giovedì 8 luglio 2010

Amor cortese



 

Il Medioevo è considerato il periodo della storia europea successivo al declino dell'impero d'Occidente. Se ne fa coincidere la fine con la "scoperta" dell'America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; si fissa la sua data d'inizio nel 476, anno in cui venne deposto Romolo Augustolo, ultimo sovrano dell'impero romano d'Occidente. Questo lungo, lunghissimo periodo, viene spesso suddiviso in due grandi sotto-periodi: l'Alto Medioevo (V-X secolo) ed il Basso Medioevo (XI-XV secolo). E proprio nel periodo del Basso Medioevo si svilupparono quegli elementi che sono ritenuti caratteristici della civiltà medievale: il castello, il monastero, la cattedrale, il cavaliere, la dama, il menestrello, il crociato, ecc.

La società
cortese nacque inizialmente nelle corti del Sud della Francia. La mentalità che si sviluppò in tali zone si diffuse in seguito anche nelle zone settentrionali del Paese, incontrandosi e fondendosi con la mentalità del luogo. In queste regioni era molto popolare il romanzo cavalleresco che, mescolandosi con l'ideale cortese, prese il nome di romanzo cortese-cavalleresco. La concezione di amor cortese appare per la prima volta, nel corso del XII secolo, nella poesia lirica dei trovatori provenzali, ma avrà poi lunga fortuna nella letteratura romanzesca in lingua d'oil del Nord della Francia, nella tradizione della poesia lirica italiana e nella poesia d'amore germanica. Storicamente i cavalieri erano dei difensori e le loro virtù erano quelle dei guerrieri: prodezza, forza, coraggio, lealtà. In seguito la stabilità della società contribuì ad una trasformazione di questi ideali, e dame ed ecclesiastici influenzarono questo cambiamento. La chiesa confidava che i cavalieri potessero diventare "cavalieri di Cristo", usando la loro forza per difendere la fede e gli ideali della chiesa. Le dame domandavano che il cavaliere agisse con la forza in una mano, e con cortesia e rispetto nell'altra. L'amore ha una forte influenza sul cavaliere, è una forza che lo spinge verso l'eccellenza: esso viene così introdotto tra gli elementi della cavalleria, dal momento che è una motivazione che spinge a nobilitarsi.

Questo nuovo approccio all'amore che nasce nelle corti (da cui il suo nome), è molto diverso dall'amore del periodo greco e romano classico, che si fondava sulla parità dell'uomo e della donna nel rapporto amoroso, sulla reciprocità della passione e sulla realizzazione del desiderio. Gli elementi caratterizzanti l'amor cortese sono invece:

  • il culto della donna, vista dall'uomo che la ama come un essere sublime ed irraggiungibile, addirittura divino, che è degno di venerazione;
  • una posizione di inferiorità dell'uomo rispetto alla donna amata. L'amante è un suo umile servitore; la sua sottomissione e la sua obbedienza alla volontà della donna sono totali. Comunemente questo rapporto è definito "servizio d'amore;
  • la devozione dell'uomo alla donna ingentilisce l'animo del cavaliere, lo nobilita e lo purifica da ogni viltà o rozzezza.
  • l'amore è una passione totale, tanto che si parla appunto di "culto della donna" e di "religione dell'amore". Da qui il conflitto tra amore e religione e la condanna della chiesa per l'amor cortese. Gli amanti sono combattuti fra due sentimenti: la dedizione e l'amore per la donna e l'adorazione e l'amore per Dio.
  • l'amore è inappagato. Non è un amore spirituale, platonico, ma il possesso della donna è irraggiungibile. Questo amore è volontariamente ritardato dalla dama, attenta ad imporre una tensione, un indugio fra il desiderio e la sua soddisfazione, necessario all'amore;
  • è di norma un amore adultero, al di fuori del vincolo coniugale. E' necessario perciò mantenere il segreto su di esso, per tutelare la donna.
  • l'amore genera sofferenza, tormento ma anche gioia, una forma di ebbrezza ed esaltazione.

Chretien de Troyes (Troyés, fine del XII secolo), poeta francese, apparteneva al gruppo di poeti lirici che fiorirono nel settentrione della Francia e che subirono l'influenza dell'amor cortese dei trovatori, quei poeti-musicisti che si servivano della lingua d'oc
diffusa nella Francia meridionale. Nella vita fu probabilmente un chierico, vissuto alla corte di Maria de Champagne. Fu tra i primi ad usare la rima baciata nelle composizioni d'amore e prese spunto dalla leggenda di re Artù e dei suoi cavalieri; l'autore scrisse molte opere, fra cui Lancillotto o Il cavalier della carretta, ed Erec e Enide da cui si possono notare i caratteri fondamentali dell'amor cortese.

Lancillotto è un cavaliere alla corte di re Artù. E' innamorato, e segretamente corrisposto, dalla moglie del suo re, Ginevra. Questa viene rapita da Meleagant ed in molti cercano di salvarla. Anche Lancillotto parte con questa intenzione e, per raggiungere la sua amata più velocemente, accetta di salire sulla "carretta". La carretta era a quel tempo il mezzo sul quale salivano coloro che si coprivano di infamia, gli assassini, i ladri, i perdenti a duello. Salire sulla carretta significa perdere ogni onore.

Il sentimento amoroso di Lancilotto per Ginevra ha un potere assoluto sul cavaliere, che dimentica ogni altra cosa pur di realizzare il suo desiderio; Ginevra, dama cortese, rappresenta per lui l'unico polo d'interesse, ed egli ne è così preso da bearsi alla sola vista di qualsiasi cosa che appartenga alla donna amata, come ad esempio alcuni capelli.

Lancillotto quindi, dopo aver esitato un poco, sale e raggiunge rapidamente Ginevra.

Ma prima di poterla liberare deve combattere contro Meleagant, mentre la regina nella torre guarda il duello. Il cavaliere vince e sta per uccidere l'avversario, ma obbedisce a Ginevra che gli ordina di risparmiarlo e rendendole così un "servizio d'amore".

Lancillotto raggiunge poi Ginevra, ma questa non lo vuole neppure vedere, perché egli aveva esitato prima di salire sulla carretta. Di nuovo qui la regina esercita fortemente il suo potere e si mostra fredda e crudele nei confronti di Lancillotto, che si era coperto di infamia ed aveva affrontato molti pericoli per salvarla. Alla fine però Ginevra accetta di vederlo ed i due amanti decidono di incontrarsi la notte seguente. Da questo punto in poi l'autore descrive la rappacificazione e l'amore tra i due.

Mentre l'amor cortese è generalmente un amore inappagato e quindi doloroso, in questo caso Ginevra e Lancillotto riescono ad unirsi e l'amore viene soddisfatto.

All'amore vengono anche attribuiti gesti e comportamenti propri della religione. Lancillotto infatti si inginocchia davanti alla sua amata e la adora come su un altare. Viene alla luce così il contrasto fra religione cristiana e amor cortese, inteso quasi come religione alternativa.

Erec ed Enide è la storia di due sposi ed amanti esemplari. Erec è un cavaliere bello, cortese, valoroso e sicuro di sé. Enide è la perfetta controparte femminile: molto bella, di nobile famiglia impoverita, viene raccolta "povera e nuda" da Erec, figlio di re Luc, che la eleva al suo livello sposandola. L'eroe è assai innamorato della propria sposa, e passa il tempo con lei trascurando giostre e tornei. I suoi compagni se ne dolgono apertamente, lo accusano di essere diventato "imbelle" nelle armi ed in cavalleria, e di tradimento della parola data e degli impegni assunti. Enide, turbata, non osa parlarne al marito perché crede di essere lei stessa la sola causa del cambiamento del marito. Quando Erec scopre che la moglie gli ha nascosto di essere accusato di "mollezza" la rimprovera, e per punirla e dimostrare il suo valore, parte con lei per un lungo vagabondaggio. E' in gioco infatti il rapporto coniugale: Erec deve prima di tutto riconquistare la fiducia di Enide, che dubita di aver perduta. Secondo il codice del tempo egli sa che una dama il cui cavaliere non è degno di lei ha il diritto di volgersi altrove. Enide da sua parte deve dissipare il dubbio che le critiche della corte hanno suscitato in lei. Partendo per la lunga avventura Erec proibisce ad Enide di parlargli, anche se solo per avvertirlo dei molti attacchi ed imboscate che gli verranno tesi dai cavalieri attratti dalla bellezza di Enide. La donna e' così origine e causa dell'impresa cavalleresca, e contemporaneamente ne e' garante e testimone. Erec uscirà vittorioso dai molti combattimenti, riuscendo a conciliare amore, matrimonio e cavalleria.


 

Sul significato dell'amor cortese ci sono varie ipotesi:

  • l'interpretazione psicologica fa derivare questa concezione dell'amore dal fatto che nelle corti c'erano molti giovanotti che erano fortemente attratti dalla gran dama, moglie del loro signore.
  • un'altra interpretazione è quella politica: si pensa che il rapporto amante-amata derivi dal rapporto vassallo-signore. Si instaura infatti tra la donna e l'uomo quasi un rapporto di tipo feudale in cui la donna viene ad assumere il titolo di signora e l'uomo diventa il proprio vassallo.
  • L'interpretazione probabilmente più valida è quella sociologica: la letteratura cortese è l'espressione di un ceto inferiore ai nobili. L'irraggiungibilità della donna è vista come espressione del disagio che provano questi cavalieri per l'impossibilità di avere un feudo proprio. L'amore era per i cavalieri il solo mezzo per far riconoscere la propria dignità dall'alta aristocrazia, simboleggiata dalla Dama.

Il vero amore si fonda sui meriti: non possono accedervi coloro che lavorano, i "villani", perché quali meriti potrebbero far valere? Il cavaliere conserverà così tutte le qualità dell'eroe epico: sarà bello, prode, elegante, raffinato, generoso, e l'amore segreto che nutrirà per la dama prescelta lo renderà cavaliere perfetto, "cortese" appunto.


 


 


 

Riferimenti bibliografici e note


 

KOEHLER E., L'avventura cavalleresca. Ideale e realtà nei poemi della Tavola Rotonda, Bologna, Il Mulino, 1985.

