venerdì 23 luglio 2010


            Abbracciando il vasto orizzonte al pari dell'arcobaleno, le sue sfumature
sono varie come i colori di quell'arco, e altrettanto distinte, e tempo stesso altrettanto intimamente fuse. Abbracciando il vasto
orizzonte al pari dell'arcobaleno! Com'e' che della bellezza io ho tratto
una negazione di essa? dal simbolo della pace una immagine di sofferenza?
Ma come nell'etica il male e' conseguenza del bene, cosi' nella realta',

dalla gioia scaturisce il dolore. O il ricordo della passata beatitudine

e' l'affanno dell'oggi, oppure le ambasce ATTUALI hanno la loro origine

nelle estasi che AVREBBERO POTUTO ESSERE.

Il mio nome di battesimo e' Igeo; non rivelero' pero' quello della mia

famiglia. Eppure non esistono monumenti in tutto il paese piu' antichi
della mia tetra, grigia, ereditaria dimora. La nostra schiatta e' stata
>chiamata stirpe di visionari, e infatti in molti sorprendenti

particolari, nell'aspetto del maniero domestico, negli affreschi della

sala centrale, negli arazzi delle stanze da letto, nelle cesellature
degli archi rampanti del nostro stemma araldico, ma soprattutto nella
galleria di quadri, nella foggia della biblioteca, e infine nel contenuto
specialissimo di questa, sono raccolte testimonianze piu' che sufficienti
suffragare tale credenza

I ricordi dei miei primi anni sono legati a questa stanza e ai suoi

volumi, intorno ai quali non diro' altro. Quivi mori' mia madre. Qui io

nacqui. Ma e' semplicemente superfluo dire ch'io non ero mai vissuto

prima, che l'anima non ha un'esistenza precedente. Negate voi questo? Non
discutiamone. Convinto io stesso, non cerco di convincere. Vi e' tuttavia

una reminiscenza di aeree forme, di spirituali occhi carichi di

significato, di suoni musicali e pur tristi, una reminiscenza che non

puo' essere negata; e' una memoria simile a un'ombra vaga, oscillante,

indefinita, incerta; e simile a un'ombra pure e' la mia impossibilita' a

liberarmene finche' la luce solare della mia ragione esistera'.

In quella camera io nacqui, risvegliandomi cosi' dalla lunga notte di

quel che sembrava, ma non era, il non essere, per trovarmi subito nelle

regioni stesse della fiaba, in un palazzo dell'immaginazione, negli

sconfinati domini dell'erudizione e del pensiero monastici. Non e' strano

che io mi guardassi attorno con occhio ardente, meravigliato, che

trascorressi la mia infanzia in mezzo ai libri, che disperdessi la mia

giovinezza in fantasticherie; ma e' strano, mentre gli anni passavano e

il mezzogiorno della virilita' ancora mi trovava nella dimora dei miei

padri, e' stupefacente il ristagno che rapprese le fonti della mia

esistenza, e' inspiegabile l'inversione totale che si opero' nel corso

dei miei anche piu' semplici pensieri. Le realta' dell'universo mi

colpivano come visioni, e come visioni soltanto, mentre le svagate idee

del paese dei sogni divenivano a loro volta, non l'elemento materiale

della mia vita quotidiana, ma veramente e propriamente la mia sola unica

vera vita.

Berenice ed io eravamo cugini, e insieme crescemmo entro le mura paterne.

Nondimeno crescemmo in modo diverso: io malaticcio, sempre immerso in

tetraggini, ella agile, graziosa, traboccante d'energia; sue erano le

corse sulla collina, miei gli studi del chiostro; io vivevo richiuso

nella cerchia del mio cuore, dedicandomi anima e corpo alla meditazione

piu' intensa e piu' dolorosa, ella si aggirava spensierata attraverso

l'esistenza senza il piu' lieve timore di ombre che potessero frapporsi

sul suo cammino, o del volo silente delle ore dalle ali corvine.

Berenice! Io invoco il suo nome, Berenice! e a questa voce balzano dalle

grigie rovine della memoria mille tumultuanti ricordi! Ah! quanto viva e'

la sua immagine dinanzi a me ora, come lo era nei primi anni della sua

levita' di cuore e della sua gioia! O sfarzosa e tuttavia fantastica

bellezza. O silfide tra i boschi di Arnheim! o najade tra le fontane! E

poi, poi tutto e' mistero e terrore, in un racconto che non dovrebbe

essere narrato. Un male, un male fatale, si abbatte' come il simun sul

suo corpo e, ancor mentre la contemplavo, lo spirito della dissoluzione

la ghermi', permeando la sua mente, le sue abitudini, il suo carattere, e

in modo cosi' sottile e spaventoso da alterare persino l'identita' della

sua persona! Ahime'! Il distruttore venne e fuggi', e la vittima...

dov'era la vittima? Io non la conoscevo, o almeno non la riconoscevo piu'

come Berenice.

Tra la numerosa successione di mali prodotti da quel primo e fatale

disordine che provoco' un mutamento di natura cosi' orrenda nella

struttura fisica e morale di mia cugina, citero' come il piu' doloroso e

ostinato una specie di epilessia che non infrequentemente si concludeva

con una vera e propria TRANCE, assai simile a una effettiva dissoluzione,

e dalla quale il modo con cui ella si riprendeva era nella maggior parte

dei casi sorprendentemente brusco. Frattanto la malattia che mi torturava

personalmente, poiche' gia' ho detto che non la chiamero' con altro

appellativo, la mia malattia dunque si diffuse rapidamente nel mio

organismo, assumendo alla fine un aspetto monomaniaco di carattere ignoto

e straordinario, guadagnando di intensita' d'ora e momento, sino a

esercitare su di me il piu' incomprensibile ascendente. Questa monomania,

se dobbiamo definirla tale, consisteva in una irritabilita' morbosa di

quelle facolta' mentali che la scienza metafisica definisce ATTENTE. E'

assai probabile che non riusciro' a farmi intendere, ma temo che non mi

sara' in alcun modo possibile, in verita', comunicare alla comprensione

del lettore comune un'idea adeguata di quella nervosa INTENSITA'

D'INTERESSE per la quale, nel caso mio, i poteri di meditazione (per non

esprimermi in modo tecnico) si torturavano e si fossilizzavano nella

contemplazione anche dei piu' semplici oggetti dell'universo.

Fantasticare infaticabilmente per lunghe ore con l'attenzione fissa su

qualche frivolo fregio marginale, o su qualche anomalia tipografica di un

libro; incantarmi durante quasi un'intera giornata estiva nello studio di

un'ombra insolita cadente di sghimbescio sulla tappezzeria o sull'uscio;

perdermi per notti intere a contemplare le ferma fiamma d'una lampada, o

le braci del camino; sognare per giorni e giorni intorno al profumo di un

fiore; ripetere monotonamente parole comuni sinche' il loro suono, a

forza di essere ripetuto, cessava di rappresentare alla mente un'idea

purchessia; perdere ogni sensazione di movimento o di esistena fisica,

grazie a una totale rilassatezza del corpo mantenuta a lungo e

ostinatamente; queste tra le tante erano le piu' comuni e meno perniciose

divagazioni prodotte da uno stato delle mie facolta' mentali non ancora

in verita' del tutto ineguagliato, ma che certo sfidava una qualunque

possibile analisi o spiegazione.

