giovedì 18 novembre 2010





Sant' Oddone di Cluny


Sec. X

Il futuro Abate di Cluny era nato nella regione di Tours, verso l’880, da famiglia nobile. Suo padre, privo di discendenza, aveva chiesto la grazia di un figlio e quando nacque lo offrì a San Martino. Oddone venne però avviato alla vita da cavaliere e solo dopo una grave malattia il padre is ricordò del voto e gli permise di intraprendere la vita religiosa. Al tempo, però, la vita monastica era priva di vera spiritualità e spesso si riduceva alla "gestione di una rendita". Ma Oddone riprese la tradizione benedettina con la massima serietà, rinunciando a tutti i privilegi economici spettanti a un abate. Fissò la sua dimora a Cluny, da dove iniziò l’opera di riforma e addirittura di rifondazione della vita monastica. Oddone morì nel 942, quando i monaci cluniacensi erano sparsi in tutta Europa,)
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La memoria segnata oggi sul Calendario universale della Chiesa non è quella di un Santo, ma quella di due chiese insigni dedicate alla memoria di due grandissimi Santi, anzi delle due colonne del Cristianesimo: San Pietro e San Paolo. Viene cioè ricordato, in questo giorno, la dedica della basilica vaticana e quella della basilica ostiense, dedicata a San Paolo.
Ma non si può dimenticare che oggi cade anche la ricorrenza di un grande Abate francese: non fondatore, ma riformatore della celebre abbazia di Cluny. E dire Cluny, vuol dire il centro più importante di vita spirituale e anche intellettuale, religiosa e anche artistica nell'Europa dei secoli intorno al Mille.
Il futuro Abate di Cluny era nato nella regione di Tours, patria di San Martirio e di San Gregorio, verso l'880, da famiglia nobile. Suo padre, castellano ed esperto nel giure, veniva consultato nelle controversie e chiamato ad arbitrare le contese tra l'aristocrazia del paese. Ormai avanti con gli anni, e privo di discendenza, una notte di Natale chiese a Dio il dono di un figlio. Avutolo, lo offrì neonato a San Martino, promettendolo dunque alla vita religiosa. Ma più tardi, dimenticata l'offerta, lo fece studiare e inviò il proprio erede nelle corti più mondane, perché diventasse un perfetto cavaliere.
Sui diciotto anni, il giovane paggio si ammalò gravemente. Sembrò che dovesse morire. " O glorioso San Martino - esclamò il padre – ecco il voto che vi avevo offerto. Voi lo esigete con rigore ". Lasciò dunque che il paggio suo figlio prendesse la tonsura, abbandonando le cacce e i tornei.
Oddone poteva diventare uno di quegli Abati commendatari, che ricevevano le rendite delle Abbazie senza neppure visitarle. La vita monastica, dopo l'invasione dei Normanni, era ridotta a una larva di spiritualità, e le abbazie non differivano molto dai feudi temporali.
Ma Oddone riprese la tradizione benedettina con la massima serietà. Studiava e pregava, rinunziando a tutti i privilegi e soprattutto alle dispense, che avevano distrutto la disciplina monastica. Presto fu seguito dai migliori e da tutti coloro che videro in lui un Abate degno di questo nome, cioè un padre spirituale, non un feudatario mondano.
Egli fissò la sua dimora a Cluny, di dove iniziò l'opera di riforma e addirittura di rifondazione. La sua autorità si sparse per tutta la Francia, varcando anche i confini. Nonostante i suoi doveri di Abate, dava esempio di una prodigiosa attività non solo spirituale, ma intellettuale.
Compose molte opere, tra le quali perfino un poema epico, ispirato alla Bibbia, in esametri, intitolato Occupatio. Il segreto della vita monastica era infatti l'" occupazione ", cioè il contrario dell'ozio.
Tornando alla piena e serena " occupazione ", i monaci di Cluny furono i promotori di una nuova vita, spirituale e pratica, intellettuale e artistica. Attorno ai loro monasteri sorsero centri agricoli e artigianali, che favorirono il progresso civile della Francia e di tutta l'Europa.
Morendo verso i settant'anni, nel 942, Sant'Oddone poteva così benedire i suoi monaci sparsi in tutte le abbazie cluniacensi, dopo aver rinnovato nel mondo il miracolo benedettino. E i suoi monaci, avrebbero potuto ripetere per lui i versi che Oddone aveva dedicato a San Martino: " Tu che per tre volte hai vinto il caos, rialza quelli che son caduti nel peccato; come tu dividesti il tuo mantello, rivestici della giustizia! ".

SBF

mercoledì 17 novembre 2010


Sant'Hilda ..e il suo fantasma

Una leggenda racconta che le rovine maestose dell’abbazia di Whitby, nello Yorkshire, siano abitate dagli spiriti, anime che vagano inquiete. L’abbazia fu eretta nel 657 sulla collina vicina al mare e fu distrutta due secoli dopo dai vichinghi.

In seguito fu ricostruita nel 1067 dai conquistatori normanni. La fondatrice dell’abbazia originaria era Santa Hilda e pare che la donna non abbia mai voluto abbandonare il luogo che tanto amò in vita.

Difatti il suo spettro, avvolto in un sudario si aggira tra le rovine e spesso appare affacciato ad una delle più alte finestre. Ma la Santa è stata protagonista anche di altre apparizioni, sempre all’interno dell’abbazia.

Si racconta che quando era badessa divenne famosa per aver liberato la regione dai serpenti. Le cronache narrano che guidò i serpenti fino all’orlo di una scogliera e poi li decapitò con il suo frustino.

Da allora una specie di carro funebre guidato da un cocchiere e trainato da quattro cavalli senza testa viene visto correre lungo la scogliera a forte velocità. L’apparizione avviene vicino all’abbazia e la corsa lo porta poi a precipitare dagli scogli e inabissarsi in mare.

Il fantasma di Hilda non è però l’unico ad essere visto nell’abbazia. C’è anche quello della giovane Constance de Beverley che lasciò il convento e i voti per amore di un uomo , uno sleale cavaliere chiamato Marmion. In seguito a questo fatto la giovane monaca fu murata viva nei sotterranei dell’abbazia. Il fantasma di Constance appare spesso ai visitatori sulle tortuose scale che conducono alla cella.

Tra le pareti del luogo si aggirano queste due donne, per motivi diversi, ma sempre intrappolate all’interno dell’abbazia. Hanno lasciato il mondo dei vivi e non hanno raggiunto quello dei morti, le loro anime non riposano in pace, difatti vagano inquiete da molti secoli. Rimangono solo un’attrazione, una curiosità per chi passa dall’abbazia e riesce a vederle.

martedì 16 novembre 2010


MARGHERITA REGINA DI SCOZIA e SANTA


Magherita di Scozia, diede al mondo otto figli e si adoperò molto per il bene del suo regno e della Chiesa, unendo alla preghiera e ai digiuni la generosità verso i poveri e offrendo, così, un fulgido esempio di ottima moglie, madre e regina.
Nel suo celebre quadro, rappresentante il Paradiso, il Beato Angelico pose fra molti frati, anche un Re e una Regina, volendo significare che la corona reale può unirsi felicemente all'aureola della santità.
La Santa di oggi fu infatti Regina di Scozia, e Regina abbastanza fortunata, fatto insolito questo, perché le altre coronate, si santificarono quasi sempre attraverso la disgrazia, l'umiliazione e l'infelicità.
Molte sono le Margherite di sangue reale iscritte nel Calendario cristiano: Margherita figlia del Re di Lorena, benedettina del XIII secolo; Margherita figlia del Re d'Ungheria, domenicana dello stesso secolo; Margherita figlia del Re di Baviera, vedova del XIV secolo; Margherita di Lorena, allevata come figlia del Re Renato d'Angiò; alle quali si potrebbero aggiungere Margherita dei Duchi di Savoia e Margherita dei Conti Colonna.
Quella di oggi nacque nel 1046, nipote di Edmondo 11, detto Fianchi di Ferro, e figlia di Edoardo, rifugiatosi in terra straniera per sfuggire a Canuto, usurpatore del trono d'Inghilterra.
Sua madre, Agata, sorella della Regina d'Ungheria, discendeva dal Re Santo Stefano. Morto l'usurpatore Canuto, Edoardo poteva tornare in Inghilterra, quando Margherita non aveva che 9 anni, ma dopo qualche tempo, la famiglia reale dovette fuggire ancora, in Scozia, dove il Re Malcom III chiese la mano di Margherita, che a ventiquattro anni s'assideva così sul trono di Scozia.
Ebbe sei figli maschi e due femmine, che educò amorosamente e che non le diedero mai nessun dolore. Suo marito non era né malvagio né violento, soltanto un po' rude e ignorante. Non sapeva leggere, ed aveva un grande rispetto per la moglie istruita. Baciava i libri di preghiera che le vedeva leggere con devozione; chiedeva costantemente il suo consiglio.
Ella non insuperbì per questo. Si mantenne discreta, rispettosa e modesta. E caritatevole verso i poveri, gli orfani, i malati, che assisteva e faceva assistere al Re. Per la Scozia non corsero mai anni migliori di quelli passati sotto il governo veramente cristiano di Malcom III e di Margherita, la quale, benvoluta dai sudditi, amata dal marito, venerata dai figli, dedicava tutta la sua vita al bene della sua anima e al benessere degli altri.
Non avendo dolori propri, cercò di lenire quelli degli altri; non avendo disgrazie familiari o dinastiche, cercò di soccorrere gli altri disgraziati, non conoscendo né, miseria né mortificazioni, cercò di consolare i miseri e gli umiliati. E accolse con animo lieto l'unica brutta notizia, che le giunse sul letto di morte. Il marito ed un figlio erano caduti combattendo in una spedizione contro Guglielmo detto il Rosso. A chi, con cautela, cercava di attenuare la crudeltà della notizia, Margherita fece capire di averla già avuta. E ringraziò Dio di quel dolore che le sarebbe servito a scuotere, nelle ultime ore, i peccati di tutta la vita.
Ciò non significava disamore e insensibilità verso il marito e il figlio morti. Ella sperava, anzi ne era certa, di riunirsi a loro, dopo quel doloroso passo, oltre la porta della morte, nella luce della Redenzione.


SBF

lunedì 15 novembre 2010


Civetta

Simbologia della civetta



La civetta insieme al gufo rappresentano la chiaroveggenza, associati spesso a maghi e indovini, simboleggiando la comprensione, la luce dopo la soluzione di un problema. Essendo animali notturni evocano l’oscurità come sinonimo di tenebre e di morte, ma mentre la civetta, con il suo sguardo acuto penetra il buio, personificando la luce come uscita dalla tenebre indicando la rivelazione, al gufo spetta un significato negativo, come uccello del malaugurio, annunciatore di morte. Infatti troviamo un riscontro di questo significato positivo della civetta nella mitologia antica. Il geroglifico egiziano della civetta simboleggiava la morte, la notte e la passività, e anche indicava il sole al di sotto dell’orizzonte quando si tuffava nel mare per lasciare il posto all’oscurità. Nella mitologia degli aztechi la civetta caratterizzava Techolotl il dio dell’oltretomba. Nella mitologia greca e romana la civetta era sacra alla dea della sapienza Atena-Minerva.

Richmond
(North Yorkshire)
Il Castello


Il castello di Richmond occupa una posizione dominante sulla riva settentrionale del fiume Swale, in una parte dello Yorkshire assegnata da Guglielmo I ad Alan "Il Rosso", figlio di un conte bretone. La sua costruzione iniziò all'incirca nel 1071 all'interno di una vasta recinzione murata. Più o meno al medesimo anno risale la Sala di Scolland, uno dei primi esempi di sala in Inghilterra in cui la stanza di ricevimento principale veniva raggiunta attraverso una scala esterna. Separata da una parete divisoria, sul lato sud-orientale, si trovava la stanza privata del signore. Questo tipo di costruzione sarebbe stato molto richiesto nel XII secolo nell'ambito dell'aristocrazia e tra i ricchi abitanti della città.

Negli anni tra il 1146 e il 1171 il castello di Richmond fu tenuto dal conte Conan, detto "il piccolo", duca di Bretagna. Questi iniziò probabilmente la costruzione del maschio sul lato settentrionale, sopra l'originaria porta principale, che venne sostituita da un'altra a lato. Il maschio, che è molto ben preservato, è alto più di 30 metri. L'entrata si trova al primo piano, mentre la sala principale è al secondo piano.

Un'altra corte sul lato orientale della recinzione principale, ora nota come l'abitacolo, ha una porta finemente lavorata del XII secolo.