BALDI G., GIUSSO S., RAZETTI M., ZACCARIA G., Dal testo alla storia – dalla storia al testo, vol. III, Paravia

CHRETIEN DE TROYES, Lancelot, dai Romanzi cortesi, Mondadori, 1983.

CHRETIEN DE TROYES, Erec et Enide, dai Romanzi cortesi, Mondadori, 1983.

FLORI J., Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi, 1998.

mercoledì 7 luglio 2010

Area51 (Documentario TopSecret 14-09-2004)

Il caso Roswell: autopsia di un alieno - Parte 1 di 2

LUGLIO 1947 :SCOPPIA IL CASO ROSWELL


Il caso Roswell


 


Il "caso Roswell" è il più importante e documentato incidente di UFO dell'era moderna. Se la sua esatta datazione e ancora incerta, collocandosi comunque fra il 2 ed il 4 di Luglio 1947, certi sono i luoghi, gli avvenimenti ed i protagonisti che li vissero in prima persona. Tutto questo, nonostante sul caso il Pentagono abbia all'epoca deciso di calare una pesante coltre di silenzio, ufficialmente mantenuta sino ad oggi. Così, durante i primi dieci giorni di quel luglio ormai lontano, il "caso Roswell" finì sulle pagine di tutti i principali giornali del mondo, per poi essere dimenticato. E solo da un quindicennio e stato "ufficiosamente" riaperto da uno stuolo di ricercatori che ne hanno ripercorso millimetricamente i fatti, giungendo alla conclusione che l'incidente accadde realmente e che il Governo statunitense lo mise a tacere, come è stato, nel corso degli anni, per la maggioranza dei testimoni che vi furono direttamente coinvolti.


La cittadina di Roswell in Nuovo Messico aveva nel 1947 un indiscutibile primato strategico: ospitava nelle vicinanze una base aerea dell'Esercito Americano, nel cui perimetro era stanziato il 509 Gruppo Bombardieri, l'unico gruppo da bombardamento al mondo armato con ordigni nucleari, gli stessi che due anni prima avevano posto termine, con Hiroshima e Nagasaki, alla II Guerra Mondiale. Il "caso" nasce il 2 luglio - durante il fine settimana festivo del 4, giorno dell'Indipendenza statunitense - quando il Sig. Dan Wilmot e sua moglie osservano verso le 21.50 un oggetto luminoso discoidale sfrecciare in direzione della località di Corona. Nella notte scoppia un violento temporale, il cielo è coperto, a tratti illuminato da bagliori e squassato dai tuoni. E' in quelle ore, prima dell'alba del 3 luglio che, probabilmente, avviene l'incidente: un UFO (alcuni ricercatori sostengono la tesi di due oggetti coinvolti), per cause mai accertate, precipita nel deserto.


 

Morti tutti gli occupanti

Nel febbraio del 1950 l'ingegnere civile Barney "Grady" Barnett di Socorro confida ai coniugi Maltais, suoi vecchi amici cui richiede di mantenere il segreto, che il 3 luglio 1947, mentre si trovava per servizio nel deserto nella zona fra Magdalena e Socorro, si era trovato improvvisamente davanti un oggetto metallico discoidale dai 7 ai 9 metri di diametro, cui si era avvicinato a piedi, sino quasi a poterlo toccare. Sul posto intanto erano giunte altre persone (fra cui anche dei giovani, forse studenti) facenti parte di un gruppo archeologico dell'Università della Pennsylvania. Accanto al veicolo schiantato tutti avevano visto, proiettati all'esterno, degli esseri umanoidi ormai privi di vita, di corporatura esile, con teste molto grandi, di carnagione chiara e completamente glabri. Di lì a poco era entrato in scena un camion militare carico di soldati che avrebbero bloccato prontamente e poi allontanato i civili, intimando loro di non fare parola su quanto avevano visto ("per ragioni patriottiche di sicurezza nazionale"), perimetrando la zona. Teatro del fatto sarebbe stato, secondo Barnett, un costone roccioso a ridosso dei cosiddetti Piani di San Agustin, oggi divenuta sede dei radiotelescopi del VLA (Verv Large Array) dell'Osservatorio Nazionale di Radioastronomia degli Stati Uniti.
La credibilità della testimonianza di Barnett è rimasta dubbia, in quanto nessuno e mai stato in grado di interrogarlo in merito, essendo deceduto quando ancora del caso Roswell non si era riparlato. Per quanto riguarda il gruppo di archeologi, non è stato possibile verificare le identità di nessuno di loro.

Rottami sul campo di Brazel

Lo stesso 3 luglio l'allevatore di bestiame William W. "Mac" Brazel (il cui ranch si trova nella parte sud-orientale della regione di Corona) rinviene, sparse nel terreno di sua proprietà, una quantità di "lamine metalliche" e pensa ad un incidente avvenuto nei pressi della base aerea. Parla della cosa con un vicino, Floyd Proctor, e quindi, non disponendo di un apparecchio telefonico, il 5 luglio si reca a Corona, dove la gente già parlava di "dischi volanti" (la stampa aveva riportato le notizie dell'avvistamento di Kenneth Arnold del 24 giugno). Brazel ricollega il suo ritrovamento alla faccenda dei "dischi" e la mattina del 6 luglio decide di recarsi in città con dei frammenti del materiale presso l'Ufficio Meteorologico, dove lo invitano a prendere contatto con lo sceriffo George Wilcox.

Una "piega" inaspettata

Wilcox prende atto della situazione e informa subito il comando militare di Roswell ed il comandante della Base, il Colonnello William Blanchard, dà ordine al capo del CIC (corpo di controspionaggio), il Maggiore Jesse Marcel, di recarsi sul luogo e iniziare le investigazioni. Marcel parla con Brazel, il quale si trova ancora nell'ufficio dello sceriffo.

E' in quest'arco di tempo che l'allevatore viene intervistato dalla stazione radio locale KGFL. Marcel, accompagnato dal collaboratore Sheridan Cavitt (anch' egli del CIC), preleva Brazel nell'ufficio di Wilcox e i tre si recano in macchina sul posto. Passata la notte presso la fattoria dell'allevatore, il 7 effettuano una ricognizione e riscontrano la presenza dei misteriosi frammenti, di cui Marcel raccoglie una buona quantità che sistema nella sua auto. Nella notte, prima di rientrare alla base, Marcel passa da casa e mostra alla moglie e al figlio Jesse Jr. i materiali. Una testimonianza quella di Marcel Jr. di importanza fondamentale.


 

 
 

 

martedì 6 luglio 2010


  • Il 6 luglio 1415 veniva bruciato sul rogo un altro grande filosofo e pensatore

Hus (o Huss), Jan (ca. 1369- 1415)


 

Jan Hus

 
 

La vita

Jan Hus nacque nel 1369 ca. a Husinec, nella Boemia meridionale. Suo padre morì quando egli ancora giovane, perciò fu cresciuto dalla madre, e poi mandato a studiare all'università di Praga, dove H. frequentò con pieno successo i corsi di teologia e filosofia, studiando con Stanislao di Znojmo. Nel 1393 H. conseguì il titolo di Baccelliere in arti, nel 1396 la relativa laurea, nel 1400 fu ordinato sacerdote ed infine nel 1402 diventò decano dell'università di Praga.

Nello stesso tempo egli fu nominato predicatore nella Cappella di Betlemme, una comunità religiosa fondata nel 1391, per un auspicato ritorno all'originale Chiesa di Cristo e degli Apostoli, da Mathis di Janow, allievo, a sua volta, dei riformatori Jan Milic Kromerìz (fondatore della comunità "Nuova Gerusalemme") e Conrad Waldhouser.

Inoltre in quegli anni H. fu fortemente influenzato dagli scritti, tradotti in ceco, di John Wycliffe, il riformatore inglese, e riportati in patria da un gruppo di studenti boemi della facoltà di teologia di Oxford, recatisi in Inghilterra al seguito della principessa Anna di Boemia, promessa sposa a re Riccardo II d'Inghilterra (1377-1399).

Nel 1403 l'università di Praga condannò 45 tesi contenute negli scritti di Wycliffe: H., tuttavia, tradusse ugualmente il suo Trialogus in ceco e lo fece circolare in patria. Oltretutto egli era un eccellente predicatore e favoriva l'uso della lingua ceca, al posto del latino, e questo lo rese molto popolare presso i boemi che stavano sviluppando sempre più il senso di "nazione".

Nonostante le sue idee abbastanza eterodosse, fino al 1408, H. poté godere della protezione dell'arcivescovo di Praga, Zbynek (o Sbinko) von Hasenburg. In quell'anno l'alto prelato ricevette una lettera di Papa Gregorio XII (1406-1415), preoccupato del diffondersi delle idee di Wycliffe in Boemia, e soprattutto della possibilità che il re Venceslao IV, detto il Pigro (1378-1419), potesse mostrare simpatie verso esse.

Tutto ciò si complicò nel 1409 con la decisione del re stesso di favorire la componente ceca dell'università di Praga, di cui H. era il massimo esponente, permettendo ad essa di avere, nelle assemblee, tre voti, mentre alle altre nazionalità presenti in Boemia fu concesso solo un voto ciascuno. Questo portò ad una crisi senza precedenti: i docenti e studenti tedeschi (forse 20.000 persone) lasciarono Praga per emigrare a Lipsia o in zone a loro etnicamente più affini. Poiché Gregorio XII mostrò segni di voler intervenire nella complessa diatriba, re Venceslao proibì ogni contatto tra il clero locale ed il Papa: quest'ultimo reagì interdicendo Praga attraverso l'arcivescovo Zbynek.

La situazione, già così articolata, venne ulteriormente complicata dai vari interventi dei candidati Papi (non solo Gregorio XII, ma anche gli antipapi Benedetto XIII, Alessandro V e il suo successore Giovanni XXIII), che in quel momento nero per la Chiesa, si stavano scannando per il seggio pontificio. Infatti in una bolla del Dicembre 1409 l'antipapa Alessandro V proibì la predicazione in Boemia all'infuori dei luoghi consacrati e la diffusione degli scritti di Wycliffe.

