sabato 11 dicembre 2010

Eremiti….al femminile
L’habitat eremitico coincideva spesso con l’immediata periferia extra-urbana, senza necessariamente evocare l’horridum di foresta o dell’inabitato. E sotto quest’ultimo aspetto è particolare l’esperienza delle cellane e recluse. Come afferma André Vauchez, «pour le femmes, la forme normale de la vie religieuse n’etait pas l’érémitisme, mais la réclusion». Se inizialmente solo di Chiara d’Assisi potevamo conoscere esattamente la biografia, nel corso degli ultimi anni uno studio sistematico e approfondito ha portato alla conoscenza di molte recluse. In realtà le donne eremite o cellane esistevano da sempre, solo che dal XIII secolo in poi cominciarono a moltiplicarsi delle recluse urbane viventi sia sole che con una o più compagne, spesso vicino alle porte di una città, di ponti, di ospedali o di cimiteri. E la loro sussistenza materiale era assicurata dagli stessi fedeli, mentre l’assistenza spirituale era data loro da vescovi della zona o dal clero.
Vari sono i documenti in cui si può trovare menzione delle incarcerate: ad esempio nel 1303 Francesco, vescovo di Gubbio, emanava delle disposizioni per regolamentare la situazione delle incarcerate nella sua diocesi; nel processo di canonizzazione del beato Simone da Collazzone (1252) si ricorda una reclusa da lui miracolata e due sue compagne; dai documenti notarili fiorentini si apprende di una Firenze “infestata” da minuscoli reclusori femminili; la Roma post-giubilare vantava un numero impressionante di recluse, tanto da crearne una contrada. Basta comunque ricordare anche la Leggenda Maggiore di san Bonaventura, in cui è riportato l’episodio di Prassede, incarcerata romana miracolata da Francesco.
Nella frammentarietà delle fonti, eccezione è rappresentata senza dubbio dal caso di Chelidonia. La sua Vita, scritta da un anonimo, riporta quanto la santa, nata a Cicoli, in Abruzzo nella seconda metà dell’XI secolo, fosse animata dalla vocazione per la vita solitaria. S’insediò così a Mora Ferogna, presso l’abbazia sublacense, dove interruppe la sua solitudine solo per affrontare un pellegrinaggio a Roma.
Riporta l’anonimo scrittore che affrontò digiuni, freddo e animali selvatici. Inoltre ci informa di come i suoi vicini le chiedessero consigli e preghiere, remunerandola con doni alimentari.
Purtroppo la mascolinità richiesta per la vita eremitica provocava una sostanziale diffidenza da parte della società ecclesiastica del tempo nei confronti delle donne, e questo può forse spiegare la penuria di storie di sante.
Tuttavia c'è da notare che la situazione della donna eremita varia da paese a paese. Se in Germania non troviamo menzione di donne eremite, altrettanto non si può dire dell’Inghilterra: per esempio sappiamo di una reclusa, Christine, divenuta priora di una comunità di benedettini, «la première prieure» in assoluto.
Molto singolare la sua vicenda. Giovane ragazza di Huntingdon, dopo una visita all’abbazia di St. Albans, fece a quindici anni voto di castità per darsi completamente a Dio, e testimone di questo voto fu un canonico regolare dell’abbazia, Suenon, peraltro suo confessore.
Tutta la prima parte, se così si vuol dire, della sua vita, fu una lotta eroica per prestare fede a quel giuramento. I suoi genitori infatti volevano farla sposare. E anche il vescovo di Durham, Raoul Flambard, la invitava a prender marito. Dopo molte vicissitudini, suo malgrado, contrasse matrimonio.
Tuttavia desiderando ardentemente prestare fede al giuramento almeno nella forma ascetica, s’incontrava clandestinamente con un venerato eremita di nome Edwin.
Approfittando poi di una visita che i suoi parenti fecero ad un altro eremita, Guy, che viveva a poche miglia da Huntingdon, riuscì a fuggire, rifugiandosi presso una reclusa, Alfwen. Dopodiché fu avviata alla totale esperienza eremitica da Roger, ex monaco di quell’abbazia di St. Albans dove anni prima aveva fatto il voto. Questo Roger, dopo un pellegrinaggio a Gerusalemme, si era ritirato a vita eremitica insieme ad altri cinque ex monaci a Markyate.
