lunedì 15 marzo 2010


IN OGNI CULTURA LA CONOSCENZA DEGLI STILI ALIMENTARI E' FONDAMENTALE PER COMPRENDERE LA CULTURA STESSA



 Cibo e Vino nel Medioevo 

 
 

Contadini, potenti e monaci
Il cibo ha avuto un ruolo centrale nella storia dell'umanità. Parlare dell'alimentazione nel Medioevo significa affrontare un aspetto fondamentale della società del periodo, in cui a brevi fasi d'abbondanza si alternano periodi di carestia. Il forte senso di insicurezza, di precarietà e di paura che pervade gran parte di questa fase storica crea un atteggiamento nei confronti del cibo molto particolare. E, in effetti, esso diviene un vero e proprio status symbol: chi mangia ha potere, e mangiare per chi è affamato significa compiere un'azione esagerata, vorace, quasi violenta. I religiosi possono mangiare ma si autoreprimono, secondo la dottrina cristiana che stigmatizza la gula tra i peccati: l'alternanza di privazione e abbondanza accresce, come afferma lo studioso Leo Moulin, "l'ossessione del cibo, l'importanza del mangiare e, come contropartita, la sofferenza (e i meriti) rappresentati dalle mortificazioni alimentari". Durante il Medioevo non solo il cibo, come dice lo storico Massimo Montanari ma "anche la fame diventa oggetto di privilegio".

Il cibo dei contadini
È dopo il Mille che la ricerca del cibo diviene più difficile: l'aumento considerevole di popolazione, la diminuzione delle aree da mettere a coltura, la sempre più invasiva presenza sul territorio delle bannalità signorili, come riserve di pascolo, di caccia e di pesca, rende la vita dura ai contadini. La carne scarseggia, diviene sempre più pregiata, sinonimo di abbondanza e di prosperità. I pochi animali domestici sono considerati bestie da fatica, essenziali per svolgere il gravoso lavoro nei campi. Aumenta quindi il consumo di cereali, dalla segale al grano saraceno: il termine companatico, che si diffonde proprio in questo periodo, sta a indicare il condimento, ciò che accompagna il pasto basato ormai quasi esclusivamente sul pane.
Esso è presente a ogni pasto, di tutte le varietà e colori: d'orzo, di spelta, di segale, di castagne. Spesso, la tonalità differente indica l'appartenenza a una precisa fascia sociale, oppure a una certa area geografica. Nei centri urbani, invece, si diffonde l'uso del pane di grano duro, più chiaro di quello mangiato nelle campagne. Il vino, secondo la tradizione greco-romana, rimane un alimento diffuso anche tra le classi più povere: è nutriente, rende più allegri, si può usare come anestetico, tutti ottimi motivi perché anche i ceti privilegiati ne favoriscano il consumo.
La tavola di chi vive dei prodotti della terra non può non prevedere la presenza delle verdure dell'orto, dal cavolo alle zucchine, dalle cipolle agli spinaci. Piatto consueto sono, infatti, le zuppe di verdure di stagione, spesso mescolate ai legumi: ceci, fave, lenticchie, facili da essiccare e ricche di proteine, accompagnano frequentemente i pasti sostituendosi alla carne. Essa, in prevalenza bianca, è destinata ai giorni di festa: polli, galline, qualche coniglio rappresentano l'unica variante più sostanziosa per la classe dei lavoratori della terra. Le erbe aromatiche, tipiche dell'area mediterranea, dal timo al rosmarino, dalla nepitella al basilico, insieme al poco grasso e all'olio arricchiscono queste semplici pietanze, che stanno alla base dell'alimentazione contadina.

Il cibo dei potenti
Una delle rappresentazioni tipiche della società signorile medievale è il momento del banchetto. Sulla tavola imbandita, diverse qualità di carni arrostite stanno a indicare il cibo preferito dal ceto nobiliare, dai potenti che giudicano una debolezza l'astensione volontaria, segno di umiliazione e di perdita del proprio rango: nei documenti dell'epoca, essa equivale all'obbligo di deporre le armi e quindi a una totale perdita d'identità. Del resto, lo stesso Carlo Magno, stando al suo biografo Eginardo, è mangiatore quotidiano di arrosti, nonostante in tarda età soffra di gotta e i medici gli consiglino di passare a piatti più leggeri.
Attraverso i libri di contabilità del tempo che ci sono pervenuti, siamo in grado di mettere a fuoco un mondo di aristocratici abituato a bere abitualmente vino, ad accompagnare le carni saporite bianche - capponi, oche, galline, polli - e rosse - manzo, maiale - ma in special modo la selvaggina e gli agnelli con pane di grano, uova e formaggi. Le verdure e i legumi, sconsigliati dai medici del tempo agli stomaci raffinati in quanto poco digeribili, hanno un ruolo marginale sulle tavole dei ricchi, così come la frutta.
Il miele, unico dolcificante conosciuto - lo zucchero di provenienza araba non è ancora diffuso - è invece consumato in abbondanza. La modalità di cottura più diffusa è la bollitura, che utilizza molte spezie provenienti dalle Indie come il pepe, il coriandolo, la cannella, la noce moscata, i chiodi di garofano, ormai difficili da trovare e assai costose, che insaporiscono i cibi e le bevande, ritardano la putrefazione e addolciscono i sapori aciduli. Anche le erbe aromatiche sono molto in uso: in questo modo la carne, soprattutto selvaggina, dai cervi ai caprioli, dalle anatre ai fagiani, diviene meno dura e acquista maggiore sapore, anche perché accompagnata spesso dal lardo. Gli stessi arrosti sono prima bolliti, e solo in un secondo tempo vengono fatti a pezzi e infilzati nello spiedo.

Il cibo dei monaci
L'idea della privazione del cibo, di un regime alimentare sorvegliato ed essenziale sta alla base della concezione di vita monastica diffusa nel Medioevo. Proprio per questo, in tutte le Regule che ci sono pervenute, da quella di Benedetto a quella di Giovanni Cassiano, il tema del cibo ricorre costantemente e risulta di fondamentale importanza. Se l'abbondanza di cibo è simbolo del potere delle armi, il "digiuno" diviene sinonimo di spiritualità e misticismo. Nella cultura medievale, il corpo impedisce l'elevazione verso dio, tenendo ancorato l'uomo a desideri e pulsioni che vanno costantemente mortificati. La carne è il primo alimento che deve essere bandito, perché meglio interpreta la forza e la potenza guerriera. In realtà, questo vale per il primo monachesimo, più severo e rigoroso nel rispettare i precetti dell'ordine.
La carne, bandita dunque inizialmente dalle mense e sostituita da pesce, legumi, uova e formaggi, tende a ricomparire a partire dall'XI secolo, anche perché più consistente comincia a essere la presenza del ceto aristocratico tra i religiosi. Nei giorni di festa, che non sono pochi nel calendario liturgico, la carne, soprattutto di maiale, è presente nei pasti dei monaci cucinata in maniera differente. Compare anche nelle dispense, conservata sotto sale, essiccata o insaccata. Stando alle fonti dell'epoca, nell'Abbazia di Cluny, una delle più importanti dell'Occidente cristiano, due sono i regimi alimentari che si alternano durante l'anno, uno invernale e uno estivo. Mangiare coincide con un momento collettivo, e i monaci si ritrovano in refettorio una volta nei giorni feriali e due in quelli festivi.
Il pranzo, che coincide con il mezzogiorno, prevede due piatti caldi: il potagium di legumi e la minestra di verdura, e un terzo piatto, il generale o la pietanza, serviti a giorni alterni durante la settimana, che porta in tavola uova, formaggi, verdure. Il vino e il pane bianco non mancano mai. Nel periodo estivo i pasti sono due, poiché aumentano le ore di veglia e di lavoro. La cena, piuttosto frugale, si basa su ciò che resta del pranzo insieme ad un pò di frutta di stagione.
Dopo il Mille, questo regime così severo tende poco alla volta a divenire più elastico: si moltiplicano le cose da fare, le occupazioni da svolgere, soprattutto di tipo amministrativo. I patrimoni da gestire si accrescono, in seguito agli imponenti lasciti testamentari, ai possedimenti che si espandono e che allontanano il monaco dalla dimensione frugale e semplice cui è abituato, dettata dalla regola del proprio ordine. Così il momento del pasto e il regime alimentare si modificano: la semplicità delle origini è superata, per lasciare spazio all'abbondanza e alla varietà dei cibi. Le cucine, sempre più spaziose e dalle dispense cariche di prodotti pregiati, divengono luogo di prosperità, di piacere: la gula si incontra con la luxuria, i due peccati condannati dal cristianesimo che tanto spesso l'immaginario medievale accomuna, così come tanta letteratura del tempo, da Chaucer a Boccaccio, ci ha tramandato.

 
 

 
 

  Lo Vino

I frutti fermentano spontaneamente; quindi la vinificazione non è altro che un perfezionamento di questo processo naturale e nel tempo si è diffusa in tutte le parti del mondo in cui gli uomini vivevano in prossimità di viti selvatiche. Un tipo di vite, la Vitis vinifera, produce la quasi totalità del vino che si beve nel mondo ai nostri giorni. Si pensa che questa varietà abbia avuto origine in Transcaucasia (le attuali Georgia e Armenia). Le prime testimonianze della coltivazione della Vitis vinifera risalgono al IV millennio a.C. nell'antica Mesopotamia, mentre un'anfora contenente tracce di vino trovata in Iran è stata datata intorno al 3500 a.C. In seguito la cultura del vino ha raggiunto l'Europa tramite l'Egitto, la Grecia e la Spagna. Il vino aveva un ruolo importante nei costumi della civiltà greca e di quella romana. I greci portarono le proprie viti e iniziarono la produzione del vino nelle loro colonie nel Sud dell'Italia; i romani, poi, praticarono la viticoltura durante tutta la durata dell'impero. Per quanto riguarda l'inizio della viticoltura in Francia, vi sono due ipotesi contrastanti: le testimonianze attualmente disponibili suggeriscono che i coloni greci di Massalia (l'attuale Marsiglia) vi importarono il vino; alcuni studiosi credono, invece, che, già prima dell'arrivo dei greci, i celti avessero iniziato la viticoltura, sebbene a suffragare questa ipotesi esistano come prova solamente semi di vite selvatica. In epoca romana la Gallia divenne una fonte talmente importante di vino che si promulgarono leggi per tutelare i produttori italici.