Prego pero' il lettore di non fraintendermi. L'attenzione eccessiva,

continua, morbosa, cosi' suscitata da oggetti frivoli per loro natura,

non deve essere confusa con l'inclinazione a rimuginare, comune a tutta

l'umanita', e nella quale si compiacciono soprattutto le persone di

immaginazione ardente. Non era neppure, come si potrebbe a tutta prima

supporre, una condizione estrema, o una esagerazione di tale

inclinazione, ma primariamente ed essenzialmente distinta e diversa. Nel

primo caso il sognatore o entusiasta sentendosi attratto da un oggetto

solitamente NON frivolo perde a poco a poco di vista questo oggetto in un

pelago di deduzioni e di ipotesi da esso oggetto scaturite, sino a che al

termine di un sogno a occhi aperti SPESSO IMPREGNATO DI ESUBERANZA si

accorge che L'INCITAMENTUM o causa prima del suo fantasticare e' del

tutto svanito e dimenticato. Nel caso mio l'oggetto primario era

INVARIABILMENTE FRIVOLO, pur assumendo, attraverso il mezzo della mia

fantasia malata, un'importanza irreale e rifratta. Scarse erano sempre le

mie deduzioni, e queste poche ostinatamente ritornavano sempre

all'oggetto originale come fulcro.

Queste mie meditazioni non erano MAI piacevoli, e al termine della

visione la causa prima, lungi dall'essere stata perduta di vista, aveva

raggiunto quell'interesse preternaturalmente eccessivo che costituiva il

carattere prevalente della malattia. In una parola i poteri della mente

da me piu' particolarmente esercitati ed acuiti erano, come gia' ho

detto, quegli ATTENTI, mentre nel sognatore ad occhi aperti si esaltano

soprattutto i poteri SPECULATIVI.

In quel periodo della mia esistenza i miei libri, se non servivano

propriamente a irritare il mio male, influivano almeno per larga parte,

come si vedra', grazie alla loro natura immaginativa e illogica, sugli

aspetti caratteristici del male stesso. Citero' tra i tanti il trattato

del nobile italiano Celio Secondo Curione, "De Amplitude Beati Regna Dei;

la grande opera di Sant'Agostino, "La citta' di Dio", il "De Carne

Christi di Tertulliano, in cui la frase paradossale "Mortus est Dei

filius; credibile est quia ineptun est: et sepultus resurrexit; certum

est quia impossibile est", occupo' senza tregua il mio tempo durante

lunghe settimane di faticosa e infruttuosa meditazione.

Apparira' cosi' che, scossa nel suo equilibrio soltanto da elementi

comuni, la mia ragione assomigliava a quel picco oceanico di cui parla

Tolomeo Efestione, il quale, mentre resisteva incrollabile agli attacchi

dell'umana violenza e all'ancor piu' selvaggia furia delle acque e dei

venti, tremava al solo tocco del fiore chiamato asfodelo; e per quanto a

un ragionatore superficiale potrebbe sembrare una questione fuor di

dubbio che il mutamento prodotto dal suo disastroso male nelle condizioni

MORALI di Berenice avesse a procurarmi infiniti argomenti per l'esercizio

di quella meditazione intensa e abnorme intorno alla cui natura ho avuto

tanta difficolta' a spiegarmi, questo non era invece affatto il caso.

Negli intervalli lucidi della mia infermita' la sua disgrazia mi

addolorava, e' vero, e prendendomi vivamente a cuore la rovina totale

della sua bella e dolce vita, non mancavo di riflettere spesso e con

amarezza ai mostruosi lavorii che avevano provocato cosi' all'improvviso

una tanto strana mutazione. Ma queste riflessioni non facevano parte

della idiosincrasia del mio male, ed erano tali che avrebbero potuto

presentarsi in circostanze analoghe alla massa comune dei mortali. Fedele

al proprio carattere distintivo, il mio disordine indugiava nei mutamenti

meno importanti ma piu' sorprendenti operantisi nella struttura FISICA di

Berenice, nella singolare e terrificante distorsione della sua identita'

esteriore.

Durante i giorni luminosi della sua ineguagliata bellezza io certamente

non l'avevo mai amata. Nella misteriosa anomalia della mia esistenza i

miei sentimenti NON ERANO MAI STATI del cuore, e le mie passioni ERANO

SEMPRE STATE della mente. Nel grigiore del primo mattino, tra le ombre

intrecciantesi della foresta a mezzogiorno, nel silenzio della mia

biblioteca la notte, ella eveva aleggiato dinanzi ai miei occhi, e io

l'avevo veduta, non come la vivente respiratrice Berenice, ma come la

Berenice di un sogno, non come un essere della terra, terreno, ma come

l'astrazione di un tale essere, non come una cosa da ammirare, ma da

analizzare, non come un oggetto d'amore, ma come il tema di una

speculazione estremamente astrusa per quanto sconnessa. E ORA, ora io

rabbrividivo alla sua presenza, impallidivo al suo avvicinarsi; e pur

compiangendo amaramente le sue condizioni miserevoli di decadimento, mi

rammentai che da tempo ella mi amava e in un istante malaugurato le

parlai di matrimonio.

Ed ecco che finalmente il momento delle nostre nozze si stava

approssimando: durante un pomeriggio, nell'inverno di quell'anno, - una

di quelle giornate fuor di stagione, calde, calme, piene di foschia, che

ricorrono nell'epoca detta la nutrice del bellissimo Alcione, - io sedevo

(e sedevo solo, cosi' almeno credevo) in un angolo remoto della

biblioteca, allorche' alzando gli occhi mi accorsi che Berenice mi stava

di fronte.

Era frutto della mia immaginazione eccitata, o della influenza nebbiosa

dell'atmosfera, o del crepuscolo incerto della stanza, o erano forse i

grigi panneggi che cadevano in pieghe attorno ala sua figura, che

provocavano in questa un aspetto cosi' vacillante e vago? Non saprei

dire. Ella non proferiva parola, e io... neppure con uno sforzo sovrumano

sarei riuscito a pronunciare una sola sillaba. Un brivido di ghiaccio mi

corse per le ossa; mi sentii oppresso da una sensazione d'insopportabile

angoscia; una curiosita' divorante mi pervase l'anima, e ricadendo

all'indietro sulla sedia rimasi per qualche tempo immobile e senza fiato,

gli occhi fissi sulla sua persona. Ahime'! La sua emaciatezza era

estrema, e in tutto il suo aspetto non vi era piu' neppure una lontana

traccia dell'antica creatura. Alla fine il mio sguardo bruciante si poso'

sul suo viso.

La fronte era alta, pallidissima, stranamente serena; e i capelli un

tempo color del giaietto ricadevano parzialmente su di essa adombrando le

tempie cave d'innumerevoli riccioli ora di un giallo vivo e

sgradevolmente discordanti nel loro fantastico aspetto con la malinconia

predominante nelle sembianze di lei. Gli occhi erano senza vita, opachi,

apparentemente privi di pupille, e io mi ritrassi involontariamente dalla

loro vitrea fissita' per contemplare le labbra sottili, affilate. Queste

si aprirono, e in un sorriso di particolare significato i DENTI della

mutata Berenice si dischiusero lentamente ai miei occhi. Volesse il cielo

che io mai li avessi veduti, o che dopo quell'attimo in cui io li vidi

fossi morto!

