martedì 25 ottobre 2011


GILLES DE RAIS
Soprannome: Barbablù
Luogo omicidi: Machecoul (Francia)
Periodo omicidi: 1432 - 1440
Numero vittime: 300 +
Modus operandi: pedofilia, sadismo, torturava e squartava le sue vittime
Cattura e Provvidementi: strangolato il 26 ottobre 1440
Il mondo della storia è particolare. E' un mondo senza vie di mezzo, dove tutto è o bianco o nero, dove gli eroi nazionali vengono ricordati in maniera epica e quasi mitica, mentre i cattivi sono spesso disegnati come mostri senza anima.
Tra questi ultimi, troviamo Gilles De Rais, un nobile francese del XV secolo, un ufficiale militare che aveva combattuto al fianco di Jeanne D'Arc e che, al termine della Guerra dei Cento Anni, si ritrovò ad essere uno degli uomini più ricchi e potenti della Francia. Ottenuta la carica nobiliare di Barone su "raccomandazione" del nonno, un uomo molto influente che ricorreva al nepotismo per controllare più territori possibili, è probabile che la "caduta" di De Rais fu causata sopratutto alla sua ingenuità politica e al suo edonismo che lo portò a dissipare la gran parte dei propri averi.
Gilles De Rais non è però ricordato né per il glorioso passato militare né per gli sfortunati giochi di potere. La storia racconta che Gilles nascose per molti anni il lato oscuro della sua personalità, un lato scuro e sinistro che lo spinse a rapire, torturare e uccidere centinaia di bambini, figli di contadini per la maggior parte. Si tramanda inoltre che l'ufficiale usasse circondarsi di stregoni e alchimisti esperti in magia nera, con i quali cercava la formula per trasformare il metallo in oro.

Arrestato e minacciato di tortura, Gilles confessò di essere un omosessuale e un pedofilo. Due reati che a quel tempo erano puniti con la confisca di tutte le proprietà e con la pena di morte.
La storia ci consegna così Gilles De Rais come uno dei peggiori e più sadici assassini dell'umana esistenza. La maggior parte degli studiosi lo descrive come un cavaliere al servizio del Re, che una volta in pensione trascorse il tempo libero a violentare e uccidere ragazzini.
Altri invece sostengono che sia rimasto vittima di una congiura, perché è impossibile che sia riuscito a rimanere impunito per tutti quegli anni. Secondo questa ipotesi, De Rais sarebbe stato accusato con delle finte prove e condannato da un tribunale truccato, dal quale non riuscì a difendersi a causa della sua scarsa intelligenza. Un eroe di guerra, rimasto vittima di alcuni giochi di potere.
Per capire meglio Gilles De Rais e la sua storia, dobbiamo innanzitutto cercare di immaginarci la società in cui si svolgono i fatti. La Francia del 1400 è un paese tormentato dalla guerra, dalle pestilenze, dalla violenza e dagli intrighi politici. Un paese dove le cariche nobiliari e il potere vengono svenduti al miglior offerente, mentre i matrimoni strategici sono all'ordine del giorno.

Gilles nasce nel 1404, presumibilmente a Champtoce, in uno dei tanti castelli di proprietà della sua famiglia, chiamato la Torre Nera.
La Francia è ancora in guerra con l'Inghilterra a causa della disputa sull'erede del trono francese.
La causa della guerra risale al 1066, quando William il Conquistatore, Duca di Normandia, aveva invaso l'Inghilterra e ne era diventato Re. Le discendenze, la disputa su alcuni territori importanti come le Fiandre e diversi matrimoni combinati in 300 anni di storia hanno fatto il resto.
La guerra è scoppiata ufficialmente nel 1337, ma è risaputo che la Guerra dei 100 Anni sia stata piuttosto un insieme di battaglie sanguinose, separate tra loro da molti anni di tregua e alleanze momentanee.
Negli anni dell'infanzia di Gilles, sul trono inglese siede Enrico V, che è riuscito nell'impresa di riappacificare Inghilterra, Scozia e Galles e adesso pretende il trono francese.
A Parigi invece regna Carlo VI, detto Il Pazzo. Carlo è malato di schizofrenia, porfiria e disturbi bipolari. Sono note a tutti le sue famigerate "crisi", durante le quali il Re fa le cose più strane.
Una volta, sul finire del 1300, attaccò e uccise i soldati che gli facevano da scorta. Durante un'altra crisi, Carlo dimenticò il suo nome, ignorò di essere re e fuggì terrorizzato dalla moglie. Non riconobbe i figli, sebbene identificasse il fratello ed i consiglieri e ricordasse i nomi delle persone defunte. In alcuni degli attacchi successivi, egli vagò per il palazzo ululando come un lupo, si rifiutò di fare il bagno per mesi e soffrì dell'allucinazione di essere fatto di vetro.
Con un personaggio del genere a governare, il paese si ritrova diviso in diverse regioni, ognuna delle quali governata da un feudatario che dispone di grandi poteri, come coniare monete e fare leggi. In cambio il governo francese si accontenta di disporre dei servigi degli eserciti di questi Signori.
I primi anni di vita del giovane De Rais sono a noi sconosciuti. Come la società dell'epoca imponeva, è probabile che sia stato cresciuto come un "adulto in miniatura", trattato in maniera fredda e senza amore. Raggiunti i 7 anni, considerata l'età della ragione, probabilmente è stato istruito nelle discipline artistiche e umanistiche, costretto a recitare a memoria alcuni passi di letteratura greca e latina, addestrato nelle arti militari e nel bon ton.
Gli archivi descrivono Gilles come uno studente capace ed esperto nel campo militare, quanto goffo e grezzo nelle arti politiche. Sin da bambino viene quindi etichettato come individuo non all'altezza delle cospirazioni machiavelliche su cui si basa la Francia dell'epoca.
Il 25 ottobre del 1415, giorno di San Crispino, i due eserciti si fronteggiano sul campo di battaglia di Agincourt. Sarà una battaglia dura, ma alla fine l'esercito inglese, diretto da Enrico V in persona, la spunterà. Il Re inglese, al termine del combattimento, decide di uccidere gli 11 mila francesi catturati, per evitare di incontrarli in un'altra battaglia futura. Fra di loro ci sono molti nomi importanti dell'aristocrazia francese. Uno di questi è Amaury De Craon, zio di Gilles De Rais (all'epoca 11enne).
Fu la prima delle tre perdite significative che il giovane Gilles subirà in quegli anni.
Sua madre, Marie, muore durante la Festa dell'Epifania dell'anno dopo. Suo padre, Guy, muore invece pochi mesi dopo, ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia.
Nel proprio testamento, l'uomo lascia precise istruzioni affinché, per nessun motivo, i suoi due figli, Gilles e Rene, vengano affidati alla famiglia De Craon, dalla quale veniva sua moglie.
Anche in questo caso, i giochi di potere hanno la meglio e Jean De Craon, rimasto senza eredi, decide di venire meno alle volontà del proprio genero per il bene dei propri possedimenti. Così, verso la metà del 1416, Gilles e suo fratello si trovano affidati alle cure del terribile nonno .

Jean De Craon è un abile politico e cospiratore, sono pochi i personaggi storici che possono competere con le sue intricate macchinazioni. Agisce senza una coscienza e fa di tutto per raggiungere i propri scopi, principalmente legati al profitto. Non a caso, è il secondo uomo più ricco della Francia.
La sua influenza negativa si riversa immancabilmente sui due bambini. Mentre nei castelli dei loro genitori erano stati istruiti nella morale, nella religione e nelle discipline umanistiche, nel castello del nonno, situato a Champtoce, vicino alla Loira, vengono istruiti nelle arti militari e vengono plagiati dalla particolare morale di Jean. E'probabile che Gilles abbia sviluppato proprio in questo castello la perversione e la follia che esploderanno in età adulta.
Quando Gilles compie i 13 anni, Jean negozia il matrimonio tra lui e Jeanne Peynel, la figlia del Duca di Normandia. La ricchezza in dote alla piccola Peynel è pari a quella di Gilles e il matrimonio avrebbe reso la casata De Craon la più potente e ricca della Francia intera, per questo il Parlamento riesce a trovare in breve tempo un motivo abbastanza valido per impedirlo. Dieci mesi dopo, Gilles viene dato in fidanzato alla nipote del Duca della Borgogna. Anche questo matrimonio salterà, ma gli archivi storici non sanno spiegare il motivo.
Passano due anni e il 16enne De Rais è costretto dal nonno a rapire Catherine Thouars, una sua cugina erede di numerosi terreni. Jean fa rinchiudere nelle segrete del castello tre parenti della giovane che si erano avventurato in un'operazione di salvataggio, poi, nel 1420, sposa i due ragazzini e comincia le negoziazioni con il padre della ragazza, Milet Thouars. L'uomo però muore misteriosamente qualche tempo dopo e, in seguito alla liberazione degli ostaggi, Jean riesce a far riconoscere il matrimonio dalle autorità ecclesiastiche.

Gli anni successivi scorrono "tranquillamente", fino a quando, nel 1429, Gilles De Rais diventa consulente e primo generale di Giovanna D'Arco.
Dopo numerose e faticose battaglie, i due riescono a liberare Orleans e a scortare sano e salvo il nuovo erede al trono fino a Riems, la città dell'incoronazione dei Re francesi.
In quel periodo, Gilles riceve la massima carica militare francese e diventa molto potente, ma la sua ormai risaputa ignoranza politica lo lascia scoperto a diversi cospiratori che lo colpiranno molto presto.
Nel frattempo, nel 1432, anche Giovanna D'Arco cade vittima delle macchinazioni di un consigliere del Re e viene bruciata come eretica, mentre il nonno di Gilles, Jean De Craon, muore di malattia.
Sul letto di morte, l'uomo si pente di aver vissuto in maniera immorale e di aver cresciuto una persona spietata come suo nipote. Nel testamento, per farsi perdonare di tutto il male che aveva procurato in vita, l'uomo lascia tutte le proprietà ai contadini del luogo, mentre i soldi vengono destinati a un fondo per edificare due ospedali. Ai nipoti viene lasciata la spada personale.
Francesi e inglesi raggiungono un accordo e la Guerra dei Cento anni finisce. I nobili sciolgono i loro eserciti e tornano a gestire i propri terreni.
Tornato a vivere a Champtoce, Gilles si accorge ben presto che la vita sedentaria da eroe di guerra in pensione non fa per lui. La pratica militare in quegli anni aveva contribuito a celare la sua bramosia di morte, ma ora non c'è più nessuna battaglia da combattere. Memore delle stragi di nemici, il suo corpo desidera tornare a provare l'eccitazione del sangue che scorre fuori dal corpo di una vittima.

Gli archivi dell'epoca non sono molto precisi, ma la prima vittima di De Rais dovrebbe risalire al 1432, quando l'uomo si trasferisce con i suoi cortigiani al castello di Machecoul.
La vittima è un anonimo garzone di 12 anni, che un cugino di Gilles aveva mandato al castello per consegnare un messaggio. Alle autorità verrà raccontato che il bambino è stato rapito da una banda di briganti dei boschi.
Vestiti con gli abiti migliori e invitati a un banchetto, i bambini vengono trascinati dopo il pasto in una stanza nascosta, dove sono ammessi solo De Rais e i suoi servitori più fedeli.
Qui la vittima di turno viene appesa per il collo ad un gancio di ferro e quindi stuprata diverse volte. Tra una violenza e l'altra, Gilles De Rais toglie il ragazzo dal gancio e gli fa coraggio, consolandolo. Ad un certo punto, durante uno di questi gesti di conforto, il ragazzo viene ucciso.
Gli sventurati vengono assassinati in diversi modi, dalla decapitazione al taglio della gola. A volte vengono smembrati, altre volte vengono presi a bastonate sull'osso del collo. In alcuni casi, l'assassino si siede sulla loro pancia, facendosi un sacco di risate e masturbandosi nel vederli soffocare. Quando Gilles dispone di più teste decapitate, improvvisa macabre gare di bellezza.
De Rais fa forgiare anche una spada speciale, una spada a doppia lama corta e molto spessa, che lui chiama braquemard e che viene utilizzata appositamente per sgozzare i bambini.
Difficilmente le vittime vengono lasciate vive per più di una sera e occasionalmente il Barone ha rapporti anche con i loro cadaveri oppure gioca con le loro viscere.
I corpi vengono poi cremati e gettati nel fossato.
Gilles non è solo. Agisce con i suoi cortigiani. Non si sa con certezza fino a che punto siano costretti a reggergli il gioco e fino a che punto siano invece esseri perversi come il loro padrone. Uno dei principali coinvolti è un giovane, soprannominato Poitou, inseparabile braccio destro di Gilles. Originariamente arrivato nel castello come vittima, è stato risparmiato per la sua straordinaria bellezza e promosso al grado di complice.
Si sa inoltre che alcune persone procacciavano le vittime per lui.
Uno di questi è il cugino, Gilles De Sille, che gli manda numerosi bambini con qualche scusa, come il ragazzo-messaggero che ha dato inizio alla carneficina. Un altro procacciatore di vittime è Roger Briqueville, mentre che un'anziana donna senza nome, soprannominata da tutti "La Meffraye", si aggira per i borghi contadini rapendo alcuni bambini.
Tutte queste persone confesseranno i loro crimini durante il processo a De Rais e saranno punite.

