser poco comprovata e oscura la tradizione, pur tuttavia pieni di reverenza e di affetto ci prostriamo dinanzi a quella devotissima Immagine della Madre di Dio, e riflettendo al titolo di Piena di grazie, o delle grazie, onde è stata singolarmente invocata sino dal secolo XIV, crediamo che non senza qualche singolar prodigio

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Disserrò Montenero il tutelare
Varco, e levò Maria nel Simulacro
Sul pian d'Ardenza e a specchio d'Antignano;
E vertice fra i due liti ed altare
Chiuse nell'orma d'un triangol sacro
L'isole, il porto, e tutto il mar toscano.

(23)

Certo è poi, e ciò potrebbe in qualche modo avvalorare le tradizioni, che fin dal secolo XIV e XV l'Immagine della Vergine di Montenero trovasi già veneratissima in Livorno, nel piviere del Porto Pisano e anche fuori; ed alla chiesa eretta in suo onore si trovano fatte donazioni sin da quei tempi.
Mons. Pirro Tausch (24) citò un documento importantissimo del 1347 del quale, esaminato da noi diligentemente, potremo fornire al lettore qualche notizia più esatta a comprovar l'antichità della chiesa della Madonna di Montenero (25).
Esso fa parte delle pergame nell'Archivio della Mensa Arcivescovile di Pisa (26) ed è un testamento per mezzo del quale Bonaccorso detto Coscio tabernaio del fu Puccio Villani di Villano di Livorno lascia dieci libbre di danari pisani all'opera della chiesa di S. Maria di Livorno; una libbra di denari pisani alla chiesa di S. Salvatore in Montenero; e soldi dieci della stessa moneta alla chiesa di S. Maria piena di grazia (27). Detto atto rogato da un Barone figlio del fu Marino notaro da Livorno è del 1 Giugno 1348 secondo lo stile pisano, e perciò del 1347 secondo quello comune.
Vero è che dopo la denominazione della chiesa non si trova l'indicazione di Montenero; ma il buon senso non permette di dubitare menomamente che il legato del pio tabernaio livornese così ben disposto verso i luoghi sacri, non si riferisca alla Chiesa della Madonna di Montenero, sia perché la menzione di questa chiesa segue subito a quella dell'altra di S. Salvatore di Montenero, come dicesi chiaramente; sia perché non può intendersi fatto il legato a verun altra chiesa di Livorno, non essendovene altre dedicate alla Madonna, da quella in fuori detta anche di S. Maria e Giulia alla cui Opera Bonaccorso fa una donazione ancor più importante. Non vi si trova tale menzione perché sarebbe stata inutile ed oziosa, dopo la menzione dell'altra chiesa sorta, molto tempo prima, fra i solitari recessi di quelle colline.
E quanto dico, può esser avvalorato altresì dalla denominazione di piena di grazia colla quale è stata sempre designata la veneratissima Immagine di Montenero; e, più che avvalorato, accertato da un confronto. In un documento membranaceo del 1444 (28) si fa parola del dono di un pezzo di terra fatto conventibus Sancte Marie della Sambucha et Sancte Marie plene gratie, e nessun dubiterebbe che non si trattasse qui della Chiesa della Madonna in Montenero sia perché nei registri dell'Archivio di Livorno fra i lasciti e le donazioni fatte alla chiesa di Montenero del pari che a quella della Sambuca è ricordata anche questa (29); sia perché con quella denominazione si è inteso sempre accennare all'Immagine venerata su quel monte. Per la stessa ragione nessuno potrebbe, mi pare, accampar dubbi ragionevoli che il legato del quale si fa menzione nella pergamena pisana del 1347 non si riferisca proprio alla Chiesa della Madonna di Montenero.
La pergamena dell'Archivio Arcivescovile pisano è adunque un documento della più grande importanza per la storia delle origini del Santuario Montenerese, perché si riferisce ad una ragguardevole antichità, e può dar credito alla tradizione la quale, com'è stato detto più volte, riporta la manifestazione della Madonna all'anno 1345. Il testamento di Bonaccorso dà poi luogo a domandarci: era dunque già costruito l'oratorio nel 1347, e così importante da meritare il nome di chiesa; o il testatore fece questo legato, come spesso avviene, all'oratorio stesso che doveva erigersi o che già stava sorgendo? Se non sarebbe possibile soddisfar con certezza a queste domande è tuttavia permesso di asserire che nel legato di Bonaccorso tabernaio, il quale non vuol dimenticata la piccola chiesa di S. Maria delle Grazie ricordata insieme a molte altre maggiori e più antiche e ad ospedali e luoghi pii, oltre a leggersi che già nel 1347 era incominciata fra i livornesi la devozione alla Madonna di Montenero, echeggia forse il ricordo del prodigio avvenuto negli ultimi anni della vita del testatore.
Antica menzione del Santuario e pur essa anteriore di parecchi anni al possesso che ne presero i Gesuati, è quella di una carta membranacea dell'Archivio arcivescovile pisano (30), ritrovata e citata dal Tausch (31), per la quale un tal Andrea Massei Livornese il 7 Decembre del 1415 lascia all'Eremo di S. Maria delle Grazie in Montenero un appezzamento di terreno posto nei confini della Comunità di Livorno in un luogo Chiamato al Valoneto. E di soli cinque anni è posteriore quel ricordo che abbiamo ritrovato in una pergamena del nostro Archivio storico cittadino; colla quale il 23 decembre del 1420 (stile pisano), Druda del fu Giovanni di Vanni di Livorno e moglie di Ambrogio di Capodistria lascia alla chiesa di S. Maria piena di grazie in Montenero la metà intera pro indiviso di un pezzo di terra boscata posta nei confini di Livorno nel luogo detto Montenero (32).
I documenti del nostro Archivio nei Registri dell'Amministrazione della Sambuca e Montenero contengono altre memorie di lasciti fatti alla chiesa di Montenero nel periodo che potremmo chiamare delle origini del Santuario. Notevolissima mi parve, come documento della devozione dei Castellani livornesi, la donazione che al Cenobio di Montenero, come a quello della Sambuca venne fatta nel 1447, d'un pezzo di terra posta nel Castello di Livorno nel luogo detto Leone; importante perché deliberata e ratificata nel pubblico e general Consiglio del Comune e Castello, radunato nella pieve di S. Maria e Giulia (33).
E nello stesso secolo XV le donazioni si trovano fatte anche da chi stava fuori del territorio di Livorno. Già detti in luce, e riporto di nuovo nell'appendice, perché di qualche importanza, un documento del 2 febbraio 1462 per il quale Jacopo del fu Antonio di Lapo da Pugnano donava alla chiesa di S. Maria di Montenero, per grazia ricevuta da lei quando Lonardo suo figliolo stette in prigione, un pezzo di terra posto nei confini di Pugnano con ogni ragione che si appartenesse a detta terra (34): documento che mostra in qual venerazione fosse la benedetta Immagine della Vergine nel secolo XV anche fuor del piviere di Porto Pisano e del Capitanato Vecchio di Livorno. Né è fuor di luogo ricordare un altro documento, pur esso custodito fra le carte dell'Archivio livornese: è un testamento pel quale donna Faroppa, vedova di Giuliano d'Antonio Cenni, lasciava nel 1480 alla chiesa di S. Maria delle Grazie in Montenero la metà della propria dote (35).
Tutti questi documenti, pochi residui rimasti dalla dispersione delle carte quando i Gesuati furono soppressi, sono testimonianze non dubbie della fama dell'importanza e della venerazione che l'Immagine di Montenero aveva acquistato nel secolo XV e possono perciò considerarsi come argomenti ad avvalorare la tradizione, almeno per quello che riguarda la cronologia, delle origini del Santuario.
Passeremo adesso a qualche cenno artistico intorno all'Immagine venerata sul Colle Sacro dei Livornesi.
Al qual proposito dirò non esser mancato chi ha creduto possibile sia stata dipinta dall'Evangelista san Luca, la qual cosa non merita neppure di essere confutata. (36) Molti l'hanno fatta di greco pennello fors'anche per dar ragione della sua miracolosa provenienza dall'isola di Eubea, non pensando che intorno all'aureola della Madonna sta scritto in caratteri gotici, disdegnati dall'arte greca: Ave Maria Mater Christi, postivi proprio da chi dipinse la tavola, non avendo alcun valore l'affermazione di qualche scrittore che quelle parole vi siano state aggiunte in un posteriore restauro. E ad ogni modo anche quando mancasse quella invocazione, nessuno, un po' esperto della maniera pittorica dei greci o de' loro imitatori, potrebbe far appartenere alla scuola bizantina l'Immagine della Madonna di Montenero.
Quanti hanno trattato un po' più diffusamente del nostro Santuario, sì antichi che moderni, propendono a creder la tavola di nostra Donna delle Grazie opera di Margheritone di Arezzo, pittore assai rinomato a' suoi tempi e che secondo il Cavalcaselle, storico critico della pittura italiana (37), nacque circa il 1236 e passò a miglior vita nel 1293. Ad avvalorare questa asserzione citano il fatto che sulla tavola ove fu dipinta la Madonna si scuoprì essere stata incollata una tela di mezzana grossezza sopra cui era stato dato il gesso a più mani e con differente altezza nelle diverse parti della tavola, il qual sistema, secondo Filippo Baldinucci, fu ritrovato e seguito da Margheritone d'Arezzo. (38)
Ma la storia dell'Arte ha anch'essa la sua critica e deve tenerne conto chi non voglia