Contro questa decisione H., forte dell'appoggio del re, si appellò, inviando al successore di Alessandro, l'antipapa Giovanni XXIII, i suoi compagni di fede Stanislao di Znojmo e Stefano di Pàlec, ma Zbynek, oramai diventato suo nemico, lo bandì nel 1410: re Venceslao reagì molto male a questo affronto e fu probabilmente il mandante dell'assassinio dell'arcivescovo nel Settembre 1411.

Nel 1412 H. prese una posizione molto polemica, assieme all'amico Girolamo di Praga, nei confronti di Giovanni XXIII, il quale faceva vendere le indulgenze con lo scopo molto terreno di finanziare la guerra contro il papa Gregorio XII. Questa posizione critica scatenò la reazione di Giovanni XXIII con la scomunica del predicatore ceco. La bolla papale di scomunica fu bruciata in piazza durante una manifestazione popolare a Praga, ma tre seguaci di H. furono arrestati e decapitati per ordine del re, che mostrò quindi di aver ritirato l'appoggio a H. in quanto si dice il sovrano fosse stato indispettito dal suo atteggiamento: infatti anche Venceslao stesso avrebbe potuto usufruire delle entrate derivate dalla vendita delle indulgenze.

H., a questo punto, osteggiato da più parti e con un ordine papale di cattura sulla testa, pensò bene di lasciare Praga nel 1412, rifugiandosi nelle campagne della Boemia meridionale per predicare fra i contadini e scrivere le sue opere più importanti, come Interpretazione del credo, dei dieci comandamenti e della preghiera del Signore e Della simonia, in ceco e De ecclesia in latino.

Rientrato a Praga nel 1414, fu invitato dal re di Germania Sigismondo di Lussemburgo (sovrano dal 1410) a partecipare, munito di un salvacondotto, al Concilio di Costanza del 1415 per chiarire le sue idee. Purtroppo, essendosi recato a Costanza con l'amico fraterno Girolamo di Praga, H. fu proditoriamente arrestato, nonostante il salvacondotto, e minacciato di morte se non avesse ritrattato le sue idee ritenute eretiche. H. rimase coraggiosamente sulle sue posizioni e dichiarò che lo avrebbe fatto, se si fosse dimostrato che egli era in contrasto con le Sacre Scritture.

H. fu quindi condannato per eresia e bruciato sul rogo il 6 Luglio 1415 e le sue ceneri gettate nel fiume Reno. La stessa sorte toccò a Girolamo di Praga l'anno successivo e perfino Wycliffe, morto oramai da 30 anni, fu condannato postumo per eresia, ma solo nel 1428 e dietro pressioni di Papa Martino V (1417-1431): il suo corpo fu riesumato e bruciato sul rogo e le ceneri sparse nel fiume Swift.

La condanna sul rogo di H., da parte del re tedesco Sigismondo, fu un colossale errore politico, che fece assurgere la figura di H. a martire della riforma in Boemia e del nazionalismo ceco. Già quattro anni dopo, nel 1419, le truppe hussite scatenarono una guerra che durò fino alla pace di Jihlava del 1436 e alla fondazione nel 1467 dell'Unione dei fratelli boemo-moravi.

Più recentemente, la figura di H. è stata riabilitata da Papa Giovanni Paolo II in un suo viaggio pastorale a Praga il 28 Aprile 1997.

La dottrina

Come si è già detto, H. fu fortemente influenzato dagli scritti di Wycliffe: nel suo testo De ecclesia H. riprese le idee del riformatore inglese in tema di predestinazione e di rifiuto dell'investitura divina del papato.

Un altro punto delle sua riforme fu l'utraquismo, cioè la Comunione offerta sotto la forma sia del pane che del vino (il termine deriva dal latino sub utraque specie), secondo il Vangelo di Giovanni (VI,54): Chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.

A dir la verità, la Chiesa dei primi secoli (fino al XII secolo) aveva praticato la Comunione sotto ambedue le forme e, ai tempi di H., anche le Chiese orientali lo facevano, ma successivamente era stata ristretta al solo officiante e abbandonata l'usanza per i fedeli a causa del rischio che qualcuno potesse versare, in maniera sacrilega, per terra il Sangue di Cristo.

Quest'usanza fu condannata dal Concilio di Costanza (1414-1417), ma la decisione scatenò le guerre hussite fino al Concilio di Basilea (1431-1439), dove fu permesso ai boemi di comunicarsi con ambedue le forme. Recentemente (2001) la Chiesa Cattolica ha accettato che anche i cattolici possono ricevere la Comunione sotto ambedue le forme.

Infine H. lottò contro le indulgenze, i pellegrinaggi, il ricorso all'intercessione dei santi e la venerazione delle reliquie, probabilmente in ciò influenzato dal pensiero delle comunità valdesi, esistenti all'epoca in Boemia ed in seguito assorbite dagli hussiti stessi.



LE FATE IN ITALIA
 


 


 

Numerosissime sono le località dedicate alle Fate - ricche dunque di leggende associate al luogo stesso - come valli, monti, grotte, buche, massi, boschi, pozzi, torrenti, cascate, laghi e altri luoghi legati alle acque.
Secondo una leggenda raccontata dai montanari di Catenaia di Casentino, in un punto alto della montagna detto il Cardetto, si trova una grotta nella quale si ritiene abitino le Fate. Una di esse si innamorò un giorno di un giovane contadino che lavorava la terra in una campo vicino, il quale non rimase insensibile al fascino della bella creatura, ricambiandone appassionatamente i sentimenti; ma per un crudele incantesimo la Fata diveniva una splendida fanciulla per soli tre giorni e per altri tre un grosso serpente. Così quando il ragazzo scavava il solco con l'aiuto dei buoi, lei vi strisciava all'interno, per restargli vicino. Accadde dopo un po' di tempo che il giovane dovette allontanarsi per qualche giorno, per cui incaricò fratello di continuare i lavori, raccomandandogli di non temere, soprattutto, non molestare l'innocuo serpente che ormai per abitudine seguiva la terra scavata dietro l'aratro. Inizialmente il fratello lasciò che il serpente lo seguisse tranquillamente, ma l'ultimo giorno il rettile si accorse che non aveva davanti a se l'innamorato bensì un'altra persona, e sdegnato alzò la testa e spalancò le fauci minacciosamente nei confronti dell'agricoltore, il quale, spaventato, reagì colpendo violentemente l'animale, che fuggì e scomparve... Quando il fratello ritornò e fu informato dell'accaduto, cercò invano disperatamente per molto tempo di far tornare l'amata fata, chiamandola e implorandola senza pace, ma lei non apparve mai più. Allora lui, con il cuore spezzato, decise di rimanerle fedele per tutta la vita, e volle infine che la morte lo cogliesse nel sonno, davanti alla grotta dove l'aveva conosciuta, per ritrovarla e amarla ancora e per sempre nel cielo delle Fate...
Si narra inoltre che anche il lago di Subiolo, in Valstagna, sia un luogo abitato da Fate e da altri spiriti che nottetempo si manifestano con lamenti, grida e sibili inquietanti; pare tra l'altro che lo stesso nome del lago derivi da questi strani rumori, simili al suono dello zufolo, detto in dialetto locale subio. Il seguente è uno dei racconti più interessanti raccolti nella zona: un giovane falegname ritornava una sera sul tardi alla sua casa vicina al ponte Subiolo, dopo aver fatto visita alla fidanzata, quando si sentì ripetutamente chiamare per nome... Con sgomento si accorse allora alla luce dei raggi lunari che un gruppo di Fate danzava sulle acque del lago! "Vieni con noi - gli dicevano - tu non hai mai provato la felicità che ti offriamo, vieni a danzare con noi finché splende la luna..."" No, no - rispose il giovane terrorizzato - laggiù c'è l'acqua e se scendo annegherò."" Hai paura? - Gli chiesero le Fate ridendo - allora guarda, l'acqua è sparita vieni!" Infatti anche i sassolini del fondo erano asciutti e i massi rivestiti di muschio porgevano il soffice divano alle Fate. "No, no! "- ripetè il giovane, ma come soggiogato non poteva staccarsi dal parapetto del ponte - "Non vuoi? - le Fate ripresero - ebbene perché tu abbia a ricordarti di noi, t'offriamo una grazia: chiedi! "Ed egli tremante domandò: "Che io possa con le mie mani eseguire qualunque lavoro d'intaglio." "Concessa - si sentì rispondere - ma non sarai mai ricco!" Alla mente del falegname balenò forse l'idea di opere grandiose, l'artista ebbe forse la sua prima visione. Intanto l'acqua tornava ad uscire impetuosa e spumeggiante da laghetto, stormivano per il vento le fronde dei faggi e la montagna proiettava l'ombra sua immobile, poiché la luna era calata dietro la cima. Le Fate erano sparite. Da quel giorno il giovane falegname realizzò opere in legno meravigliose e di rara bellezza per tutte le chiese del paese e di altri villaggi vicini, ma morì povero come era vissuto e come gli avevano predetto le Fate...

Anche in Val d'Aosta è presente una Dama Bianca, una bella ed amabile Fata benefica che appare con lunghe vesti bianche nei prati, sulle alture, ai margini dei boschi. In particolare, protegge gli abitanti di Issime e se proprio non le è possibile evitare sventure o disgrazie, cerca di avvisare pastori e paesani con lamenti e grida acuti e prolungati. Altre dame bianche sono segnalate sul Monte Bianco, sul Monte Rosa e in varie altre località delle Alpi. E a proposito di Alpi, non possiamo dimenticare che secondo una poetica leggenda biellese le magnifiche stelle alpine, che ostentano la loro fragile grazia sull'orlo di insidiosi crepacci, ebbero origine dalle lacrime di una Fata innamoratasi di un mortale.
Per rimanere in zona, riportiamo un brano sulle leggende di Piedicavallo, del poeta e scrittore Nino Belli:"Se voi interrogate con insistenza qualche vecchietto, o meglio ancora qualche vecchiarella, vi racconteranno del gran ballo delle Fate, delle loro corse vertiginose sui fianchi delle montagne, dei loro idilli coi pastori. Vi diranno della loro sovrumana bellezza, com'è ornata la loro fronte alabastrina di edelweiss, avvolte in candidi veli di trina che accentuano le loro forme delicate, bianche come la neve, e come corrano nelle placide notti stellate di balza in balza sopra un carro rilucente tirato da aquile superbe. Vi racconteranno della magnificenza delle loro dimore..."
Nella medesima località del biellese si narra che in una di queste sontuose dimore rilucenti d'oro, cristalli e gemme, situata sulla più alta cima di un monte, per essere più d'appresso all'azzurro sorriso del cielo, abita la regina delle Fate con la sua magica e leggiadra corte.Infine in Val di Susa, stando a quanto riporta M. Savi Lopez nel suo magnifico volume Leggende delle Alpi, esisterebbero - fenomeno unico in Italia - gli equivalenti maschili delle Fate, chiamati Arfai: sono spiriti benefici che abitano le acque della Dora e aiutano le fanciulle a fare il bucato, gentili, timidi, ma allo stesso tempo benefici.

