lunedì 8 ottobre 2012

Maria Goretti vista da Guerri

Maria Teresa Goretti nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre del 1890. Sua madre Assunta era stata abbandonata neonata nella “ruota” della Casa degli Esposti di Senigallia e affidata in seguito ad una coppia di Corinaldo, persone indigenti ma di “buona condotta”, erano “rigorosi in fatto di morale e la salvaguardavano dai divertimenti cattivi e dalla vita cattiva, abituandola ai dolori e alle privazioni della vita”. Assunta sposò Luigi, garzone di un podere lì vicino e ben presto arrivarono i figli, sei, uno dopo l’altro: Maria Teresa (da sempre chiamata Maria) fu la seconda. All’epoca la media di figli era di 4-5 per matrimonio, a fronte di una mortalità infantile elevatissima: un bambino su cinque moriva prima di compiere 5 anni. Nelle Marche la percentuale saliva ad uno su quattro, e ciò era dovuto più all’ignoranza dei genitori che all’arretratezza della medicina. Data la situazione, la Chiesa aveva stabilito che i neonati dovessero essere battezzati “entro le 24 ore”: che almeno l’anima si salvasse. Scriveva un medico lombardo alla fine dell’Ottocento: “Io veggo ne’ miei paesi essere immensa la mortalità de’ bambini nella stagione invernale e penso che l’egoistico pregiudizio comandato dai preti ai nostri villici, di farli trasferire al sacro fonte battesimale appena usciti alla luce e sotto qualsiasi rigore atmosferico, sia la principal sorgente della strage loro”. In quell’epoca un individuo su due era analfabeta (molti di più se si considerano solo le donne), la vita media era di 17 anni, comprese le morti infantili; arrivava a 60 anni se valutiamo la vita media di chi sopravviveva ai primi 5 anni. Il mondo dorato, tutto trine e galanterie della Belle Epoque, era un mondo riservato a pochissimi, isole circondate da un popolo lacero e aggressivo. Alcuni dati: nel decennio 1891-1900, con una popolazione che era metà di quella attuale, gli omicidi volontari furono quasi 4000 all’anno contro i 1400 dei nostri “feroci” anni Settanta; i “fatti di sangue” fra il 1890 e il 1911 raggiunsero i 2 milioni; alle voci “rapine, estorsioni e sequestri di persona” abbiamo il 25 per cento in più di oggi, e assai di più erano i galeotti. Era questa la bella epoca di Maria. I Goretti si trasferirono ben presto nel Lazio, a Paliano (Frosinone), nella speranza di migliorare le loro condizioni di vita, e qui conobbero un’altra famiglia marchigiana, i Serenelli, originari di Torrette, vicino ad Ancona, famiglia composta dal padre Giovanni e dai due figli Vincenzo e Alessandro. Ma la vita era durissima, si lavorava dall’alba al tramonto e a cena non si riusciva a mettere insieme una fetta di polenta. Dopo varie proteste con conseguente licenziamento da parte del padrone del terreno, i Goretti e i Serenelli si trasferirono nell’Agro Pontino (Roma). Le Paludi Pontine, un’estensione di circa 50 chilometri per 30 fra Anzio, Cisterna, Terracina e il Circeo, avevano resistito a numerosi tentativi di bonifica nel corso dei secoli. La zona, con l’acqua stagnante brulicante di miliardi di insetti, l’aria malarica, il caldo insopportabile in estate, la totale mancanza di igiene e la fame, era un autentico inferno: le statistiche parlano di circa 1500 morti all’anno su una popolazione di poche migliaia. Questo era il mondo di Maria, un mondo di silenzi e duro lavoro nei campi, di disperazione e abbrutimento, di miseria e ignoranza. In queste condizioni non si può parlare di “fede” ma di credenze popolari, di superstizioni, divieti e fobie: Assunta aveva trasmesso a Maria una profonda avversione per qualunque contatto fisico, considerato peccato: “Più volte io avevo raccomandato alla Maria di tenere bene coperta la Teresa [appena nata] specialmente quando c’erano i fratelli, e le avevo detto che stesse attenta, perché altrimenti si offendeva il Signore, come pure avevo detto che essa non guardasse i fratelli, perché era peccato”. D’altronde era questa la concezione del sesso e del corpo umano che si aveva all’epoca, di cui abbiamo testimonianza in un noto manuale per confessori nel quale si legge: “E’ peccato mortale il dilettarsi deliberatamente in qualsiasi emozione carnale, ancorché eccitata casualmente. Pericolosi sono anche i movimenti disordinati. E’ lussuria: i pensieri voluttuosi, i baci, i contatti e gli sguardi impudichi, gli abbigliamenti femminili, le pitture e le sculture che sono indecenti; le danze, i balli e gli spettacoli. Non v’ha dubbio che mortalmente peccherebbe quella donna che anche senza passione di libidine, permettesse che la si toccasse nelle parti genitali, o vicine ad esse, o nelle mammelle, imperocché evidentemente si esporrebbe a pericolo venereo e certo prenderebbe parte alla libidine altrui; è perciò tenuta a respingere subito chi la tocca, rimproverarlo, percuoterlo, allontanare con forza le di lui mani, fuggire, o gridare se potesse mai avere speranza di soccorso”. Il mezzo migliore per sfuggire ai pericoli della carne è pensare alla morte, al giudizio di Dio, all’inferno, all’eternità”. Nel 1901-1902 Alessandro Serenelli aveva 18-19 anni e non aveva mai toccato una donna. Sfogava la sua voglia di sesso masturbandosi di continuo ma era allo stesso tempo terrorizzato dagli ammonimenti dei confessori scatenati contro i giovani “che si toccano”: gli dicono che potrà più