sabato 20 marzo 2010


La canzone di Bernard de Ventador potrebbe essere stata scritta intorno al 1170, che non è una data certa ma trova riscontro con altri testi che sono stati argomentati dagli studiosi.

Bernard de Ventador è un poeta che opera tra la fine degli anni '40 del XII secolo e i primi anni '70. Sulle circa 40 poesie conservate quelle che contengono elementi di datazione sono molto poche.

Per tutti i testi degli autori provenzali non è sempre banale dare delle data è facile per opere più tarde (1600/1700) che sono a stampa e con usi più consolidati di apporre la data.

I poeti provenzali hanno molta documentazione, ma non così capillare. In quei tempi le cronache ne parlano se uno è un conte o un re perché esistono atti del regno o della signoria.

Guglielmo IX duca di Aquitania conosciuto anche come VII conte di Poitiers è noto in tutte le cronache dal momento perché è un grande signore feudale della stessa importanza del re di Francia. E' nato nel 1070 e morto nel 1126. Si tratta del primo trovatore noto della storia della poesia provenzale, è il primo autore databile e documentato di cui si hanno testi.

Cosa controversa è se Guglielmo IX sia l'iniziatore della poesia trobadorica oppure se sia solo il primo documentato e quindi esistano trovatori anche di una generazione precedente.

La controversia è importante nello studio della storia della poesia lirica trobadorica.

Uno studioso tedesco di nome Erich Köhler sostiene che la poesia dei trovatori è espressione della picola nobiltà dei senza terra, per cui Guglielmo IX non potrebbe esserene il primo esponente. E' molto più interessante sostenere che esista una generazione precedente di trovatori.

Guardando le poesie di Guglielmo IX, che comunque non è un poeta isolato nel suo tempo, si nota che i generi poetici non erano tanto fissati, Guglielmo IX scrive in varie direzioni e solo alcuni generi si radicano quindi è pensabile che appartenga a un momento storico in cui si crea una tradizione di poesia cantata in una lingua che accoglie elementi dei vari dialetti del sud della Francia meridionale. Le poesie che gli sono attribuite pur non essendo facilmente databili sono riferibile agli anni precedenti al 1126.

Di altri autori invece non si sa quasi nulla se non una serie di informazioni su testi in prosa che si trovano nella antiche antologie manostritte.


 

Da dove vengono i testi delle poesie dei trovatori?

I testi dei trovatori erano canzoni fatti quindi per essere cantati. In seguito si differenziano in generi vari e canzone diventa specificatamente una poesia di contenuto prevalentemente amoroso o un sirventese cioè una poesia politica di occasione o di attualità.

Dal punto di vista della loro presentazione sono testi che si cantano. Ma sono anche scritti perché la tradizione trobadorica è una tradizione anche scritta, certamente gli autori scrivevano le loro opere infatti esistono miniature che rappresentano un trovatore con un rotolo in mano, inoltre le composizioni sono abbastanza elaborate, si nota il lavoro di limatura del testo.

Per le prime stesure venivano usate probabilmente tavolette cerate. Poi i testi venivano copiati o fatti copiare da qualcuno che fosse un professionista della penna su un rotolo di pegamena. L'arte dello scrivere non era nel medioevo un'arte così immediata.

Sul rotolo di pergamena poteva anche essere scritta la musica. Di questa fase della tradizione trobadorica non ci è pervenuto niente.

Abbiamo una cosa che ci fa pensare al fatto che ci fosse anche scritta la musica e al modo come giravano le poesie dei trovatori che ci viene dalla poesia galego-portoghese. Poesia cantata che si sviluppa un po' più tardi, alla fine del XII secolo e soprattutto nel XIII, nelle corti dalla Castiglia al Portogallo sull'esempio della poesia dei trovatori, nella corte di Alfonso X, il saggio.

La Catalogna dal punto di vista della poesia è provenzale.

Dalla scuola galego-portoghese (pieno sec XIII) ci è rimasto un rotolo che contiene alcune poesie (7 canzoni) di Martin Codax (si pronuncia Còdasc o Codàsc) trascritte con la melodia, la notazione musicale non da il ritmo e va molto interpretata. Le trascrizioni moderne dei trovatori hanno un largo margine ipotetico interpretativo.

Il trovatore compone su supporti che non ci sono arrivati poi o lo copia, o lo detta, su pergamena per darlo a chi lo canta.

Può anche cantare lui stesso, infatti nel XII e XII secolo ci sono una serie di poeti e trovatori, che si potrebbero chiamare dilettanti, che appartengono alla nobiltà: Guglielmo IX, Rainbaut d'Aurenga (d'Orange) morto nel 1173 una delle poche date sicure per definire una cronologia.

(Di Girolamo 1989, I trovatori, Bollati Boringhieri - saggio che parla di Rainbaut.)

Un altro poeta che si può considerare un dilettante è Folchetto di Marsiglia (Folquet de Marselha) citato nella Divina Commedia IX canto del Paradiso. Di origine genovese figlio di un mercante di genova che si chiamava Anfoss. Frequentava la corte di Marsiglia, attivo negli ultimi veti anni del XII sec.

Poi ci sono i poeti professionisti, autori che frequentano le corti nelle quali in quel tempo è di moda la rappresentazione della poesia lirica. Vengono ricompensati non tanto col denaro ma con doni di vario tipo: abiti, cavalli ecc. oltre al mantenimento nella corte.

Si parla di trovatori e giullari.

Il trovatore è un autore di testi e di musica.

Il giullare è nome generico di un professionista dello spettacolo che può avere tante specializzazioni, dalle esibizioni di carattere circense fino alle declamazionidi poesia lirica e epica. Quest'ultima più sulla piazza che nella corte.

Sia i trovatori che i giullari probabilmente avevano con loro un bagaglio di fogli e pergamente con il loro "repertorio". E' in questo modo che i testi hanno circolato anche se nessuno di questi è arrivato fino ai nostri giorni. La tradizione è molto confusa, non è lineare, ci sono errori di copiatura, i copisti tendono a sovrapporre le loro abitudini grafiche in modo spesso incoerente introducendo proprie abitudini grafiche e fonetiche, oppure rimaneggiano il testo.


 

Le tradizioni quindi possono essere anche abbastanza complesse. A noi possono essere arrivati numerosi manoscritti, come invece uno solo come è avvenuto per Il fiore poemetto del tardo '200 di cui se ne possiede una sola copia e che molti sostengono sia di Dante. Si tratta di un rifacimento breve in italiano, in versi nella tipologia del sonetto, del Roman de la rose. grande poema francese scritto da due autori a distanza di circa 40 anni uno dall'altro tra il 1230 e il 1270. Di questa opera non esiste una edizione italiana leggibile tranne la prima parte (i primi 4000 versi). Si tratta di un romanzo allegorico.


 

La critica del testo è il lavoro di indagine per cui si esaminano i manoscritti pervenuti per capire che cosa ha davvero scritto l'autore ponendosi della domande.

Per quanto riguarda la poesia dei trovatori c'è molta confusione perché non c'è all'origine un libro, quindi una struttura organica dei testi, mentre alla fine ci sono dei libri. I fogli che in un primo tempo circolavano sparsi hanno dato luogo a delle raccolte.


 

- Raccolte d'autore probabilmente riunite dal poeta stesso.

Conosciamo quella di Guiraut Riquier detto anche l'ultimo dei trovatori, che è possibile individuare perché in una antologia è citato espressamente Questo è il libro di Guiraut Riquer. Il suo ultimo testo databile è del 1292.

Di Pere Vidal, fine del 1100 non abbiamo un libro ma da una ricostruzione da cui si può dedurre che alcune sue poesie derivano da un libro strutturato dall'autore.

Di Johan Esteve, contemporaneo di Pere Vidal, poeta minore sembra che in una antologia sia contenuto un suo libro.

- Raccolte di uno stesso autore però messe insieme non dall'autore stesso.


 

- Antologie. Ai nostri giorni sono arrivati circa 2500 testi trobadorici riorganizzati in antologie.

Nel '200 si cominciano a mettere insieme raccolte antologiche, generalmente organizzate per autore in ordine di importanza o interesse. Poeti collocato all'inizio di molte raccolte sono:

Peire d'Alvernhe (Pietro d'Alvernia), poeta della metà del XII secolo, poeta delle prime generazioni.

Folchetto di Marsiglia.

Giraut de Borneil, grande professionista attivo dalla fine degli anni '60 fino alla fine del secolo.


 

Alcune antologie o canzonieri sono ordinati per generi fondamentali: canzoni, sirventesi, tenzoni. La sezione delle canzoni a sua volta ordinata per autori.


 

Le antologie si scrivono soprattutto nei paesi in cui la poesia trobadorica era apprezzata, per es. nel nord Italia dove nel '200 c'erano corti paragonabili a quelle del sud della Francia in cui veniva svolta attività culturale come i marchesi di Monferrato, Malaspina o Treviso e dove sono confluiti molti trovatori dopo la Crociata contro gli albigesi negli anni 1209-1229 che portano all'assorbimento del sud della Franca da parte del regno di Francia.

La Provenza inizialmente gravitava più verso la Catalogna. I conti di Provenza erano della stessa famiglia dei conti di Barcellona fino alla fine del XII sec. Inizi XIII.


 

Nella prima pagina della canzone di Bernard de Ventador della edizione Appel sono elencati i manoscritti in cui era collocato il testo.

I manoscritti sono indicati con delle lettere che rimandano ad una lista che dopo Appel è confluita nella Bibliografia dei trovatori di Pillet e Carstens. Opera del 1933 che contiene l'elenco dei manoscritti e l'elenco dei testi dei trovatori. Reperibile anche in rete sulla Bibliografia elettronica dei trovatori curata da Stefano Asperti (www.bedt.it ad accesso libero e gratuito).

La ricerca può essere effettuata in vari modi:

per autore, per numeri.

Il numero della 'lauzeta' è 70 (numero autore sul repertorio di Pillet-Carstens) 43 (numero del testo, schedati in ordine alfabetico del primo verso con oscillazioni che derivano dalla variazione della scrittura -can o quan-).

Una volta trovato il testo ricercato, si può vedere lo schema metrico e tutti i dati.


 

I canzonieri sono schedati nelle bibliografie e vengono citati col nome della biblioteca compresa la città dove si trova. Quando si studia una tradizione si usano delle sigle uguali per tutta la poesia trobadorica.


