sabato 19 giugno 2010

DAL SITO UFFICIALE DELLA POLIZIA DI STATO

   
 

 
   

  

  

 




 

  


 


 

CATERINA FORT, LA STERMINATRICE DI VIA SAN GREGORIO

La donna massacrò nel 1946 la moglie e i tre figli del suo amante. Condannata all'ergastolo fu graziata dal presidente Leone dopo ventinove anni di carcere.

di Lavinia Gerardis


 

Una donna: Caterina Fort, occhi neri, bell’aspetto, carattere duro. E l’amore, forse l’ossessione per un uomo: Giuseppe Ricciardi, scuro di capelli e di carnagione, scavato in volto, viso lungo e quei tratti somatici caratteristici di certi siciliani d’altri tempi. Lui catanese emigrato al Nord dove ha fatto fortuna, è l’amante di Caterina. Ma c’è un’altra donna: Franca Pappalardo, moglie di Ricciardi, siciliana anche lei: viso tondo, carattere mite. E tre bambini: Giovanni, di sette anni; Giuseppina, di cinque e Antonio di poco meno di otto mesi; sono i figli dei coniugi Ricciardi.
Sono i protagonisti di una tragedia che scosse l’opinione pubblica, un terribile fatto di cronaca passato alla storia, ma anche un grande successo degli investigatori della questura di Milano. Franca Pappalardo è a conoscenza della relazione del marito con Rina Fort, ma fa finta di niente, accetta, in silenzio, per il bene della famiglia, per rispetto delle apparenze, come si faceva una volta. Rina invece è gelosa, insoddisfatta di quell’uomo a metà che vorrebbe tutto per sé. Così, in una serata milanese qualunque, il 29 novembre del 1946, mentre Giuseppe Ricciardi è a Prato per questioni di lavoro, a casa sua, al numero 40 di via San Gregorio, si consuma una strage.
In terra a faccia in giù, nella camera da pranzo, i corpi della signora Pappalardo e di suo figlio Giovanni, accasciato in posizione fetale. In cucina c’è invece il corpo della piccola Giuseppina e poi il cadavere di Antonuccio, l’immagine più impressionante: il bimbo penzoloni dal seggiolone dove poco prima stava prendendo la pappa. Uccisi, tutti e quattro a sprangate, con un paletto di ferro preso lì in casa. Questa la scena agghiacciante cui si trovarono di fronte i poliziotti giunti sul posto poche ore dopo il massacro. Nessuno aveva assistito al delitto, nessun testimone si fece avanti.
Per sciogliere i misteri del caso della “Sterminatrice di via San Gregorio” e arrivare a una sentenza definitiva, ci vollero quattro anni di processi. I magistrati stabilirono alla fine che Caterina Fort era l’unica responsabile della strage. La donna, trentacinquenne all’epoca del verdetto di Cassazione, fu infatti condannata all’ergastolo. Ma il lavoro degli inquirenti che precedette il giudizio della magistratura e che appassionò, indignò e sconvolse milioni di persone attraverso le cronache dei giornali, fu davvero duro.
Rina Fort fu arrestata all’indomani della strage mentre si trovava al lavoro, nella pasticceria dove faceva la commessa. Stava raccontando storielline piccanti per intrattenere i clienti, com’era solita fare. La donna respinse in un primo tempo le accuse contro di lei, poi ammise di aver solo assistito all’orribile delitto e in fine, dopo diciassette interrogatori di settanta ore complessive, confessò nel modo più esauriente. Seguirono però ritrattazioni su ritrattazioni. Sette diverse versioni dei fatti furono fornite dalla donna agli investigatori durante gli interrogatori fiume. E centinaia furono le verifiche che gli uomini della questura di Milano dovettero fare per trovare riscontri. Ogni versione dei fatti era ben costruita, apparentemente credibile. Soltanto due però risultarono, al termine degli interrogatori, le più interessanti: la seconda e l’ultima.
La seconda in sostanza coincideva con il giudizio finale della magistratura: era stata cioè Rina Fort, da sola, ad uccidere per gelosia la moglie e i figli del suo amante. Nella confessione Rina aveva dato un quadro dettagliato di come s’erano svolti i fatti: quando era andata a casa del suo amante quella sera sapeva che Ricciardi non c’era. La Pappalardo era venuta ad aprirle la porta e il figlio più grande l’aveva seguita. Rina si era seduta vicino al tavolo da pranzo, dovevaparlare di affari con la donna. Appena entrata però si era sentita svenire, colta da un capogiro. Franca Pappalardo che se ne era resa conto, le aveva offerto una limonata poi era corsa in cucina a prendere una bottiglia di liquore forte ancora sigillata. Aveva posato la bottiglia del liquore sul tavolo del marito ed era andata nuovamente in cucina a cercare il cavatappi. Non lo trovava. Si stava attardando a cercarlo e questo aveva irritato la Fort che stufa di attendere aveva deciso di rompere il collo della bottiglia contro il tavolo per versarsi da bere. Il rumore aveva attirato l’attenzione di Franca Pappalardo che era tornata in salotto. Caterina Fort era in piedi con il viso sconvolto. Un battibecco era iniziato tra le due, poi l’ira della Fort, il rancore covato per anni nei confronti della rivale si era scatenato. Rina aveva preso il primo oggetto che le era capitato: un paletto di ferro, e con quello aveva iniziato a colpire. Ma non l’aveva uccisa con i colpi del paletto. Solo dopo, al culmine della follia, saltando con i piedi sul corpo steso della donna, l’aveva finita fracassandole le costole. Un elemento questo che coincideva col referto medico. Franca Pappalardo infatti riportava sul torace grossi lividi e tre costole fratturate. In quanto ai bambini la Fort non si era pronunciata, aveva detto di non ricordare, sconvolta dalla vista del sangue, ma aveva aggiunto: “Non posso né escludere né ammettere di averli uccisi”.
La settima ed ultima versione, abbracciata dall’avvocato difensore della Fort, era invece completamente diversa: Rina era entrata in casa Ricciardi senza l’intenzione di uccidere ma con lei c’era un uomo, un complice di nome Carmelo che avrebbe fatto il “lavoro più sporco” assassinando Franca Pappalardo e i tre bambini. Le cose, secondo l’ultima versione di Caterina, erano andate così: gli affari di Giuseppe Ricciardi andavano male, aveva i creditori alle costole e per arrivare con questi a un accordo aveva pensato di inscenare un grosso furto in casa sua. In seguito cedendo il magazzino di cui era proprietario e vendendo in blocco tutta la merce avrebbe potuto realizzare circa quattro milioni. Liquidati i creditori sarebbe espatriato in Francia insieme alla sua amante. Ricciardi aveva trovato anche l’uomo, Carmelo, un siciliano di media corporatura, pronto a recitare la commedia del furto. Rina che nella faccenda non voleva entrare, era invece stata costretta da Carmelo, in quel giorno maledetto, a seguirlo per convincere la signora Pappalardo a farsi derubare. Entrati in casa però la donna si sarebbe resa conto che quell’uomo aveva altre intenzioni. Lui con un pugno aveva subito steso a terra la Pappalardo. Poi aveva passato un’asta di ferro alla Fort dicendole “vendicati ora che puoi”. Lei aveva colpito la donna ma senza ucciderla. Carmelo invece era salito sul corpo accasciato e saltandoci sopra aveva finito la donna. Presa poi in mano la spranga di ferro aveva massacrato anche i tre bambini.
Dopo questa versione dei fatti, tantissimi furono gli uomini di nome Carmelo ad essere fermati e interrogati. Cinque finirono in carcere per qualche tempo e l’ultimo, Carmelo Zappulla, ci restò venti mesi ma alla fine fu rilasciato e poco dopo morì.
Nessun complice c’era stato dunque per i magistrati, tuttavia restava nell’opinione pubblica un dubbio, che era più un’antipatia. Molti infatti volevano coinvolto nella vicenda Ricciardi, il fedifrago che aveva generato tutto il dramma. Un uomo dal comportamento ambiguo che non aveva versato una lacrima trovandosi davanti ai corpi massacrati della sua famiglia, dei suoi bambini, del piccolo Antonio penzoloni dal seggiolone. Un uomo senza morale, senza decoro che messo poco dopo quella visione agghiacciante a confronto con Caterina Fort, la donna accusata di aver compiuto il massacro, aveva esitato un solo istante ma poi senza ritegno le aveva buttato le braccia al collo. Un gesto imperdonabile per coloro che erano rimasti scioccati dalla vicenda. Quell’uomo era responsabile, anche se il suo alibi era di ferro, anche se non aveva partecipato al delitto, per il giudizio di moltissime persone, quell’uomo continuava a rimanere colpevole. E poi c’era quella lettera senza firma e quella telefonata di un uomo senza nome arrivate alla questura di Milano all’indomani del delitto che avevano avvertito gli inquirenti: “È stata Rina Fort insieme a due uomini. Il delitto era stato organizzato otto giorni prima, indagate”. Chi erano quei due uomini? E chi aveva organizzato il delitto? In tantissimi avevano seguito il caso appassionandosi e facendosi una propria idea. Su ogni particolare della storia. Tanti erano quelli che non avevano creduto all’esistenza di un complice, molti s’erano convinti che le diverse versioni date dalla Fort le fossero state suggerite. Ma l’opinione della gente rimase fuori dai processi. E i magistrati dopo un lungo lavoro accertarono che la sola colpevole di quell’orrenda strage era una donna dagli occhi neri e il carattere duro: Caterina Fort. Dopo ventinove anni di carcere la sterminatrice di via San Gregorio fu graziata dal presidente della Repubblica Giovanni Leone. Morì di infarto tredici anni dopo nella sua casa in Toscana.