a voce più che a ver drizzar li volti.

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L'usanza di preparar le tavole di legno mettendovi sopra una tela di panno lino appiccicata con forte colla fatta con ritagli di carta pecora e bollita al fuoco e poi sopra detta tavola mettendo il gesso, perché le tavole stessero ferme nelle commettiture e non mostrassero aprendosi, dopo dipinte, fessure e squarti, trovasi seguito da pittori e maestri anteriori a Margheritone, come ad esempio dall'ignoto pittore di quel paliotto importantissimo che risale all'anno 1215 e che si vede nella Galleria dell'Accademia di Belle Arti a Siena. Ad ogni modo, anche se la critica storica non avesse fatto manifesta la inesattezza del Baldinucci, e se Margheritone dì Arezzo fosse stato veramente l'inventore di quel metodo, sarebbe questo troppo debole argomento per provare che la Madonna di Montenero è stata dipinta da lui, perché quella maniera di preparare le tavole fu fedelmente imitata da pittori che vennero dopo.
Ma vi sono altri criteri, dirò così, intrinseci e forniti dalla storia della pittura, che provano del tutto insussistente quella asserzione.
Margheritone d'Arezzo, scrisse Gaetano Milanesi (39) fu uomo che par si studiasse di tenere in vita la più rozza maniera bizantina, tanto è vero che, come scrive il Vasari, egli fu tra gli altri vecchi pittori nei quali misero spavento le lodi che dagli uomini meritamente si davano a Cimabue ed a Giotto suo discepolo. Egli fu erede di un'arte assai povera e degenere della quale prolungò soltanto l'agonia (40). Grosse e pesanti, di brutta forma e mani e piedi, brutte e viziate le pieghe delle vesti, difettoso il colorito, rigide le figure.
Or chi guardi la Immagine di Montenero, ed abbia anche diligentemente esaminate le tavole del periodo bizantineggiante, vedrà che l'impronta e le qualità delle pitture di Margheritone vi mancano del tutto. A me è sempre parsa detta Immagine, sebbene cara e veneranda, un mediocre lavoro della scuola fiorentina dei tempi giotteschi, essendomi parso altresì ripugnare alle più elementari nozioni di storia dell'arte il crederla di pennello greco o di Margheritone d'Arezzo. Manifestai questi miei dubbi al Cav. E. Ridolfi direttore delle RR. Gallerie fiorentine, ed egli avvalorò colla sua competenza ed autorità ciò che io aveva da lungo tempo pensato e manifestato anche ad altri, con la lettera che qui riporto fedelmente.
"Ho riveduto nella fotografia inviatomi la tavola di Montenero, di cui nella mia giovinezza ebbi a fare sul posto una piccola copia per un signore francese, ed allora come ora, mi sembrò una delle tante immagini della scuola giottesca, delle quali difficilmente può indicarsi l'autore, essendo tanti gli artefici di quel tempo di cui il nome non ci è pervenuto e che non hanno caratteri singolari. Ed in queste gallerie di Firenze esistono pure moltissime tavole di quel tempo i cui autori ci sono ignoti e che bisogna limitarsi ad indicare con questo titolo di scuola giottesca o con quello di scuola fiorentina del secolo XIV. È una pittura tradizionale più o meno fina od accurata, ma avente gl'istessi tipi, lo stesso sistema di comporre, di atteggiare le figure, di piegare i panni.
Né in questo dipinto di Montenero, che oltre lo stile della pittura anche le lettere dell'aureola della Vergine attestano con la loro forma, essere opera del 1300, saprei vedere caratteri così particolari da assomigliarla ad alcuna delle opere di indole speciale e di artefici conosciuti, come per esempio i Gaddi, Taddeo ed Angelo. Dubito anzi che nei volti della Vergine e del Bambino debbano essere dei restauri che li hanno resi così tondi e così lisci, alterando anche un poco il carattere primitivo; e infatti si mostrano quelle parti conservatissime, insieme colla mano della Madonna e d'altro colore che non sono le mani del Bambino, forse più intatte. E quella troppa conservazione, quella finitezza che ha reso i volti cotonacei, a giudicarne dalla fotografia, darebbe indizio di restauro."
E di un restauro dell'antica Immagine si è in fatto parlato da molti, e la prima notizia ne fu data dal Teatino D. Giorgio Oberhausen che faceva parte della famiglia monastica di Montenero nella prima metà del secolo XVIII. Quel diligente raccoglitore di memorie cui attinsero, anche a proposito della tradizione artistica quanti scrissero poi del Santuario di Montenero, riferì l'opinione di Salvatore Ettore Romano, artista dei suoi tempi, che affermò l'Immagine della Madonna di Montenero essere stata in molte parti corretta ed emendata dal celebre pittore Luca Signorelli da Cortona (41). Ciò fu ripetuto ancora dal Tausch e dal Piombanti.
Ma ad asserir si fa presto; e perché i restauri pare che abbiano piuttosto guastata che accomodata l'immagine, come potremmo crederli di Luca Signorelli il quale fu pittore eccellente e, secondo quello che scrive il Vasari, "nei suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e le opere sue in tanto pregio quanto nessun altro in qual si voglia tempo sia stato giammai ? (42)" Ci sia lecito perciò di dubitare dell'asserzione di Salvatore Romano, non appoggiata ad alcuna autorevole e sicura testimonianza, né convalidata da alcun documento.
Il Cav. Gerolamo Mancini, dottissimo investigatore di memorie cortonesi ed autore della pregevole opera Cortona nel Medio Evo
(43), consultato da me nei miei dubbi ragionevoli, e richiesto se potesse trovarsi qualche documento che avvalorasse quanto si diceva in proposito, mi rispondeva cortesemente che a lui, il quale si occupava di raccoglier notizie per uno studio su Luca Signorelli, era cagione di pena la scarsità dei documenti relativi al grande maestro; del quale restano le pitture e parecchie guastate dai restauri; e se fanno difetto le notizie sopra i quadri originali di lui immaginarsi se possano trovarsene pei restauri di tante altre. Luca Signorelli fu a Volterra e vi dipinse egregie tavole fra il 1490 e il 1491; dopo e' non fu più per queste parti; ignorar davvero se da Volterra si sia recato a Livorno e a Montenero.
Salvatore Ettore Romano disegnò le tavole dell'opera intitolata "Antichità Siciliane" di Giuseppe Pancrazi, teatino (44). Presso questo religioso il Romano visse lungo tempo, e l'Oberhausen che apparteneva alla medesima congregazione del Pancrazi potrebbe aver avuto da questo, come ragionevolmente suppone il Mancini, la notizia del restauro attribuito al pittore cortonese. Ma ad ogni modo l'affermazione di Salvatore Ettore Romano, conchiude il Mancini stesso, mi sembra priva di fondamento ed io la riterrei una congettura.

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NOTE:

(1) Marradi, Nuovi Canti (1895-1890) Milano, Treves 1891, p. 165-174.
(2) Pubblicato nel Montenero, Numero unico dato alla luce in occasione delle solenni feste pel secondo centenario dell'Incoronazione della Madonna. - In Livorno, dalla Tipografia Francesco Vigo - MDCCCXC.
(3) Il piccolo oratorio costruito nel 1603 e ridotto allo stato in cui ora si vede nel 1723, porta due iscrizioni. Una a tergo, posta in un marmo fa ricordo della primitiva costruzione - che si crede, ma non so con quanto fondamento, non sia la più antica - e dice così: D. O. M. Questa cappella ha fatto fare fra Bonifacio Ferrucci da Signa priore di Montenero, ai preghi e devozione di Niccolò Prunai macellaro, quale diede per limosina scudi 14. Pregate Dio per noi, l'anno 1603. L'altra sulla porta accenna e riepiloga la tradizione con queste parole: D. 0. M. Joseph Gerbaut aedem hanc extrui curavit Dei Matri cuius Imago ab Eubaea - mirabiliter huc delata - Anno salutis 1345 - hic pastori apparuit et in Montem Nigrum ab eodem - asportata liburnensem tuetur civitatem. - Die 8 Septembris 1823. Della chiesetta appartiene il diritto al P. Abate di Montenero.
(4) Storia della prodigiosa Immagine della Madonna di Montenero ecc. Lucca, 1745, parte I, §. V.
(5) Op. cit. loc. cit.
(6) Arch. dell'Abbazia di Montenero, D. 4. 9.
(7) Storia della Miracolosa Immagine di Maria SS. di Montenero. Terza edizione - Livorno, Fabbreschi, 1897, pag. 24 nota 2.
(8) Ne esistono manoscritti nella biblioteche di Sarzana, di Lucca, di Genova ed altrove.
(9) Vedi per ampie notizie di lui il libretto del cav. GIOVANNI SFORZA, gli Studi Archeologici sulla Lunigiana ed i suoi scavi, dal 1442 al 1500. Modena, Vincenzi 1895.
(10) Assedio di Livorno, Firenze, Tip. della Gazzetta d'Italia 1869 pag. 91 e segg.
(11) Cfr. PIOMBANTI, Op. cit. pag. 31 e seg.
(12) Vedi a pag. 59 e segg.
(13) Op. cit. pag. 25-27.
(14) Op. cit., ediz. lucchese del 1745, pag. 13 e seg. Il primo a dar notizia di ciò fu il P. Moraschi.
(15) La relazione del Papamanoli che il Piombanti cita (pag. 27 nota 1) come conservata nell'Archivio di Montenero e che il console generale d'Austria in Atene mandò a mons. Tausch, è stata da noi pubblicata fra i documenti dell'appendice. È deplorevole però che il pessimo italiano nel quale è scritta ne renda ingrata la lettura.
(16) Storia dei Santuari piú celebri di Maria SS. sparsi nel mondo cristiano, Milano, presso Francesco Agnelli, in 5 volumi, vol. II, p. 222 e segg.
(17) Cfr. Riccardi, op. cit., loc. cit.
(18) Op. cit. p. 246.
(19) W. H. Mallock, Doctrine and doctrinal dísruption, etc. London 1900.
(20) Vedi la recensione che di questo libro importante fece il professor Enrico Costanzi in Rivista Internazionale di Scienze sociali e Discipline Ausiliarie, Roma - Novembre 1900 - Vol. XXIV, fasc. XIV, p. 471 e segg.
(21) Riportato dal Costanzi - Ibid.
(22) Parole del Mallock tradotte dal Prof. Costanzi, loc. cit. p. 473. Cfr. anche Northcothe, Celebrated Sanctuaries of Madonna, London, Longmans, Green and Co. 1868. Capitolo What is a Sanctuary.
(23) Can. Dott. Franc. Polese, Il Poemetto della Madonna nel Montenero. Numero unico pubblicato in occasione del II centenario dell'Incoronazione della Madonna - Livorno, Francesco Vigo, 1890.
(24) Op. cit. pag. 51 (ediz. del 1845).
(25) Il documento, di grandissima importanza per gli studiosi delle antiche memorie livornesi, potrà il lettore vederlo nell'Appendice.
(26) È segnato col numero 1815; è ben conservato, e di buona scrittura.
(27) Vedasi il documento nell'Appendice.
(28) Arch. Storico Cittadino di Livorno - Diplomatico - 28 Aprile 1444. Vedi il documento nell'Appendice.
(29) Registro dell'Economia della Sambuca e Montenero - F. c. 56 t.
(30) La pergamena 2516. Noi l'abbiamo pubblicata interamente nell'appendice.
(31) Op. cit. pag. 54.
(32) Arch. Storico citt. di Livorno, Diplomatico, R. Subecon. dei Benefizi Vacanti, 23 Dec. 1420 stile pis. - Vedi Appendice.
(33) Arch. Storico citt. di Livorno, Diplomatico, RR. Ospedali Riuniti, 28 Aprile 1447 - V. il Documento in Appendice.
(34) Arch. Storico Cittadino di Livorno, testamenti e donazioni alla Sambuca e Montenero, Registro Q, c. l.
(35) Ibid., Registro F., c. 3 r. e segg.
(36) Così, fra gli altri, il Can. Dott. Felice Astolfi nell'Historia Universale delle Imagini miracolose della Gran Madre di Dio venerata in tutte le parti del mondo, in Venetia, appresso li Sessa, MDCXXXIII, opera senza alcuna critica. Né mancarono le persone di cosi ingenua pietà da creder il volto della Madonna di Montenero dipinto per mano degli Angeli.
(37) Storia della Pittura in Italia dal Secolo IX al XVI per G. B. Cavalcaselle e I. A. Crowe - Vol. I, pag. 236 e segg.