Dopo vari anni di vita in condizioni estreme, Christine riuscì a farsi annullare il matrimonio dall’arcivescovo di York, Thurstan.
Per tutte le sue vicissitudini, ella fu ricompensata con la visione di Gesù Bambino, seguita da altri eventi miracolosi che la vedevano protagonista. A seguito di tali eventi, molti capi di monasteri, provenienti da tutta l’Inghilterra, le rendevano visita. Infine fu scelta come priore.
E sempre in Inghilterra troviamo un’altra peculiarità dell’eremitismo “britannico”: molti eremiti trovano nelle piccole isole il luogo perfetto per la meditazione. Così come sant'Henry de Coquet Island, un laico nato in Danimarca, poco prima del suo matrimonio capì che la vita da seguire doveva essere quella eremitica, e si rifugiò nella suddetta isola.
venerdì 10 dicembre 2010

William Blake. The Penance of Jane Shore in St Paul's Church, c1793.
JANE SHORE, (Elizabeth Shore), mistress of the English King Edward IV, is said to have been the daughter of Thomas Wainstead, a prosperous London mercer. She was well brought up, and married young to William Shore, a goldsmith.
She attracted the notice of Edward IV, and soon after 1470, leaving her husband, she became the king's mistress. Edward called her the merriest of his concubines, and she exercised great influence; but, says Sir Thomas More, "never abused it to any man's hurt, but to many a man's comfort and relief." After Edward's death she was mistress to Thomas Grey, marquess of Dorset, son of Elizabeth Woodville by her first husband. She also had relations with William Hastings, and may perhaps have been the intermediary between him and the Woodvilles.
At all events she had political importance enough to incur the hostility of Richard of Gloucester, afterwards King Richard III, who accused her of having practised sorcery against him in collusion with the Queen and Hastings. Richard had her put to public penance, but the people pitied her for her loveliness and womanly patience; her husband was dead, and now in poverty and disgrace she became a prisoner in London. There Thomas Lynom, the king's solicitor, was smitten with her, and wished to make her his wife, but was apparently dissuaded.
Jane Shore survived till 1527; in her last days she had to "beg a living of many that had begged if she had not been." Sir Thomas More, who knew her in old age when she was "lean, withered and dried up," says, in his History of King Richard III, that in youth she was "proper and fair, nothing in her body that you would have changed, but if you would have wished her somewhat higher." Her greatest charm was, however, her pleasant behaviour; for she was "merry in company, ready and quick of answer."
She figured much in 16th-century literature, notably in the Mirrour for Magistrates, and in Thomas Heywood's Edward IV.
giovedì 9 dicembre 2010

*Luglio 1375: il taglio della lingua per la strega Gabina degli Albeti**
Gabina degli Albeti, nella viscontea Reggio Emilia, il 13 Luglio del 1375 venne portata in tribunale come fattucchiera di fronte a una corte civile, non ecclesiastica, presieduta da un vicario del Podestà.
Evitò il rogo perché fu processata in anni in cui la procedura dell’Inquisizione brancolava
tra incertezze di vario genere e indecisioni di poteri; infatti i due ineffabili Domenicani Sprenger e Kramer, autori del “Malleus Maleficarum”, l’onnipotente manuale antistrega, non erano stati ancora concepiti.
Se in alcune regioni d’Europa e d’Italia le streghe venivano già spedite al rogo dagli inquisitori civili a braccetto con quelli ecclesiastici, in altre le serve del Demonio se la cava-
vano con poco, o meglio, come scrive Tommaso da Camerino, venivano trattate con “misericordia”.
Tornando a Gabrina, che avesse o meno stipulato un patto col Diavolo poco importava al tribunale laico, che aveva avuto sentore della sua fama crescente come fattucchiera.
Lei era guaritrice ed erbaiola nota ma, per chi la giudicava, i suoi medicamenti e le formule propiziatorie sussurrate mentre somministrava i farmaci erano un esercizio di magia, vietato dalle leggi civili.
Se poi la donna violava anche le leggi ecclesiastiche tanto meglio; questo avrebbe giustificato ulteriormente la condanna.