 

La lettera quindi indica il manoscritto il numero indica la carta o pagina, tra parentesi il rinvio al numero di una edizione diplomatica. Ci sono poi indicazioni accessorie: per es. nel manoscritto F22 c'è soltanto la strofa 7.


 

Una volta che l'opera di un autore è stata individuata in una antologia occorre stabilire se i testi è stato copiati da un unico libro o da più libri oppure da fogli sciolti e capire come sono stati formati, cioè da dove il copista ha tratto i testi e confrontarli con altri testi di un'altra antologia.

Capire come si sono intrecciate le tradizioni è abbastanza complesso. Una edizione deve spiegare quale interpretazione della tradizione è stata seguita. Da una edizione all'altra si potrebbe anche verificare una interpretazione della tradizione diversa anche se i manoscritti sono gli stessi perché si da per ragionevole che ogni testo possa avere una tradizione diversa, all'inizio addirittura orale.

Quando si parla di oralità nella tradizione si intendono due cose:

- la prima che qualche testo sia stato interamente trascritto a memoria

- la seconda è che la memoria abbia influito nel momento della copiatura interferendo nella percezione del testo scritto.



UNA CITTA'"INVENTATA" PER GLI IMMIGRATI.

In questo momento storico -culturale è ampia la discussione sul ruolo e la definizione di valore al fenomeno dell'immigrazione.
Appare quasi ,da alcune discussioni o prese di posizioni politiche che,questo fenomeno sia prerogativa dei nostri tempi.
In realtà,chiunque abbia una elementare infarinatura di storia ,sa che le migrazioni di popoli da un territorio all'altro ,hanno caratterizzato sin dai primi insediamenti ,la storia dell'umanità.
Oserei dire che gli spostamenti sono oggi meno massicci e globali di altri periodi (pensiamo agli indoeuropei ed alle invasioni barbariche).
Non voglio ,tuttavia,parlare di storia delle migrazioni,ma piuttosto evidenziare che addirittura esiste una città"inventata"e costruita a tavolino solo per i migranti.
Questa città è Livorno.
Livorno ,come città fu infatti proprio inventata a tavolino dai Medici,signori nel 1500 di quei territori.
Il territorio livornese con un accessibile e fruibile accesso al mare è stato da sempre nell'interesse militare e commerciale di tutti i poteri che orbitavano intorno all'area mediterranea.La stessa potentissima Mathilde Von Tuscen,meglio conosciuta come contessa di Canossa,molto investì nella costruzione della stupenda fortezza che ancor oggi domina il porto livornese.
Ma fu il geniale intuito dei Medici nel 1500 a capire l'importanza commerciale e non solo militare del luogo.
I Medici,famiglia di ricchi banchieri,acuti commercianti e con scarsa attitudine alla guerra ed una genetica predisposizione all'intrigo,"inventarono"letteralmente una città e,sempre a tavolino e con l'aiuto di grandi architetti e progettisti la costruirono con una struttura planimetrica modernissima e ancora funzionale.
Ma fecero di più:nel loro illuminismo libertario ante litteram dettero dei contenuti culturali e sociali alla "città inventata"che possono essere di modello nel XXI secolo.
Nel 1587 diviene Granduca di Toscana Ferdinando De Medici e subito dopo l'insediamento dichiara Livorno porto franco.
Il Porte Franco è collocabile economicamente come area geografica- politica in cui le merci in arrivo e partenza non sono gravate di tasse:immaginate per un attimo l'incremento esplosivo di scambi commerciali da tutto il mondo allora conosciuto.
Ma Ferdinando fa di più:tra il 1590 ed il 1603 emana le "Leggi Livornine".
Tali leggi assicuravano una serie di privilegi e concessioni (impensabili allora ed oggi)a coloro che si stabilivano a Livorno:libertà assoluta di culto e di professione religiosa,libertà di espressione politica,nessuna discriminazione di razza.
Potevano divenire cittadini della "città nuova"anche soggetti sottoposti a condanna ,con l'escusione dei reati di omicidio e di "falsa moneta".
La "città nuova".la "città inventata"diverrà quindi fulgido esempio storico di una socità multirazziale,multireligiosa,tollerante e cosmopolita.
Il 19 marzo del 1606 ,con una fastosa cerimonia in Fortezza Vecchia,alla presenza del Granduca e di tutta la corte Medici,Livorno viene elevata al rango di città.

S.Franceschi

venerdì 19 marzo 2010




E Zangara sparò a Roosevelt
Nella foto, Giuseppe Zangara, l'anarchico calarbrese che il 15 febbraio 1933 tentò di assassinare a Miami Franklin Delano Roosevelt, da poco eletto presidente degli Stati Uniti. Emigrato anche lui a Paterson, la "città degli attentatori anarchici", al processo urlò: "Bruciamo il denaro e facciamo il pane!". Nel testamento spirituale, ritrovato dopo la morte, lasciò scritto: "La mia causa è giusta. Io sono sempre stato contro i capitalisti. [...] Dovremmo uccidere tutti i capitalisti e bruciare il denaro e formare una società civile del comunismo. Non ho altro da dire.
Domani vado sulla sedia elettrica a morire ma non ho paura perché ci vado per la mia causa. Saluto tutti i poveri del mondo.
Arrivederci, Giuseppe Zangara".


Molto ,oggi ,si parla di violenza.
Violenza della guerra ,violenza cittadina,violenza contro le donne,contro i deboli ed i bambini.
Vivendo in profonda campagna ,ho conosciuto una violenza diversa ,ancestrale ,una violenza che spaventa ,inconsciamente ancora di più,perchè percepita come archetipica.
Niente è più straziante,nella pace e nel silenzio della natura ,delle grida strazianti degli animali feriti a mortee ,talvolta,squartati da vivi.
Niente dà ,alla mente umana la sensazione dell'ineluttabilità della violenza degli uomini,come una mattanza di cinghiali.
Questa mia poesia è dedicata a loro

La mattanza


 

Non ci fu silenzio

Per l'uomo

Più forte di quegli spari e del latrato dei cani.

E alla tua attesa,

annunciata di morte,dopo l'estate nei freschi cespugli,insieme doloroso

ci fu

il mio guardare .

e ripensai a quel guardare a tanti fratelli

e quel girare

la testa

ora

come allora.

E levasti la testa ferita

Là dove il cielo si infrange alla collina,


 

Senza capire

S.F


 

mercoledì 17 marzo 2010

Il 17 marzo l'Irlanda e gli irlandesi nel mondo ,festeggiano San Patrizio
, è il santo patrono d'Irlanda e viene festeggiato nella sua patria adottiva (difatti era scozzese), e ovunque ci sia una comunità irlandese, il 17 Marzo.

 E' una di quelle figure quasi mitiche che ha segnato i destini culturali e ideali dell'Europa: i monaci dei paesi celtici, e gli irlandesi in particolare, presenti e diffusi in tutta Europa, hanno conservato e tramandato i testi delle civiltà greco-romana e giudaico-cristiana, senza distinzioni e censure di sorta, hanno contribuito all’evangelizzazione dell’Europa intera, hanno infine tramandato i racconti precristiani del loro popolo, permettendoci di leggere ora opere di una bellezza epica unica (assieme a quelli gallesi, che sono letterariamente addirittura superiori).

Figura quasi mitica perchè una rigorosa indagine storica lascia sfumare molte delle opere che gli sono tradizionalmente attribuite:

"Non è facile tracciare un profilo biografico del patrono d’Irlanda, talmente appare la sproporzione tra la ricchezza delle leggende agiografiche accumulate sulla sua figura e l’esiguità di quanto si può ragionevolmente stabilire con buona probabilità storica. È possibile, comunque, grazie agli scritti accertati di Patrizio, ricostruire i punti essenziali della sua vita, della sua personalità e della sua missione." [AAVV, Il grande libro dei santi, Vol. III, ed. San Paolo, 1998 pp. 1592-96].

E il noto storico Cahill a precisare che: "Tra le molte leggende che circondano la figura di Patrick, di poche è attestata l’autenticità. Non scacciò i serpenti dall’Irlanda. Non c’è modo di sapere se ricorse davvero al trifoglio per spiegare la Trinità. Probabilmente si scontrò con un re, forse il re supremo di Tara; e il motivo potè consistere nel suo diritto di commemorare la resurrezione di Cristo accendendo un falò, lo stesso falò destinato a divenire una caratteristica permanente di tutte le liturgie pasquali. Persino la grandiosa preghiera di Patrick in irlandese - chiamata a volte Corazza di san Patrick, poiché si credeva che avesse il potere di proteggerlo da poteri ostili, e detta altre volte il Grido del daino perchè si riteneva che lo trasformasse in un daino agli occhi di chi volesse fargli del male - non può essere attribuita a lui con certezza." [CAHILL, Thomas, Come gli Irlandesi salvarono la civiltà, Fazi Editore, 1998, p. 133].

 San Patrizio, il cui vero nome si narra sia Maewyn Succat, nacque tra il 387 e il 392 a Kilpatrick, in Scozia (secondo alcune fonti sarebbe invece nato in Galles), in una nobile famiglia di origine romana, una famiglia di curiales che possedeva un podere (villula) nella Britannia romana: il nonno Potito era presbitero e il padre Calpornio è diacono e decurione civile, incaricato della riscossione dei tributi.
I suoi genitori erano Calphurnius e Conchessa. Il primo apparteneva a una famiglia romana di alto rango e aveva l'incarico di decurio per la Gallia e la Britannia. Conchessa era devota al grande patrono della Gallia: San Martino di Tours.