Ben presto cominciano a girare strane voci sul castello di Machecoul, tanto che la gente trasale innanzi ai viandanti che dichiarano di venire da lì.
Le numerose scomparse di bambini dai villaggi mettono in allarme la popolazione contadina. De Sille sparge la voce che i bambini sono stati consegnati al Re d'Inghilterra, secondo un patto di pace, e che saranno educati come paggi di corte. Gli archivi non ci sanno dire se queste voci bastarono a placare l'opinione pubblica, ma di sicuro le scomparse continuarono senza freno.
Anche misticismo, spiritualità e religione giocano un ruolo importante nella vita di Gilles De Rais.
E' proprio il conflitto tra questo suo aspetto religioso e caritatevole con i crimini che avrebbe confessato sotto tortura che spinge molti studiosi a dubitare della reputazione criminale che accompagna il nome di Gilles da secoli.
Fervido e generoso sostenitore della Chiesa, De Rais fa edificare numerose cappelle e addirittura una cattedrale, stipendiando anche gli ecclesiastici necessari a svolgere tutte le funzioni.
Come compagno di Giovanna D'Arco, era stato testimone dei suoi miracoli, per esempio l'improvviso cambiamento di vento durante una battaglia in seguito a una preghiera della donna. Era al suo fianco quando l'eroina si era strappata via dalla spalla un dardo che avrebbe mandato all'ospedale un cavaliere di taglia media. L'aveva ascoltata pronunciare profezie che si sono poi avverate.
Per questo a Gilles non è mai risultato difficile credere nel soprannaturale, anche se secondo alcuni storici si sarebbe presto convertito all'alchimia e alla necromanzia.
L'alchimia era stata bandita dalla Chiesa un secolo prima, ma ciò non aveva dissuaso molti credenti dal cercare la famigerata Pietra Filosofale, che secondo la leggenda ha tra i suoi poteri quello di trasformare il piombo in oro. La chimica moderna trova le sue radici in questi folli sperimentatori che, nonostante le loro immorali motivazioni, fecero delle scoperte molto importanti per l'umanità.
La maggior parte degli alchimisti era comunque composta da un manipolo di ciarlatani e prestigiatori che approfittavano delle loro abilità con le mani e con le parole per servirsi di uomini ricchi e creduloni.
Gilles, fissato con il misticismo e in crisi economica, diventa ben presto una facile preda di questi alchimisti artefatti e non ammetterà mai di essere stato manipolato e raggirato numerose volte. La maggior parte degli alchimisti da lui assunti scapperà infatti con un bel bottino, dopo aver mostrato un paio di numeri da circo.
Oltre all'alchimia, uno dei riti che più interessano De Rais, è l'invocazione di qualche Demone, al qualche vorrebbe chiedere di ripristinare la sua ricchezza e di donargli molto potere.
Per questo motivo, nel 1439, fa venire da Firenze un certo Francesco Prelati, un truffatore molto abile e intelligente, che è riuscito a crearsi la fama di più grande mago della Penisola, capace di invocare qualsiasi tipo di spirito o entità soprannaturale.
Un giorno di maggio, verso mezzanotte, il ragazzo si appresta a realizzare un'invocazione di un Demone. Lo assistono De Rais, De Sille, Poitou e Blanchet, l'alchimista di fiducia di Gilles.
Riuniti nella sala più bassa del castello, tra le tappezzerie antiche e i manufatti di guerra, Prelati disegna un grande cerchio sul pavimento e comincia a tracciare strani simboli pagani e religiosi all'interno. De Rais stringe tra le braccia un libro di formule magiche che avrebbe fatto scrivere con il sangue dei bambini uccisi.
Lo showman apre tutte le finestre della stanza e avverte il suo pubblico di non farsi per nessun motivo al mondo il segno della croce durante il rito. Per tutta risposta, Gilles caccia tutti i presenti, ritenuti da lui dei grandi fifoni, e chiede di rimanere solo con il mago.
La fortuna assiste Prelati e un temporale si scatena dopo circa 3 ore di invocazioni inutili, permettendo al toscano di carpire ancora di più la fiducia del suo "datore di lavoro". Prelati dichiara così che Barron, un demone molto potente, si è messo in contatto con lui e ha chiesto il cuore, gli occhi, le mani e l'organo sessuale di un bambino.
Gilles accontenta il truffatore, che per i 10 mesi successivi riuscirà a portare avanti questa commedia con successo, mettendo da parte un buon gruzzolo. Il Demone Barron naturalmente non si paleserà mai, ma in compenso intratterrà numerose discussioni private con Prelati.

I fallimenti esoterici non distraggono comunque Gilles dalla sua sete di sangue e le sparizioni dei giovani contadini continuano.
Nello stesso anno, il 1439, Rene De Rais, preoccupato dallo sperperare del fratello, riesce ad ottenere dal Re un editto che gli conferisce il controllo del castello di Champtoce e impedisce a Gilles di vendere qualsiasi appezzamento di terreno della famiglia.
Quando Gilles scopre che Rene sta venendo in visita con le intenzioni di prendere possesso anche del castello di Machecoul, si fa prendere dal panico e ordina a Poitou e a Henriet (un servo anziano e molto fedele) di uccidere e bruciare immediatamente i 40 bambini che sono ancora tenuti in ostaggio nel maniero.
La cosa viene fatta troppo in fretta e viene scoperta da due nobili amici di De Rais, che decidono però di non denunciare il fatto, in quanto le vittime sono semplici e miseri contadini.
Il timore di Gilles si rivela comunque corretto. Tre settimane dopo essere passati da Champtoce, Rene e un suo cugino occupano Machecoul.
Gilles De Sille e un servitore vengono incaricati di distruggere tutti gli attrezzi alchemici e di far sparire alcuni scheletri rinvenuti nelle segrete, sui quali i familiari di Gilles non si interrogano nemmeno, innalzando di proposito un muro di silenzio.

Impotente politicamente, in pensione a soli 36 anni, senza i soldi per pagarsi un esercito e privato del potere di gestire le sue proprietà, Gilles De Rais è ormai una preda facile e ambita da molti dei feudatari vicini, che desiderano ardentemente entrare in possesso dei suoi terreni.
Cominciano ad essere tessute delle intricate trame e per Gilles scatta il conto alla rovescia.
L'inizio della fine si colloca nei primi mesi del 1440, quando Gilles, messo insieme un piccolo esercito di briganti, fa irruzione nella chiesa di St. Etienne de Mermorte durante un'importante rito cattolico. Con lo sguardo da pazzo e brandendo un'ascia, Gilles prende in ostaggio il prete, fratello di un nobile che aveva occupato un castello dei De Rais costringendoli a venderglielo, pretendendo la liberazione della sua proprietà.
E' a questo punto che i nemici di Gilles decidono che il rivale è andato troppo oltre.
Jean V, Duca della Bretagna (il fratello del prete sequestrato) è il primo a muoversi e a formare un'alleanza con il Vescovo di Nantes, Jean De Malestroit, rivale della famiglia De Rais da molti anni.
Malestroit comincia l'operazione anti-Gilles De Rais, raccogliendo deposizioni e informazioni da sette persone vicine all'ex combattente, mettendo insieme tutte le informazioni utili. Possiamo immaginare la sua reazione quando scoprì del libro magico scritto con il sangue dei bambini per invocare i Demoni e delle torture ai danni dei giovani contadini.
Nel luglio del 1440, viene finalmente pubblicato il documento su Gilles De Rais redatto dal Vescovo.
Nel rapporto, Malestroit asserisce: "Milord Gilles de Rais, cavaliere, signore e barone posto sotto la nostra giurisdizione, con certi complici tagliò le gole a molti giovani e ne uccise atrocemente degli altri. E' stato dichiarato che lui ha praticato con questi bambini la sodomia. Spesso ha cercato di convocare a sé degli esseri infernali, facendo anche sacrifici umani in loro nome, e ha perpetrato altri orrendi crimini sempre restando entro i limiti della nostra giurisdizione..."
Nonostante le parole aspre provenienti dalla cattedrale in Nantes, Gilles rimane risoluto e si barrica ingenuamente nel castello di Tiffauges. Lui è Maresciallo di Francia, capo militare del Re, padrone spirituale del potente Demone Barron e signore dei villaggi di Rais: nessuno avrà mai il coraggio di sfidarlo e di presentarsi al castello per accusarlo di eresia e omicidio.
I suoi complici non sono invece così ottimisti. Gilles De Sille e Roger Briqueville avevano messo da parte dei soldi per un'evenienza simile e fuggono. Henriet tenta inutilmente il suicidio.
Solo Poitou e i due maghi Prelati e Blanchet rimangono fedeli a De Rais, attendendo il proprio fato nel castello.

Ad agosto, il Conestabile della Francia, fratello dell'onnipresente Duca della Bretagna, prende possesso del castello di Tiffauges e chiede il permesso alle autorità per poter arrestare De Rais, che nel frattempo si rifugia a Machecoul. L'autorizzazione non arriva fino al 14 settembre 1440, perché il Re aveva ordinato di aprire un'inchiesta parallela a quella del Vescovo di Nantes, per assicurarsi che le prove fossero fondate.
Il giorno successivo all'autorizzazione per l'arresto di Gilles, il Duca di Bretagna si presenta ai cancelli di Machecoul e prende in custodia sia il Barone che i suoi servitori. De Rais viene portato a Nantes, dove un tribunale lo interroga sull'assalto alla chiesa di St. Etienne de Mermorte. Nessun fa cenni agli omicidi di bambini o alla passione per il soprannaturale.
Non trattandosi di un cittadino comune, la custodia di Gilles si svolge nelle comode stanze di un castello a Nantes. Mentre lui si gode questa "vacanza" forzata, il giudice principale della Bretagna, Pierre De L'Hopital, fa interrogare i genitori e i parenti dei bambini scomparsi nei dintorni di Machecoul. Molte donne dichiarano di essere state costrette da Poitou a consegnare i loro figli per permettere a De Rais di condurli al castello dove ne avrebbe fatto dei cortigiani.
Gli interrogatori ai parenti delle vittime vanno avanti da 18 settembre all'8 ottobre, sotto l'occhio attento delle autorità ecclesiastiche che pretendono e ottengono la partecipazione del Vicario dell'Inquisizione, Jean Blouyn.
Il 13 ottobre 1440, i giudici, basandosi sulle testimonianze raccolte, accusano formalmente De Rais di 34 omicidi (avvenuti a partire dal 1432), di sodomia, di eresia e di assalto contro un rappresentante della Chiesa. L'accusa chiede invece di alzare il conto delle vittime a 140, a partire dal 1426. La più curiosa delle accuse è sicuramente quella di non aver mantenuto fede a una promessa fatta a Dio, in un presunto periodo di pentimento, di fare un pellegrinaggio fino a Gerusalemme per purificare la propria anima.
Convocato di fronte al tribunale per rispondere ai capi di accusa, Gilles De Rais attacca verbalmente le persone che lo stanno interrogando, chiamandoli simoniaci (i venditori di indulgenze) e dichiarando di preferire l'impiccagione immediata piuttosto che parlare con loro. In tutta risposta, gli ecclesiastici di Nantes lo scomunicano.
E' una mossa astuta, che fa vacillare il credentissimo Gilles, preoccupato adesso della propria anima. Per questo l'imputato, due giorni dopo, visibilmente provato, riconosce l'autorità della corte e, inginocchiato e in lacrime, chiede umilmente perdono per l'attacco verbale di due giorni prima.
Il Vescovo, avendo ormai ottenuto la sua collaborazione, lo riammette prontamente nella Chiesa.

Nonostante sia De Rais che i suoi complici si siano dichiarati collaborativi, l'accusa chiede ed ottiene che Gilles venga torturato presso La Tour Neuve, per avere la sicurezza che l'imputato confessi tutto quello che ha fatto.
Nemmeno poche ore dopo, Gilles De Rais, prima ancora di cominciare il "trattamento", fermatosi davanti allo strumento di tortura che lo attende, si dichiara disponibile a consegnare a Pierre De L'Hopital e al Vescovo una confessione dettagliata e firmata. Nella confessione, Gilles scagiona i propri complici, dichiarandosi unico colpevole e responsabile. Confessa inoltre di aver agito per soddisfare i propri bisogni carnali e i propri vizi, senza altri scopi.
La confessione non contiene l'ammissione di aver tentato di invocare il Demonio. Siamo in un'epoca in cui l'omicidio di un contadino è ritenuto davvero di poco conto rispetto a un'eresia.
Per riuscire a condannare a morte il Maresciallo, i giudici hanno bisogno di una confessione anche sul piano esoterico. Per questo, decidono di minacciare di tortura anche il mago italiano, Prelati, che prontamente confessa di aver aiutato Gilles a invocare un Demone.
Quando i due si incontrano nei corridoi del tribunale, Gilles De Rais scoppia in lacrime e dimostrando di non provare nessun rancore dichiara al mago: "François, amico mio! Non ci vedremo mai più in questo Mondo, ma pregherò Dio affinché ci perdoni e ci faccia incontrare in Paradiso!"
Effettivamente non si vedranno mai. Condannato all'ergastolo, Prelati riuscirà ad evadere qualche anno dopo, ma, tornato a fare il mago, verrà definitivamente catturato, condannato per eresia e impiccato.
La settimana successiva, Gilles ripete la sua confessione di fronte alla corte ecclesiastica, che nuovamente lo scomunica, straziandolo. Sarà di nuovo il Vescovo di Nantes a riaccoglierlo nella Chiesa qualche giorno dopo, promettendogli una sepoltura in terra benedetta.
Il tribunale, nel frattempo, condanna Gilles, Poitou, Henriet ad essere appesi per il collo fino alla morte, mentre i loro corpi erano destinati a bruciare fino all'incenerimento su delle pire.
Non si sa che fine abbia fatto la vecchia donna che si aggirava nei boschi vestita di nero a rapire i bambini.
De Rais chiede e ottiene di essere giustiziato per primo, per dare il buon esempio ai propri servitori.

Gli imputati vengono condotti alla forca il 26 ottobre 1440.
Prima della sua esecuzione, Gilles pronuncia alla folla un lungo sermone su quanto sia pericoloso educare in maniera diabolica i giovani. Ammette i suoi peccati ed esorta gli astanti ad allevare i loro bambini in maniera severa e secondo gli insegnamenti della Chiesa.
Il testo intero del sermone è andato perduto, ma gli archivi ne parlano come un eccellente esempio di umiltà cristiana e di pentimento.
Gilles viene impiccato subito dopo, ma il Vescovo, per mantenere la propria promessa, fa rimuovere il corpo prima che la pira infuocata lo raggiunga e lo fa seppellire con il rito cattolico.
La chiesa dove si trovava la tomba andrà distrutta durante la rivoluzione francese.

Non vi voglio opprimere con l'ennesima descrizione degli intrighi e dei giochi di potere della nobiltà francese per spiegare come furono divisi gli averi di Gilles De Rais.
In breve, la moglie Catherine Thouars, sparita dalla scena poco dopo il matrimonio, si sposò con Jean De Vendome, un uomo ricco e potente, alleato dell'ormai potentissimo Duca di Bretagna, il presunto burattinaio di tutta la storia. La figlia di Gilles, Marie De Rais, si sposò con un ammiraglio della marina militare francese, stranamente nemico del Duca di Bretagna, ma morì senza figli. Il fratello Rene, ereditata la maggior parte dei beni, compreso il titolo di Barone, soggiornerà nel castello di Champtoce fino alla morte, controllato come un carcerato dagli uomini del Duca di Bretagna. Morirà nel 1473, lasciando una figlia che rimarrà senza eredi.
La casata De Rais, che il vecchio Jean De Craon aveva cercato in ogni modo di preservare e rendere potente era dunque finita miseramente.