Produzione del vino dal Medioevo a oggi

Dopo la caduta dell'impero romano e la dominazione di popolazioni germaniche, nei territori precedentemente occupati dai romani la produzione di vino diminuì. Divenne, in alcuni casi, un'attività riservata ai monasteri, in quanto il vino era considerato indispensabile per la celebrazione eucaristica. Fra il XII e il XVI secolo, tuttavia, la produzione di vino tornò nuovamente a diffondersi e per tutto questo periodo il vino fu il principale prodotto da esportazione della Francia. Durante il XVII secolo si sviluppò la produzione di bottiglie e ritornò in auge l'uso del tappo di sughero (dimenticato dal tempo dei romani) che rese possibile una migliore conservazione del vino. Molti fra i migliori vitigni della regione di Bordeaux furono sviluppati tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo dai signori locali; fu allora che si incominciò a produrre lo champagne, mentre commercianti inglesi parallelamente svilupparono la coltura delle viti nella valle del Douro in Portogallo.

Per quanto riguarda i territori extraeuropei, in Cile si incominciò nel XVI secolo, in Sudafrica nel XVII, in America nel XVIII e in Australia nel XIX. Dal 1863 in poi, la viticoltura europea subì la devastazione della fillossera, un insetto che provoca il disseccamento delle foglie e attacca le radici della vite. La fillossera proveniva dall'America, e fu proprio da lì che giunse anche la soluzione del problema: dal 1880 in poi si innestarono vitigni americani resistenti alla fillossera sulla Vitis vinifera europea. Durante la prima metà del XX secolo, la coltivazione della vite e la produzione di vino subirono un crollo, a causa dei conflitti politici e delle guerre, contrassegnato anche da problemi di adulterazioni, frodi e sovrapproduzione. La sovrapproduzione rimane ancora oggi un grave problema, fondamentalmente irrisolto per tutta l'Europa, anche se, specie per i prodotti DOC (a denominazione di origine controllata) e DOCG (a denominazione di origine controllata e garantita), vengono stabilite quantità massime di produzione per ettaro. La seconda metà del XX secolo ha, invece, segnato importanti progressi tecnici sia nella viticoltura, sia nella vinificazione e ha visto una crescente diffusione di queste attività in tutto il mondo.


 

 
 

 
 

domenica 14 marzo 2010


Quando si va ad esaminare la figura femminile in un contesto storico-culturale,essa va ,per prima cosa ,collocata,in ogni epoca ed in ogni cultura,nella classe sociale-economica di appartenenza ed al ruolo che essa ricopre nella comunità.

Semplificando,oggi,come nell'età romantica,nel rinascimento,nel medioevo e nell'età classica,fino a risalire ad antiche civiltà,senza dubbio,ad esempio,la condizione della donna contadina,le sue abitudini ed i suoi referenti culturali,sono diversi da quelli di una donna della nobiltà o della ricca borghesia.

Se ,nella storia dell'umanità ,è sempre esistita emarginazione ed esclusione dal potere,questo ha riguardato in maniera statisticamente più rilevabile,e da sempre,il genere femminile.

Se questo sia legato a divisioni di ruoli di tipo archetipico,o a differenze di genere con indice squisitamente biologico.è argomento di discussione da sempre.

Ciò che invece desidero affrontare è il pregiudizio che questa discriminazione sia stata al suo apice nell'età di mezzo,cosa ,non solo falsa,ma addirittura contraria alla realtà.

Non parleremo quindi di emarginate per ruolo sociale,come le contadine ,che però non erano più emarginate degli uomini che ricoprivano lo stesso status:parleremo di quelle figure di genere sessuale femminile che,potenzialmente ,potrebbero ,in ogni epoca ,aver accesso al potere.

Il medioevo,da quest'0ttica ,fu senza dubbio epoca in cui ,le donne di potere ,ebbero ,e a tutti i livelli,il potere più grande.

Tra le regine ci furono esempi di capacità e gestione non paragonabili neppure alla nostra cultura post femminista:Isabella D'Aragona,Eleonora D'Aquitania,Matilde di Canossa,governarono come e meglio di uomini territori immensi e videro inginocchiarsi davanti papi ed imperatori.

Nel campo della cultura e della letteratura si elevano ,indimenticabili,donne di saper ,come Hildegarda,o _Margherita da Porete.

La da Bigen,monaca ,musicista,mistica ,si applica allo studio dell'arte medica e definisce teorie ancor oggi alla base di terapie ed approcci diagnostici.

E' infatti "l'Arte medica",il luogo di scontro medioevale,tra i saperi femminili e maschili,ed è il luogo della netta vittoria femminile come mai ,dopo questo periodo ,si verificherà nella storia dell'umanità.

E,per paradosso,come spesso avviene nella storia,nel luogo di massima costrizione femminile:il convento o l'abazia,che si risolve la maggiore visibilità creativa delle donne.

E' il convento che,proteggendo le donne dalla cura e dal servile provvedere all'uomo e alla famiglia,consente loro lo studio e l'assoluta dedizione al sapere medico e letterario.

Le protegge anche,in quanto dedite al Signore ,dall'accusa di collusione con il demonio,in un epoca in cui la cura del corpo doveva essere o dei maschi o di donne spose di Satana.

Ecco,le streghe,donne con le stesse potenzialità e conoscenze delle mistiche,donne che possono e danno guarigione dal male ,donne che "sanno",ma ,nello stesso tempo,non hanno la protezione di un maschio,sia esso un nobile signore o Dio in persona.

Se,per un attimo solo(e poi ce ne dimenticheremo subito)andiamo ad osservare la vita e la carriera di molte donne del nostro secolo,vedremmo,nelle più sicure ed affermate,un occhio maschile che vigila e consente loro l'accesso al potere.

Ora come allora,anzi,oggi peggio di allora,perché nè'Hildegard di Bingen,né Matilde di Canossa ebbero bisogno di quell'occhio protettore.

SF



 

ANALISI DELLA CONDIZIONE DELLA DONNA ALL'INTERNO DELLA SOCIETÁ MEDIOEVALE


 

Il ruolo della donna nella storia umana è molto spesso cambiato di posizione rispetto alla figura maschile: dagli inizi della storia si può infatti assistere a diverse concezioni della figura femminile, con profondi cambiamenti durante il corso del tempo e secondo le varie civiltà.

La donna nella società medioevale aveva un ruolo abbastanza rilevante, poiché lei è colei che genera il successore e l'erede, e si sente maggiormente l'importanza di questa funzione salendo man mano di rango: da lei dipende la continuità della dinastia. In assenza del marito, ella sapeva però svolgere attività importanti, come la reggenza, l'amministrazione di fondi, di rendite, dei capitali della casa o la prosecuzione di un'attività artigianale, e la maggior parte delle donne si è dimostrata capace e all'altezza del lavoro svolto dal marito. Ciò perché al suo lavoro metteva obiettivi precisi, come la conservazione e l'equilibrio.

Fino al XII secolo, nel Reich tedesco la figura della reggente aveva la possibilità di partecipare al potere con il re ed ella aveva spesso più cultura del marito, favoriva la mediazione tra due differenti popolazioni e dava slancio all'arte poetica o alle usanze cortesi. All'interno della città, la donna non aveva invece nessuna efficacia politica, e , pur partecipando pienamente dei diritti borghesi del marito, ella non aveva responsabilità politiche dirette, né sembra le abbia mai cercate. Nella storia medioevale vi è una netta differenza tra lo stato dirigente delle potentes e la massa dei pauperes sia dal punto di vista delle proprietà e dei redditi, sia da quello dei modi di vita. Questo avveniva perché non esisteva uno strato intermedio borghese nell'Alto Medioevo e perché vi era un divario numerico enorme dei componenti delle due classi.

Perciò ho scelto di descrivere la figura femminile in questo particolare periodo storico analizzando le sue varie sfaccettature, all'interno dei vari strati sociali, che ne hanno sviluppato le diverse caratteristiche.


 

La donna dell'alta nobiltà

In generale, le donne nobili vivevano nei loro castelli, nei quali, in tempo di pace, si occupavano di tutta la sfera riguardante l'economia domestica e si dedicavano a tempo pieno al lavoro di tessitura e ricamo di stoffe pregiate. Essendo questo molto lungo, la donna si circondava di aiutanti e si formavano così veri e propri gruppi di lavoro all'interno delle stanze del castello.

Non si deve però pensare che la donna appartenente a questa classe sociale avesse una vita facile. Il fatto di appartenere all'elevata nobiltà faceva sì che fossero obbligate ad essere sempre presenti e pronte a occupare il posto del marito in caso questi si assentasse per battaglie o motivi polico - economici. Per far ciò, esse dovevano essere dotate di un forte carattere e spesso, per meglio svolgere questi compiti, approfondivano la loro conoscenza in campo culturale. A ciò è dovuto il fatto che spesso le donne avevano un grado di conoscenza della cultura di molto superiore rispetto ai loro mariti.

Attorno al 1050 si hanno le prime testimonianze relative alla capacità giuridica da parte di donne di ricevere feudi, dapprima nella parte nord - occidentale dell'Europa, poi verso l'intero continente, anche per una maggiore aperture della mentalità popolare verso le innovazioni. Dal 1156 si stabilì la possibilità da parte delle figlie di ereditare o possedere un ducato, con un particolare permesso da parte dell'imperatore. Il feudatario doveva esprimere chiaramente il suo consenso e la sua volontà alla successione alla figlia del suo feudo (come rivela una sentenza imperiale del 1299) e la figlia doveva riconoscere il passaggio ereditario come un privilegio concesso dall'imperatore. Gradualmente vi fu un'imporsi dell'usanza, tuttavia non ci fu mai un riconoscimento in linea di principio della successione ereditaria femminile nel sistema feudale. Questo perché si preferiva evitare il passaggio di un feudo ad una figlia femmina, che comportava una minore possibilità di incrementare il feudo. Per ovviare a questa penalizzazione si cercava allora di influenzare le scelte matrimoniali delle figlie, obbligando all'unione con il prescelto dal padre.