Il rinchiudersi di una porta mi disturbo', e allorche' alzai lo sguardo

mi accorsi che mia cugina era uscita dalla stanza. Ma dai recessi del mio

cervello alterato non era, ahime', uscito, ne' mai ne sarebbe stato

scacciato, il bianco, terrificante SPECTRUM dei denti. Non una

macchiolina sulla loro superficie, non un'ombra sul loro smalto, non

un'intaccatura nei loro orli; ma che cosa quell'attimo del suo sorriso

non era bastato a imprimere nella mia memoria! Io ORA li vedevo con

minore possibilita' di equivoco di quanto li avevo veduti ALLORA. I

denti! I denti! essi erano qui, e li', e dovunque, e visibili e palpabili

dinanzi a me; lunghi, stretti, innaturalmente bianchi, con le pallide

labbra arricciantisi su di essi, come nel momento stesso del loro primo

spaventoso sviluppo. Allora sopravvenne la furia totale della mia

MONOMANIA, e invano io lottai contro la sua strana irresistibile

influenza. Negli oggetti moltiplicati del mondo esterno io non avevo

pensieri che per quei denti. Li consideravo con una cupidigia frenetica;

ogni altra cosa, ogni altro diverso interesse si astraeva nella loro

contemplazione singola. Essi, essi soltanto, erano presenti all'occhio

della mia mente, ed essi, nella loro unica individualita', diventarono

l'essenza dela mia vita mentale. Io li contemplavo in qualsiasi luce: li

volgevo in ogni atteggiamento; ne studiavo le caratteristiche, mi

indugiavo a studiarne le particolarita'. Meditavo sulla loro

conformazione: fantasticavo sulla trasformazione della loro natura:

rabbrividivo nell'attribuire ad essi con l'immaginazione un potere

sensitivo e sensorio, e anche senza l'ausilio delle labbra una capacita'

di espressione morale. Di Mademoiselle Salle e' stato detto "que tous ses

pas etaient des sentiments"; ma di Berenice io fermissimamente credevo

"que toutes ses dents etaient des idees". DES IDEES... Ah! questo fu il

pensiero allucinante che mi distrusse! DES IDEES!... Ecco PERCHE' li

desideravo con cosi' pazza cupidigia! Sentivo che soltanto il loro

possesso poteva ridonarmi la pace, restituirmi la ragione.

E cosi' la sera si chiuse su di me, e poi scesero le tenebre, e

indigiarono, e si dileguarono, e il giorno spunto' di nuovo, e i veli di

una seconda notte nuovamente si addensarono, e sempre io sedevo immobile

in quella stanza solitaria; e seguitavo a sedere sprofondato in

meditazione, e sempre il PHANTASMA di quei denti esercitava il suo

terribile influsso aleggiando con nitidezza sfolgorante, paurosa, tra le

luci mutevoli e le ombre della camera. Alla fine i miei sogni furono

interrotti da un grido come di orrore e di sgomento, al quale, dopo una

pausa, segui' un suono di voci turbate misto a molti sommessi gemiti di

dolore o di pena. Mi levai dal mio sedile e nello spalancare uno degli

usci della biblioteca vidi in piedi nell'anticamera una domestica in

lagrime la quale mi disse che Berenice... non era piu'. Era stata colta

da un attacco di epilessia durante le prime ore del mattino, e adesso che

la notte si avvicinava gia' la tomba era pronta ad accoglierla, e i

preparativi delle esequie gia' erano terminati.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Mi ritrovai seduto nella biblioteca e ancora una volta solo. Mi sembrava

che mi fossi da poco svegliato da un sogno eccitante e confuso. Sapevo

che era ormai mezzanotte, ed ero perfettamente consapevole che Berenice

era stata seppellita sin dal calar del sole, ma di quel tetro periodo

intermedio non avevo alcuna coscienza esatta, o per lo meno non definita.

Nondimeno il suo ricordo era pieno di orrore... di un orrore tanto piu'

orribile in quanto vago, di un terrore reso ancor piu' terribile dalla

ambiguita'. Era una pagina paurosa del libro della mie esistenza tutta

scarabocchiata di ricordi confusi, orrendi, incomprensibili. Tentai di

decifrarli, ma invano; mentre a intervalli, ripetuti, simile allo spirito

di un suono fuggente, l'urlo acuto lacerante di una voce femminile

sembrava rintronare entro le mie orecchie. Io avevo fatto qualcosa... ma

che cosa? Mi ripetevo la domanda ad alta voce, e gli echi bisbiglianti

della stanza mi rispondevano. - Che cosa?

Sul tavolo accanto a me bruciava una lampada, e accanto a questa era

posata una piccola scatola. Non rappresentava alcuna caratteristica

particolare e gia' io l'avevo veduta molte altre volte, essendo di

proprieta' del nostro medico di famiglia; ma come era venuta a finire

li', sul mio tavolo, e perche' rabbrividivo nel guardarla? Non sapevo in

alcun modo spiegarmi questo mio stato d'animo, finche' i miei occhi

caddero sulle pagine aperte di un libro, e precisamente su una frase

sottolineata in esso. Erano le strane e pur semplici parole del poeta Ebn

Zaiat: "Dicebant mihi sodales si sepulchrum amicae visitarem, curas meas

aliquantulum fore levatas". Perche' dunque nello scorrere quelle poche

righe i capelli mi si rizzarono sul capo, e il sangue del mio corpo si

raggelo' entro le mie vene?

In quella si intese all'uscio della biblioteca un bussare sommesso, e

pallido come l'abitante di una tomba un domestico entro' in punta di

piedi. Aveva lo sguardo alterato dalla paura, e si rivolse a me, con voce

tremante, soffocata, bassissima. Che cosa mi disse? Non afferrai che

alcune frasi rotte. Mi narro' di un grido forsennato che aveva squarciato

il silenzio della notte, che i familiari si erano radunati, che ricerche

erano state fatte in direzione del grido, e a questo punto i suoi accenti

divennero paurosamente distinti mentre egli mi sussurrava di una tomba

violata, di un corpo avvolto nel sudario sfigurato, eppure ancora

respirante, ancora palpitante, ancora VIVO.

Parlando, il domestico appunto' l'indice contro i miei abiti; erano

coperti di fango e tutti ingrommati di sangue. Io non parlai, ed egli mi

prese dolcemente la mano: era tutta segnata dall'impronta di unghie

umane. Rivolse quindi la mia attenzione a un oggetto appoggiato contro la

parete; lo fissai per alcuni minuti: era una vanga. Con un urlo balzai

verso il tavolo, afferrai la scatola che vi era posata sopra. Non ebbi

pero' la forza di aprirla; tremavo tanto che essa mi scivolo' di mano e

cadde pesantemente frantumandosi in mille pezzi. Da essa, con un rumore

secco, crepitante, uscirono rotolando alcuni strumenti di chirurgia

dentaria, mescolati a trentadue piccole cose bianche, eburnee, che si

sparsero qua e la' sul pavimento.

    

    


 

  



 

EDGAR ALLAN POE

LA VITA

E.A. Poe nasce a Boston nel 1809. da due attori girovaghi, entrambi morti di tisi, quando ancora egli era piccolissimo.

Di lui si prende immediatamente cura un commerciante scozzese di Richmond, John Allan, assieme alla moglie Frances Keeling Valentine, cui lo scrittore rimarrà per sempre legato affettivamente.

Nel 1815 gli Allan si trasferiscono in Inghilterra, dove il piccolo Poe comincia gli studi, che poi proseguirà anche al rientro negli Stati Uniti, iscrivendosi alla Virginia University di Charlottesville, dove studia lingue antiche e moderne. Ben presto, però, nonostante i suoi ottimi voti, viene espulso dall'Università per i suoi eccessi alcolici e per i suoi debiti di gioco. Questo ed altri fattori lo fanno entrare in duro contrasto con il patrigno, tanto che nel 1827, a soli 18 anni, decide di abbandonare la famiglia e di trasferirsi a Boston, dove pubblica a sue spese ed anonimo un libretto di poesie Tamerlane and other poems by a Bostonian
(Tamerlano ed altre poesie). Il libro viene accolto dall'indifferenza generale e, per la delusione Poe decide di arruolarsi come soldato semplice nell'artiglieria federale con il nome di Edgar A. Perry. Nel 1829, però, interrompe il suo servizio per recarsi a Richmond per la morte della signora Allan. Questo evento luttuoso porta un riavvicinamento con il patrigno, anche se la rottura sarà ormai insanabile, tant'è vero che, quando nel 1834 Allan morirà, non lascerà nulla in eredità allo scrittore.

Grazie all'aiuto di John Allan, Poe riesce a sottrarsi al suo dovere nell'esercito, dove avrebbe dovuto restare ancora un paio d'anni.

Alla fine del 1829 si trasferisce a Baltimora da una zia, che lo manterrà per tutta la vita, ed ha modo di pubblicare una seconda raccolta di versi. Nel 1830 decide di nuovo di intraprendere la vita militare e si iscrive all'Accademia di West Point, da dove però sarà ben presto espulso per il suo rifiuto di sottomettersi alla rigida disciplina che vi impera.