Tornando ai luoghi i cui nomi appaiono frequentemente legati alle Fate, troviamo un'altura nei pressi di Roccacasale, negli Abruzzi, chiamata appunto Colle delle Fate, poiché la gente assicura siano state viste uscire le Fate da due pozzi presenti all'interno delle mura dell'antica fortezza di cui sono ancora visibili i resti nella zona.
In Val d'Aosta, nella Piana di Varrayes, dopo aver piovuto in pieno giorno, si manifesta nei pressi della bòrna de la Fàye (la buca della Fata), una bellissima signora...
A Muzzano, esiste inoltre un luogo chiamato Roccia delle Fate, in cui si ritiene esista un tesoro sorvegliato da un magico serpente: quest'oro incantato viene definito dialettalmente L'oro dell'Elf, probabilmente per il torrente Elvo che vi scorre vicino, il cui nome tradirebbe un evidente riferimento agli Elfi (da notare che in inglese Elfo si traduce in Elf, che al plurale diventa Elves).
In provincia di Teramo, nella gola tra le montagne di Campli e di Civitella, esiste un enorme macigno che sbarra l'ingresso di una grotta contenente un favoloso tesoro composto da tre mucchi di monete di rame, d'oro e d'argento. Si dice che in fondo alla grotta sieda una Fata, intenta a tessere in continuazione, mentre un monaco in piedi veglia silenziosamente il tesoro...
A Palermo si ricorda un cortile, chiamato "cortiggiu di li sette fati", nel quale avvenivano cose meravigliose: ogni notte infatti vi apparivano sette stupende Fate che rapivano temporaneamente una persona, alla quale facevano vedere e provare luoghi ed emozioni straordinari, come gli oceani più profondi, o i cieli più lontani, per poi coinvolgerla in danze, canti e feste da mille e una notte. All'alba riportavano il fortunato mortale nel luogo in cui era stato prelevato, dopodiché scomparivano nel nulla.
I vecchi dell'isola di Pantelleria raccontano dell'esistenza di esseri dotati di poteri magici, che loro chiamano " 'nfate", che si divertono, al pari dei Folletti ad intrecciare i capelli delle ragazze e le code dei cavalli; chiunque tentasse, privo di adeguati scongiuri, di sciogliere gli intrecci fatati, cadrebbe vittima di un incantesimo fatale.
In Sardegna sorgeva invece sul monte Oc, l'incantato palazzo delle Fate, abitato da dame alate, eteree e bellissime, vestite di veli bianchi, verdi e azzurri, che periodicamente si recavano in volo nei paesi per scegliere una persona e portarla nella loro dimora magica; a questa veniva poi mostrata la stanza dei tesori, piena di monete d'oro, perle, gioielli e pietre preziose, dalla quale poteva portare via tutto ciò che voleva. Naturalmente la maggior parte dei prescelti cercava di riempirsi ogni tasca e di arraffare il più possibile di quell'immenso tesoro, ma immancabilmente il giorno dopo, a casa, trovava tutto quanto irrimediabilmente trasformato in carbone; invece chi riusciva a resistere alla tentazione dell'oro e a chiedere la sapienza, o di restare nel palazzo assieme alle Fate, veniva donata la vera ricchezza e una lunga vita saggia e felice.
In Toscana, a Soraggio, le Fate risultano specializzate, come molte loro colleghe italiane ed europee, nel fare il bucato sulle rive del fiume, dove poi stendono accuratamente i panni ad asciugare al sole, ma solo durante l'estate; in inverno infatti si ritirano nelle tane degli orsi o nelle grotte dette Buche delle Fate (il territorio ne comprende almeno tre), a tessere e filare. Quanto a distrazioni amano riunirsi nelle magiche notti di luna piena assieme ad altre colleghe a Pratofiorito, uno dei prati più belli del mondo, a 1.300 m. sopra Bagni di Lucca, per scatenarsi in feste e danze gioiose.
Per concludere, aggiungiamo che le Fate non risultano sempre e soltanto legate a zone particolarmente suggestive e misteriose della natura, o ad antichi castelli e rovine, ma anche a semplici abitazioni. Una consolidata tradizione, nota soprattutto nelle regioni del sud, ci conferma infatti che ogni casa possiede una propria Fata, la quale ama manifestarsi in vario modo, proteggendo o aiutando la famiglia perfino con interventi ultraterreni.Questa italica Fata della dimora appare periodicamente in occasione di avvenimenti di rilievo o per salutare coloro che credono o confidano nei suoi benefici poteri, ma si allontana o scompare per sempre quando all'interno della casa si verificano fatti di sangue o di grave violenza.


Le notizie sono state tratte dal libro "Iniziazione alla magia delle Fate", Edizioni Rebis Viareggio.


 


 


 


 


 

lunedì 5 luglio 2010


  
 


Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (1153-1189),


Era discendente della famiglia degli Altavilla. Re di Sicilia (1166-1189), fu uno dei monarchi normanni che ebbe la maggiore benevolenza popolare. Nel 1166 Guglielmo II salì al trono a soli tredici anni, d opo la morte del padre Guglielmo I di Sicilia sotto la tutela della regina madre Margherita di Navarra. Il regno di Sicilia veniva da un triste periodo di lotte intestine dovute ad una serie di lacerazioni fra la nobiltà, il clero ed il popolo probabilmente anche accentuato dal carattere poco mite di Guglielmo I. Nel 1172, appena divenne maggiorenne, Guglielmo II venne incoronato Re di Sicilia con l'appoggio dell'arcivescovo Gualtiero, del clero e dell'aristocrazia.

Di Guglielmo II, rispetto al padre, si sottolineano, oltre alla bellezza, anche la correttezza nell'esercizio delle funzioni ed il rispetto per le leggi ed il popolo, nonché l'istruzione e la mitezza d'indole che gli valsero l'appellativo di Buono. Il re inoltre, riuscì a godere di un periodo di relativa stabilità e riappacificazione nelle relazioni fra le diverse fazioni. Nel 1176 l'arcivescovo di Capua Alfano di Camerota, il suo consigliere, negoziò il matrimonio con la figlia di Enrico II d'Inghilterra, per instaurare un'alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. A Palermo il 13 febbraio 1177, Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), figlia del re Enrico II e sorella di Riccardo Cuor di leone. L'unione fra i due non diede però nessun erede. Il regno di Guglielmo II fu particolarmente proficuo per le arti in Sicilia. Fra le opere avviate da Guglielmo II merita una citazione il Duomo di Monreale, realizzato con il benestare di Papa Lucio III, e l'Abbazia di Santa Maria di Maniace, fortemente voluta dalla regina madre Margherita. Anche la costruzione della Zisa, avviata dal padre Guglielmo I, fu completata sotto il suo regno. L'atmosfera nel suo regno non era turbata da odio interreligioso.

Ritenuto dalla maggior parte dei suoi sudditi giusto, indulgente e tollerante, Guglielmo II conquistò l'opinione degli storiografi anche perché proteggeva gli intellettuali del tempo, soprattutto i poeti arabi. Infatti è emerso che i musulmani mantenevano una larga rappresentanza di governo e di religione: Palermo era ancora popolata da moschee. Segno visibile del patronato di Guglielmo II è ancora oggi l'abbazia di Monreale cui seguì la costruzione della Cuba e della Zisa a Palermo. Nella stessa città furono edificate la cattedrale e altri monumenti di rilievo architettonico.


 Guglielmo II accoglieva con onore i Musulmani stranieri, medici e astrologhi e dava denaro ai poeti. I musulmani frequentavano le moschee che fungevano anche da scuola e i loro mercati erano molto floridi. Impegnatosi nelle spedizioni verso l'Africa e i paesi orientali, Guglielmo II cercò anche l'alleanza di Federico Barbarossa per difendere il suo regno da nord. L'alleanza fu suggellata dal matrimonio di Costanza d'Altavilla ed Enrico, figlio del Barbarossa; questa unione portò però ad un problema di successione in quanto Guglielmo II era senza discendenti maschi e gli imperatori di Germania potevano così diventare re di Sicilia . Nell'Agosto 1185, Guglielmo chiese ai suoi vassalli di giurare fedeltà a Costanza, sorella del padre, come sua legittima erede. Guglielmo II morì nel 1189 e al trono successe la zia Costanza, moglie di Enrico Hohenstaufen, che divenne poi imperatore con il nome di Enrico VI . Guglielmo venne sepolto ai piedi dell'altare maggiore del Duomo di Monreale, in modo tale che chiunque officiasse la Messa doveva inginocchiarsi sulla tomba di Guglielmo II. Il Cardinale Torres nel 1500 fece disseppellire il corpo del re e gli fece costruire un sepolcro rinascimentale, accanto a quello del padre Guglielmo I.