generare, che il suo midollo spinale diventerà acqua, che ingobbirà e che forse rimarrà anche paralizzato: “Non vi ha vizio più nocivo, sotto qualunque aspetto, ai giovani, e specialmente se maschi” dice il manuale per i confessori “perché presi da questa prava consuetudine, indurano lo spirito, inebetiscono, dispregiano la virtù, disdegnano la religione; la loro indole diventa malinconiosa, incapace di energia, inetta a qualsiasi proposito tenace; le forze del corpo mancano, gravi infermità sopravvengono, si appalesa una caducità prematura, e spesso si muore di morte vergognosa”. Alessandro era un ragazzo chiuso, silenzioso, con evidenti problemi di personalità; diverse volte aveva tentato di avvicinare Maria, senza riuscire nel proprio intento. Fino al fatale 5 luglio 1902, quando prende dalla cassetta degli attrezzi una specie di lungo chiodo quadrangolare lungo 23 centimetri e mezzo, con il manico d’osso, e va in cerca della ragazzina, la vede, l’afferra, la trascina in casa e la costringe a sdraiarsi su un basso panchetto di legno lungo un metro. E qui la vista, per la prima volta forse, della cucca (o pentecana) fa impazzire l’adrenalina del ragazzo: finalmente farà scarpetta, il suo sogno si avvera, deve solo mettere u' cellu lì dentro. Ma non ci riesce e non per la resistenza di Maria ma per una sua incapacità organica a farlo, e allora afferra il punteruolo e la colpisce quattordici volte di cui cinque proprio sotto l’ombelico. Per Alessandro fu, come sanno bene gli psichiatri che si occupano di questi delitti, un coito traslato, una scarpetta col punteruolo nell’impossibilità di usare lo strumento apposito. Il punteruolo che sfonda e riemerge, che sfonda e riemerge nelle carni gli dà un’estasiante sensazione di possesso, fino a portarlo all’orgasmo. Poi si placa, getta il punteruolo dietro il cassone e, convinto di averla uccisa, va in camera sua e si sdraia sul letto. I soccorsi per Maria arrivano dopo alcune ore, viene trasportata al più vicino ospedale ma le sue condizioni appaiono subito disperate: viene operata per due ore (senza anestesia e senza nessuna protezione antisettica) al polmone sinistro, al diaframma, all’intestino: morirà dopo altre lunghe ore di atroce agonia. La prima preoccupazione di Assunta è di sapere se “oltre l’averla ammazzata non l’avrà anche disonorata”. Il medico la rassicura: “Sta’ tranquilla, che essa è proprio come è nata”. Assunta ringrazia il Signore. Intanto l’Italia viveva anni di cambiamenti: le prime automobili, la luce elettrica, il cinema, la psicoanalisi… perfino riviste e romanzi avevano contenuti sempre più “turpi e immorali”, secondo la Chiesa. Inoltre il pericolo che le idee degli anticlericali toccassero e corrompessero perfino le masse popolari, la cui religiosità si basava proprio sul rispetto dell’autorità ecclesiastica e su forme di superstizione (culto dei santi patroni, processioni, miracoli), spinse gli esponenti della chiesa locale a promuovere la causa di Maria, scelta come rappresentante della “più sublime delle virtù” contro “le virtù di bagasce sacrificatesi turpemente sull’ara di Venere”. Il processo di beatificazione, molto lungo e travagliato, rallentato dalla mancanza di qualsiasi elemento che provasse la santità della ragazzina, subì una improvvisa accelerazione nel 1943, dopo lo sbarco degli americani a Roma: i liberatori portano nella capitale della cristianità i chiari segni del loro accompagnarsi col demonio, tra cui danze oscene e musiche scostumate, anticoncezionali, nuovi modelli di vita… e allora occorrono degli argini, la religione ha bisogno di esempi e una vergine e martire è quel che ci vuole per dare l’esempio contro la corruzione dei costumi. Tutto fu quindi fatto con velocità estrema: le testimonianze in favore della sua santità furono ampiamente “aggiustate” e molti fatti inventati di sana pianta, i ricordi di Alessandro e Assunta (interrogati più volte) modificati e manipolati al fine di dare di Maria l’immagine che si voleva. Si trovarono anche dei malati guariti per la sua intercessione. Maria fu proclamata beata il 27 aprile 1947 da Pio XII. La successiva canonizzazione avvenne il 24 giugno 1950. Alessandro, dopo il delitto, venne subito arrestato condannato a 30 anni di carcere con un processo velocissimo, scontò una parte della pena a Regina Coeli, poi a Noto, nel sud della Sicilia, in seguito in Sardegna. Passava il tempo a masturbarsi e non è difficile credere che, ancora illibato, in lui esplose di nuovo il bisogno della carne. Il carcere lo portò all’omosessualità e probabilmente, data la sua impotenza, il suo destino fu quello di diventare la donna dei suoi compagni di cella. Fu liberato con due anni di anticipo, per buona condotta, aveva 47 anni ma ne dimostrava 70. Quando ottenne il permesso di lavorare, cominciò a girare di fattoria in fattoria, ovunque ce ne fosse bisogno. Più tardi sacerdoti e passionisti gli trovarono lavoro come domestico in vari santuari e monasteri, per ultimo il convento dei cappuccini di Macerata. Morì senza conoscere donna, a 89 anni.

mercoledì 18 luglio 2012

A Re Conchobar


A Re Conchobar

Choncobuir, cid no taí,
do-rurmis dam brón fo chaí?
Is ed ám; cein no mair
do serc lim níba romáir.
Conchobar, che cosa vuoi?
Tu che mi gravasti di dolore e di pena?
Davvero: se anche a lungo vivessi
mai avrei vero amore per te.