Nel 1831 è a New York, dove, grazie all'aiuto di alcuni suoi amici di West Point, pubblica la terza raccolta di poesia, Poems.

Ritorna a Baltimora. Sul giornale locale The Courier pubblica i suoi primi cinque racconti: Metzengerstein, The Duc of l'Omelette (Il Duca dell'Omelette), A Tale of Jerusalem (Racconto di Gerusalemme), A decided Loss (Una perdita decisa), The Bargain Lost (L'affare perso). Per il racconto M.S. Found in a Bottle (Manoscritto trovato in una bottiglia), pubblicato sul Baltimora Saturday Visiter, nel 1835, vince un premio di cento dollari. Nel frattempo lavora nella redazione del Southern Literary Messenger, dove ben presto per le sue eccezionali doti di giornalista, viene promosso vicedirettore.

Il 22 settembre dello stesso anno sposa a Richmond la cugina Virginia Clemm, appena quattordicenne.

Nel 1838 pubblica il suo primo ed unico romanzo The Narrative of Arthur Gordon Pym (La storia di Arthur Gordon Pym), che però non ha successo. L'anno successivo a Filadelfia pubblica, invece, una raccolta di tutti i racconti che aveva sino ad allora scritto, intitolata Tales of Grotesque and Arabesque (Racconti del grottesco e dell'arabesco). Lavora poi nella redazione del Gentleman's Magazine, ed ancora una volta le sue straordinarie capacità di giornalista portano il giornale ad aumentare vertiginosamente la tiratura (addirittura dalle iniziale 500 copie a ben 40000!!). Si fa apprezzare sia come scrittore di racconti che come critico letterario, purtroppo i rapporti con il direttore del quotidiano diventano sempre più critici, tanto che Poe decide di abbandonare il giornale e fondarne uno tutto suo, attraverso una raccolta di fondi. L'esperienza di The Stylus, come Poe aveva chiamato il suo giornale, dura un paio di anni e non è delle più felici.

Inizia adesso il periodo più terribile di tutta la sua vita. La moglie si ammala gravemente e lo scrittore non avendo i mezzi per farla curare, si dà all'alcol e al laudano.

Nel 1844 è di nuovo a New York, pubblica sulla rivista The Evening Mirror la sua poesia più famosa The Raven (Il corvo), con la quale ottiene finalmente il successo che inseguiva da anni. Purtroppo per una serie di vicende il suo successo non dura a lungo. Infatti si riempie di nuovo di debiti di gioco e ricomincia a bere senza misura. Nel 1847 inoltre la moglie, a cui Poe era molto legato, muore di tubercolosi, da questo momento in poi lo scrittore cade in uno stato di prostrazione e di disperazione da cui non uscirà più. In questo periodo pubblica solo il poemetto in prosa Eureka. Il 3 ottobre 1849 viene trovato in stato di incoscienza in una locanda di Baltimora, ricoverato al Washington Hospital, muore di delirium tremens il 7 ottobre alle cinque del mattino.

  

giovedì 22 luglio 2010



Fu proprio l'emofilia a decimare alcune case reali



Vittoria del Regno Unito

I discendenti maschi della regina Vittoria non ebbero vita facile a causa di una salute molto cagionevole. Leopoldo, uno dei figli della monarca britannica, morì a causa di una emorragia dopo esser scivolato e caduto a terra. Il nipote di Vittoria, Friedrich, morì dissanguato all'età di due anni, mentre gli altri due nipoti Leopold e Maurice morirono prematuramente a 32 e 23 anni. Il "male regale" si diffuse poi tra le famiglie regnanti europee in seguito ai matrimoni dei discendenti della regina Vittoria portando gravi conseguenze per i monarchi di Germania, Russia e Spagna. Ma quale male affliggeva la stirpe della regina britannica?

Sulla base dei sintomi, intorno agli anni Settanta alcuni studiosi ricondussero il "male regale" all'emofilia, una malattia ereditaria che impedisce al sangue di coagularsi, anche se non vi erano prove schiaccianti in merito. Ora una nuova ricerca basata su alcune analisi del DNA effettuate sulle ossa dei Romanov (l'ultima famiglia reale russa) sembra confermare l'ipotesi della emofilia.

Secondo gli autori della ricerca, il "male regale" non fu altro che una forma molto rara di emofilia appartenente al sottitipo B. Tale patologia impedisce al sangue di coagulare e dunque espone i soggetti che ne sono affetti a numerosi pericoli legati al dissanguamento per una ferita esterna o alla possibilità di perire a causa di una grave emorragia interna. L'emofilia è ereditaria e recessiva ed è presente sul cromosoma X, condizione che aumenta considerevolmente le probabilità per i maschi di esserne affetti, poiché le donne possono contrastare il gene con il loro secondo cromosoma X e diventare dunque portatrici sane della malattia.

Il principe Alessio Romanov, figlio dello Zar Nicola II, e pronipote della regina Vittoria, era affetto da emofilia. Nell'infanzia, l'erede al trono fu spesso vittima di gravi e prolungate emorragie, ma riuscì a superare tale fase per essere poi ucciso a 13 anni durante la Rivoluzione del 1918. I resti del corpo di Alessio e di quello della sorella Maria sono stati identificati solamente lo scorso gennaio, grazie a una ricerca condotta da Evgeny Rogaev, genetista alla University of Massachusetts Medical School di Worcester (USA), sui resti dei corpi trovati nei pressi dell'area dove venne giustiziata la famiglia reale.


Aleksej Nikolaevič Romanov

Una volta stabilita l'identità dei resti rinvenuti dei Romanov, Rogaev ha analizzato il DNA di alcuni frammenti ossei alla ricerca di alcuni indizi sull'emofilia A, il sottotipo più diffuso della patologia, senza giungere ad alcun risultato. I genetisti hanno allora provato con l'emofilia di tipo B, che coinvolge il gene F9. La ricerca si è rivelata fruttuosa: i resti di Alessio, della sorella  Anastasia e della madre Alessandra hanno indicato chiaramente la presenza della malattia.

L'importante ricerca realizzata da Rogaev e colleghi è stata da poco pubblicata sulla rivista scientifica Science e potrà fornire nuovi importanti riscontri per gli storici impegnati nella mappatura del "male regale". Alessio era affetto da emofilia B, mentre la madre e la sorella Anastasia erano portatrici sane della malattia. Una conferma importante sulla progressiva diffusione della patologia tra alcune delle più importanti famiglie regnanti d'Europa.

Secondo Rogaev, la malattia avrebbe di fatto condizionato non solo la famiglia Romanov, ma gli stessi destini della Russia. La condizioni di salute instabili di Alessio indussero Alessandra, la madre, a saldare i legami con l'ambigua figura del mistico Grigori Rasputin, che dichiarava di essere anche un guaritore. «All'epoca non vi era una cura. Alessandra cercò di fare tutto il possibile» ricorda Roagev sul sito web della rivista scientifica. I forti legami con i Romanov consentirono, secondo alcuni storici, a Rasputin di aumentare il proprio potere accrescendo la diffidenza del popolo che alcuni anni dopo avrebbe dato vita alla Rivoluzione. Ma qui la scienza deve lasciare il posto alla storia…

domenica 18 luglio 2010


Mary Shelley

"FRANKENSTEIN"


 


 


 

1•    L'edizione definitiva dell'opera più nota di Mary Shelley, pur essendo stata pubblicata per la prima volta nel marzo del 1818, uscirà solo nel 1831. Il testo è scritto in lingua inglese ed e stato pubblicato a . Il titolo originale è "Frankenstein, or the modern Prometheus"


 