La storia di Gilles De Rais termina qui.
Ricostruita soprattutto in base agli archivi storici, ci lascia comunque con il dubbio iniziale. Gilles De Rais è stato un eroe di guerra o un mostro sanguinario? La storia, si sa, la scrivono i vincitori e bisogna anche considerare che la confessione è arrivata solo dopo le minacce di tortura. Chi non confesserebbe, posto davanti a orribili strumenti di tortura? Secoli di storia dell'Inquisizione ci insegnano che delle donne, poste a quei trattamenti disumani, siano arrivate addirittura a confessare di aver praticato sesso anale con Satana!
I giudici inoltre non avrebbero mai permesso a Gilles di tenere un discorso alla folla se non fossero stati sicuri di avergli lavato il cervello. Coloro che continuavano a dichiararsi innocenti venivano giustiziati direttamente nelle segrete, dopo le torture, e veniva sparsa la voce che avevano confessato.
Noi non abbiamo nessuna prova della sua colpevolezza oltre alla sua confessione, dato che i corpicini, stando a quanto raccontato, venivano bruciati fino ad essere ridotti in cenere.
D'altra parte, che motivo avrebbero avuto tutte quelle famiglie per accusare Gilles De Rais di aver fatto sparire i loro figli? Inventandosi delle storie a proposito della scomparsa di alcuni bambini non avrebbero comunque ottenuto nulla in cambio. Non avevano nessuna buona ragione per mentire.
È improbabile che Gilles abbia ucciso un centinaio di bambini. E' possibile invece che abbia ucciso il primo messaggero che è arrivato al suo castello. A questo punto però, potrebbe non essere stata l'unica vittima...
La verità sul Gilles De Rais non ci sarà mai nota. Soltanto due cose resteranno abbastanza certe: la prima è che la confessione, essendo stata ottenuta con la forza, è comunque inesatta e volutamente esagerata. La seconda è che De Rais in qualche modo si era sicuramente macchiato di qualche crimine e non merita di essere ricordato esclusivamente come un eroe al servizio dell'esercito francese.

D.D.F(OCCHI ROSSI)

lunedì 24 ottobre 2011


Una Santa dal nome insolito: Tabita.

Questo insolito nomediviene, però, quanto mai suggestivo quando si sappia che Tabita in ebraico, significava " gazzella ", e che " gazzella ", a sua volta, era nome composto con la parola ebraica " bellezza ", evidentemente grazie alla delicata eleganza di questo animale.
In greco, la Santa di oggi è chiamata Dorcas: il significato di questo nome è identico, perché vuoi dire anch'esso " gazzella ".
Che cosa sappiamo sul conto della gazzella cristiana? Conosciamo soprattutto - anzi, esclusivamente - un episodio narrato dagli Atti degli Apostoli, che resta tra i miracoli più celebri dell'Apostolo Pietro.
Rileggiamo insieme: " C'era nella terra di loppe, - è scritto, - una cara discepola, chiamata Tabíta, che tradotto significava Dorcas. Era donna ricca di buone opere, e faceva molte elemosine.
" Avvenne che proprio in quei giorni ella si ammalò, e morì. E, dopo che l'ebbero lavata, la posero nella sala al piano di sopra. Siccome Lidda era vicina a Joppe, i discepoli, saputo che Pietro era lì, gli mandarono due uomini a pregarlo: "Non ti dispiaccia venire sino noi! ".
" Pietro si levò, e andò con loro e, come fu giunto, lo condussero nella sala di sopra. Tutte le vedove gli si fecero intorno, piangendo, mostrando le vesti e i mantelli di ogni genere che Dorcas faceva per loro.
" Allora Pietro, fatti uscire tutti fuori, si mise in ginocchio e pregò. Poi, rivoltosi alla morta, disse: "Tabíta, alzati”, ed ella apri gli occhi e, vedendo Pietro, si levò a sedere.
" Pietro le dette una mano, e la fece alzare e, chiamati i santi e le vedove, la presentò a loro viva.
" Il fatto - aggiungono gli Atti degli Apostoli -venne risaputo per tutta loppe, e molti credettero nel Signore. Pietro si fermò a Joppe diversi giorni, in casa di un certo Simone, cuoiaio ".
Nulla di più sappiamo sul conto della donna di Joppe, cioè deIl'odierna città di Giaffa. L'episodio miracoloso narrato dagli Atti degli Apostoli è l'unica testimonianza storica alla quale è affidato il ricordo della " gazzella " cristiana, richiamata in vita dalle preghiere di San Pietro.
I Greci introdussero il nome della " cara discepola " nel Calendario dei Santi, ma non si può dire che Tabita abbia mai conosciuto un culto particolare né una diffusa devozione. La sua memoria, tra i Santi, è restata sempre un po' in disparte, e neanche le leggende hanno aggiunto un seguito al clamoroso miracolo di loppe.
Ma la memoria della gazzella risvegliata dal sonno eterno dalle preghiere di San Pietro non si è perduta, e dalle pagine del testo ispirato, la figura della donna generosa si leva ancora eloquente davanti a noi, pur nell'oscurità che la circonda prima e poi.

mercoledì 19 ottobre 2011


Zanzotto, la poesia
che vedeva in anticipo

Andrea Zanzotto, nel giorno del suo 90/mo compleanno del poeta, in una foto d'archivio del 10 ottobre 2011 a Pieve di Soligo (Treviso).
+ Morto Zanzotto, il cantore del tempo
+ L'ultima intervista a La Stampa MARCO ALFIERI
E' morto ieri a 90 anni, festeggiati appena pochi giorni fa. Si confrontava con la tradizione, ma nella piena apertura al rischio della sperimentazione
MAURIZIO CUCCHI

Ha lasciato che il mondo lo festeggiasse per i suoi novant’anni, e poi, così rapidamente, si è congedato per sempre. Andrea Zanzotto ha scavato in profondità per tutta la vita, è stato una figura di intellettuale apertissima e capace di spaziare liberamente nelle più diverse forme del pensiero e dell’arte. Ma certo, è stato soprattutto un grande poeta, e lo è stato, in effetti, fin da subito, fino dagli esordi dei primi Anni Cinquanta. Possiamo tranquillamente affermare che la sua opera, nel panorama della nostra poesia del secondo Novecento, ha un valore di centralità assoluta.

Fino dai suoi esordi, promossi tra l’altro da figure ormai storiche di primissimo piano, tra le quali Giuseppe Ungaretti, l’intensità verticale della sua lirica - sempre caratterizzata, peraltro, da forti strappi interni, da vistose increspature - era stata ampiamente riconosciuta. Dopo Dietro il paesaggio (del ’51), con un libro come Vocativo (’57), Zanzotto aveva già scritto uno dei capitoli più sicuri della nostra poesia del secolo scorso, dimostrando, tra l’altro, una virtù che è dei grandi ma solo dei grandi: quella, cioè, di antivedere, di cogliere in sensibile anticipo i mutamenti storici. Poiché Zanzotto, considerato spesso scrittore arduo e poeta del significante, è soprattutto un grande poeta della complessità, un poeta di pensiero e di contenuti forti, un poeta nettamente immerso nella condizione del proprio tempo, nei suoi disagi e nelle sue contraddizioni. Cosa che ha spesso evidenziato nelle dichiarazioni pubbliche, nelle prese di posizione anche negli ultimi anni.

Ed è stato un anticipatore - da straordinario inventore di linguaggio quale era - di alcune delle principali tendenze della nostra poesia recente. Come l’uso del dialetto, tanto che con Filò, nel ’76 (un poemetto scritto su commissione di Federico Fellini per il Casanova), aveva riscoperto in poesia, tra i primissimi, le virtù di una lingua essenzialmente orale, legata al territorio - nel suo caso il Veneto, essendo nato e vissuto a Pieve di Soligo (Treviso). E questo suo forte legame con il territorio, e con quanto nel corso della storia il territorio ha saputo assorbire e progressivamente, in parte, cedere, è visibilissimo nella sua opera.

Ma Zanzotto è stato anche il primo a promuovere, in senso antiframmentistico, la necessità di un progetto ampio in poesia, e dunque di un’articolazione poematica, realizzata nella sua trilogia, da lui definita con sublime understatement «pseudo-trilogia», composta dal Galateo in bosco, Fosfeni e Idioma (tra il ’78 e l’86). Nel primo di questi tre libri, forse uno dei punti più alti della sua ricerca (termine da lui prevalentemente usato per indicare il proprio lavoro poetico) si è cimentato magistralmente con la forma chiusa, scrivendo l’Ipersonetto, una serie concatenata di sonetti, che suonava come un definitivo, personale addio a una struttura classica, forse la più nobile e amata, poi ripresa in seguito da numerosi altri poeti delle generazioni più giovani.

«Tradizionista a sera / all’alba novatore», aveva già in precedenza detto ironicamente di se stesso, nelle IX Ecloghe. E infatti, uno degli elementi chiave della sua grandezza è stato nella capacità di confrontarsi sempre con l’amata tradizione della nostra lirica, ma nella piena apertura al rischio indispensabile del nuovo e dunque alla sperimentazione, come è evidente in uno dei suoi libri più apprezzati, La Beltà, del ’68. Dentro il suo animo era incancellabile il rimpianto per un perduto tempo della poesia elegiaca, per una quieta «normalità» semplice del suo amato paesaggio. Ma nella piena, per quanto dolorosa, consapevolezza che nulla sarebbe potuto ormai tornare com’era stato per secoli. Così come nulla avrebbe potuto riportare il senso della poesia alla sua classica dimensione, a quella degli amatissimi Virgilio e Petrarca.

Per chi lo ha conosciuto e lo ha ascoltato nel corso dei decenni, ha sempre meravigliato la vitalità formidabile e brillante della sua intelligenza, la scioltezza vivacissima di affabulatore creativo e critico nei confronti dei vari orrori della contemporaneità. Ho avuto la fortuna di incontrarlo quarant’anni fa, e l’onore di laurearmi sulla sua poesia. Mi si perdoni questa nota personale, ma anche la sua geniale semplicità umana è stata in grado di alimentare chi ha potuto frequentarlo.

A novant’anni, il pensiero poetico di Zanzotto si era conservato ben attivo. Ho qui tra le mani un suo volumetto di nove poesie, Il vero tema (Biblioteca Nazionale Marciana/Cento amici del libro), dal quale voglio citare, per concludere, questi versi: «Non c’è bruscolo di tempo / né di spazio / che non meriti per sé infiniti poemi / che già in sé non li sia».

domenica 16 ottobre 2011




Carlo Goldoni e i rapporti con l’Illuminismo Lombardo
di Domenico Letizia


Il riformatore comicista Carlo Goldoni ha attraversato dalla nascita alla morte l’intero secolo del settecento, quello famoso per la rivoluzione non violenta dei lumi. Goldoni ha rinnovato il teatro comico restituendogli dignità letteraria , salvandolo dalla deludente e primitiva commedia dell’arte a cui il teatro sembrava destinato e abilitandolo a svolgere una responsabile funzione di civilizzazione.
Le opere del Goldoni intrinseche di tematiche care agli Illuministi: dal contrasto generazionale, il sentimento di eguaglianza tra gli uomini, la polemica contro la nobiltà che disprezza i valori di sincera modernità, l’antipatia che Carlo Gozzi provava per il Goldoni, per il Gozzi il teatrante aveva attributo, e vi era riuscito, del ridicolo ai personaggi della nobiltà per cattivarsi l’animo della plebe, anche queste dichiarazioni fruttarono al Goldoni l’incondizionata ammirazione dei membri della Società dei Pugni quelli del famoso periodico lombardo e non “Il Caffè”, l’organo di battaglia e divulgazione dal carattere enciclopedico dei fratelli Verri, Pietro e Alessandro, lumi dell’illuminismo lombardo a cui partecipava e collaborava, il nonno di Alessandro Manzoni, Cesare Beccaria passato alla storia per la pubblicazione nel 1764 del capolavoro, oggi ancora attualissimo per il diritto, la giustizia e anche l’etica filosofica: “Dei delitti e delle pene”.
Per il Caffè tutto ciò che rappresentava progresso, umanità e diffusione di queste era vera letteratura, la loro lotta era ispirata da originalità e da una seria e consapevole volontà di rinnovamento morale e culturale. Goldoni con la sua riforma, la commedia di carattere e attraverso i capolavori come “La Bottega del Caffe”, “I quattro rusteghi” o “La Locandiera” con la creatura capolavoro goldoniano Mirandolina, ha espresso concretamente le idee dei fondatori del Caffè.
Costoro provarono ammirazione e appoggiarono il Goldoni quando si svelarono le più aspre critiche da parte degli avversari sulla questione della lingua usata dal Goldoni, ritenuta banale, troppo legata ai dialetti, lontana dalle esattezze dei puristi della lingua italiana. Ma le ragioni e motivazioni che diede il Goldoni furono profonde, concrete e innovatrici: “Lo fo sapere agli esteri e i posteri ch’io non sono accademico della Crusca, ma sono un poeta comico che ha scritto per essere inteso in Toscana, in Lombardia, in Venezia principalmente ….. essendo la commedia un imitazione delle persone che parlano, più di quelle che scrivono, mi sono servito del linguaggio più comune rispetto all’universale italiano ”.
Anche da ciò la totale ammirazione concretamente legata a valori moderni per il poeta comico Carlo Goldoni da parte degli illuministi della Società dei Pugni e del periodico “Il Caffè” .