 


 

 

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domenica 4 luglio 2010


 


 

Il Regno delle Fate
Dove si trova il regno delle Fate?
A volte appena sopra l'orizzonte, a volte sotto i nostri piedi.
In ogni paese del mondo c'è un regno delle Fate; quindi ci sono Fate italiane, Fate americane, Fate francesi, Fate russe, Fate inglesi etc.etc.
Nel Galles pensano che il regno delle Fate si trovi in un'isola, nel canale di San Giorgio, al largo della costa del Pembrokeshire.
Gli Irlandesi chiamarono Hy Breasail l'isola fantasma che, secondo loro, si trovava ad ovest e che secondo loro accoglieva il regno delle Fate.
Mentre per i britannici l'isola fantastica è l'isola di Man.
Ma la più famosa delle isole magiche è senz'altro l'isola di
Avalon. Il leggendario Re Artù si dice vi sia stato incoronato e che in seguito, ferito a morte, vi sia stato portato per essere curato da quattro Regine delle Fate, e che il suo corpo immerso in un magico sonno sia nascosto nel cuore di una collina dell'isola.
Il Regno delle fate può svelarsi all'improvviso in qualsiasi luogo, luminoso e scintillante, e sparire con la stessa rapidità.
Terrapieni, forti e colli antichi sono le altre dimore tradizionali delle Fate, e a riprova di ciò, la parola gaelica che indica le Fate è Sidhe, che significa popolo delle colline.
Le pareti delle caverne scelte dalle Fate per dimora, trasudano gocce dorate. Ogni collina ha il suo Re e la sua Regina; di solito, però, sono legati da un vincolo di fedeltà a un Gran Re, dei quali il più conosciuto, l' "Oberon " dei poemi cavallereschi medievali, deve la sua bassa statura ad una maledizione che gli fu lanciata durante il battesimo.
Le isole non sono tutte uguali, alcune galleggiano sull'acqua, altre sono appena sotto la superficie e spuntano solo di notte, oppure una sola volta ogni sette anni. O ancora, parecchi metri sotto l'acqua, ma solo in apparenza, la zona dove sorge l'isola è completamente asciutta, ma circondata da un muro d'acqua a mò di scogliera.
Al largo della costa del Galles, si dice che a volte si possano scorgere i " Verdi Prati dell'Incanto ", una terra che si intravede appena sotto la superficie del mare, ricoperta di alberi e fiori ed erba, fra gli steli e i fili nuotano i pesci.
Molti laghi del Galles proteggono dal mondo esterno le dimore delle fate, nascondendole alla vista degli esseri umani.
Oppure, come nel caso della Dama del Lago, la superficie d'acqua è solo un'illusione creata per proteggere da occhi estranei l'ingresso della propria dimora.


 

"Non dimenticarmi
Io esisto non solo nei tuoi sogni
Non abbandonarmi
La speranza ti porterà da me"


 


 

venerdì 2 luglio 2010


 


 


  


Doors

La leggenda del Re Lucertola

di Claudio Fabretti da ONDA ROCK

Il 3 luglio 1971 moriva Jim Morrison, leader dei Doors e grande sciamano del rock. Ma il mito della band californiana era solo all'inizio... Storia di un cadetto mancato che aveva deciso di trasformarsi nel "Re Lucertola" per oltrepassare "le porte della percezione"


 


 

La sera del 3 luglio 1971 Jim Morrison rientrò nel suo appartamento parigino con la moglie Pam, dopo una notte a base di cinema e di alcool. A casa, ubriaco, affrontò l'ultimo viaggio: una micidiale dose di eroina che entrò in simbiosi con l'alcool bevuto, provocando un edema polmonare che lo stroncò in poche ore. Si spegneva così la voce e l'anima dei Doors, uno dei gruppi più importanti della storia del rock. La loro rivoluzionaria stagione musicale, inaugurata quattro anni prima, era riuscita a espandere il rock oltre i suoi confini, oltre quelle "porte della percezione" descritte dal poeta visionario William Blake: "Quando le porte della percezione sono spalancate - aveva scritto - le cose appaiono come veramente sono, infinite". L'autore inglese Aldous Huxley, ispirato dalla citazione di Blake, intitolò "Le Porte della percezione" il suo trattato sugli effetti della mescalina. Da qui la scelta di Jim Morrison di chiamare la band The Doors.

Secondo una delle leggende del rock, i Doors sarebbero nati su una spiaggia di Venice, California, quando Jim Morrison declamò a Ray Manzarek i versi di una poesia appena composta: "Moonlight Drive". Morrison e Manzarek si erano conosciuti alla Scuola di Cinema dell'Ucla. A unirli, la passione sfrenata per i classici della letteratura maledetta e decadente. Ma i due hanno storie diverse. Morrison, originario della Florida, è il figlio di un alto ufficiale della Marina americana, destinato anch'egli alla carriera militare. Ma è un personaggio complesso, fragile e carismatico insieme, animato da una vena poetica fuori del comune e da una smaccata attitudine anticonformista. Una personalità inquieta, che lo porterà a scontrarsi con la propria famiglia al punto da arrivare a dichiararsi "orfano". Manzarek, originario di Chicago, ha meno fascino ma più solide basi musicali, grazie alla sua esperienza di pianista di impostazione classica con una particolare predilezione per il rock e il blues. Ha studiato Legge per qualche anno, quindi si è dedicato al cinema, realizzando anche tre cortometraggi ("Evergreen", "Induction" e "Who I Am And Where I Live"), ma ha sempre coltivato la sua passione per il blues cantando con lo pseudonimo di Ray Daniels in un complessino di famiglia, i Rick & The Ravens, insieme ai fratelli Rick e Jim e al batterista John Densmore. A questa formazione si unisce Jim Morrison, realizzando sei demo ai World Pacific Studios. Sono gli albori dei Doors, che nascono ufficialmente come quartetto alla fine del 1965: a Morrison, Manzarek e Densmore si aggiunge, infatti, il chitarrista Robbie Krieger.

In America è la stagione d'oro del sound di San Francisco all'insegna di "Pace & Amore", degli hippy, dell'acid-blues di
Jefferson Airplane e Grateful Dead, ma anche del rock decadente dei newyorkesi Velvet Underground. I Doors, però, scelgono una nuova strada, del tutto atipica e originale. Nel 1966, dopo una dura gavetta nei locali di Los Angeles (London Fog, Whiskey A Go-Go), arriva la firma con l'Elektra, la storica etichetta Usa che lancerà anche band come , Television, The Cars. In due settimane, Morrison e soci completano l'omonimo album d'esordio, che esce nel gennaio 1967.
"
The Doors " è uno dei debutti più folgoranti e uno dei massimi capolavori della storia del rock. Visionario, intenso, selvaggio, il disco è un saggio del talento poetico di Morrison, ma anche della straordinaria abilità degli altri musicisti: Robby Krieger, ottimo compositore e chitarrista, capace di spaziare dal flamenco a un particolare genere di chitarrismo "bottleneck", Ray Manzarek, tastierista e organista in grado di comporre ed eseguire anche melodiche linee di basso, John Densmore, batterista jazz in perfetta sintonia con i tempi teatrali e i rituali ipnotici della band. L'alchimia musicale dei Doors fonde blues e rock psichedelico, poesia decadente e teatralità, rituali occulti e ritmi esotici. E le storie declamate dal baritono inquietante di Morrison sono un pugno in faccia ai valori precostituiti. "The End", versione rock del mito di Edipo che sfocia nella celeberrima e iper-censurata strofa "Mother, I will fuck you!", è un lungo, sfibrante raga, perso in un mare di ricami orientaleggianti, di improvvisazioni sonore, di vortici psichedelici che annebbiano la mente e la ipnotizzano, per poi folgorarla con un finale da elettroshock, in cui chitarra, organo e batteria convergono in un vertiginoso crescendo. Consumato attore teatrale, oltre che rocker, Morrison interpreta una delle sue sceneggiate più agghiaccianti, spaziando tra toni soffusi e slanci furoreggianti, tra momenti di estasi mistica e spasmi epilettici. Il brano sarà reso ancor più immortale dalla colonna sonora di "Apocalypse Now", il capolavoro di Francis Ford Coppola. Ma ripartiamo dall'inizio... "Break On Through": due minuti tiratissimi ed è già un colpo da ko immediato. Un inno generazionale in cui il profeta Morrison predica la ribellione, la ricerca della libertà assoluta, accompagnato da un riff hard-rockeggiante di kinksiana memoria. Ma i Doors sono anche maestri nello stemperare il pathos con improvvisi cali di tensione. Così, nella ballata lisergica di "Crystal Ship" l'inquietudine si trasfigura in sogno, in una sorta di dolce dormiveglia. Il canto baritonale di Morrison favoleggia di luoghi surreali e di mondi remoti, nei quali ritrovarsi dopo aver abbattuto ogni barriera ("We'll meet again, we'll meet again"), dopo aver valicato quelle "porte della percezione" che limitano la mente umana. Il disagio e il dolore ("The days are bright and filled with pain") sembrano quasi evaporare in una lenta perdita dei sensi ("Before you slip into unconsciousness/ I'd like to have another kiss"), in un oblio dalle tinte psichedeliche, sublimato da una melodia da incanto e dal crescendo finale del piano. Il blues dei Doors acquista toni allegri, quasi a voler simulare un intermezzo "leggero", in "20th Century Fox", ritratto al vetriolo di donna fatua e fatale ("She's a twentieth century fox/ Got the world locked up/ Inside a plastic box"). E l'atmosfera si fa addirittura surreale nello stralunato remake di "Alabama Song" del duo Kurt Weill-Bertold Brecht. I Doors si calano in atmosfere da cabaret espressionista per cesellare il loro omaggio alla cultura europea di inizio Novecento. L'esperimento sarà ribadito (in modo altrettanto splendido) nella versione di David Bowie.
Dopo questi due intermezzi "stravaganti", l'anima incendiaria dei Doors riprende il sopravvento nei sette minuti di "Light My Fire", vorticosa ode al sesso che si consuma tra le fiamme di un blues-rock selvaggio (firmato da Krieger). Morrison, fauno dionisiaco, sembra quasi voler risvegliare la notte dei sensi perduti con la sua invocazione oltraggiosa e autodistruttiva: "Come on baby, light my fire/ Try to set the night on fire/ The time to hesitate is through/ No time to wallow in the mire/ Try now we can only lose/ And our love become a funeral pyre". E mentre Morrison intona il suo oscuro, primordiale richiamo, un’esplosione sonora deflagra tra le volute dell’organo di Manzarek e i riff lancinanti della chitarra di Krieger, in un ideale amplesso tra jazz e sonate barocche, flamenco e boogie, rock e folk arabo. Un duetto tra i più leggendari mai apparsi su un pentagramma rock. E se la melodica "I Looked at You" e l’incalzante "Take As It Comes" potevano dare l’impressione di una conclusione "leggera" dell’album, è la litania ancestrale di "End Of The Night" - sorta di terrorizzante fiaba notturna scandita al lento ritmo di una liturgia psico-lisergica - a far presagire che il finale sarà tutt’altro che un "happy ending". E infatti la fine arriva, implacabile: "The End". Ma per la storia del rock sarà solo l’inizio...