2•    Mary Wollstonecraft Godwin nasce il 30 agosto del 1797 a Londra, figlia unica del filosofo William Godwin e della femminista Mary Wollstonecraft. Il padre è noto soprattutto per il trattato "An enquiry concerning political justice". La madre, la cui opera principale è "A vindication of the rights of women" muore dieci giorni dopo il parto. Godwin si risposa con la vedova Mary Jane Clairmont. L'infanzia di Mary si incupisce in seguito alla palese preferenza della matrigna per i propri due figli e sebbene sia la pupilla prediletta del padre, Mary cresce molto sola: legge di tutto, il luogo preferito è la tomba della madre. Nel 1812 il poeta Shelley scrive a Godwin proponendosi come discepolo e in seguito inizia a frequentare casa Godwin dove conosce Mary. Fra i due sboccia l'amore che culminerà con la celebrazione del matrimonio nel 1816. Nel frattempo Mary, Shelley e alcuni amici si stabiliscono per un breve periodo nella tenuta di Lord Byron, il quale, a causa del brutto tempo, che costringeva il gruppo all'interno delle loro case, propone l'idea di gareggiare, ciascuno con un racconto che fosse il più terrificante possibile. E' qui che hanno luogo le letture di racconti di fantasmi, e le discussioni sugli esperimenti di Erasmus Darwin per animare la materia inorganica e sulla possibilità di ridare vita ad un corpo già cadavere. Queste riflessioni si imprimono nella mente di Mary come uno spaventoso incubo dal quale ella trae l'ispirazione per la composizione del suo romanzo: Frankestein. Mary Shelley muore a Londra l'1 febbraio del 1851.

Mary durante la sua vita è quindi influenzata da alcuni fattori che possiamo collegare alla vicenda narrata nel suo romanzo: prima di tutto i suoi genitori sono stati per lei un esempio, hanno mostrato alla figlia, tramite le loro opere, i loro valori di giustizia, educazione e uguaglianza (il romanzo è oltretutto dedicato al padre). Anche suo marito, giovane poeta romantico, è stato per lei molto importante. Inoltre durante il soggiorno a Villa Diodati, quando scrive appunto il racconto, Mary si sentiva abbandonata dal padre ed aveva un forte desiderio di amore (proprio come il mostro).

Come detto anche le teorie di Darwin e di Galvani hanno influenzato l'opera del Frankenstein.


 

3•    Frankenstein è la storia di uno scienziato ginevrino, Victor Frankestein appunto, che affascinato dalle nuove possibilità della scienza, riesce a dar vita ad una nuova creatura gigantesca fatta con pezzi di cadaveri.

Inorridito di fronte alla mostruosità di ciò che ha creato, Frankenstein fugge.

Il mostro, rimasto solo, si allontana alla scoperta del mondo, pieno di speranze e di buoni sentimenti fino a quando, resosi conto dell'orrore che il suo aspetto suscita negli altri, trasforma l'amore per l'umanità in odio. Se pur frustrato nei suoi sentimenti dall'ostilità degli uomini, chiede a Frankenstein di creargli una compagna. Il dottore accetta, ma poi, in un impeto di orrore, uccide la sua nuova creazione. A quel punto l'odio che provava il mostro verso l'umanità si trasforma in desiderio di vendetta nei confronti del suo creatore che egli perseguita colpendolo negli affetti più intimi uccidendogli dapprima il fratello più piccolo, poi l'amico più caro e infine la donna che ama e che ha appena sposato.

Tra i due si viene a creare un ambiguo rapporto di amore e odio, di pietà e vendetta che li porta a inseguirsi a vicenda lungo le Alpi e il nord dell'Europa, fino al Polo Nord dove entrambi trovano la morte.


 

4•    La paura è l'elemento caratterizzante del romanzo che si manifesta in diversi modi: primo fra tutti il fatto che la narrazione non segue l'ordine cronologico dei fatti, e ciò contribuisce ad accrescere la suspance: chiunque legga l'inizio del romanzo, quando Frankenstein viene raccolto dalla nave, non può fare a meno di chiedersi il motivo delle pietose condizioni fisiche e morali dell'uomo, così come crea suspance il dialogo tra lo scienziato e il Mostro: sapere fin dall'inizio cosa fosse successo a Frankenstein o dove fosse stato il mostro non avrebbe certo creato lo stesso effetto.
Un altro punto fisso della paura sono gli elementi macabri presenti nel testo: l'idea di dare vita ad una creatura nasce, infatti, in un cimitero e da quel momento Frankenstein lavorerà soprattutto di notte, da sempre metafora di morte e di paura, mangiando e dormendo pochissimo: il lavoro verrà inoltre terminato nella classica "notte buia e tempestosa" e il risultato di tante fatiche sarà un essere orribile, tanto da essere immediatamente odiato dal suo stesso creatore e da incutere paura a chiunque lo veda.

Inoltre il lettore è angosciato dai rimorsi, dai sensi di colpa e dalle ossessioni di Frankenstein ed anche se egli sa di essere soltanto un testimone che non può essere direttamente minacciato da ciò a cui assiste è coinvolto attivamente dalle vicende della vittima


 

5•    Nel romanzo si alternano diversi punti di vista: il racconto infatti non si basa su un unico livello narrativo, ma si snoda attraverso tre piani differenti: quello più esterno del diario di Robert Walton, quello di Frankestein che racconta in flash-back ed infine quello del mostro che parla al lettore in modo diretto. L'autobiografia del mostro, raccontata a Victor Frankestein, suo creatore, è contenuta all'interno della confessione fatta da Frankestein al giovane esploratore inglese, il quale a sua volta la trascrive nelle lettere indirizzate alla lontana sorella Margaret.


 

6•    I personaggi principali dell'opera di Mary Shelley sono tre: lo scienziato Victor Frankestein, la creatura mostruosa da lui creata e Robert Walton.

Essi, come detto, sono accomunati da un ansia di ricerca: Frankenstein che è determinato a sostituirsi al "creatore" cercando di dare vita ad una sua creatura, il mostro che cerca invano di trovare qualcuno che lo possa capire e che lo possa amare ed infine il marinaio Walton che intende, volendo dare un contributo al progresso scientifico e geografico, raggiungere più velocemente il Polo Nord, individuando un percorso attraverso l'Ovest.

La vicenda termina al Polo Nord dove sia Victor che il mostro perdono la vita: il
Polo Nord è considerato come uno dei luoghi più inospitali ed ostili all'uomo ed è quindi lo scenario perfetto per rappresentare le innumerevoli difficoltà che l'uomo deve talvolta fronteggiare quando si trova a competere con qualcosa che gli è superiore. Il viaggio al Polo Nord rappresenta per l'uomo il desiderio di oltrepassare i limiti conosciuti e in questo senso corrisponde a quello che Frankenstein compie nel suo laboratorio. Inoltre è il simbolo della potenza della natura contro cui l'uomo si sente impotente e non può nulla. Infine è sicuramente il teatro perfetto per la "sfida finale" tra il protagonista e il mostro.


 

7•    Mary Shelley sottotitola l'opera "il moderno Prometeo": Prometeo, secondo una leggenda greca, era un titano, considerato l'amico degli uomini, che ingannò gli dei, donando loro la parte più grande dell'animale sacrificato nella quale erano state nascoste tutte le ossa: la carne rimaneva in questo modo agli uomini. Adirato per questo affronto, Zeus decise di togliere il fuoco agli uomini, ma fu lo stesso Prometeo a rubare una scintilla ad Apollo, scatenando così nuovamente l'ira di Zeus. Prometeo fu condannato a farsi rodere il fegato da un'aquila e perché egli soffrisse ulteriormente, ogni giorno il fegato gli ricresceva.

Come Prometeo ha voluto sfidare gli dei, anche Frankenstein, credendosi appunto in grado di eguagliare la forza della natura, è condannato da quel momento a condurre una vita di continue sofferenze e dolori, dovendo subire la crudele vendetta della sua creature che gli porterà via molti suoi cari tra cui sua moglie e il suo fedele amico Clerval.