Bibliografia

Pevsner, N., 1966. The Buildings of England, Yorkshire: the North Riding (London, Penguin), 292-4
Weaver, J., 1989. Richmond Castle and Easby Abbey (English Heritage)

Middleham
(North Yorkshire)

Il Castello


I terreni del Middleham furono assegnati ad Alan, conte di Richmond, nel 1069. Nel 1086 questi vennero a trovarsi nelle mani di suo fratello, Ribaldo, il quale costruì un castello con motta e bassa corte a 450 metri circa a sud-ovest del più tardo castello di pietra, allo scopo di controllare l'estremità orientale del Wensleydale.

Fu probabilmente Robert Fitz Ralph, un discendente di Ribaldo, che tra il 1170 e il 1180 cominciò la costruzione del castello di pietra con un maschio imponente. Questi è ancora in piedi in quasi tutta la sua altezza originaria e manca soltanto dei bastioni. Misura 32 x 23,75 m. ed era non solo ben protetto, ma offriva anche alloggi spaziosi.

La costruzione è divisa lungo l'asse nord-sud in due metà diseguali. Al pianterreno, usato come cucina, deposito e residenza dei servi, la stanza occidentale aveva un tetto con volta a vela, mentre la stanza orientale, più ampia, aveva un doppio tetto con volta a botte supportato da cinque colonne centrali. Una scala a chiocciola nell'angolo sud-est portava al primo piano, al quale si poteva accedere anche attraverso l'entrata principale del maschio, che veniva raggiunta a sua volta tramite una scala esterna. La stanza orientale, più ampia, serviva da grande sala mentre, separati da una parete divisoria, all'estremità meridionale si trovavano il magazzino con la dispensa e, nell'angolo nord-orientale, una piccola cappella. La stanza occidentale era divisa in due camere, fornite non solo di latrine, ma anche di caminetti.

Il castello aveva originariamente, verso nord, una bassa corte esterna circondata da un fossato. Nel 1250-1300 ca. il cortile intorno al maschio fu murato e, di fronte, vennero costruiti degli edifici, soprattutto nel XV secolo.

Bibliografia

Pevsner, N., 1966. The Buildings of England, Yorkshire: the North Riding (London, Penguin), 245-7
Weaver, J., 1998. Middleham Castle (English Heritage, new ed.)

domenica 14 novembre 2010

ANTICA MAPPA DI GALWAY


L'anello di Margaret _Joyce

Le storie riguardo le origini del Claddagh ring sono diverse.
Una, poco attendibile ma pur sempre popolare e nota, parla di un re innamorato di una giovane contadina, ma da lei non corrisposto.
Il povero re non riuscì a sopportare il dolore e si uccise, chiedendo che sulla sua lapide fossero rappresentate due mani intorno a un cuore incoronato come simbolo del suo eterno amore per la contadina.

Due delle spiegazioni più celebri hanno a che fare entrambe, sebbene un secolo le separi, con membri della famiglia Joyce (o Ioyce), originaria di Galway.

L’anello di Margareth Joyce
La leggenda più antica, risalente al XVI secolo, racconta che il primo Claddagh ring fu uno miracoloso e meritato regalo per Margaret Joyce. Domingo de Rona, un ricco mercante spagnolo i cui affari lo portavano spesso a Galway, incontrò Margaret in una delle sue visite nella cittadina irlandese e se ne innamorò, sposandola di lì a poco. Sfortunatamente, però, la loro felicità fu breve. Subito dopo il matrimonio Domingo morì e Margaret ereditò il suo enorme patrimonio.

Nel 1596, la donna si risposò con Oliver Og French, il governatore di Galway. L’uomo non la sposò per la sua grande ricchezza, e ciò è dimostrato dal fatto che lasciò l’uso e l’amministrazione dei sui beni totalmente nelle mani di lei, che, da parte sua, non sperperò il suo denaro, ma ne donò gran parte alla città per far costruire numerosi ponti.
Un giorno, così si narra, un’aquila lasciò cadere sul grembo di Margaret Joyce un anello d’oro, il primo Claddagh ring. Questo evento non fu ritenuto un evento fortuito, ma un vero e proprio dono divino, ricompensa alla sua generosità. L’anello sarebbe caduto “dall’alto”, nel vero senso della parola.
L’anello di Richard Joyce
Molto più realistica la seconda leggenda. Questa ci racconta come, durante la seconda metà del XVII secolo, un abitante di Galway, Richard Joyce, fu catturato dai pirati mentre era in viaggio per le Indie Occidentali. Questi lo vendettero come schiavo a un ricco orafo moresco, che gli insegnò la sua arte e lo fece diventare un eccellente cesellatore.
Nel 1689, il re William III d’Inghilterra ottenne il rilascio degli inglesi catturati, Joyce compreso. In tutti gli anni trascorsi insieme, il Moro si era affezionato a Joyce e lo implorò di restare da lui, promettendogli la mano della figlia e metà del suo patrimonio. Joyce, tuttavia, non si fece tentare, poiché non vedeva l’ora di tornare nel suo paese natio. Quindi portò con sé le conoscenze acquisite sull’arte orafa e, non da ultimo, l’idea del Claddagh ring.

Secondo alcuni, Joyce creò il primo di questi anelli come simbolo di gratitudine nei confronti del re al quale doveva la sua libertà. Secondo altri, invece, una fanciulla a Galway non aveva mai smesso di amarlo e di essergli fedele, in attesa del rientro del suo unico vero amore. E lui le si presentò con il celebre Claddagh Ring d’oro, simbolo del loro amore duraturo.
Due mani a rappresentare l’amicizia, la corona a significare la loro lealtà e devozione, e il cuore a simboleggiare il loro reciproco amore eterno. I due si sposarono subito e non si separarono mai!

Alcuni modelli di Claddagh ring tuttora esistenti portano le iniziali R.I. e, perciò, sono attribuiti a Richard Joyce. Alcuni mostrano anche un’ancora, che confonde un po’: una possibile spiegazione potrebbe essere che il primo Claddagh ring fu costruito da joyce mentre era ancora schiavo in Africa, e l’ancora sarebbe, in tal caso, il simbolo del suo attaccamento alla patria e la sua speranza di potervi tornare un giorno.

Il Claddagh Ring è il famoso anello irlandese, simbolo di amore, amicizia e fedeltà, che deriva il suo nome da Claddagh, un villaggio di pescatori sulla Baia di Galway.
La parola claddagh in gaelico indica la sabbia rocciosa tipica proprio di quella zona.


Claddagh Ring | © Royal Claddagh
Il villaggio di Claddagh fu fondato nel 1232, e insediamenti di case furono presenti fino al 1934. Si trattava di una colonia molto unita, formata da persone orgogliose del loro passato e gelose della loro indipendenza.
Claddagh fu sempre governato da un capo noto nei secoli con diversi titoli: a volte era chiamato semplicemente the mayor (il maggiore) o the admiral (l’ammiraglio) della Baia di Galway, altre volte era chiamato in modo più solenne the King (il re). La sua nave aveva vele bianche, che si distinguevano dalle barche dei pescatori con vele marroni o nere.
L’ultimo governatore morì nel 1954, all’età di 90 anni.
Gli uomini di Claddagh preferivano scegliere le proprie mogli nel loro villaggio, preoccupati di conservare le tradizioni locali.

Una di queste tradizioni, tra le più belle, era il Claddagh Ring.
Sebbene un esempio di questo anello sembra datare all’epoca romana, sono gli stessi abitanti di Claddagh che costruirono tale gioiello. I primi esempi, in oro, argento e bronzo, sono dei veri e propri capolavori, oggi in mostra presso il National Museum of Ireland a Dublino, e il Victoria and Albert Museum a Londra.

La tradizione

Il villaggio di Claddagh
Il tradizionale anello nuziale irlandese è indossato in tutto il mondo come simbolo universale di amore, lealtà, amicizia e fedeltà.

Valoroso cimelio di famiglia, ereditato per secoli dalla madre alla figlia primogenita, il Claddagh Ring è diventato anche un simbolo del legame con il passato. Si ricorda che per moltissime persone che hanno dovuto lasciare l’Irlanda durante la carestia del XIX secolo, diretti, magari, in America, il Claddagh Ring è diventato l’unico legame duraturo con la propria patria e l’unica eredità familiare. Ed è proprio nel periodo della carestia che l’anello cominciò a diventare popolare fuori dal Connemara grazie all’esodo dall’ovest.

Accanto al Claddagh ring, esiste un altro anello, chiamato Fenian Ring e risalente a circa duecento anni fa, che è caratterizzato dalla presenza di due mani e due cuori, senza corona. Tale anello rappresenterebbe la battaglia per la Repubblica d’Irlanda, anche se, comunque, il Claddagh ring tradizionale è sempre rimasto il modello vero e proprio, con la corona a simbolo della lealtà, in ricordo del Regno Irlandese e dell’eredità Britannica.

SBF

venerdì 12 novembre 2010


La storia del gaelico irlandese

Parte prima: storia e sviluppo

Il gaelico irlandese trae la sua origine da una radice comune di lingue indoeuropee, chiamata per l’appunto tronco indoeuropeo. Questa lingua, verosimilmente parlata all’incirca 5000 anni or sono nelle steppe a nord del mar Nero, ha dato origine a quasi tutte le lingue usate oggi in Europa (con l’eccezione dell’ugro-finnico in Finlandia, del magiaro in Ungheria e del basco nella regione a cavallo tra Spagna e Francia), e a molte lingue dell’Asia meridionale e del sud-ovest (Asia Minore).

L’origine comune è messa in evidenza in modo netto dalle notevoli somiglianze presenti nelle varie lingue europee: “fratello” si dice così brother in inglese, bruder in tedesco, brat in russo, breur in bretone, bráthair in gaelico irlandese, e così via.

Di questa lingua indoeuropea, anche detta “proto-indoeuropeo”, non rimane oggi alcuna traccia scritta. Per questo motivo, a partire dalla fine del XVIII secolo, in particolare grazie all’opera dello studioso inglese William Jones, i linguisti hanno potuto lavorare solo su ricostruzioni e comparazioni per giungere, alla fine, esclusivamente a probabilità teoriche, seppur molto forti.

Si ritiene innanzitutto che questa lingua abbia conosciuto una prima suddivisione all’inizio del terzo millennio a.C., frammentandosi in conseguenza delle migrazioni delle varie popolazioni in Europa e in Asia.

Le principali branche di questa “lingua originaria” sono il celtico (che darà origine all’irlandese, allo scozzese, al bretone, al gallese e alle lingue della Cornovaglia e dell’isola di Man); il greco (antico e moderno); l’italico (da cui provengono il latino e le lingue di origine latina: il francese, l’italiano, lo spagnolo, il portoghese, il rumeno, ecc.); il germanico (il tedesco, l’inglese, l’olandese e le lingue scandinave) e lo slavo (il russo, il ceco, il polacco, il serbo-croato).

Sono da aggiungere a questo elenco l’indo-iraniano (il sanscrito – lingua estinta – l’hindi e il persiano), l’armeno, l’albanese, il baltico (prussiano antico – oggi estinto – il lituano e il lettone) e l’anatolico (ittita).

Per quanto è dato sapere, questa lingua preistorica era già molto complessa: i nomi, gli aggettivi e la maggior parte dei pronomi distinguevano otto casi e tre numeri (singolare, plurale e neutro). Anche i generi erano tre (maschile, femminile e neutro), e i verbi venivano coniugati non solo in funzione della persona e del numero, ma anche a seconda dell’aspetto (imperfetto, perfetto, stativo), dei tempi (passato, non passato), della voce (passiva, medio-passiva) e del modo (indicativo, imperativo, ottativo).

La branca celtica

La lingua progenitrice di tutte le lingue celtiche, attuali ed estinte, è denominata “celtico comune”. In ordine di tempo la prima famiglia delle lingue celtiche era costituita dalle lingue celtiche continentali, oggi del tutto estinte: si tratta del gallico, del celto-iberico e del leponzio. Le prime tracce scritte di quest’ultima lingua, risalenti all’inizio del VI secolo a.C., sono state ritrovate in Italia del Nord.

Queste lingue continentali ebbero la loro massima diffusione intorno al III secolo a.C., dalla penisola iberica (a sud) fino alla Galazia (regione corrispondente all’attuale Turchia), passando per la Gallia.