  

  


 


 

   

venerdì 18 giugno 2010


CONFRONTO TRA IL MONACO E IL GIULLARE


 

 

Alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.) il latino; che era stato un importante elemento di unificazione, cedette il passo alle parlate volgari, che pian piano si diversificarono da regione a regione.

Dal punto di vista culturale-linguistico, la prima conseguenza fu una netta separazione fra gli strati sociali: le persone colte e la gerarchia ecclesiastica (i chierici) continuarono a scrivere e a parlare latino (sebbene si trattasse di un latino diverso da quello dell'età classica), le persone non colte (i laici), incapaci di leggere e scrivere, parlavano dei dialetti risalenti al latino, ma sempre + diversi tra di loro, tanto da diventare le lingue neolatine o romanze.

Durante l'età medievale nacquero nuove letterature composte in latino medievale;esse riflettevano una civiltà che non era +quella dell'Impero romano, ma che trattava temi attinenti alla religione cristiana e alla Chiesa romana, che divennero il centro della vita spirituale e politica del tempo.

Su questo scenario la figura protagonista è quella del monaco: egli si dedicava alla vita contemplativa nei monasteri, i quali, situati in luoghi isolati, diventano come fortezza chiuse al resto del mondo (che peraltro è considerato posseduto dal Demonio o luogo di perdizione), ma antiteticamente rappresentano il cuore pulsante della cultura stessa.

Infatti i monaci detenevano il potere e lo esercitavano sulle masse, in quanto erano l'unico ceto intellettuale dell'epoca e anche il solo punto di riferimento.

Il monaco rappresenta il modello perfetto da seguire: è in grado di intermediare con il mondo divino attraverso la preghiera, il sacrificio e il rispetto estremo delle regole. Il monastero, oltre che luogo di ritiro nella preghiera, è il centro del lavoro e della cultura: possedeva, infatti, scuole, scriptoria, cioè i laboratori in cui i monaci si esercitavano come amanuensi e biblioteche, che custodivano i tesori della cultura antica; rappresentava inoltre il centro economico per le attività agricole e la conservazione delle derrate alimentari, che venivano pagate con le decime. I monaci imponevano il modello culturale ispirato agli ideali monastici: l'uomo è in subordine rispetto a Dio, al tempo e allo spazio ed è visto solo in funzione del suo destino celeste; la donna viene demonizzata e il corpo si trova in secondo piano rispetto all'anima. La religione, dunque, ruota attorno ad un Dio giudice, terribile, cattivo, che infligge castighi e punizioni anche attraverso i vari fenomeni naturali (carestie,epidemie,siccità,ecc..). Il cemento della vita dei monaci erano le regole: "ora et labora", la castità e la massima aderenza agli ideali monastici.

I monaci si dividevano in diversi ordini, che interpretavano la religione in modi differenti: i francescani (o mendicanti, i benedettini e i domenicani.


 

GIULLARE

Agli antipodi del monaco si trova il giullare,costui,fin dall'epoca romana, intratteneva e divertiva il popolo nelle piazze: era giocoliere, cantante,mimo,attore. La Chiesa dispregiava e condannava la figura di questo personaggio,considerandolo osceno. L'esibizione del corpo, del riso e del mascheramento,tipici del giullare di piazza,vengono visti come residui di una cultura pagana e xciò punibili con la scomunica. Anche nell'iconografia il g. è rappresentato in modo simbolico a testa all'ingiù, per sottolineare il rovesciamento dell'ordine e la caduta verso il demoniaco. Nonostante ciò la figura del g. si diffuse sempre +nella Corte e nel Comune, poiché costituiva il ponte tra la cultura della Chiesa e quella popolare. Gradatamente il g. diventa colui che diffonde le gesta epiche e che stabilisce una collaboraz. con i chierici di cui mima le prediche per le vie. Spesso i predicatori degli ordini mendicanti si ritrovavano nelle stesse piazze con i giullari e da loro apprendevano quelle tecniche di comunicaz. X attirare il maggior numero possibile di persone. Il buffone di corte, invece,era specializzato nella recitazione di testi scritti, che a volte elaborava lui stesso. La misura del suo successo era la ricomp. Che gli veniva data.

giovedì 17 giugno 2010


La sessualità nella coppia e nel matrimonio durante il medioevo.


 

Generare bambini:questo,insieme al concetto di alleanza matrimoniale tra famiglie era lo scopo principale della coppia durante il periodo medioevale.

In un epoca in cui la mortalità infantile era altissima,il generare bambini e generarne numerosi era una sfida che la famiglia medioevale accoglie per perpetuare nome e sostenere il casato,nelle famiglie nobili o agiate e ,nelle famiglie contadine,contribuire alla possibilità di lavoro e produzione .

Solitamente,in particolare nel basso medioevo,si verificava una disparità di età tra lo sposo e la sposa. Un uomo che si avvicina ai trent'anni portava in casa come moglie ,solitamente,un'adolescente o addirittura una prepubere.

Una situazione asimmetrica che veniva a giustificarsi nel concetto stesso di genere maschile e femminile,di cui si possono trovare evidenti tracce anche nella cultura odierna.

Tutti convenivano che un'età adulta nel maschio portava ad esercitare più autorità e assertività in ambito famigliare e generare,attraverso una maggiore esperienza delle tecniche sessuali,figli più belli e sani.

Per altro si riteneva che una donna giovanissima avesse meno modo e tempo di esperire sessualità e di strutturare una personalità forte in grado di opporsi al marito.

Altrettanto vero è il rigido controllo che la famiglia esercitava tra le adolescenti:la percentuale inesistente di prime gravidanze a otto mesi dalle nozze sta ad indicare che le giovani non avevano nessuna possibilità di intimità e frequentazione neppure del promesso spèoso.

La norma era che la giovane donna conoscesse il futuro compagno a pochi giorni dalle nozze o addirittura il giorno stesso.

Chiaramente questa norma era evidente nelle famiglie agiate poiché nelle campagne nuclei ristretti e lavoro comune portava a conoscere il marito talvolta fino dall'infanzia.

Va anche detto che ,data la giovanissima età delle spose,con alta probabilità ,molte ragazze al momento del matrimonio non avevano ancora raggiunto una maturità sessuale sufficiente a restare subito incinte.

Questo non impediva al marito di iniziarle da subito alla sessualità.

Dopo il primo bambino gravidanze e nascite si susseguivano con ritmo accelerato.

Ad esempio si ricorda una giovane vedova di Arras che a soli ventinove anni e tredici di matrimonio aveva dodici figli.

Tutta la vita della donna ruotava ,anche psicologicamente,intorno alla camera da letto che divenne ,nel medioevo,la stanza principale della casa.

Una donna che avesse avuto il primo figlio a sedici anni ,poteva aver messo al mondo all'età di trentasette anni,età media per la menopausa nel periodo,dieci figli viventi.

Maritare ragazze adolescenti aveva quindi soprattutto lo scopo di influire in forma significativa sulla frequenza dei nati vivi ed incrementare la crescita della popolazione.

La gravidanza occupava quindi circa la metà della vita di una donna maritata.

La vita sessuale non era però altrettanto intensa:partendo da ciò che ho detto all'inizio,che lo scopo del matrimonio e della coppia era la nascita di figli vivi,tutta una serie di regole sanitarie e tabù regolavano la vita sessuale della donna.

Dal momento che la donna si accorgeva di essere incinta,e soprattutto ai primi movimenti fetali che denunciavano la vitalità del bambino, la coppia non poteva più avere rapporti poiché il timore di danneggiare il feto era radicatissima.

Dopo il parto ,durante l'allattamento non si potevano avere rapporti:la possibilità di una nuova gravidanza in quel periodo e la conseguente fine dell'allattamento avrebbero pregiudicato la vita del fratello maggiore.

La chiesa assunse come tabù e peccato queste precauzioni sanitarie:Paolo da Certaldo ricorda che le coppie che non rispettassero questo tabù genererebbero figli mostruosi ,con gravi malformazioni,lebbrosi e tignosi,con labbro leporino e la macchia del peccato ricadrebbe sui padri che non avevano rispettato il divieto.

Ma l'obbedienza ai precetti della chiesa è ancora più evidente nei periodi dei "tempi proibiti"cioè l'Avvento e la Quaresima,tempi nei quali il rapporto sessuale era proibito in assoluto e non si potevano neppure celebrare matrimoni.

Le coppie comunque cercarono,come in ogni epoca,dopo i primi figli,e in special modo i soggetti più deboli economicamente,di attuare una forma di contraccezione e prevenzione della nascite.

Medichesse e guaritrici,cerusici e maghi avevano in serbo un patrimonio illimitato di pozioni,infusi,decotti e magie.

Esisteva il preservativo e veniva usato con frequenza:non era un moderno usa e getta,ma come abbiamo detto in altro testo,era uno strumento in dotazione di corredo al maschio,doveva durare anche tutta la vita e ,per disinfettarlo ed aumentare le sue possibilità contraccettive,immerso in latte tiepido.

La chiesa romana non manco da subito di considerare peccato mortale ogni forma di controllo delle nascite e non c'è concilio del periodo che non rafforzi senza tregua divieti e pene sulla contraccezione e sull'aborto.

L'unico caso,ad esempio ,in cui secondo la chiesa ,la donna può rompere il voto di obbedienza al marito ,è nel caso in cui questi le chieda "rapporti contro natura"che pure avevano ,tra l'altro,una valenza contraccettiva.

Bernardino,che diventa delirante quando tocca il tema della sessualità,dice:"rompe l'ordine di Dio e fa si che la donna ,tramutatasi in bestia o in maschio non concepisca..ogni volta che usano insieme per modo che non si possa ingenerare è peccato mortale…se tuo marito ti chiede di nulla che sia peccato contro natura non li consentire mai."