"Nell’isolata Britannia (...) il cristianesimo ebbe larga diffusione più tardi che nel continente e perciò soprattutto in età postcostantiniana: allora però le conversioni rischiavano di essere talora non mosse dallo Spirito ma anche da motivazioni di ordine economico-sociale o culturale, preparando un’inevitabile crisi morale e religiosa. (...) Si è pensato che Calpornio avesse abbracciato il diaconato per sfuggire agli oneri finanziari del decurionato (...). Sincera o meno che fosse la vocazione di Calpornio al diaconato (e prima ancora quella di Potito al presbiterato), sta di fatto che, pur essendo nato in una famiglia di chierici, Patrizio si considera un convertito e del convertito ha la psicologia e l’entusiasmo."(...) Patrizio dovette ricevere l’istruzione di ogni ragazzo di famiglia britannica romanizzata e di rango curiale. Tale istruzione, dopo i primi rudimenti appresi forse nello stesso villaggio natale, dovette consistere nello studio della grammatica (...). Oltre all’istruzione grammaticale, superficiale e non arrivata fino alla conquista del sermo latino, cioè agli studi retorici che davano fluidità all’eloquio, Patrizio poté forse ricevere una prima istruzione religiosa, anche se egli allora non l’approfondì.
" [MALASPINA, Elena, Patrizio e l’acculturazione latina dell’Irlanda, Japarde Editore, 1984. pagg. 85-86]

Venne rapito da adolescente, a 16 anni, da pirati irlandesi e venduto come schiavo a Muirchu, re del North Dàl Riada, località non lontana da Belfast, in Irlanda: "finisce così a fare il pastore in quella che sarà la terra della sua missione. L’incidente tronca la sua formazione scolastica, impedendogli, oltre allo studio del diritto romano e della Scrittura, di arrivare a una padronanza apprezzabile della lingua latina: da qui quella condizione di rusticità che egli evoca spesso, e che sarà usata come arma contro di lui dai suoi avversari." [AAVV, Il grande libro dei santi, Vol. III, ed. San Paolo, 1998 pp. 1592-96]..


 

Qui, per sei anni, lavorò portando al pascolo pecore ed altri animali e tessendo gomitoli di lana. Nel frattempo però apprese la lingua Gaelica e tutte le pratiche dei druidi.

Comunque, "fino a quel momento Patrizio non ha vissuto in modo particolarmente fervoroso (‘ignoravo il vero Dio’ scrive nella Confessione). Durante i sei anni di cattività sperimenta una sorta di conversione. ‘Arrivato in Irlanda - scrive - ogni giorno portavo al pascolo il bestiame, e pregavo spesso nella giornata; fu allora che l’amore e il timore di Dio invasero sempre più il mio cuore, la mia fede crebbe, e il mio spirito fu portato a fare circa cento preghiere al giorno e quasi altrettante durante la notte, e stavo nelle foreste e sulle montagne, e mi alzavo prima dell’alba per pregare, e nonostante la neve, il gelo e la pioggia non sentivo alcun male, e non c’era in me pigrizia alcuna (...) " [AAVV, Il grande libro dei santi, Vol. III, ed. San Paolo, 1998 pp. 1592-96].

 Un giorno, ribellandosi al proprio padrone, scappò e, percorrendo a piedi circa 184 miglia, si imbarcò clandestinamente su di una nave diretta in Inghilterra: è nella foresta di Vocluto, luogo della sua schiavitù, vicino al villaggio odierno di Killala, che "una notte in una visione gli viene detto che c’è una nave pronta per riportarlo in patria. Dopo una fuga di trecentoventi chilometri, riesce non senza difficoltà ad imbarcarsi su una nave di marinai irlandesi, con i quali approda sulle coste della Britannia (...). Passa circa un mese in una zona deserta prima di raggiungere un luogo abitato. L’incontro provvidenziale con un branco di maiali, letto come risposta alle suppliche di Patrizio, li salva dal morire di fame. Tra il rimpatrio e la nuova partenza per l’Irlanda c’è un vuoto di una ventina d’anni, su cui non sappiamo quasi niente. Patrizio ci dice solo di aver passato qualche tempo con i suoi parenti, che lo scongiurano di non allontanarsi più da loro (...). In questi anni deve essersi preparato a diventare prima diacono e poi prete: non è certo se abbia anche fatto professione monastica. Secondo alcune Vite si sarebbe recato in Gallia presso il vescovo Germano di Auxerre; per altre si sarebbe spinto fino a Lérins e a Roma. (...) Da giovane Patrizio non pensava minimamente a un lavoro missionario tra gli irlandesi. Sembra che la cosa sia nata all’improvviso, durante una "visione" in cui un uomo di nome Vittorino gli porge una lettera: mentre legge gli pare di sentire il grido di ‘quelli della foresta di Vocluto’ che lo supplicano a gran voce di tornare da loro. (...) Comunque siano andate le cose, arriva la proposta di farlo vescovo dei cristiani d’Irlanda, forse anche in considerazione della sua conoscenza del paese e dei suoi abitanti." [AAVV, Il grande libro dei santi, Vol. III, ed. San Paolo, 1998 pp. 1592-96].

Il papa Celestino, poco prima della sua morte, lo battezzò finalmente come San Patrizio (dalle parole latine pater civium, ovvero padre del suo popolo), e gli affidò la missione di estirpare dall'Irlanda il paganesimo e convertire l'intera nazione alla cultura cattolica.

Gli anziani cristiani forse non lo ritenevano idoneo a causa della sua scarsa preparazione intellettuale, la famiglia e liui stesso fecero resistenza: ma comunque egli parte nel 432 come vescovo d’Irlanda. Un anno prima il diacono Palladio era stato inviato da papa Celestino I nel sud-est dell’Irlanda, ma la sua missione non aveva avuto successo, mentre nel 439 altri tre vescovi, Secondino, Ausilio e Isernino, arrivano dal continente e operano nelle regioni centrali, raggiunti poi da Patrizio che aveva compiuto la sua missione al nord.

Divenuto vescovo, dunque, iniziò a convertire la popolazione dal paganesimo al cristianesimo, così come volle Papa Celestino. Quest'ultimo, poco prima della sua morte, lo battezzò finalmente come San Patrizio (dalle parole latine pater civium, ovvero padre del suo popolo), e gli affidò la missione di estirpare dall'Irlanda il paganesimo e convertire l'intera nazione alla cultura cattolica: "qualunque sia stato il progetto iniziale, se rivolto solo ai cristiani o aperto ai pagani, Patrizio opera per portare la luce del vangelo ‘fino agli estremi confini della terra’. La frase, considerate le conoscenze del tempo, va intesa in senso letterale: il santo potrà scrivere con tutta ragione: ‘Sono andato fino ai distretti più lontani, oltre i quali non c’era più nessuno, e dove nessuno era mai venuto prima per battezzare, ordinare chierici e confermare il popolo’. (...) Non si sa bene come egli abbia organizzato le sue comunità: pare probabile che la struttura di base sia stata la diocesi (paruchia), coincidente con il territorio delle singole tribù (tuaith). Il lavoro apostolico del santo è simile a quanto accade ovunque nel V secolo in aree di prima evangelizzazione. Patrizio predica, battezza, conferma, celebra l’eucarestia, ordina presbiteri, consacra monaci e vergini. Della sua catechesi si trova traccia in certi passi della Confessio in cui condensa una vera e propria professione di fede dal chiaro impianto trinitario." [AAVV, Il grande libro dei santi, Vol. III, ed. San Paolo, 1998 pp. 1592-96].

San Patrizio fu spesso minacciato di morte, catturato e condannato, ma riuscì comunque a portare avanti la sua missione in nome di Dio, e deve anche difendere i suoi neofiti dalla brutalità di altri cristiani, come il re britannico Corotico, che massacra e trascina schiavi uomini, donne e bambini che appartengono alla comunità fondata da Patrizio.

Subisce anche un assalto dove viene derubato di tutto e minacciato di morte. Inoltre "in Irlanda è insultato come "straniero" e dalla nativa Britannia, oltre che aiuti, gli arrivano anche calunnie e accuse di vario tipo. (...) La sua Confessio può ben essere stata provocata dal bisogno di rispondere a queste denigrazioni. In realtà è molto di più: il santo non ha difficoltà ad ammettere carenze e colpe (confessio peccati), ma afferma putre l’integrità della sua fede e delle sue intenzioni (confessio fidei), e soprattutto vede negli incidenti così come nelle liberazioni miracolose che hanno accompagnato la sua vita e il grande successo della sua azione missionaria, un motivo per celebrare ripetutamente l’amore di Dio che l’ha protetto, diretto e sostenuto (confessio laudis). Traspare dagli scritti la figura di un uomo molto sensibile, fino ad apparire a volte suscettibile. Ma gli elementi del carattere che risaltano di più sono una franchezza disarmante, un senso acuto dei propri limiti e insieme la coscienza di aver ricevuto una missione alla quale consacrarsi con uno zelo smisurato, una generosità istintiva, una vera e propria passione per il vangelo unita alla venerazione per tutta la Scrittura, senza tralasciare l’attaccamento affettuoso alle persone da lui battezzate o ordinate, che traspare con tutta la forza dell’emozione soprattutto nell’Epistola." (AAVV, Il grande libro dei santi, Vol. III, ed. San Paolo, 1998 pp. 1592-96)

Trattò con i Druidi per affiancare una simbologia cristiana alla festa celtica di Beltaine (1° maggio) che celebrava il ritorno dell'estate. Di qui il simbolo del sole aggiunto sulle croci celtiche. La sua opera fu così grandiosa che oltre sessanta chiese furono costruite in suo onore, la più importante delle quali si trova a Dublino (St. Patrick's Cathedral) e divenne ben presto un eroe nazionale, oltre che patrono d'Irlanda.

Morì il 17 marzo del 461. Dove è poco chiaro, chi dice in Inghilterra, chi nel Galles. Un'altra versione dice invece che il santo morì nel 493 e che sia sepolto a Downpatrick, in Irlanda.

La sua opera fu così grandiosa che oltre sessanta chiese furono costruite in suo onore, la più importante delle quali si trova a Dublino (St. Patrick's Cathedral) e divenne ben presto un eroe nazionale, oltre che patrono d'Irlanda.

L'Irlanda non fu mai parte dell'Impero Romano, e gli Irlandesi non ebbero mai un alfabeto proprio prima dell'evangelizzazione condotta da San Patrizio e da Palladius nella prima metà del V Sec.


 

Sul Patrizio storico vissuto intorno al 370 - 461 d.C., che ebbe quale prima sede quella di Armagh e che viaggiò in Francia dove fu ordinato vescovo, cfr. Ludwig Bieler, Four latin lives of St. Patrick: Colgan’s Vita secunda, quarta, tertia, and quinta, edited with introduction, notes and indices by L. Bieler, Dublin, The Dublin Institute for Advanced Studies, 1971. Vedi anche Whitley Stokes, The tripartite life of Patrick, with other documents relating to the saint. Edited with translations and indexes, by Whitley Stokes. ...Published by the authority of the Lords commissioners of Her Majestrys Treasury, under the direction of the Master of the rolls. London, Printed for H. M. Stationery off., by Eyre and Spottiswoode, 1887. Del San Patrizio storico si conservano solo due scritti sicuramente a lui attribuibili: Saint Patrick Confession et Lettre Coroticus, Introduction, texte critique, traduction et notes, par Richard P. C. Hanson avec la collaboration de Cécile Blanc, Paris, Les Éditions du Cerf, 1978 (Sources Chretiennes 249). Vedi anche: Guido IORIO, L'apostolo rustico. La vita di Patrizio d'Irlanda nei testi dell'VIII secolo, Rimini, Il Cerchio, 2000, Elena MALASPINA, Patrizio e l'acculturazione latina dell'Irlanda, L'Aquila, Japadre Editore, "Collana di testi storici", 1984, San PATRIZIO, Gli scritti di san Patrizio [IV o V sec. d.C.]. Alle origini del cristianesimo irlandese, testo latino e trad. ital. a cura di Elena Malaspina, Roma, Edizioni Borla, "Cultura cristiana antica", 1985.