Perché la pena che le sarebbe stata inflitta doveva servire a quanti credevano di potersi
arrogare un potere che doveva essere solo dei medici e dei preti.
In effetti l’Inquisitio- cioè l’atto dell’istruttoria giunto fino a noi nell’archivio di Reggio- giudicava Gabrina colpevole di essere stata scelta da Satana per agire contro Dio a danno delle anime.
Attenzione: se di anima parla un tribunale civile, la sua distanza da quello ecclesiastico è più breve di un sospiro.
La strega non guariva per danaro e questo aggravò la sua posizione: infatti i giudici dichiararono che per pura scelleratezza incantava femmine e maschi.
Per che altro, se non si faceva pagare?
La cercavano soprattutto le donne, come già Benvenuta 5 anni prima a Modena.
Ecco il grande peccato della strega, essere la padrona di un mondo sommerso, quello femminile, già di per sé diabolico...
Ma come si faceva a confessare al Prete la paura di restare gravida, di venire tradita, di perdere l’amore di chi si ama, o il terrore di vedersi morire un figlio sotto gli occhi?
Lei, la guaritrice, sapeva ascoltare, esser sorella, madre, medico, amica, complice, sempre solidale mai infida, convinta come era che l’amore fosse importante quanto la morte, cosa che il prete pareva non capire.
- Alzate gli occhi al cielo- così esortava le donne il ministro di Dio- e accettate la vostra croce-
la qual croce, per quei tempi magri, era assai più quotidiana del pane.
E chi cercava di sfuggire a Dio aggirando il proprio triste destino con l’aiuto di una guaritrice di tutti i mali, avrebbe di certo anche cercato di sottrarsi al potere delle leggi.
Questa fu la convinzione profonda dei giudici laici ed ecclesiastici, per questo furono perseguitate le streghe: quei roghi insegnavano al popolo ad appecorarsi ben più efficacemente che una costosa e complessa repressione.
Gabrina fu quindi accusata di essere “donna malefica”.
L’Inquisitio che la portò a questa sentenza riferisce che parecchie persone degne di fede a Reggio Emilia testimoniarono contro di lei.
La colpa della povera donna fu quella di essere erbaiola cioé raccoglitrice di erbe medicinali con l’aiuto delle quali tesseva i suoi malefici.
Perché le sue pozioni non potevano essere altro che malefiche visto che i giudici non riconoscevano a esse alcuna virtù risanatrice.
Del resto un certo frate di Siena, tale Filippo, autore intorno al 1400 degli “Assempri”, scriveva nel suo testo che le erbaiole altro non erano che streghe e come tali andavano punite,
essendo esse veri e propri “medici del diavolo che dan da credere che quello che Dio non vuol fare, esse possono farlo con l’aiuto del Demonio”.
Aggravò la posizione di Gabrina la sua confessione di aver insegnato alle donne, tra i tanti modi per conquistare un uomo, anche quello di ungersi la bocca con l’olio santo prima di baciarlo.
In tal modo si rendeva colpevole di un delitto intollerabile per la Chiesa: usare il sacro per scopi di molto profani.
Come per Benvenuta di Modena il tribunale si ritenne clemente per aver steso una sentenza che non infliggeva la morte.
Fu infatti condannata al taglio della lingua perché non diffondesse più il veleno della propria arte.
Inoltre doveva essere marchiata a fuoco, non sappiamo dove.
Pochi giorni dopo il processo in quell’estate del 1375 a Reggio Emilia Gabina uscì dal tribunale marchiata, e con la lingua amputata.
Questa pena non fu scelta casualmente: la povera donna non sapeva né leggere né scrivere.
In tal modo venne ridotta all’eterno silenzio.
Testo di riferimento “Il libro nero della caccia alle streghe, la ricostruzione dei grandi processi” di Vanna De Angelis.
martedì 7 dicembre 2010

Jeanette Rankin
Jeanette Rankin (1880-1973) was born near Missoula, Montana, attended the public schools there, and graduated from the University of Montana at Missoula. At age 37, Ms. Rankin won election to the US House of Representatives from Montana. She was the first woman elected to the US Congress in 1917 -- three years before women were guaranteed the Constitutional right to vote.