Le tracce di queste lingue si possono ritrovare in un gran numero di nomi propri di origine celtica, in particolare fiumi, luoghi e città di tutta Europa. Per contrasto, le tracce scritte sono estremamente rare, a causa della riluttanza dei Celti a fissare il proprio sapere in forma scritta. Giulio Cesare ne spiega il motivo, nel corso del primo secolo d.C., dicendo a proposito dei druidi:

“Essi ritengono che la loro religione non consenta loro di affidare alla scrittura l’oggetto dei loro insegnamenti, mentre per tutto il resto si servono dell’alfabeto greco. A me sembra che abbiano stabilito questo stato di cose per due motivi: sia perché essi non vogliono che la loro dottrina sia divulgata, sia perché affidandosi alla scrittura, la memoria sarebbe di conseguenza trascurata; perché è evidente che quando ci si affida a testi scritti ci si applica in maniera minore a ritenere le questioni a mente, trascurandone la trasmissione a memoria” (Giulio Cesare, De Bello Gallico, VI, 14).

Queste opinioni, è bene ricordare, sono espresse da un avversario delle popolazioni celtiche, e non rappresentano necessariamente la verità.

Le lingue celtiche ancora oggi in uso, ivi compreso il bretone di Armorica (l’odierna Bretagna continentale), derivano tutte dal celtico insulare. In Irlanda esse sono identificate per la prima volta a partire dal IV secolo a.C., probabilmente a provenienza dalle regioni occidentali della Francia odierna; quest’onda linguistica si prolungherà in seguito verso l’isola di Man e la Scozia a partire dal V secolo d.C.. Un’altra propaggine si diresse verso l’odierna Inghilterra e verso il Galles, per ripropagarsi, sempre verso il V secolo, verso l’Armorica. Nello stesso periodo le lingue celtiche continentali scompaiono, insieme alla decadenza dell’impero romano.

A partire dal V secolo d.C. le lingue celtiche insulari si separano in due famiglie. Le lingue britoniche (brythonic in inglese), comprendenti la lingua in uso nella Cornovaglia (scomparsa nel corso del XVIII secolo), il bretone ed il gallese, queste due ultime per molto tempo (fino al XV secolo) molto simili e mutualmente comprensibili.

Le lingue gaeliche (in inglese goidelic) comprendono oggi la lingua dell’isola di Man (quasi estinta), il gaelico irlandese ed il gaelico scozzese. Queste due ultime condividono fino al XVII secolo regole strutturali molto simili, grazie agli stretti legami culturali, economici e politici esistenti tra le due regioni. Ancora oggi le due lingue sono abbsatanza “vicine”, al punto da essere reciprocamente comprensibili.

Talvolta si utilizza il termine di “Q-celtico” per il britonico e di “P-celtico” per il gaelico, a causa di una mutazione fonetica comparsa in epoca abbastanza precoce: così, ad esempio, il termine indoeuropeo ekvos (cavallo) diventa equos in Q-celtico e epos in P-celtico. Più recentemente “testa” diventerà penn in bretone e ceann in gaelico irlandese, e alla stessa maniera il numero “quattro” diverrà rispettivamente pevar e cathair.

Alla fin fine le lingue bretone e gaelica, pur essendo tra loro lontane parenti, sono comunque oggi troppo differenti per risultare mutualmente comprensibili. Al contrario probabilmente un bretone avrà più facilità a comprendere un gallese, così come la lingua italiana risulterà abbastanza comprensibile ad un francese, o la lingua olandese ad un tedesco.

Le prime tracce scritte relative alla lingua gaelica in Irlanda risalgono al IV secolo d.C., sostanzialmente su alcune pietre funerarie (dette “ogamiche”), ma la maggior parte delle attuali conoscenze al riguardo proviene dai manoscritti redatti dai monaci irlandesi nel corso del Medio Evo: anche se quasi sempre scritti in latino, questi manoscritti avevano tuttavia alcune annotazioni in gaelico. La prima elegia interamente redatta in gaelico risale al 597, ed era dedicata a San Colombano.

Il più antico manoscritto di cui disponiamo, il manoscritto di Würzburg, risale al VII secolo. Con l’eccezione di esso, i primi manoscritti si collocano nel periodo del XII secolo, perché un gran numero di essi venne distrutto durante le invasioni vichinghe, dall’ottavo al decimo secolo. È proprio grazie a questi manoscritti, la cui tradizione continuerà nell’Irlanda monastica fino al XVIII secolo, che la prima fase evolutiva del gaelico irlandese (l’”Antico Irlandese”, 700-950) è potuta restare nota sino ai nostri giorni. In seguito la lingua irlandese evolverà in “Medio Irlandese” (950-1350), “Moderno Precoce” (1350-1650) e “Moderno Tardivo” (dal 1650 ad oggi).

Durante il primo periodo è possibile ritrovare il gaelico in poesie di grande semplicità, spesso molto brevi, come l’esempio seguente:

Un suono di zufolo

È sfuggito, dal becco dorato

Di un uccellino

Il merlo, dall’alto del suo albero ingiallito

Lancia i suoi fischi al di là del Loch Laigh.



A seguito delle invasioni vichinghe un’influenza scandinava si farà sentire a partire dall’VIII secolo: come la popolazione gaelica assorbirà questo apporto del popolo invasore, allo stesso modo la lingua gaelica integrerà questo apporto linguistico, la cui più netta influenza può oggi ritrovarsi maggiormente nei nomi di località della costa occidentale irlandese: Wexford, Waterford, Wicklow, etc.

I popoli anglo-normanni arrivarono in Irlanda a partire dal 1169, e due secoli dopo le autorità inglesi fecero votare lo statuto di Kilkenny (1366), tendente ad impedire che i cosiddetti “inglesi degenerati” adottassero i costumi tipici dei clan gaelici: i matrimoni misti furono proibiti e l’abbigliamento tipico della gente gaelica venne interdetto, insieme all’uso della lingua gaelica da parte degli anglo-normanni. Si tentò in altri termini di impedire, con il mescolarsi delle popolazioni, un processo naturale: in realtà questo editto si mostrò, alla luce dei risultati, scarsamente efficace.

Con l’uso sempre più frequente dell’alfabeto latino, a partire dal XVI secolo, la scrittura della lingua gaelica pose alcuni problemi. Così, il punto posto al di sopra di alcune consonanti per addolcirne il suono fu rimpiazzato, a partire dal 1567 dalla lettera “H” posizionata dopo la consonante in questione, ed ancora oggi utilizzato con questo scopo. L’accento lungo sulle vocali, detto fada (á, é, í, ó, ú) è invece perdurato sino ai nostri giorni.

Dal XVII al XIX secolo la lingua gaelica rimane in sostanza ciò che è sempre stata: una lingua rurale trasmessa oralmente. In particolare, la poesia rimane molto vivace nonostante la scomparsa del mondo gaelico, dei capi-clan e dei poeti ufficiali delle grandi dinastie gaeliche (i filí, al singolare file). In questo periodo fa anche la sua comparsa un personaggio molto importante, l’insegnante-poeta, spesso itinerante, di cui si trova un ottimo esempio nel grande romanzo di Thomas Flanagan The Year Of The French (Arrow Books, London, 1989). È anche in quest’epoca, tra il XVI e il XIX secolo, che la lingua gaelica, vittima delle separazioni subentrate tra le varie regioni irlandesi, si separa in svariati dialetti (Connaught, Ulster, Munster), ancora oggi ben difficili da riunire in un corpus d’inquadramento unico.

Inoltre la lingua inglese, lingua dell’amministrazione e dell’economia, iniziò progressivamente a guadagnare terreno anche nelle campagne, in particolare a seguito delle disastrose carestie della metà del XIX secolo. Molte altre ragioni possono essere addotte a spiegare la progressiva scomparsa del gaelico in Irlanda: sopra tutte il ruolo delle National Schools, fondate nel 1831, in cui l’insegnamento ufficiale avveniva esclusivamente in inglese. Va però anche detto che, a differenza di altri Paesi di origine celtica, in Irlanda non esiste una tradizione di divieto dell’uso della lingua gaelica nelle aule scolastiche e nei luoghi di ricreazione. È possibile che anche il clero abbia svolto un ruolo nella propagazione dell’inglese, semplicemente perché quasi tutti i preti non erano in grado di parlare la lingua (o il dialetto) delle regioni in cui essi dovevano recarsi a predicare la religione cattolica.

Di certo uno dei motivi principali deve essere messo al passivo dell’opera di Daniel O’Connell, insigne avvocato e uomo politico irlandese, considerato uno dei più strenui sostenitori dei diritti dei cattolici nel corso del XIX secolo. Sebbene fosse bilingue, O’Connell considerava la battaglia per la lingua una battaglia persa in partenza, e la sua importanza politica fu così grande (specie all’inizio del diciannovesimo secolo) che la sua visione a tal riguardo perdurò ancora per molti anni, lasciandosi alle spalle una lingua abbandonata dalle popolazioni rurali e disprezzata dalle classi sociali più agiate delle zone urbane. I cattolici più ricchi, in particolare, miravano a dare ai propri figli una buona educazione anglofona, con lo scopo di facilitare loro l’accesso ai posti più importanti dell’amministrazione anglo-irlandese.

Il risultato di tutto ciò si ebbe con il censimento che si svolse alla fine del XIX secolo: nel 1891 solo lo 0,2% della popolazione non parlava l’inglese, e solo il 14,5% degli irlandesi parlava il gaelico. È in questo contesto che nasce, nel 1893, il principale movimento per la rinascita della lingua gaelica, la Liga Gaelica.

giovedì 11 novembre 2010




La vera storia di Lancillotto cavaliere di Artù e amante di Ginevra

Oltre a de Troyes, le due fonti principali che trattano il personaggio di Lancillotto sono il corpus di opere in francese note come Lancillotto in prosa (XIII secolo) e la romanza tedesca Lanzelet di Ulrich von Zatzikhoven (anch'essa del XIII secolo). Vi sono motivi per ritenere che il Lanzelet possa essere basato sulla prosa francese; in particolare, von Zatzikhoven disse di aver tradotto un "libro francese" fornitogli da Hugo de Morville, uno degli ostaggi inglesi che nel 1194 presero il posto di Riccardo Cuor di leone nelle carceri di Leopoldo V d'Austria. In ogni caso, il Lancellotto francese e quello tedesco sono in effetti sostanzialmente consistenti, con la principale differenza che il Lanzelet pare contenere echi dello stile narrativo e ai temi del folklore e della fiaba, mentre le versioni francesi sono più evidentemente legate alla tradizione del poema cavalleresco e della chansons de geste.
Lancillotto era figlio di Re Ban di Benoic e della regina Elena. Il padre morì improvvisamente combattendo una rivolta causata dalla sua crudeltà (Lanzelet) o mentre fuggiva con la moglie per difendersi dall'aggressione del suo nemico Claudas (altre fonti); Lancillotto, ancora bambino, fu rapito dalla misteriosa Dama del Lago, che lo condusse nel suo regno. Nella romanza tedesca, questo luogo è rappresentato come un'isola abitata da sole donne, dove regna una primavera eterna; nella versione francese, il lago stesso è solo un miraggio che nasconde un vero e proprio regno con tanto di cavalieri (e dove si trovano anche i cugini di Lancillotto Lionel e Bors, figli del fratello minore di Ban). All'età di 15 (o 18) anni, Lancillotto chiede e ottiene di abbandonare il regno del lago per recarsi alla corte di Re Artù per essere nominato cavaliere.
Da qui in avanti le avventure di Lancillotto differiscono nelle diverse fonti. In ogni caso, viene a sapere della sua origine regale e recupera il proprio posto nella società; nel Lancillotto in prosa, tuttavia, egli deve prima sconfiggere Claudas, il vecchio nemico di suo padre, in una guerra fra questi e i Cavalieri della Tavola Rotonda.
Dopo aver riconquistato il suo rango, il Lancillotto del Lanzelet regna su una terra ereditata attraverso la moglie Iblis (il regno di Ban è governato da uno zio) e la storia si conclude alla maniera delle fiabe, con re e regina che vivono felici fino a una serena morte per vecchiaia.
Le versioni in prosa riprendono invece il tema dell'amore illecito fra Lancillotto e Ginevra, in parte riproponendo fedelmente i fatti del racconto di de Troyes. Lancillotto rimane alla corte di Artù come cavaliere; fra le sue molte imprese, ha occasione di salvare Ginevra prigioniera nel castello di Meleagant. Mentre la passione fra lui e Ginevra si sviluppa, Lancillotto viene sedotto dalla figlia del Re Pescatore (che alcune fonti chiamano Elena) e con lei concepisce Galahad, destinato a vincere il Graal. La gelosia di Ginevra lo rende folle e lo convince a fuggire in esilio. Durante la lontananza dalla corte prende parte, invano, alla ricerca del Graal; riesce però a intravederlo, e perde conoscenza, rimanendo in questo stato per un numero di anni pari a quelli passati nel peccato. Alla fine, la sua relazione con Ginevra viene rivelata ad Artù dai figli. Sorpreso insieme alla regina, Lancillotto fugge, e la regina stessa viene condannata al rogo. Per impedire la morte dell'amata, Lancillotto assalta la corte con i suoi soldati, in una battaglia in cui muoiono molti cavalieri di Artù. Gli scontri fra Artù e Lancillotto, che minano in modo fatale l'equilibrio del regno, vengono interrotti dall'invasione romana prima e poi dal tradimento di Mordred; Lancillotto, che non vi prende parte, sopravvive ad Artù, Ginevra, e alla distruzione della Tavola Rotonda. Diventa eremita e trascorre la sua vecchiaia in odore di santità.