 
 

Oltre ad essere il patrono dell'Irlanda, lo è anche della Nigeria che fu evangelizzata da missionari irlandesi.

Il Santo si festeggia il 17 Marzo. Le celebrazioni sono particolarmente sentite, oltre che in Irlanda ovviamente, anche in quei paesi che ospitano grandi comunità irlandesi
quali gli Stai Uniti o l'Australia. E' un'occasione imperdibile per ritrovarsi e bere insieme un boccale di birra!


 

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lunedì 15 marzo 2010


IN OGNI CULTURA LA CONOSCENZA DEGLI STILI ALIMENTARI E' FONDAMENTALE PER COMPRENDERE LA CULTURA STESSA



 Cibo e Vino nel Medioevo 

 
 

Contadini, potenti e monaci
Il cibo ha avuto un ruolo centrale nella storia dell'umanità. Parlare dell'alimentazione nel Medioevo significa affrontare un aspetto fondamentale della società del periodo, in cui a brevi fasi d'abbondanza si alternano periodi di carestia. Il forte senso di insicurezza, di precarietà e di paura che pervade gran parte di questa fase storica crea un atteggiamento nei confronti del cibo molto particolare. E, in effetti, esso diviene un vero e proprio status symbol: chi mangia ha potere, e mangiare per chi è affamato significa compiere un'azione esagerata, vorace, quasi violenta. I religiosi possono mangiare ma si autoreprimono, secondo la dottrina cristiana che stigmatizza la gula tra i peccati: l'alternanza di privazione e abbondanza accresce, come afferma lo studioso Leo Moulin, "l'ossessione del cibo, l'importanza del mangiare e, come contropartita, la sofferenza (e i meriti) rappresentati dalle mortificazioni alimentari". Durante il Medioevo non solo il cibo, come dice lo storico Massimo Montanari ma "anche la fame diventa oggetto di privilegio".

Il cibo dei contadini
È dopo il Mille che la ricerca del cibo diviene più difficile: l'aumento considerevole di popolazione, la diminuzione delle aree da mettere a coltura, la sempre più invasiva presenza sul territorio delle bannalità signorili, come riserve di pascolo, di caccia e di pesca, rende la vita dura ai contadini. La carne scarseggia, diviene sempre più pregiata, sinonimo di abbondanza e di prosperità. I pochi animali domestici sono considerati bestie da fatica, essenziali per svolgere il gravoso lavoro nei campi. Aumenta quindi il consumo di cereali, dalla segale al grano saraceno: il termine companatico, che si diffonde proprio in questo periodo, sta a indicare il condimento, ciò che accompagna il pasto basato ormai quasi esclusivamente sul pane.
Esso è presente a ogni pasto, di tutte le varietà e colori: d'orzo, di spelta, di segale, di castagne. Spesso, la tonalità differente indica l'appartenenza a una precisa fascia sociale, oppure a una certa area geografica. Nei centri urbani, invece, si diffonde l'uso del pane di grano duro, più chiaro di quello mangiato nelle campagne. Il vino, secondo la tradizione greco-romana, rimane un alimento diffuso anche tra le classi più povere: è nutriente, rende più allegri, si può usare come anestetico, tutti ottimi motivi perché anche i ceti privilegiati ne favoriscano il consumo.
La tavola di chi vive dei prodotti della terra non può non prevedere la presenza delle verdure dell'orto, dal cavolo alle zucchine, dalle cipolle agli spinaci. Piatto consueto sono, infatti, le zuppe di verdure di stagione, spesso mescolate ai legumi: ceci, fave, lenticchie, facili da essiccare e ricche di proteine, accompagnano frequentemente i pasti sostituendosi alla carne. Essa, in prevalenza bianca, è destinata ai giorni di festa: polli, galline, qualche coniglio rappresentano l'unica variante più sostanziosa per la classe dei lavoratori della terra. Le erbe aromatiche, tipiche dell'area mediterranea, dal timo al rosmarino, dalla nepitella al basilico, insieme al poco grasso e all'olio arricchiscono queste semplici pietanze, che stanno alla base dell'alimentazione contadina.

Il cibo dei potenti
Una delle rappresentazioni tipiche della società signorile medievale è il momento del banchetto. Sulla tavola imbandita, diverse qualità di carni arrostite stanno a indicare il cibo preferito dal ceto nobiliare, dai potenti che giudicano una debolezza l'astensione volontaria, segno di umiliazione e di perdita del proprio rango: nei documenti dell'epoca, essa equivale all'obbligo di deporre le armi e quindi a una totale perdita d'identità. Del resto, lo stesso Carlo Magno, stando al suo biografo Eginardo, è mangiatore quotidiano di arrosti, nonostante in tarda età soffra di gotta e i medici gli consiglino di passare a piatti più leggeri.
Attraverso i libri di contabilità del tempo che ci sono pervenuti, siamo in grado di mettere a fuoco un mondo di aristocratici abituato a bere abitualmente vino, ad accompagnare le carni saporite bianche - capponi, oche, galline, polli - e rosse - manzo, maiale - ma in special modo la selvaggina e gli agnelli con pane di grano, uova e formaggi. Le verdure e i legumi, sconsigliati dai medici del tempo agli stomaci raffinati in quanto poco digeribili, hanno un ruolo marginale sulle tavole dei ricchi, così come la frutta.
Il miele, unico dolcificante conosciuto - lo zucchero di provenienza araba non è ancora diffuso - è invece consumato in abbondanza. La modalità di cottura più diffusa è la bollitura, che utilizza molte spezie provenienti dalle Indie come il pepe, il coriandolo, la cannella, la noce moscata, i chiodi di garofano, ormai difficili da trovare e assai costose, che insaporiscono i cibi e le bevande, ritardano la putrefazione e addolciscono i sapori aciduli. Anche le erbe aromatiche sono molto in uso: in questo modo la carne, soprattutto selvaggina, dai cervi ai caprioli, dalle anatre ai fagiani, diviene meno dura e acquista maggiore sapore, anche perché accompagnata spesso dal lardo. Gli stessi arrosti sono prima bolliti, e solo in un secondo tempo vengono fatti a pezzi e infilzati nello spiedo.

Il cibo dei monaci
L'idea della privazione del cibo, di un regime alimentare sorvegliato ed essenziale sta alla base della concezione di vita monastica diffusa nel Medioevo. Proprio per questo, in tutte le Regule che ci sono pervenute, da quella di Benedetto a quella di Giovanni Cassiano, il tema del cibo ricorre costantemente e risulta di fondamentale importanza. Se l'abbondanza di cibo è simbolo del potere delle armi, il "digiuno" diviene sinonimo di spiritualità e misticismo. Nella cultura medievale, il corpo impedisce l'elevazione verso dio, tenendo ancorato l'uomo a desideri e pulsioni che vanno costantemente mortificati. La carne è il primo alimento che deve essere bandito, perché meglio interpreta la forza e la potenza guerriera. In realtà, questo vale per il primo monachesimo, più severo e rigoroso nel rispettare i precetti dell'ordine.
La carne, bandita dunque inizialmente dalle mense e sostituita da pesce, legumi, uova e formaggi, tende a ricomparire a partire dall'XI secolo, anche perché più consistente comincia a essere la presenza del ceto aristocratico tra i religiosi. Nei giorni di festa, che non sono pochi nel calendario liturgico, la carne, soprattutto di maiale, è presente nei pasti dei monaci cucinata in maniera differente. Compare anche nelle dispense, conservata sotto sale, essiccata o insaccata. Stando alle fonti dell'epoca, nell'Abbazia di Cluny, una delle più importanti dell'Occidente cristiano, due sono i regimi alimentari che si alternano durante l'anno, uno invernale e uno estivo. Mangiare coincide con un momento collettivo, e i monaci si ritrovano in refettorio una volta nei giorni feriali e due in quelli festivi.
Il pranzo, che coincide con il mezzogiorno, prevede due piatti caldi: il potagium di legumi e la minestra di verdura, e un terzo piatto, il generale o la pietanza, serviti a giorni alterni durante la settimana, che porta in tavola uova, formaggi, verdure. Il vino e il pane bianco non mancano mai. Nel periodo estivo i pasti sono due, poiché aumentano le ore di veglia e di lavoro. La cena, piuttosto frugale, si basa su ciò che resta del pranzo insieme ad un pò di frutta di stagione.
Dopo il Mille, questo regime così severo tende poco alla volta a divenire più elastico: si moltiplicano le cose da fare, le occupazioni da svolgere, soprattutto di tipo amministrativo. I patrimoni da gestire si accrescono, in seguito agli imponenti lasciti testamentari, ai possedimenti che si espandono e che allontanano il monaco dalla dimensione frugale e semplice cui è abituato, dettata dalla regola del proprio ordine. Così il momento del pasto e il regime alimentare si modificano: la semplicità delle origini è superata, per lasciare spazio all'abbondanza e alla varietà dei cibi. Le cucine, sempre più spaziose e dalle dispense cariche di prodotti pregiati, divengono luogo di prosperità, di piacere: la gula si incontra con la luxuria, i due peccati condannati dal cristianesimo che tanto spesso l'immaginario medievale accomuna, così come tanta letteratura del tempo, da Chaucer a Boccaccio, ci ha tramandato.