Rivista “InStoria”, Ottobre 2011

Il piú antico documento su Gallo è un frammento della Vita che B. Krusch data dalla fine del sec. VIII.
Il monaco Vettino compose una seconda biografia tra l'816 e l'824. Valafrido Strabone scrisse, verso l'834, una terza Vita e rimaneggiò una raccolta di miracoli composta da Gozberto il Giovane, monaco di San Gallo. Una Vita ritmica, pervenuta sotto il nome dello stesso Valafrido, è in realtà di un anonimo del sec. IX. Altri documenti posteriori non apportano niente di nuovo.
Nonostante queste Vitae, s. Gallo è poco conosciuto. Scartate le leggende e ciò che è incerto, si può dire che, nato in Irlanda verso la metà del sec. VI, fu uno dei dodici discepoli di s. Colombano, che lo accompagnarono nel continente. Visse prima a Luxenil col suo maestro, poi lo seguí di nuovo nei suoi spostamenti, specialmente quando partí per l'esilio l'anno 610. Insieme andarono fino a Bregenz, sulle rive del lago di Costanza, ma allorché Colombano dové partire per l'Italia, verso l'anno 612, si separarono e Gallo andò con qualche compagno a stabilirsi in Svevia, ad ovest di Bregenz, presso la sorgente dello Steinach, dove visse come eremita con alcuni fedeli, e dove, verosimilmente, morí in data indeterminata, fra gli anni 630 e 645.
Dopo la sua morte sulla tomba fu edificata una chiesa che, prima dell'anno 750, col nome sancti Galluni era divenuta il centro d'una abbazia, fondata da Otmaro. Nel sec. IX essa si chiamava abbazia di San Gallo, sebbene non fosse stata da lui fondata.
Che cosa si può ricavare da tradizioni piú o meno leggendarie trasmesse tramite le Vitae che conosciamo? Gallo sarebbe stato ordinato prete per volere del suo abate prima di lasciare l'Irlanda. In esilio a Bregenz, egli avrebbe mostrato molto zelo nel predicare alle popolazioni della regione e nel distruggere gli idoli, ciò che gli avrebbe attirato l'inimicizia dei pagani.
L'episodio piú noto è la sua separazione da s. Colombano: quando questi si mise in strada per l'Italia, Gallo, ammalato, sollecitò il permesso di restare. Colombano, credendo forse che la malattia nascondesse l'attaccamento ad un luogo calmo e gradevole, rimproverò a Gallo ciò che considerava un rifiuto ad affrontare pene e fatiche e in conseguenza gli vietò di celebrare il santo sacrificio della Messa finché vivesse. Gallo sarebbe infatti rimasto molti anni senza salire all'altare. Avvertito miracolosamente della morte prossima di Colombano, inviò un messaggero a sollecitare l'assoluzione presso il suo maestro che si trovava in Italia. a Bobbio. Il messaggero ritornò portando il perdono di Colombano e il suo bastone abbaziale lasciato al suo antico discepolo come pegno di riconciliazione.
Un giorno, mentre Gallo era in preghiera, un orso sarebbe venuto per cibarsi dei resti del pasto e per alimentare un magro fuoco acceso per riscaldare un ammalato. Gallo avrebbe tolto dal piede dell'orso una spina e questo lo avrebbe aiutato a costruire il suo romitorio. Per questa ragione l'iconografia rappresenta di solito Gallo accompagnato da questo animale. Egli avrebbe anche liberato dal demonio la figlia del re di Francia, Sigeberto, che, in riconoscenza, gli avrebbe offerto una proprietà presso Arbon, sul lago di Costanza, per stabilirvi un'abbazia. Gallo avrebbe rifiutato a due riprese il vescovato di Costanza e l'ufficio di abate di Luxeuil, ma avrebbe pronunziato, in occasione dell'intronizzazione nella cattedrale di Costanza di uno dei suoi discepoli, un discorso che si:sarebbe conservato. Sarebbe morto in Arbon, a novantacinque anni, e sarebbe stato sepolto ai piedi dell'altare del suo eremitaggio. Come separare in tutto ciò il buon grano della storia dal loglio della leggenda?
L'abbazia, fondata cento anni dopo la morte del santo eremita, divenne custode dei suoi resti e del suo culto. Usuardo iscrisse la festa di s. Gallo, che è ancor oggi celebrata anche il 16 ottobre, al 2 febbraio, data, probabilmente, di una traslazione delle reliquie. Il Pidoux riferisce che in questo giorno nell'abbazia di San Gallo, i sacerdoti celebravano tre Messe, come per Natale.
L'abbazia, a partire dall'854, fu esente dalla giurisdizione del vescovo di Costanza; nello stesso tempo divenne centro di irradiazione spirituale e culturale per una vasta regione, ma pur se potente e centro di un autentico principato monastico, non poté resistere alla Riforma. Nel sec. XVI le reliquie di Gallo furono bruciate quasi per intero dagli Zuigliani, padroni della città che era sorta intorno al monastero. All'abbazia successe un vescovato nel 1823 che divenne del tutto indipendente nel 1846.
Il culto di Gallo resta vivo nell'est della Svizzera, nel sud-ovest della Germania e nell'Alsazia. Nel 1950 il vescovo di San Gallo portò a Luxeuil, con una statua offerta dagli abitanti della città svizzera, alcune reliquie di Gallo. In Baviera, a Fussen e a Kempten, si possiedono ancora, si crede, i resti del bastone inviato da s. Colombano al santo.
In seguito ad una confusione nata tra il popolo, si invoca s. Gallo come protettore dei volatili, specialmente dei gallinacei.

Le leggende su San Gallo
L'orso di San Gallo nello stemma della città omonimaUna nota leggenda su San Gallo vuole che un fatto straordinario avesse avuto luogo presso queste cascate. Mentre il compagno di San Gallo, Hiltibod, dormiva, quegli era già sveglio quando improvvisamente gli si parò innanzi un grosso orso. San Gallo non si lasciò intimidire da quell'apparizione: egli ordinò all'orso, in nome del Signore, di gettare un pezzo di legno nel fuoco. L'orso ubbidì e gettò il pezzo di legno nel fuoco. San Gallo deve aver infine dato all'orso una pagnotta, a condizione che non si facesse più vedere. Hiltibod, che nel frattempo si era svegliato ed aveva visto ed udito tutto, disse a San Gallo: Ora so che il Signore è con te, se persino gli animali della foresta ubbidiscono alla tua parola. L'orso non si fece poi più vedere. Nell'interpretazione di questa leggenda l'incontro di San Gallo con l'orso fu un segno al missionario pellegrino di stabilirsi quel luogo e vincere le forze della natura.
La leggenda del mostro di Loch Ness

C'è un'altra leggenda riguardo a San Gallo, descritta nei libri della tradizione scozzese.[senza fonte] Si dice che San Colombano, che nel 565 con i suoi seguaci giunse nelle Highlands per convertire al cristianesimo gli scozzesi, abbia partecipato per puro caso ad una cerimonia funebre presso il lago di Loch Ness. Il morto fu afferrato all'amo da un mostro sul lago. San Colombano mandò un suo seguace (forse proprio San Gallo) sul luogo dell'incidente. Immediatamente il mostro emerse dai flutti. Non disturbare più questa gente! Ritorna immediatamente giù di dove sei venuto! ordinò il santo e fece il segno della croce. Il mostro obbedì e tutti i testimoni di questo miracolo si convertirono alla fede cristiana.

sabato 15 ottobre 2011


- ERA IL 15 OTTOBRE 1917

Novantaquattro anni fa moriva Mata Hari, la spia





Respinse con fierezza il giovane soldato, tutto emozionato, che voleva bendarle gli occhi
La donna spia più famosa di tutti i tempi, il cui nome d’arte, Mata Hari, è diventato addirittura sinonimo di mistero e seduzione, fu fucilata 90 anni fa, il 15 ottobre 1917, nel poligono militare francese di Vincennes, come spia dei tedeschi. Aveva 41 anni.

Per un personaggio così particolare, anche il momento fatale dell’esecuzione non può essere paragonabile ad una cerimonia “normale”: sul comportamento, vero o presunto, di Margarita Geltrude Zelle (questo il suo vero nome) di fronte ai militari incaricati di colpirla a morte, sono fiorite leggende e dicerie. C’è anche chi dice che i componenti del plotone furono bendati per prevenire il rischio che si facessero condizionare dal carisma della bella spia, pronta ad immolarsi al loro cospetto.

Mata Hari, poi, avrebbe affrontato l’ultima prova dando prova di uno smisurato sangue freddo, guardando tranquillamente negli occhi i suoi esecutori e addirittura inviando loro dei baci. Il fascino erotico della danzatrice olandese emerge infine nella voce, mai confermata, secondo la quale un attimo prima dei colpi Mata Hari si sarebbe tolta il soprabito, offrendosi nuda alle fucilate. Dettagli, chissà se reali, che contribuirono ad alimentare il mito dell’affascinante agente segreta e a tramandarlo nei decenni, fino ad oggi.

Quel 15 ottobre 1917, i fatti
Quel giorno Mata Hari venne svegliata all’alba. Sapeva cosa l’attendeva e non mostrò nessuna emozione, così come aveva fatto durante tutto il processo. Venne portata nella foresta parigina di Vincennes, normalmente luogo di fucilazioni o zona di esercitazioni al tiro dei soldati.

Formando un quadrato sul terrapieno del poligono di tiro trenta fucilieri attendevano allineati su tre file, le armi in pugno,con l’elmetto in testa e le uniformi azzurre.
La condannata venne accompagnata da due suore, un sacerdote e dal suo avvocato Clunet: indossava un lungo abito grigio, cappotto blu scuro e un ampio cappello di paglia che le nascondeva il viso.

Respinse con fierezza il giovane soldato, tutto emozionato, che voleva bendarle gli occhi. Dal plotone avanzarono i dodici fucilieri che avrebbero dovuto portare a termine l’esecuzione: uno dei dodici fucili era caricato a salve, per lasciare a ogni soldato l’illusione che si trattasse del proprio. Delle undici pallottole sparate, tre centrarono Mata Hari, una proprio al cuore. Non vi fu dunque bisogno di un colpo di grazia alla nuca come si era invece soliti fare per procedura.

Un soldato si avvicinò e disse ad alta voce: “Nessuno reclama il cadavere?”. Era la formula di rito e non ebbe risposta. Allora, secondo la legge, il corpo fu trasferito all’Istituto di medicina legale dove le venne recisa la testa dal corpo per essere conservata in un museo di anatomia a Parigi. Ciò che rimase venne sepolto in una fossa comune.

lunedì 10 ottobre 2011



Aveva letto d’ apparizioni e ritorni di morti che non riuscivano a staccarsi dalle cose amate, ma lui non era tornato, perlomeno, quel giorno. Solo il suo odore dappertutto. Quella sera aveva mangiato per la prima volta dopo l’ incidente: un po’ di pasta al sugo come piaceva a lei e al suo Ugo, ma non era riuscita a finire il piatto. Il picchio era arrivato mentre si accingeva a lavare quelle poche stoviglie. Si era messo a fare piroette ed acrobazie e lei s’era incantata a guardarlo. “Mi vedi?”. “Ti vedo”. (dal libro Il Picchio)

sabato 8 ottobre 2011


– Alone
O! I care not that my earthly lot
Hath — little of Earth in it —
That years of love have been forgot
In the fever of a minute —

I heed not that the desolate
Are happier, sweet, than I —
But that you meddle with my fate
Who am a passer-by.

I heed not that my founts of bliss
Be gushing, oh! with tears
That the tremor of one kiss
Hath palsied many years —

‘T is not that the flowers of twenty springs
Which have wither’d as they rose
Lie dead on my heart-strings
With the weight of an age of snows.

Nor that the grass — O! may it thrive!
On my grave is growing or grown —
But that, while I am dead and alive
I cannot be, love, alone.


Egdar Allan Poe

EDGAR ALLAN POE

LA VITA

E.A. Poe nasce a Boston nel 1809. da due attori girovaghi, entrambi morti di tisi, quando ancora egli era piccolissimo.


Di lui si prende immediatamente cura un commerciante scozzese di Richmond, John Allan, assieme alla moglie Frances Keeling Valentine, cui lo scrittore rimarrà per sempre legato affettivamente.

Nel 1815 gli Allan si trasferiscono in Inghilterra, dove il piccolo Poe comincia gli studi, che poi proseguirà anche al rientro negli Stati Uniti, iscrivendosi alla Virginia University di Charlottesville, dove studia lingue antiche e moderne. Ben presto, però, nonostante i suoi ottimi voti, viene espulso dall'Università per i suoi eccessi alcolici e per i suoi debiti di gioco. Questo ed altri fattori lo fanno entrare in duro contrasto con il patrigno, tanto che nel 1827, a soli 18 anni, decide di abbandonare la famiglia e di trasferirsi a Boston, dove pubblica a sue spese ed anonimo un libretto di poesie Tamerlane and other poems by a Bostonian (Tamerlano ed altre poesie). Il libro viene accolto dall'indifferenza generale e, per la delusione Poe decide di arruolarsi come soldato semplice nell'artiglieria federale con il nome di Edgar A. Perry. Nel 1829, però, interrompe il suo servizio per recarsi a Richmond per la morte della signora Allan. Questo evento luttuoso porta un riavvicinamento con il patrigno, anche se la rottura sarà ormai insanabile, tant'è vero che, quando nel 1834 Allan morirà, non lascerà nulla in eredità allo scrittore.

Grazie all'aiuto di John Allan, Poe riesce a sottrarsi al suo dovere nell'esercito, dove avrebbe dovuto restare ancora un paio d'anni.

Alla fine del 1829 si trasferisce a Baltimora da una zia, che lo manterrà per tutta la vita, ed ha modo di pubblicare una seconda raccolta di versi. Nel 1830 decide di nuovo di intraprendere la vita militare e si iscrive all'Accademia di West Point, da dove però sarà ben presto espulso per il suo rifiuto di sottomettersi alla rigida disciplina che vi impera.

Nel 1831 è a New York, dove, grazie all'aiuto di alcuni suoi amici di West Point, pubblica la terza raccolta di poesia, Poems.

Ritorna a Baltimora. Sul giornale locale The Courier pubblica i suoi primi cinque racconti: Metzengerstein, The Duc of l'Omelette (Il Duca dell'Omelette), A Tale of Jerusalem (Racconto di Gerusalemme), A decided Loss (Una perdita decisa), The Bargain Lost (L'affare perso). Per il racconto M.S. Found in a Bottle (Manoscritto trovato in una bottiglia), pubblicato sul Baltimora Saturday Visiter, nel 1835, vince un premio di cento dollari. Nel frattempo lavora nella redazione del Southern Literary Messenger, dove ben presto per le sue eccezionali doti di giornalista, viene promosso vicedirettore.

Il 22 settembre dello stesso anno sposa a Richmond la cugina Virginia Clemm, appena quattordicenne.