(38) Notizie di professori di Disegno da Cimabue in qua ecc. distinta in secoli e decennali con nuove annotazioni e supplementi per cura di Fed. Ranalli, Firenze, per V. Batelli e compagni, 1845, Vol. I. p. 30.
(39) Nelle note alla Vita di lui scritta da Giorgio Vasari, vol. I dell'edizione Sansoni di Firenze, p. 362.
(40) Milanesi, op. cit. loc. Cit.
(41) Oberhausen, Storia della Madonna di Montenero - ecc., p. 33.
(42) Vasari. Opere, Ediz. Sansoni, Vol. III, p. 683.
(43) Firenze, Carnesecchi, 1897.
(44) Fu stampata a Napoli, dalla tipografia Pellecchia in due volumi, ma è opera rimasta incompiuta.

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mercoledì 10 febbraio 2010



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: LA DISCUSSA BORLEY RECTORY

A Borley, villaggio della contea dell'Essex, 60 miglia a nord-est di Londra, esisteva un tempo quella che era definita la casa più infestata della Gran Bretagna, Borley Rectory, un edificio di trentacinque stanze costruito nel 1863 dal reverendo Henry Dawson Ellis Bull.
Il reverendo Henry Dawson Ellis Bull e i suoi discendenti vi abitano per sessantacinque anni, fino al 1927, poi lasciano la casa al nuovo parroco, il reverendo Guy Smith, che vi abiterà con la moglie per meno di un anno. In seguito alle voci di infestazioni spiritiche, Smith chiede aiuto al Daily Mirror, che manda da lui il noto studioso di parapsicologia Harry Price insieme con un giornalista.
Dal 1930 la casa viene abitata dall'anziano reverendo Lionel Foyster con la giovane moglie Marianne.
Foyster annota nel proprio diario una serie di strani fenomeni: pietre e libri che volano, campanelli che suonano da soli, oggetti che spariscono e altri che appaiono all'improvviso, colpi e getti d'acqua che disturbano il sonno dei residenti. Il pastore tenta un esorcismo che però non ha alcun effetto. Un giorno la moglie vede anche una grande forma scura, simile a un enorme pipistrello, impossibile da identificare.
Dopo qualche tempo, si cominciano a rinvenire anche misteriosi messaggi in cui si implora aiuto, scritte sui muri, richieste di preghiere e di messe. Nel 1935 i Foyster abbandonano la casa, e solo nel 1937 arriva un nuovo inquilino, lo stesso Harry Price che aveva già visitato la casa nel 1929 e che vi fa abitare, a rotazione, 48 investigatori assoldati tramite un annuncio su un giornale locale. Una leggenda popolare racconta che sul luogo dove il reverendo Bull ha eretto il rettorato sorgeva anticamente un monastero e le terre erano di proprietà dei Waldegrave, e lì una monaca venne murata viva.
Dagli abitanti della zona Harry Price viene a sapere che, nel corso dei decenni, molti testimoni avrebbero visto dopo il tramonto una monaca in abiti neri percorrere a testa china il viottolo che unisce il rettorato al limitare del bosco, tanto che quel viottolo è chiamato "sentiero della monaca".
Harry Price decide di ricorrere alle sedute medianiche, attraverso le quali verrebbe contattato lo spirito di una suora francese cattolica, Maria Lairre, vissuta nel XVII secolo. Pare che inoltre un'entità rivela che la canonica sarebbe stato distrutta da un incendio proprio in quell'anno. In realtà l'incendio scoppia nel 1939, radendo al suolo il rettorato. Si dice che durante l'incendio alcuni abitanti del posto abbiano visto delle strane ombre agitarsi e fuggire dalla canonica in fiamme. Un'inchiesta svelerà invece che l'incendio è il risultato di una tentata frode alla compagnia assicurativa da parte del nuovo proprietario, il capitano W. E. Gregson. Nel 1943 Harry e i suoi collaboratori decidono di avviare degli scavi, che portano alla luce un osso parietale e una mandibola con cinque denti ancora inseriti. All'esame necroscopico i resti risultano appartenere a un essere umano di sesso femminile e di età inferiore ai trent'anni, che rappresenterebbe la monaca della leggenda. I resti vengono sepolti cristianamente. Già dal 1938, tuttavia, si sapeva che la parrocchia non era stata costruita sopra un antico monastero, ma sopra il terreno nel quale erano state sepolte le vittime di un'epidemia di peste del XVII secolo, e che in passato erano stati trovati molti altri resti umani. Nel 1943 alcuni soldati polacchi decidono di dormire all'interno dei resti della canonica, salvo però essere disturbati da strane presenze.
Nel 1944 le rovine dell'edificio vengono distrutte. Nel 1951 la famosa associazione Society for Psychical Research (SPR) decise di aprire un'inchiesta sul caso di Borley, che durò cinque anni e portò risultati clamorosi: i tre ricercatori della SPR conclusero infatti che Price aveva compiuto frodi, falsificato le prove e alterato le testimonianze, e che nei presunti fenomeni accaduti non si riscontrava nulla di eccezionale.