 
 

 
 

  Lo Vino

I frutti fermentano spontaneamente; quindi la vinificazione non è altro che un perfezionamento di questo processo naturale e nel tempo si è diffusa in tutte le parti del mondo in cui gli uomini vivevano in prossimità di viti selvatiche. Un tipo di vite, la Vitis vinifera, produce la quasi totalità del vino che si beve nel mondo ai nostri giorni. Si pensa che questa varietà abbia avuto origine in Transcaucasia (le attuali Georgia e Armenia). Le prime testimonianze della coltivazione della Vitis vinifera risalgono al IV millennio a.C. nell'antica Mesopotamia, mentre un'anfora contenente tracce di vino trovata in Iran è stata datata intorno al 3500 a.C. In seguito la cultura del vino ha raggiunto l'Europa tramite l'Egitto, la Grecia e la Spagna. Il vino aveva un ruolo importante nei costumi della civiltà greca e di quella romana. I greci portarono le proprie viti e iniziarono la produzione del vino nelle loro colonie nel Sud dell'Italia; i romani, poi, praticarono la viticoltura durante tutta la durata dell'impero. Per quanto riguarda l'inizio della viticoltura in Francia, vi sono due ipotesi contrastanti: le testimonianze attualmente disponibili suggeriscono che i coloni greci di Massalia (l'attuale Marsiglia) vi importarono il vino; alcuni studiosi credono, invece, che, già prima dell'arrivo dei greci, i celti avessero iniziato la viticoltura, sebbene a suffragare questa ipotesi esistano come prova solamente semi di vite selvatica. In epoca romana la Gallia divenne una fonte talmente importante di vino che si promulgarono leggi per tutelare i produttori italici.

Produzione del vino dal Medioevo a oggi

Dopo la caduta dell'impero romano e la dominazione di popolazioni germaniche, nei territori precedentemente occupati dai romani la produzione di vino diminuì. Divenne, in alcuni casi, un'attività riservata ai monasteri, in quanto il vino era considerato indispensabile per la celebrazione eucaristica. Fra il XII e il XVI secolo, tuttavia, la produzione di vino tornò nuovamente a diffondersi e per tutto questo periodo il vino fu il principale prodotto da esportazione della Francia. Durante il XVII secolo si sviluppò la produzione di bottiglie e ritornò in auge l'uso del tappo di sughero (dimenticato dal tempo dei romani) che rese possibile una migliore conservazione del vino. Molti fra i migliori vitigni della regione di Bordeaux furono sviluppati tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo dai signori locali; fu allora che si incominciò a produrre lo champagne, mentre commercianti inglesi parallelamente svilupparono la coltura delle viti nella valle del Douro in Portogallo.

Per quanto riguarda i territori extraeuropei, in Cile si incominciò nel XVI secolo, in Sudafrica nel XVII, in America nel XVIII e in Australia nel XIX. Dal 1863 in poi, la viticoltura europea subì la devastazione della fillossera, un insetto che provoca il disseccamento delle foglie e attacca le radici della vite. La fillossera proveniva dall'America, e fu proprio da lì che giunse anche la soluzione del problema: dal 1880 in poi si innestarono vitigni americani resistenti alla fillossera sulla Vitis vinifera europea. Durante la prima metà del XX secolo, la coltivazione della vite e la produzione di vino subirono un crollo, a causa dei conflitti politici e delle guerre, contrassegnato anche da problemi di adulterazioni, frodi e sovrapproduzione. La sovrapproduzione rimane ancora oggi un grave problema, fondamentalmente irrisolto per tutta l'Europa, anche se, specie per i prodotti DOC (a denominazione di origine controllata) e DOCG (a denominazione di origine controllata e garantita), vengono stabilite quantità massime di produzione per ettaro. La seconda metà del XX secolo ha, invece, segnato importanti progressi tecnici sia nella viticoltura, sia nella vinificazione e ha visto una crescente diffusione di queste attività in tutto il mondo.


 

 
 

 
 

domenica 14 marzo 2010


Quando si va ad esaminare la figura femminile in un contesto storico-culturale,essa va ,per prima cosa ,collocata,in ogni epoca ed in ogni cultura,nella classe sociale-economica di appartenenza ed al ruolo che essa ricopre nella comunità.

Semplificando,oggi,come nell'età romantica,nel rinascimento,nel medioevo e nell'età classica,fino a risalire ad antiche civiltà,senza dubbio,ad esempio,la condizione della donna contadina,le sue abitudini ed i suoi referenti culturali,sono diversi da quelli di una donna della nobiltà o della ricca borghesia.

Se ,nella storia dell'umanità ,è sempre esistita emarginazione ed esclusione dal potere,questo ha riguardato in maniera statisticamente più rilevabile,e da sempre,il genere femminile.

Se questo sia legato a divisioni di ruoli di tipo archetipico,o a differenze di genere con indice squisitamente biologico.è argomento di discussione da sempre.

Ciò che invece desidero affrontare è il pregiudizio che questa discriminazione sia stata al suo apice nell'età di mezzo,cosa ,non solo falsa,ma addirittura contraria alla realtà.

Non parleremo quindi di emarginate per ruolo sociale,come le contadine ,che però non erano più emarginate degli uomini che ricoprivano lo stesso status:parleremo di quelle figure di genere sessuale femminile che,potenzialmente ,potrebbero ,in ogni epoca ,aver accesso al potere.

Il medioevo,da quest'0ttica ,fu senza dubbio epoca in cui ,le donne di potere ,ebbero ,e a tutti i livelli,il potere più grande.

Tra le regine ci furono esempi di capacità e gestione non paragonabili neppure alla nostra cultura post femminista:Isabella D'Aragona,Eleonora D'Aquitania,Matilde di Canossa,governarono come e meglio di uomini territori immensi e videro inginocchiarsi davanti papi ed imperatori.

Nel campo della cultura e della letteratura si elevano ,indimenticabili,donne di saper ,come Hildegarda,o _Margherita da Porete.

La da Bigen,monaca ,musicista,mistica ,si applica allo studio dell'arte medica e definisce teorie ancor oggi alla base di terapie ed approcci diagnostici.

E' infatti "l'Arte medica",il luogo di scontro medioevale,tra i saperi femminili e maschili,ed è il luogo della netta vittoria femminile come mai ,dopo questo periodo ,si verificherà nella storia dell'umanità.

E,per paradosso,come spesso avviene nella storia,nel luogo di massima costrizione femminile:il convento o l'abazia,che si risolve la maggiore visibilità creativa delle donne.

E' il convento che,proteggendo le donne dalla cura e dal servile provvedere all'uomo e alla famiglia,consente loro lo studio e l'assoluta dedizione al sapere medico e letterario.

Le protegge anche,in quanto dedite al Signore ,dall'accusa di collusione con il demonio,in un epoca in cui la cura del corpo doveva essere o dei maschi o di donne spose di Satana.

Ecco,le streghe,donne con le stesse potenzialità e conoscenze delle mistiche,donne che possono e danno guarigione dal male ,donne che "sanno",ma ,nello stesso tempo,non hanno la protezione di un maschio,sia esso un nobile signore o Dio in persona.

Se,per un attimo solo(e poi ce ne dimenticheremo subito)andiamo ad osservare la vita e la carriera di molte donne del nostro secolo,vedremmo,nelle più sicure ed affermate,un occhio maschile che vigila e consente loro l'accesso al potere.

Ora come allora,anzi,oggi peggio di allora,perché nè'Hildegard di Bingen,né Matilde di Canossa ebbero bisogno di quell'occhio protettore.

SF



 

ANALISI DELLA CONDIZIONE DELLA DONNA ALL'INTERNO DELLA SOCIETÁ MEDIOEVALE


 

Il ruolo della donna nella storia umana è molto spesso cambiato di posizione rispetto alla figura maschile: dagli inizi della storia si può infatti assistere a diverse concezioni della figura femminile, con profondi cambiamenti durante il corso del tempo e secondo le varie civiltà.

La donna nella società medioevale aveva un ruolo abbastanza rilevante, poiché lei è colei che genera il successore e l'erede, e si sente maggiormente l'importanza di questa funzione salendo man mano di rango: da lei dipende la continuità della dinastia. In assenza del marito, ella sapeva però svolgere attività importanti, come la reggenza, l'amministrazione di fondi, di rendite, dei capitali della casa o la prosecuzione di un'attività artigianale, e la maggior parte delle donne si è dimostrata capace e all'altezza del lavoro svolto dal marito. Ciò perché al suo lavoro metteva obiettivi precisi, come la conservazione e l'equilibrio.

Fino al XII secolo, nel Reich tedesco la figura della reggente aveva la possibilità di partecipare al potere con il re ed ella aveva spesso più cultura del marito, favoriva la mediazione tra due differenti popolazioni e dava slancio all'arte poetica o alle usanze cortesi. All'interno della città, la donna non aveva invece nessuna efficacia politica, e , pur partecipando pienamente dei diritti borghesi del marito, ella non aveva responsabilità politiche dirette, né sembra le abbia mai cercate. Nella storia medioevale vi è una netta differenza tra lo stato dirigente delle potentes e la massa dei pauperes sia dal punto di vista delle proprietà e dei redditi, sia da quello dei modi di vita. Questo avveniva perché non esisteva uno strato intermedio borghese nell'Alto Medioevo e perché vi era un divario numerico enorme dei componenti delle due classi.

Perciò ho scelto di descrivere la figura femminile in questo particolare periodo storico analizzando le sue varie sfaccettature, all'interno dei vari strati sociali, che ne hanno sviluppato le diverse caratteristiche.


 

La donna dell'alta nobiltà

In generale, le donne nobili vivevano nei loro castelli, nei quali, in tempo di pace, si occupavano di tutta la sfera riguardante l'economia domestica e si dedicavano a tempo pieno al lavoro di tessitura e ricamo di stoffe pregiate. Essendo questo molto lungo, la donna si circondava di aiutanti e si formavano così veri e propri gruppi di lavoro all'interno delle stanze del castello.

Non si deve però pensare che la donna appartenente a questa classe sociale avesse una vita facile. Il fatto di appartenere all'elevata nobiltà faceva sì che fossero obbligate ad essere sempre presenti e pronte a occupare il posto del marito in caso questi si assentasse per battaglie o motivi polico - economici. Per far ciò, esse dovevano essere dotate di un forte carattere e spesso, per meglio svolgere questi compiti, approfondivano la loro conoscenza in campo culturale. A ciò è dovuto il fatto che spesso le donne avevano un grado di conoscenza della cultura di molto superiore rispetto ai loro mariti.