Non è data conoscere,chiaramente,l'obbedienza delle coppie a queste invettive di Bernardino.

Sodomitiche o no,coito interrotto o no(anch'esso considerato contro natura)tutte le pratiche di controllo delle nascite sono combattute da questi "direttori di coscienza",manon sembra che queste tecniche abbiano influito in maniera statisticamente rilevabile sulla frequenza delle gravidanze e sulla fecondità delle coppie,segno evidente che era talmente forte la valenza culturale del dovere della procreazione che uomini e donne non vi si sottraevano.

Questi meccanismi di scopo sociale e culturale della riproduzione di coppia vengono ad evidenziarsi anche oggi in tutte quelle culture che,per condizioni sanitarie o economiche,vivono il dramma etnico di un'altissima mortalità infantile e,quindi può essere legato all'archetipo della conservazione della specie.

Susanna Franceschi

Riproduzione vietata

martedì 15 giugno 2010



 

Il sapere della stria


 

Usciva assai presto,al mattino,quando appena la luce del sole faceva alzare la brina nei campi.

Andava giù rapida,con il capo coperto dal suo mantello marrone,sperando,e non ne fu mai certa,che nessun occhio malevolo e curioso la vedesse.

Ma era necessario che le sue scorte di erbe fossero ben rifornite.

L'arte del saper delle erbe e del conservarle le era stato tramandato dalla nonna,e alla nonna dalla nonna ancora,così che il sapere si perdeva come la luce nell'oscurità dell'origine del mondo.

Raccogliere erbe significava qualcosa per lei in prima persona:era un'attingere forza ed energia dalla madre terra,il camminare con i piedi scalzi nel terreno umido la metteva in contatto con gli antichi spiriti,con le forze che regolano vita ,morte e cicli dall'inizio del tempo.

Portava al braccio una gerla di rami di saggina,poiché si credeva che la saggina tenesse lontane streghe e maligni folletti che avrebbero infestato le preziose erbe.

Il suo sapere era immenso:sapeva ,ad esempio che oltre a conoscere i differenti poteri di guarire o ammalare di ogni pianta ,si doveva conoscere anche il suo genere.

Perché pochi sapevano che ci sono erbe maschili ed erbe femminili,e conoscere la loro corrispondenza con i pianeti ed il ciclo della luna che faceva si che una pianta fosse pronta a guarire il male o no.

E tutto si ridiceva ogni volta che scendeva nel bosco,e si ridiceva le cose nella testa,muta,a fissar bene il sapere.

Perché il sapere era di poche e l'errare poteva costare molto.

Come in pagine ben scritte da mano sapiente di un benedettino ,nella memoria della stria,i nomi dell'erbe s'allineavano ordinate e catalogate.

Il pino,le sue foglie aguzze e pungenti,maschile e sui maschi si usava per dar loro potenza e capacità di proteggere la casa,legato all'aria e protetto da Marte.

La rosa,con i suoi dolci profumi e la sua fragilità che nascondeva grande resistenza,che mai ,nemmeno negli inverni più gelidi,la rosa moriva:femminile,pianta dell'acqua e di Venere,che offriva amore.

Il rude rosmarino,pianta di sole e di fuoco,maschia per eccellenza che prometteva passione sessuale,ma anche guarigione da molti mali.

Così come il rosmarino erano altre due rustiche piante:la ruta e la salvia.

Piante del sole che crescevano da sole senza bisogno di tante cure.

La salvia,in particolare,maschile e sotto Giove in persona,era un potente antiinfiammatorio e purificava e benediva la casa se si poneva in un vasetto appena colta.

Di primavera,quando il freddo del mattino cominciava ad attenuarsi,raccoglieva la valeriana .Amava il colore dei suoi fiorellini e il verde delle piccolo e ordinate foglie.

Una pianta femminile ,utile in caso di nervosismo,insonnia,tachicardia e per calmare gli umori alle donne nel ciclo o dopo il parto..

Anche il timo dall'odore intenso calmava gli umori e favoriva cosi tanto il sonno da far dire che inducesse alla chiaroveggenza.

A quest'ultima possibilità ,lei non credeva affatto,ma certo era che un infuso di timo faceva cadere in un sonno profondo e ristoratore chiunque.

E ,al contrario,per gli uomini che troppo dormivano,la stria dava un infuso di foglie di vaniglia ben macerate giorni e giorni,e la passione si riaccendeva forte che nessuno si era mai lamentato con lei.

Se scendeva fino al lago in fondo al bosco,raccoglieva foglie dell'erba a lei più preziosa:salice .

Il salice ,piegandosi in preghiera sull'acqua sembrava offrirsi.

Nessuna pianta curava la febbre e il male come lei e il dolore,anche il più forte ,si attenuava e lasciava riposare il malato.

Lei faceva in modo di non rimanerne mai senza.

E poi,ancora ,un elenco infinito di erbe e tuberi da cercare,da raccogliere,da ordinare in modo e maniera che solo una stria poteva fare,sebbene lei non si considerasse tale,ma solo una povera donna,ormai vecchia,che aveva avuto la trasmissione del sapere.

Elenco interminabile,com'è la natura e la terra ,cose nascoste sotto le zolle di terra o confuse dai colori dell'arcobaleno:tutti.

S'andava dal finocchio selvatico,ottimo per sgonfiare caviglie gottose,all'angelica,che come il nome annunciava,dava benessere al corpo tutto eliminando miasmi e tossine.

Nei prati fioriti di primavera coglieva attenta il dente di leone o tarassaco(tarassaco,e lei non lo sapeva certo,in greco vuol dire"guarisco"),che depurava e sgonfiava anche i ventri più tesi.

Il luppolo abbondava sempre nella sua madia di medichessa che dava latte in abbondanza alle balie e turgeva seni sgonfiati da troppe gravidanze.

Monete sonanti pagavano le giovani contadine e pure le mogli di signori per il luppolo distillato.

La malva fioriva sempre abbondante e poco colta per quella sua aria di malerba confusa,ma era grande cura per quei pochi denti infiammati che i contadini conservavano in bocca.

E poi,erbe degli dei tra tutte ,il basilico.

Adorava quell'odore morbido ed intenso.

Ricordava che giovane e disgraziatissima sposa,strusciava la sue foglie su polsi e sotto le ascelle per togliere l'odore della fatica,ora lo raccoglieva e lo coltivava anche nella piccola chiostra della sua abitazione.

Il basilico,messo su una finestra proteggeva dagli spiriti maligni,ma soprattutto teneva lontano i serpenti che a Bagni erano numerosi più degli abitanti,forse per quelle polle d'acqua che sgorgavano in ogni angolo convogliandosi in rivoli d'acqua tiepida.

Si diceva che il basilico favorisse anche i viaggi dei defunti nell'al di là,per questo alcuni avevano usanza di mettere foglie fresche tra le mani dei loro morti.

In realtà lei,invece,pensava,che tale usanza fosse dovuta all'odore dell'erbe che confondeva un poco l'olezzo della morte.

Il basilico a lei comunque serviva per ben altro scopo:foglie macerate in infuso eliminavano,anche se tra atroci dolori,ricordi non voluti di appassionati amplessi.

Niente si poteva dire su questo,ma molte erano state le sante donne del paese che erano ricorse a lei per togliere l'ingombro.

Più romantico era il tenero prezzemolo,difficile da trovarsi da quelle parti:lo chiedevano le vergini,o presunte tali,che si diceva che messo sotto il cuscino,facesse sognare del futuro marito.

Ma se in sogno compariva una donna significava che c'era una rivale di cui tenere conto.

Immersa nei pensieri ,camminava raccogliendo e cercando di non romper mai la pianta alla radice,che la terra tutta si sarebbe ribellata.

Ed erano i momenti più lieti della sua esistenza poiché lontana da sguardi malevoli,si sentiva un tutt'uno con la terra e poteva ,lentamente e con pace,assaporare i suoi ricordi e provare a sognare una vita diversa,se bene fosse certa che per lei,vita diversa non ci fosse.


 


 

domenica 13 giugno 2010



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    Dopo settecento anni svelato il mistero della morte di Santa Rosa da Viterbo

    Santa Rosa da Viterbo

    ultimo aggiornamento: 12 giugno, ore 21:04

    Roma - (Adnkronos Salute) - Illustrate, da Ruggero D'Anastasio all'Adnkronos Salute, le conclusioni dello studio radiografico. Smentita la teoria secondo la quale a uccidere la santa sia stata la tubercolosi. "Esaminando la radiografia del cuore - afferma il ricercatore - abbiamo scoperto la presenza di un diverticolo ventricolare, una deviazione del setto comunemente associata a una rara malattia, la sindrome di Cantrell"

    Roma, 12 giu. (Adnkronos Salute) - Sembra essere stato svelato, dopo 700 anni, il mistero della morte di Santa Rosa da Viterbo, la cui mummia incorrotta e' custodita nel monastero della citta' laziale. "Il corpo della giovane, che avevamo gia' analizzato in precedenza e che appartiene a una ragazza di 18-19 anni, porta i segni di un'embolia cardiaca, che probabilmente e' stata causa della sua morte". A illustrare all'Adnkronos Salute le conclusioni dello studio radiografico pubblicato in questi giorni online su 'Lancet' e' Ruggero D'Anastasio, dell'Universita' G. d'Annunzio di Chieti.