La donna nel mondo cavalleresco – cortese

Le prime manifestazioni di letteratura cortese si hanno nella Francia degli inizi del XII secolo. Questa nacque come reazione contro la rigidità dell'etica morale della Chiesa e come sfogo di una spinta alla rivoluzione del modo di pensare e dei costumi.

La letteratura cortese forniva, per il Medioevo, una nuova visione dell'amore, grazie ai trovatori, ai trovieri ed ai romanzieri; un amore fondato soprattutto sulla sublimazione della donna.

I primi furono i poeti di lingua d'oc, che predicavano la bellezza dell'amore, visto non come follia o disonore per l'uomo, ma come saggezza e come un sentimento in grado di esaltare tutte le qualità affettive e spirituali di una persona.

La dama nell'amore cortese è l'estasi di ciascun uomo. L'amante è accecato dalla bellezza della donna, la sua devozione a lei è estrema, egli le è completamente sottoposto e le deve perciò un lungo e totale servizio amoroso, senza mai aspettarsi una ricompensa. La figura femminile è quindi esaltata come la più bella e la più nobile, e per lei l'uomo innamorato perde la sua personalità, trovandosi come un bambino.

Per i romanzieri della Francia settentrionale l'amore era cosa meno casta e la donna provocava piacere, oltre che spirituale, anche carnale. Questo amore occupava maggiore spazio nei romanzi rispetto alle opere dei poeti lirici. Per questo fatto le figure femminili assunsero un rilievo più accentuato, mentre prima l'opera si svolgeva quasi esclusivamente attorno al tema dell'amore come estasi. La dama idolatrata dai trovatori era spesso un essere indefinito, idealizzato, sublimato, mentre l'eroina dei romanzieri era sempre un essere di carne.

La bellezza fisica della donna seduceva il cavaliere quasi quanto la sua perfezione morale, poiché l'amore nasce dall'attrazione fisica in primo luogo. Anzi, dalla seconda metà del XII secolo, l'idea che si abbia un'identità tra bontà e bellezza prese sempre maggiore diffusione, per il principio che una bella apparenza non può che riflettere ottime qualità interiori, la bellezza era data da un'immagine molto convenzionale, che corrispondeva agli stereotipi della moda. Fondamentalmente la pelle doveva essere chiara, il viso ovale, i capelli biondi, la bocca piccola, gli occhi azzurri e le sopracciglia disegnate. Secondo Marie de France, la damigella ideale doveva avere queste qualità:

"Ha il corpo ben fatto, i fianchi stretti, il collo più bianco della neve su un ramo. I suoi occhi sono grigio-azzurri, il viso chiarissimo, la bocca gradevole ed il naso regolare. Ha le sopracciglia brume, la fronte ampia, i capelli ricciuti e biondissimi. Alla luce del giorno sono più luminosi dell'oro."

Anche se poco descritte dai poeti, le altre parti del corpo femminile sono le gambe lunghe, il seno piccolo e , generalmente, la donna doveva essere esile e slanciata.


 

La donna delle classi più povere

Nel mondo contadino le mansioni dei due sessi erano molto differenti, sebbene si possa pensare a un comune lavoro nei campi, e ciò è dovuto alle origini molto antiche dei lavori svolti in questa particolare classe sociale. In particolare, la figura femminile svolgeva le molte attività riguardanti l'economia domestica. Più concretamente: preparava il bagno, macinava il grano prodotto nei campi, utilizzando una macina a mano, produceva la birra, cucinava e puliva l'abitazione, aiutava nei lavori svolti al vigneto, raccoglieva nel bosco tutti quei prodotti necessari che crescevano selvaticamente e partecipava alla raccolta cerealicola.

Ma l'attività principale per la donna era, per la donna ricca come per la povera, la tessitura. Questa e tutti i lavori ad essa collegati, come la raccolta delle fibre tessili o la tintura dei capi, erano vietati di precetto per il giorno festivo della settimana, la domenica. La donna contadina produceva e cuciva abiti per tutta la famiglia e spesso collaborava ai lavori necessari al signore fondiario. Nel periodo dell'Alto Medioevo si assistette anche al sorgere di manifatture tessili dove lavoravano esclusivamente donne e nelle quali erano offerti vitto, alloggio vestiario, ma non salario in moneta. In questi edifici avveniva anche la tintura ed offrivano condizioni di lavoro ottime, in quanto essi erano solidi e caldi. Per le donne che lavoravano in queste manifatture il destino non era però del tutto roseo ed esse non erano molte stimate dal resto della popolazione.

La famiglia contadina non era molto grande e la media del numero dei figli variava da tre a quattro. Le famiglie erano nucleari, ma si è potuto assistere al raggruppamento di più famiglie in uno stesso podere, mentre le famiglie allargate erano molto rare.

In caso di morte del marito, la donna assumeva l'eredità, che passava direttamente al figlio ereditario. Questi si impegnava nella cura della madre e delle sorelle, fino a quando fondava una sua famiglia. Era infatti molto raro che una donna vedova o nubile fosse contestataria di un podere o di possedimenti terrieri.

La donna tra i censuali

Non sempre le donne giuridicamente libere erano in grado di mantenersi o di difendersi da sole. Per loro si profilava quindi la soluzione di rinunciare in parte alla loro libertà , mettendosi sotto la protezione della Chiesa, di una signoria ecclesiastica e di divenire quindi censuali. Per far parte di questo particolare gruppo di persone devote, era necessario pagare un canone annuo, spesso sotto forma di cera per la produzione di candele, un censo per la morte e una tassa per sposarsi. In cambio si riceveva protezione, esenzione dai servizi obbligatori verso ufficiali pubblici o signori stranieri e la franchigia dall'essere posti in vendita nei casi di eredità o di cessione dei feudi. Per tutte queste ragioni il numero di donne tra i censuali era molto elevato.


 

La donna all'interno del monastero

Per iniziare a comprendere la figura della donna che viveva in convento durante il Medioevo, bisogna prima di tutto ricordarsi che la visione della vita monastica era differente dall'attuale.

Generalizzando, si possono vedere i monasteri del tempo come dei centri di potere dotati di notevoli patrimoni fondiari, in quanto la maggior parte di essi sorse grazie a donazioni e per volere di ricchi signori, che lo facevano spesso dirigere alle figlie o alle sorelle che avevano deciso di dedicarsi alla vita monastica. Molti nobili vedevano però il monastero come un futuro sicuro ed agiato per le figlie nubili ed esercitavano così una spinta verso una vita da una parte meno libera, ma dall'altra ricca di privilegi ed agi. Per questo fatto, le donne provenienti da una nobiltà molto elevata, accettavano la vita monacale, ma spesso non riuscivano ad accettare appieno il dovere all'obbedienza incondizionata.

Le regole dei monasteri femminili non differivano da quelle dei monasteri maschili. Più diffusi erano i monasteri che si basavano sugli insegnamenti di Cesario e di Colombano, missionario irlandese che diede notevole diffusione alla sua regola, visitando i centri europei più importanti. Donna che ha interpretato al meglio queste regole è Santa Geltrude, la cui opera fu importante anche dal punto di vista di diffusione della cultura e per i suoi rapporti con i Carolingi. Ella può essere vista come il modello a cui tutte le donne sacramentate del tempo aspiravano e che meglio incarnava la "monaca tipo" medievale.

Dopo questa fase missionaria la vita nel monastero ha continuato ad offrire notevoli possibilità di azione per le monache. Esse infatti istituirono ritiri per le donne, senza che queste avessero l'obbligo dei voti di povertà e castità.

All'interno del monastero e del ritiro si svolgeva una vita ricca di preghiere e opere di carità, e particolare attenzione era data all'educazione e all'istruzione delle giovani fanciulle. Inoltre vi era particolare interesse per la poesia, la storiografia, la filosofia. La miniatura di libri e spesso le monache amministravano le estese proprietà fondiarie che il monastero possedeva. Sotto questo punto di vista si può quindi affermare che sono state fatte molte opere di rilievo anche sul piano temporale, oltre che spirituale. La loro azione ha fatto sì che fossero proprio femminili le uniche strutture assistenziali come ospedali,ostelli e le già citate scuole. Questo permetteva infatti l'unione di due azioni fondamentali: quella caritativa e quella di divulgazione della cultura in un mondo ignorante, soprattutto nelle classi sociali più povere.


 

La donna nella società urbana medievale

Sulla società urbana si hanno informazioni abbastanza dettagliate, soprattutto sull'economia e sulla collocazione sociale della donna al suo interno. Tuttavia vi sono differenze molto profonde fra le diverse città a causa delle dimensioni, delle collocazioni geografiche e delle economie interne.

La donna nella società urbana, oltre alle mansioni di economia domestica, poteva essere attiva nell'economia svolgendoli suo ruolo all'interno del settore mercantile assieme al marito, in quanto non poteva avere un'attività economica di commercio in proprio. La parte che ritengo interessante approfondire è appunto questa, analizzando specialmente ciò che è avvenuto per quanto riguarda la città di Lubecca, in Germania.

In questa città, giuridicamente la donna doveva presentare al suo matrimonio una dote, che diventava possesso della famiglia nascente, mentre ciò che ella possedeva prima della sua vita coniugale e il suo patrimonio personale avevano particolari protezioni da parte della legge. Vi è infatti la presenza di questa figura già nei manoscritti latini del diritto di Lubecca, segno dell'importanza della sua figura, tanto da suscitare una specifica trattazione giuridica.

Innanzi tutto, per legge, i giuramenti e le garanzie che le donne prestavano avevano valore assoluto e, sul piano dell'indebitamento e del fallimento, esse erano di pari diritti e doveri dei mercanti uomini; anche la donna non poteva effettuare testamento senza il consenso degli eredi e dei tutori.