In rop áilliu lim fo nim
ocus in rop inmainim;
ruccais úaim mór in bét,
connách aicciu co m'éc.
Colui che sotto il cielo era più bello,
e colui che più mi era caro,
tu mi strappasti (grave misfatto)
e non lo rivedrò fino alla
morte.
A ingnais is torsi lemm
tucht do-m-adbat mac Uislenn;
caurnán círdub tar corp n-gel
ba suachnid sech ilar †mban [fer?].
Davvero pesante è l'assenza di lui,
del viso che il figlio di Uisliu mostrava;
nerissime rocce sul candido corpo;
tra folle di donne [uomini?] egli eccelleva.

Dá gruad chorcra cainiu srath,
béoil deirg, abrait fo daildath;
déthgein némanda fo lí
amail sóerdaith snechtaidi.

Due guance arrossate più belle dei prati,
le labbra vermiglie, le ciglia corvine,
le file di denti che eran gioielli,
splendenti di puro biancore di neve.

giovedì 12 luglio 2012

I Santi taumaturghi e le malattie mentali

I Santi taumaturghi e le malattie mentali

Nel Medioevo la perdita delle antiche certezze e l’angosciosa ricerca di verità e conoscenza portarono l’arte medica a percorrere nuove strade per il raggiungimento del sapere; ma per quanto riguarda la cura delle malattie mentali si assiste ad una involuzione del pensiero medico: infatti i disturbi della sfera psichica sono relegati nell’area religiosa con la conseguenza che gli interventi terapeutici diventano oggetto di esame e cura esclusiva dei ministri della fede. La follia era ritenuta un vizio giustificato dall’intervento del demonio; così per cacciare il maligno dall’anima, gli amuleti e le terapie usati nell’antichità vengono sostituiti con altri riti religiosi come il segno della croce, l’aspersione dell’acqua benedetta, l’intercessione dei Santi Taumaturghi. I santuari in cui si conservano le reliquie dei Santi considerati protettori delle malattie nervose, diventano meta continua di pellegrinaggi per ottenere la guarigione. Nei trattati di medicina si tenta comunque di dare alcune spiegazioni dei diversi turbamenti cerebrali: a seconda della gravità del disturbo, i folli vengono sottoposti a percosse e ad esercizi coercitivi. Un esempio significativo dei medicamenti più comuni per la cura delle malattie mentali è il trattato di Pietro Ispano (1226-1277) conosciuto sotto il nome di THESAURUS PAUPERUM. In un’epoca in cui dilagava la terapia preziosa con l’utilizzo dell’oro e delle pietre preziose, Ispano cercò di fornire un manualetto di rimedi a poco prezzo, facili da trovare e alla portata di tutti. Si trattava di una medicina empirica ma non certo immune da credenze superstiziose. La carne del lupo, per es., era considerata un toccasana per guarire i “ fantastici “ ma nei casi di pazzia conclamata, l’unica cura possibile era l’esorcismo; convinzione ancora radicata nel Seicento in una parte dell’ambiente medico, sicuro che questo tipo di malattia fosse da imputarsi a possessioni demoniache.

Secondo la medicina popolare, la malattia proveniva da forze malvagie provocata dall’invidia e dal malocchio o conseguenza dell’ira divina per i peccati commessi. In questi casi si ricorreva all’opera del guaritore dotato di “fluido benefico” o al mago capace di interrogare le stelle e creare amuleti apotropaici. A tale riguardo segnaliamo che forse l’amuleto apotropaico più famoso è l’Occhio di Santa Lucia; indossato, portato al collo o inserito nei brevi scaccia il “mal occhio” ( è una conchiglia che sezionata assomiglia ad un occhio). Quando il medico, l’erborista, la medichessa, il guaritore o il mago avevano fallito, al poverino non rimaneva che affidarsi con fiducia all’intercessione di qualche Santo Taumaturgo specializzato nella guarigione del suo disturbo. La fede riposta nelle immaginette devozionali (santini), nelle medagliette sacre, negli scapolari o nei “ brevi” sono una antica usanza pagana, frutto di superstizione, che opera un potente effetto “placebo” portando al miglioramento dei disturbi nervosi e talvolta, producendo il “miracolo”. I brevi, o brevetti, sono dei sacchetti di stoffa contenenti frammenti di pane, canfora, cenere di olivo, immagini sacre ecc. Ma spesso la vera fede cede il passo a pratiche magico-religiose come per es., l’usanza legata ai talismani eduli (edulus, commestibile). Queste piccole immagini sacre raffigurate su sottilissimi foglietti di carta erano chiamati dal popolo “ bocconcini “ , perché venivano mangiati in caso di malattia.