    "Nel '96 fummo coinvolti nel restauro del corpo della santa, che si stava deteriorando - ricorda lo studioso - cosi' pensammo ad avviare uno studio antropologico e uno paleopatologico sui resti, risalenti al XIII secolo" e sorprendentemente ben conservati. Lo studio ha permesso di "confermare alcune delle scoperte precedenti e alcune delle tradizioni sulla Santa tramandate nel corso dei secoli". Smentendo invece la teoria secondo la quale a uccidere la giovane sia stata la tubercolosi. "Analisi dettagliate dei campioni hanno mostrato l'assenza totale di segni della malattia infettiva nel corso della vita della fanciulla. Ma esaminando la radiografia del cuore, che era stato separato nel 1924 dalla mummia, abbiamo scoperto la presenza di un diverticolo ventricolare, una deviazione del setto comunemente associata a una rara malattia, la sindrome di Cantrell".

    Non solo, il cuore della mummia mostra i segni di quella che puo' essere stata la causa della morte: una massa di carattere fibroso, "probabilmente un trombo, che - dice il ricercatore - e' stato molto probabilmente fatale" alla giovane.

    Una scoperta non del tutto inattesa, per i ricercatori. "Gia' in precedenza avevamo notato che il corpo della fanciulla presentava delle caratteristiche riconducibili proprio alla sindrome di Cantrell, una patologia rara che si sviluppa nelle prime settimane di gestazione e di solito porta alla morte nelle prime settimane di vita. Si tratta - spiega D'Anastasio - di un'anomalia dello sviluppo della parete addominale e delle strutture presenti lungo la linea mediana del corpo".

    L'ipotesi sembra essere stata confermata da questa ultima scoperta, dal momento che "i diverticoli - prosegue lo studioso - sono il difetto cardiaco piu' comune per chi nasce con questa sindrome e sovente sono all'origine di trombi". E se la ricerca sembra porre fine alle domande sulla morte della Santa, bisogna ricordare che "finora - conclude il ricercatore - pochissime decine di casi di sindrome di Cantrell sono stati descritti in letteratura in giovani adulti".

sabato 12 giugno 2010


Jean –Denys Baptiste :un geniale impostore.


 

Se oggi la trasfusione di sangue è un evento legato ad una normale prassi terapeutica,la sua acquisizione come sostegno a patologie o a problemi legati ad interventi chirurgici e' recentissima e,purtroppo legata alla genialità di un probabile impostore.

Jean-Denys Baptiste ,l'uomo a cui si deve la prima trasfusione di sangue era in effetti medico personale del re di Francia.

Un ruolo di tutto prestigio e di grande rilevanza sociale.

Baptiste affermava di essersi laureato in medicina all'università di Montpellier,ma in vero negli archivi dell'università non si è mai trovata prova neppure della sua frequenza.

Fatto è che Baptiste in pochi anni diventa uno stimatissimo professionista,tanto da essere richiesto da re Luigi XIV come suo medico personale.

Non interessano,in questa breve trattazione,le sue competenze o i suoi accrediti come medico reale,è invece interessante ricordare come quest'uomo fu il primo a tentare la procedura della trasfusione di sangue.

Il 15 giugno del 1667 il dottor Denys Baptiste trasfuse 12 once di sangue di pecora ad un ragazzino di 15 anni.

Il giovane era giunto all'osservazione del medico,o presunto tale,in stato di snnolenza e apatia,aveva inoltre la febbre molto alta.

Jean appurò che era stato sottoposto ad una delle terapie più usuali al tempo e ,spesso ,mortali più della malattia stessa:gli erano state applicate per salassarlo,per più giorni consecutivi,20 sanguisughe sul corpo.

Jean ritenne che fosse il caso perfetto per il suo esperimento:trasferire sangue(in questo caso e ancora in molti altri)animale ,in un corpo umano per infondergli forza e vigore.

Strano,ma la trafusione funzionò e perfettamente:probabilmente non avvenne nessuna reazione allergica per la piccola quantità di sangue che era stato effettivamente trasfuso.

Il giovane ,comunque,si riprese in pochissimi giorni.

Incoraggiato Jean fece un nuovo tentativo ,questa volta su un operaio di 45 anni debilitato da una grave malattia e denutrito in relazione alla più grande malattia di quel secolo:la fame.

Stavolta il sangue fu preso da una pecora.

Anche l'operaio ,non solo sopravvisse,ma parve stare assai meglio.

E' da tenere conto che il tutto veniva attuato in una normale stanza priva di ogni presupposto non solo di disinfezione ,ma anche di semplice igiene.

La fama del dottor Baptiste aveva oramai attraversato i confini di Francia:il terzo paziente che si rivolse a lui fu un nobile svedese,il conte Bonde.

Il conte era però in uno stato di debilitazione così grave che,nonostante fosse sottoposto a ben due trasfusioni di sangue di vitello,che si riteneva particolarmente ricostituente,alla seconda trasfusione morì.

La cosa non fermò il medico sostenuto anche dall'entusiasmo di sua maestà in persona.

Il quarto paziente fu però fatale alla sua brillante carriera di sperimentatore.

Si rivolse a lui la moglie di un certo Antoine Murray,un uomo affetto da gravi turbe psichiatriche.

Il dottor Baptiste lo sottopose a ben tre trasfusioni di sangue di vitello,ma durante la terza trasfusione morì.

La moglie,sostenuta da medici detrattori del Baptiste,lo denunciò per omicidio e il dottore fu sottoposto ad un processo.

Durante il processo si scoprì che il pazzo era morto per un avvelenamento da arsenico propinatogli dalla moglie,ma oramai la carriera del nostro brillante dottore era stroncata.

Jean Denys Baptiste si ritirò a vita privata riciclandosi come ingegnere.

La pratica della trasfusione fu vietata nel 1670.

Bisognerà attendere la scoperta di Karl Landesteiner dei quattro gruppi sanguigni(1902)perché la procedura delle trasfusioni di sangue inizi a diventare una tecnica medica affidabile e sicura.

Susanna Franceschi

Riproduzione vietata


 


LA FALCONERIA


 

Sin dai primi insediamenti umani strutturati,la caccia è stato un modo di procurarsi cibo e nello stesso tempo attivare comportamenti sia di sfida competitiva tra soggetti o clan.

Ma per le sue specifiche modalità di attivazione e rituali insiti nella caccia stessa,questo comportamento sociale ha da subito assunto anche connotazioni ludiche.

Inoltre gli uomini hanno ,da sempre,cercato strumenti e modi ,per rendere la caccia agli animali ,più proficua o,insieme,più divertente.

L'uso del falco come mezzo sussidiario alla caccia,si perde nella notte dei tempi del genere umano.

Questa tecnica è accertata nell'antica Cina,in Mesopotamia ed in Egitto.

Fu nota anche a Roma dove,per altro ,non conobbe una evidente diffusione.

Il falco ,animale rapace ,potente,ma anche intelligente e addestrabile,era riconosciuto come animale sacro in molte cultura:nell'Egitto era icona addirittura di divinità.

Ma è nel Medioevo che la caccia con il falco assume caratteristica di usanza riconosciuta e largamente praticata.

Sin dall'alto medioevo si trovano documentazioni relative a questa pratica:in un editto del VI secolo d.c si vieta espressamente agli eclesiastici di praticarla.

Carlo Magno,quasi tre secoli dopo,nella sua legislazione,emette una legge che punisce chi ruba un falcone con una forte multa pecuniaria.

Si presuppone che l'incontro della cultura europea con la caccia con il falco,sia avvenuta attraverso il contatto con la cultura araba,popolo presso il quale era molto apprezzata,e proprio gli arabi si fanno intermediari tra la cultura della caccia della tradizione asiatica e la tradizione europea.

E' per merito dell'imperatore svevo Federico II(1194-1250)che addirittura la falconeria assurge al ruolo di scienza e diviene oggetto di studi.

Lo stesso grande imperatore,appassionato cultore dell'"arte"della falconeria ,redige un approfondito e curatissimo trattato,il "De arte venandi cum avibus".

Nel suo trattato Federico,dopo avere attentamente descritto le caratteristiche,le abitudini e le capacità dei rapaci,espone le tecniche di addestramento.

Nei secoli successivi la falconeria divenne passione,moda status symbol.

Vero è che se è esercitata da aristocratici ,re e principi,viene anche praticata dai più umili.

E' la bellezza e la capacità del falco che diviene indice di status symbol,in altre parole e facendo un paragone con la nostra cultura,era come guidare una Rolls o una Ferrari oppure un'utilitaria.

Gli uccelli più belli e capaci,allevati da esperti che si tramandavano l'arte di generazione in generazione,avevano prezzi elevatissimi.

Da un testo del 1400 apprendiamo che L'aquila reale è destinata solo all'imperatore,il Grifalco al re,il Falco pellegrino femmina ai principi,a duchi e conti.

Il falco pellegrino maschio,più piccolo,ai baroni,il Falco sacro al cavaliere e via cosi fino il piccolo Lodaiolo destinato ai paggi.

La falconeria è un'arte che conquista anche le donne:le dame possono avere in appannaggio il falco più piccolo ed elegante:lo Smeriglio per il semplice fatto che può essere tenuto senza difficoltà sul piccolo pugno di una dama.

I rapaci meno pregiati, come lo Sparviere, venivano usati dalle classi più umili che,a dire il vero,più della caccia praticavano il bracconaggio ed è da qui la connotazione di rapacità malvagia del povero sparviero.

Susanna Franceschi

Riproduzione vietata

venerdì 11 giugno 2010


Cenni Storici sull'infanticidio


 

L'uccisione e l'abbandono dei neonati non sono tipici della nostra civiltà, anzi nel passato sono stati praticati pressoché ovunque.

Nei resti dell'antica città di Gerico sono state trovate testimonianze archeologiche di sacrifici umani, compresi i resti di vari neonati, che sono state fatte risalire a circa 7000 anni prima della nascita di Cristo (1).