Attorno al 1050 si hanno le prime testimonianze relative alla capacità giuridica da parte di donne di ricevere feudi, dapprima nella parte nord - occidentale dell'Europa, poi verso l'intero continente, anche per una maggiore aperture della mentalità popolare verso le innovazioni. Dal 1156 si stabilì la possibilità da parte delle figlie di ereditare o possedere un ducato, con un particolare permesso da parte dell'imperatore. Il feudatario doveva esprimere chiaramente il suo consenso e la sua volontà alla successione alla figlia del suo feudo (come rivela una sentenza imperiale del 1299) e la figlia doveva riconoscere il passaggio ereditario come un privilegio concesso dall'imperatore. Gradualmente vi fu un'imporsi dell'usanza, tuttavia non ci fu mai un riconoscimento in linea di principio della successione ereditaria femminile nel sistema feudale. Questo perché si preferiva evitare il passaggio di un feudo ad una figlia femmina, che comportava una minore possibilità di incrementare il feudo. Per ovviare a questa penalizzazione si cercava allora di influenzare le scelte matrimoniali delle figlie, obbligando all'unione con il prescelto dal padre.

La donna nel mondo cavalleresco – cortese

Le prime manifestazioni di letteratura cortese si hanno nella Francia degli inizi del XII secolo. Questa nacque come reazione contro la rigidità dell'etica morale della Chiesa e come sfogo di una spinta alla rivoluzione del modo di pensare e dei costumi.

La letteratura cortese forniva, per il Medioevo, una nuova visione dell'amore, grazie ai trovatori, ai trovieri ed ai romanzieri; un amore fondato soprattutto sulla sublimazione della donna.

I primi furono i poeti di lingua d'oc, che predicavano la bellezza dell'amore, visto non come follia o disonore per l'uomo, ma come saggezza e come un sentimento in grado di esaltare tutte le qualità affettive e spirituali di una persona.

La dama nell'amore cortese è l'estasi di ciascun uomo. L'amante è accecato dalla bellezza della donna, la sua devozione a lei è estrema, egli le è completamente sottoposto e le deve perciò un lungo e totale servizio amoroso, senza mai aspettarsi una ricompensa. La figura femminile è quindi esaltata come la più bella e la più nobile, e per lei l'uomo innamorato perde la sua personalità, trovandosi come un bambino.

Per i romanzieri della Francia settentrionale l'amore era cosa meno casta e la donna provocava piacere, oltre che spirituale, anche carnale. Questo amore occupava maggiore spazio nei romanzi rispetto alle opere dei poeti lirici. Per questo fatto le figure femminili assunsero un rilievo più accentuato, mentre prima l'opera si svolgeva quasi esclusivamente attorno al tema dell'amore come estasi. La dama idolatrata dai trovatori era spesso un essere indefinito, idealizzato, sublimato, mentre l'eroina dei romanzieri era sempre un essere di carne.

La bellezza fisica della donna seduceva il cavaliere quasi quanto la sua perfezione morale, poiché l'amore nasce dall'attrazione fisica in primo luogo. Anzi, dalla seconda metà del XII secolo, l'idea che si abbia un'identità tra bontà e bellezza prese sempre maggiore diffusione, per il principio che una bella apparenza non può che riflettere ottime qualità interiori, la bellezza era data da un'immagine molto convenzionale, che corrispondeva agli stereotipi della moda. Fondamentalmente la pelle doveva essere chiara, il viso ovale, i capelli biondi, la bocca piccola, gli occhi azzurri e le sopracciglia disegnate. Secondo Marie de France, la damigella ideale doveva avere queste qualità:

"Ha il corpo ben fatto, i fianchi stretti, il collo più bianco della neve su un ramo. I suoi occhi sono grigio-azzurri, il viso chiarissimo, la bocca gradevole ed il naso regolare. Ha le sopracciglia brume, la fronte ampia, i capelli ricciuti e biondissimi. Alla luce del giorno sono più luminosi dell'oro."

Anche se poco descritte dai poeti, le altre parti del corpo femminile sono le gambe lunghe, il seno piccolo e , generalmente, la donna doveva essere esile e slanciata.


 

La donna delle classi più povere

Nel mondo contadino le mansioni dei due sessi erano molto differenti, sebbene si possa pensare a un comune lavoro nei campi, e ciò è dovuto alle origini molto antiche dei lavori svolti in questa particolare classe sociale. In particolare, la figura femminile svolgeva le molte attività riguardanti l'economia domestica. Più concretamente: preparava il bagno, macinava il grano prodotto nei campi, utilizzando una macina a mano, produceva la birra, cucinava e puliva l'abitazione, aiutava nei lavori svolti al vigneto, raccoglieva nel bosco tutti quei prodotti necessari che crescevano selvaticamente e partecipava alla raccolta cerealicola.

Ma l'attività principale per la donna era, per la donna ricca come per la povera, la tessitura. Questa e tutti i lavori ad essa collegati, come la raccolta delle fibre tessili o la tintura dei capi, erano vietati di precetto per il giorno festivo della settimana, la domenica. La donna contadina produceva e cuciva abiti per tutta la famiglia e spesso collaborava ai lavori necessari al signore fondiario. Nel periodo dell'Alto Medioevo si assistette anche al sorgere di manifatture tessili dove lavoravano esclusivamente donne e nelle quali erano offerti vitto, alloggio vestiario, ma non salario in moneta. In questi edifici avveniva anche la tintura ed offrivano condizioni di lavoro ottime, in quanto essi erano solidi e caldi. Per le donne che lavoravano in queste manifatture il destino non era però del tutto roseo ed esse non erano molte stimate dal resto della popolazione.

La famiglia contadina non era molto grande e la media del numero dei figli variava da tre a quattro. Le famiglie erano nucleari, ma si è potuto assistere al raggruppamento di più famiglie in uno stesso podere, mentre le famiglie allargate erano molto rare.

In caso di morte del marito, la donna assumeva l'eredità, che passava direttamente al figlio ereditario. Questi si impegnava nella cura della madre e delle sorelle, fino a quando fondava una sua famiglia. Era infatti molto raro che una donna vedova o nubile fosse contestataria di un podere o di possedimenti terrieri.

La donna tra i censuali

Non sempre le donne giuridicamente libere erano in grado di mantenersi o di difendersi da sole. Per loro si profilava quindi la soluzione di rinunciare in parte alla loro libertà , mettendosi sotto la protezione della Chiesa, di una signoria ecclesiastica e di divenire quindi censuali. Per far parte di questo particolare gruppo di persone devote, era necessario pagare un canone annuo, spesso sotto forma di cera per la produzione di candele, un censo per la morte e una tassa per sposarsi. In cambio si riceveva protezione, esenzione dai servizi obbligatori verso ufficiali pubblici o signori stranieri e la franchigia dall'essere posti in vendita nei casi di eredità o di cessione dei feudi. Per tutte queste ragioni il numero di donne tra i censuali era molto elevato.


 

La donna all'interno del monastero

Per iniziare a comprendere la figura della donna che viveva in convento durante il Medioevo, bisogna prima di tutto ricordarsi che la visione della vita monastica era differente dall'attuale.

Generalizzando, si possono vedere i monasteri del tempo come dei centri di potere dotati di notevoli patrimoni fondiari, in quanto la maggior parte di essi sorse grazie a donazioni e per volere di ricchi signori, che lo facevano spesso dirigere alle figlie o alle sorelle che avevano deciso di dedicarsi alla vita monastica. Molti nobili vedevano però il monastero come un futuro sicuro ed agiato per le figlie nubili ed esercitavano così una spinta verso una vita da una parte meno libera, ma dall'altra ricca di privilegi ed agi. Per questo fatto, le donne provenienti da una nobiltà molto elevata, accettavano la vita monacale, ma spesso non riuscivano ad accettare appieno il dovere all'obbedienza incondizionata.

Le regole dei monasteri femminili non differivano da quelle dei monasteri maschili. Più diffusi erano i monasteri che si basavano sugli insegnamenti di Cesario e di Colombano, missionario irlandese che diede notevole diffusione alla sua regola, visitando i centri europei più importanti. Donna che ha interpretato al meglio queste regole è Santa Geltrude, la cui opera fu importante anche dal punto di vista di diffusione della cultura e per i suoi rapporti con i Carolingi. Ella può essere vista come il modello a cui tutte le donne sacramentate del tempo aspiravano e che meglio incarnava la "monaca tipo" medievale.

Dopo questa fase missionaria la vita nel monastero ha continuato ad offrire notevoli possibilità di azione per le monache. Esse infatti istituirono ritiri per le donne, senza che queste avessero l'obbligo dei voti di povertà e castità.

All'interno del monastero e del ritiro si svolgeva una vita ricca di preghiere e opere di carità, e particolare attenzione era data all'educazione e all'istruzione delle giovani fanciulle. Inoltre vi era particolare interesse per la poesia, la storiografia, la filosofia. La miniatura di libri e spesso le monache amministravano le estese proprietà fondiarie che il monastero possedeva. Sotto questo punto di vista si può quindi affermare che sono state fatte molte opere di rilievo anche sul piano temporale, oltre che spirituale. La loro azione ha fatto sì che fossero proprio femminili le uniche strutture assistenziali come ospedali,ostelli e le già citate scuole. Questo permetteva infatti l'unione di due azioni fondamentali: quella caritativa e quella di divulgazione della cultura in un mondo ignorante, soprattutto nelle classi sociali più povere.


 

La donna nella società urbana medievale

Sulla società urbana si hanno informazioni abbastanza dettagliate, soprattutto sull'economia e sulla collocazione sociale della donna al suo interno. Tuttavia vi sono differenze molto profonde fra le diverse città a causa delle dimensioni, delle collocazioni geografiche e delle economie interne.

La donna nella società urbana, oltre alle mansioni di economia domestica, poteva essere attiva nell'economia svolgendoli suo ruolo all'interno del settore mercantile assieme al marito, in quanto non poteva avere un'attività economica di commercio in proprio. La parte che ritengo interessante approfondire è appunto questa, analizzando specialmente ciò che è avvenuto per quanto riguarda la città di Lubecca, in Germania.

In questa città, giuridicamente la donna doveva presentare al suo matrimonio una dote, che diventava possesso della famiglia nascente, mentre ciò che ella possedeva prima della sua vita coniugale e il suo patrimonio personale avevano particolari protezioni da parte della legge. Vi è infatti la presenza di questa figura già nei manoscritti latini del diritto di Lubecca, segno dell'importanza della sua figura, tanto da suscitare una specifica trattazione giuridica.

Innanzi tutto, per legge, i giuramenti e le garanzie che le donne prestavano avevano valore assoluto e, sul piano dell'indebitamento e del fallimento, esse erano di pari diritti e doveri dei mercanti uomini; anche la donna non poteva effettuare testamento senza il consenso degli eredi e dei tutori.