Per quanto riguarda le sue capacità giuridiche in rapporto al patrimonio del marito, il diritto di Lubecca ha molteplici leggi. Una donna, rimasta vedova, aveva la possibilità di abitare nella casa di famiglia vita natural durante e secondo una sentenza del 1482, il patrimonio della moglie (denari, rendite, terreni posseduti prima del matrimonio, ad esclusione della vera e propria dote) precedeva tutti i debiti contratti dal marito defunto. La librazione della quota della moglie poteva però avvenire anche in caso di fallimento del marito nella sua attività commerciale, di un eccessiva contrazione di debiti da parte di questi o di una conduzione di vita palesemente troppo dispendiosa. Nei casi in cui era minacciato il patrimonio, non rispondeva quindi dei debiti del marito, e il lascito delle proprietà della moglie era proprio considerato uno dei debiti con pagamento privilegiato. La donna aveva però una quota massima che poteva alienare autonomamente, e ciò per evitare lo sviluppo di un'attività autonoma da parte sua, mentre poteva comprare prodotti in lino e canapa con il patrimonio del marito.

Dal 1586, secondo il diritto di Lubecca, la donna mercante, assieme al marito, formavano un'unica comunità che rispondeva con i reciproci patrimoni alle attività commerciali.

Riassumendo l'attività femminile nell'ambito mercantile, possiamo quindi sostenere che le donne abbiano avuto successo elevato, tenendo conto che era molto più difficile per loro accumulare un patrimonio considerevole attraverso questa occupazione, che in alcuni casi era svolta su largo raggio d'azione (alcune commercianti avevano depositi sino in Svezia), ma in altri era solo una vendita al dettaglio, lavoro secondario alla cura della casa.

Analizzando un'altra città renana, Colonia, si può invece incontrare un'altra attività spesso svolta da donne, l'attività artigianale della produzione di tessuti. Uno sviluppo così ampio in questa città è stato dato dalla profonda concezione della parità di possibilità di successo economico e dalla idea di sottomissione allo stesso regime penale per tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso o dallo stato sociale. Infatti, in questa società le donne riuscirono a conseguire notevoli successi proprio per la loro capacità giuridica ampia.

Le donne, per avviare un'attività produttiva, dovevano fare richiesta di ammissione fra i cittadini e, da quel momento l'attività era sottoposta a precise regolamentazioni, dettate dalle corporazioni. Innanzi tutto il lavoro non poteva iniziare prima dell'alba e finire dopo il tramonto, e ciò per sfruttare appieno la luce del giorno. Per avviare un'attività in proprio era anche necessario un apprendistato di quattro anni, concluso da un esame, nel quale la maestra controllava il lavoro effettuato dall'allieva. In caso di risultato soddisfacente, l'apprendista poteva avviare in casa propria un laboratorio artigianale, pagando una tassa d'entrata alla corporazione.

Le apprendiste erano generalmente della stessa classe sociale delle maestre, ed erano composte per il dieci per cento circa da figlie di membri della corporazione, dalla maggioranza di figlie di commercianti e da una minoranza di ragazze provenienti da fuori città.

Donne appartenenti alla corporazione potevano avviare allo stesso lavoro solamente una figlia, facendole seguire il periodo di apprendistato, con la possibilità di aiutarla finanziariamente, ma non dandole materiale primo alla lavorazione. La tassa d'entrata all'a corporazione era presente, ma ridotta alla metà.

Nella città di Colonia le donne erano, per tutte queste agevolazioni, impegnate per la maggior parte nel settore della tessitura, che tra l'altro dominavano insieme ad altri settori, in quanto possedevano maggiore manualità rispetto agli uomini. Le donne erano invece assenti tra sellai, falegnami, calzolai, orefici, copritori di tetti, mugnai, scultori, pescatori e fabbri.

venerdì 12 marzo 2010


CIRO MENOTTI


 

C'è un monumento in piazza degli Estensi a Modena:rappresenta un giovane,bello,lo sguardo fiero,i tratti virili e nello stesso tempo dolci:quel giovane uomo è Ciro Menotti.

Le giovano generazioni ,probabilmente avrebbero difficoltà a collocarlo in uno spazio temporale e storico.

Forse in qualcuno reminiscenze vaghe della quinta elementare e di un sussidiario(così veniva definito l'omnia sapientia);ma niente più.

Eppure quel giovane e bellissimo uomo è stato un rivoluzionario,un Che Guevara ante litteram,un eroe del nostro momento più forte dal punto di vista della rivendicazione nazionale,culturale e democratica.

Ciro Menotti fu un carbonaro ,un dissidente,un uomo che combattè ,pagando con la vita la tirannia.

E come tutti gli eroi pagò il prezzo che impone il tempo:l'oblio.

Siamo qui per togliere quel velo e ricostruire,nel nostro piccolo,la memoria del suo sacrificio.

Siamo tra il 1820 e il 1831,l'Europa è in fermento.

In Spagna,in Portogallo,in Francia e soprattutto in Italia,da sempre terra di conquista scoppiano moti rivoluzionari.

Le insurrezioni sono organizzate ,come sempre nella storia,

da giovani mossi da furenti ideali di giustizia.

Questa gioventù entusiasta e folle aderisce a società segrete:in Italia tale società è denominata Carboneria.

Lo scopo di questi giovani rivoluzionari è strappare ai sovrani regnanti la concessione di una costituzione.

Le conquiste democratiche ottenute con giovanile irruenza in una prima fase furono però presto cancellate dal duro intervento militare della Santa Alleanza:Prussia,Russia Austria,che interviene ferocemente in Italia.

E ,come sempre nella storia,allo stroncare un moto rivoluzionario,è bagno di sangue.

E' in questo contesto che si colloca la figura drammatica di Ciro Menotti.

Ciro nasce a Carpi il 22 gennaio del1878,figlio di una benestante famiglia di commercianti.

Si affilia alla nascente società segreta detta la Carboneria

a17 anni.

E' affascinato dal nuovo corso del re di Francia,Luigi Filippo D'Orleans,si tiene in contatto con i liberali francesi:sogna di cambiare il mondo.

Vuole liberare il ducato di Modena dal giogo austriaco.

Il ducato è governato da un sovrano ambizioso ed ambiguo:Francesco IV arciduca d'Austria.Egli reputa il ducato di Modena troppo piccolo per la sue ambizioni ed ha un atteggiamento di lusinga nei confronti dei carbonari:se da una parte reprime il movimento,dall'altra cerca in esso delle alleanze segrete per sfruttare la rivoluzione ai propri fini personali di potere.

Sarà ciò che perderà il giovane idealista Ciro.

Senza dubbio ci furono tra i due incontri ed accordi precisi:non posso ora io addentrarmi nella strategia dell'arciduca,ma è necessario che ne esamini le conseguenze.

E' certo che l'arciduca appoggia la sollevazione del gennaio 1831,o per lo meno chiude tutti e due gli occhi.

Ciro organizza nei minimi dettagli la sollevazione:cerca il sostegno del popolo(che però aveva ben altri problemi:tipo il mangiare tutti i giorni)e l'approvazione dei circoli liberali.

Il 3 febbraio Menotti raduna una quarantina di congiurati nella propria abitazione,proprio di fronte al palazzo granducale:la rivolta è pronta.

Ma è in questo momento che l'arciduca non solo ritira il suo appoggio,con un brusco volta faccia,ma invoca addirittura il sostegno della Santa Alleanza.

I motivi li potremmo trattare in altra sede,ma tutto sta che l'arciduca fa circondare la casa.

Ha inizio una furibonda sparatoria:alcuni muoiono sul posto ,altri fuggono,altri tentano di fuggire,ormai in trappola.

E' il caso di Menotti:cerca di fuggire saltando da una finestra,ma cade e si frattura la gamba:è catturato ed imprigionato.

E' la fine.

Il gran duca fugge rifugiandosi a Mantova e pota con sé,ferito e prigioniero Ciro Menotti.

Due mesi dopo fa celebrare il processo che si conclude con la condanna a morte mediante impiccagione di Menotti.

Il sogno è finito:Menotti passa l'ultima notte con un sacerdote a cui consegna una bellissima lettera per la moglie.

La lettera fu subito confiscata e la vedova la leggerà solo nel 1848.

La sentenza fu pubblicamente letta solo dopo l'esecuzione per evitare disordini in città.

Di lui,rimane,oggi,quello sguardo giovanile ed ispirato degli eroi,uno sguardo che attraversa le generazioni e fa dell' idea di libertà la forza della memoria storica.


 

Susanna Franceschi


 


 

venerdì 5 marzo 2010



Morgana

Fata o strega?


 

Nel poema epico celtico-britannico denominato "Il ciclo della Tavola Rotonda",vengono delineate solo due figure femminili:la regina Ginevra,moglie di Artù ed amata da Lancillotto,e Morgana,la fata che accanto al druido Merlino guida con incantesimi il fato della corte di Camelot.

Queste due figure femminili sono assai sfumate,le descrizioni sono parziali,i loro caratteri mai delineati chiaramente,i dialoghi che definiscono la loro presenza nel ciclo rarissimi.

Eppure,ad un attento lettore,le due donne sono fondamentali nello svolgersi dell'epica:sono loro le vere ,nascoste protagoniste.

Sono loro che,nella assenza delineano e compiono il destino della corte di Camelot,rompono legami,ricuciono rapporti e si elevano potenti sopra le battaglie degli uomini.

Due donne o due aspetti di una stessa figura archetipica?

La lettura del poema non è semplice a livello simbolico ,poiche' si lega ad una cultura ed una tradizione,quella celtica,non ancora decifrata in tutti i suoi aspetti.

Chi è Morgana ,e come ci viene presentata nel poema?

Come per Ginevra,in lei verità storica e leggenda si fondono fino a sfumare in una realtà di sogno che però ci guida,come in tutta la narrazione celtica,ad elementi di riscontro oggettivo.

Morgana è la sorellastra di Artù.

E' figlia di Igraine,bellissima regina dai rossi capelli e del Duca di Cornovaglia.

Il Duca è in guerra di clan con Uther Pedragon.

La guerra si trascina da generazioni.

Le tregue sono necessarie per ristabilire i rapporti di forza e soprattutto per allentare assedi che potevano mettere a repentaglio vite di centinaia di abitanti dei castelli e dei villaggi limitrofi.

E' durante una tregua che si svolge il banchetto fatale:il Duca inita Uther e i suoi cavalieri ,sperando in una trattativa che conduca i cla ad una pace.