Le prime notizie sull'abbandono e sull'uccisione degli infanti risalgono alla civiltà assira (III millennio a.C.): pare che il Re Sarago I fosse stato generato da una sacerdotessa la quale, poiché per impedimento di rito non poteva tenere presso di sé i figli, lo aveva abbandonato presso un ruscello.

Più o meno contemporaneo è poi l'episodio di Mosè, discendente della tribù di Israele ma, secondo alcuni autori, figlio illegittimo di una sorella del Faraone regnante; risulta d'altronde che in Egitto i neonati troppo deboli o affetti da malformazioni venivano soppressi, cosa che notoriamente avveniva a Sparta, dove tuttavia era la comunità a decidere della morte.

Il sacrificio degli infanti mediante la loro esposizione agli elementi atmosferici, allo scopo di allontanare gli spiriti maligni o di ingraziarsi gli dei, è stato praticato in maniera sistematica da varie popolazioni antiche quali i Vichinghi, i Celti, i Galli e i Fenici.

In India e in Cina, l'infanticidio era praticato sin dai tempi antichissimi ed in particolare perpetrato nei confronti delle neonate.

Nell'antica Roma, il pater familias esercitava lo <<ius vitae ac necis>> su tutti i nati (2).

Era tradizione, infatti, che l'ostetrica che aveva fatto nascere il bambino, subito dopo averlo lavato, lo ponesse a terra davanti ai piedi del padre.

Questo era l'unico a poter decidere se tenere il figlio; in tal caso lo sollevava in alto tra le sue braccia se maschio, oppure lo consegnava alla madre, se femmina. Se la scelta era il rifiuto del nuovo nato, il pater familias ordinava all'ostetrica di ucciderlo.

Altre volte il padre, pur avendo deciso di disfarsi del bimbo, ma non avendo il coraggio di farlo uccidere, ordinava che fosse messo fuori della porta di casa, oppure che fosse portato nel mercato dove esisteva una colonna apposita, detta «lattaria», sotto la quale erano lasciati i neonati rifiutati. Questa crudele consuetudine, detta «esposizione», spesso equivaleva ad una vera e propria condanna a morte per il neonato, se non c'era nessuno disposto ad accoglierlo nella propria casa ed allevarlo.

Varie potevano essere le ragioni che spingevano un padre a decidere sulla sorte del neonato; talora lo esponeva o lo faceva uccidere perché deforme oppure perché di sesso femminile; nella famiglia romana, infatti, non veniva quasi mai allevata più di una figlia femmina.

Nei ceti subalterni, si trattava di motivazioni puramente economiche, mentre in quelli più agiati l'infanticidio nasceva dal desiderio di limitare il numero dei figli, allevando ed educando principalmente i maschi, sì da dar loro una maggiore possibilità di successo nella vita sociale e politica ed evitare problemi futuri di eredità.

L'esposizione e l'uccisione dei neonati indesiderati o deformi è presente prima ancora che nella cultura romana, in quella greca (3).

Nell'antica Grecia, infatti, se non era riconosciuto dal padre come legittimo o se la famiglia non aveva i mezzi per mantenerlo, il neonato veniva esposto. Era tradizione che i neonati rifiutati fossero esposti nel mercato, dentro una grossa pentola contenente anche un oggetto appartenente alla famiglia di origine, che avrebbe consentito di riconoscerli, in seguito.

A Sparta esisteva addirittura una legge che obbligava i genitori dei bambini nati gracili o deformi, ad abbandonarli sul monte Taigreto.

Dunque nelle società greca e romana l'esposizione e l'infanticidio erano praticati impunemente ed erano molto frequenti.

Solo nel 318 d.C. l'imperatore Costantino, subito dopo la sua conversione al Cristianesimo, promulgò due leggi destinate a ridurre il numero degli abbandoni o degli infanticidi.

La prima legge creava un fondo con soldi provenienti dal tesoro imperiale, destinato alle famiglie con molti figli; la seconda concedeva tutti i diritti di proprietà sui neonati esposti a coloro che li avessero salvati ed allevati.

Successivamente Valentiniano I, Valente e Graziano, tramite vari editti, trasformarono l'infanticidio in un delitto punibile con la morte.

Scorrendo rapidamente i secoli, si arriva all'alto Medioevo, del quale le poche e frammentarie notizie che ci interessano possono essere rinvenute in alcuni documenti che hanno resistito al tempo.

I neonati erano esposti ed uccisi anche in quest'epoca per i motivi più disparati: presagi infausti, adulteri, incesti, gelosie e rivalità; erano abbandonati un po' ovunque, nei boschi, lungo le strade, davanti alle chiese.

Nei secoli compresi tra il VII e il XIII, invece, si può presumere che l'infanticidio e l'abbandono siano sensibilmente diminuiti dal grande aumento del tasso demografico registrato in questo periodo, legato sia ad un assetto sociale più equilibrato che al miglioramento delle condizioni economiche, anche delle classi meno abbienti (4).

Alla fine del secolo XIII, però, ripresero in gran numero sia gli abbandoni sia gli infanticidi, complici la nuova povertà e l'instabilità sociale determinate dalle pestilenze e dalle guerre.

Boccaccio in una sua novella così tratteggia il futuro dei tanti neonati abbandonati del tempo: «Quanti parti, mal loro guardo venuti a bene, nelle braccia della fortuna si gittano! Quanti ancora, prima che essi il latte materno abbino gustato, se n'uccidono. Quanti ai boschi, quanti alle fiere se ne concedono e agli uccelli!» (5).

È in questo contesto storico che, nel tentativo di arginare il fenomeno ed offrire accoglienza ai neonati abbandonati, cominciarono a sorgere un po' in tutta Europa specifiche istituzioni di raccolta; è il caso della Confraternita della Misericordia di Firenze istituita alla fine del 1300.

Nascono anche gli «spedali» come quello degli Innocenti, istituito nell'anno 1484 sempre a Firenze, sotto la tutela della potente Arte della seta, o, più tardi, quello di Milano, aperto nel 1787, e l'ospedale dei trovatelli di Londra, reso celebre dai romanzi di Dickens, aperto nel 1741.

Inoltre in molte chiese ed ospedali è istituita la cosiddetta «ruota degli esposti», grazie alla quale le madri o i padri che volevano abbandonare il loro neonato, lo potevano fare in perfetto anonimato.

Le ruote degli esposti rimarranno aperte in Italia fino al 1923, anno in cui una legge ne decreterà la chiusura, anche se, già dalla seconda metà dell'Ottocento, ne era iniziata la lenta e progressiva abolizione.

Per quanto riguarda, invece, il resto dell'Europa, l'infanticidio è stato un crimine molto diffuso, come dimostrano i tanti documenti pervenutici ancora intatti, che ci permettono anche di quantificarne la frequenza.

Ad esempio, un'analisi dettagliata degli archivi della corte e della prigione di Norimberga, ha permesso di accertare che dal 1513 al 1777 ben ottantasette sono state le condanne a morte eseguite per infanticidio, nella sola città di Norimberga (6).

Un'altra testimonianza indiretta ci deriva dalla lettura dei vari decreti che le «autorità costituite» un po' in tutta Europa avevano escogitato per contrastare questo crimine.

La maggior parte dei neonati dell'epoca moriva per soffocamento, schiacciati sotto il corpo dei genitori durante il sonno. Spesso, però, le circostanze lasciavano negli inquirenti il sospetto sulla volontarietà dei genitori e nel contempo appariva impossibile dimostrare, a posteriori, l'esistenza di una premeditazione; per questo molti di tali infanticidi restavano impuniti.

Si possono così comprendere alcune leggi, come quella emanata dal Vescovo di Fiesole e Firenze, che stabilì sanzioni per i genitori che tenevano i bambini nel loro letto mentre dormivano, o il decreto austriaco del 1784, che proibiva ai genitori di tenere nel letto i bambini di meno di due anni d'età.

Tornando all'Italia, la prima vera testimonianza diretta dell'enorme frequenza degli infanticidi si può ricavare dall'analisi dei fascicoli processuali e delle sentenze delle Corti d'Assise di fine Ottocento (7).

La lettura di questi atti ci permette anche di chiarire chi fossero le madri infanticide dell'epoca, per lo più donne giovani, analfabete, o semianalfabete, provenienti dalla provincia, sedotte con la promessa di un matrimonio e poi abbandonate.

Infine, nel nostro secolo l'infanticidio può essere analizzato attraverso la lettura degli «Annuari statistico-giudiziari» dell'ISTAT.


 


 


 


 


 


 


 


 


 

mercoledì 9 giugno 2010


Il caso di Lizzie Borden

M.A.


 

Qualcuno avrà sentito la storia di Lizzie Borden, un caso che ha affascinato molti per più di 100 anni e che, almeno nei libri, resta irrisolto. Finora non era mai stato affrontato con le tecniche forensi, tecniche che avrebbero potuto cambiare i risvolti di questa vicenda.
La data era il 4 agosto 1892. La località Fall River, Massachusetts, e più specificamente il 92 di Second Street, la casa di Andrew e Abby Borden.

Circa alle 11 e 10 di mattina, la trentaduenne Lizzie Borden, figlia di Andrew e figliastra di Abby, scoprì il cadavere del padre su un divano nel salotto della casa. Subito dopo anche Abby fu trovata morta sul pavimento della camera degli ospiti. Ci fu una grande confusione, e la polizia venne chiamata subito. Bridget, la domestica (che fu un personaggio chiave della vicenda) corse in strada a chiamare il dottor Bowen, il medico di famiglia.

Al momento il dottore era fuori, ma arrivò quasi subito. Telegrafò a Emma, la sorella maggiore di Lizzie, per riferirle la terribile notizia. Nel frattempo i vicini andavano e venivano, incuriositi e terrificati dai brutali omicidi. All'esame dei cadaveri, il dottor Bowen riscontrò delle ferite raccapriccianti: Andrew aveva un occhio tagliato in due che protrudeva dall'orbita, il naso era stato reciso e si potevano contare undici profonde lesioni sul lato sinistro del volto.