SFB

martedì 9 novembre 2010


Il tempo di Edoardo VI (1547-1553)


Uno dei grandi “se” della storia inglese, fu presentato dalla prematura morte di Edoardo VI. A quel tempo, nessuno avrebbe potuto prevedere che il più grande monarca Tudor sarebbe stato la principessa Elizabeth, figlia della sfortunata Anna Bolena.

Le speranze inglesi per una forte monarchia s'incentravano nella sopravvivenza di Edoardo VI. Durante la sua minore età, nonostante il desiderio di Enrico che governasse un consiglio di ministri, il Duca di Somerset (zio di Edoardo) si proclamò Lord protettore. Continuò così la politica del re di operare cambiamenti religiosi promuovendo riforme protestanti.

Edoardo VI regna per sei anni, ed aveva solo sedici anni quando morì. Fisicamente fragile, intelligente e sincero, era ingenuo, ed inevitabilmente divenne lo strumento di consiglieri, in particolare il Duca di Northumberland, le cui motivazioni erano lungi dall'essere religiose.

Il regno di Edoardo si mosse decisamente in direzione del Protestantesimo. Gran parte della legislazione contro l'eresia fu abolita, e l'Inghilterra divenne un santuario per tutti i perseguitati d'Europa. Le Bibbie inglesi potevano essere liberamente stampate e lette.
Il libro di Cranmer “Il libro della preghiera comunitaria” (the Book of Common Prayer) del 1552, che andava oltre alla versione già fortemente protestante del 1549, presentava i sacramenti como essenzialmente un memoriale e venne reso obbligatorio in tutte le chiese e fu abolita la Messa latina. I Quarantadue Articoli del 1553, codificavano in termini irenici questi ed altri cambiamenti.

Questi atti coraggiosi incontrarono la resistenza di molte aree cattoliche del paese, per non menzionare l'Irlanda, per sempre fedele a Roma, e, a causa di questo, l'Irlanda fu sempre sospetta agli occhi inglesi, come centro di ribellione. In Inghilterra, i tentativi di imporre il nuovo Libro di preghiera, condusse ad una serie rivolta in Cornovaglia e nel Devon. A questo si aggiunse una sollevazione nel Norfolk contro l'aumento dei prezzi e le ingiustizie sociali. Come se non bastasse, egli coinvolse l'inghilterra in una guerra contro la Scozia, da sempre alleata alla Francia, riuscì a perdere in una battaglia, come pure fu deposto e condannato a morte. Sullo stato degli affari, Sir Thomas Moore considerava la lotta per l'influenza e il bottino fra le grandi famiglie dell'Inghilterra come niente di più che “una cospirazione di gente ricca che persegue solo i propri comodi sotto il pretesto d'aver titolo a governare la nazione”.

Dopo la morte del Somerset, però, il Paese su amministrato da un personaggio molto più abile, John Dudley, Conte di Warwick e Duca del Northumberland. Egli riesce a districare il Paese da una disastrosa guerra contro la Scozia, ritorna a Boulogne, in Francia e ristabilisce l'ordine sociale in Inghilterra. Ora il Protestantesimo diventa ufficiale con il nuovo Libro delle Preghiere del 1552 ed un nuovo Atto di Uniformità era passato.

Nonostante le inevitabili limitazioni, Edoardo era un cristiano sincero. Il suo regno vide poche esecuzioni capitali. Mary, la sua mezza sorella poteva avere la sua Messa ed il suo cappellano. Il vescovo cattolico-romano Stephen Gardiner, sebbene messo in prigione e privato della sua sede, poteva scrivere sei volumi di controversie teologiche.
Il malaticcio Edward, però, stava morendo.

Il Northumberland è molto preoccupato perché il legittimo erede al trono è Maria, l'unica figlia superstite di Enrico e di Caterina d'Aragona, una cattolica impegnata. Persuade così Edward a dichiarare Maria figlia illegittima e di nominare Lady Jane Grey come erede al trono (la nipote della sorella di Enrico VIII e sposata a suo figlio). La povera Lady Jane, timida e inadatta al ruolo, non era sostenuta dal Paese, che stava tutto dalla parte di Maria, una Tudor, e quindi, legittima sovrana.

Maria, così, giunge a Londra, acclamata dalla folla, per assumere il trono che le spetta.

SFB

lunedì 8 novembre 2010




HENRY FITZROY

(D. Richmond)

Born: 15 Jun 1519, Blackmore, Essex, England

Acceded: 18 Jun 1525, Bridewell Palace

Died: 22 Jul 1536, St. James Palace, London, Middlesex, England

Buried: Thetford Abbey

Notes: Knight of the Garter. D. Somerset, E. Nottingham. The Complete Peerage vol.XIIpI,p.59.

Father: HENRY VIII TUDOR (King of England)

Mother: Elizabeth BLOUNT (B. Talboys of Kyme/B. Clinton of Marstoke)

Married: Mary HOWARD (D. Richmond) 28 Nov 1533


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Image of Henry Fitzroy, Duke of Richmond,

bastard son of King Henry the eight


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Natural son of Henry VIII by the Elizabeth Blount, daughter of Sir John Blount of Kinlet, of the family of the Lords Mountjoy. He was the only bastard that Henry VIII acknowledged. When Henry became the father of a royal bastard, he was delighted; his ability to father male progeny was no longer in doubt.

His mother afterwards married Gilbert, son of Sir George Talboys of Goltho, Lincolnshire, and certain manors in that county and Yorkshire were assigned to her for life by Act of Parliament. Thomas Wolsey was named as Godfather to Henry Fitzroy, who was brought up with Henry Howard at Windsor. Howard was to become Fitzroy's closest friend and brother-in-law, as he was to marry his sister Mary Howard. Henry Fitzroy was left with his nanny, Agnes Partridge, a laid back type fond of hunting and gambling who was paid 50 shillings a quarter (£10 a year). Her own son Harry was being brought up with Henry Fitzroy who was now given his own household of princely status and housed at Durham Place in the Strand.

Henry VIII had a particular fondness for this child, and created him Knight of the Garter at the age of six, on 24 Apr 1525. He was then advanced to Earl of Nottingham, and the same day, 16 Jun of 1525, made Duke of Richmond (a title associated wtih Henry VII before he came to the throne), then a month later Admiral of England, Ireland and Normandy. He was also made Warden of the Cinque Ports; Lieutenant of Ireland and given other titles and an income which made him the richest person in the kingdom after the King.

When Richmond was made Lord-Lieutenant of Ireland, there was a plan to crown him King of that country, though the King's counsellors feared that making a separate Kingdom of Ireland whose ruler was not that of England would create another King of Scotland.

Fitzroy was also made Lieutenant - General north of the Trent and warden of all marches towards Scotland, he was sent to live in the north of England to help control the area, living in the castle at Sheriff Hutton just north of York, on his way there he stayed at the home of Lady Maud Parr whose brother-in-law William was in charge of Fitzroy's household, and her son William was a companion of Fitzroy's. Lady Parr's daughter would accompany them as far as Lincolnshire where the 11 year old Catherine was to marry Lord Borough's son. Fitzroy had been sick during the journey and decided to continue his journey on his pony rather than in the litter that he had been in, Edward Seymour, his horse master and arranged this for him.

When they arrived at Stamford, they stayed at Collyweston which now belonged to Richmond. Here they were joined by five year old William Cecil who was to be educated with Richmond. Later Cecil's father, was to withdraw his son and send him to grammar school instead.

Fitzroy's tutor was Richard Croke was related to the Blount's. Croke wrote to the King and also to Wolsey complaining that Sir William Parr and Richard Cotton were fiddling the books so that they had many perks, and that they changed the times of the boys lessons and arranged for actors and jesters to visit the unruly boys and refused to let Croke see the boys at certain times. Fitzroy tried to get out of learning Latin but enjoyed hunting and Croke complained that the boys were allowed to hunt before lessons and were too tired on their return to attend lessons. He wanted more control over the discipline of the classes and to get rid of bullies like the son of Lord Henry Scrope, who shouted rude names at Croke and beat up other boys. A clerk of the Green Cloth (the board which controlled the King's expenses) was sent to Sheriff Hutton and found Croke's claims to be true.

When ten years old Fitzroy had already read some Caesar, Virgil, and Terence, and knew a little Greek. Croke appears to have been much attached to him, and when in Italy, after leaving his service, writes offering to send him models of a Roman military bridge and of a galley. Singing and playing on the virginals were included in his education.

In 1527, the King sent Richard Croke off to the Vatican to check out the possibilities of making his bastard son his legitimate heir. Croke sent Richmond presents, such as a model boat, but must have been relieved to escape Sheriff Hutton. Being paid to browse through Europe's greatest libraries. Croke soon discovered a catch. His brief changed. Henry VIII was now looking into the alternative possibility of divorcing Catalina and remarrying to provide himself with a son.

On 9 Aug 1529 Fitzroy, always referred to as 'the Prince', was made a temporal Lord in Parliament and was asked by his father to bring charges against Cardinal Wolsey. On his return to court he was joined by his mother, now widowed; her son George Talboys; and her brother George Blount, who was part of Fitzroy's household. The Earl of Surrey also joined them. At Christmas Fitzroy was given a suite of rooms at Windsor that were usually used by the Prince of Wales, Princess Mary as Princess of Wales was given a less important suite, which shows how much Henry thought of his illegitimate son.


When Henry VIII began the process of having his marriage to Catalina of Aragon annulled, it was suggested that Fitzroy marry his own half-sister Mary in order to prevent the annulment and strengthen Fitzroy's claim to the throne. Anxious to prevent the annulment and Henry's eventual break with the Roman Catholic Church, the Pope was even prepared to grant a special dispensation for their marriage.

Various matrimonial alliances were proposed for him, some perhaps merely as a move in the game of politics. Within the short space of a year there was some talk of his marrying a niece of Pope Clement VII, a Danish princess, a French princess, and a daughter of Eleanor, queen dowager of Portugal, sister of Carlos V, who afterwards became queen of France. Finally, the Duke of Richmond married Lady Mary Howard, daughter of Thomas Howard, 3rd Duke of Norfolk, on 28 Nov 1533. Although tradition has it that Anne Boleyn was hostile to the match, it now seems that it was she who organised pairing her young cousin Mary with the King's illegitimate son. Therefore, the Howard family could be even closer (in favour and family) to the King. However, the marriage was never consummated.

It was decided that Fitzroy would be sent to Ireland along with his army and be made the King there. They traveled in stages and arrived in Wales to make the crossing. He was then recalled to Parliament by his father but this was then cancelled so he stayed at Collyweston. He is mentioned as being present at the execution of the Carthusians in May 1535. By Nov 1535 he was back in the court at Windsor Castle. Fitzroy saw his father daily and on one occasion after Anne had again miscarried, Henry told Fitzroy that he along with his sister Mary were lucky to have escaped death from poisoning by Anne. Henry now decided to divorce Anne but charges were bought against her for infidelity which in Tudor times was classed as treason. Fitzroy attended Anne's trial and execution.

On 30 Jun the new Act of Succession was put before Parliament. Fitzroy should have attended Parliament but was ill with pains in his chest and a cough. Parliament closed on 18 Jul and Fitzroy was still too ill to attend, the King and the new Queen Jane Seymour, along with the court moved to Sittingbourne in Kent and Fitzroy and his household should have moved to Tongue, but he was too ill to travel.