Nel 1838 pubblica il suo primo ed unico romanzo The Narrative of Arthur Gordon Pym (La storia di Arthur Gordon Pym), che però non ha successo. L'anno successivo a Filadelfia pubblica, invece, una raccolta di tutti i racconti che aveva sino ad allora scritto, intitolata Tales of Grotesque and Arabesque (Racconti del grottesco e dell'arabesco). Lavora poi nella redazione del Gentleman's Magazine, ed ancora una volta le sue straordinarie capacità di giornalista portano il giornale ad aumentare vertiginosamente la tiratura (addirittura dalle iniziale 500 copie a ben 40000!!). Si fa apprezzare sia come scrittore di racconti che come critico letterario, purtroppo i rapporti con il direttore del quotidiano diventano sempre più critici, tanto che Poe decide di abbandonare il giornale e fondarne uno tutto suo, attraverso una raccolta di fondi. L'esperienza di The Stylus, come Poe aveva chiamato il suo giornale, dura un paio di anni e non è delle più felici.

Inizia adesso il periodo più terribile di tutta la sua vita. La moglie si ammala gravemente e lo scrittore non avendo i mezzi per farla curare, si dà all'alcol e al laudano.

Nel 1844 è di nuovo a New York, pubblica sulla rivista The Evening Mirror la sua poesia più famosa The Raven (Il corvo), con la quale ottiene finalmente il successo che inseguiva da anni. Purtroppo per una serie di vicende il suo successo non dura a lungo. Infatti si riempie di nuovo di debiti di gioco e ricomincia a bere senza misura. Nel 1847 inoltre la moglie, a cui Poe era molto legato, muore di tubercolosi, da questo momento in poi lo scrittore cade in uno stato di prostrazione e di disperazione da cui non uscirà più. In questo periodo pubblica solo il poemetto in prosa Eureka. Il 3 ottobre 1849 viene trovato in stato di incoscienza in una locanda di Baltimora, ricoverato al Washington Hospital, muore di delirium tremens il 7 ottobre alle cinque del mattino.

martedì 4 ottobre 2011


Un vecchio proverbio dell'epoca dell'imperialismo cinese affermava: ' meglio avere un cane che una figlia'...



In una società fortemente votata al maschilismo, in cui l'uomo deteneva tutto il potere (lavoro, famiglia, pubblica amministrazione) si sviluppò un linguaggio segreto delle donne, detto appunto Nu Shu, che diventò uno spazio intimo e riservato al mondo femmininile, ignorato e trascurato dagli uomini, e gelosamente custodito dalle donne in questa speciale 'sorellanza'.
In quell'epoca così lontana, oppressiva, le donne apparentemente erano prive di qualsiasi diritto, in balia del volere dei padri e dei mariti. In questo clima il Nu Shu, un linguaggio strettamente riservato alle donne e tramandato di madre in figlia, rappresentava un modo di difendersi dagli uomini e dava un senso alla vita stessa.
Le origini di questo linguaggio segreto sono nella provincia dello Hunan e la sua nascita è strettamente connessa all'unicità degli usi e costumi locali che erano un mix di Cinese Han e dei gruppi etnici Yao (in cui era forte l'influenza matriarcale).
Furono le donne analfabete e senza educazione formale a inventare questo originale e unico sistema di scrittura, che mantenne il suo segreto per secoli grazie proprio alla discriminazione di cui le donne erano oggetto quotidianamente, in quanto considerate esseri inferiori, che servivano solo per la procreazione e per soddisfare i desideri degli uomini. Per contrasto le donne che conoscevano il Nu Shu chiamavano la scrittura cinese "Nan Shu", cioè scrittura dei maschi.
Il linguaggio segreto delle donne portava alla formazione di una sub-cultura strettamente femminile: il Nu Shu trovava espressione nella vita quotidiana delle donne, veniva letto con una speciale forma di canto, durante le riunioni di donne in cucina e mentre ricamavano.
Il Nu Shu aveva la funzione di rinforzare la sorellanza tra le donne unite nella stessa sorte, e di trasformare la vita quotidiana in una sorta di fuga colorata e profumata contrapposta al grigiore e all'odore pestilento di un quotidiano, altrimenti, insopportabile. Le parole segrete liberavano emozioni profonde e rivelavano il risentimento nei confronti della dominanza maschile e la malinconia di tutti i giorni.
Il Nu Shu fu ignorato per secoli, e solo negli anni 50 in Cina si prestò grande attenzione ad esso: si temeva che si trattasse di un codice segreto per lo spionaggio internazionale e ciò spinse i servizi segreti ad indagare, suscitando un grande interesse che coinvolse le migliori accademie del paese. Furono consultati i migliori linguisti ma nessuno degli esperti fu in grado di decifrare il Nu Shu.
Solo negli anni 80 il sistema di scrittura fu riconosciuto come Nu Shu, che significa, per l'appunto, "scrittura delle donne". Questa scrittura è composta da 7.000 caratteri e si differenzia molto dalla scrittura cinese i cui caratteri sono di forma quadrata, con linee dritte. Il Nu Shu è, invece, scritto con forme curvilinee e le donne spesso ricamavano i caratteri Nu Shu sui vestiti come se fossero dei disegni.
Poco tempo fa è morta Yang HuanYi, l'ultima donna che conosceva il vero significato del linguaggio.
Con la sua morte è tramontata anche un'epoca, l'epoca della discriminazione sessuale.
Al giorno d'oggi in Cina oltre alla parità formale è stata quasi raggiunta anche la parità reale tra i due sessi e lentamente sta tramontando anche la predilizione dei genitori verso i figli maschi.
Il Nu Shu non serve più, ma rimarrà per sempre nella storia a testimoniare la passata oppressione delle donne nella società cinese e nel mondo.

Il Nu Shu ha ispirato un libro, " Le parole segrete di Jin-Shei", di Alexander Alma. In un non definito regno dell'antica Cina, in cui a regnare sono le donne( che hanno il dono del jin-a-shu, una lingua conosciuta solo da loro, tramandata da madre in figlia..), si intrecciano i destini di alcune coraggiose ragazze legate tra di loro da un sacro vincolo di sorellanza: il jin-shei. Le jinshei-bao (le sorelle legate dal jin-shei) Tai, Liudian, Nhia, Xaforn, Yuet, Khailin, Qiaan,Tammary.. dovranno lottare contro un mago malefico (che per mantenere la propria giovinezza si nutre della linfa vitale degli altri esseri umani, preferibilmente ragazze vergini...) e contro le loro stesse paure...

FONTE: http://giovanicinesi.splinder.com

martedì 27 settembre 2011

FRAMMENTI


 

Momento


 


 

Il vento trema le foglie

Al platano orgoglioso

Aria di sole puro

Ricopre la campagna

Giacciono a terra

Le ossa del nemico

E riposa il mio cuore


 

VOI


 

Più vi guardo

E vi ascolto,

voi che non appartenete alla mia vita.

Ascolto suoni

Che rallegrano le mie orecchie

E parlo con chi solo ama questo silenzio


 


 


 


 

Morte


 

Immobile

Portata

Dal vento di sabbia

La locusta cieca

Attende.


 


 

Solo ieri


 

Scura e pesante

La sera mi sta davanti

Solo ieri chiamava il mio nome

E invocava il tocco

E

Ora

Solo i richiami dei pastori e

Uccelli alla ricerca di riposo

Tra rami nascosti di antiche querce


 


 


 


 


 


 

Ossessioni


 

Caldo opprimente ottunde

Pensieri di un abbraccio

E un ginocchio sbucciato,

viale ombroso e foglie

precocemente cadute

di vecchi sulle panchine e tu

che correvi avanti,

io dietro come di chi non saprebbe essere in altro posto.

Ferite sanguinanti

Di indicibili torture

La mente disfatta e il corpo a sostenerla che si muove

Convulso

a non sentire il dolore.

Le lame aguzze

Che impedirono il riposo

Rovistando implacabili .

Ne renderanno conto

A me

A te


 


 


 


 


 

Lapide


 

Se è vero che si può rinascere

Se è vero che la morte non sempre

Rende ineluttabile il passaggio alla collina

Certo così fu per me.

Quando mi chiusero la cassa con occhi soddisfatti di tanta cura

Udii il vorticare dei bulloni che si stringevano

Soffocando sentii la terra stringersi su di me,

fu allora che decisi di uscire

senza curarmi di esser vista

e non mi videro,

risalì con movimenti veloci ,scossi rimasugli di foglie dai capelli

e mi incamminai

a piedi nudi ormai,su per il sentiero che non conoscevo.

Lo percorsi tutto

Senza voltarmi mai

Che la cosa mi avrebbe reso incerta.

Fu davanti ai platani danzanti che mi fermai

Seduta son qui ancora che riposo le mie quattro ossa.


 


 


 


 


 


 


 


 

Tara


 


 

Arano

Di notte,

i contadini ,sotto la luna che osserva

antichi gesti di

memorie perdute

ancora come

le colline di Tara

solcate da aratri di ferro e lacerate da sogni .

Lavorano silenziosi,

soli tra tanti,

lontani dalle miserie del mondo.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Ti ho sentito


 

Ho riconosciuto il tuo volto

E le tue mani,

ho riconosciuto,tra tanti ,il tuo odore,

non mi sono scordata il tuo tocco

né lo sguardo.

Mi hai accompagnato in tutte le mie vite

Lungo lo scorrere quieto del tempo.

Oscurità e dolore

Noi nel rifugio della cava

Freddo

Ma tu mi hai preso la mano

Non l'hai lasciata,

chi fu più coraggioso non me lo chiesi allora

né ora

che noi fummo da subito uno.


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Cantarono i poeti


 

Potevano

I poeti scrivere

con i corpi dilaniati dei ragazzi,

viscere aperte

proiettili a perforare i cervelli

lame a straziare?

Potevano

I poeti scrivere

con donne violate e torturate

cuori grondanti di sangue?

Potevano i poeti cantare i loro versi

Con bimbi dentro cancelli d'orrore

E vecchi attoniti senza ricordi?

Eppure scrissero

I poeti

E riempirono di suoni

Il vuoto del tempo confuso del putrido odore

Della violenza.

Ora

I poeti

Scrivono d'amori infelici

Di piegate passioni

Di sogni infranti

Si voltano

Sdegnosi

Alla mesta e dolorante miseria.


 


 


 


 

Tramonto


 

Che il tempo

Sia gentile con te

gli anni sfiorino appena

Il tuo viso,

e che il tramonto

ti sia

dolce come lo fu l'alba.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Semi


 

Semi

Portati dal vento

Germinano

Nella terra.

Per caso

Così,

fatti

e improbabili amori

senza ragione.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Lapide II


 

Quando mi presero

Sperai a lungo

Di rivederti,

ma uccisero

in me

e in te

i ricordi.

Riposai,allora,in improbabili stanza.

Quando verrai

Dove le mie ceneri

Sono disperse

Respira piano

La mia anima che fu dolente


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Non sono un poeta


 

Dove sono le mie poesie

Sparse in foglietti?

Non sono un poeta,

io sono un cantore di storie.

I poeti hanno un'anima,

la mia mi fu estirpata

come un tumore antico

che mi avrebbe portato alla morte.

Dove sono le mie poesie

Sparse in foglietti?

Riascoltare i rumori

Risentire odori

Ricordare gli oggetti

Riconoscere volti

Non sono un poeta,

io sono un cantore di cose.


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Il profumo del tempo


 

Profumano

I sassi

Della memoria

Del tempo


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

Airone


 

Vola

Armonioso

L'airone

Bianco.

giovedì 15 settembre 2011


Santa Notburga,la santa cameriera


La santità oggi è più estesa a tutte le categorie sociali, quindi non fa più meraviglia sentire di santi medici, operai, coniugi, ragazzi, studenti, scienziati, ecc., non solo papi, vescovi, religiosi, suore; ma nei secoli scorsi le categorie erano molto ristrette e quindi fece meraviglia che una santa, nel secolo XIV, provenisse dalla condizione degli addetti ai lavori domestici e dal mondo contadino, perché di solito nel campo femminile, erano badesse o regine.
Per questo il culto per s. Notburga, ebbe una diffusione immensa nei Paesi della sua regione l’Austria e degli Stati limitrofi. Su di lei sono state scritte numerose ‘Vitae’ e libri di devozione, come pure è stata raffigurata in tante opere d’arte.
Notburga nacque nel XIII secolo a Rattenberg nel Tirolo del Nord; fu cuoca di un nobile nel vicino castello sul Rottenburg e distribuiva ai poveri tutto ciò che avanzava dalla tavola dei padroni, poi si mise al servizio di un contadino ad Eben, con cui convenne, che avrebbe lasciato il lavoro servile al sabato all’ora dei Vespri, quando secondo il concetto medioevale, cominciava già la festa domenicale; per potersi dedicare alla preghiera ed alle faccende di casa.
Dopo qualche tempo di cui non si conosce la durata, tornò a fare la cuoca presso il nobile nel castello di Rottenburg, continuando nella sua opera caritatevole, fino alla sua santa morte, avvenuta il 14 settembre 1313; venne sepolta ad Eben.
Come già accennato prima, non esistono documenti contemporanei, il testo più antico della sua leggenda, in tedesco, si trovava sul dipinto ad olio e su tavola di legno, che una volta abbelliva la tomba di Notburga ad Eben ed ora disperso.
Questo testo che fu trascritto in latino e conservato nel Museo Ferdinandeum di Innsbruck, riporta il racconto di numerosi miracoli e prodigi verificatesi dopo la sua morte. L’iconografia che la riguarda è numerosa e riporta come simbolo la falce, che secondo la leggenda, di fronte all’insistenza a continuare a lavorare fatta dal contadino, Notburga lanciò in alto la falce che rimase sospesa nell’aria.
In tutti i secoli successivi ella ebbe notevole culto, si sa che nel Seicento i numerosi pellegrini erano soliti asportare un poco di terra dal cimitero di Eben, per usarla contro le malattie che colpivano uomini ed animali, si racconta di miracoli e di grande affluenza di devoti.
La chiesetta di Eben in cui era sepolta, venne ampliata nel 1434 e nel 1516 e abbellita con il concorso munifico dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. Nel 1718 le reliquie furono ricomposte secondo l’uso dell’epoca, rivestite con seta, oro e argento e furono esposte sull’altare maggiore in posizione verticale e lì sono tuttora.
È invocata come modello e patrona della gioventù rurale e si venera come patrona dei contadini e delle domestiche. Il suo culto diffuso nel Tirolo, Austria, Istria, Baviera è stato confermato da papa Pio IX con decreto del 27 marzo 1862.

martedì 6 settembre 2011


Cavallo Pazzo, Sioux

“Abbiamo bisogno di una grande visione, e l’uomo che l’avrà deve seguirla come l’aquila segue il profondo blu del cielo. Io ero ostile all’uomo bianco… preferivamo la vita di caccia alla vita di inutilità nelle riserve. Durante quei tempi non avevamo cibo a sufficienza e non potevamo cacciare. Tutto quello che volevamo era la pace ed essere lasciati soli. Arrivarono i soldati e distrussero i nostri villaggi. Poi arrivò Custer… Dissero che noi lo massacrammo, ma egli voleva fare la stessa cosa con noi. Il nostro primo impulso fu di fuggire ma fummo circondati e dovemmo combattere.”
Noi non abbiamo chiesto a voi uomini bianchi di venire qui. Il Grande Spirito ci diede questa terra perché ne facessimo la nostra casa. Voi avevate la vostra. Non abbiamo interferito con voi. Il Grande Spirito ci affidò un grande territorio per viverci, e bufali, cervi, antilopi e altri animali. Ma voi siete arrivati; state rubando la mia terra, state uccidendo la nostra selvaggina rendendoci difficile la sopravvivenza. Ora ci dite di lavorare per mantenerci, ma il Grande Spirito non ci creò per faticare, bensì per vivere di caccia. Voi uomini bianchi siete liberi di lavorare, se volete. Noi non vi ostacoliamo, e ancora chiedete perché non ci civilizziamo. Non vogliamo la vostra civiltà! Vogliamo vivere come i nostri padri e come i padri dei nostri padri.