lunedì 9 luglio 2012

Almalberga

Antichissima era la tradizione di questo nome tra gli Ostrogoti, tanto che la loro dinastia era appunto quella degli ‘Amali’. Il nome è attualmente scomparso, mentre si è molto diffusa la forma abbreviata di ‘Amalia’.
Di s. Amalberga ve ne sono tre, di cui due contemporanee fra loro, e si festeggiano lo stesso giorno il 10 luglio, a volte anche sotto il nome di ‘Amalia’.
S. Amalberga vergine, secondo una ‘Vita’ scritta da un monaco dell’abbazia di S. Pietro di Gand, era nata nelle Ardenne, nella ‘villa Rodingi’ (Belgio), allevata a Bilsen da santa Landrada e avrebbe ricevuto il velo monacale da s. Willibrordo.
Visse tra il VII e l’VIII secolo; trascorse i suoi ultimi anni nella cittadina di Tamise, dove morì nella seconda metà del secolo VIII ed a Tamise fu sepolta. Un secolo dopo le sue reliquie furono traslate nel monastero di S. Pietro di Gand (Belgio), dove furono solennemente esposte nel 1073.
Di lei parla anche un diploma di Carlo il Calvo imperatore (823-877), che in data 1° aprile 870, attesta che le reliquie di s. Amalberga vergine, erano conservate in quel tempo, dai monaci di S. Pietro di Monte Blandino a Gand. La festa si celebra il 10 luglio.


Dell’altra s. Amalberga detta di Maubeuge, le notizie pervenutaci e redatte da un monaco di Lobbes, sono ritenute in gran parte leggendarie e non affidabili. Nacque a Saintes (Brabante) nei Paesi Bassi, fu sposa di Witger e madre di Emeberto (che diverrà poi vescovo di Cambrai) e delle sante Reinalda e Godula.
Amalberga, dopo la nascita di Godula e dopo che suo marito era morto, lasciò il mondo per abbracciare la vita religiosa a Maubeuge; ella avrebbe ricevuto il velo monastico dalle mani di s. Oberto e sarebbe morta alla fine del secolo VII.
Da Maubeuge il suo corpo fu trasportato all’abbazia di Lobbes (Hainaut) attuale Belgio. La sua festa si celebra il 10 luglio.

mercoledì 27 giugno 2012

Cirillo è per la chiesa romana un santo

Uccidete Ipazia

Piergiorgio Odifreddi. «E il vescovo ordinò: “Uccidete Ipazia”, la prima matematica della storia. Inventò l’astrolabio, il planisfero e l’idroscopio. Fu la vittima del conflitto tra fede e ragione». La Stampa, sabato 21 agosto 1999, supplemento tutto Libri tempo Libero pagina 5.
Se ragione e fede costituiscono i due binarî paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente negli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l’immutabile distanza sono gli Elementi di Euclide e la Bibbia, le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa ebraico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata dall’incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all’anno dalla prima “pubblicazione”).
L’episodio più emblematico della contrapposizione fra le ideologie che si rifanno ai due libri accadde nel marzo del 415, quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell’impero romano, «una macchia indelebile» sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta “la musa” o “la filosofa”. Il mandante un vescovo: Cirillo, patriarca di Alessandria d’Egitto.
Il contesto storico in cui l’avvenimento ebbe luogo è il periodo in cui il cristianesimo effettuò una mutazione genetica, cessando di essere perseguitato con l’editto di Costantino nel 313, diventando religione di stato con l’editto di Teodosio nel 380, e iniziando a sua volta a perseguitare nel 392, quando furono distrutti i templi greci e bruciati i libri “pagani”.
Gli avvenimenti ad Alessandria precipitarono a partire dal 412, quando divenne patriarca il fondamentalista Cirillo. In soli tre anni il predicatore della religione dell’amore riuscì a fomentare l’odio contro gli ebrei, costringendoli all’esilio. Servendosi di un braccio armato costituito da monaci combattenti sparse il terrore nella città e arrivò a ferire il governatore Oreste. Ma la sua vera vittima sacrificale fu Ipazia, il personaggio culturale più noto della città.
Figlia di Teone, rettore dell’università di Alessandria e famoso matematico egli stesso, Ipazia e suo padre sono passati alla storia scientifica per i loro commenti ai classici greci: si devono a loro le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell’Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di rimozione.
In un mondo che ancora oggi è quasi esclusivamente maschile, Ipazia viene ricordata come la prima matematica della storia: l’analogo di Saffo per la poesia, o Aspasia per la filosofia. Anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ma Ipazia fu anche l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, oltre che la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica.
Le sue opere sono andate perdute, ma alcune copie sono state ritrovate nel Quattrocento; per ironia della sorte, nella Biblioteca Vaticana cioè in casa dei suoi sicari. Le uniche notizie di prima mano su di lei ci vengono dalle lettere di Sinesio di Cirene: l’allievo prediletto che, dopo averla chiamata «madre, sorella, maestra e benefattrice», tradì il suo insegnamento e passò al nemico, diventando vescovo di Tolemaide.
Il razionalismo di Ipazia, che non si sposò mai a un uomo perché diceva di essere già «sposata alla verità» costituiva un controaltare troppo evidente al fanatismo di Cirillo. Uno dei due doveva soccombere e non poteva che essere Ipazia: perché così va il mondo, nel quale si diffondono sempre le malattie infettive e mai la salute.
Aggredita per strada, Ipazia fu scarnificata con conchiglie affilate, smembrata e bruciata. Oreste denunciò il fatto a Roma, ma Cirillo dichiarò che Ipazia era sana e salva ad Atene. Dopo un’inchiesta, il caso venne archiviato «per mancanza di testimoni». La battaglia fra fede e ragione si concluse con vincitori e vinti, e il mondo ebbe ciò che seppe meritarsi.
Come si vede, già i puri fatti sono sufficienti a imbastire un discreto romanzo, come ha fatto Caterina Contini in Ipazia e la notte. Se poi questi fatti sono riconosciuti con attenzione psicologica e filosofica, e narrati con scrittura dolce e ispirata, allora diventa ottimo, e permette alla figura di Ipazia di stagliarsi luminosa nel buio della notte che la inghiottì insieme alla verità, sua sposa.