Il corpo di Abby non era in condizioni migliori. Era stata trovata a faccia in giù in una pozza di sangue, con la testa quasi staccata dal collo. Il dottor Bowen riscontrò che la donna era stata colpita sulla parte posteriore del cranio più di una dozzina di volte, probabilmente con la stessa arma che era stata usata per uccidere Andrew.

I sospetti caddero su Lizzie per diversi motivi. Il giorno prima del duplice omicidio Abby disse al dottor Bowen che lei e Andrew erano stati avvelenati. Entrambi erano stati malissimo la notte precedente. Sfortunatamente per Lizzie, Eli Bence, un commesso dello Smith's Drugstore, informò gli investigatori che la ragazza aveva provato a comprare dell'acido prussico (cianuro di idrogeno) diverse volte nelle due settimane precedenti gli omicidi; Bence si era rifiutato di venderglielo senza una ricetta medica. Lizzie negò di aver visitato l'emporio o di aver chiesto del veleno. Inoltre c'erano dei problemi con l'attendibilità dell'alibi. Lizzie cambiava continuamente la sua versione, ricordandosi e dimenticandosi alcune informazioni e contraddicendosi.

l'accetta senza manico che fu trovata nello
scantinato. Non fu mai provato che era l'arma
del delitto

Poi, un paio di giorni dopo gli omicidi, Miss Russell, un'amica delle sorelle Borden, testimoniò che Lizzie aveva bruciato un vestito nella stufa della cucina. Lizzie aveva detto che l'abito era macchiato di vernice e che non poteva più usarlo. Improbabile. Fu questa testimonianza che spinse il giudice Blaisdell ad accusare la ragazza dei delitti.
Il processo durò 14 giorni, dal 5 al 19 giugno 1893. l'unica volta che Lizzie parlò fu dopo la chiusura del dibattimento. Si limitò a dichiarare: "Sono innocente. Lascio che sia il mio avvocato a parlare per me."


Alle 3 e 24 del 19 giugno la giuria si ritirò per deliberare. Alle 4 e 23 tornò col verdetto: non colpevole. Si disse che i giurati avevano impiegato solo 5 minuti per decidere, ma che avevano voluto aspettare un'ora per rispetto dell'Accusa.
Un alibi inattendibile, un vestito dato alle fiamme e l'immagine stereotipata di una giovane donna dell'800: tutti questi fattori e molti altri alimentano il mistero del caso di Lizzie Borden. Teorie e libri su di esso si sprecarono. Se ci fossero state le moderne tecniche forensi all'epoca del delitto forse questo caso sarebbe stato risolto.
Nei minuti successivi alla scoperta dei corpi fu fatto poco o niente per preservare la scena del crimine. Molte persone gironzolarono per la casa, lasciando impronte digitali ovunque, perfino sui cadaveri. Se la scena del crimine fosse stata sigillata, gli agenti della scientifica moderni avrebbero cosparso la zona di polvere per la rilevazione delle impronte e quelle trovate avrebbero indicato dei sospettati. Se la scena invece non viene chiusa, la rilevazione delle impronte non ha senso.
Inoltre i corpi furono spostati prima di una completa investigazione. Se non fossero stati mossi, l'analisi degli schizzi di sangue avrebbe permesso agli investigatori di raccogliere dati corretti riguardo alle macchie, e un esperto di blood spatter analysis avrebbe potuto interpretarli per rivelare importanti informazioni quali le posizioni delle vittime, dell'assassino e degli oggetti; il tipo di arma usata e il numero esatto di colpi; il movimento e la direzione di vittime e del loro aggressore dopo l'inizio del sanguinamento. La traiettoria degli schizzi di sangue si sarebbe rivelata utile nella stima dell'angolazione tra le ferite e l'altezza dell'omicida. Per esempio è stato detto che Andrew era in piedi al momento del primo colpo e che le macchie di sangue sulla scena sarebbero risultate dall'attacco di una persona molto più alta di Lizzie.
In più con le tecniche moderne si sarebbe potuto usare il Luminol per cercare tracce di sangue non visibili a occhio nudo. E' un composto chimico che reagisce col sangue acquistando una luminescenza blu-verdastra, anche a distanza di anni. Per l'esattezza reagisce con l'emoglobina, una proteina dei globuli rossi trasportatrice di ossigeno. Il Luminol è così sensibile che può trovare sangue anche in una parte per milione. Cioè se c'è una goccia di sangue in 999.999 gocce d'acqua, avviene la reazione. Con questa sostanza che può rivelare ogni traccia di sangue, un'impronta insanguinata di scarpa, piede o dita può aiutare a capire cosa è successo. In questo caso poteva essere stata lasciata una scia di sangue, invisibile a occhio nudo, che poteva rivelare agli investigatori la via di fuga dell'assassino. Si poteva capire quale porta aveva usato per uscire, se mai era uscito.
La faccenda del vestito non è mai stata risolta. Alcuni dicono che era celeste, altri blu scuro. Se gli investigatori fossero stati in grado di identificare e acquisire come prova il vestito che Lizzie aveva indossato quel giorno, sarebbe stato possibile svolgere un ulteriore esame su di esso per trovare eventuale sangue sulla stoffa e analizzarlo. Inoltre non ci sarebbe stato l'incidente della bruciatura del vestito: con il vestito in questione nelle mani delle autorità, la bruciatura di un altro vestito non avrebbe portato all'arresto di Lizzie.
I moderni investigatori avrebbero ripreso la scena del crimine con fotografie e/o videoriprese. Sapremmo esattamente cosa indossava Lizzie e come aveva reagito alla tragedia, ogni cosa sarebbe stata registrata come prova.
La determinazione dell'ora dei decessi fu praticamente tirata a indovinare. Gli esperti dell'epoca stabilirono che Abby era morta 1-2 ore prima di Andrew, basando questa conclusione su tre fattori: 1) il sangue di Abby era coagulato e quello di Andrew no; 2) il corpo di Abby era più freddo al tatto di quello di Andrew; 3) nello stomaco di Abby c'era una grande quantità di cibo non digerito, mentre quello nello stomaco di Andrew era ben digerito. Oggi, con la moderna tecnologia forense, le prove presentate non porterebbero alla stessa conclusione. Per prima cosa il fatto che il sangue di Andrew non fosse coagulato sarebbe considerato un evento sì insolito, ma non impossibile. Quando una persona muore improvvisamente e violentemente, il sangue diventa non coagulabile poco dopo la morte. In secondo luogo, oggi i patologi non ricorrerebbero al sistema del "tocco" per determinare la temperatura corporea. Verrebbe usato un termometro interno per misurare la temperature a intervalli di tempo. Inoltre delle ricerche hanno scoperto che la temperatura corporea in un cadavere scende molto lentamente nelle prime ore successive alla morte. Perciò la differenza delle temperatura dei due corpi, oltretutto presa a mano, avrebbe oggi scarso significato. E infine le persone digeriscono il cibo in modo diverso, quindi la quantità di cibo nello stomaco delle vittime non getta luce sull'effettiva ora della morte.
In base ai moderni esami forensi, Lizzie Borden sarebbe stata ritenuta colpevole dei crimini? In un processo simulato presieduto dai giudici Rehnquist e O'Connor della Corte Suprema degli Stati Uniti, una giuria composta da studenti della facoltà di Giurisprudenza di Stanford giudicò Lizzie Borden di nuovo non colpevole. Col risultato dei molti test odierni (campioni di sangue, DNA, formazioni pilifere ecc.)forse adesso avremmo una risposta precisa.

FONTE: "The Forensic Examiner", 14(4), 52-54
Traduzione di Chiara Guarascio

Bibliografia:
Akin, L.L. (2005). Blood Spatter: interpretation at crime scenes. The Forensic Examiner 14(2), 6-10.
Auito, R. (2005). Lizzie Borden took an ax. Da http://crimelibrary.com
Clark, D.M. (2005). How Lizzie Borden got away with murder. Crime Magazine, an encyclopedia of crime. Da http://crimemagazine.com



 

domenica 6 giugno 2010



 

GLI ZINGARI

Premessa

· "Zingaro" è una parola razzista, come "negro", "vu cumprà", "barbaro", ecc. Nel nostro linguaggio quotidiano a volte la si usa in espressioni come: "una casa di zingari", per dire che è disordinata; "essere come uno zingaro", cioè vestito male e sporco; "ti faccio portare via dagli zingari", per dire che sono cattivi (come l'Uomo Nero).

· Zingaro viene dal greco Athìnganoi (che indicava gli esponenti di una setta eretica perseguitata).

· In Italia gli zingari chiamano se stessi con due nomi: ROM (centro e sud) e SINTI (nord), il cui significato è "uomini", contrapposto a GAGGIO' (i "non-uomini", cioè gli stranieri, ma significa anche sempliciotti, paurosi). I Rom considerano i Sinti "gagè" perché il sistema di vita di ques'ultimi è basato sul viaggiare e sullo spostarsi continuamente, mentre i Rom sono più sedentari.


 

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                                                        StoriaVerso la fine del 1o millennio partirono dall'India nord-occidentale le prime ondate migratorie. La diaspora totale fu determinata dall'espansione dell'Islam, che giunse fino al Punjab, zona d'origine dell'emigrazione. I Sinti sono originari del Rajastan (India del nord), i Rom invece sono del centro dell'India.

· In Europa i gitani sono sicuramente presenti dalla fine del 1300. In Italia un primo gruppo è segnalato nel 1422. Il loro nomadismo è sempre stato sopportato malvolentieri in Europa occidentale.