(Morendo) Di alla gente che non dipende più da me adesso!

Non ero ostile all’uomo bianco. I bisonti ci fornivano cibo e pelli per vestirci; preferivamo la caccia piuttosto che l’ozio, le liti o le gelosie, e i frequenti periodi di fame passati nelle riserve. Ma Volpe Grigia (il Generale Crook) comparve tra la neve ed il freddo pungente e distrusse il mio villaggio. Saremmo tutti morti di freddo e di fame se non fossimo riusciti a riprendere i nostri cavalli. Poi fu la volta di Lunghi Capelli (Custer). Dicono che lo abbiamo massacrato, ma sarebbe stato lui a sterminarci se non ci fossimo difesi e battuti fino alla morte.
Non si vende la terra sulla quale la gente cammina.

venerdì 26 agosto 2011


Crustumium L'atlantide romagnola

Della mitica città sommersa nel mare di Cattolica si parla ormai da diversi secoli, ma sembra rimanere per tutti un evanescente miraggio. C'è chi afferma di averla vista e di questo troviamo autorevoli testimonianze sin dai primi secoli dopo il mille, e chi dice senza dubbi che è solo una montatura, una leggenda popolare e tra questi troviamo personaggi altrettanto credibili quali studiosi e archeologi dei nostri tempi. Rimane il fatto, tremendamente affascinante, che da centinaia di anni, moltissime persone che hanno solcato le acque nei pressi di Cattolica, giurano di aver visto sott'acqua a poche miglia dalla costa, soprattutto con il mare calmo e la bassa marea, resti di mura e di torri. I pescatori e tutta la popolazione della zona sostengono che si tratti di una millenaria città sommersa da un cataclisma. I primi affermano di aver più volte agganciato le loro reti in mastodontici macigni e alcuni sommozzatori si sono trovati davanti ai loro occhi attoniti una intera città sotto l'acqua. Mura possenti, torri, statue e palazzi dagli eleganti colonnati, sembra possedesse la mitica Crustumium. Questo il nome originale dell'ipotetica città sorta vicino all'omonimo fiume da cui prese il nome, oggi conosciuto come Conca. Esistente già nel V secolo perché citata da un autore latino di quell'epoca, l'antica città fu sicuramente distrutta da un cataclisma naturale, molto frequenti a quei tempi. Probabilmente tutta la costa di allora subì un mutamento geologico e s'inabissò. Subì la stessa fine della sua gemella d'oltreoceano, la ancor più mitica Atlantide, ma se di questa rimangono solo racconti leggendari racchiusi nella fantasia di ogni uomo, della sua sorella romagnola testimonianze molto tangibili accerterebbero la sua possibile esistenza. Innanzitutto la vicina zona costiera è conosciuta come terra di abitati romani, lo stesso mare ha frequentemente restituito alla luce diversi reperti oggi custoditi nel pregiato Antiquarium di Cattolica, a sua volta antico vicus romano. Quindi il luogo imputato è fortemente sospetto. In secondo luogo, ma non di minor importanza, ci sono le numerose ed equivalenti testimonianze umane perpetuate da ieri a oggi: tutti quanti, studiosi o semplici curiosi, dicono di aver scorto sott'acqua alla profondità di mezzo braccio, resti di mura e di torri. Da allora si è sparsa la credenza che in quelle acque così vicine alla costa, nei tempi antichi sia sprofondata in mare una città conosciuta comunemente con il nome di Conca. Sulle cause disastrose che la fecero scomparire ai nostri occhi, oltre alla più accreditata ipotesi del terremoto, c'è chi sostiene, traendo spunto da un'altra lontana leggenda orientale e dalle numerose presenze di anguille giunte dalle valli di Comacchio in Adriatico (almeno nel'600), che il cataclisma avvenne per opera dell'uomo, il quale tagliò via un monte per aprire un canale di sbocco per i pesci, e il mare si mangiò tutta la zona. Affascinante realtà o miraggio collettivo, rimane ancora un mistero da scoprire... un mistero che ha veramente dell'incredibile, un mito che si fonde in leggenda e si perde da secoli tra le onde del mare Adriatico, a due passi dalla famosa Riviera della Notte. Può rimanere solo leggenda? Alcuni anni fa, un paio di amici che praticano immersioni, mi hanno raccontato di aver visto nel mare vicino a Cattolica dei resti di un'antica città sommersa, davanti a loro si trovavano torri, mura, colonne, statue e palazzi. Non hanno avuto dubbi e si portano ancora questa coinvolgente esperienza nella memoria. Chissà... un altro miraggio collettivo, frutto della fervente fantasia dei romagnoli?

martedì 23 agosto 2011


Il 23 agosto 1327 dopo torture viene ucciso William Wallace colui che unificò le tribù e i clan scozzesi e irlandesi contro l'occupazione inglese



GUGLIELMO WALLACE (o Walleys o Wallas). Era un piccolo proprietario delle Basse Terre occidentali, poco più che venticinquenne, probabilmente di origine normanna poi, si pretese che parlasse gaelico e portasse l'abito scozzese.
E ben difficile formulare un giudizio sul carattere e sul patriottismo di Wallace - uno scampaforche, un assassino crudele secondo i cronisti inglesi; secondo gli Scozzesi e secondo il suo poeta, Harry il Cieco, un eroe generoso, gigantesco, di forza incredibile, che fendeva i nemici dalla testa ai piedi con un sol colpo di spada. È il solito destino storico degli eroi nazionali - filibustieri e ribelli secondo la nazione dominante, santi combattenti agli occhi degli oppressi.

Si narra che soldati inglesi avessero offesa (o uccisa) una donna che egli amava e perciò egli assaltasse la guarnigione di Lanark con pochi seguaci, e ammazzasse Sir Guglielmo di Hazelrig, sceriffo inglese. Si gettò alla macchia, nella primavera del 1297, e gradualmente tutti gli sbandati, i malcontenti, gli inquieti si riunirono intorno a lui. La sua tattica offensiva, la guerriglia, attacchi di sorpresa, imprese leggendarie ora in fuga ora all'offensiva, Wallace incuté tale terrore che al suo avvicinarsi a Scone, il giustiziere Ormsby scappò in Inghilterra. Il vescovo palatino di Durham cercò di affrontarlo, e venne volto in fuga. Poi, il guardiano Warenne si decise a muoversi, chiamò sotto le armi gli uomini a nord dellaTrent e mosse contro i ribelli con 300 uomini a cavallo e 40 mila pedoni. Intanto Wallace aveva proclamato di combattere in nome del re Baliol tenuto prigioniero, e a lui si era unito anche lo sfortunato difensore di Berwick, Guglielmo signore di Douglas, forse di una famiglia fiamminga che aveva larga parentela e sparsi domini in Scozia.

Chi restava in posizione equivoca era il nipote del competitore di Baliol, Roberto Bruce : suo padre aveva combattuto a fianco di Edoardo I contro Baliol nel 1295 e ora viveva contento nei feudi inglesi della famiglia, mentre Roberto teneva i domini scozzesi della madre come conte di Carrick. Ma rimaneva incerto : un po' perché non voleva combattere a favore del Baliol, un po' perché la gente di Annandale (il dominio scozzese del padre) rifiutava di seguirlo.
L'esercito inglese, comandato da Sir Henry Percy, nipote di Warenne, giunse rapidamente a Irvine, incutendo terrore ai ribelli non ancora ben organizzati. Molti dei nobili che si erano uniti a loro chiesero perdono e giurarono fedeltà a Edoardo I - tra essi, Roberto Bruce e Guglielmo Douglas.
Intanto Wallace, con la gente più umile e più decisa che accorreva a lui dalle Basse Terre settentrionali, cacciava gli Inglesi da Perth, Stirling Bridge, Lanark. L'esercito regio, ora guidato da Warenne e dal tesoriere Cressingham, procedette verso il ponte sulla Forth, dominata dal castello di Stirling, chiave della Scozia ché eretto dove finisce l'estuario e si restringe il fiume che divide le Basse Terre del sud dalle regioni del nord.

Naturalmente le forze di Wallace erano quasi tutte a piedi (180 cavalieri e qualche migliaio di fanti) : gli Scozzesi, tra le loro montagne, non erano abituati ai cavalli : e così si ha uno dei primi casi di fanterie armate di picche o di asce contro i cavalieri feudali, abituati a considerare i pedoni come marmaglia da disperdere. Le ripetute sconfitte della cavalleria, alla lunga, faranno capir qualcosa anche ai militari (mai famosi per intelligenza e preveggenza) e indurranno Edoardo I e suo nipote a portare sulla fanteria il peso delle future battaglie.

Wallace prese posizione sulle piccole elevazioni che comandavano l'ansa del fiume e gli assicuravano una via di ritirata verso le montagne. L'armata inglese, sicura per il numero e per i cavalieri pesanti, cominciò a passare il ponte; quando fu passata metà dell'armata, Wallace lanciò un contingente a conquistare la testa del ponte e attaccò di fronte le forze già sulla sua riva. Confusione, strage : Cressingham restò ucciso, Warenne scappò fino a Berwick (Settembre 1297).
La Scozia rimase libera, Wallace prese il titolo di "guardiano del regno" in nome di Baliol, occupò tutti i castelli, anche quello di Berwick, sconfinò in Inghilterra devastando il Northumberland e il Cumberland, con crudeltà spietata, coadiuvato dai nobili scozzesi settentrionali che tentarono anche di prendere Carlisle.

Edoardo I tornò in Inghilterra nel Marzo 1298, assetato di vendetta. Convocò un Parlamento a York, i nobili gli diedero pieno appoggio : un mese dopo, si radunava un esercito di quasi 3000 uomini a cavallo (per metà mercenari, per metà signori e dipendenti inglesi) oltre a un numero imprecisato di soldati.
La scarsità di viveri nel paese devastato, l'indisciplina dei contingenti gallesi minacciarono il successo. Ma Wallace commise l'errore di attendere e accettare battaglia anziché temporeggiare, pur non avendo che un numero trascurabile di armati pesanti.
I due eserciti si affrontarono a Falkirk (Luglio 1298). Wallace dispose le sue forze in quattro masse (schiltron) di picchieri, che tenendo le picche inclinate in avanti e col calcio piantato in terra, offrivano un ostacolo insuperabile alla cavalleria pesante; pochi arcieri difendevano gli approcci. La fronte era protetta da un marese, le spalle dal terreno elevato e boscoso. - Non aveva che pochi cavalieri, e la fanteria contro gli armati a cavallo doveva tenersi sulla difensiva.
Le prime « battaglie » o squadre inglesi che tentarono attacchi alle ali, si infransero contro i picchieri. Ma Edoardo I, prima di ordinare la carica generale, mise in disordine gli schiltrons col tiro accelerato dei suoi arcieri iniziando così, su larga scala, l'impiego tattico sistematico di questa armi che solo dalla metà del Duecento (pare) era stata introdotta negli eserciti inglesi. L'attacco della cavalleria pesante infranse facilmente le ultime resistenze. Wallace fuggì sui monti, poi in Francia, cercando aiuti da Filippo il Bello e perfino dalla Norvegia.

Fu l'ultima battaglia dell'indipendenza scozzese fino al Bannockburn. Da allora in poi, ammaestrati dell'esperienza, gli Scozzesi fuggiranno di fronte all'invasione, portando con sé armenti e provviste su per le montagne, e i corpi inglesi troppo numerosi, continuamente tormentati da rapide incursioni, non potranno sostentarsi nel deserto. Ogni tentativo di conquista integrale fallirà e quindi anche ogni tentativo di occupazione parziale perché il paese era ormai unito nell'odio contro l'Inghilterra.
Già la vittoria di Falkirk fu (come tante strepitose vittorie) assolutamente inutile. Edoardo I avanzò fino a Stirling, inviò contingenti ad occupare Perth e S. Andrea; ma intanto, nel sud-ovest, divampava la rivolta del nipote del Competitore, Roberto VIII Bruce. Il Re dovette retrocedere, Bruce fuggì : ma i viveri erano scarsi, le truppe stanche, le diserzioni numerose. A Carlisle anche i baroni dichiararono di non poter continuare, date le perdite e le spese. Edoardo I li lasciò andare di malagrazia, si trattenne nel nord fino al Natale 1298, imprecando contro la defezione dei nobili alla quale dava la colpa della vittoria mancata. Quando fu partito, non restò in mano inglese che la Scozia del sud, e minacciata da torme di patrioti.

Ma intanto Filippo il Bello, dopo un molle tentativo di far liberare Baliol, si era accordato con Edoardo I senza curarsi dei suoi alleati scozzesi, anzi imprigionando per qualche tempo Wallace che si era rivolto a lui.
Nel 1299 Re Edoardo I, impegnato nelle solite liti coi baroni per infrazioni alle Carte e alla Conferma, non poté far nulla. Gli Scozzesi, lasciati in asso dalla Francia, cercavano un altro appoggio : messi scozzesi, e forse lo stesso Wallace andarono a Roma e decisero Bonifacio VIII (che già nel 1298 aveva tentato di intervenire consigliando a Edoardo I moderazione) a un passo in favore della Scozia, suggerendogli di rivendicare quella supremazia papale su di essa che derivava dalla dipendenza diretta da Roma delle diocesi scozzesi, le quali avevano sempre vittoriosamente rifiutato di sottostare all'arcivescovo di York.