Per onorare l'ospite fa danzare la bellissima Igaine,la regina che viene dall'Irlanda e di cui è gelosissimo ed innamorato.

Igraine balla con la grazia e la sensualità che le è connaturata.

E' un amore folle ,a prima vista:Uther decide che deve avere quella donna,la donna del Duca e che questo costi pure una nuova guerra.


 

Un apprezzamento di troppo,uno sguardo più erotico di un altro:il Duca ,impazzito di gelosia,caccia Uther e i suoi cavalieri dal castello:è di nuovo guerra.

Morgana ha otto anni ed osserva ,non vista,da dietro i tendoni che proteggono le sale del castello.

Il suo è un destino già segnato:lei sa,lei vede l'evolversi della vicenda,come in uno stato onirico.

Vicino a lei il druido:Merlino che osserva insieme alla duchessina il compimento del fato.

Ed è a Merlino che Uther si rivolgerà per un "FA"(magia del cambiamento)che gli consenta di avere Igraine.

Il" FA"è,nella tradizione celtica della Wicca,un incantesimo che permette la trasformazione:è un incantesimo forte ,che prosciuga le energie di chi lo invoca e di chi lo compie.

Merlino,ed anche la giovane Morgana,sanno che il FA è invocato solo per le grandi trasformazioni storiche.

Questa lo sarà,per la Britannia e per tutto il mondo celtico.

Nel FA ,re Uther trasformato in aquila si reca da Igraine e,prese le sembianze del Duca ,la seduce e la rende madre.

E' da questa magica violenza che nascerà,secondo il poema,Artù,il re che unificherà i clan della Britannia.

E' storicamente probabile che ,dopo la morte del Duca di Cornovaglia in una battaglia subito successiva all'evento leggendario,i due fratelli siano sempre vissuti vicini.

Nei testi ,dove troviamo Artù,troviamo Morgana:silenziosa,quasi trasparente,ma sempre presente ad osservare e decifrare i messaggi del fato.

Adulta,donna di bellezza ed imponenza fisica,ci viene presentata come l'ultima allieva di Viviana

Nell'immaginari comune Viviana è la famosa Dama Del Lago,per intenderci la fata che esce dalle acque con la spada Excalibur,che lei conserva per "Il re che verra'".

Quella di Viviana è una figura che impone un approfondimento.

Viviana rappresenta la Madre Terra,colei che conserva il potere del maschio :la spada,simbolo fallico che acquista forza solo se mediato da una figura femminile.

Se Viviana è la sua maestra ,Merlino è la guida e l'amico che sarà,tra vicende alterne,al suo fianco per tutta la vita.

Non c'è ,tra loro gerarchia netta:se Merlino è il grande druido ,il sacerdote del sapere ,Morgana è la dea terra,l'altra faccia di Ginevra,regina sofferente per amore.

La Fata rappresenta ,nel simbolismo celtico,tutta l'essenza della filosofia della wicca:fate e streghe come donne intellettuali e dominatrici che regolano il destino degli uomini.

Per ben comprendere la figura di Morgana è necessario delineare il concetto celtico di :"un re ,una terra,la terra per un re".

In una cultura in cui il concetto di Dea Terra era ancora molto radicato nelle coscienze,la dove un re prendeva possesso di una terra si effettuava anche l'unione tra il re e la terra ,attraverso una donna che ne era rappresentante:e nel ciclo Morgana sarà sorella ,ma anche amante di Artù ,dandogli un figlio:Morodgrom,che porrà fine al regno di Camelot.

Dalle innumerevoli versioni sul tema,registrate soprattutto in irlandese,ci si può fare un'idea dell'unione rituale quale doveva aver luogo prima della cristanizzazione della classe dirigente nel V o Vi secolo dopo cristo:probabilmente essa consisteva in un rituale di unione,un matrimonio,con un surrogato della dea :una fata o l'altra parte umana della fata,Ginevra in questo caso.

Morgana,come fata ben rappresenta questo passaggio:è quella parte della sensibile Ginevra che,astenendosi dalla passione,ma esercitandola dominandola,gestisce il re sposato alla terra.

E' colei che ,partorendo un figlio al re,Ginevra non avrà figli da Artù,ne deciderà il destino secondo l'Edipo freudiano:in un ultima battaglia per il poter Moodgrom ucciderà Artù ,suo padre,e nell'ucciderlo perderà Excalibur che tornerà nelle mani di Viviana,la donna che domina.

S.F


 


 

lunedì 1 marzo 2010


 

 

Bobby Sands

 
 

"Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l'Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista"

Robert Gerard Sands, più noto come Bobby Sands nacque a Rathcoole, in Irlanda del Nord il 9 Marzo 1954, crebbe nel quartiere di Abbots Cross, a Belfast.Nonostante non sia stato mai chiaro se i Sands fossero cattolici, furono costretti a trasferirsi diverse volte a causa delle costanti intimidazioni subite dai Lealisti protestanti.Nel 1972 all' apice dei tumulti, Bobby aderì al PIRA (Provisional Irish Republican Army), ma nello stesso anno venne arrestato e rimase in carcere senza processo fino al 1976.Al suo rilascio fece ritorno in famiglia, a Twinbrook nella parte ovest di Belfast, dove divenne un'attivista della comunità. Dopo un anno fu di nuovo arrestato e anche se le accuse più gravi a suo carico vennero lasciate cadere, fu processato per possesso di armi da fuoco (lui con altre quattro persone erano in una autovettura nella quale venne rinvenuta una pistola) nel settembre 1977 e condannato a 14 anni di carcere.Sands scontò la pena in uno dei bracci della prigione di Long Kesh, noto come H-Blocks. In prigione Sands divenne uno scrittore di giornalismo e poesia, i cui articoli vennero pubblicati dal giornale repubblicano An Phoblacht. Alla fine del 1980 Sands venne scelto come ufficiale comandante dei prigionieri dell'IRA a Long Kesh e divenne anche un fervente cattolico.Nel frattempo i prigionieri dell'IRA organizzavano una serie di proteste per cercare di ottenere lo status di prigionieri politici e non essere soggetti alle normali regole carcerarie.
La prima protesta fu la cosiddetta "protesta del lenzuoli" nel 1976, quando i prigionieri si rifiutarono di indossare le uniformi e gli fu permesso di usare solo le lenzuola.
Nel 1978 iniziò la "dirty protest", la protesta dello sporco, dove i prigionieri spalmavano i loro escrementi sui muri delle celle, poichè venivano duramente picchiati dai secondini quando lasciavano le celle per andare al bagno.
C'era stato già un primo sciopero della fame nell'autunno 1980 terminato quando il governo britannico sembrò accettare le richieste dei prigionieri, ma il governo appena lo sciopero della fame finì ritornò alla linea dura tenuta in precedenza.

Il secondo sciopero della fame iniziò quando Bobby Sands il primo marzo del 1981 rifiutò il cibo. Sands decise che gli altri prigionieri si sarebbero dovuti unire a lui ad intervalli regolari, allo scopo di aumentare l'impatto sull'opinione pubblica, con i prigionieri che peggioravano costantemente e morivano nell'arco di molti mesi.

Ma la confusione nata con lo sciopero precedente, rese difficile galvanizzare l'attenzione dall'esterno. L'opportunità giunse con la morte de parlamentare nazionalista per Fermanagh/Tyrone Sud Frank Maguire. Bobby Sands fu candidato per le elezioni straordinarie e vinse il seggio il 9 aprile 1981 con 30.492 voti, contro i 29.046 del candidato dell'Partito Unionista dell'Ulster, Harry West. Poco dopo il governo britannico cambiò la legge, introducendo il Representation of the People Act, che in sostanza proibiva ai prigionieri di partecipare alle elezioni e richiedeva un periodo di cinque anni dal termine pena, prima che un ex-detenuto potesse candidarsi.
Tre settimane dopo, Bobby morì d'inedia nell'ospedale della prigione dopo sessantasei giorni di sciopero della fame.
E' il cinque maggio 1981.
Morì su un materasso ad acqua, unico supporto morbido abbastanza da sostenere le sue ossa sporgenti.

L'annuncio della sua morte diede il via a diversi giorni di rivolta nelle zone nazionaliste dell'Irlanda del Nord, oltre centomila persone si schierarono lungo il percorso del suo funerale.
Altri nove uomini dell'IRA e dell'INLA che morirono dopo Bobby Sands. Gran parte dei repubblicani irlandesi e dei simpatizzanti dell'IRA videro Bobby Sands e gli altri nove come a dei martiri che resistettero all'intransigenza del governo britannico, e molti nazionalisti irlandesi che disapprovavano l'IRA, furono scandalizzati dalla posizione del governo britannico.La copertura mediatica che circondò la morte di Bobby produsse un nuovo flusso di attività dell'IRA, molte persone si sentirono spinte ad aiutare a spezzare la connessione britannica aiutando l'IRA, non vedendo altre opzioni dato l'atteggiamento intransigente dei politici britannici nei confronti dell'Irlanda. I numerosi successi elettorali conseguiti durante lo sciopero spinsero il movimento repubblicano a muoversi verso la politica, e indirettamente spianarono la strada all'Accordo del Venerdì Santo e al successo del Sinn Féin molti anni dopo.
Bobby Sands scrisse un libro in cui narra l'inferno del carcere e la tragedia dell'Irlanda in lotta intitolato "Un giorno della mia vita".
Estremamente significativa e' la frase che pronuncio' riferendosi agli anni della sua adolescenza: "Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l'Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista

I DIECI PRIGIONIERI MORTI NELLO SCIOPERO DELLA FAME DEL 1981


 
 

BOBBY SANDS
morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni

FRANCIS HUGHES
morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni

RAY MC CREESH
morto il 21 maggio 1981 dopo 61 giorni

PATSY O'HARA (INLA)
morto il 21 maggio 1981 dopo 61 giorni

JOE MC DONNELL
morto l'8 luglio 1981 dopo 61 giorni

MARTIN HURSON
morto il 13 luglio 1981 dopo 46 giorni

KEVIN LYNCH (INLA)
morto l'1 agosto 1981 dopo 71 giorni

KIERAN DOHERTY
morto il 2 agosto 1981 dopo 73 giorni

THOMAS MC ELWEE
morto l'8 agosto 1981 dopo 62 giorni

MICKY DEVINE (INLA)
morto il 20 agosto 1981 dopo 60 giorni

     

 

giovedì 25 febbraio 2010



LE EPIDEMIE NELLA STORIA DELL'UMANITÀ


 


 

I rapporti tra l'uomo e gli agenti infettivi sono andati incontro a una serie di transizioni epidemiologiche caratterizzate da cambiamenti nei patogeni prevalenti e nelle dinamiche di trasmissione.