Morrison e compagni suonano nei templi del rock californiano, Fillmore West e Matrix, ma non disdegnano anche qualche concessione allo show-business, come dimostra la partecipazione all'Ed Sullivan Show. Ma è proprio in quell'occasione che Morrison inizia la sua guerra contro i benpensanti d'America, ignorando una versione censurata "per famiglie" di "Light My Fire". I concerti accrescono il mito dei Doors. Le loro esibizioni, che condensano tutta la carica rituale ed esoterica del rock, mirano a unire esecutori e pubblico in una simbiosi quasi mistica, colpendo direttamente la Mente Universale. "Un concerto dei Doors - spiegava Jim Morrison - è un incontro pubblico convocato da noi per una particolare discussione drammatica. Quando ci esibiamo, siamo partecipi della creazione del mondo, e la celebriamo con la folla".A guidarli sul palco, non è solo il fascino da sciamano del cantante, ma anche la Musa. Morrison, infatti, è convinto che l'ispirazione non sia frutto di volontà, bensì della massima capacità di ricettività di un artista. Il poeta francese Arthur Rimbaud aveva invocato uno "sconvolgimento razionale di tutti i sensi", per raggiungere l'Ignoto. Jim Morrison ne segue le orme: "C'è il Noto - aveva affermato - e c'è l'Ignoto, e in mezzo ci sono le Porte (the Doors)".

La qualità visionaria e decadente del loro sound viene ulteriormente arricchita nel secondo lavoro, Strange Days (ottobre 1967). È un album che accentua l'aspetto psichedelico, grazie all'originale organo di Manzarek (il quale lo usa anche per eseguire le linee di basso) e al canto baritonale, ora tenero ora rabbioso, di Morrison. E' un viaggio nel cuore di tenebra dell'America, nella tragedia del Vietnam, cui fa riferimento l'affascinante e ipnotica title track, ma anche nell'alienazione delle grandi città. Canzoni come la struggente "People are strange" (People are strange/ when you're a stranger/ faces look ugly when you're alone") o la desolata "You're lost little girl" (ripresa in chiave dark da
Siouxsie) sono tragiche parabole della solitudine, dell'emarginazione, della nevrosi metropolitana. Ma non manca anche il blues-rock incendiario di "Love Me Two Times", che rilancia l'immagine sessuale di Morrison, o la ballata lunare di "Moonlight Ride", uno dei primi brani composti dalla band californiana.Anche grazie ai successi dei loro singoli, i Doors conquistano una buona fama (seppur lontanissima da quella accumulata oggi, a trent'anni dal loro scioglimento). Nel 1968, così, partono per il primo tour europeo assieme ai Jefferson Airplane. Ma il successivo album Waiting For The Sun (1968) delude parzialmente i loro fan. Il singolo "Hello, I Love You" fa il verso a "All Day And All Of The Night" dei Kinks, e il disco denota momenti di stanchezza, malgrado la presenza di un gioiello psichedelico come la spagnoleggiante "Spanish Caravan". La vocazione poetica di Morrison trova spazio all'interno della copertina, con la lunga poesia introspettiva e metaforica "The Celebration Of The Lizard", che gli varrà per sempre il soprannome di "Lizard King" (Re Lucertola). Una vocazione poetica che induce il cantante dei Doors a pubblicare due raccolte di poesie a proprie spese, "The Lords" e "The New Creatures" che non otterranno, però, il successo auspicato.I Doors si muovono ormai su un crinale sottile, sospesi tra la nuova fama acquisita e il percorso autodistruttivo del loro leader, sempre più perso nei suoi eccessi e nelle sue meditazioni esistenziali. Morrison vive da qualche tempo in un perenne stato di alterazione psicofisica, a causa dell'abuso di alcol e droghe, e non perde occasione per mettere in scena le sue provocazioni, troppo spesso gratuite e quasi mai condivise dal resto della band. A farne le spese è la capacità creativa del gruppo.

Quando nel 1969 esce The Soft Parade appare subito chiaro l'intento più commerciale del nuovo corso, espresso da un singolo pur di ottima fattura come "Touch me". Ma il successo di pubblico e la nuova benevolenza dei media verso la band subiscono un duro colpo il 1° marzo dello stesso anno a Miami: al culmine di una performance divenuta ormai leggendaria, Jim Morrison sventola il pene all'aria e viene subito arrestato con l'accusa di oscenità in pubblico. Per i Doors è un colpo durissimo.

Nel 1970, esce Morrison Hotel, album complessivamente deludente che annovera però uno dei futuri classici dei Doors: "Roadhouse Blues". Lo stesso anno l'Elektra pubblica Absolutely Live, doppio album dal vivo registrato tra l'estate del 1969 e i primi mesi del 1970, che riporta i Doors in classifica, anche se la frattura interna appare ormai insanabile e ancora più evidente quando Morrison si rifiuta di andare in tour per consolidare il ritrovato successo commerciale. In quei mesi frenetici, il quartetto torna in studio per incidere L.A. Woman, che sembra far riaffiorare segni di riscossa. Il capolavoro è "Riders On The Storm", struggente epitaffio in chiusura di disco, ma anche "L'America" (composta originariamente per il regista Michelangelo Antonioni), "The WASP (Texas Radio And The Big Beat)" e il singolo "Love Her Madly" lasciano sperare in una ritrovata vena creativa.

Ma la crisi di Jim Morrison è ormai irreversibile. Nel marzo del 1971, insieme alla moglie Pamela, il cantante si trasferisce a Parigi, cercando conforto nell'atmosfera culturale della capitale francese, tempio dei suoi poeti prediletti: Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. Ma poche settimane dopo, la tragica notte del 2 luglio: l'ultimo, fatale, viaggio "oltre le porte della percezione". Pochi giorni prima, Morrison aveva rilasciato la sua ultima dichiarazione alla stampa: "Per me, non si è mai trattato di un'esibizione, di una cosiddetta performance . Era una questione di vita e di morte, un tentativo di comunicare, di coinvolgere molte persone nel privato mondo del pensiero". Abbandonato dalla famiglia, Jim Morrison viene sepolto nel cimitero parigino di Père Lachaise, vicino a Wilde, Balzac, Proust. Sulla sua tomba, destinata a diventare uno dei grandi luoghi di pellegrinaggio del rock, una scritta: "James Douglas Morrison - Poeta, Cantante, Compositore". I tre Doors superstiti registrano due album tra il 1971 e il 1972, ma l'assenza di Morrison ne svela impietosamente i limiti.

I ventilati tentativi di sostituire il cantante vanno presto in fumo e per i tre non resterà che dedicarsi allo sfruttamento del catalogo Doors, accontentandosi delle cospicue "royalties". Nel 1976 Francis Ford Coppola utilizza "The End" per il suo capolavoro "Apocalypse Now", libero riadattamento di "Cuore di tenebra" di Conrad alla guerra in Vietnam. Nel novembre 1978 esce An American Prayer, in cui Morrison recita le proprie poesie su un sottofondo sonoro composto dai tre Doors. Ma a partire dagli anni '80 il mito dei Doors ha un ritorno di fiamma straordinario, accompagnato dalla pubblicazione di decine di biografie, antologie, dischi dal vivo e videocassette. Jim Morrison viene venerato da una nuova generazione di giovani, innamorati della sua poesia, della sua musica, del suo carisma. Mentre non si contano i gruppi influenzati dalla musica dei Doors, al regista Oliver Stone non resta che sfruttare l'evento, con il film "The Doors", opera suggestiva che suscita però molte polemiche tra i fan della band perché giudicata per molti aspetti "non veritiera".

Ad alimentare per sempre sospetti, dietrologie e nuove versioni, le circostanze della morte di Jim Morrison. Quella fatale notte parigina lo ha consegnato al pantheon delle vite bruciate del rock, in compagnia di
Jimi Hendrix e Janis Joplin, scomparsi solo qualche mese prima. E' stata la chiusura di una stagione folle, fatta di sogni lisergici, poesia e dannazione. Non si può non concordare con il critico rock Riccardo Bertoncelli, quando scrive che "con i suoi slanci sinceri ma patetici verso un'arte-verità, con il desiderio di gettarsi fino all'immolazione nel fuoco dell'Espressione Pura, Jim Morrison ha finito per uccidere i Doors e rovinare sé stesso, impersonando fino all'estremo la contraddizione che è nel cuore del rock: musica di gioia e liberazione che porta dentro di sé il grumo nero della distruzione e del caos". Eppure mai come oggi il mito dei Doors è vivo. Sì, la musica è finita. Ma questa non sembra proprio "la fine".


 


Una donna che con fermezza e dignità fu capace di mantenere fede a se stessa. Riusci a non perdersi, prima nella malattia, poi in un rapporto molto intenso e coinvolgente con Jung e nemmeno nel rapporto prevalentemente epistolare, spesso conflittuale, con Freud e la società psicoanalitica del tempo: cosa sicuramente non facile per una giovane donna che nei primi anni del '900 intraprese la professione di medico e di psichiatra.

Sabina nasce a Rostov in Russia nel 1885 da una famiglia di ebrei benestanti.
Nel Diario scrive:
"mio padre ha su di me l'effetto di far comprimere nel mio intimo tutti i sentimenti"
........
"mia madre imparava tutto con facilità e con entusiasmo, doveva studiare, sempre studiare e non le era permesso di aiutare in casa... il suo primo amore, un medico da cui dovette separarsi... era un cristiano e lei gli disse che non avrebbe mai sposato un cristiano perchè i suoi genitori ne sarebbero stati rovinati.
Il giorno dopo egli si uccise sparandosi... il mondo non aveva più colori e le sembrava impossibile un nuovo amore.
In quel periodo conobbe mio padre... mia madre non lo amava... si sposarono... mia madre non ha trovato soddisfazione nell'amore con l'uomo..."