Henry Fitzroy, Duke of Richmond, died of consumption at St. James Palace, soon after Anne Boleyn's execution and just as an act was going through Parliament to enable the King to nominate him as the heir to the throne. Henry entrusted the funeral arrangements to the Duke of Norfolk, Fitzroy's father-in-law, and gave orders that the body be wrapped in lead and taken in a closed cart for secret interment. Through the carelessness of Norfolk's servants, the corpse was borne in a wagon covered in straw, and the only mourners were two attendants who followed at a distance. The Earl of Surrey, on Henry's instruction, received Richmond's favourite horse, a black jennet, complete with the black velvet saddle and harness made for the funeral.

Later, Henry complained that his son had not been honourably buried and Norfolk heard a rumour that he was destined for the Tower.

In Lincolnshire, where the Duke of Richmond and his mother had much influence, opposition to the King was becoming organised. The greatest part of the wealth of Lincolnshire was in the hands of the Church, the great abbeys were the chief landowners and employers. Now church possessions and finances once sacrosanct were exposed to the scrutiny of the King's commissioners sent to audit their affairs.

On Saturday 30 Sep, some local people, feeling threatened by the imminent arrival of the commissioners, collected the keys of the church and handed them to a shoemaker, Nicholas Melton to keep safe. He thus became "Captain Cobbler" the leader of a rebellion against the King. By Monday 2 Oct, men from Horncastle and East Rasen arrived in Louth. By then a large crowd, they marched to Caistor where the King's Commissioners were at present taking inventories of church property. Here they were joined by Sir Robert Dymoke and his sons and friends who "just happened to be staying with them at that time". From Goltho, home of Richmond's step-grandmother, Lady Talboys' chaplain arrived with a large group of armed men. More than 500 armed retainers from South Kyme joined the rebels, under the leadership of Sir Thomas Percy, a relative of the Talboys family, (who "just happened to be there for the hunting") and a similar number headed by Edward Dymoke.

The same Monday, 2nd Oct, Edward, Lord Clinton left home on horseback, with just one servant. He headed first for Sleaford, and Lord Hussey. Hussey had been Princess Mary's Chamberlain, and his wife had been imprisoned for continuing to refer to her as "Princess Mary" not "The Lady Mary". Hussey had been assured of the support of the Emperor (Mary's cousin) and seemed a natural leader of the rebellion against the King. But he was not their leader. Clinton galloped on to Nottingham, then on to Lord Huntington at Ashby. By Friday, he reached the Earl of Shrewsbury at Hardwick Hall in Derbyshire. He carried letters from Cromwell. Meanwhile the rebels were joined by other groups of armed men, alerted by beacons, and had spread across the Humber to Yorkshire. The Member of Parliament for Lincoln, Thomas Moigne met Robert Aske, who led the rebellion in Yorkshire (where it was called the Pilgrimage of Grace).

Henry VIII's answer to the grievances that had been put to them was read out in the Chapter House of Lincoln Cathedral by Moigne. The King had never yet heard that a prince's counsellors and bishops should be appointed by ignorant common people, and least of all by the "rude commons of one of the most brute and beastly shires in the realm". The rebellion was put down with punishing retribution and many executions.

The rebellion failed because there was no one uniting leadership and cause. Had the Duke of Richmond still been alive, then he might have been there, at his palace of Collyweston, by Stamford, with an army at least as large as the 5,000 men the Duke of Suffolk brought with him. As the King's son and the heir to the throne, he would have provided an alternative to his now very unpopular father. Had this been the original motivation for the rebellion, which started in the part of England in which he had the most influence, in which he had stayed most often in recent years, and in which he had the greatest number of contacts and relatives including his mother.

S.Berti Franceschi

venerdì 5 novembre 2010




IL MISTERO DI RENNES


IL GRAAL E I TEMPLARI

Gerusalemme, Anno del Signore 1160. Quartier generale dell'Ordine dei Cavalieri Templari, sulla spianata di Al-Aqsa (vedi foto 1), dove sorgeva il Tempio di Salomone. E' notte, mentre le sentinelle sono sempre all'erta, le torce rischiarano con la loro luce rossastra i vari camminamenti ed i corridoi interni del palazzo fortificato. L'ora è tarda, e quei corridoi di solito sono deserti. Ma quella notte non era così: si udiva un ritmico e regolare rumore di passi, ma non frettolosi, piuttosto sembravano passi di qualcuno che stesse passeggiando avanti e indietro. E così era. Nella grande stanza dove avvenivano le riunioni, riservata agli Ufficiali, il Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Bertrand de Blanchefort, misurava a grandi passi, avanti e indietro, il pavimento di pietra, con aria insieme pensosa e preoccupata. Non era solo: con lui, il Maresciallo del Tempio, Alain de Montdidier. Il Gran Maestro sembrava avesse grossi pensieri: le mani dietro la schiena, espressione assorta. Il Maresciallo del Tempio non era meno preoccupato: aveva un piccolo pugnale tra le mani che agitava nervosamente. Ma cosa stava succedendo? Forse la preparazione ad una battaglia imminente? Forse l'ansia di un prossimo attacco musulmano? No… niente di tutto questo. Ad un tratto, il Gran Maestro aprì un piccolo scrigno dal quale prese una chiave e fece cenno al suo Maresciallo di seguirlo. I due si incamminarono silenziosamente verso la parte più nascosta del quartier generale, presero ognuno una torcia e scesero una scala a chiocciola di pietra che portava nel sottosuolo. Dopo diversi giri viziosi seguendo alcuni corridoi sotterranei, i due arrivarono davanti ad una pesante porta di legno, che era sorvegliata da due uomini armati. Ad un gesto del Gran Maestro, le sentinelle si spostarono, e lui infilò così la chiave nella toppa: diede ordine ai due armati di allontanarsi, quindi fece fare due giri alla chiave e la pesante porta di legno si aprì. Il Gran Maestro ed il suo Maresciallo entrarono, richiudendo la porta dietro di loro. Usando le loro torce, accesero quelle che erano sui muri di questa stanza sotterranea; quando la luce dissolse le tenebre, apparì ai loro occhi il più grande tesoro di tutti i tempi: suppellettili, vasi d'oro e di bronzo, pezzi di colonne e trabeazioni, ma soprattutto tanti, tantissimi documenti, in papiro o in fogli di rame, antichissimi. Ma c'era dell'altro in quella grande stanza, qualcosa che era di capitale importanza per le religioni del luogo e che aveva fatto la storia del mondo: la Sacra Sindone, contenuta in una scatola di legno di cedro finemente lavorata a mano; l'Arca dell'Alleanza, con i suoi cherubini d'oro sul coperchio; la Menorah, il candeliere a sette braccia completamente in oro, simbolo principe della religione ebraica; il Graal, la coppa dove Gesù Cristo bevve durante l'Ultima Cena e dove Giuseppe d'Arimatea raccolse, non facendolo però apposta, il sangue di Gesù morente; la Vera Croce, lo strumento di morte a cui fu affisso Gesù. Ma come i Templari erano giunti in possesso di queste reliquie così importanti? Erano oltre trent'anni che i cavalieri dal bianco mantello avevano intrapreso ricerche archeologiche, effettuando scavi importanti, proprio sotto al Tempio di Salomone, ritrovando nei sotterranei, più precisamente in una stanza segreta, detta "Sancta Sanctorum", ossia il Santo dei Santi, tutte le reliquie che erano state poi portate in quella stanza. Perciò, quello che era racchiuso là dentro aveva un valore immenso, più di qualsiasi tesoro al mondo. Il Gran Maestro era consapevole di questo, e si rendeva anche conto che tali reliquie, se fossero cadute in mano ai musulmani, sarebbero state distrutte, ma che ugualmente, se fossero state preda degli ebrei, non avrebbero avuto miglior sorte. Da qui la sua grande preoccupazione e quella del suo fido Maresciallo, amico di mille battaglie sugli ardenti deserti della Palestina. In quel periodo, Gerusalemme era continuamente sotto attacco musulmano, e più di una volta i soldati islamici si erano pericolosamente avvicinati, con le loro pattuglie, al quartier generale templare. Quindi, per evitare problemi, come fare a portare in salvo quelle reliquie di vitale importanza, soprattutto per la cristianità? All'improvviso, la soluzione illuminò gli occhi di Bertrand de Blanchefort: l'unica cosa da fare, seppure pericolosa, era di portare in Europa tutto. Così, dopo un rapido consulto con il suo Maresciallo, fu deciso di trasportare in Europa, per nave, tutto ciò che era possibile portare via, per sottrarlo così alla furia islamica e per poter mettere a disposizione e all'adorazione di tutti i fedeli cristiani queste reliquie, trovate e rimosse con tanta fatica e con immenso amore. Si era deciso di non trasportare le reliquie via terra, per evitare eventuali attacchi sia delle truppe islamiche, sia di bande di briganti che infestavano le zone intorno a Gerusalemme. Il porto d'imbarco delle reliquie sarebbe stato San Giovanni d'Acri. Così, su dei carri, scortati dai migliori cavalieri del Tempio, furono caricate queste reliquie, assieme ad una consistente parte del Tesoro del Tempio, che sarebbe servito in Europa per le spese di costruzione di edifici adatti alla conservazione delle reliquie. Le tecniche costruttive di tali edifici furono estratte dai tantissimi documenti trovati assieme alle reliquie, documenti in papiro di importanza capitale e sui quali erano scritti segreti di natura immensa. Caricate su una nave, assieme al Gran Maestro Bertrand de Blanchefort ed al suo Maresciallo, le reliquie presero la via dell'Europa, scortate da altre due navi del Tempio, cariche di uomini armati fino ai denti: la preoccupazione maggiore era data dai pirati saraceni, ma essi si tenevano sempre lontani dalle navi che battevano le bandiere dell'Ordine del Tempio, essi sapevano che erano praticamente inattaccabili. Ma la prudenza faceva parte delle virtù di ogni templare, quindi furono prese tutte le precauzioni necessarie. L'unica reliquia che non fu caricata e portata via, fu la Vera Croce, in quanto fu deciso di trasportarla in un secondo tempo, ed anche perché troppo grande e troppo vistosa, e certo non si poteva smontarla, sarebbe stato sacrilegio. Questo fu un errore, perché la Vera Croce non venne più trasportata in Europa e, molti anni più tardi, sarebbe stata distrutta da Saladino. Queste navi, dopo una lunga traversata, arrivarono in Francia, per la precisione in Provenza, nel porto di Marsiglia, dove vennero caricate nottetempo su altri carri fatti venire appositamente dalla Precettoria Templare di Marsiglia. Forse sarebbe stato logico portare le reliquie a Parigi, alla Precettoria Generale dell'Ordine del Tempio, ma il Gran Maestro, con mossa saggia, decise di non farlo. Questo perché un tesoro simile poteva far gola a chiunque, e sarebbe stato ben difficile poi poterlo proteggere adeguatamente. Betrand de Blanchefort pensò allora che la cosa migliore era trasportare questo tesoro nelle sue terre, o meglio nel suo feudo, nel sud della Francia, in Linguadoca, quasi al confine con la Spagna, davanti ai Pirenei. E così fece. Tutto quello che i carri trasportavano fu scaricato nel suo castello, a poca distanza da Rennes-Les-Bains ed Arques. Esso impartì severissime disposizioni su come conservare e soprattutto nascondere le reliquie, ed anche dove, in posti conosciuti solo ai Templari e da poterci arrivare solo sapendo determinati codici ed altro ancora. Fatto ciò, Blanchefort tornò in Terrasanta, e da qui si perdono le tracce del favoloso tesoro religioso da esso riportato in Europa. Ma sempre da qui comincia il mistero, un mistero ancora insoluto, sul destino di queste reliquie: l'unica che è stata trovata e poi resa pubblica è la Sacra Sindone; delle altre, non vi è traccia, se non nei codici miniati dell'epoca che non dicono che fine abbiano fatto le altre cose. Ed assieme a queste reliquie, si dice che Blanchefort abbia riportato anche dell'altro dalla Terrasanta, qualcosa di talmente importante che ancor oggi, chi solo intuisce cosa sia, evita accuratamente di parlarne.