Gli ominidi foraggiatori e più tardi cacciatori-raccoglitori che vivevano in gruppi piccoli, isolati e in continuo movimento non potevano mantenere una circolazione epidemica di agenti responsabili di infezioni acute, come il morbillo o il vaiolo. I cacciatori-raccoglitori erano prevalentemente colpiti da infezioni parassitarie croniche dovute a protozoi ed elminti, o da virus in grado di persistere o giacere quiescenti per decenni. Probabilmente, una serie di agenti infettivi zoonotici furono acquisiti incidentalmente da infezioni endemiche circolanti localmente in animali selvatici. I nostri antenati venivano anche sporadicamente aggrediti da agenti infettivi comunque non ben adattati all'uomo.


 

L'avvento dell'agricoltura e dell'allevamento degli animali espose l'uomo a nuovi agenti infettivi e prefigurò le condizioni per tre grandi transizioni che si sono prodotte negli ultimi 10.000 anni. La nuova ecologia agraria rappresentò la prima transizione storica nei rapporti tra l'uomo e le malattie infettive. Gli insediamenti umani costituivano una nuova nicchia ecologica per gli agenti infettivi e permettevano un'intensificazione di contatti con vettori di parassiti. La transizione agraria peggiorò le condizioni sanitarie. I primi coltivatori si nutrivano peggio ed erano più esposti alle malattie infettive rispetto ai cacciatori-raccoglitori. I primi insediamenti umani erano circondati da rifiuti ed escrementi, con roditori e insetti che riciclavano continuamente gli agenti infettivi. Inoltre, nuovi agenti infettivi furono acquisiti da animali addomesticati, in particolare le malattie virali acute, la cui trasmissione dipende da una soglia minima di densità della popolazione, come morbillo e vaiolo.

Le prima civilizzazioni nel Medio Oriente, in Egitto, Asia (sud-est e centrale) e nell'America del sud e centrale acquisirono ognuna un distinto repertorio di malattie infettive e si crearono le condizioni per il manifestarsi ricorrente di gravi epidemie. Di fatto, i contatti, che inizialmente risultavano devastanti a causa della mancanza di immunità, tra le prime civiltà accelerarono i processi di coevoluzione dell'uomo e degli agenti infettivi. Di solito, ma non sempre, i patogeni diventavano meno virulenti per garantirsi maggiori chance di sopravvivenza, mentre la pressione selettiva esercitata dalle nuove infezioni produceva nella popolazione l'acquisizione di forme di resistenza genetica alle malattie. I processi coevolutivi fecero sì che molte infezioni epidemiche diventassero endemiche, persistendo nella popolazione e infettando tipicamente la popolazione più giovane.


 

I viaggi e le guerre aumentarono tra civilizzazioni contigue dell'Eurasia e le malattie virali eruttive che originavano nell'Asia del sud cominciarono a diffondersi. E l'esito dei conflitti tra le civiltà antiche, come poi sarà anche per molte guerre moderne, era spesso condizionato dallo scoppio di improvvise epidemie dovute gli addensamenti di popolazioni in cui si potevano rapidamente diffondere agenti infettivi. La cosiddetta "peste di Atene" del 430 a.C., che per Tucidide veniva dall'Etiopia e di cui rimane indefinito l'agente, fu favorita dalla concentrazione della popolazione all'interno della città voluta da Pericle per affrontare la guerra del Peloponneso. Il vaiolo arrivò a Roma con le truppe che tornavano dalla Siria. Lungo la via della seta il vaiolo e il morbillo arrivavano periodicamente da Roma alla Cina e nel II secolo Cina e Roma erano schiacciate e politicamente indebolite dalle pestilenze. La peste di Antonino del 165 d.C. ebbe un impatto devastante, mentre il vaiolo continuava a diffondersi nell'impero occidentale spopolando molte regioni. Di fatto, l'impero Romano crollò sotto l'aggressione delle tribù germaniche e delle epidemie. Così come l'arrivo della peste bubbonica a Costantinopoli nel 542 (Peste di Giustiniano) destabilizza l'Impero Romano d'Oriente.


 

Dopo un'attenuazione delle epidemie nel corso dell'Alto Medioevo, la ripresa dell'agricoltura, il miglioramento dell'alimentazione e il ripopolamento delle città determinava, a partire dai primi secoli del secondo millennio le condizioni per la riprese di gravi epidemie. Le crociate favoriscono nel frattempo il riequilibrio degli agenti infettivi tra Europa e Medio Oriente. La peste bubbonica arrivava in Europa nel 1347, dopo il raffreddamento del clima e le carestie dei primi decenni del Trecento. Fino al 1350 la Morte nera uccise un terzo della popolazione Europea con conseguenze pesanti sociali e politiche. La peste diventava quindi pandemica in Europa, con esplosioni ogni 10 anni circa per un secolo, e rimanendovi per i successivi 5 secoli.


 

Dal XV secolo gli abitanti del continente europeo iniziarono a esportare i loro agenti patogeni nelle Americhe, quindi, nel sud Pacifico e poi in Australia e in Africa, con esiti letali per le popolazioni che fino a quel momento erano rimaste immunologicamente isolate per circa 15mila anni. La terza transizione fu quindi una disseminazione più che uno scambio, che in un secolo provocò la morte di circa il 90% delle popolazioni native a causa dell'influenza, del vaiolo e del morbillo. Il commercio degli schiavi introdusse nelle Americhe la malaria da Plasmodium falciparum e la febbre gialla. Durante il XVIII e il XIX secolo gli esploratori europei portarono le malattie infettive in Australia, sempre con pesanti conseguenze per le popolazioni indigene. Gli abitanti delle Hawaii crollarono da 300.000 a 30.000 in 80 anni, dopo l'arrivo di Cook nel 1778.


 

Il XVII secolo fu caratterizzato, in Europa, soprattutto dalla diffusione della sifilide, arrivata dal Nuovo Mondo con i marinai di Colombo. Sul continente europeo, nei secoli successivi, sotto la pressione delle guerre, dei processi di industrializzazione e urbanizzazione, e del commercio con le colonie si determinano nuove condizioni ecologiche per gli agenti infettivi, che favorirono inizialmente la diffusione di tubercolosi, tifo e colera. Ma si diffondeva anche la variolazione prima e la vaccinazione poi contro il vaiolo, si dimostra l'efficacia dell'igiene pubblica per il controllo delle epidemie e si affermano i concetti sperimentali della microbiologia medica. Dalla metà dell'Ottocento fino agli anni Ottanta del secolo scorso l'impatto delle malattie infettive nei paesi sviluppati si è progressivamente ridotto. I progressi economico-sociali, dell'igiene e delle conoscenze mediche hanno determinato una transizione sanitarie e conseguentemente una transizione demografica, caratterizzate da riduzione della prevalenza di malattie infettive, crollo della mortalità infantile, crollo della natalità e allungamento della speranza di vita, per cui sono aumentate le malattie cronico-degenerative. All'interno di questo processo si sono manifestate anche le prime gravi pandemie, come quella di influenza del 1918-19, che uccise tra 25 e 40 milioni di persone in tutto il mondo.


 

A partire dagli anni Settanta, quando sembrava che il mondo sviluppato, grazie a misure di profilassi vaccinale e all'avvento degli antibiotici fosse prossimo a conquistare il definitivo controllo delle malattie infettive, si sono avute le prime manifestazione di una nuova fase nei rapporti tra l'umanità e gli agenti infettivi. Via via che le popolazioni umane sono diventate interconnesse economicamente, culturalmente e fisicamente, gli scambi di persone, animali e microbi da tutte le aree geografiche si è intensificato. In particolare, i viaggi intercontinentali e il commercio su lunghe distanze facilitano ormai la redistribuzione geografica di agenti infestanti e patogeni e l'emergere di nuove infezioni o il riemergere di antiche malattie attraverso la selezione di nuove varianti dell'agente patogeno. Dalla metà degli anni 70 più di 30 nuove infezioni, ovvero agenti fino a quel momento sconosciuti sono state identificati. Il più noto tra questi è certamente il virus Hiv responsabile dell'Aids.


 

Anche, le moderne procedure mediche, tra cui trasfusioni e trapianti d'organo hanno creando nuove opportunità ecologiche per i virus e gli agenti patogeni in generale, per esempio la possibilità di sfruttare soggetti il cui sistema immunitario viene mantenuto farmacologicamente depresso per evolvere ceppi patogeni più aggressivi, ovvero ceppi in grado di resistere ai trattamenti farmacologici o alla profilassi immunitaria. Anche l'uso eccessivo e scorretto di antibiotici favorisce l'evoluzione della resistenza. Le malattie infettive sfruttano tutti i punti deboli, incluse le disuguaglianze, le guerre, l'aumento di profughi, i progetti di irrigazione e di creazione di nuove dighe, l'urbanizzazione e la crescente povertà nei ghetti urbani, la vulnerabilità che accompagnano il lavoro migrante e la mancanza di educazione.


 

Gilberto Corbellini

Sezione di storia della medicina

Dipartimento di medicina sperimentale e patologia

Università di Roma "La Sapienza"

domenica 21 febbraio 2010


MATHILDE von TUSZIEN

Matilde di Canossa


 

Parlando di regine ,imperatrici e donne di potere nel periodo medioevale ,non si può non parlare della donna che,probabilmente ,ebbe il potere più grande ,non solo della sua epoca,ma forse di tutta la storia che va,in occidente, dalla caduta dell'impero romano ai nostri giorni.