President Wilson called for a war resolution on the evening Congress convened in April 1917. A strong advocate of women's rights, she was lobbied by rival women's political groups tried to persuade Rankin that her vote would speak for all women. Carrie Chapman Catt of the National American Woman Suffrage Association feared a vote against war would brand suffragists as unpatriotic while Alice Paul of the Woman's Party thought women in politics should speak for peace. Rankin, who had not previously identified herself as a pacifist, announced that she could not vote for war and in joining the fifty-six other Members who voted against the war resolution embarked on the cause that would be at the center of her life until her death more than a half century later. Her vote cost her reelection.
For twenty years following her retirement from Congress in 1919 Rankin was actively involved in a variety of pacifist organizations such as the Women's International League for Peace and Freedom. She served also as field representative for the National Council for the Prevention of War.
She was elected to the House of Representatives again in 1940 on a peace platform and was the only member of Congress to vote "no" to the U.S. entering the second World War. To vote "no" to war after the Japanese had bombed Pearl Harbor took great strength of conviction. After placing her vote, Rankin had to seek safety in a nearby phone booth from angry crowds until police could escort her home.
In the years following the war, Rankin made various trips to India to study the pacifism of Gandhi and others. She briefly reentered public life in the late 1960s when a coalition of women organized themselves as the Jeannette Rankin Brigade and marched on Washington in protest of the war in Vietnam.
SBF
domenica 5 dicembre 2010

THE MOST POWERFUL WOMAN OF CENTURY
JANE ADAMS
Any down-on-his-luck person who's been helped by a social worker has Jane Addams to thank. In grimy late 19th century Chicago, she pioneered the idea of settlement houses that offered night classes for adults, a kindergarten, a coffeehouse, a gym and social groups meant to create a sense of community among the downtrodden of the neighborhood. Her Hull House was a residence for about 25 women, and at its peak was visited by more than 2,000 people a week. As her community influence grew, Addams was appointed to prominent state governmental and community boards, where she focused on improving sanitation, midwifery and food safety and reducing narcotics consumption. An ardent pacifist and outspoken advocate for women's suffrage, Addams was also the first American woman to win the Nobel Peace Prize.
Read more: http://www.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,2029774_2029776_2031837,00.html #ixzz17G865Ubj

Le profezie del monaco Basilio
Il monaco Basilio fu un profeta russo vissuto all’epoca di Pietro I° il Grande. Nato a Mosca nel 1660, Basilio rinunciò a famiglia e carriera per rinchiudersi nel convento ortodosso di Kalnin. Era solito offrire pane e consolazione ai poveri e recarsi a pregare nella cattedrale del Beato Basilio, appena fuori il Cremlino. Durante queste "estasi divine" iniziò ad avere delle visioni del futuro, che scrisse in prosa. Molte si sono già avverate: "Quando il Mille si aggiungerà al Mille, gli uomini voleranno e le immagini di quello che succede a Mosca si potranno vedere allo stesso tempo a Kiev e a Costantinopoli".
Il sant’uomo predisse anche l’incendio che nel 1737 distrusse parte di San Pietroburgo, la caduta degli zar ("con il sangue dei ricchi si laveranno le scale dei poveri") e l’avvento del comunismo in Russia ("vi verrà promessa la terra dei lavoratori, ma vi verrà data la terra degli schiavi...").
Basilio morì nel 1722, ma ancora oggi vengono studiate le sue profezie, dette di San Pietroburgo. Eccone alcuni stralci:
"Quando il secondo millennio del cristianesimo sarà prossimo alla fine, ogni casa vorrà accendere la sua candela, ma il buio dominerà. Sangue e lacrime bagneranno la terra dei popoli slavi".
Come poteva sapere Basilio che negli anni ‘90 sarebbe avvenuta una guerra fratricida tra Serbi e Croati? "Breve sarà il tempo dello zar che zar non è". Si tratta forse di un riferimento ad Elzin, che i cronisti di tutto il mondo hanno ribattezzato "Zar"? Speriamo che altre profezie del monaco rimangano disattese, come quella che parla della conquista di Mosca e di gran parte dell’Occidente ad opera mussulmana ("Scomparirà la stella e la falce della Luna si poserà sul Cremlino"), o l’altra che recita "sarà ancora guerra, tutto avverrà quando il mondo intero festeggerà la pace". Di notevole interesse, comunque, le previsioni inerenti la fine dei tempi e il mondo a venire. Quando la misura sarà colma - afferma il monaco - giungerà un personaggio chiamato enigmaticamente l’uomo di Colosse.