· Non è mai stato fatto un conto di quanti zingari sono stati impiccati, bruciati e torturati con l'accusa di stregoneria in Europa.

· Le persecuzioni raggiungono il culmine con il nazismo: mezzo milione di zingari sono morti nei lager. A Norimberga non vengono ascoltati come testimoni: si rifiuta loro il pagamento dei danni di guerra.

· Oggi in Italia ci sono da 60.000 a 90.000 zingari. Il nucleo maggiore è costituito dai SINTI. Di questi circa 25.000 vivono nei campi-nomadi; gli altri sono sedentari in case fisse. (Molti sono italiani nati ad Istria). L'altro gruppo importante è quello dei ROM jugoslavi, ultimi arrivati: non sono più di 10-12.000 persone, tutti insediati nei campi.

· Gli zingari slavi si dividono in due gruppi: Daxikané e Karakhané (quest'ultimi di religione musulmana). I SINTI non praticano il furto, gli altri invece sì: tanto che il 15% dei maschi e l'80% delle femmine minorenni finiscono negli istituti italiani penitenziari per minori.

· I Daxikhané (Montenegro) sono mal visti sia dai SINTI che dai Karakhané (Bosnia).

Nella società contadina avevano un loro ruolo: allevavano e vendevano cavalli, aggiustavano le pentole, lavoravano i metalli, suonavano alle fiere, facevano i burattinai. I ROM, 30 anni fa, non finivano mai in carcere. Ora le esigenze della società sono aumentate e le loro possibilità sono diminuite. I SINTI vendono articoli di merceria porta a porta; i ROM karakhanè sono artigiani del rame e leggono la mano

Usi, costumi e linguaggio

· Le loro leggi sono molto severe, ma nessuno le conosce.

· Tra i ROM le vedove non si risposano.

· Le donne non si prostituiscono, pena l'allontanamento definitivo dal clan.

· Le donne che portano un fazzoletto al capo sono musulmane.

· Il nome ai neonati viene dato dagli anziani. L'anziano è molto rispettato, perché è soprattutto lui che conserva la memoria delle tradizioni.

· Non ci sono zingari negli ospizi, non abbandonano mai i loro figli.

· Strumento musicale prevalentemente usato: la fisarmonica.

· Il fuoco è il punto di ritrovo per giovani e anziani.

· La loro lingua è antichissima, molto vicina al sanscrito (ci sono poeti che scrivono in questa lingua: Sesmo Adamic è stato espulso da Roma, insieme ad altri 120 nomadi, nel marzo dell'89). Molti linguisti sostengono che vi siano delle affinità con le parlate della Persia e dell'Indostan. Ecco alcune loro parole:

· Gentili (italiani); Gentilini (bambini italiani).

· Signòm ni rom : Sono un uomo.

· Diavolo (beng), Dio (del, murdivéle), Casa (khar), Fame (bokh), Donna (zuvlì, giuvéle), Figlia (sej, ciaj), Figlio (sav, ciavò), Madre (dej), Moglie (romnì), Padre (dad, tatà), Notte (rjat), Fidanzato (piramnò, burò), Predire la sorte (drabar), Vino (mol), Canto (gilì), Acqua (paj, panì).

· Nelle loro canzoni, che vengono anche ballate, si parla quasi sempre della loro terra, dove i fiumi sono puliti, i boschi verdi e dove si è sempre allegri. Dice una loro canzone: "Il gaggiò lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e sperando così, muore. Poi ha fatto le leggi. La libertà è bella: vai dove vuoi".

· Un loro detto dice: "Noi ROM siamo come l'erba che si piega al vento e che si rialza appena la tempesta è passata".

· Esistono anche molte favole zingare.

Problemi maggiori

· Istruzione per i bambini: il 97% dei bambini zingari non frequenta la scuola dell'obbligo e gli zingari adulti sono per lo più analfabeti. Eppure il 75% di essi sono cittadini italiani, o per nascita, o perché alla fine della II G.M. vivevano ai confini e scelsero l'Italia come patria.

· Per i bambini zingari, l'italiano è la terza lingua, dopo quella materna (il romanes o il sinto) e il dialetto locale. A scuola facilmente vengono considerati come disadattati sociali e anche mentali.

· Servizi igienico-sanitari: la loro sporcizia dipende anche dalla cronica mancanza di acqua nei campi, che dovrebbero disporre di docce e gabinetti. A causa delle molte malattie, dovute anche al feddo, la vita media non supera i 50 anni.

· Altri servizi deficitari: illuminazione (l'energia elettrica permetterebbe di utilizzare sistemi di riscaldamento meno rischiosi: piccoli braceri o stufette a gas, che a volte causano l'incendio della roulotte), cassonetti per rifiuti, vasche per il bucato.

· Lavoro: non riescono più a fare lavori dignitosi o comunque remunerativi. Non possono praticare il commercio ambulante, perché vengono considerati come stranieri. Molti bambini vendono fiori, fazzoletti ai semafori o puliscono i vetri delle macchine. Chiedere la carità è diventato il lavoro delle donne. Il lavoro col ferrovecchio non rende più e gli oggetti di rame non li compra più nessuno, se non qualche turista d'estate.

Visti d'ingresso, passaporti ecc. Spesso ci si dimentica che questi gruppi sono apolidi e che quindi non ha senso rimpatriarli nella ex-Jugoslavia.

· Aree di sosta sono poche: una cinquantina in tutta Italia. Si tratta per lo più di fangose baraccopoli, frequentate da topi, col pericolo di epidemie. Gli stessi campi-sosta sono troppo grandi: ammassano 300-500 persone (sembrano dei ghetti).

· Emarginazione: per i nostri agricoltori sono nomadi senza terra; per i cittadini, dei marginali di periferia; per gli operai, degli oziosi e per tutti, degli uomini senza fede e senza legge. Il solo zingaro accettato è quello bello, artista, simbolo della libertà e del folclore, cioè quello che non esiste.

· Rifiutano l'accusa di vagabondaggio, perché il loro è un nomadismo, che è un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'ONU ed è previsto dalla nostra Costituzione. Lo stesso Consiglio d'Europa dice che deve essere facilitato l'insediamento in abitazioni appropriate per i nomadi che lo desiderano.

· A Roma esistono 50 comunità zingare: rom abruzzesi e napoletani, camminanti siciliani, sinti giostrai, rom kalderasha, rom slavi. Vivono in case popolari o roulotte. Prima degli anni '70 commerciavano cavalli, facevano i maniscalchi, le donne leggevano il futuro o vendevano chincaglieria. Alcuni fabbricavano pentole di rame, altri erano indoratori o giostrai. Con l'espansione edilizia degli anni '70 i campi-nomadi sono stati requisiti.

· A Roma i nomadi sono 3000, sono sempre stati 3000, ma ora si parla di "problema nomadi". Generalmente nei campi dove vivono non ci sono servizi. Alcune ragazze frequentano corsi di taglio e cucito.

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UNA TESTIMONIANZA SUL MATRIMONIO
dal libro di Paolo Crepet, Cuori violenti, ed. Feltrinelli, Milano 1995

Intervista dello psichiatra e sociologo a una ragazza rom di 16 anni in carcere per furto.
L'argomento è quello del matrimonio: lei quando si sposò aveva 13 anni, lui 15.

- Da noi rom funziona così: la prima volta la donna non può decidere (con chi sposarsi) perché è piccola… io avevo solo 13 anni… e allora decidono loro (i genitori) per te.

- (Decidono) sulla base di com'è la famiglia, di quanti soldi ha, di come sei tu. Ti paga l'uomo che ti sposa, devi pagarti il marito.

- (Il prezzo) dipende da quanto sei brava a rubare, dall'età, da com'è il carattere: dipende da tante cose.

- Devi essere normale, non devi essere molto vivace…

- Dipende anche dalla bellezza… le bionde sono le più belle e se hanno gli occhi chiari allora sono ancora più belle. Però la cosa più importante è il carattere: ad esempio se una è un po' civetta non va bene. Il padre della ragazza può anche chiedere un prezzo altissimo, ma poi alla fine decide l'altra gente. E' un po' come un processo dove tu sei al centro, sei l'imputata. C'è un tavolo grande con tanta gente, c'è chi dice sì, che è d'accordo sul prezzo, e chi dice no. Poi cercano di mettersi d'accordo. Buttano i prezzi anche cinque, sei volte. Al centro del tavolo c'è una bottiglia di whisky su un piatto d'argento, sopra ci sono dei fiori rossi con degli oggetti d'oro e i soldi. Quando decidono di accordarsi aprono la bottiglia e la bevono tutti uno dopo l'altro: vuol dire che la ragazza si sposa. Altre volte non si accordano, non succede niente e la bottiglia rimane lì.

- Il padre della sposa può chiedere anche 120-130 milioni.

- Da noi zingari se ti pagano di più è un onore per te e anche per la tua famiglia… Dipende anche dall'età, perché loro contano fino a che età puoi rubare senza finire dentro, quindi se sei minorenne è meglio. Praticamente dopo i 18 anni non vali più niente.

- E poi conta anche un'altra cosa: la prima volta ti pagano di più perché sei vergine… e se poi non lo sei succede un macello, t'ammazzano di botte, litigano fra loro…


La bambola nel Medioevo.


 

Durante il Medioevo il gioco con la bambola attraversò un periodo incerto e,per alcuni versi oscuro.

Abbiamo pochissime citazioni scritte rispetto all'uso della bambola,quasi nessun reperto archeologico e,soprattutto ,nessuna rappresentazione pittorica rilevante di bambine che giocano con le bambole.

In verità il gioco in assoluto è pochissimo rappresentato nella pittura per lo meno fino al 1400 con Brugel,pittore fiammingo ,che dipinse il bellissimo quadro dei"cento giochi".