Mathilde von Tuszien,più comunemente conosciuta come Matilde di Canossa,dal nome di uno dei suoi numerosi castelli,riuscì,più di qualsiasi altra donna di potere a dominare ,incontrastata ,sola e per tutta la sua vita un grande panorama politico e a governare ,senza sostegno o alleanza con nessun uomo da lei sposato,un enorme territorio.

Mathilde fu potente feudatario,contessa,duchessa,marchesa,regina ed unica ed insostituibile alleata dello stato pontificio.

Il suo dominio si estendeva su territori vastissimi:Lombardia,Emilia Romagna,Toscana e tutti i territori che si trovavano a nord dei possedimenti del Papa.

Lo stato della feudataria era praticamente una zona –cuscinetto,quindi di fondamentale importanza strategica,tra i territori dell'Impero e quelli del Papa,e questo non fece che accrescere il suo potere e la sua influenza su l'uno(l'impero)e sull'altro (il papato).

Nessuna figura ha più rilevanza politica nella storia d'Italia e di Europa,un Europa dilaniata dalla lotta per le investiture che orientò in forma assoluta tutta la politica di perlomeno 200 anni.

La sua fama ,il ricordo della sua figura di enorme levatura politica e morale ,sfuma talvolta nelle leggende,che inquinano il ricordo di quasi tutti i giganti della storia,ed è stata spesso vittima di interpretazioni arbitrarie,che nulla hanno a vedere con la realtà di questo personaggio.

Lo stesso Dante ne fa personaggio nella sua commedia,raffigurandola in Matelda,la donna che nel Purgatorio accompagna il poeta nel percorso verso il Paradiso fino all'incontro con Beatrice.

La raffigurazione,seppur poetica di Dante,è quella che più ci fa avvicinare alla realtà di Matilde:viene descritta come una donna sola,che canta dolci melodie ed intreccia collane di fiori,con grazia e tristezza allo stesso tempo,ed è questo che in realtà connota la figura di Matilde:una solitudine profonda vissuta con la rassegnazione di un destino ineluttabile.

Questo fu sopra ogni altra valutazione la contessa e regina:una donna profondamente e rassegnatamente sola.

Matilde nacque a Mantova nel 1046,terzogenita di una delle più potenti famiglie feudali dell'Italia,i marchesi di Tuscia,l'origine e la lingua dei Tuscia era longobarda,quindi tedesca.

Il padre era Bonifacio "il tiranno"discendente diretto di Attone,fondatore del casato.

Bonifacio,pur di elevata nobiltà,aveva però fatto un grande matrimonio:aveva infatti sposato nientemeno che Beatrice di Lotaringia,di famiglia imperiale,imparentata con i duchi di Svevia,di Borgogna e con gli imperatori Enrico III ed Enrico IV,dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina.

La nobile Beatrice era parente anche del papa Stefano IX.

Questo intreccio di altolocate parentele ci farà capire in seguito il ruolo di mediazione che la contessa ebbe durante la lotta tra impero e papato.

L'altolocata e superiore posizione dette un forte potere nell'ambito dell'educazione dei figli a Beatrice,tutto,dalla scelta dei nomi,tutti di derivazione germanica,all'educazione era deciso dalla lotaringia.

Irrilevante fu,nell'infanzia e nella giovinezza di Matilde ,la figura paterna,e senza alcun dubbio la piccola si nutrì da subito della possibilità per una donna di avere e gestire potere e responsabilità al pari di un uomo.

Beatrice,donna acuta e lungimirante,allevata nell'arte della politica alla corte imperiale ,non privilegiò i due primogeniti maschi nelle possibilità educative:l'alta mortalità dei tempi la faceva optare per un uguale numero di possibilità di regno per tutti e tre i suoi figli.

Nessun investimento fu più proficuo e ricompensato di quello che Beatrice di Lotaringia fece sulla piccola Matilde.

La bambina trascorse la prima infanzia prevalentemente nel castello di Canossa che rimase la sua residenza preferita ed il suo "buen ritiro" per tutta la vita,a soli sei anni sapeva parlare perfettamente tedesco,francese e latino e,cosa rara,sapeva scrivere in tutte e tre le lingue.

Questa infanzia dorata fu interrotta bruscamente da un episodio che segnò il successivo percorso della sua vita:il 6 maggio del 1053 Bonifacio "il tiranno"soprannome che non ebbe riscontro in un particolare autoritarismo del duca,fu ucciso a tradimento da una freccia avvelenata di un suo cavaliere.

Il fatto avvenne durante una battuta di caccia e non vi fu mai certezza dei mandanti.

La conseguenza immediata fu,però,che Beatrice si trovò a governare da sola le immense proprietà e a tutelare insieme tre figli rimasti senza la protezione del padre.

Gli avvoltoi che pensavano di minare il potere della famiglia in questo periodo di transizione di potere erano molti.

Beatrice pensò di chiedere protezione all'imperatore EnricoIII che concesse subito "privilegio di protezione personale"

Nel Medioevo "il privilegio di protezione personale"si connotava nel fatto che qualsiasi reato compiuto nei riguardi della persona sottoposta a tale stato giuridico,era compiuto anche verso la figura del protettore,nel caso l'imperatore in persona.

Non che Enrico avesse un animo particolarmente sensibile:in realtà tale privilegio includeva una richiesta pressoché assoluta e l'imperatore aveva preferito concederla alla lotaringia prima del papa ,stabilendo così un alleanza importante.

Non dobbiamo mai scordarci,in tutto questo percorso di difficile interpretazione per le numerose alleanze,tradimenti,guerre e fini giochi diplomatici ,la posizione di cuscinetto dei territori dei Tusci:chiunque dei due contendenti,papa ed imperatore,volesse muovere guerra all'altro,o difendersi dall'altro,doveva avere l'appoggio dei Canossa e il passaggio dalle loro terre.

Nel 1053,lo stesso anno della concessione del "privilegio"muoiono per "maleficio"entrambi i fratelli di Matilde.

Il "maleficio"era una morte di cui non era data una spiegazione;pare che i due presentassero sintomi di avvelenamento,ma si suppose che fosse un'intossicazione casuale di origine alimentare,evento frequente in tempi in cui le condizioni igeniche del cibo lasciavano a desiderare.

Matilde ha sette anni ed è unica erede del regno e del potere dei Tusci:è la bambina più importante dello scacchiere politico europeo.

Se ne rende conto Enrico che ,spaventato anche dalla ascesa al soglio pontificio di Stefano IX,zio della piccola,decide di fare un colpo di mano:scende in Italia e prende in ostaggio Beatrice e la piccola erede.

Matilde ha 10 anni :non dimenticherà mai l'umiliazione della prigionia in Germania.

Beatrice,ancora bella e giovane,non può tollerare che una discendente degli Svevi sia tenuta in ostaggio,ma è donna e soprattutto,anche se intelligente ed orgogliosa,non ha la personalità forte e virile che contraddistinguerà la figlia.

Trova una soddisfacente soluzione in un nuovo matrimonio con un nobile che può garantire a lei e Matilde protezione anche verso Enrico.

L'uomo scelto è Goffredo il Barbuto,suo cugino e fratello di papa Stefano.

Nel frattempo muore l'imperatore e Matilde può tornare in Italia.

Il matrimonio tra Beatrice e Goffredo rafforza enormemente il potere dei Tusci:il Barbuto è uomo d'armi ed ha al suo servizio un potente esercito.

Il periodo è tutto un succedersi di papi che decretano strategie e nuove regole interne rispetto alla gestione degli equilibri di potere:la chiesa è ,per tutto il medioevo,un potere temporale ed un forte potere temporale;la supremazia per le investiture feudali sancisce rapporti di forza che sono oggi paragonabili,sempre che si possa fare un paragone,al possesso o meno di armi nucleari.

I Tusci stanno nel mezzo ,sfruttano questa lotta tra titani per rafforzare il loro potere ed indebolire progressivamente quello dell'imperatore e del papa.

Matilde non assisterà mai passiva a questa "guerra fredda",ma cavalcherà, da vera signora della diplomazia le tensioni e sarà artefice di equilibri e di avvicendamenti di potere.

E' questa,alla corte di Goffredo e Beatrice ,la sua scuola,corte nella quale affinerà capacità innate ed doti acquisite con la fatica della dedizione allo studio e all'ascolto.

Matilde è cresciuta,è una giovane donna,un adolescente non bella come la madre,ma graziosa e,al contrario di cosa si possa ritenere,estremamente femminile.

Il matrimonio di Goffredo con Beatrice prevedeva una importante clausola:il figlio del Barbuto,Goffredo il gobbo,avrebbe sposato la figlia di Beatrice,Matilde ,appunto.

La clausola,voluta da entrambi i contraenti,avrebbe rafforzato il casato,non disperdendo all'esterno i possedimenti dei Tusci-Lotaringi.

Nel 1069 ,con il Barbuto morente,vengono celebrate in fretta le nozze.

Matilde accorre ,subito dopo le nozze,al capezzale del patrigno che sta morendo in Lotaringia e dimostra un affetto ed un attaccamento sincero verso l'uomo che le aveva fatto veramente da padre.

Ora è una donna sposata e sotto indicazione della madre,decide di rimanere in Lotaringia,al fianco del marito.

Goffredo il gobbo non era un cattivo soggetto,ma era affetto da numerosi problemi fisici,tra i quali appunto una gobba ,aveva un enorme gozzo(si diceva assai più grosso di quello di un tacchino)e soprattutto era assolutamente insulso,come tutti i bravi ragazzi per di più brutti.

Matilde non era innamorata,cosa superflua per un matrimonio nobiliare,ma peggio lo riteneva inutile e di ostacolo al raggiungimento dei suoi scopi:gestire il potere sulle sue terre e ricavare il massimo dalle controversie tra impero e papato.

Fece comunque buon viso a cattiva sorte e ,con tanta buona volontà,cercò di sopportare il poveretto.

Rimase anche incinta:tra il 1070 ed il 1071 partorì la sua unica figlia:Beatrice.

Il parto fu drammatico e ,come accadeva con frequenza oggi incredibile,la bimba morì subito:era il 29 gennaio del 1071.