Ad esempio:

Price raccontò che il reverendo Smith gli aveva chiesto di "disinfestare" la casa, mentre il vero obiettivo del pastore era ottenere una dichiarazione ufficiale che mettesse fine alle voci;

Il giornalista del Daily Mirror Charles Sutton, che aveva visitato la casa insieme con Price, riferì che dopo alcuni "fenomeni" rumorosi, afferrò Price e scoprì che aveva le tasche piene di pezzi di mattone e ciottoli;

Price raccontò nei suoi scritti dell'apparizione di un uomo senza testa, ma nelle testimonianze originali il reverendo Bull diceva soltanto di aver visto «le gambe di un uomo nascosto dagli alberi da frutta» e di aver pensato che fosse un bracconiere;

Nel 1958 la vedova del reverendo Foyster, Marianne, rintracciata dal ricercatore della SPR Trevor R. Hall, raccontò che il marito credeva veramente che la casa fosse investata ma che molti degli eventi riportati nel suo diario, come la «grande forma scura, simile a un pipistrello» erano inventati di sana pianta. Dichiarò inoltre che uno dei suoi amanti si divertiva a fare scherzi crudeli al vecchio parroco, spostando gli oggetti di nascosto o muovendosi misteriosamente nel giardino.

Queste spiegazioni sono state riportate anche dallo studioso e presidente del Cicap, Massimo Polidoro, in uno dei suoi libri. C'è ovviamente chi pensa che in realtà le storie delle infestazioni non fossero del tutto false e che Price avesse sì esagerato qualcosa, ma che in definitiva fosse in buona fede. Diversi anni dopo un famoso fotografo, Simon M., scattò delle foto nella zona dove c'era la canonica e, con sorpresa, notò che su una delle foto c'era un qualcosa di strano che fluttuava.

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domenica 7 febbraio 2010


CREZIA


 

I fenomeni di misticismo e di stregoneria,presentano talvolta delle peculiarità per cui è assai difficile tracciare il confine tra i due fenomeni.

Molte sante ,ritenute mistiche,furono in odore di stregoneria,basti pensare a Dorotea da Montau,Brigida di Svezia e la famosa Giovanna d'Arco;mentre sono presenti elementi di misticismo in donne che furono accusate di patti con il demonio e di eresia.

I "fenomeni"che in genere accompagnano la situazioni mistiche non sono poi diversi da quelli descritti dalle cosidette "streghe"durante gli interrogatori del tribunale della Santa Inquisizione.

Ciò che,in realtà,accumuna le due esperienze è l'accesso al "sapere"e al "controllo"di entrambe le categorie esaminate:da una parte le mistiche ,che si possono paragonare a delle intellettuali "opinion leader",dall'altra le streghe con il loro sapere medico e il loro accesso al controllo ed alla guarigione del corpo.

Se andiamo ad esaminare quasi tutte le accusate di stregoneria praticavano la professione di ostetrica e di guaritrice,per altro ,nella media ,con ottimi risultati e mettevano quindi in dubbio,da una parte la superiorità intellettuale maschile,dall'altra il fatalismo cattolico dell'estremo affido alla provvidenza ed al volere di Dio.

Da entrambe le parti,mistiche e streghe,donne affrancate dal potere maschile,donne sole,intelligenti e capaci e soprattutto,cosa impensabile,autodeterminate.

La donna si deve e si può dedicare,per vocazione o destino,solo a qualcuno o qualcosa:per le donne sposate,marito e figli,per le sante mistiche Dio e l'abnegazione del corpo,per le streghe Satana e la cura del corpo.

Le streghe,le eredi del mito della terra Madre,tutte analfabete,senza uomini a loro protezione,ostetriche,levatrici,guaritrici,tutte che,senza conoscere la scienza dei dotti,avevano appreso il senso della cura e della terapia nella tradizione orale,tramandata da madre a figlia,di generazione in generazione.

Tutte povere contadine,utili,ma non indispensabili,destinate al sacrificio del rogo per ripristinare equilibri di potere.

Tutte come Crezia,povera contadina della Lucchesia,che fu capo espiatorio del Collegio dei Medici e dell'Ordine degli Speziali di quel territorio.

Ancora una volta,nella storia,i potenti ordini non tollerarono che si agisse al di fuori della loro giurisdizione,come donna,come donna non istruita e in più con elevate capacità terapeutiche.