Nel libro inoltre, il mostro, intelligente e sensibile, legge il romanzo scritto in poesia "Paradise Lost" (Paradiso Perduto) di John Milton. L'orribile creatura si riconosce nelle forti emozioni descritte dal libro: paragona infatti la sua situazione a quella di Adamo. Bisogna considerare però che il mostro non "è nato dalle mani di Dio come una creatura perfetta" ma l'essere di Victor è stato creato orrendamente.

Per quanto riguarda il personaggio dantesco, dalla lettura del romanzo emerge un rapporto tra Frankestein e l'Ulisse dantesco. Così come Ulisse, spinto dalla sete di conoscenza, arriva ad oltrepassare le colonne d'Ercole, limite del mondo conosciuto, Frankestein spinto dalla curiosità e dal desiderio di gloria, arriva ad infondere la scintilla vitale a un corpo inanimato, cosa che va contro il corso naturale della vita.

Entrambi poi cercano di persuadere i loro compagni di viaggio puntando sulla sfera sentimentale ed emotiva facendoli riflettere sulla loro condizione umana. I due discorsi portano però a risultati differenti: Ulisse riesce nel suo intento mentre Frankestein riesce a persuaderli solo momentaneamente.


 


 

9•    Il mostro, dopo aver capito di essere diverso e di apparire agli "uomini normali" una creatura orribile, ha un forte desiderio di un affetto sincere e chiede così al suo creatore di creargli una nuova creatura, simile a lui, che avrebbe potuto amare. Frankenstein, sentendosi già colpevole per la sua prima creazione, si rifiuta e fa esplodere la rabbia del mostro.


 

"…un'ira infernale prese il posto della bontà e dell'altruismo…ogni giorno sognavo una vendetta profonda e mortale".


 

La malvagità nasce in lui quando si rende conto che il suo aspetto era deforme e che per questa sua caratteristica estetica non sarebbe mai stato accettato.


 

*La mia persona era orrenda, la mia statura era gigantesca: che cosa significava tutto ciò? Chi ero? Da dove venivo? Qual'era la mia meta?"


 


 

*"Maledetto creatore! Perchè hai dato forma ad un mostro così orrendo da suscitare persino il tuo disgusto? Dio nella sua pietà ha fatto l'uomo bello e attraente, a propria immagine; il mio aspetto, invece, è una grottesca imitazione del tuo, resa ancora più orribile dalla stessa somiglianza. Satana aveva i demoni suoi compagni ad ammirarlo ed incoraggiarlo; io invece sono solo e detestato".


 


 

Il mostro quindi è si una figura negativa per i crimini che commette, ma può essere considerata anche un vittima. Prima di tutto perché la sua vita è stata manipolata solo per un esperimento scientifico, in seguito a causa del forte pregiudizio degli uomini nei suoi confronti ed infine perché è stato completamente abbandonato del suo creatore. Il vero mostro è certamente Frankenstein in quanto è lui l'artefice dell'orrenda creatura ed è in seguito alla sua fuga che essa rimarrà sola ed incompresa. Egli avrebbe prevenire tutto ciò che stava accadendo e rimediare in qualche modo a ciò che aveva fatto.


 


 

10•    Sicuramente due luoghi molto importanti del racconto sono il laboratorio di Frankenstein e la valle di Chamonix. Questi due luoghi posso sicuramente essere messi a confronto per analizzare gli opposti stati d'animo del protagonista: il laboratorio è una stanza solitaria, posta all'ultimo piano della casa. E' un luogo cupo e squallido pieno di resti imputriditi di corpi sventrati che servono per la creazione del mostro. In questo luogo macabro Frankenstein perde la cognizione del tempo, e non si fa più vedere da nessuno.

A un luogo di tale desolazione, si oppone un posto dove la natura è incontaminata, la valle di Chamonix. Chamonix è una valle imponente, circondata da alte montagne innevate. Il paesaggio del Monte Bianco e del fiume Arve sono l'ideale per rilassarsi e trovare la tranquillità. Qui Frankenstein, rivedendo il meraviglioso paesaggio dove era già stato da adolescente, ritorna con la mente ai giorni felici di quando era ragazzo, dimenticando tutte le sue sventure e ritrovando la pace e la tranquillità.
Solo con l'arrivo del mostro torneranno in lui l'angoscia e la tensione

venerdì 16 luglio 2010

Il romanzo gotico



L'origine di quella che, comunemente, viene chiamata Letteratura Gotica viene individuata nel 1784, ovvero l'anno in cui viene pubblicato il romanzo Il Castello di Otranto di
Horace Walpole. A questo seguiranno poi altre importanti opere come I misteri di Udolfo di
Ann Radcliffe, Il monaco di Matthew G. Lewis e Vathek di William Beckford. La fine del periodo "storico" della letteratura gotica viene posta in genere attorno al 1820, ma scrittori come Edgar Allan Poe e Howard Philip Lovecraft, anche se posteriori, sono di norma classificati come "gotici", e anche ai giorni nostri quello che è comunemente definito "gotico" occupa una buona parte della letteratura horror.
Tutti questi racconti hanno in comune dei tratti ben precisi: il costante uso di ambientazioni arcaiche, come castelli diroccati o case isolate, ove avvengono spaventosi fatti di sangue, intricate cospirazioni e misteriosi delitti. Anche il paesaggio naturale ha un grosso peso nel creare la giusta atmosfera in quanto contribuisce a rappresentare in chiave metaforica i sentimenti dei personaggi; si ritroveranno spesso, così, delle spoglie brughiere, minacciose foreste e lande desolate. Il tutto accompagnato dalla costante presenza del soprannaturale, in tutte le sue forme: riti demoniaci, diavoli tentatori o creature fantastiche e spaventose, e sarà  proprio qui che prenderanno vita le figure caratteristiche del mostro di Frankestein, del Golem e del primo Nosferatu. Ognuna di queste creature è un essere fuori dal comune, stupefacente e affascinante.
Ed è qui che si può ritrovare il motivo di maggior successo del romanzo gotico: il fascino del mostruoso, che cattura l'attenzione del lettore verso ciò che è esterno, alieno e sconosciuto; in particolare si fa leva sulla parte latente dell'animo umano, la parte non si conosce mai perfettamente, ma che rimane ignota e latente, sospesa nel nulla del vivere quotidiano. In questo luogo galleggiano le paure dell'uomo, i terrori che ci accompagnano fin dall'infanzia, i desideri più inconfessabili ed è questo il materiale che gli scrittori gotici hanno utilizzato per le loro opere.
Gli elementi soprannaturali presenti non sono altro che l'espressione codificata dei timori comuni: la paura costituisce la più straordinaria molla dell'immaginario sociale. In questo modo la parte oscura dell'anima viene fuori, si diffonde in ogni pagina e avvolge ogni parola. La paura, con la sua funzione catartica e tentatrice, spinge chi legge verso la tana del lupo e lo fa avvicinare alla soglia. Paradossalmente dà  coraggio perchè innesca nel profondo la perversità  umana che, in una continua e interminabile sete di conoscenza, sfida la natura rischiando la vita, cioè varcando quella soglia. La sfida con il soprannaturale è una sfida col limite che risveglia in noi la cosiddetta "fear of the unknown" ossia la paura di ciò che è sconosciuto.
Facendo leva su un sentimento così vitale, il romanzo gotico ha attirato un pubblico vasto ed eterogeneo, rispondendo al suo bisogno di fantasia e di attesa del diverso. Un'analisi approfondita sul successo della corrente gotica interessò anche Sigmund Freud, il quale giunse alla conclusione che l'effetto della letteratura gotica era da cercare soprattutto nel riemergere delle esperienze personali rimosse, nell'universo negativo di ciascuno che essa era appunto in grado di richiamare alla memoria attraverso i personaggi fantastici che incarnano desideri, paure e ansie diversamente censurate in nome di un'esistenza equilibrata.
Il gotico insinua un dubbio essenziale nella mente di ciascuno, ci avverte che il bene può essere male e viceversa, che l'identità  di un individuo può perdersi nel suo stesso contrario, che esistono effetti senza cause e che il normale non conosce il confine che lo separa dall'anomalo, che ciò che è giusto non può sempre essere distinto da ciò che non lo è, anzi, che il desiderio e l'avversione si attraggono respingendosi in un macabro valzer, che il colpevole spesso è vittima.