Per quanto riguarda le sue capacità giuridiche in rapporto al patrimonio del marito, il diritto di Lubecca ha molteplici leggi. Una donna, rimasta vedova, aveva la possibilità di abitare nella casa di famiglia vita natural durante e secondo una sentenza del 1482, il patrimonio della moglie (denari, rendite, terreni posseduti prima del matrimonio, ad esclusione della vera e propria dote) precedeva tutti i debiti contratti dal marito defunto. La librazione della quota della moglie poteva però avvenire anche in caso di fallimento del marito nella sua attività commerciale, di un eccessiva contrazione di debiti da parte di questi o di una conduzione di vita palesemente troppo dispendiosa. Nei casi in cui era minacciato il patrimonio, non rispondeva quindi dei debiti del marito, e il lascito delle proprietà della moglie era proprio considerato uno dei debiti con pagamento privilegiato. La donna aveva però una quota massima che poteva alienare autonomamente, e ciò per evitare lo sviluppo di un'attività autonoma da parte sua, mentre poteva comprare prodotti in lino e canapa con il patrimonio del marito.

Dal 1586, secondo il diritto di Lubecca, la donna mercante, assieme al marito, formavano un'unica comunità che rispondeva con i reciproci patrimoni alle attività commerciali.

Riassumendo l'attività femminile nell'ambito mercantile, possiamo quindi sostenere che le donne abbiano avuto successo elevato, tenendo conto che era molto più difficile per loro accumulare un patrimonio considerevole attraverso questa occupazione, che in alcuni casi era svolta su largo raggio d'azione (alcune commercianti avevano depositi sino in Svezia), ma in altri era solo una vendita al dettaglio, lavoro secondario alla cura della casa.

Analizzando un'altra città renana, Colonia, si può invece incontrare un'altra attività spesso svolta da donne, l'attività artigianale della produzione di tessuti. Uno sviluppo così ampio in questa città è stato dato dalla profonda concezione della parità di possibilità di successo economico e dalla idea di sottomissione allo stesso regime penale per tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso o dallo stato sociale. Infatti, in questa società le donne riuscirono a conseguire notevoli successi proprio per la loro capacità giuridica ampia.

Le donne, per avviare un'attività produttiva, dovevano fare richiesta di ammissione fra i cittadini e, da quel momento l'attività era sottoposta a precise regolamentazioni, dettate dalle corporazioni. Innanzi tutto il lavoro non poteva iniziare prima dell'alba e finire dopo il tramonto, e ciò per sfruttare appieno la luce del giorno. Per avviare un'attività in proprio era anche necessario un apprendistato di quattro anni, concluso da un esame, nel quale la maestra controllava il lavoro effettuato dall'allieva. In caso di risultato soddisfacente, l'apprendista poteva avviare in casa propria un laboratorio artigianale, pagando una tassa d'entrata alla corporazione.

Le apprendiste erano generalmente della stessa classe sociale delle maestre, ed erano composte per il dieci per cento circa da figlie di membri della corporazione, dalla maggioranza di figlie di commercianti e da una minoranza di ragazze provenienti da fuori città.

Donne appartenenti alla corporazione potevano avviare allo stesso lavoro solamente una figlia, facendole seguire il periodo di apprendistato, con la possibilità di aiutarla finanziariamente, ma non dandole materiale primo alla lavorazione. La tassa d'entrata all'a corporazione era presente, ma ridotta alla metà.

Nella città di Colonia le donne erano, per tutte queste agevolazioni, impegnate per la maggior parte nel settore della tessitura, che tra l'altro dominavano insieme ad altri settori, in quanto possedevano maggiore manualità rispetto agli uomini. Le donne erano invece assenti tra sellai, falegnami, calzolai, orefici, copritori di tetti, mugnai, scultori, pescatori e fabbri.

venerdì 12 marzo 2010


CIRO MENOTTI


 

C'è un monumento in piazza degli Estensi a Modena:rappresenta un giovane,bello,lo sguardo fiero,i tratti virili e nello stesso tempo dolci:quel giovane uomo è Ciro Menotti.

Le giovano generazioni ,probabilmente avrebbero difficoltà a collocarlo in uno spazio temporale e storico.

Forse in qualcuno reminiscenze vaghe della quinta elementare e di un sussidiario(così veniva definito l'omnia sapientia);ma niente più.

Eppure quel giovane e bellissimo uomo è stato un rivoluzionario,un Che Guevara ante litteram,un eroe del nostro momento più forte dal punto di vista della rivendicazione nazionale,culturale e democratica.

Ciro Menotti fu un carbonaro ,un dissidente,un uomo che combattè ,pagando con la vita la tirannia.

E come tutti gli eroi pagò il prezzo che impone il tempo:l'oblio.

Siamo qui per togliere quel velo e ricostruire,nel nostro piccolo,la memoria del suo sacrificio.

Siamo tra il 1820 e il 1831,l'Europa è in fermento.

In Spagna,in Portogallo,in Francia e soprattutto in Italia,da sempre terra di conquista scoppiano moti rivoluzionari.

Le insurrezioni sono organizzate ,come sempre nella storia,

da giovani mossi da furenti ideali di giustizia.

Questa gioventù entusiasta e folle aderisce a società segrete:in Italia tale società è denominata Carboneria.

Lo scopo di questi giovani rivoluzionari è strappare ai sovrani regnanti la concessione di una costituzione.

Le conquiste democratiche ottenute con giovanile irruenza in una prima fase furono però presto cancellate dal duro intervento militare della Santa Alleanza:Prussia,Russia Austria,che interviene ferocemente in Italia.

E ,come sempre nella storia,allo stroncare un moto rivoluzionario,è bagno di sangue.

E' in questo contesto che si colloca la figura drammatica di Ciro Menotti.

Ciro nasce a Carpi il 22 gennaio del1878,figlio di una benestante famiglia di commercianti.

Si affilia alla nascente società segreta detta la Carboneria

a17 anni.

E' affascinato dal nuovo corso del re di Francia,Luigi Filippo D'Orleans,si tiene in contatto con i liberali francesi:sogna di cambiare il mondo.

Vuole liberare il ducato di Modena dal giogo austriaco.

Il ducato è governato da un sovrano ambizioso ed ambiguo:Francesco IV arciduca d'Austria.Egli reputa il ducato di Modena troppo piccolo per la sue ambizioni ed ha un atteggiamento di lusinga nei confronti dei carbonari:se da una parte reprime il movimento,dall'altra cerca in esso delle alleanze segrete per sfruttare la rivoluzione ai propri fini personali di potere.

Sarà ciò che perderà il giovane idealista Ciro.

Senza dubbio ci furono tra i due incontri ed accordi precisi:non posso ora io addentrarmi nella strategia dell'arciduca,ma è necessario che ne esamini le conseguenze.

E' certo che l'arciduca appoggia la sollevazione del gennaio 1831,o per lo meno chiude tutti e due gli occhi.

Ciro organizza nei minimi dettagli la sollevazione:cerca il sostegno del popolo(che però aveva ben altri problemi:tipo il mangiare tutti i giorni)e l'approvazione dei circoli liberali.

Il 3 febbraio Menotti raduna una quarantina di congiurati nella propria abitazione,proprio di fronte al palazzo granducale:la rivolta è pronta.

Ma è in questo momento che l'arciduca non solo ritira il suo appoggio,con un brusco volta faccia,ma invoca addirittura il sostegno della Santa Alleanza.

I motivi li potremmo trattare in altra sede,ma tutto sta che l'arciduca fa circondare la casa.

Ha inizio una furibonda sparatoria:alcuni muoiono sul posto ,altri fuggono,altri tentano di fuggire,ormai in trappola.

E' il caso di Menotti:cerca di fuggire saltando da una finestra,ma cade e si frattura la gamba:è catturato ed imprigionato.

E' la fine.

Il gran duca fugge rifugiandosi a Mantova e pota con sé,ferito e prigioniero Ciro Menotti.

Due mesi dopo fa celebrare il processo che si conclude con la condanna a morte mediante impiccagione di Menotti.

Il sogno è finito:Menotti passa l'ultima notte con un sacerdote a cui consegna una bellissima lettera per la moglie.

La lettera fu subito confiscata e la vedova la leggerà solo nel 1848.

La sentenza fu pubblicamente letta solo dopo l'esecuzione per evitare disordini in città.

Di lui,rimane,oggi,quello sguardo giovanile ed ispirato degli eroi,uno sguardo che attraversa le generazioni e fa dell' idea di libertà la forza della memoria storica.


 

Susanna Franceschi


 


 

venerdì 5 marzo 2010



Morgana

Fata o strega?


 

Nel poema epico celtico-britannico denominato "Il ciclo della Tavola Rotonda",vengono delineate solo due figure femminili:la regina Ginevra,moglie di Artù ed amata da Lancillotto,e Morgana,la fata che accanto al druido Merlino guida con incantesimi il fato della corte di Camelot.

Queste due figure femminili sono assai sfumate,le descrizioni sono parziali,i loro caratteri mai delineati chiaramente,i dialoghi che definiscono la loro presenza nel ciclo rarissimi.

Eppure,ad un attento lettore,le due donne sono fondamentali nello svolgersi dell'epica:sono loro le vere ,nascoste protagoniste.

Sono loro che,nella assenza delineano e compiono il destino della corte di Camelot,rompono legami,ricuciono rapporti e si elevano potenti sopra le battaglie degli uomini.

Due donne o due aspetti di una stessa figura archetipica?

La lettura del poema non è semplice a livello simbolico ,poiche' si lega ad una cultura ed una tradizione,quella celtica,non ancora decifrata in tutti i suoi aspetti.

Chi è Morgana ,e come ci viene presentata nel poema?

Come per Ginevra,in lei verità storica e leggenda si fondono fino a sfumare in una realtà di sogno che però ci guida,come in tutta la narrazione celtica,ad elementi di riscontro oggettivo.

Morgana è la sorellastra di Artù.

E' figlia di Igraine,bellissima regina dai rossi capelli e del Duca di Cornovaglia.

Il Duca è in guerra di clan con Uther Pedragon.

La guerra si trascina da generazioni.

Le tregue sono necessarie per ristabilire i rapporti di forza e soprattutto per allentare assedi che potevano mettere a repentaglio vite di centinaia di abitanti dei castelli e dei villaggi limitrofi.

E' durante una tregua che si svolge il banchetto fatale:il Duca inita Uther e i suoi cavalieri ,sperando in una trattativa che conduca i cla ad una pace.