domenica 10 giugno 2012

10 Giugno 1692 :viene uccisa la prima strega di Salem

Le streghe di Salem




Cotton Mather nel 1688, aveva investigato lo strano comportamento di quattro ragazzi di Boston, che erano stati presi da convulsioni arrivando perfino a gridare in coro. Cotton concluse che stregonerie praticate da una lavandaia irlandese, Mary Glover, erano responsabili dei problemi dei ragazzi. Presentò tali conclusioni nel suo trattato sull’argomento "Memorable Providences." Cotton era così convinto della presenza della stregoneria da dichiarare che si sarebbe subito spazientito con chiunque avesse osato negare l'esistenza dei diavoli o delle streghe. Nel gennaio 1692, due bambine di Salem (nel Massachusetts), Elizabeth Parris ed Abigail Williams, iniziarono a comportarsi in modo strano, bestemmiavano, avevano attacchi epilettici e stati di trance. Dopo pochi giorni questo comportamento si estese ad altre ragazze della città. Vista l'impossibilità dei medici di diagnosticare il tipo di malattia, il padre di Elizabeth, il pastore Samuel Parris, trovò delle similarità tra l'episodio della figlia e quello descritto nel libro di Cotton Mather e accettò la discutibile tesi di un medico locale che quanto stava accadendo era opera di Satana. Ben presto la schiava caraibica di Parris, Tituba e altre due donne, la mendicante Sarah Good e l'anziana e litigiosa Sarah Osborne, vennero accusate di praticare stregoneria, ma mentre queste ultime due protestarono la loro innocenza, Tituba peggiorò la sua situazione, riferendo di incontri con un uomo alto di Boston (ovviamente Satana per i giudici) e dell'esistenza di una cospirazione di streghe a Salem. Tra marzo e giugno, il caso si aggravò, centinaia di persone furono accusate di stregoneria e decine furono imprigionate per mesi senza processo. Il governatore Phips decise di istituire un tribunale per decidere sul caso, Cotton Mather riuscì ad influenzare il parere di tre giudici suoi amici e membri della sua congregazione, sui cinque preposti ad organizzare i processi. Mather scrisse una lettera ad uno dei tre giudici, John Richards, suggerendogli come dovessero essere raccolte le prove di accusa, in particolare Mather consigliava di prendere in seria considerazione le “prove dello spettro” (testimonanzia di una vittima delle streghe che affermava di essere stata attaccata da uno spettro con le sembianze della strega) e ritenere la confessione delle streghe la migliore prova possibile. La prima vittima fu Bridget Bishop, un'anziana donna accusata di mandare in giro il proprio fantasma per tormentare le persone e di potersi trasformare in un gatto: Bridget fu impiccata il 10 giugno 1692. Il 4 agosto del 1692, Mather predicò affermando che il Giudizio Finale era alle porte, e presentava se medesimo come Giustiziere Capo e il Governatore Phips come capitano dell’attacco finale contro le legioni di Satana.

Seguì un'impiccagione di cinque donne il 19 luglio, tra cui una pia donna, tale Rebecca Nurse, in un primo momento assolta, ma successivamente condannata a causa d'indegne pressioni da parte dei giudici sulla giuria. Persero la vita sia John Proctor, un taverniere intransigente contro la stregoneria, che l'ex pastore del villaggio, George Burroughs, che si difese strenuamente, protestandosi innocente fino all'ultimo e dimostrando il 19 agosto, davanti alla forca, di conoscere il Padre Nostro perfettamente (si supponeva che le streghe non fossero in grado di recitarlo): solo l'intervento dell'implacabile Cotton, giunto appositamente sul luogo, potè far proseguire l’esecuzione, affermando non solo che non era possibile ritornare sulla decisione della giuria ma anche che spesso il Diavolo poteva trasformarsi in un Angelo di Luce.

Una sola vittima non fu impiccata, si trattava dell'ottantenne Giles Corey, il quale si rifiutò di farsi processare. Fu deciso di farlo schiacciare da pesanti lastre di pietra, e tre giorni dopo, la moglie e altre otto presunte streghe furono impiccate. Furono le ultime vittime di questo attacco di isteria collettiva: in tutto furono uccise 20 persone e altre 4 morirono in carcere.

Nell’autunno dello stesso anno, la voglia di trovare streghe cessò di colpo e iniziarono a circolare lavori che criticavano i metodi addottati nel processo e perfino il padre di Cotton, Increase Mather scrisse un lavoro intitolato Cases of Conscience (casi di coscienza), nel quale affermò che era meglio che dieci presunte streghe fossero rilasciate piuttosto che un innocente fosse condannato. A Mather furono affidate le registrazioni del processo di Salem, per preparare un libro “Wonders of the Invisible World”, che i giudici speravano avrebbe messo un luce favorevole il loro operato, a cui fece seguito la pubblicazione nel 1700 del More wonders from the invisible world (altre meraviglie dal mondo invisibile) del mercante di tessuti Robert Calef (1648-1719), il quale dipinse l'operato di Cotton Mather come così spietatamente crudele e palesemente tendenzioso che a quest'ultimo fu negata la presidenza di Harvard e a nulla servì il rogo pubblico (nel cortile del college di Harvard) di questo libro, organizzato dal padre di Cotton. A nulla servirono le proteste di Cotton che professava di avere sposato la cautela del padre nel consigliare ai giudici del processo di non attribuire molto spazio alla “prova dello spettro”, cercando in tal modo di minimizzare il proprio ruolo negli eventi accaduti.