I motivi di questa scarsità di notizie si può individuare su due linee storiche principali.

La prima causa fu ,senza dubbio ,lo stato di povertà in cui si trovarono le popolazioni europee dopo le invasioni barbariche e la fine dell'Impero romano d'occidente.

In altre parole,come avviene in tutte le culture sconvolte dalla guerra e dalla scarsità di cibo ,occorre che anche i bambini più piccoli vengano precocemente indirizzati al lavoro o all'aiuto familiare piuttosto che alla ludicità che,certo ,è considerata una perdita di tempo.

Altro motivo è l'ostilità e la censura che la chiesa di Roma effettuò almeno fino al XII secolo su ogni forma di divertimento.

Bello e significativo,in tal senso ,è nel testo di Umberto Eco "Il nome della Rosa"la proibizione di lettura del testo greco di Aristotele sulla risata e l'ironia.

Tutto ciò che era appena vicino al divertimento in generale veniva considerato opera del demonio,gioco compreso e gioco con la bambola in assoluto.

La bambola veniva ad assumere nella sua rappresentazione antropomorfica ,l'essenza stessa del peccato femminile originale,la seduzione,la tentazione ,la vanità.

Ed è da dire che nella costruzione e rappresentazione della bambole siamo lontanissimi dalla sessualizzazione dei nostri giorno con bambole Barbie e simili.

E' comunque probabile che,con tutti i limiti della povertà,che imponeva alle bambine precoci lavori domestici,e la netta condanna della chiesa,le bambole fossero ,allora come oggi ,il gioco elettivo per le piccole.

Nei pochi manufatti conservati si nota una differenza di bambole a seconda dell'età di destinazione.

Per i neonati venivano costruite bambole in argilla ,riempite poi di sassolini .

Le bambole venivano poi usate ,muovendole e causando rumore,come sonaglini sopra le culle dei più piccoli.

Sempre in argilla sono anche molte bambole per le più grandi ,è probabile che l'argilla ,molto resistente all'usura ,facesse si che una stessa bambola passasse da più generazioni accuratamente conservata.

Le bambole venivano dalle bambine ,ricoperte di stracci a uso di abiti,la cosa non era frequente ,poiché la stoffa in generale era bene prezioso e molto caro.

Nelle famiglie più ricche e nell'aristocrazie si sono ritrovate bambole costruite in legno,con gli arti snodabili e,su alcune,capelli posticci.

Questo tipo di bambola era però condannata ancora più duramente dalla chiesa,in quanto la rappresentazione antropomorfica era ancora più precisa.

In effetti erano qualcosa a metà tra un feticcio e la figura magica.

Per questo e per altri motivi non pertinenti a questa trattazione,la bambola era considerata uno degli"attrezzi del mestiere"delle streghe.

La strega poteva raffigurare nella bambola una persona reale e,attraverso la bambola,effettuare malefici sulla persona stessa.

Alla fine del Medioevo ,comunque,la bambola inizia a diventare la raffigurazione simbolica del futuro di chi la possiede:ci saranno bamboline vestite da suore per chi è destinata al convento,vestite lussuosamente per chi è destinata a nobile matrimonio.

Questa usanza ,chiaramente,nelle alte classi sociali.

Per lunghi secoli le bambine del popolo continueranno a giocare con bambole di argilla o,al massimo intagliate nel legno e solo alla fine del XVII secolo si cominceranno a vedere le bambole di pezza.

La prima fabbrica di bambole che viene attivata è a Norimberga alla fine del 1400 e sempre a Norimberga si può visitare oggi il più accurato e completo "Museo della bambola"

Susanna Franceschi

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giovedì 3 giugno 2010


IL BATTESIMO NELL'ETA' MEDIOEVALE


 

Per parlare del rito battesimale nel medioevo ,occorre fare due brevi premesse storiche che spieghino le modificazioni sostanziali e formali che il fenomeno subì in questo periodo.

La prima premessa è di carattere storico-culturale ,la seconda di tipo filosofico teologico.

In tutta la prima fascia di espansione della religione cattolica ,l'atto del battesimo era effettuato in età adulta ed in piena consapevolezza di scelta.

Esistono addirittura casi nei quali il battesimo fu effettuato sul letto di morte del fedele.

La condizione socio-economica e sanitaria del medioevo provocò però un grosso fenomeno:un enorme mortalità dei bambini ,o subito dopo il parto,o nel primo anno di vita:si parla di percentuali oggi impensabili,addirittura in certe fasce di popolazione uno su due bambini nati non raggiungeva il primo anno di vita.

D'altro canto dall'anno mille al XII secolo la chiesa romana struttura una vera e propria geografia dell'al di là,del tutto arbitraria rispetto ai testi biblici e del nuovo testamento.

Nel XI secolo la territorialità dell'oltre tomba è completamente strutturata:Paradiso ,per coloro che si sono salvati al cospetto di Dio e sono nella sua grazia;Purgatorio,recentissima acquisizione della teologia,luogo di transizione e di espiazione di peccati non mortali;il Limbo dei Patriarchi,cioè di tutti i puri di spirito nati prima di Cristo;il Limbo dei bambini che raccoglie tutti i bimbi non battezzati;

l'Inferno,dannazione eterna ed eterna lontananza da Dio.

Su altro piano Agostino,teologo e filosofo,aveva teorizzato un concetto che stravolge il concetto di peccato e si connota con un nome tutt'oggi conosciuto e assunto come dogma:il peccato originale.

Il peccato originale,affatto trattato nel vecchio e nuovo testamento,viene ad essere una sorta di peccato "genetico"che ogni uomo all'atto della nascita "eredita"dalla generazione precedente ed in senso ontologico viene fatto risalire al peccato originale di Adamo.

Un'invenzione assai ben congeniata ,anche se a parlarne in termini di logica e di studio dei testi sacri ,appare leggermente forzata e sovra strutturata.

Ma quando si parla di peccato con la chiesa cattolica il successo è assicurato e se si parla di controllo della chiesa sul peccato è addirittura un percorso facilitato che arriva al dogma.

Così fu per il peccato originale.

Ora assommando queste tre variabili:mortalità infantile,creazione di Limbo e Purgatorio,invenzione del peccato originale(che è chiaramente mortale,cioè gravissimo)occorreva mettere in salvo più anime possibile ed in epoche precocissime di vita.

Di conseguenza ,essendo il battesimo un rito che riconcilia con Dio ,rimuove peccati e ci salva per la vita eterna,non c'era altra soluzione che decidere di rendere obbligatorio il battesimo per tutti i nati.

La "campagna stampa pubblicitaria"(oggi si chiamerebbe così)fu eccezionale e ,d'altra parte la chiesa è sempre stata maestra in questo:in pochissimo tempo il nuovo ordinamento rituale raggiunse e si impose nei grandi castelli e nelle sperdute campagne.

E' chiaro che in una società in cui la vita di un neonato non era controllabile dal punto di vista sanitario e la morte era frequente quanto la nascita,l'unica scelta che rimaneva ai genitori era quella di gestire almeno l'anima del bambino e garantirgli la salvezza nell'al di là.

In tutto il Medioevo il battesimo ha una liturgia ben precisa che esplicita il controllo della chiesa su questo rito.

Se in una prima fase del cristianesimo il battesimo degli adulti consisteva nella semplice immersione nell'acqua di un fiume o di un torrente nell'alto Medioevo l'unico luogo in cui si poteva battezzare era il battistero,un luogo,come dice il nome strutturato come edificio vicino ad una chiesa e dotato di una "fonte battesimale".Tutto il rito era gestito da sacerdoti e vescovi.

Riguardando bambini neonati ,tutta la parte rituale che comprendeva l'accettazione e la consapevolezza dell'atto dovette essere affidata a due adulti di riferimento e fu creata la figura dei padrini e delle madrine che"sceglievano in consapevolezza la salvezza dell'anima del neonato".

I padrini,cioè i tutori della volontà del neonato,si trovavano nella vera e propria posizione di catecumeni e ,con grande serietà ed impegno,si sottomettevano ad una serie di rituali preparatori.

Inanzi tutto c'era una serie di lezioni preparatorie di istruzione religiosa ed essendo in alcune circostanze quella di catecumeno una vera e propria professione,talvolta la scuola durava anche tre anni.

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La notte del Sabato Santo il Vescovo bagnava loro orecchi e naso di saliva per aprirli ad un contatto diretto con Dio ,poiché il Cristo aveva aperto orecchi ed occhi a ciechi e sordi.

Dopo di questo veniva unto d'olio,come un lottatore,a simboleggiare la guerra contro il peccato,quindi rivolto verso oriente,terra che si riteneva contenesse il messaggio di speranza e salvezza,recitava il"Credo".

Si immergeva quindi tre volte nell'acqua battesimale.

Compiuti questi atti ,vestiva di bianco ed era pronto ad entrare nella comunità cristiana a tutto titolo ed ad essere a sua volta padrino di qualche bambino.

Il battesimo del neonato veniva seguito da una cerimonia di purificazione della madre che segnava ,dopo alcune settimane dal parto,il suo rientro nella vita sociale.

Naturalmente per il popolo la cerimonia era più semplice ed ai padrini non era richiesta una preparazione meticolosa,anche perché il duro lavoro delle campagne non lo avrebbe consentito.

Entrambi i rituali,per ricchi e nobili o per contadini e povera gente,aveva proporzionalmente un costo elevato,anche se i preti dei contadi accettavano di buon grado compensi in natura.

Uno dei più alti di cui si ha traccia è un intero maiale,compreso di interiora,che fu compenso ad un prete delle terre dei Tusci nell'attuale Romagna.

Susanna Franceschi riproduzione vietata