giovedì 15 luglio 2010



 
 


 

ABBAZIA  BENEDETTINA DELLA SS. TRINITA'

Cava de' Tirreni  (SA)

 
 

 
 

 
 

 
 

Introduzione

 
 

L'Abbazia Benedettina della Santissima Trinità di Cava fu nel Medioevo uno dei centri religiosi e culturali più vivi e potenti dell'Italia Meridionale. Fondata da un nobile Longobardo, S. Alferio Pappacarbone che ebbe la visione della Santissima Trinità sotto forma di Tre Raggi Luminosi sorgenti dalla Roccia, ritiratosi in quei luoghi per vivere in preghiera e contemplazione, vedrà in poco tempo sorgere una comunità numerosa di monaci. L'Abbazia di Cava formò nell'Ordine di San Benedetto una congregazione autonoma: la Congregazione della Santissima Trinità di Cava, che ebbe in pochi decenni un notevole sviluppo divenendo una delle congregazioni benedettine più fiorenti. L'Abate della SS. Trinità di Cava nel XII e XIII secolo governava oltre 340 chiese, più di 90 priorati, almeno 29 abbazie. Egli era anche onorato del titolo di Grande Abate di Cava: "Magnus Abbas Cavensis". L'Abbazia della SS. Trinità di Cava divenne la Chiesa madre dell'Ordine Cavese : " Mater vel matrix ecclesia Ordinis Cavensis ".

 
 

 
 

La storia

 
 

Il fondatore della Badia della Santissima Trinità fu S. Alferio Pappacarbone che nel 1011 si ritirò sotto la grande grotta Arsiccia (significa asciutta) per trascorrervi vita eremitica. L'accorrere dei discepoli, attratti dalla sua santità, lo indusse a costruire un monastero di modeste dimensioni. Morì in età molto avanzata il 12 aprile 1050. Fin quasi alla fine del sec. XIII Alferio ebbe una serie di successori eccezionali, di cui undici, oltre il fondatore, sono stati riconosciuti dalla Chiesa come santi o beati. Tra di essi si distinse S. Pietro I, nipote di Alferio, che ampliò notevolmente il monastero e lo fece centro di una potente congregazione monastica l' Ordo Cavensis (Ordine Cavense) con centinaia di chiese e monasteri dipendenti, sparsi in tutta l'Italia meridionale. Furono più di 3.000 i monaci a cui S. Pietro diede l'abito.

 
 

Il Papa Urbano II, che lo aveva conosciuto a Cluny, nel 1092 visitò l'Abbazia e ne consacrò la basilica. Importante fu anche il governo del B. Benincasa, che nel 1176 inviò in Sicilia un centinaio di monaci per popolare la celebre abbazia di Monreale, eletta dalla munificenza del re Guglielmo II. Papi e vescovi, principi e signori feudali favorirono lo sviluppo della Congregazione Cavense, che giovò moltissimo alla riforma della Chiesa, promossa dai grandi papi del sec. XI, e al benessere della società civile. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all'abbazia o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I Papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell'esenzione, per cui l'abate di Cava finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i Papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Amorosa fu la cura che gli abati avevano delle popolazioni. Ad esse assegnavano le terre delle vaste possessioni dell'abbazia con l'obbligo di metterle a coltura e di prestare, dopo un certo numero di anni, o mano d'opera o un censo proporzionato alla fertilità del suolo. Per la difesa delle popolazioni del Cilento dalle incursioni saracene S. Costabile e B. Simeone costruirono il castello dell'Angelo, detto poi Castellabate. I monaci inoltre gestivano ospizi e ospedali, che venivano generosamente destinati alle necessità dei bisognosi ed esercitavano il ministero pastorale nei monasteri dipendenti. Le chiese invece venivano affidate dagli abati a sacerdoti secolari di loro fiducia. Il sec. XIV rappresenta per Cava un periodo di ripiegamento su se stessa. E' particolarmente curata la difesa e l'amministrazione dei beni temporali, sono prodotte splendide opere d'arte, ma l'incidenza dell'azione spirituale e sociale della badia, anche a causa dei rivolgimenti politici, diminuisce sensibilmente. Nel 1394 il papa Bonificacio IX conferì il titolo di città alla terra di Cava, elevandola in pari tempo a diocesi autonoma, con un proprio vescovo, che doveva però risiedere alla Badia, la cui chiesa venne dichiarata cattedrale della diocesi di Cava. Il monastero non sarà governato da un abate, ma da un priore e la comunità dei monaci formerà il capitolo della cattedrale. L'abate Mons. Angelotto Fusco nel 1431 fu elevato alla dignità cardinalizia e, malauguratamente, volle ritenere in commenda, percependone le rendite, l'abbazia e la diocesi cavense. Fu il periodo degli abati commendatari, i quali portarono l'abbazia ad una grande decadenza. Lontani da essa, la governarono mediante fiduciari, ai quali interessava soltanto la diocesi e l'amministrazione dei beni temporali. L'ultimo commendatario unì la badia di Cava alla congregazione di S. Giustina da Padova. La riforma poneva a capo della badia non più un vescovo o un cardinale ma un abate temporaneo: così rifiorì la disciplina monastica e il culto delle scienze e delle arti. Nel corso dei secoli XVI-XVIII l'abbazia fu rinnovata anche architettonicamente. L'abate D. Giulio De Palma ricostruì la chiesa, il seminario, il noviziato, e varie altre parti del monastero. La soppressione napoleonica, per merito dell'abate D. Carlo Mazzacane, passò senza arrecare gravi danni alla badia: 25 monaci rimasero a guardia dello Stabilimento (tale fu il titolo dell'abbazia) e il Mazzacane ne fu il Direttore. La restaurazione, dopo la caduta di Napoleone, portò a un rinnovamento dello spirito religioso. Nel 1866, in considerazione dei valori artistici e scientifici accumulati nelle sue mura e del fatto che era centro di una diocesi, il monastero fu dichiarato Monumento Nazionale e, come tale, si salvò dalla rovina a cui andarono incontro tante altre illustri abbazie italiane. Eroica si dimostrò allora la virtù dei pochi monaci rimasti. Aprirono un nuovo campo di apostolato monastico istituendo un collegio laicale, che è tuttora fiorente, e redassero il Codex Diplomaticus Cavensis, in cui pubblicarono il testo integrale delle più antiche pergamene dell'archivio Cavense. Si tratta di un'opera monumentale, che ha resa famosa la Badia in tutto il mondo scientifico. I più moderni abati hanno continuato degnamente l'opera dei SS. Padri Cavensi. Essi hanno restaurato ed ampliato gli edifici del monastero e dato nuovo impulso alla sua vita millenaria, che dura ininterrotta ancora oggi.