lunedì 28 maggio 2012

BANSHHE(mitologia irlandese)

Banshee
________________________________________ La Banshee è uno spirito femminile .Durante le lunghe notti dell’inverno irlandese questa fata usava emettere dolorosi lamenti che erano presagi infallibili di disastri, sia ad una singola famiglia otalvolta ad un intero villaggio.. Banshee appare vestita di verde, indossa un mantello grigio sul suo corpo avvizzito, con lunghi capelli scarmigliati e occhi rossi di pianto. E 'raffigurata sia come una giovane donna e come una vecchia,ma. la sua caratteristica più comune è il lamento luttuoso durante il quale ha sentito ma non visto. E’ infatti il “sentire”e non il vedere che caratterizza la capacità predittiva della Banshee. Il termine Banshee attuale deriva dal gaelico Bean Sidhe (Bean Si), che significa 'donna di fata'. In Scozia il Nighe Bean o lavandaia al guado soddisfa le stesse caratteristiche, lavare i vestiti di coloro che stanno per morire. In Galles il ruolo è presa dal Gwarach-y-rhibyn , una strega orrenda che infesta anche antiche famiglie gallesi. Le onde nere si infrangevano sulle rocce alte della costa. Il villaggio era appoggiato sulle sponde alte della collina. Una ventina di case,ma più che case capanne di fango pressato con tetti di paglia spioventi a toccare la terra. Il silenzio riempiva l’aria. Fiammelle guizzanti spruzzavano il buio ad ogni piccola finestra. Il popolo di Yunglee si preparava alla cena. La casa di Erwinn era l’ultima della fila di costruzioni,le sue piccole finestre si aprivano sulla baia.Nelle giornate limpide di prima estate ,quando il vento del nord spazzava via ogni nube od ombra dal cielo,si potevano vedere le isole Aran,dove coloro che scesero dal cielo ,avevano riposato prima di giungere alla terra verde. “Il mare si gonfia”La giovane moglie sistemò la ciotola di legno sul tavolo:dentro la zuppa calda fumava. “Il mare si gonfia”Confermò Erwinn. Mettendosi seduto accarezzò il ventre gonfio e teso della donna. Se Eosta avesse gettato il suo sguardo sulla casa ,il bambino poteva nascere prima dello Yule. Allora la festa sarebbe stata grande e avrebbero bevuto il sidro e mangiato carne di pecora. Erwinn amava sua moglie di un amore tenero e assoluto.La sua bellezza lo intimidiva ancora ,dopo anni dalla prima volta che l’aveva vista. Era primavera e lui stava rammendando le reti. Aveva alzato gli occhi verso il sentiero che saliva al villaggio e l’aveva vista. Seduta dietro il carro,i capelli lunghi raccolti in una treccia da cui sfuggivano riccioli ribelli,la pelle bianca cosparsa di lentiggini color dell’oro e due occhi verdi che scaldavano il cuore. Veniva al villaggio con il padre,un commerciante di pelli di lepre che faceva buoni affari con le donne dei villaggi. Aveva capito da subito che non sarebbe più vissuto senza di lei,ma non osava farsi avanti con una donna così bella e giovane,lui ,un pescatore che sapeva di pesce lontano tre miglia,i capelli rossi arruffati dalla salsedine,le mani spaccate dall’acqua fredda,i poveri vestiti,la misera capanna. Ma la ragazza lo aveva guardato e gli aveva sorriso ,scoprendo piccoli denti irregolari che la facevano sembrare un topino. Tre estati e tre inverni erano trascorsi ,prima che Erwinn trovasse il coraggio di chiederla al padre. Aveva costruito una casa più grande usando parte del vecchio ovile e aveva tinto la sua barca di un verde intenso come gli occhi del suo amore. Al matrimonio aveva partecipato tutto il villaggio ed erano venuti anche dalle fattorie dell’interno. Le ginke avevano riempito l’aria per un giorno e una notte e le ragazze avevano ballato fino a gonfiarsi i piedi. Lei lo aveva guardato per tutto il tempo e aveva volteggiato intorno a lui muovendo i piccoli piedi con l’agilità di un capriolo. Nessun amore in nessuna parte della terra verde poteva mai essere stato più grande del loro. A questo ripensava,la testa china sulla sodella di legno ,mentre lentamente mangiava la sua zuppa. Suo nonno,che era stato pescatore prima di lui e di suo padre,e che era anche un uomo quercia e conosceva di erbe e di cure,diceva che il mangiar lento riempie più a lungo lo stomaco e il sapore del cibo Rimane più a lungo nell’anima. Lontano un suono di flauto immalinconiva confondendosi con il soffio del vento che faceva tremare la fiamma del cammino. La moglie si accarezzava il ventre cullando il bambino . Fu un attimo,improvviso,una frazione di tempo :lei alzò gli occhi verso la finestra e tra la luce della candela vide ,riflessa nel vetro la faccia della ragazza. Aveva capelli lunghi e sciolti,scarmigliati e attorcigliati intorno al viso come serpentelli di fiume.Gli occhi,obliqui e stretti come quelli di una lucertola parlavano di una tristezza infinita. Fu un momento,uno solo e il cuore le si fermò.Aprì la bocca a chiamare il marito,ma l’immagine era sparita e pensò di aver immaginato,sognato ad occhi aperti come spesso le accadeva nella sua solitudine. Tornò ad accarezzare il bambino e distese la gamba a toccare quella di Erwinn. La mattina il villaggio fu sveglio assai prima dell’alba. Scesero tutti ,donne ,bambini assonnati avvolti in pelli di capra e vecchi a veder partire gli uomini per la pesca. Il mare era nero e le onde si buttavano con violenza contro l’arenile :nell’oscurità si vedeva il bianco della spuma che si innalzava e ricadeva spruzzando intorno perle di acqua gelida. Gli uomini cominciarono a far scendere le barche incitati dal canto di Gor Ai Tu ,il più anziano di loro.Il canto parlava della pesca miracolosa che era stata fatta nella notte dei tempi sotto la guida di coloro che scesero dal cielo e che avevano insegnato agli uomini come costruire barche che affrontassero il mare. A gruppi di tre o quattro saltavano sulle barche ,appena queste erano completamente in acqua. Le imbarcazioni rollavano,si inclinavano,sembravano sparire sotto ogni onda. Poi presero il largo,nel buio profondo scomparirono ad una ad una e solo il canto ,forte che pareva salire nel cielo che si schiariva appena,si continuò a sentire per minuti. In silenzio le donne presero i più piccoli in braccio e si incamminarono verso le case.I vecchi rimasero ancora ,chiudendo gli occhi per cercare di vedere le barche nel mare. Passò tutta la giornata:ognuno occupato nei soliti lavori. I bambini aiutavano le donne con piccole incombenze e per loro era l’unico gioco. Alle sette di sera ,che il sole era tramontato già da ore nessuna barca era tornata. Tornarono alla baia,dove la mattina i pescatori erano partiti. Si misero così,in piedi le donne,i bimbi intorno,i vecchi dietro,a fissare il mare sempre più grosso ,come se il guardare aiutasse gli uomini a tornare. La giovane moglie di Erwinn guardava invece verso la collina come se un richiamo antico e conosciuto la guidasse. Un dolore infinito le pesava nel petto soffocando ogni respiro. Il lamento acuto ,lancinante riempì l’aria :non era un grido,non era un urlo:era una musica di angoscia . Fu come se la morte cantasse . Si fermarono i gabbiani ad udire quel canto che copriva il rumore della tempesta. I vecchi chinarono la testa ed ogni cosa fu piena del nulla.