Sabina è la primogenita, seguono una sorella che muore a 4, 5 anni ed un fratello. Sembra che le prime manifestazioni della sua sofferenza psichica inizino proprio con la morte della sorellina.
Comincia a ritirarsi sempre più in se stessa.
Molto sofferente, nell'anima e nel corpo, nel 1904 i genitori la ricoverano nell'ospedale di Zurigo dove inizia la psicoterapia con il giovane medico Jung. Sabina ha 19 anni e il resoconto che Jung fa della prima visita evidenzia tutta la sofferenza in cui lei si era isolata mostrando un atteggiamento che oggi potrebbe essere diagnosticato come psicotico, con forte tendenza all'anoressia: è malata, molto seriamente.
'... Sabina sembra mostrare segni fisici di malessere che aumentano quando viene lasciata sola'
Jung, molto coraggiosamente, sperimenta con lei 'la cura della parola' e la possibilità di 'portarla via' dalla malattia con una dedizione particolare, attraverso uno scambio emozionale, molto intenso che si sviluppa man mano tra i due.
E' la prima paziente psicotica che Jung abbia trattato in maniera analitica e Sabina lascia sicuramente un segno profondo nella sua vita e nella storia della psicologia analitica.
Jung le riconosce una eccezionalità intellettiva ed emotiva, da cui , del resto, è piano piano, catturato.

Presto Sabina mostra segni di miglioramento.
Sostenuta nella sua lotta con la malattia da una spiccata intelligenza, da una grande forza e dall'incontro con un medico di grande valore, dopo solo otto mesi di ricovero rinasce e, partendo da una ritrovata spinta vitale, costruisce le basi di una nuova esistenza fondata sullo studio dell'essere umano, attraverso una laurea in medicina prima ed una specializzazione in psichiatria poi.
La sua tesi di laurea è sulla schizofrenia ed è la prima tesi fatta su questa malattia.
La capacità di teorizzare di Sabina parte proprio dalla sua personale e profonda sofferenza e dalla sua guarigione.
Lascia l'ospedale ed inizia una sua vita autonoma, il rapporto con Jung prosegue fuori dall'ospedale oscillando tra la terapia, la formazione, la collaborazione, l'amicizia e l'amore.
Nel 1906, un anno dopo l'uscita dall'ospedale di Sabina, Jung inizia la corrispondenza con Freud, suo maestro, e nella seconda lettera gli chiede aiuto a proposito di un caso clinico difficile.
Scrivendo sempre a Freud di questo "caso difficile", Jung confessa al maestro di trovarsi in una situazione complicata con una paziente alla quale si è dato con "estrema dedizione".
Anche Sabina decide di rivolgersi a Freud. E' un rapporto della cui pericolosità si rendono conto entrambi. Sabina nel suo Diario scrive: "o spirito protettore fa che non perisca nella burrasca dei miei sentimenti! Voglio essere decisa e libera!"
E Sabina non si perde, la sua strada è segnata e lei la percorre. Studia e approfondisce, sì, le teorie dei suoi maestri Jung e Freud, ma difende anche con tenacia le sue scoperte scientifiche rivendicandone l'originalità.
Un esempio molto importante sono i suoi studi sulla Pulsione di morte che elabora nel saggio 'La distruzione come causa del divenire'.

Lo stesso Freud le sarà debitore ben dieci anni dopo nello scrivere la sua opera 'Al di là del principio del piacere' in cui proprio la teoria di Sabina della Pulsione di morte contrapposta alla pulsione di vita diventerà il fondamento della psicologia freudiana.
E' fuori dubbio che il rapporto tra Sabina e Jung con le dinamiche che si sono via via sviluppate, diede un grande contibuto alla terapia analitica e lo stesso Freud, chiamato come supervisore, capì profondamente i problemi del transfert e del controtransfert proprio attraverso il caso di Jung e Sabina.
Nella letteratura psicoanalitica comincerà ad apparire proprio l'espressione 'controtranfert' per la prima volta e verranno elaborate nuove concezioni. A questo punto l'intervento di Freud tra i due sarà determinante e la complicità dei due analisti sempre più forte a scapito della giovane donna che sarà esplicitamente invitata da Freud a reprimere i propri sentimenti per Jung.
Di fronte allo scandalo che questo rapporto avrebbe potuto avere nella Società psicoanalitica ed agli effetti negativi che avrebbe potuto produrre sul matrimonio e soprattutto sulla carriere promettente di Jung, Freud invita Sabina a ritirarsi senza fare alcun 'rumore'.

Dopo il 1912 Sabina si sposa improvvisamente con un medico russo e si trasferisce a Berlino. Da lui avrà due figlie. Nel 1914 il marito rientra in Russia, lei continua a lavorare, collabora con l'associazione psicanalitica di Freud e va a far parte della Società Psicanalitica di Ginevra. Nel 1923 torna in Russia ed entra nella società russa di psicanalisi dove svolge attività terapeutica e seminari nella nascente Società Psicoanalitica Moscovita .

Apre il primo asilo (l'Asilo Bianco) ad indirizzo psicoanalitico che rappresenta il suo tentativo di sperimentare "un'altra educazione" per creare "altri bambini".
Lei stessa scriverà a Jung con il quale continuerà ad avere fitti rapporti e pistolari: "Pare sia la prima volta che una psicoanalista viene messa a dirigere un asilo infantile. Ciò che vorrei dimostrare è che se si insegna la libertà ad un bambino fin dall'inizio, forse diventerà un uomo veramente libero...ci metterò tutta la mia passione".
Ottiene risultati molto incoraggianti e pubblica opere sui suoi esperimenti di lavoro con i bambini che a tutt'oggi vengono studiate nelle nostre Facoltà di psicologia.
Ha lasciato tracce molto positive di sè. A moltissimi anni di distanza, una vita, uno dei suoi allievi dell'asilo bianco, uno degli ultimi sopravvissuti tra i suoi ex alunni, ancora la ricorda con commozione e affetto e tiene nella propria stanza un ritratto di Sabina.

Assisterà impotente alla distruzione della propria opera da parte del governo di Stalin, che ne contesta il metodo educativo.
Sabina, verrà riconosciuta, solo tardivamente, come assoluta protagonista nel campo della psicopedagogia internazionale. Morirà, nel 1942, trucidata dai nazisti in una sinagoga di Rostov, sua città natale, insieme alle figlie e gettata in una fossa comune.
Solo recentemente è stata affissa una targa commemorativa sulla casa, il numero 83 di via Pushkin, nella città di Rostov in cui la studiosa è vissuta.


E' grazie allo psicoanalista junghiano Aldo Carotenuto che, dopo anni di ricerche, il diario di Sabina, le lettere a Jung e a Freud vengono portate alla luce.
DIARIO DI UNA SEGRETA SIMMETRIA è il titolo del libro di Aldo Carotenuto in cui si rivela per la prima volta un episodio estremamente significativo della storia del movimento psicoanalitico, un episodio che è al tempo stesso una vicenda umana complessa e appassionante in cui si intrecciano una guarigione analitica, un'avventura spirituale, l'esplosione di un amore impossibile, la nascita di alcune grandi idee del nostro secolo, tutto all'interno di un triangolo i cui vertici sono costituiti da Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein

giovedì 1 luglio 2010



  

  

  

  

   


 

 
 

 
 

  


La biografia di Sabina Spielrein

di Donatella Massara

Sabina Spielrein è stata una delle prime donne a praticare e scrivere come terapeuta della malattia psichica. E' una pioniera come Tony Wolf, Marie Bonaparte, Anna Freud ed Helen Deutsch, Lou Andreas Salome.

Era sì una seguace della psicoanalisi, ma era diventata anche medica e psichiatra. Aveva coltivato anche altri interessi, in particolare la musica. Si era impegnata a importare la psicoanalisi in URSS subito dopo la rivoluzione russa.
Il suo Asilo Bianco di Mosca - dove curava ed educava con il metodo freudiano - è stata un'esperienza originale, si dice che anche Stalin mandasse suo figlio. E' però sotto la dittatura di Stalin che è ordinata la sua soppressione. Sabina muore insieme alle due figlie durante l'invasione nazista; vengono fucilate nella Sinagoga di Rostov con i propri correligionari nel 1942. Era nata nel 1885.

L'epistolario con Jung, Freud e il diario di Sabina Spielrein

I suoi scritti di psicoanalisi sono stati giudicati interessanti e originali. Spicca in mezzo agli scritti più propriamente scientifici l'epistolario intrattenuto con Jung e Freud e il diario che Sabina scrisse durante la sua relazione terapeutica e sentimentale con Jung. Isterica e psicotica grave, poco più che adolescente era stata ricoverata - su richiesta dei genitori - a Zurigo all'Ospedale psichiatrico dove lavorava Jung; curata con la psicoanalisi e con l'amore del terapeuta per la sua paziente non solo ne esce guarita ma anche desiderosa di condividere con la sua intelligenza la storia della psicoanalisi. Jung, a quel tempo, era in contatto epistolare con Freud. Freud era un professore più che quarantenne molto contestato nel suo ambiente e agli inizi di un'ascesa geniale che solo negli anni successivi la scienza gli riconoscerà. Sabina è già della generazione successiva a Freud e anche a Jung, paziente e poi terapeuta, è fra quelle pioniere che diffondono l'uso della talking cure per curare la malattia psichica.

Durante la sua terapia e il ricovero al Burghozli di Zurigo si innamora di Jung che l'ha salvata. Dopo un rapporto amoroso, svoltosi negli anni in cui lei ha lasciato l'ospedale, è una lettera anonima a interromperlo. E' forse della moglie di Jung e avverte la madre di Sabina di prestare più attenzione al marito e alle sue attenzioni verso Sabina. Jung non ha nessuna intenzione di essere al centro di uno scandalo si scusa con la sig.a Spielrein motivando le sue cure e i suoi affetti con l'assenza di denaro per le sue prestazioni, occorre che il rapporto terapeutico sia rimesso su un piano non equivocabile. Jung chiede a Freud un parere come maestro, collega e 'padre' sul caso della giovane russa del quale gli aveva già parlato all'inizio del rapporto terapeutico. Freud cerca di giustificare Jung e gli spiega il transfert che alcune donne non vogliono accettare sotto il profilo della pura finzione.