L'esperienza di Matilde con il matrimonio comincia e finisce qui:irritata anche dalle accuse della famiglia del Gobbo di "portare il malocchio",accuse legate alla morte della bimba e ad un mancato maschi,fece ,si fa per dire,le valigie,e tornò a casa sua:è il 1073 e sono passati solo tre anni dalle nozze.

Per Matilde è passato anche troppo tempo:il Gobbo,ferito nel virile orgoglio scenderà a capo di truppe armate ,in Italia ,nel1074,deciso a riprendersi la moglie.

Ma Matilde non era affetta né da romanticismo né conosceva sensi di colpa e ,tanto meno la sotto missione ad un uomo rientrava nei suoi programmi,la risposta fu talmente decisa che il Gobbo,non volendo scatenare una guerra,se ne tornò in Lotaringia con le pive nel sacco..

Camperà pochissimo:nel 1076 cadrà vittima di un'imboscata nelle sue terre ,vicino ad Anversa.

Durante la notte,spinto da necessità del corpo,si recò al gabinetto:lì lo attendeva un sicario che..gli conficcò una spada nell'ano .

Il disgraziato sopravisse tra atroci dolori per una settimana e poi,finalmente morì.

Subito si accusò Matilde ,poiché lo stato di vedova era senz'altro ,per lei, migliore,di quello di separata di fatto.

La contessa non dette minimo rilievo ai discorsi e,data la sua posizione,nessuno osò più delle chiacchiere;vero è ,però ,che Matilde non fece dire nemmeno una messa a requiem,né versò obolo alla chiesa,né tantomeno,come si usava tra ricchi feudatari,fece costruire un convento alla memoria del marito.

Forte della sua posizione dimostrò semplicemente quello che provava:un gran sollievo per l'essersi liberata di quella nullità di marito.

Il 18 aprile 1076 morì anche la madre e Matilde ,trentenne e libera ,divenne sovrana incontrastata di tutte le terre che vanno dal Lazio al lago d Garda e cominciano i suoi quarant'anni di regno .

Riuscirà a governare,amatissima e temutissima dal suo popolo ,su quel territorio infido e frammentato ,stretto tra le grandi potenze,riuscirà,grande diplomatica,a mantenere una posizione imparziale,favorendo in modo equanime le due posizioni e garantendo ,di volta in volta,le due parti avverse,nelle quali ,comunque militavano suoi diretti parenti.

Emblema e trionfo di quest'arte diplomatica è il famoso episodio di Canossa.

Senza entrare nei particolari di questo episodio conosciutissimo ,vorrei invece evidenziare la libertà completa d'azione di Matilde che agisce senz'atto di sottomissione verso l'uno o l'altro dei potenti ed ancor più sorprendente è il riconoscimento sia da parte di GregorioVII ,che da parte di Enrico IV,di questa libertà e di questa capacità di mediazione politica della contessa.

Matilde umilierà di nuovo l'imperatore ,suo cugino,nel 1079,quando dona al papa tutti i suoi domini:è una sfida aperta a Enrico che vanta sui territori diritti feudali e di parente prossimo della contessa.

Nel 1080 con il concilio di Bressanone i giochi di potere si ribaltano:l'imperatore durante il concilio fa deporre il papa e decide di scendere di nuovo in Italia per rivendicare il diritto sui territori del centro della penisola.

Gregorio papa è costretto all'esilio,ma Matilde non si arrende:a Sorbara(Modena) il 2 luglio del 1084,in una battaglia epica che la vede alla testa del suo esercito ,sbaraglia inaspettatamente l'esercito imperiale e crea con il popolo di Bologna,fino a quel mome nto neutrale,una lega a favore del papa.

Nel 1088 Enrico IV prepara una nuova scesa in Italia:il papa Gregorio è morto e l'attuale pontefice non offre grandi garanzie di alleanza.

Matilde si deve decidere a fare ciò che più detesta:sposarsi per ottenere un'alleanza.

Lo fa in prima persona,sceglie il marito più adatto a quello scopo e,com'è nel suo carattere,glielo dice senza intermediari.

Il marito che si è scelta è il duca Guelfo V di Baviera,un duca tedesco erede di un casato pronto a fronteggiare l'imperatore.

Guelfo ha 19 anni,Matilde 40 nella lettera di richiesta di matrimonio parla con una chiarezza che non offre fianco a dubbi:"Non per leggerezza femminile o per incoscienza,ma per il bene di tutto il mio popolo ti invio questa lettera ……

….ti darò tante città,e castelli,e oro….se ti renderai a me car…..è lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una unione.."e così continua per tutta la lettera con toni e contenuti di una modernità ed intraprendenza affascinanti.

Il problema fu che il giovane Guelfo,comprensibilmente,non si rese "a lei caro", Matilde voleva unire l'utile al dilettevole e quindi sollazzarsi sessualmente con il giovincello,solo fu che la natura si ribellò alla copula ed ,in poche parole,Guelfo fece cilecca.

Contessa o non contessa Matilde aveva il doppio dei suoi anni e non era certo una bellezza.

Prima di cacciarlo di malo modo dal castello ,Matilde ,in una celebre scenata lo prese a schiaffi e a pedate:non contenta gli affibbiò il soprannome di "Guelfo l'impotente"che nessuno osò contestarle.

Il duca fu ucciso pochi anni dopo in battaglia e di lui nessuno parlò più.

Fu l'ultimo tentativo di Matilde di avere una vita femminile normale ,il resto della sua vita lo trascorse nell'assoluta dedizione all'unico amore della sua vita:il potere.

Fu protagonista assoluta di tutte le vicende di quegli anni,anni nei quali l'avvicendarsi di papi ed imperatori modificava in maniera radicale equilibri dati per certi:ma il potere della contessa della Tuscia,marchesa e duchessa rimase sempre incontrastato ed indiscusso.

Enrico V,figlio del suo grande antagonista e cugino,Enrico IV conferì nel 1111 il titolo di Regina d'Italia e Vicaria del Papa,Matilde ,da parte sua confermò all'imperatore il diritto feudale sulle sue terre:si metteva fine ad una controversia durata vent'anni.

Cinque anni dopo ,malata di gotta,Matilde muore:viene sepolta a San Benedetto in Po,ma per volere di Urbano VIII,nel 1633 la sua salma viene traslata a Roma,prima in Castel Sant'Angelo e poi,definitivamente,nella Basilica di San Pietro,unica donna lì sepolta insieme alla regina Cristina di Svezia.

S.F

venerdì 19 febbraio 2010



 


 

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LA MONACA JETSUNMA TENZIN PALMO


 


 


 


 


 

Biografia


 

Jetsunma Tenzin Palmo è un'occidentale cresciuta a Londra e diventata buddhista nell'adolescenza. Nel 1964, all'età di 20 anni, decise di recarsi in India per continuare il suo cammino spirituale. In India incontrò il suo guru, un grande Lama tibetano della scuola Kagyu.

Tenzin Palmo fu una delle prime occidentali ad essere ordinata monaca buddhista della tradizione tibetana. Rimase presso la comunità del suo maestro, nell'Himachal Pradesh, per sei anni. In seguito egli la mandò in una zona più isolata per intraprendere una pratica più intensa. Dopo qualche anno, essendo alla ricerca di un luogo più appartato e di migliori condizioni di pratica, Tenzin Palmo trovò una grotta nelle vicinanze, dove rimase per 12 anni, di cui gli ultimi tre in stretto ritiro.

Tenzin Palmo lasciò l'India nel 1988 e soggiornò in Italia, dove insegnò in vari Centri di Dharma.

Prima di morire, il suo maestro le aveva chiesto in varie occasioni di costruire un monastero. Nel 1993, anche i lama del Monastero Khampagar, a Tashi Jong, rinnovarono la richiesta di fondare un monastero femminile.

Nel 2000, Tenzin Palmo riuscì a mettere le basi per il monastero femminile Dongyu Gatsal Ling, nell'Himachal Pradesh (India ), e subito arrivarono le prime monache . Dongyu Gatsal Ling è ormai un monastero molto attivo.

Nel 2008 Tenzin Palmo ha ricevuto il titolo di Jetsunma – che significa Venerabile Maestra – dal il capo del lignaggio Kagyu. La cerimonia si è svolta a Kathmandu. Con questo titolo le vengono riconosciute le sue realizzazioni spirituali in quanto monaca e i suoi sforzi per promuovere lo statuto delle praticanti femminili nella tradizione buddhista tibetana.


 

Il progetto del monastero femminile

DONGYU GATSAL LING

(Il giardino dell'autentico lignaggio)


 

"Penso che nel futuro monache ben preparate svolgeranno un ruolo importante nel mantenimento del Dharma e ho preso l'impegno di dare il mio contributo affinché questo possa realizzarsi" (Jetsunma Tenzin Palmo)


 

    'Il giardino dell'autentico lignaggio' è stato fondato dalla Jetsunma (venerabile Maestra) Tenzin Palmo nel 2000. Si trova nella vallata del Kangra, nell'Himachal Pradesh (India del Nord). Ospita dal 2008 circa 100 monache, che studiano con grande serietà ed intensità i testi sacri, seguendo un programma molto rigoroso che consente loro, in un contesto appropriato, di poter far emergere il loro potenziale intellettuale e soprattutto spirituale.

Per queste giovani donne, che provengono dal Tibet o dalle zone himalayane tradizionalmente buddiste, è una straordinaria opportunità che prima non era consentita loro, visto che non potevano accedere allo studio.

La venerabile Tenzin Palmo e le monache vivono nel monastero, dove sono già stati costruiti gran parte degli edifici, ossia i dormitori, gli uffici, i centri di studio e di ritiro e un piccolo ambulatorio. Il tempio, che sarà il 'cuore' del monastero, è in fase di costruzione e si spera di poterlo finire entro un anno, anche se le decorazioni tradizionali da eseguire richiedono molto tempo.

Ovviamente questo monastero ha bisogno di essere sostenuto sia per finire la costruzione del tempio, sia per la creazione di un fondo che possa garantire in futuro il mantenimento delle monache.

Il monastero femminile Dongyu Gatsal Ling è dedicato al benessere di tutti gli esseri senzienti, in quanto queste monache si attivano in modo molto appropriato affinché il buddhismo possa sopravvivere in questi tempi difficili.