mercoledì 25 aprile 2012

Cantarono i poeti

Cantarono i poeti Potevano I poeti scrivere con i corpi dilaniati dei ragazzi, viscere aperte proiettili a perforare i cervelli lame a straziare? Potevano I poeti scrivere con donne violate e torturate cuori grondanti di sangue? Potevano i poeti cantare i loro versi Con bimbi dentro cancelli d’orrore E vecchi attoniti senza ricordi? Eppure scrissero I poeti E riempirono di suoni Il vuoto del tempo confuso del putrido odore Della violenza. Ora I poeti Scrivono d’amori infelici Di piegate passioni Di sogni infranti Si voltano Sdegnosi Alla mesta e dolorante miseria. Susanna Berti Franceschi Copyright

martedì 17 aprile 2012


MARIA BAKUNIN

«Marussia per gli amici, la Signora per gli altri» [Nicolaus, 2003, p.29], come la ricorda il Professor Alessandro Rodolfo Nicolaus, suo allievo all’Università di Napoli, è la terzogenita del filosofo e rivoluzionario russo Michail Bakunin (1814-1876). Nata in Siberia il 2 febbraio 1873, alla morte del padre, avvenuta a Berna nel 1876, segue a Napoli la famiglia accolta dall’avvocato socialista Carlo Gambuzzi, che sposa la madre.
I fratelli Bakunin frequentano il Liceo classico Umberto I; Carlo si dedica agli studi di ingegneria, Giulia Sofia si laurea in medicina e chirurgia all’Università di Napoli nel 1893, mentre Maria intraprende gli studi di chimica nella stessa università. Già “preparatore” all’Istituto di chimica dal 1890, si laurea nel 1895 con un lavoro Sugli acidi fenil-nitrocinnamici e sui loro isomeri stereometrici.
Pochi anni dopo sposa Agostino Oglialoro-Todaro (1847-1923), direttore dell’Istituto, di cui era diventata collaboratrice. Nel 1909 inizia ad insegnare chimica applicata alla Scuola superiore politecnica di Napoli e nel 1912 vince il concorso di professore ordinario per la cattedra di chimica tecnologica applicata presso la medesima scuola. Nel 1940 si trasferisce alla cattedra di chimica organica della Facoltà di scienze dell’Università di Napoli dove lavora fino al 1947. Nel 1949 le viene conferito il titolo di “professore emerito”.
Maria Bakunin svolge le sue ricerche prevalentemente nei campi della sterochimica e della fotochimica. Nell’ambito della chimica applicata, all’interno di un progetto del Ministero della pubblica istruzione per una mappatura geologica del territorio nazionale, si occupa tra il 1909 e il 1910 degli scisti bituminosi dell’Italia meridionale. Compie studi preliminari nella catena montuosa di Karvedel in Tirolo, dove già dall’Ottocento venivano sfruttati i giacimenti di scisti bituminosi per la produzione di ittiolo, un olio di origine fossile che veniva utilizzato a fini medicinali; si interessa quindi dei giacimenti di scisti nei Monti Picentini, nella provincia di Salerno, lavorando per alcuni anni come consulente del Comune di Giffoni Valle Piana per lo sfruttamento industriale dei giacimenti locali e la produzione di ittiolo. Nel 1925 partecipa al secondo congresso di chimica pura ed applicata a Palermo, portando un contributo sugli scisti siciliani dei Monti Peloritani.
Donna dalla forte personalità e dal carattere deciso, estremamente popolare nell'ambiente napoletano, Maria Bakunin è una figura di rilievo non solo per la sua figura di scienziata e di "maestra" temuta e stimata, ma anche per il ruolo di direzione di varie istituzioni scientifiche. Nel 1919 diviene vice presidente della Sezione di chimica di Napoli, di cui faceva parte fin dal 1912, anno in cui era stata fondata sotto la presidenza di Arnaldo Piutti (1857-1928). Nel 1932 viene eletta presidente della sezione di scienze fisiche e matematiche della Società di scienze, lettere ed arti di Napoli (1932-1952); socia dell’Accademia pontaniana fin dal 1905, ne assume la presidenza per un mandato nel 1944, alla sua riapertura dopo la sospensione sotto il fascismo. È la prima donna socia dell’Accademia nazionale dei Lincei nella classe delle scienze fisiche nel 1947. La sua fama cittadina è legata alla difesa del "suo" Istituto di chimica durante la Seconda guerra mondiale; come ricorda Nicolaus, «quando i tedeschi misero a fuoco le biblioteche di via Mezzocannone, la Bakunin si sedette in prossimità delle fiamme incrociando le braccia. Il tenente tedesco comandante, stupefatto da tanto coraggio, dette ordine di ritirarsi e i danni furono meno gravi» [Nicolaus, 2003, p. 30]. Maria ha un ruolo importante anche nella vita – personale e professionale – del nipote a cui era molto legata, il noto matematico Renato Caccioppoli (1904-1959) figlio di Giulia Sofia e del chirurgo napoletano Giuseppe Caccioppoli (1852-1947): nel 1938 interviene presso le autorità per impedirne l’arresto per attività antifascista.
Muore nella sua abitazione in via Mezzocannone a Napoli nel 1960.