Proprio da qui, da quest'ultima cosa così importante, si inserisce un mistero ancora più fitto ed oscuro. Nel sud della Francia, quasi al confine con i Pirenei, nel dipartimento dell’Aude, precisamente nella regione della Linguadoca, ad appena 30 Km. a sud di Carcassonne, si erge una collina abbastanza elevata, sulla quale è abbarbicato un minuscolo paese, di poche case e poche anime. Questo paesino si chiama Rennes-Le-Chateau (vedi foto 2). Questo paesino faceva parte del feudo dei Blanchefort, che avevano il loro castello a pochi chilometri; ma nelle frazioni vicine, la famiglia Blanchefort aveva una serie di fabbricati e palazzetti. Intorno all'anno 1780, era abate di Rennes-Le-Chateau un tale Antoine Bigou, che curava anche la parrocchia del piccolo paese sottostante, Couiza. Un giorno, esso fu chiamato d'urgenza al palazzetto di Maria d'Arles Haupoul, dama di Blanchefort, ultima discendente diretta del Gran Maestro dei Cavalieri Templari, perché gli venne detto che la marchesa era in punto di morte. Bigou si precipitò dalla marchesa, ma essa non era ancora in condizioni critiche, anche se gravi. Allora Bigou si meravigliò, ma la marchesa gli disse che lo aveva convocato perché doveva confidare a lui un segreto, segreto che prima di lui conoscevano soltanto alcuni membri della famiglia Blanchefort e gli altri preti alternatisi a Rennes-Le-Chateau, segreto che tutti si erano portati nella tomba. Il segreto che la marchesa rivelò a Bigou doveva essere terribile, in quanto per un buon periodo di tempo, il prete fu visto "parlare da solo". Quindi, arrivò il tempo della morte della marchesa di Blanchefort, il 17 gennaio 1781. Con grande meraviglia, invece di essere sepolta nella cripta di famiglia, che è nella chiesa di Rennes-Le-Chateau, la marchesa venne tumulata in una tomba nel cimitero esterno alla chiesa, sotto alla torre campanaria, e in una tomba con iscrizioni assai strane, che vedremo tra poco. Passa ora un bel po' di tempo, e verso la fine del 1800, un sacerdote, tale Berengèr Saunière (vedi foto 3), di umili origini contadine, era parroco nella piccola cittadina di Arques, poco lontano da Rennes-Le-Chateau. Essendo deceduto il prete in quest’ultimo paese, Saunière viene trasferito dall’autorità ecclesiastica a Rennes-Le-Chateau, ma chiede e ottiene di poter continuare ad amministrare anche i suoi parrocchiani di Arques. Il prete era estremamente povero, ma molto motivato e voglioso di far bene il suo uffizio. Appena giunto a Rennes-Le-Chateau, Saunière si rese conto di aver a che fare con una realtà assai dura e con una assoluta povertà dei suoi nuovi e schivi parrocchiani. Il paese era piccolo ed assolutamente fuori da ogni traffico commerciale, ma era molto antico. Difatti, prima di assumere l’attuale nome, il paese era chiamato Haereda, ed era nientemeno che una roccaforte dei Visigoti, i barbari di Francia. La piccola chiesa del paese (vedi foto 4), risalente al X secolo, fatta costruire da Dagoberto II, era in condizioni assolutamente pietose, ed aveva bisogno di urgenti restauri. Non avendo certo il vescovado la possibilità economica per far fronte ai lavori, Saunière cercò attraverso diverse collette dei suoi parrocchiani e mettendoci anche denaro suo di avere una somma iniziale per far dare almeno il via ai lavori di restauro della chiesa. Riuscì nell’intento, ed i lavori poterono così iniziare. Vennero smantellate alcune pareti per rifarle e venne smontato il tetto. I lavori fervevano alacremente, ed il prete era assai contento di come procedeva il restauro delle varie parti. Ma il momento che doveva sconvolgere la vita di Saunière (e non solo la sua) arrivò quando l’attenzione del prete e dei suoi operai si rivolse verso l’altare maggiore della chiesa, una lastra di marmo del XII secolo posta su una colonna di base di altrettanta vetustà. Quando Saunière diede ordine agli operai di rimuovere la lastra di marmo, si accorse che la colonna di base (vedi foto 5) non era piena, ma cava, e che l’interno di essa non era vuoto. Avvicinatosi, Saunière trovò con sua somma sorpresa alcuni piccoli e lunghi contenitori cilindrici di legno, stretti e lunghi. Su ognuno di questi cilindri, era impressa la croce dell’Ordine del Cavalieri Templari, e le date del 1270 e 1274 ed i sigilli di Bianca di Castiglia. Il prete era ovviamente emozionato, anche perché aveva già sentito in giro alcuni racconti nei quali si favoleggiava dei cavalieri templari e di un tesoro nascosto in quella zona: ma stavolta non era una semplice storia, ora vi erano prove concrete. Raccolti con molta circospezione i cilindri, Saunière li portò nella sua canonica per esaminarne il contenuto, dopo aver rimosso con molta cura i sigilli dell’Ordine Templare e di Bianca di Castiglia. Sperava di trovare dentro i cilindri oro e gemme, che avrebbero portato ricchezza a lui ed a tutto il paese, il che avrebbe così consentito di terminare i lavori alla chiesa e di avere una vita un po’ più agiata, sia lui, che i suoi parrocchiani. Ma la delusione fu forte quando si accorse che dentro i cilindri di legno c’erano soltanto delle pergamene raggrinzite dal tempo, ma comunque ancora perfettamente leggibili, redatte in lingua latina, e nient’altro. La delusione fu ancora più forte quando si accorse che su una pergamena, particolarmente la prima (vedi foto 6), fosse solo scritto un passo del Vangelo, quello nel quale i farisei chiedono a Gesù lumi sul fatto che i discepoli mangiavano durante il sabato (lo "shabbat" ebraico). Anche questa pergamena era completamente redatta in latino. Ma una domanda iniziava a farsi strada nella mente di Saunière: se quelle pergamene contenevano soltanto brani del Vangelo, come sembrava, perché erano state chiuse in cilindri di legno e nascoste in una colonna cava di un altare? Allora non erano forse semplici pergamene? E se non lo erano, cosa stavano a significare? Esaminando meglio il documento, Saunière trasalì: aveva scoperto un segreto sulla pergamena, lo stesso che ora vi faremo vedere anche noi. Come detto, si può osservare che la pergamena, narra in lingua latina un passo del Vangelo di Luca. Ma quello che è sorprendente non è il contenuto della pergamena, cioè il racconto evangelico, ma come lo stesso è stato vergato sulla carta della pergamena! Se iniziamo una minuziosa analisi dalla seconda riga del racconto, noteremo che alcune lettere sono volutamente scritte più alte delle altre sulla riga immaginaria di scrittura. Per esempio, nella parola "sabbato", notiamo che la seconda "a" è rialzata rispetto alle altre lettere della parola stessa. In definitiva, è scritta "sabbato". Esaminiamo che anche la parola seguente è scritta "secundo", e dopo la parola "primo" c’è la "a" rialzata. Andando avanti così su tutto il documento, vediamo che queste lettere rialzate, posta una dietro l’altra, formano una sequela di lettere che sembrano non avere alcun significato, o almeno nessun senso logico : adagobertiiroietasionestcetresoretilestlamort. Abbiamo detto che sembrano senza senso, senza una successione logica, lessicale ed ortografica, ma se noi le scomponiamo arriveremo a leggere : A DAGOBERT II ROI ET A SION EST CE TRESOR ET IL EST LA MORT. E’ una frase francese, che significa "A DAGOBERTO II RE E A SION C’È IL TESORO, DOVE È LA MORTE". Saunière sobbalzò, e capì che aveva in mano qualcosa di grosso. Ma cosa? La mappa del tesoro dei templari? No, o almeno non sembrava. Forse l’indicazione di dove il tesoro era sepolto? O cos’altro? Così, il prete iniziò anni di dura decifrazione di queste pergamene, che dovevano poi portarlo molto più oltre di quanto lui stesso non avrebbe mai immaginato. Queste pergamene, soprattutto le uniche due giunte sino a noi, sono piene di segreti e di rivelazioni esoteriche. Osserviamo ora un particolare della pergamena, particolare che, chissà per quale recondito motivo, è sfuggito a moltissimi ricercatori, compreso Saunière, che non ha riportato nessun appunto su questo particolare, invece così interessante (vedi foto 7). Come si può vedere, sembrano due lettere, ed in effetti è proprio così.. Le lettere in questione sono una "P" ed una "S" dentro una specie di aura circolare. Cosa staranno a significare? La firma dell’autore della pergamena? Non lo crediamo, anche perché ritroveremo questo strano criptogramma da tutt’altra parte. La stessa parola "criptogramma" deriva dal greco, e significa in modo letterale "cryptos", cioè nascosto e "grammas" cioè "derivato da scrittura". Quindi è un codice, o qualcosa del genere. Potrebbe essere una specie di firma, con due iniziali, ed in effetti pensiamo sia proprio così. E' chiaro che dobbiamo considerare la lingua latina, od al massimo quella greca come base, per ricalcare l’intera pergamena. Allora, P come Prioratus ed ed ed S come Sion. Proprio così, il Priorato di Sion, organizzazione potente e segreta, che sembra ancora oggi esista. Ma ora riesaminiamo ancora la pergamena che finora abbiamo avuto sotto i nostri occhi (vedi foto 8). E' stupefacente. Osserviamo con molta attenzione la pergamena: abbiamo segnato alcune particolarità. La casellina in basso sta a mette in evidenza le quattro lettere della parola SION, cioè sempre Gerusalemme; la linea A-B, che passa attraverso due piccole croci, interseca le lettera S-I-O-N, cioè sempre SION, Gerusalemme. In basso a sinistra, c’è un’altra parola molto significativa, evidenziata dalla cornicetta: CUMERAN, cioè Qumran, il sito culla degli Esseni, il luogo dove sono stati ritrovati i rotoli del Mar Morto. "Esseno", in lingua arcaica, significa "santo". E la seconda pergamena (vedi foto 9) doveva riservare sorprese ancora più grosse: anch'essa contiene un passo del Vangelo, ma, fra una lettera e l'altra del testo ve ne sono alcune che non c'entrano nulla. Tutte queste lettere, unite insieme, non stanno ad indicare proprio nulla, né sono disposte in modo da formare una o più frasi come nel caso della prima pergamena, che abbiamo visto. Anche però a questo si è trovata la soluzione. Il messaggio della seconda pergamena, perché di messaggio si tratta, è crittografato, cioè nascosto, ed occorre quindi un codice di decrittazione per leggerlo. Tale codice è quello che si ricava da una tabella, detta tabella di Vigenere, alchimista del XIV secolo, il cui funzionamento non è semplicissimo, ed anche per questo, vi rimandiamo a fra poco tempo, quando nel nostro sito saranno aperte delle pagine specifiche per le decrittazioni. Fatto sta che alla fine, dalla decifrazione di questa pergamena, esce questa frase a dir poco enigmatica: "BERGERE PAS DE TENTATION QUE POUSSIN TENIERS GARDENT LA CLEF PAX DCLXXXI PAR LA CROIX ET LE CHEVAL DE DIEU J'ACHEVE CE DAEMON DE GARDIEN A MIDI POMMES BLEUES". E' ovviamente una frase in francese, che più o meno suona così: "Pastorella nessuna tentazione che Poussin Teniers tengono la chiave pace 681 per la croce questo cavallo di Dio finisco questo demonio di guardiano a mezzogiorno pomi blu". E' un'espressione a dir poco enigmatica, ma la soluzione, lampante, la vedremo poi. Dopo il rinvenimento delle pergamene, stranamente, Saunière cominciò ad avere a disposizione somme ingentissime, assolutamente in distonia con la vita di un povero prete di campagna. Questo denaro era sempre di più, sembrava inesauribile. Tanto che i lavori di restauro che Saunière aveva iniziato nella chiesa non solo furono rinvigoriti, ma divennero addirittura sfarzosi, quasi principeschi: cosa assai strana per una piccola parrocchia sperduta nelle brulle colline del sud della Francia, quasi al confine con i Pirenei. Per rendere meglio l’idea, immaginiamo di essere turisti non poi così sprovveduti, come noi abbiamo fatto, ed iniziamo il giro di visita della canonica e dintorni, con occhio attento. Arrivando al portale della chiesa, dedicata a Santa Maria Maddalena, alzando gli occhi, ci colpisce immediatamente un particolare macabro ed inquietante. Sull’architrave del piccolo portale si può leggere una frase non certo allegra: "Terribilis est locus iste". E’ una frase latina, che significa "questo è un luogo terribile" (vedi foto 10). Poco sopra la scritta, una raffigurazione di Maria Maddalena. Entrando in chiesa, sembra veramente di entrare in una