Un papa come Bonifacio VIII non poteva lasciarsi sfuggire una occasione per estendere il suo potere, e nella Scozia avrebbe avuto un appoggio per ricattare eventualmente tanto Francia che Inghilterra se avessero tentato di sottrarsi alle imposizioni pontificie. Già Nicolò IV aveva rifiutato di appoggiare le pretese di sovranità sulla Scozia di Edoardo I; nel 1298 Bonifacio VIII aveva privatamente ammonito Edoardo I di non ascoltare la sua ambizione e di non dar noia ai vicini. Ora, nel Luglio 1299, gli diresse una lettera protestando contro sequestri e incarceramenti a danno del clero scozzese, accusandolo nettamente di prepotenza, asserendo che la Scozia non era mai stata feudo della Corona inglese, che l'omaggio del 1292 era stato estorto approfittando della situazione, che le imprese inglesi erano ingiuste, che solo alla Santa Sede spettava l'alta sovranità sulla Scozia.

Intanto il Re tentava di radunare un esercito per un altro tentativo, e tuttavia continuava, con tipica ostinazione di cattivo politico, a non voler mantenere le promesse fatte ai suoi sudditi.
I nobili scozzesi cominciavano a sostenere la causa nazionale, dando la reggenza del regno a Giovanni Comyn il Rosso e Giovanni Comyn conte di Buchan, figlio il primo, l'altro parente di quel Comyn che nel 1291 si era presentato fra i competitori al trono.
Solo nella primavera del 1300, concedendo gli Articuli super Cartas, Edoardo I ottenne i mezzi per un'altra campagna : un tentativo di sottomettere almeno il sud-ovest che riuscì soltanto a conquistare un castello secondario. Durante questa impresa, giunse l'arcivescovo Winchelsea, latore della dichiarazione del Papa. Naturalmente Edoardo I s'infuriò : riunì un Parlamento a Lincoln per aver l'appoggio di tutti contro il Papa, come farà di lì a poco anche Filippo il Bello. I baroni, dato che erano d'accordo col Re nell'odio contro gli Scozzesi e che una lettera non costava nulla, inviarono al Papa una protesta, respingendo ogni giurisdizione pontificia in questioni temporali.

La campagna del 1300 si concluse con una tregua : ma Edoardo I, incaparbito, cominciò a rendersi conto che per sottomettere la Scozia non bastava una delle solite campagne feudali di breve durata. Non abbandonò il nord, e intanto sfogò lo spirito letichino con una ponderosa controdeduzione alla dichiarazione del Papa, nella quale riprendeva la questione scozzese dai tempi preistorici, sciorinando come fatti accertati tutte le frottole di Goffredo di Monmouth e degli autori di altri Brut : il troiano Bruto aveva conquistata l'isola allora abitata da giganti, l'aveva divisa fra i tre figli ma riservando al maggiore la dignità regia; e poi Arturo sovrano anche della Scozia; e così via, in una girandola di fatti e fiabe, di documenti e falsificazioni. Questa lettera fu trasmessa dal Papa ai messi scozzesi : uno di essi rispose brevemente impugnando di falso la protesta di Edoardo I; poi dalla Scozia venne inviata una lunghissima replica alle pretese inglesi, riaffermando che la Scozia era un allodio pontificio e battendo il Re sul terreno pseudo storico da lui scelto : i giuristi scozzesi sostenevano che la Scozia doveva il nome alla figlia d'un Faraone, che gli Scoti avevano cacciato Bruto, e così via.

Ma la questione si fermò lì perché Bonifacio VIII si impelagò nella lite con Filippo il Bello, e d'altronde gli Scozzesi riuscirono benissimo da soli a bloccare l'incauto Re inglese. Nemmeno la campagna del 1301 ottenne risultati. Nel 1302 nuova tregua, mentre procedevano le trattative con la Francia che porteranno, l'anno dopo, alla restituzione della Guascogna e ai matrimoni franco-inglesi. La pacificazione col secolare nemico diede al Re modo di usare tutte le forze del regno contro la Scozia, anche perché si era andata esaurendo l'opposizione nobiliare.
Abbiamo già accennato alla politica, ormai tradizionale, di ridurre i grandi possessi nelle mani di parenti del Re. Essa fece in questi anni, più per fortuna che per abilità, passi giganteschi. I feudi principali, dai quali era partita l'opposizione contro Enrico III e contro Edoardo I, erano ora, direttamente o indirettamente, dominati dal Re.
( Quelli de conti di Gloucester erano in mano a un genero di Edoardo I; anche l'erede di Bohun e della contea di Hereford sposò una sua figlia; Bigod rinunciò all'ereditarietà del Norfolk che così, nel 1306, ricadrà alla corona e verrà poi dato a un figlio di Edoardo I. Edmondo il Gobbo morì nel 1300 senza eredi e la Cornovaglia tornò alla Corona. Di lì a poco, l'erede dei conti del Surrey sposerà una nipote del Re. Tommaso di Lancaster, figlio di suo fratello Edmondo, aveva tre feudi imposrtantissimi (Lancaster, Derby, Leicester) e aggiungerà as essi, per matrimonio, anche quelli di Lincoln e Salisbury. Almarico di Valenza, uno dei Lusignano, cugino del Re, aveva la contea di Pembroke).


Quanto ai prelati, l'Arcivescovo non proseguì nell'opposizione ché il Papa non poteva più appoggiarlo. Approfittando di questo, Edoardo I sequestrò anche il palatinato di Durham e (più tardi) le terre dell'arcivescovo di York, in modo da aver aperta la strada verso nord.
Secondo lui la colpa degli insuccessi scozzesi era dei nobili e dei prelati, stanchi di fatiche e spese inutili, più saggi di lui nel vedere che era impossibile sottomettere la Scozia appunto perché troppo povera e poco abitata. E continuò a insistere nella vana impresa fino alla sua morte, profondendo forze e denaro, preparando quel malcontento che scoppierà contro suo figlio (Edoardo II) in un'altra crisi costituzionale.

Non riusciva a staccarsi dal nord. Alla fine del 1302 mandò forze a svernare a Edimburgo, sotto Giovanni di Segrave, che lasciò sorprendere e volgere in fuga l'esercito presso Roslin, al principio del 1303. Ma intanto Edoardo I aveva radunato un grosso esercito con il denaro ottenuto per mezzo della Carta mercatoria, e avanzò senza incontrare resistenza notevole verso l'estremità settentrionale della Scozia. Tutti i nobili si affrettarono a sottomettersi, primo il reggente Comyn il Rosso.

Solo Wallace preferì la vita randagia dello sbandato, pur non rinunciando a organizzare gruppi di ribelli. Alla fine del 1304 il Re poteva illudersi, un'altra volta, di aver sottomessa la Scozia.
Ma in un paese in sommossa da anni, tra un popolo animato ormai da odio instancabile e sorretto dalla gente della montagna, sempre pronta alle redditizie incursioni, l'omaggio dei nobili significava meno che altrove. Wallace trovava aderenti senza paura, decisi a lottare, ma le speranze scozzesi furono troncate dal tradimento d'un amico che fece cadere Wallace nelle mani di Edoardo I.
Sperava di salvarsi, dato che mai aveva giurato fedeltà al Re. Ma questi era sempre pronto ad abbandonare quella legalità alla quale si appellava così spesso e volentieri finché gli faceva comodo, e impiantò una infame parodia di processo, accusando Wallace di tutte le crudeltà possibili e impossibili, e lo fece morire della morte crudele d'un traditore, infine impiccato a Westminster (1305).

Poi Edoardo, tornò a rivestire la toga del sapiente legislatore. Col consiglio del vescovo di Glasgow, di Roberto Bruce e di Giovanni Mowbray aveva fissato di convocare 10 Scozzesi insieme a 20 suoi consiglieri per riordinare la Scozia. L'ordinanza che venne emessa fu ispirata dagli stessi criteri adottati per il Galles - senza tener conto della differenza fra i due paesi, della lunga lotta che aveva confermate le caratteristiche nazionali scozzesi.
Fino a un certo punto, le misure non furono tiranniche. La Scozia restava amministrativamente separata, sotto Giovanni di Bretagna conte di Richmond, cugino e luogotenente del Re. Venivano stabiliti quattro dipartimenti giudiziari per le quattro diverse regioni scozzesi (Galloway, Lothian, Basse Terre a nord del Forth, Alte Terre) e l'organizzazione in contee ma lasciando le antiche divisioni di contee e spesso gli sceriffi ereditari. Ma si proibivano « le costumanze degli Scoti e dei Gallesi » (tutto il diritto indigeno delle Alte Terre sul quale si basava la costituzione dei clans); si confermavano le leggi del re Davide e degli altri Re scozzesi, ma solo in ciò che non urtasse « Dio e la ragione » - cioè le idee dei funzionari reali.

Poi il Re si volse a vendicare la lunga opposizione. L'arcivescovo Winchelsea fece la sua ultima prova di forza nel 1305, riuscendo a evitare che venisse promulgata una legge che proibiva al clero di esportare denaro - la stessa disposizione che aveva condotto al conflitto fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, ormai risolto contro la tesi papale : in quello stesso anno, diveniva papa Bertrando di Goth, vescovo guascone, supino ai voleri del suo Re, Filippo il Bello, e del suo superiore feudale, Edoardo I. - Cominciava la servitù avignonese.

Clemente V cominciò subito a mostrare di che stoffa fosse fatto, inchinandosi alla volontà di Edoardo I e liberandolo dal giuramento di rispettare la Conferma del 1297 e le promesse successive. Edoardo I, spergiuro come i suoi predecessori, approfittò tuttavia con maggiore prudenza del turpe permesso. Si limitò, per il momento, a revocare alcuni disafforestamenti; ma sfruttò l'appoggio del Papa in tutti i modi. Tornò a sequestrare i beni del vescovo di Durham, fece sospendere l'arcivescovo Winchelsea, e pagò il Papa concedendogli le rendite di Canterbury e dandogli mano libera nell'esazione delle decime. Naturalmente questo disgustò il paese e un Parlamento del 1307 progettò uno statuto De asportatis religiosorum nello stesso spirito del provvedimento fallito del 1305. Fu il Re a impedire la promulgazione della legge antipapale.
Ma questo Parlamento era stato radunato di nuovo nel nord, a Carlisle, perché la bella ordinanza per il riordinamento della Scozia era stata subito seguita da una nuova insurrezione.

Questa volta, non aveva per esponente un Re debole e inetto come Baliol né un masnadiero coraggioso e tenace come Wallace : ma un nobile ambizioso e ambiguo, dotato però di coraggio instancabile e di grande abilità.
Roberto Bruce, il nipote del Competitore, che già aveva i possessi della madre (Carrick) nel 1204 aveva ereditato anche quelli del padre (Annandale), così riunendo i più grossi feudi del sud-ovest scozzese. Aveva tenuto atteggiamento equivoco fino ad allora, sembrando appoggiare la politica di Edoardo I, probabilmente perché attendeva che il ricordo dell'esule re Baliol fosse spento del tutto con la rinuncia di lui al trono e col nuovo ordinamento della Scozia. Non vi era ormai altro competitore possibile che Comyn il Rosso il quale si era mostrato più supino al volere del Re inglese che non Bruce, il quale già nel 1204 si era segretamente alleato con l'infaticabile patriota Lamberton, vescovo di S. Andrea, partigiano di Wallace. Con Lamberton, Bruce era sicuro dell'appoggio del clero scozzese che temeva di cadere sotto il primato dell'arcivescovo di York e di venir sostituito da prelati ligi all' Inghilterra.
Forse qualche spia rivelò l'accordo a Edoardo I; certo, al principio del 1306 Bruce non si sentì più sicuro e fuggì nello Annandale. Lì, a Dumfries, nel chiostro dei Frati Minori, trovò Comyn il Rosso e gli chiese di unirsi a lui per liberare la Scozia. Sorse una lite (può darsi che fosse stato Comyn a svelare al Re l'accordo con Lamberton) e Bruce tirò una coltellata al pericoloso rivale, che si rifugiò in chiesa mentre Bruce tornava sconvolto tra i suoi seguaci e confessava ad essi che dubitava di aver ucciso Comyn. Un tal Kirkpatrick gli replicò : « Dubitate? I mak sikkar, mi assicurerò ». Entrò e finì Comyn sui gradini dell'altare.

Per Bruce non vi era più scampo : o re o traditore. Si rifugiò in un suo castello, chiamò la popolazione a rivolta. Il vescovo di Glasgow (tradendo il sesto giuramento di fedeltà a Edoardo I) e Lamberton (membro del governo eduardiano) lo appoggiarono e lo fecero incoronare (25 Marzo 1306) re di Scozia a Scone, per mano della contessa di Buchan, sorella del conte di Fife al quale spettava il diritto ereditario di imporre la corona al re di Scozia . (il diritto discendeva alla casa di Fife dall'antenato Macduff che aveva coadiuvato Malcolm contro l'usurpatore Machbeth. La contessa di Bucham, caduta poi nelle mani di Edoardo I, verrà punita chiudendola in una gabbia di legno sulle mura di Berwick, esposta alla vista di tutti i passanti).

Il castello di carta della dominazione inglese cadeva un'altra volta. Edoardo I infuriato abbandonò ogni progetto di pacificazione, chiamò a raccolta tutte le sue forze contro il piccolo regno imperterrito. I due vescovi vennero deposti, Bruce scomunicato dal Papa ligio ai voleri del Re. Il Parlamento inglese votò fondi per la buona causa. Venne inviato a nord Amalrico di Valenza, nuovo guardiano di Scozia, con ordini di repressione spietata, mentre il Re, più lentamente, si portava a Carlisle.
Bruce, attaccato a Methven, si dovette rifugiare nelle Alte Terre e poi in un'isoletta lungo la costa irlandese. Molti suoi parenti e seguaci, i due vescovi caddero in mani inglesi. Edoardo I procedette con brutale severità i fratelli di Bruce, il conte di Atholl, altri nobili patrioti vennero impiccati; le donne e i preti imprigionati.
La repressione fece divampare più forte la rivolta. Nella primavera del 1307 Bruce rientrò in Scozia, vendicò a London Hill presso Ayr la sconfitta di Methven, batté il conte di Pembroke.