Per onorare l'ospite fa danzare la bellissima Igaine,la regina che viene dall'Irlanda e di cui è gelosissimo ed innamorato.

Igraine balla con la grazia e la sensualità che le è connaturata.

E' un amore folle ,a prima vista:Uther decide che deve avere quella donna,la donna del Duca e che questo costi pure una nuova guerra.


 

Un apprezzamento di troppo,uno sguardo più erotico di un altro:il Duca ,impazzito di gelosia,caccia Uther e i suoi cavalieri dal castello:è di nuovo guerra.

Morgana ha otto anni ed osserva ,non vista,da dietro i tendoni che proteggono le sale del castello.

Il suo è un destino già segnato:lei sa,lei vede l'evolversi della vicenda,come in uno stato onirico.

Vicino a lei il druido:Merlino che osserva insieme alla duchessina il compimento del fato.

Ed è a Merlino che Uther si rivolgerà per un "FA"(magia del cambiamento)che gli consenta di avere Igraine.

Il" FA"è,nella tradizione celtica della Wicca,un incantesimo che permette la trasformazione:è un incantesimo forte ,che prosciuga le energie di chi lo invoca e di chi lo compie.

Merlino,ed anche la giovane Morgana,sanno che il FA è invocato solo per le grandi trasformazioni storiche.

Questa lo sarà,per la Britannia e per tutto il mondo celtico.

Nel FA ,re Uther trasformato in aquila si reca da Igraine e,prese le sembianze del Duca ,la seduce e la rende madre.

E' da questa magica violenza che nascerà,secondo il poema,Artù,il re che unificherà i clan della Britannia.

E' storicamente probabile che ,dopo la morte del Duca di Cornovaglia in una battaglia subito successiva all'evento leggendario,i due fratelli siano sempre vissuti vicini.

Nei testi ,dove troviamo Artù,troviamo Morgana:silenziosa,quasi trasparente,ma sempre presente ad osservare e decifrare i messaggi del fato.

Adulta,donna di bellezza ed imponenza fisica,ci viene presentata come l'ultima allieva di Viviana

Nell'immaginari comune Viviana è la famosa Dama Del Lago,per intenderci la fata che esce dalle acque con la spada Excalibur,che lei conserva per "Il re che verra'".

Quella di Viviana è una figura che impone un approfondimento.

Viviana rappresenta la Madre Terra,colei che conserva il potere del maschio :la spada,simbolo fallico che acquista forza solo se mediato da una figura femminile.

Se Viviana è la sua maestra ,Merlino è la guida e l'amico che sarà,tra vicende alterne,al suo fianco per tutta la vita.

Non c'è ,tra loro gerarchia netta:se Merlino è il grande druido ,il sacerdote del sapere ,Morgana è la dea terra,l'altra faccia di Ginevra,regina sofferente per amore.

La Fata rappresenta ,nel simbolismo celtico,tutta l'essenza della filosofia della wicca:fate e streghe come donne intellettuali e dominatrici che regolano il destino degli uomini.

Per ben comprendere la figura di Morgana è necessario delineare il concetto celtico di :"un re ,una terra,la terra per un re".

In una cultura in cui il concetto di Dea Terra era ancora molto radicato nelle coscienze,la dove un re prendeva possesso di una terra si effettuava anche l'unione tra il re e la terra ,attraverso una donna che ne era rappresentante:e nel ciclo Morgana sarà sorella ,ma anche amante di Artù ,dandogli un figlio:Morodgrom,che porrà fine al regno di Camelot.

Dalle innumerevoli versioni sul tema,registrate soprattutto in irlandese,ci si può fare un'idea dell'unione rituale quale doveva aver luogo prima della cristanizzazione della classe dirigente nel V o Vi secolo dopo cristo:probabilmente essa consisteva in un rituale di unione,un matrimonio,con un surrogato della dea :una fata o l'altra parte umana della fata,Ginevra in questo caso.

Morgana,come fata ben rappresenta questo passaggio:è quella parte della sensibile Ginevra che,astenendosi dalla passione,ma esercitandola dominandola,gestisce il re sposato alla terra.

E' colei che ,partorendo un figlio al re,Ginevra non avrà figli da Artù,ne deciderà il destino secondo l'Edipo freudiano:in un ultima battaglia per il poter Moodgrom ucciderà Artù ,suo padre,e nell'ucciderlo perderà Excalibur che tornerà nelle mani di Viviana,la donna che domina.

S.F


 


 

lunedì 1 marzo 2010


 

 

Bobby Sands

 
 

"Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l'Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista"

Robert Gerard Sands, più noto come Bobby Sands nacque a Rathcoole, in Irlanda del Nord il 9 Marzo 1954, crebbe nel quartiere di Abbots Cross, a Belfast.Nonostante non sia stato mai chiaro se i Sands fossero cattolici, furono costretti a trasferirsi diverse volte a causa delle costanti intimidazioni subite dai Lealisti protestanti.Nel 1972 all' apice dei tumulti, Bobby aderì al PIRA (Provisional Irish Republican Army), ma nello stesso anno venne arrestato e rimase in carcere senza processo fino al 1976.Al suo rilascio fece ritorno in famiglia, a Twinbrook nella parte ovest di Belfast, dove divenne un'attivista della comunità. Dopo un anno fu di nuovo arrestato e anche se le accuse più gravi a suo carico vennero lasciate cadere, fu processato per possesso di armi da fuoco (lui con altre quattro persone erano in una autovettura nella quale venne rinvenuta una pistola) nel settembre 1977 e condannato a 14 anni di carcere.Sands scontò la pena in uno dei bracci della prigione di Long Kesh, noto come H-Blocks. In prigione Sands divenne uno scrittore di giornalismo e poesia, i cui articoli vennero pubblicati dal giornale repubblicano An Phoblacht. Alla fine del 1980 Sands venne scelto come ufficiale comandante dei prigionieri dell'IRA a Long Kesh e divenne anche un fervente cattolico.Nel frattempo i prigionieri dell'IRA organizzavano una serie di proteste per cercare di ottenere lo status di prigionieri politici e non essere soggetti alle normali regole carcerarie.
La prima protesta fu la cosiddetta "protesta del lenzuoli" nel 1976, quando i prigionieri si rifiutarono di indossare le uniformi e gli fu permesso di usare solo le lenzuola.
Nel 1978 iniziò la "dirty protest", la protesta dello sporco, dove i prigionieri spalmavano i loro escrementi sui muri delle celle, poichè venivano duramente picchiati dai secondini quando lasciavano le celle per andare al bagno.
C'era stato già un primo sciopero della fame nell'autunno 1980 terminato quando il governo britannico sembrò accettare le richieste dei prigionieri, ma il governo appena lo sciopero della fame finì ritornò alla linea dura tenuta in precedenza.

Il secondo sciopero della fame iniziò quando Bobby Sands il primo marzo del 1981 rifiutò il cibo. Sands decise che gli altri prigionieri si sarebbero dovuti unire a lui ad intervalli regolari, allo scopo di aumentare l'impatto sull'opinione pubblica, con i prigionieri che peggioravano costantemente e morivano nell'arco di molti mesi.

Ma la confusione nata con lo sciopero precedente, rese difficile galvanizzare l'attenzione dall'esterno. L'opportunità giunse con la morte de parlamentare nazionalista per Fermanagh/Tyrone Sud Frank Maguire. Bobby Sands fu candidato per le elezioni straordinarie e vinse il seggio il 9 aprile 1981 con 30.492 voti, contro i 29.046 del candidato dell'Partito Unionista dell'Ulster, Harry West. Poco dopo il governo britannico cambiò la legge, introducendo il Representation of the People Act, che in sostanza proibiva ai prigionieri di partecipare alle elezioni e richiedeva un periodo di cinque anni dal termine pena, prima che un ex-detenuto potesse candidarsi.
Tre settimane dopo, Bobby morì d'inedia nell'ospedale della prigione dopo sessantasei giorni di sciopero della fame.
E' il cinque maggio 1981.
Morì su un materasso ad acqua, unico supporto morbido abbastanza da sostenere le sue ossa sporgenti.

L'annuncio della sua morte diede il via a diversi giorni di rivolta nelle zone nazionaliste dell'Irlanda del Nord, oltre centomila persone si schierarono lungo il percorso del suo funerale.
Altri nove uomini dell'IRA e dell'INLA che morirono dopo Bobby Sands. Gran parte dei repubblicani irlandesi e dei simpatizzanti dell'IRA videro Bobby Sands e gli altri nove come a dei martiri che resistettero all'intransigenza del governo britannico, e molti nazionalisti irlandesi che disapprovavano l'IRA, furono scandalizzati dalla posizione del governo britannico.La copertura mediatica che circondò la morte di Bobby produsse un nuovo flusso di attività dell'IRA, molte persone si sentirono spinte ad aiutare a spezzare la connessione britannica aiutando l'IRA, non vedendo altre opzioni dato l'atteggiamento intransigente dei politici britannici nei confronti dell'Irlanda. I numerosi successi elettorali conseguiti durante lo sciopero spinsero il movimento repubblicano a muoversi verso la politica, e indirettamente spianarono la strada all'Accordo del Venerdì Santo e al successo del Sinn Féin molti anni dopo.
Bobby Sands scrisse un libro in cui narra l'inferno del carcere e la tragedia dell'Irlanda in lotta intitolato "Un giorno della mia vita".
Estremamente significativa e' la frase che pronuncio' riferendosi agli anni della sua adolescenza: "Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l'Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista

I DIECI PRIGIONIERI MORTI NELLO SCIOPERO DELLA FAME DEL 1981


 
 

BOBBY SANDS
morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni

FRANCIS HUGHES
morto il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni

RAY MC CREESH
morto il 21 maggio 1981 dopo 61 giorni

PATSY O'HARA (INLA)
morto il 21 maggio 1981 dopo 61 giorni

JOE MC DONNELL
morto l'8 luglio 1981 dopo 61 giorni

MARTIN HURSON
morto il 13 luglio 1981 dopo 46 giorni

KEVIN LYNCH (INLA)
morto l'1 agosto 1981 dopo 71 giorni

KIERAN DOHERTY
morto il 2 agosto 1981 dopo 73 giorni

THOMAS MC ELWEE
morto l'8 agosto 1981 dopo 62 giorni

MICKY DEVINE (INLA)
morto il 20 agosto 1981 dopo 60 giorni