Una donna e i suoi uomini

Niente si sapeva negli annali della psicoanalisi di questa relazione, se non quando alcuni anni fa sono stati ritrovati nei seminterrati dell'Ospedale psichiatrico di Zurigo, il Burghozli, alcuni quaderni e lettere. Erano la corrispondenza di Jung con Sabina Spielrein e di Freud con Jung e con la stessa Sabina. Jung chiedeva a Freud come venirne fuori. Non volendo incorrere ulteriormente nell'errore e nello scandalo che, a quanto si capisce Sabina, minacciava e la madre di lei denunciava. Freud si diffonde sul transfert fra terapeuta maschio e paziente femmina, ricordando queste seduttrici che si ostinano a non capire che c'è un piano di finzione e un piano di realtà che non vanno confusi. Ripete il concetto anche a Sabina, quando più tardi lo cercherà per lettera. Inaspettata è questa scelta di Sabina che gli chiede cosa ne pensa del suo medico che prima sembrava non desiderare altro che lei e la sua guarigione e poi sconfessa la 'poesia' che li univa. Freud di nuovo chiamato in causa le risponde suggerendole di tenere fra sè e sè questo sentimento. Sabina era già laureata e nel frattempo incomincia a scrivere il saggio che Jung stesso seguirà e leggerà; poi andrà a Vienna e parteciperà alla riunioni del mercoledì della Società di psicoanalisi, tenendo lei stessa la conferenza a tema del saggio, il primo importante che scrive 'La distruzione come causa della nascita'. ( vai a Links )

A questo proposito, secondo Aldo Carotenuto, psicoanalista junghiano, Jung avrebbe usato molte intuizioni di Sabina nelle sue teorie, fino a vedere nel concetto di Ombra un esito della sua relazione con lei. Eppure nella letteratura junghiana non riconosciamo niente che apertamente si riferisca a un debito e a una citazione. Sabina Spielrein è infatti nominata in una conferenza dello psicoanalista svizzero, nel momento in cui può vantare la piena efficacia della sua azione terapeutica. Freud nei suoi scritti la cita una volta.

Andando verso la guerra

Sabina Spielrein nfine ritorna in Russia dove il padre la sollecita a tornare perchè la rivoluzione sovietica le aprirà le porte per le scoperte della nuova terapia. Così farà creando l'Asilo Bianco e continuando a scrivere e pubblicare sulle sue esperienze con l'infanzia e con la schizofrenia. Nei suoi scritti racconterà anche della sua relazione con la figlia Renata di pochi anni. Infatti in questi anni si sposa e ha due figlie.

Intanto si è consumata una frattura fra i due uomini, Jung e Freud, su questioni apparentemente teoriche. Jung, a differenza di Freud, è convinto che la sessualità sia una manifestazione dell'animo umano, centrale ma non determinante in assoluto. In realtà fra i due uomini si ergono problemi di relazione di disparità; già nel giro per gli USA i due uomini si scontrano. Jung vorrebbe che Freud gli confidasse i suoi pensieri intimi e Freud pensa che questa confidenza minerebbe la sua autorità. Si dichiarano questa incomprensione che cre una prima insormontabile frattura nella loro relazione. Aumenta a dismisura il distacco nello sfondo della Shoah.

Freud e Sabina Spielrein continuano a scambiarsi lettere, alcune sono conservate. Sono entrambi ebrei. Fra i due che si scrivono la mediazione è il sogno di Sigfrido, il figlio della notte che Sabina aveva fantasticato di avere con Jung, durante l'innamoramento, e che poi traduce in simbolo della sua forza creativa, soprattutto quando coglie nel perdurare di questa fantasia un pericolo alla vita reale di sua figlia e per se stessa. Sigfrido è il simbolo della sua creatività dunque di un destino che la chiama a essere eccezionale - come più volte dice nel diario e nelle lettere. Freud le risponde che è un grande fortuna che Sabina non si aspetti più di unire le due razze, ariana e semitica attraverso un figlio ed è meglio che questo non abbia occhi azzurri e capelli biondi, tratti che corrispondono all'ormai odiato Jung.

Negli anni della guerra la corrispondenza fra i tre finisce. Molto difficile è stata la ricerca che ha recuperato i fili interrotti della vita di Sabina Spielrein. E' una lettura che le donne - come in molti altri casi - hanno potenziato e desiderato, fino a che essa ha ripreso a avere una sua vita. Non estranei sono stati gli uomini che hanno desiderato rimettere in nero, nella memoria collettiva, una vicenda che il pudore degli eredi di Jung avevano voluto per anni nascondere. La psicoanalisi junghiana attraverso Aldo Carotenuto ha restituito e ripagato la nostra storia di un pezzo mancante e di un debito irrisolto. Alla loro maniera altri uomini si sono occupati del caso. Ma soprattutto alle donne riconosco la capacità di avere mediato la storia eccezionale di Sabina, e dei suoi interpreti, con quella delle altre donne, ponendo interrogativi sulla relazione analitica e su come essa ci permetta di ripensare alla relazione fra le donne e gli uomini.( vai a My name was Sabina Spielrein di Elizabeth Martòn,
Oggi voglio essere felice. Sabina Spielrein, Jung, Freud di Maria Inversi
)

E' fra queste vicende che si staglia la figura di una delle pioniere della psicoanalisi, visibile oggi sotto differenti sguardi di donne e uomini che la conobbero: guardata con amore come paziente (Jung) e guarita di una grave forma di isteria psicotica - nella sua cartella clinica c'è la presenza di un episodio di schizofrenia -, con distanza come una dotata 'persona disturbata' (Helen Deutsch in Diario op. cit. pag.74) oppure con simpatia come allieva, 'la piccola' come la chiamava Freud scrivendo a Jung nel pieno della tempesta che portò alla separazione e alla normalizzazione dei rapporti fra Jung e Spielrein. A noi rimangono i suoi scritti e la sua storia.

  



 
 


 

novità

 


 

Edward Bach

Nacque il 24 settembre 1886, nel Galles, di cui la sua famiglia era originaria. Il suo cognome va quindi letto Bach, non come lo leggono gli Inglesi "Batch".

Fin da giovane amava interessarsi alla natura e mostrava la sua forte sensibilità di fronte alla sofferenza di tutti gli esseri, tanto che ben presto decise di diventare medico. Riuscì nel 1912 a laurearsi presso l'Università di Birmingham.

Iniziò a lavorare a Londra, ed essendo a contatto con la sofferenza quotidianamente, si accorse però, che la medicina "ufficiale" allopatica non riusciva ad andare oltre l'aspetto sintomatico del problema, la sua attenzione era sempre rivolta alla malattia e mai verso il malato.

Notò sempre più le differenze di approccio che ciascun individuo aveva con la malattia, nonostante i sintomi, ognuno reagiva emotivamente in maniera diversa dall'altro di fronte al problema.
Sempre meno contento dei risultati della medicina sintomatica si avvicinò, allora, alla medicina omeopatica. Anche in questo settore non rimase ad osservare, interessandosi in particolar modo all'aspetto della tossiemia intestinale.

Nel 1917 a causa di un'emorragia, fu operato urgentemente con successo. Ciò nonostante, gli fu detto che gli rimanevano solamente pochi mesi di vita a causa di una grave malattia, si buttò allora completamente nel suo lavoro, notte e giorno senza pensare ad altro, convinto che un interesse e un ideale nella vita siano migliori di qualunque cura, tanto che non ne fece alcuna.

Sentiva il bisogno di trovare un metodo basato sull'individuo, semplice e naturale, utilizzabile da chiunque. Continuò così a lavorare ai suoi interessi, scoprì i sette nosodi, (tipi di vaccini omeopatici) che tutt'oggi sono ancora usati da alcuni omeopati. Notò che ad ogni gruppo dei nosodi, si poteva ricollegare un tipo di personalità, iniziò così a prescriverli in base a questa sua osservazione e ciò gli fece ottenere un buonissimo successo.
Ma anche questo non lo soddisfaceva, cercava dei rimedi sempre più naturali, pensò che alcune piante potevano sostituirsi ai nosodi (ottenuti, invece, da batteri intestinali).

Dietro queste osservazioni decise allora di chiudere il suo avviatissimo studio medico di Londra e dedicarsi alla ricerca di un metodo per la cura dei problemi umani. Nel 1929 si trasferì nel Galles. Girò moltissimo nelle campagne di questa regione, affinando la sua innata sensibilità.

E come un antico erborista sentì, provando e riprovando, che alcune piante avevano delle stupende virtù terapeutiche sullo stato d'animo umano. Nella scelta delle piante non tenne conto delle piante velenose e di quelle coltivate.

Intuì che alcuni fiori trasmettevano attraverso la rugiada, o l'immersione nell'acqua delle virtù terapeutiche uniche. Scoprì dapprima 12 fiori, che costituirono i primi 12 "guaritori", così come furono chiamati dallo stesso Bach, e poi tutti gli altri attualmente conosciuti.

Iniziò immediatamente a proporre questo suo metodo ai suoi pazienti e sempre più felice della sua scoperta decise che questo metodo doveva essere conosciuto da tutti, e si prodigò enormemente nella sua diffusione.

Negli ultimi anni della sua vita ebbe molto da fare per proporre a chiunque di imparare il suo metodo (anche a non medici), tanto che per questo fu accusato molte volte dalla classe medica. Per tutta risposta Bach scrisse che considerava un onore insegnare a chiunque come guarire se stesso, e al termine dei suoi giorni chiese di essere cancellato dall'Ordine dei Medici e di voler essere considerato solo un erborista.

Edward Bach morì il 27 novembre 1936 considerando conclusa la sua missione su questa terra.

  

 
 

 
 

  

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