lunedì 9 aprile 2012


Santa Casilda di Toledo Vergine

9 aprile

Toledo-Briviesca (Spagna), secolo XI

Casilda è una giovane musulmana, figlia del governatore di Toledo, l'allora capitale religiosa della Spagna, che gli Arabi hanno conquistato nel 711, e che resterà in mano musulmana fino al 1085. (Secondo certi racconti, suo padre sarebbe addirittura «re» di Toledo). In città tutti conoscono la ragazza per la sua generosità, e soprattutto perché è sempre pronta a soccorrere i cristiani prigionieri, porta soccorsi, e insospettisce suo padre, che comincia a farla controllare. Un giorno la sorprendono mentre porta del pane a quegli infelici; ma, al momento della perquisizione, le pagnotte che porta con sé si trasformano in rose. Accade poi che Casilda sia colpita da una malattia misteriosa, che nemmeno i più famosi medici arabi del tempo riescono a curare. Consigliata dai suoi amici cristiani, lei si fa portare nella zona di Burgos, a Briviesca, per immergersi nell'acqua della fonte San Vincente. Quell'acqua la guarisce, e Casilda decide di farsi cristiana. Ma senza clamore: ricevuto il battesimo, abbandona la vita della città e dei palazzi, scegliendo la condizione anacoretica. Si ritira cioè in un eremo, come ha sentito raccontare che facessero gli antichi Padri del deserto. E nel suo eremo rimane fino alla morte. )
La vergine spagnola Casilda (Casilla) visse probabilmente nell’XI secolo; i primi documenti storici che parlano di lei, risalgono però al XV secolo; il culto fu abbastanza popolare anche se le biografie successive riportano fatti incredibili.
Eliminando gli episodi leggendari, si può dire che Casilda, figlia dell’emiro di Toledo al-Mamun (ma secondo altri, figlia del governatore di Cuenca, Ben Cannon), fu educata nella religione musulmana, nonostante ciò, sin dalla prima giovinezza mostrò compassione verso i cristiani imprigionati dal padre, aiutandoli come poteva.
Siamo al tempo della dominazione araba in Spagna; un giorno si ammalò e non avendo fiducia nei medici arabi, decise di recarsi in pellegrinaggio al santuario di S. Vincenzo di Briviesca (Burgos), molto celebre per le sue acque, ritenute prodigiose, cui facevano uso i pellegrini specie quelli affetti da emorragie.
Anche Casilda guarì, decidendo poi di farsi cristiana e di condurre una vita solitaria e penitente presso la fonte miracolosa che in seguito prese il suo nome.
La vergine penitente visse molti anni, si dice centenaria; l’anno della sua morte non è stato possibile individuarlo; il suo corpo fu sepolto nella chiesa di S. Vincenzo.
Il 21 agosto del 1750 le sue reliquie ebbero una solenne traslazione in un nuovo santuario. La sua festa liturgica si celebra il 9 aprile.
Artisti famosi per lo più spagnoli, come il Murillo, Zurbarán, Bayeu y Subias, la raffigurano vestita con gli abiti sontuosi e regali, della loro epoca.

sabato 31 marzo 2012



BERGEN BELSEN

Sentono
Gli uccelli
La stagione che passa,
tra un vento
che balla tra i rami,si staccano,con rapidi guizzi,
le foglie
e ,lente,ondeggiano.
Vola alta
La poiana
Con il suo dolore senza fine.
E noi,come foglie staccate
Dal ramo,ondeggiammo e
cademmo.
E,quando il cancello,
con inavvertito rumore,
si apri,
a noi rimase solo il ricordo
di quella ,inestinguibile,
morte di vivi.

Susanna Berti Franceschi
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