specie di festival delle stranezze e delle cose insolite, almeno per una chiesa, e cercheremo di esaminare queste stranezze per dare loro una spiegazione logica, o che almeno si avvicini alla verità. Un particolare che chiamare insolito è veramente poco ci colpisce immediatamente: sulla sinistra, vi è una acquasantiera, molto ben fatta, ma la cosa strana è che la colonna che sorregge la conca in pietra che contiene l’acqua santa è…un diavolo (vedi foto 11). Già, proprio così, è un demonio, identificato come Asmodeus, di cui si racconta la leggenda nella quale il re Salomone, il "rex mundi", avendolo catturato, lo costrinse a fare da guardia, per sempre, all’oro ed alle ricchezze contenute nel Tempio di Gerusalemme. Chissà, forse Saunière voleva intendere questo con il "luogo terribile" cui accennava all’ingresso della chiesa? Comunque, il fatto certo è che una acquasantiera sorretta da un diavolo non è presente in nessun’altra chiesa cattolica o di altro culto in tutto il mondo. Sopra all’acquasantiera, vi sono quattro angeli (vedi foto 12), ed ognuno fa una parte del segno della croce, e sovrastano una frase scolpita, stavolta in lingua francese: "Par ce signe tu le vaincras", cioè "con questo segno lo vincerai". Una vittoria contro il diavolo, quindi. Ma ora che siamo arrivati in chiesa, osserviamola molto attentamente (vedi foto 13): è abbastanza piccola, con il soffitto di colore blu con dipinte delle stelle, e fino a qui tutto normale, ma osserviamo bene le pareti. Appunto lungo le pareti, vi è una originalissima Via Crucis, che particolare curioso, è posta in senso antiorario. Stranezza numero tre: nella citata Via Crucis, vi sono particolari curiosi, ed uno è nella III stazione, ove è raffigurato un negro, ed un altro, forse particolare ancora più curioso, è nella VIII stazione (vedi foto 14), dove si nota fra i personaggi un bimbo con un gonnellino scozzese ed una donna con veli da vedova. Volgendo il nostro sguardo in giro, notiamo che esistono nella chiesa alcune statue di santi, della Vergine, di Gesù, di S.Giovanni Battista e, da un lato, un bassorilievo che raffigura Maria Maddalena. Le statue raffigurano Santa Germana, San Rocco, Sant’Antonio da Padova, Sant’Antonio l’Eremita e San Luca. Sotto l'altare maggiore esiste un bassorilievo bellissimo che riproduce Maria Maddalena (vedi foto 15). La santa così controversa nelle cronache ecclesiastiche ed evangeliche è raffigurata in ginocchio, mentre prega davanti ad una croce. Entrando in chiesa, ci sono le statue di Gesù e di Giovanni Battista. La statua di Gesù guarda la pavimentazione della Chiesa, fatta in quel punto di 64 caselle bianche e nere, come appunto una scacchiera. Passiamo ora ad esaminare più concretamente queste stranezze, cercando di dar loro una spiegazione logica. La prima riguarda la presenza di un diavolo, e nientemeno che Asmodeus, nella chiesa. La spiegazione forse sta, come detto, nella vittoria contro il diavolo che il Re Salomone ebbe, costringendo, secondo la leggenda, lo stesso Asmodeus a far da guardiano al tesoro del Tempio di Salomone. Gli angeli sovrastanti indicano che con il segno della croce il diavolo verrà vinto, come in tempi antichi l’imperatore Costantino, primo imperatore cristiano nella storia di Roma, nella battaglia su Ponte Milvio contro Massenzio, vide la croce in cielo con scritto "In hoc signo vinces", cioè "con questo segno vincerai". Ma, per tornare ad Asmodeus, egli era guardiano del tesoro del Tempio a Gerusalemme, proprio dove erano poi acquartierati i Cavalieri Templari. Poi abbiamo visto la stranezza della Via Crucis, estremamente policroma e posta, a differenza delle altre chiese, in senso antiorario. Il perché, ed è una ragione prettamente religiosa, è presto spiegato: Saunière non ha fatto altro che ricalcare le orme degli antichi templari, che ponevano in quel modo le loro Via Crucis, in modo che si partisse da una parte della chiesa (la parete verso nord) che simboleggiava la mancanza di luce e la tenebra, fino ad arrivare, passando per la parete ovest, alla parete sud, ove il sole è più alto, e quindi dove c’è la maggior manifestazione di luce, perciò andare verso la luce. La stranezza della Via Crucis necessita di maggior attenzione: che ci fanno un negro, un bimbo vestito con un gonnellino scozzese ed una donna con veli da vedova nelle raffigurazioni della Via Crucis? La risposta è qui più articolata. Per ciò che riguarda il negro, la sua presenza è oscura, a meno che non si tratti della raffigurazione di uno degli apostoli, San Tommaso, che nei Vangeli gnostici di Nag-Hammadi (dalla località dove sono stati trovati) viene detto che era di pelle nera. Ma il bimbo e la vedova? Occorre sapere che Saunière era si un prete ma, da documenti storici inoppugnabili, si rileva che era anche un massone. Anche se le cose potevano sembrare antitetiche, questa è la verità. L’ineffabile parroco faceva parte della Loggia del Rito Scozzese Antico e Accettato (questo il nome), ed ecco spiegata la presenza di un bimbo con un gonnellino scozzese nella Via Crucis. Ma la vedova? Stessa risposta, infatti i massoni, soprattutto quelli che appartenevano alla Loggia Scozzese poc’anzi detta, amavano farsi chiamare "figli della vedova", ed ecco spiegata anche la presenza della donna in veli neri nella Via Crucis, che nulla ha a che vedere con le "pie donne" di evangelica memoria. La stranezza delle statue della chiesa, sta non tanto chi raffigurano, quanto come sono poste nella chiesa. Infatti, riportando la planimetria della chiesa (vedi foto 16), osserviamo la precisa disposizione delle statue. Disposte anch’esse in senso rigorosamente antiorario, sono: la statua di S.Germano, quindi quella di San Rocco, poi quella di S. Antonio Abate, poi quella di S. Antonio l’Eremita, e per ultima quella di S. Luca. Ora, unendole con un tratto di penna, viene fuori il pentacolo, noto a tutti gli esoteristi, ma non solo. Se noi uniamo tutte le iniziali dei santi, viene fuori la parola GRAAL. L’ultima stranezza di cui parleremo, è quella che riguarda il bassorilievo raffigurante la Maddalena (vedi foto 15). Lo stesso Saunière, che aveva una venerazione particolare per lei, eseguì gli ultimi ritocchi del bassorilievo. La Maddalena, detta anche Maria di Magdala, che viveva a Betania insieme alla sorella Marta ed al fratello Lazzaro, è ritratta in ginocchio, con accanto un teschio (raffigurazione tipica di Maria Maddalena), davanti ad una croce che però non è quella tradizionale, ma è ricavata da un albero, che esotericamente è fonte di vita, ma a parte il teschio accanto alla croce, che qui vuole simboleggiare il Golgota (monte del teschio)...è proprio il paesaggio sullo sfondo che sembra non c'entri assolutamente nulla con tutto il resto... Abbiamo già parlato di alcune delle particolarità o stranezze che dir si voglia della chiesa di Santa Maria Maddalena a Rennes-Le-Chateau, di cui Berenger Saunière era il curato, ma le abbiamo appena descritte e non in modo così preciso come meriterebbero. A nostro modesto avviso, riteniamo che prima ancora di parlare dell'annesso cimitero, per capire meglio come stanno le cose, sia il caso di tornare ad esaminare meglio l'interno della chiesa per focalizzare alcuni punti, che ci aiuteranno senz'altro a farci poi capire il senso di altre curiosità di questo luogo incredibile. Pensiamo che un posto importante lo rivestano le statue dei santi raffigurati nelle navate. Come abbiamo detto, oltre alle statue di Gesù con Giovanni Battista, ci sono quelle di Santa Germana, Santa Maria Maddalena, Sant'Antonio da Padova, Sant'Antonio l'Eremita, San Rocco e San Luca. Come detto, nella chiesa ci sono ben tre raffigurazioni diverse della Maddalena, il che fa già pensare qualcosa di strano, tanti richiami alla stessa santa in un luogo così piccolo. Nella statua in esame (vedi foto 17) vediamo che la santa è raffigurata con una croce che essa regge con il braccio destro, mentre nella mano sinistra regge un'anfora. Ai suoi piedi, ovviamente un teschio. Il motivo del teschio è ricorrente in tutte le raffigurazioni della Maddalena, sia in quelle scultoree che pittoriche. E' un palese richiamo al Calvario, il Monte della Crocifissione, che in ebraico si chiama "Golgota" che significa "monte del teschio". Ma è anche un monito ed un richiamo al mistero della morte. Una curiosità della statua della Maddalena è l'anfora che essa regge nella mano sinistra. Sembrerebbe non entrarci nulla con la sua figura di peccatrice redenta da Gesù, ma poi dai Vangeli apprendiamo che essa portò gli unguenti per cospargere il corpo di Gesù in un'anfora, simbolo che sta anche a significare vita e resurrezione. Come detto, le statue nella chiesa sono comunque tutte assai belle e policrome, come è policroma la Via Crucis... ma tutta la chiesa presenta delle curiosità che con un occhio attento, possiamo ben vedere. Ad esempio, a sud vi sono delle vetrate con raffigurate tre mele di un colore assolutamente inusuale, in quanto sono blu. L'abside della chiesa, posto rigorosamente ad est come tutte le chiese che hanno a che fare con i templari, nel soffitto è decorato con stelle su un cielo blu intenso, ma vi è raffigurato anche il sole…nero. Il pavimento della chiesa è formato da mattonelle bianche e nere alternate poste in modo del tutto strano per un pavimento di chiesa. Tutti i crocifissi della chiesa hanno inoltre la dicitura INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeis, cioè Gesù Nazzareno Re dei Giudei) con la N rovesciata. Questo è tipico di molte raffigurazioni del Cristo, ma perché con la N rovesciata? Si potrebbe pensare ad un errore, ma non può essere, in quanto la lettera N era ben conosciuta e la sua scrittura altrettanto. Qui si innesta un discorso particolare: la N rovesciata era usata dai cosiddetti "cristiani gnostici" cioè cristiani che cercavano, con la loro ricerca, di svelare i misteri, e che avevano fatto una dottrina di questa ricerca, come ad esempio i Catari della Linguadoca, tacciati di eresia dalla Chiesa di Roma e quindi sterminati con una crociata cruenta e sanguinosa. Quando cadde la città di Albi, a poca distanza da Rennes-Le-Chateau e da Carcassonne, alla fine i Catari uccisi furono oltre diecimila, e quasi altrettanti finirono i loro giorni sotto le torture dell'Inquisizione. Tornando alla nostra N rovesciata, se letta diritta sta per NAZARETH rovesciata si deve leggere necessariamente HTERAZAN, che non è niente altri che una espressione antica ebraica, che sta a significare "CAMERA MISTERIOSA" ossia un chiaro riferimento al Sancta Sanctorum (come dice il Talmud ebraico) del Tempio di Salomone. E ora passiamo ad esaminare ancor meglio la chiesa e la sua struttura. Esiste un altro "pezzo forte" nella chiesa. Oltre alle statue dei santi, di Asmodeus e di Gesù con Giovanni Battista, del bassorilievo della Maddalena sotto l'altare, appena dopo l'entrata il pavimento non è uguale a quello che lo circonda, ma è posto in modo inverso, formando una vera e propria scacchiera di 64 caselle bianche e nere. Lo sguardo delle statue di Gesù e del diavolo Asmodeus guardano proprio questa scacchiera, come se dovessero giocare una partita. Negli appunti dell'abate Saunière troviamo scritto: "Quei due nella chiesa non fanno altro che giocare una partita senza fine, che però non è quella eterna fra il bene ed il male…". Una frase enigmatica riferita proprio alle statue suddette. Ma quale partita stanno giocando Gesù e il diavolo Asmodeus? Quella eterna del bene e del male? No, perché Saunière stesso ci dice che non è così. In tutta, e ripetiamo tutta la chiesa troviamo riferimenti ai templari, alle loro opere e soprattutto riferimenti alla cosiddetta "geometria sacra", quella geometria che i templari usarono per costruire le loro imponenti cattedrali gotiche. Ritornando alla geometria sacra, abbiamo pensato di provare questa sulla chiesa di Rennes-Le-Chateau. Abbiamo scoperto qualcosa di stupefacente. Abbiamo riportato qui il risultato di una parte dello studio (lungo e complesso) effettuato (vedi foto 18). Tirando le linee ed usando la geometria sacra, abbiamo scoperto che è possibile costruire la stella a sei punte, il sigillo di Salomone, trovando