Intanto Edoardo I, prima di partire da Londra, aveva armato cavaliere il figlio facendogli giurare eterna guerra alla Scozia. Le leve si adunarono a Carlisle al principio dell'estate e il Re, ormai greve di vecchiezza (aveva 69 anni), volle guidarle in persona allo sterminio. La sete di vendetta lo teneva in piedi sull'orlo della tomba. Si mise a cavallo; dopo poche miglia dovette fermarsi a riposare. Il giorno dopo, si sforzò ancora, rimontò a cavallo - ma ancora si stancò presto. Tentò ancora, disperato contro la vita che gli fuggiva, e ancora si dovette fermare, passare su un letto il resto del giorno e la notte. La mattina dopo, mentre lo aiutavano a mettersi seduto per mangiare, si arrovesciò morto fra le braccia dei serventi. Era il 7 Luglio 1307. Tutto gli era riuscito - ma la Scozia, afferrata un momento, gli era sempre sfuggita di mano, e l'impresa restava come pesante eredità al figlio.

Ma Edoardo II si stancò presto. Ricevette l'omaggio dei nobili scozzesi che non avevano ancora accettato Bruce come re, avanzò verso nord un po' a caso, poi se ne tornò verso Londra. La guerra, lasciata a forze sparse e capi inetti, languì; Bruce acquistò successivamente terreno, i magnati scozzesi si fecero all'idea di un re venuto dai loro ranghi. Vi erano ancora, inconciliabili, tribù montanare indipendenti : sono anni leggendari di colpi di mano, di prodigi eroici. Ma la causa nazionale progrediva. L'opposizione non trovava appoggio nell'Inghilterra, governata da un Re incapace e sconvolta da lotte civili. I luogotenenti inglesi cambiavano continuamente, i castelli sfuggivano alle loro mani.

Nel 1310 Edoardo II, per distrarre l'attenzione dalla sua politica interna, tentò un'altra grande spedizione. Avanzò fino a Linlithgow, mandò forze fino a Perth : Bruce, ancora troppo debole, si ritirò e Edoardo II tornò senza aver concluso nulla.

Tormentato dai gravi contrasti interni fin dal suo esordio, nel 1322 l'opposizione divenne più forte. Nel 1327 il Parlamento inglese lo depose, con la scusa che era incapace di governare e che aveva lasciato in mano d'altri il governo del regno, incurante degli interessi dello Stato. Venne imprigionato nel castello di Berkeley e quindi assassinato.

mercoledì 10 agosto 2011



BRIGANTAGGIO NELLA MARSICA

http://www.sezionec.terremarsicane.it/storia6/ilbnm.htm

IL BRIGANTAGGIO PRIMA DELL'UNITÀ

Ci si potrebbe obiettare che il fenomeno del brigantaggio è assai antico nella Marsica
(e, certamente, in gran parte del Meridione): nomi come quelli di Marco Sciarra, di
Giulio Pezzola, di Fra Diavolo, avevano acquistato un alone di leggenda e perfino di
epopea popolare. E noi potremmo anche aggiungere altri nomi e altri episodi, per
dimostrare come la storia della Marsica sia stata, fondamentalmente, una storia di
«santi, lavoratori e… briganti». Molti documenti d'archivio, specialmente del Seicento e
del Settecento, testimoniano della frequenza con cui si verificavano nella zona autentici
episodi di banditismo. Un certo Domenico Santilli, di Aschi, cosí si espresse, nel 1680, a
favore di un pastore suo compaesano: «Le pecore morsero per mala invernata, et le
capre morsero per essere azzeccate, che quell'anno detta zecca fece morire una
quantità di dette capre (...), et so anco benissimo che mentre detto Gio.Domenico del
Papa ritornando dalla Puglia con detti animali che gl'erano restati et alcuni altri delli suoi
proprj, fu pigliato da' banditi, che per ridimersi da quelli fu necessitato vendere parte di
detti animali (...)» (22). E molto numerosi erano coloro che andavano in giro con
archibugi e coltelli, comportandosi senza tanti complimenti come autentici «briganti di
montagna». Un tale Giovanni Palma ad esempio, originario di Luco dei Marsi, andava
quasi sempre «vestito all'uso di brigante con abito color viola fino al ginocchio e con
bastone in mano» (23). Un altro esempio: Ermenegildo Mazzelli, di Pietrasecca,
nell'ottobre del 1778, dopo «aver tirato una archibugiata in campagna alla povera donna
Mariantonia di Giovambattista, mentre che costei ritornava dalla selva, dove era andata
a legnare, perché, richiestala di onore, costei non volle acconsentire alle di lui brame
(...)», buttò in terra la povera donna picchiandola a sangue; e la stessa cosa fece contro
i familiari di lei, che erano accorsi in suo aiuto. (24) Un brigantaggio dongiovannesco,
dunque, che nulla ha a che vedere con le motivazioni di carattere sociale o politico di
quello di cui ci stiamo occupando. Un'altra forma di brigantaggio marsicano dei secoli
scorsi potrebbe essere paragonata all'abigeato sardo, con furti di animali e sanguinose
vendette. Un episodio del genere (uno dei tanti) accadde a Marano nel 1729, quando
Ercole Antonio di Tomasso si appropriò di trenta «animali negri» che appartenevano a
Domenico Luce di Santa Anatolia, giustificando la sua rapina con il fatto che detti
animali avevano invaso le sue terre. (25) E c'era anche una terza forma di brigantaggio,
che potremmo considerare di puro divertimento. Nel maggio del 1778 Cassiano Pozzi,
un giovane di buona famiglia di Magliano dei Marsi, aveva deciso di recarsi al santuario
di S.Domenico di Cocullo insieme con alcuni suoi compagni di brigata. I pellegrini
partirono a piedi, com'era costume, e ben presto giunsero presso il valico di Forca
Caruso, dove decisero di fermarsi nel vallone detto Femmina Morta, per una sosta
ristoratrice. Proprio in quel momento transitavano di lí due «mercanti di sale», i signori
Giannicola d'Andrea e Niccolò Ruscitti della terra di Antrosano, i quali «si portavano con
li loro animali nella città di Pescara a caricare il reggio sale per l'Università di Civita

d'Antino». Non appena i maglianesi videro i cavalli dei mercanti, decisero di
impadronirsene, non tanto a scopo di rapina, quanto soprattutto per godere l'ebbrezza
della folle velocità. E poiché i venditori di sale «non vollero prestarli udienza, il detto
Cassiano, che faceva da Capo sopra gl'altri suoi compagni, con due bastoni di legno li
picchiò ferocemente.Dopodi che rubò i cavalli

lunedì 8 agosto 2011


Nel 1534 il clero inglese fu chiamato a prestare un giuramento di supremazia che riconosceva il sovrano inglese come capo della Chiesa nel territorio del regno. Ad eccezione dei Santi Tommaso Moro e Giovanni Fisher, dei monaci certosini e degli osservanti francescani, pochi altri si opposero immediatamente a questo tradimento nei confronti del papa. Gli abati di Glastonbury, Reading e Colchester prestarono tutti giuramento assieme ai loro monaci, sperando di poter così proteggere i loro antichi monasteri dalla tirannia del re, ma tutti e tre raggiunsero un punto di non ritorno quando s’intensificò la soppressione degli ordini monastici.
Glastonbury occupa un posto unico tra i centri spirituali europei e per lungo tempo fu una speciale meta di pellegrinaggi. La morte dell’ultimo abate Richard Whiting, del tesoriere e del sacrestano, durante il regno di Enrico VIII, si colloca in un periodo ben documentato della sua storia. Riccardo Whiting era nato a Wrington nel Somerset, forse dopo il 1460, e fece i suoi studi a Cambridge, probabilmente al Magdalene College. Diventò ben presto monaco, si laureò nel 1483 e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1501. Fece poi ancora ritorno a Cambridge, ove conseguì il dottorato nel 1505. Per alcuni anni fu cappellano nel monastero di Wells e nel 1525 il cardinale Wolsey lo designò nuovo abate, alla morte dell’abate Bere. La lettera contenente il mandato d’incarico, firmata anche da San Tommaso Moro, lo descrisse così: “un monaco retto e devoto, uomo discreto e provvido, sacerdote encomiabile per il suo stile di vita, le virtù e l’erudizione”.
Nel 1535, in seguito all’Atto di Supremazia, gli ispettori regi visitarono Glastonbury e, constatando come i monaci fossero assolutamente innocui, questi furono rassicurati sul loro futuro. Ma in seguito sopragiunse la soppressione dei monasteri e nel Somerset l’ultimo a sopravvivere fu proprio Glastonbury. Qui gli ispettori giunsero nel 1539, sequestrando vari documenti tra i quali un libro contro il divorzio del re, alcune copie delle bolle pontifice ed una Vita di San Tommaso Becket. Interrogarono inoltre l’abate Riccardo che, rifiutando le accuse rivoltegli e dichiarando apertamente “la sua opinione devastante e traditrice contro la Maestà reale e i suoi successori”, fu rinchiuso nella Torre di Londra.
Thomas Cromwell ricevette un “libro di prove” dagli ispettori, purtroppo andato perso, che accusava l’abate di vari tradimenti. Cromwell annotò allora tra le sue “Remembrances”: “Item, l’abate di Glaston sarà processato a Glaston e là giustiziato”. Egli era dunque già condannato in partenza. In realtà la scarità di fonti non rende possibile sapere con certezza dove si svolse il processo quale fu l’accusa specifica rivoltagli. L’abate Riccardo giunse a Wells venerdì 14 novembre 1539 con la sua scorta ed il giorno seguente fu portato a Glastonbury, ove gli fu negato di poter salutare un’ultima volta l’abbazia. Egli non sapeva che in realtà l’abbazia era ormai stata abbandonata e la congregazione dispersa. Venne trascinato su un carro sulla cima della collina del Tor, ove nonostante la vecchiaia e la malattia fu impiccato e smembrato. Al tramonto la sua testa fu esposta all’ingresso del monastero.
Allo stesso modo furono giustiziati il tesoriere John Thorne ed il sacrestano Roger James, anch’essi monaci e sacerdoti benedettini. Essi furono accusati di sacrilegio poiché avevano nascosto diversi tesori della chiesa abbaziale affinché non finissero in mano al sovrano. La medesima accusa potrebbe essere forse stata rivolta al loro abate.
Richard Whiting, abate di Glastonbury, Roger James e John Thorne sono stati beatificati dal pontefice Leone XIII 13 maggio 1895 mediante conferma di culto.

lunedì 1 agosto 2011




Le Donne di Pietro Mascagni
" I colletti duri di Mascagni l'acconciatura delle sue chiome tosto adottata sul nome di lui, i suoi soprabiti corti, alla Picadilly, suscitavano una specie di sommessa emozione.
Signore e signorine andarono tosto pazze pel maestro livornese. Ancora oggi sentiamo dire da donne oramai vecchie e gratificate da stuoli di nipotini, quanto le antiche madri vigilassero attentamente al loro entusiasmo mascagnano, sulla improvvisa mania di saper tutto di lui, di scrivere di nascosto a Mascagni, di procurarsi sue fotografie."
(Giulio Gonfalonieri )

Fisico prestante, la chioma fluente, la parlata aperta, lo sguardo luminoso e penetrante, affascinante, alla moda,irruente, Mascagni fece tutta la vita stragi di cuori femminili.



Con una faccia tosta a dir poco incredibile rassicurava la moglie sulla sua fedeltà ricorrendo ad un'arma infallibile: la distruzione delle possibili rivali. Basta leggere il giudizio dato del soprano Nellie Melba: "è una mummia, una marionetta": In realtà si vociferò su una possibile breve relazione del musicista con la cantante che nel 1893, a Londra al Covent Garden, interpretò l'opera I Rantzau diretti dall'autore.



Il nome della Melba circolò spesso in famiglia e fu al centro di un significativo incidente: Mascagni si trovava in albergo con la moglie, donna Lina, la figlia Emy e il nipotino Piermarcello (Bubi). All'ora di pranzo le due signore e il bambino precedettero il musicista a tavola, il piccolo Bubi golosissimo come il nonno, s'informò subito della lista dei dolci: il cameriere rispose "Per gelato c'è la Coppa Melba" e Donna Lina aggiunse "Coppa Melba come una donnaccia di tuo nonno!". Poco dopo arrivò Mascagni, chiese subito la lista dei desserts e il piccolo si affrettò a spiegare al nonno che come gelato c'era "La coppa Annuccia". A distanza di molti anni il nipote ricordava perfettamente i due forti calcioni ricevuti sotto il tavolo dai nonni.

Annuccia non era una amante ma "L'Amante"

Donna Lina in realtà non si faceva ingannare perché conosceva il suo Pietro, però nulla poté contro Anna Lolli, il grande amore del musicista dal 1910 fino alla morte di lui nel 1945.
Trentacinque anni nei quali il musicista si divise tra la famiglia e la compagna. Quando nel 1910 Pietro ed Anna s'incontrarono lei aveva 22 anni e lui 47.





ANNA LOLLI (1888-1973)

Mascagni aveva un debole per l'Emilia Romagna. Da Parma veniva Lina e da Bagnara di Romagna arrivò Anna Lolli, l'affascinante corista dalla bella voce. Disse di lei il maestro Ricci: "Bella, gentile, con un volto sereno…le labbra carnose, sensuali, due grandi occhi verdi, stupendi."
Un piccolo Museo ricavato nella canonica di Bagnara di Romagna raccoglie un importante carteggio (quasi cinquemila lettere) e testimonianze della vicenda amorosa di Mascagni.

Per trentacinque anni il musicista ebbe due famiglie ognuna delle quali sapeva dell'esistenza dell'altra. Annuccia donna discreta e riservata si trasferì a Roma per stare più vicina a Mascagni, e condusse un'esistenza appartata , quasi da reclusa; viveva in attesa di una visita del musicista o di una lettera.

Fu per lui una saggia consigliera, ne raccoglieva gli sfoghi e le incertezze, lo rincuorava nei momenti difficili. E Pietro non mancò di mai di esprimere i propri sentimenti: la stessa passionalità, ma anche la stessa tenerezza e la stessa forza che si ritrova nelle sue opere.



La Lolli riuscì a vivere con lui solo durante la preparazione di Parisina, dal luglio al dicembre del 1912, in Francia insieme a Gabriele D'Annunzio e alla figlia del musicista Emy, che aiutò il padre a coprire la vicenda nei confronti di Donna Lina.
Alla Lolli furono dedicate le opere Isabeau e Parisina.