Quella di Crizia fu una condanna ed una morte annunciata,un processo esemplare ed una condanna di monito a quelle infami che osavano guarire al di là di ordini maschili costituiti.

Il processo a Crizia ha inizio nel 1589 e si concluderà ,con la condanna al rogo,quello stesso anno.

Troppo brava e troppo onesta Crizia:il suo processo inizia con una delazione al Tribunale della Santa Inquisizione di Lucca.

La donna ha già 85 anni ed è dalla prima adolescenza che esercita con perizia l'arte medica.

Sugli scranni severi del tribunale,a giudicare la povera contadina ignorante,i colti uomini della classe medica e degli speziali e i severi inquisitori della chiesa di Roma.

Chi è mai quella donna che,con poveri indumenti e la parlata dialettale,osa guarire e sanare là dove i colti con i loro salassi e le loro purghe,non riescono?

Crezia non ha ancora capito il suo destino.

E' là,davanti a" lorsignori"sicura di sé e del suo operato:forte della lunga esperienza,forte dei successi .

"Si,lei ha guarito tante persone con i suoi unguenti e le sue pozioni fatte di erbe che lei raccoglie,no,no di notte ,che lei non ha nulla da nascondere,ma di giorno,alla luce del sole"

Le erbe le conosce e conosce le malattie:sa toccare il malato,sa percepire ,attraverso gli occhi e le mani,dove si annida il male.

Ha imparato l'arte del curare da sua madre,e sua madre da sua nonna.

Reagisce alle accuse,nella sua parlata da contado:"non è strega lei,lei sa di guarire ,ma non tutto,lei è contraria al salasso ,che ti schianta e ti toglie le forze vitali,altri rimedi ci sono"

I dotti sono inferociti,chi è costei che,donna ,contadina ed ignorante vuole insegnare a loro?

E Crizia elenca le sue erbe e le sue cure,parla con dovizia serena delle sue ricette:la borragine,dalle pelose foglie pungenti,usata anche per dipingere labbra e guance

Lei la usava ,in decotto ,per guarire mal di reni e mal di milza,per calmare la bile e lenire punture d'insetto.

E la peonia,dal bellissimo fiore,usata per lenire il dolore del parto,ma che poteva essere utile,in giuste dosi,per la follia violenta.

La lattuga dalle fresche e verdi foglie:rinfrescante e lenitiva per le infiammazioni delle mucose,la tenera primula,la pinta degli dei,che curava i reumatismi e la tosse convulsa,ma che ,se si eccede nella dose,può provocare pazzia

.E ancora il digitale,e con quest'erba occorre essere davvero esperte,poiché si può passare da far guarire a far morire in un solo respiro.

Parla del laudano che fa passare ogni dolore e della gramigna e del salice ,di tutte le erbe che conosce ed usa.

Sembra contenta di parlare e di narrare del suo sapere e non si accorge che negli occhi di quei severi signori è già scritta la sua condanna,

Negli atti ancora leggibili negli archivi di Lucca potremmo andare a leggere delle terribili torture a cui venne sottoposta Crizia affinchè dichiarasse il suo patto con Satana.

La poveretta confessa tutto ciò che i "lorsignordottori"vogliono,ma non confesserà che è ricorsa a magia,si "ha succhiato sangue ai bambini",ma il suo orgoglio di medichessa non le farà confessare arti di stregoneria.

E' condannata al rogo,ma non faranno a tempo a bruciarla:l'11 agosto del 1589 ,a pochi giorni dall'esecuzione,viene trovata morta nella sua cella e nessuno saprà se ciò è avvenuto per lo strazio delle torture o per suicidio:ultima orgogliosa scelta di libertà.

S:F


 


 


 

giovedì 4 febbraio 2010


GIOVANNA DI VALOIS

UN ELOGIO ALLA FOLLIA

Se molte vite sono infelici,se spesso il dolore accompagna il percorso di molti individui,Giovanna di Valois fu infelice,disperata e la sua vita così piena di dolore e solitudine da poter essere emblema di questa condizione.

Giovanna nacque a Nogent-le-Roy nel 1464.Era figlia di re:il padre era Luigi xi e la madre Carlotta di Savoia.

Grande fu la delusione e la rabbia di Luigi all'annuncio della nascita della bambina.

Non la volle vedere e neppure andò a rendere omaggio alla madre ,la regina Carlotta:il re voleva un figlio maschio ed un delfino e la bimba fu immediatamente relegata in una stanza con la balia.

Questo rifiuto crudele non impedì a Luigi di utilizzare ai suoi fini la figlia:dal momento che non era un maschio almeno che servisse per alleanze strategiche,

La storia ci mostra esempi di contratti matrimoniali stipulati in età ancora infantile da avidi genitori,ma Luigi battè tutti nel cinismo e nell'amoralità.

Giovanna aveva appena ventisei giorni quando fu fidanzata a suo cugino Luigi d'Orleans,che per onor di cronaca di anni ne aveva due.

Ma la piccola principessa ha un altro problema:il parto è stato difficile e la levatrice non brava:Giovanna è deforme e zoppa.

Una bambina bruttissima e malata e il padre non se la vuol vedere d'intorno,non vuole che la corte la veda ,parla di lei come di "una maledizione"caduta sulla sua corona.

E'probabile che se non fosse stato utile quel contratto matrimoniale assai precoce,la piccola sarebbe morta"di qualche sconosciuto male" ,male magari aiutato da una dose di veleno.

Ma gli Orleans sono potenti ed il re ha bisogno di quest'alleanza per rendere salda la corona.

Allora Giovanna viene con disinvoltura "fatta sparire",è relegata come prigioniera in un freddo ed isolato castello Liniers,a Berry,sufficientemente lontano dagli occhi del padre e della madre che si era subito dimenticata di quello sgorbio deforme di figlia.

Ha solo 5 anni e non conosce coetanei né giochi infantili,a sei anni il padre la invita a scegliersi ,come compagnia,un confessore.

La piccola ,che forse avrebbe preferito altre frequentazioni,sceglie un francescano Giovanni De La Fontaine.

I suoi passatempi si limitano a rosari,messe ,confessioni e qualche narrazione sulla vita delle sante martiri.