ad est un punto, che altri non è che l'ingresso di una cripta, della quale parleremo poi. Ma non solo. Effettuando ancora altro studio ed usando di nuovo la geometria sacra (vedi foto 19), si è rilevato che è possibile costruire un altro sigillo di Salomone, più grande del precedente, e che indica un altro punto, ben preciso ed importantissimo, di cui parleremo fra poco. Tornando ai festival delle stranezze e delle cose insolite, abbiamo lasciato il nostro Saunière alle prese con i lavori della chiesa: quando venne il momento della pavimentazione, proprio davanti all'altare, sollevando il pavimento, ci si accorse che quello che era stato tolto altro non era che una lastra tombale, che però era stata messa sul posto... rovesciata. Su questa pietra era raffigurato un cavaliere con lancia ed un'altra figura indistinta, posata in modo che questa scena potesse vedersi solo.. dal disotto (vedi foto 20). Questa lastra stava ad indicare l'ingresso di una cripta, quella dei Blanchefort. Rimuovendo inolre questa lastra, Saunière trovò sotto di essa uno strato di monete d'oro e d'argento, contenute in alcuni vasi di terracotta. Forse una parte del tesoro templare o di un tesoro visigoto, questo non lo sapremo probabilmente mai, visto che Saunière scrisse al suo vescovo, a tal proposito, che quello che aveva rinvenuto non era un tesoro, ma piccole medagliette con la Madonna di Lourdes, secondo il buon prete di nessun valore. Dopo poco tempo, Saunière iniziò il lavori nel piccolo cimitero annesso alla chiesa. E da qui cominciarono illazioni e manovre oscure. Prima di tutto, Saunière trovò che c'era una qualche attinenza fra le pergamene trovate nell'altare e la lastra tombale assieme alla lapide della marchesa di Blanchefort: entrambe furono distrutte da Saunière, che così cercò di far sparire ciò che era scolpito sulle due pietre della tomba: esso era sicuro della riuscita del suo tentativo, ma non poteva sapere che delle due pietre sacre erano stati fatti dei disegni dall'Istituto d'Arte di Carcassonne, quindi i suoi sforzi si rivelarono inutili. Inoltre Saunière, che intanto aveva assunto per la sua cura personale una perpetua, tale Marie Denarnaud, lavorava nel cimitero quasi soltanto di notte, scavando e distruggendo lapidi e lastre tombali. Questa cosa non mancò di suscitare proteste nella popolazione, che prima si rivolse al Prefetto, infine al Vescovo di Carcassonne, dal quale Saunière dipendeva. Questo ritardò i lavori nel cimitero, qualsiasi essi fossero: ma furono comunque terminati, con la sparizione completa della tomba della dama di Blanchefort. Ma cosa c'era scritto di tanto importante su queste pietre tombali? E perché Saunière le distrusse? Cerchiamo di capirlo. Osserviamo attentamente la lapide (vedi foto 21). Vi è scritto, in un modo assai impreciso, che "qui è sepolta la nobile Maria de Negre d'Arles dama d'Haupul di Blanchefort, di sessantasette anni, deceduta il 17 gennaio 1781, riposa in pace.". Vi sono alcuni errori sulla lapide, ma errori strani, anzi che avrebbero dovuto suscitare l'indignazione dei familiari della marchesa. Difatti, la parte in cui è scritto "DAME D'HAUPOUL" è errata, perché il marito era d'HAUTPUL, e l'espressione riportata sulla lapide era usata, in quei tempi, come contrazione di HAUTEPOULE, letteralmente "alta gallina", come venivano definite le prostitute di alto bordo. Ma quello che avrebbe dovuto scatenare le ire dei parenti della marchesa è scritto nelle ultime due righe, "REQUIES CATIN PACE". Ora, in francese la parola "catin" significa letteralmente, e ci si passi il termine, "puttana". E' pensabile ipotizzare un errore dello scalpellino, ma questa ipotesi cade quando sappiamo che l'abate Bigou era un fine latinista ed un uomo di grande cultura, che mai avrebbe permesso un errore simile, e se anche fosse avvenuto, sarebbe stato immediatamente corretto. Allora, è ipotizzabile che tale scrittura sia stata voluta. Ma perché? Cercheremo di spiegare anche questo. Secondo il metodo di decrittazione usato per la seconda pergamena, abbiamo visto quale enigmatica frase ne scaturisce; ebbene, la stessa frase in francese, è l'esatto anagramma della lapide della marchesa di cui abbiamo or ora parlato. Ora osserviamo la lastra tombale (vedi foto 22). Anche qui vi è qualcosa di estremamente strano: vi è la dicitura, mezza in latino e mezza in greco, che non vuol dire nulla: in pratica è scritto "ET IN ARCADIA EGO". Letteralmente significa "e in arcadia io", ma non vuol dire niente, perché manca in verbo: se ad esempio ci fosse stato il verbo essere, la frase corretta poteva essere formulata in questo modo: "ET IN ARCADIA EGO SUM", che vorrebbe dire "e io sono in Arcadia", che ha già un suo senso. Ma così non è, quindi vediamo la disposizione delle lettere: quello che colpisce è sulla parte destra, dove la prima è la lettera greca Alfa, e l'ultima è la lettera Omega: Alfa e Omega, inizio e fine, cioè quello che identifica Gesù Cristo, perché, come Lui disse, "io sono l'inizio e la fine". E le parole latine centrali: "REDDIS REGIS CELLIS ARCIS", che potrebbe significare "restituisci il regno ai sotterranei della fortezza", che anche qui sembra non avere significato. E anche qui il criptogramma PS…. Comunque noi siamo sicuri che le pietre tombali della marchesa nascondano ben altro, in quanto Saunière, se fosse stato solo questo, non si sarebbe affannato a cancellare e distruggere ogni cosa di queste lapide e lastra tombali. Ora, riallacciamoci al discorso della seconda pergamena dalla quale, dopo averla decifrata, ne scaturiva quella stranissima frase, che riportiamo: "PASTORELLA NESSUNA TENTAZIONE CHE POUSSIN TENIERS TENGONO LA CHIAVE PACE 681 PER LA CROCE E QUESTO CAVALLO DI DIO FINISCO QUESTO DEMONIO DI GUARDIANO A MEZZOGIORNO POMI BLU.". Occorre dire che Poussin e Teniers erano due pittori, di grande talento. Soprattutto il primo aveva dipinto due quadri, ambedue intitolati "I pastori di Arcadia", ed in questi quadri, soprattutto nel secondo, vi è raffigurata una pastorella. In tutti questi quadri, i pastori sono davanti ad una tomba, dove indicano con le dita dei punti precisi (vedi foto 23). Sta proprio qui la chiave del mistero: però occorre capire cosa è PACE 681 PER LA CROCE e tutto il resto. Qualcosa potrebbe stare sulla lapide della marchesa: difatti non è strano che le due ultime righe siano scritte in latino, ma quello che è strano è il fatto che l'ultima parola che dovrebbe essere scritta in latino PAX, è invece scritta come PACE; e due righe più sopra c'è scritto DCLXXXI, cioè 681, e la croce potrebbe essere quella della lapide, ultima in alto….. tutto è da considerare. Comunque, ripetiamo, la chiave del mistero è in questa indicazione, compresa quella dei pomi blu, che sono raffigurati sulle vetrate della chiesa, e che in un certo periodo dell'anno vengono proiettati dalla luce del sole. Fatto sta che, da questo punto, Saunière cominciò ad avere fra le mani soldi a profusione, una quantità incredibile per quei tempi, tanto che fece ultimare i lavori della chiesa in modo faraonico, fece costruire un serbatoio per l'acqua a beneficio di tutto il paese e, alla fine, fece costruire addirittura una strada moderna con manto asfaltato, una spesa folle per quei tempi e soprattutto per un prete di campagna. Convocato da suo vescovo, Saunière disse candidamente che tutti i soldi venivano dalle offerte per le Sante Messe, ma ovviamente non venne creduto. Cominciò anche a circondarsi di amici influenti, tra i quali la cantante Emma Calvè, che anzi qualcuno dice che divenne anche la sua amante; ma la sua opera più incredibile e faraonica fu quando commissionò la costruzione della sua biblioteca, che chiamò Villa Bethania, e che fece completare con una torre circolare che chiamò Torre di Magdala (vedi foto 24), sempre in onore di Maria Maddalena. La spesa della biblioteca e della torre si aggirò, in denaro odierno, intorno ai 3 miliardi di lire, una cifra per quei tempi che nemmeno la città di Carcassonne poteva permettersi di spendere a cuor leggero. Più volte convocato dal vescovo, Saunière rifiutò sempre di rivelare dove prendesse tutto quel denaro, tanto che fu sospeso "a divinis", per poi essere reintegrato poco prima della sua morte, che, guarda il caso, fu preceduta da un ictus cerebrale proprio il 17 gennaio, per poi morire il 21 dello stesso mese. Nel frattempo, Saunière aveva fatto intestare tutti i beni a Marie Denarnaud, proprio la sua perpetua, giacché essa, alla morte di lui, si trovasse ricca e benestante, cosa che avvenne puntualmente: ma anche lei non volle mai rivelare il segreto di cotanta ricchezza, e non volle mai vendere nulla, tranne che a un tale Noel Corbu, suo amico, al quale disse "Quando sarà il momento, vi rivelerò un segreto che vi farà così ricco da dover passare il resto dei vostri giorni a contare denaro". Ma non fece in tempo, in quanto una paralisi la rese muta e le provocò una demenza, che la portò alla morte, anche lei con il suo segreto. Corbu, che era divenuto proprietario, fece scavi ed altro, ma non trovò nulla. Ma anche lui, alla fine, morì in un tragico incidente stradale. Tutti e tre sono ora sepolti nel cimitero annesso alla chiesa, in terra consacrata (vedi foto 25), anche se Saunière, in punto di morte, si confessò con un altro prete, tale Rivière, che non gli diede però l'assoluzione. Ma allora, il segreto di Rennes-Le-Chateau in che cosa consiste? Si fanno ormai da anni una ridda di ipotesi, ma la più accreditata, anche perché suffragata da elementi obiettivi, è quella che nella tomba della dama di Blanchefort, sia invece stata sepolta nientemeno che Maria Maddalena. Proprio così, e tale ipotesi è supportata non solo dalle iscrizioni che sono sulle pietre tombali, che si richiamano ad una donna dai facili costumi, ma anche da ciò che si può ammirare nella straordinaria cattedrale di Chartres: in una delle vetrate policrome, risalente al 1200, si narra la storia di Maria Maddalena, ed in una scena è chiaramente raffigurato, oltre che scritto, il suo sbarco sulle coste francesi della Provenza, fino ad arrivare in Linguadoca, dove lei ha continuato a diffondere la parola di Cristo, come hanno fatto gli altri apostoli. Ma una domanda rimane: se nel sepolcro della dama di Blanchefort è sepolta Maria Maddalena, quale importanza può avere? E quale segreto possono nascondere solo povere ossa, se pure appartenute a colei che fu più vicina di tutti a Gesù? O piuttosto il segreto sta in qualcosa che è sepolto con lei, magari documenti di importanza eccezionale? Ricordiamo che, quando Saunière fu sospeso dal Vaticano, per parlare di questo problema proprio con Saunière intervenne sul posto il nunzio pontificio, che era nientemeno che Angelo Roncalli, poi divenuto Papa con il nome caro a tutti di Giovanni XXIII. Forse lui era a conoscenza di questo segreto? Qualcuno, che dice di essere bene informato, ha detto che il segreto è di tale portata che, se conosciuto, farebbe tremare la Chiesa di Roma dalle fondamenta, come in Francia, nel 1250, si disse che i Templari custodi di un segreto (probabilmente lo stesso) avrebbero messo a morte chiunque, compreso il re, se avesse visto o saputo il segreto in questione. Ora noi non sappiamo in cosa consista questo segreto, ma ci rendiamo conto che deve essere forzatamente qualcosa di grosso, troppo grosso, se addirittura la Chiesa non vuole parlarne e chi se ne interessa, se stimolato in tal senso, fa finta di non capire. Noi siamo stati a Rennes-Le-Chateau: possiamo dire che l'atmosfera è veramente strana, dappertutto, anche se il paese consta di poche anime. E' come se su tutto gravasse un peso, un mistero troppo pesante da portare, ma che occorre conservare a tutti i costi. Quando abbiamo tentato di parlare con la gente del luogo di questo, tutti si sono irrigiditi, altri non hanno risposto, altri ci hanno voltato le spalle e sono andati via, un comportamento certo non normale. Quello che possiamo dire è solo questo: i Templari erano custodi di un segreto che hanno trovato nelle viscere del Tempio di Salomone a Gerusalemme, un segreto così importante che nessuno, tranne gli Alti Ufficiali potevano saperlo, e che nessuno poteva vedere o toccare.