 
 

 
 

 
 


 

La basilica

 
 

Nel 1025 S. Alferio aveva già costruito la sua chiesa, che aveva una sola navata. Questa nel 1092 fu ampliata e trasformata in basilica a più navate da S.Pietro I abate. L'attuale basilica sorse invece nel 1761 per iniziativa dell'abate D. Giulio De Palma e su disegno dell'architetto Giovanni del Gaizo, il quale, qualche anno dopo, progettò anche la facciata. Vi fu un tentativo di bloccare i lavori, ma i monaci seppero blandire Carlo di Borbone sostenendo che "... le povere parrocchie di Cava avevano chiese migliori che non ha il monastero tanto ricco di rendite". Nel 1778, la nuova chiesa era pronta. Seguendo i criteri dell'epoca, la vecchia basilica venne abbattuta, ad eccezione della cappella dei SS. Padri e delle fondamenta, che furono rinforzate. L'interno della basilica, specialmente dopo il moderno rivestimento delle pareti e la pavimentazione con marmi policromi, è luminoso ed armonico. La prima cosa che attira l'attenzione del visitatore della basilica è l'ambone con mosaico del secolo XII, recentemente ricostruito. E' molto probabile che sia un dono del re di Sicilia Ruggiero II, il quale volle che la regina Sibilla, sua seconda moglie morta a Salerno nel 1150, fosse seppellita nella chiesa della badia e le fosse edificata una magnifica tomba ornata di mosaici, di cui si conserva solo il sarcofago. Il seppellimento nella chiesa o nel cimitero della badia era ordinariamente accompagnato ad una donazione. Dell'antica basilica, oltre all'ambone, resta ancora, in fondo alla navata destra, la "Cappella dei SS. Padri", ristrutturata e rivestita di marmi policromi (mosaici fiorentini) nel 1641. Subito dopo la balaustra, prima della cappella seicentesca, si notano sulle pareti quattro statue marmoree, notevoli quelle cinquecentesche di S. Felicita e di S. Matteo. Procedendo, a destra è la cella grotta di S. Alferio con l'urna che ne custodisce le reliquie e resti di affreschi parietali del XIV secolo; a sinistra è l'altare di S. Leone con la sua urna e, sulla parete, altre reliquie di santi; di fronte l'altare del SS. Sacramento con l'urna contenente le reliquie di S. Costabile. Gli affreschi della basilica sono opera del pittore calabrese Vincenzo Morani, che nel 1857 vi rappresentò: sulla volta del coro "S. Alferio in contemplazione della SS. Trinità"; nella cupola una visione dell'Apocalisse, cioè l'"Adorazione del Redentore"; nel transetto a destra la "Morte di S. Benedetto" con altre scene della sua vita e santi e sante benedettini; a sinistra la "Resurrezione" con profeti ed apostoli. Il suo capolavoro però è la tela della "Deposizione dalla croce", che si trova sull'altare del transetto a sinistra. Sono da notare inoltre il quadro del primo altare a destra dell'ingresso rappresentante "S. Mauro" di Achille Guerra, il trecentesco altorilievo della Madonna con Bambino tra San Benedetto e Sant'Alferio, opera di Tino da Camaino, la porta del battistero (sec. XVI) a sinistra e il portale marmoreo con la bellissima porta cinquecentesca della sagrestia. Sotto i 12 altari della basilica sono deposte le reliquie dei 12 abati santi o beati della badia. Nel paliotto è inserita una lastra di marmo dell'XI secolo. Accanto alla chiesa è da segnalare la fontana realizzata nel 1772 da Tommaso Liguoro.

 
 

Il chiostro

 
 

Nel poco spazio esistente fra la grotta Arsiccia e il ruscello Selano non si è potuto creare un chiostro proporzionato alla grandiosità del monastero. In compenso il piccolo chiostro dei secoli XI-XIII è la parte più suggestiva e caratteristica della badia. Un muro romano, ancora in piedi in questa parte più profonda della grotta, dimostra l'esistenza di costruzioni anteriori alla venuta di Alferio. La piccola scultura del fauno, rinvenuta qui, in un muro che delimitava una porzione della grotta, è forse segno di un culto pagano esercitato nella grande spelonca. Il piccolo chiostro ha subìto diverse manomissioni, ma nella sua struttura fondamentale è stato messo in relazione con i coevi chiostri amalfitani e con quelli del San Domenico di Salerno e di Santa Sofia a Benevento, spartiti in quadrifore con archi a ferro di cavallo che testimoniano influenze musulmane. Adiacente al chiostrino è la grande sala del Capitolo del secolo XIII. In essa sono sistemati alcuni pregevoli sarcofagi romani, attribuiti per lo più al III secolo d.C. Essi furono inviati qui da illustri personaggi per esservi seppelliti.

 
 

 
 

Il Museo

 
 

 
 

La splendida sala del sec. XIII adibita a museo è stata una scoperta avvenuta dopo la seconda guerra mondiale, grazie ad un saggio fortuito che rilevò l'esistenza di un capitello sulle pareti e, successivamente, delle colonne e di tutta la struttura della sala. La volta è stata rifatta perché irreparabilmente lesionata; le finestre originali non si sono potute ricostruire perché mancavano gli elementi, ma tutto il resto conserva la sua originalità. Era parte di un palazzo, distinto dal monastero e adibito a foresteria. Un'altra sala dello stesso palazzo di dimensioni quasi uguali e adiacente alla prima dalla parte occidentale, crollò all'inizio di questo secolo, ma al piano terra resta ancora l'immenso salone su cui le due sale erano edificate. Tra le opere custoditevi: una Madonna con Santi, tavola senese del XV secolo; un Cofanetto d'avorio dell'XI secolo; un Polittico di scuola raffaellesca, attribuito ad Andrea Sabatini; tele di numerosi pittori caravaggeschi; numerosi reperti archeologici; una Collezione di monete, completa ed ordinata delle Zecche longobarde e normanne di Salerno; maioliche abruzzesi e vietresi; codici miniati.

 
 

L'archivio

 
 

 
 

L'archivio della Badia è molto importante. Nelle due elegantissime sale della fine del secolo diciottesimo sono contenuti preziosi manoscritti pergamenacei e cartacei, più di quindicimila pergamene, di cui la più antica è del 792 d. c., e un considerevole numero di documenti cartacei. Ciò ha richiamato l'attenzione di numerosi studiosi provenienti da ogni parte. Dei codici (manoscritti in pergamena) esiste un catalogo completo a stampa ancora disponibile; presto sarà approntato anche il catalogo dei manoscritti cartacei. Tra i codici più famosi ricordiamo la Bibblia visigotica del secolo IX, il Codex Legum Longobardorum (Codice di leggi longobarde) del secolo XI, le Etymologiae di Isidoro del secolo VIII e il De Temporibus del Ven. Beda del secolo XI, ai cui margini i monaci annotarono gli avvenimenti più importanti della badia e del mondo contemporaneo. Tali note marginali costituiscono gli Annales Cavenses più volte pubblicati. Quanto alle pergamene, i documenti privati sono ordinati in ordine cronologico e sistemati nella sala diplomatica in arche di cui ciascuna contiene 120 pergamene. I documenti pubblici (bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano invece nell'arca magna in numero di oltre settecento, ordinati anche essi cronologicamente. La consultazione è resa facile agli studiosi da un Regestum Pergamenarum, manoscritto di otto volumi in folio compilato da monaci nel secolo scorso. Vi si trova il riassunto di tutte le pergamene con l'indicazione dell'arca in cui sono contenute. I documenti già pubblicati nel Codex Diplomaticus Cavensis appartengono agli anni 792-1080 e sono esattamente 1669.
La Biblioteca della Badia possiede oltre 40.000 volumi con numerosi incunaboli e importanti cinquecentine. I volumi sono catalogati e sistemati in tre sale. Le scienze più rappresentate sono la Patristica, la Teologia, il Diritto e, soprattutto, la storia. Un catalogo per autori ne facilita la consultazione.

 
 

 
 

Il Collegio

 
 

 
 

Il Collegio "San Benedetto" fu istituito nel 1867 ed è situato nella parte più alta del monastero in locali ampi ed ariosi.
I collegiali frequentano le scuole della Badia (aperte ad esterni e semiconvittori, anche ragazze), che comprendono la scuola media, il ginnasio e il liceo classico, pareggiate alle statali nel 1894, e il liceo scientifico che è stato istituito di recente ed è legalmente riconosciuto.
I numerosi ex - alunni che occupano con onore posti elevati nella vita politica, amministrativa e professionale, attestano i lusinghieri risultati raggiunti dal collegio in oltre un secolo di attività.

 
 

 
 

 
 


 

 
 

FONTI :