Risulta chiaro che qualsiasi bambina di sei anni avrebbe mostrato,in queste condizioni,disturbi della personalità.

Cosa che accadde a Giovanna.

Da questo momento in poi tutto il suo comportamento è improntato ad una forma delirante di tipo mistico,una probabile forma dissociativa lucida ci direbbe uno psichiatra infantile contemporaneo.

Allora si parlò da subito di santità,a dimostrazione di quanto spesso labile sia il confine tra alcune forme mistiche e la sintomatologia bordeline dei disturbi affettivi di personalità.

Ode voci,una in particolare che le dice"Per le piaghe di mio figlio avrai una madre"e anche:"Prima di morire fonderai una religione in mio onore.

Mi farai piacere e mi renderai servizio"

Asserisce di essere in comunicazione costante con questa"voce"e dichiara di sentirsi investita da una missione nel nome di Maria:ha sette anni e ritengo che indicare l'età della piccola possa servire a delineare un quadro di grossa sofferenza e di assoluta mancanza di rapporti sociali adatti ad una bambina.

Ma sulla testa della principessa pende un contratto matrimoniale che lei non conosce,ma che ben ricorda il padre.

Giovanna ha solo 12 anni quando il re Luigi XI,suo padre,si ricorda di avere una figlia e pretende la risoluzione del contratto,il matrimonio.

Si oppone,con forza quella donna intelligente che e' Marie di Cleves ,la madre dello sposo.

La Cleves riconosce in Giovanna ,oltre che una bruttezza non certo confacente ai gusti del figlio adolescente,problemi di ordine comportamentale,conosce la storia delle "voci"e per ben che vada,cioè che Giovanna non sia pazza,una mistica non è la regina che può regnare a fianco di suo figlio.

Ma Luigi è irremovibile e la rottura di un contratto matrimoniale può costare anche una guerra civile,M;arie si arrende e il'otto settembre del 1476 è celebrato il matrimonio.

La ragazzine viene catapultata ,dalla tenebrose celle del suo rifugio e dalle estenuanti preghiere con il suo confessore,al ruolo di moglie.

Ed inoltre quell'infelice che era stata rifiutata dai genitori al momento della nascita,fu rifiutata immediatamente dal giovane marito.

Parlare delle vicissitudini matrimoniali sarebbe poco utile per dare un esatta raffigurazione della vita e delle emozioni di questa donna.

Il giovane Orleans semplicemente la ignorò e come aveva fatto il padre,di fatto la chiuse in una castello il più possibile lontana dalla sua vista.

La deforme Giovanna però era abituata a subire,anzi,non conosceva altra condizione,e nella sua lontananza da marito,prese comunque sul serio il suo nuovo ruolo di moglie ed accettò come eventi normali e senza mai lamentarsene ,abbandoni e sfacciati tradimenti.

L'unico momento di felicità fu probabilmente la trionfale entrata a Orleans,a fianco del marito,dopo che quest'ultimo,prigioniero per tre anni in conseguenza della "guerra folle"con la Bretagna,era stato liberato.

Nel 1498 muore Carlo VIII e Luigi d'Orleans divenne re con il nome di Luigi XII.

La deforme Giovanna ora è un ingombro vero e proprio e non basta isolarla e relegarla in qualche castello.

Il nuovo re si vuole risposare(ha messo gli occhi sulla vedova di Carlo VIII) ed è necessario liberarsi del legame , da sempre pesante ,con la moglie.

Giovanna non assiste neppure alla consacrazione di Reims(27 maggio 1498) e nell'agosto dello stesso anno le giunge la citazione per il processo canonico di annullamento del matrimonio.

Al solito la scusa presentata dal re è quella di non consumazione dell'atto:è d'altra parte l'unica che il Vaticano prende in considerazione oltre al vincolo di parentela stretta.

In un primo momento Giovanna si ribella,la sua parola contro quella del re.

L'infelice donna arriva a chiedere il "ramentum veritatis",Luigi XII non esita a prestarlo.

Giovanna di Valois non è Caterina d'Aragona che mai si piegherà alle menzogne del Tudor,Giovanna si inchina e si piega di nuovo alla volontà altrui.


 

Comincia forse in questo momento,quello dell'abbandono e dello sfacciato tradimento,il momento più vero,più felice e più autodeterminato della vita della Valois.

Il re la nomina duchessa di Berry.

Nel 1499 Giovanna fa il suo ingesso a Bourges dove inizia ad amministrare il suo ducato con saggezza e giustizia.

E' amatissima dal suo popolo che la venera come una santa in terra.

Tra il 1499 ed il 1550 scoppia una violenta epidemia della terribile peste nera:la duchessa rimane con la sua gente,apre lazzaretti,sostiene ed aiuta.

Ricomincia però a sentire le "voci",ma ormai queste si inseriscono nella nuova immagine che si è creata sia tra i pari che tra il popolo.

Mortifica in maniera ossessiva il suo corpo attraverso digiuni,flagellazioni,cilici.

Tornano anche le voci relative alla creazione di un ordine,sono imperiose,costanti ed accompagnate da visioni.

Spesso si presentano in concomitanza dei feroci digiuni,come si può ritrovare d'altro canto nell'attività visionaria di molte mistiche(Bell:"La Santa Anoressia").

Ora,a differenza dell'età infantile,ha il potere ed i mezzi per realizzare ciò che le viene indicato.

Nel 1501 la commissione della Santa Sede approva la regola del nuovo ordine "Delle Dieci Virtù o Piaceri della Vergine Maria".

E' un ordine di stretta clausura ,rispondendo bene il totale ritiro dal mondo a quelle esperienze emotive che avevano caratterizzato il contatto con la fede per Giovanna.

Il 22 gennaio del 1505 la duchessa di Berry è nel convento del suo ordine,improvvisamente è colpita da un forte malessere ,dovuto forse ad un più prolungato digiuno.

L'irrazionalità che talvolta riesce a controllare,prende ora il sopravvento.

Ordina di murare con calce e mattoni la porta della sua stanza,dal giorno successivo non riesce nemmeno più a deglutire l'ostia che le hanno passato da una feritoia.

Muore,senza più aver potuto parlare,la sera del 4 febbraio.

Giovanna di Valois è stata canonizzata da Pio XII il 28 maggio 1950.

S.F:

martedì 2 febbraio 2010


COSTANZA D'ARLES

UNA REGINA SPREGIUDICATA


 

La storia di Costanza D'Arles sembra ,più che la biografia di una regina medioevale,una storia da tabloid scandalistico del secondo millennio.

Sia la personalità di Costanza,sia le sue vicende matrimoniali,sia i suoi intrighi per il potere ed il denaro sembrano appartenere più alla società permissiva post industriale che al severo e morigerato(così almeno nell'immaginario popolare)alto medioevo.

Costanza è invece a pieno titolo donna del suo tempo.

Nasce ad Arles nel 986 dal conte Guglielmo e dalla potente Adelaide D'Angiò.

Ragazza bellissima ,aveva preso sia i lineamenti fini che la flessuosità del corpo dal ramo D'Angiò,ma dalla famiglia materna aveva ereditato anche una licenziosità del comportamento ed una propensione spiccata alle avventure sessuali.

Ad appena 17 anni,nel 1003,diviene regina di Francia,sposando Roberto II il Pio,rimasto vedovo quello stesso anno.

Andando a valutare la vita di re Roberto è difficile spiegare quel soprannome indicante rettitudine e moralità cristiana.

Tutto si poteva dire di lui fuor che fosse Pio.

Roberto che all'epoca del matrimonio con Costanza aveva trentadue anni ,era alla terza unione:si era sposato la prima volta con Rosala d'Italia donna brutta ed insulsa ,ma assai allettante per l'enorme dote che portava.

Roberto,dopo essersi appropriato del patrimonio della povera Rosala ,la ripudiò senza il minimo scrupolo e la segregò in un convento.

Il re era innamorato della cugina Berta di Borgogna,donna affascinante e di facili costumi:nel 996,subito dopo il ripudio,la sposò con una imponente cerimonia.

Tanta ostentazione,ma soprattutto le pressioni degli indignati parenti di Rosala ,indussero papa Gregorio V a scomunicare i due e metterli al bando dalla chiesa di Roma.

La scomunica era un atto che ,a quei tempi,poteva far rischiare una corona:non c'era più dovere di fedeltà e di vassallaggio da parte dei feudatari e quindi non esisteva più il diritto all'obbedienza.

L'anno successivo ,il famigerato anno 1000 ,papa Silvestro II,aveva annullato il matrimonio per consanguineità,ritenendo valido quello con Rosala.

Roberto e Berta rimasero amanti e la bella cugina continuò anche a convivere per un periodo con il re,ma la morte della disgraziata Rosala,impose un nuovo matrimonio ,questa volta valido e benedetto dalla chiesa.

Fu quindi scelta la D'Arles che aveva tutte le caratteristiche per accedere al trono di Francia e,forse ,anche al cuore ed al letto del re.

Ma al di là del rango ,della bellezza e dell'indubbia intelligenza Costanza non fu una moglie ideale.

Probabilmente perché tutte e tre queste doti,rango,bellezza ed intelligenza,erano in eccesso,ed erano accompagnate da una personalità libera e poco attenta ai codici morali della corte francese.

Costanza non fu amata ,non solo da Roberto,ma neppure dalla corte e dal popolo francese.

Le veniva rimproverata la condotta troppo libera,l'esibizione sfacciata dei numerosi e giovani favoriti,persino l'abbigliamento tipico delle più aperte corti meridionali.

Ma non fu amata anche per il suo carattere intrigante ed a volte crudele.

Costanza fece accecare con ferri roventi il suo confessore in odor di eresia e fece assassinare suo cognato Ugo di Beauvais con l'aiuto di Folco Nerra II conte D'Angio.

Il cognato aveva avuto come colpa quella di cercare di convincere re Roberto a ripudiarla e liberare la corte dalla sua presenza.

Roberto in realtà la temeva ed era perfettamente consapevole della propria incapacità di controllarla.

Fece allora quello che ,in tutte le epoche,fanno i mariti delusi e un po' codardi:riallacciò i rapporti con Berta quasi a cercare nella ex moglie quella forza che non trovava in se stesso.

Nel 1010,con Berta,si recò anche a Roma da papa Sergio III per ottenere l'annullamento,ma il papa non pensava nemmeno lontanamente di inimicarsi i D'Angiò,il cui regno di Napoli confinava con il suo.

Costanza rimase regina di Francia e non si curò minimamente della ripresa della relazione con Berta.

Altre erano le sue mire e ,forse,dopo sette figli avuti gioco forza da Roberto,che lui si sollazzasse altrove poteva esserle utile.


 

Nel 1017 Roberto associò al trono il figlio primogenito Ugo,detto Ugo il Grande.

Costanza sobillò Ugo alla ribellione per destituire il padre dal trono,ma dopo un breve periodo di lotte intestine alla corte (1024-1025)Ugo il grande fu esiliato e morì di li a pochi mesi.

Da quel momento gli intrighi di Costanza si susseguono ad un ritmo veramente impressionante.

Ad uno ad uno incita i figli a rivoltarsi contro il padre nella speranza di poter gestire un potere sempre più forte attraverso i facilmente manipolabili figli.

Nel 1030 Roberto,il terzogenito ed il secondogenito Enrico capeggiano una rivolta contro re Roberto.

La rivolta termina con la concessione di vaste proprietà da parte del re ad i due figli e con la salita al trono di Enrico..

Ma Costanza non ha ancora raggiunto pace per le sua mire di potere:nel 1031 Costanza organizza una rivolta ,questa volta mette i figli l'uno contro l'altro:lei vuole sul trono il prediletto Roberto ed è decisa a destituire Enrico.

Enrico ottiene però la protezione del Duca di Normandia Roberto I il Magnifico e costrinse madre e fratello ad una resa.

Enrico rimase sul trono,ma cedette a Roberto la ricca Borgogna.

La Francia tutta è ormai stanca di Costanza e della sua ambizione,gli stessi figli,ormai pacificati nei loro rispettivi possedimenti vogliono prendere le distanze da quella madre che ha seminato solo odi e rancori.

E' Enrico che l'allontana da corte.

Costanza,umiliata dai suoi stessi figli,viene esiliata a Melun dove muore nel 1034.

Ha solo 48 anni ed ha vissuto più di una vita.

Anche la morte possiede una sua ironia:Costanza sarà seppellita nella basilica di Saint Denise,accanto al marito tanto vilipeso e combattuto Enrico II.

S.F.