"Sarà un uomo inviato da Dio per unire i frammenti del mondo e aprire le porte d’un tempo nuovo... Egli sarà l’avanguardia del Governo Universale".
Chi è l’uomo di Colosse? Il Governo Universale in questione è forse il "New World Order"?
Incredibilmente precise le profezie sull’inquinamento e il degrado ambientale: "Alla fine del millennio un prato verde non lordato dall’uomo e una pianta non avvelenata saranno una rarità... l’uomo sarà attorniato da cibo e da acque, ma morirà di fame e sete, perché l’erba che vedrà crescere e il frutto che vedrà maturare saranno veleno, come pure l’aria che respira...".
Basilio inoltre rimprovera il genere umano, accusandolo di aver bruciato il "sangue della Terra", ovvio riferimento al petrolio.
"All’uomo era stata affidata la Terra affinché la custodisse come un tesoro del creato: invece, quando le macchine voleranno come uccelli e l’uomo ucciderà l’uomo con i raggi del Sole, essa sarà uno straccio sporco e lacero".
A parte i precisi riferimenti ad aerei e laser, colpiscono le accuse di Basilio, dure ma motivate.
"Il Sole cambierà strada e la Luna si perderà fra i monti, le stelle pioveranno sulla Terra... Montagne invisibili passeranno nel cielo, e quando una di queste si vedrà, mancherà il tempo della preghiera. Sentirete allora il pianto di mille madri, perché mille uomini saranno schiacciati dalla montagna".
Non v’è dubbio che il santo uomo si riferisca alla caduta di un enorme meteorite, mentre il cambio di "percorso" del Sole e della Luna sarebbe da addebitarsi ad una alterazione del piano orbitale terrestre, in seguito confermata: "Arriverà un giorno nel quale troverete il mar Nero sugli Urali e il mar Caspio sulle alture del Volga, perché tutto verrà mutato... All’uomo verrà consegnata una Terra arata pronta per la semina, in cui sarebbe follia cercare Mosca, San Pietroburgo o Kiev... Dove un tempo regnava il ghiaccio ora brucerà il Sole, e gli agrumi più gustosi verranno raccolti sulla terra della Santa Madre Russia, mentre sulle coste settentrionali dell’Africa regnerà il ghiaccio".
Basilio quindi scrive che quando tutto sarà passato, "i popoli della Terra saranno veramente fratelli, i superstiti scenderanno dai monti e si abbracceranno, perché il nuovo alito di vita non verrà dai mari, ma dai monti".
Molti addotti hanno riferito che gli alieni consigliavano loro di andare a vivere in campagna o in montagna: è solo un caso? È interessante sottolineare che, a differenza dell’Apocalisse di Giovanni, qui i disastri non sono mandati dall’Eterno per punire l’uomo, ma per "ridisegnare la Terra distrutta dall’uomo."
Un Dio ecologista e decisamente meno vendicativo di quello biblico, che infine sulla fronte dell’uomo scriverà la parola umiltà, perché "deve ricordarsi che non è una creatura superiore, ma creatura tra le creature della Terra. A lui verrà dato il compito di lavorare la Terra, e il cibo gli sarà dato dalle erbe e dai frutti. La carne non potrà mangiare la carne...".
Il vegetarianismo entrerà dunque nel novero dei comandamenti? Tornano alla mente le analisi dei laboratori militari di Wright-Patterson, in cui le EBE venivano catalogate come vegetariane.
Infine, Basilio annuncia: "Piccolo uomo del duemila, non sforzarti di capire che cosa sarà il tempo nuovo: il tuo sforzo è inutile, perché la tua mente è chiusa ai disegni dell’Eterno. Sappi solo che l’uomo del Tempo dei Giusti non nascerà piangendo, verrà deposto nella culla della felicità, camminerà sul sentiero della pace, parlerà con lo spirito e non avrà bara".
sabato 4 dicembre 2010

England under the Tudors
Charles Brandon the friend of king Henry VIII
CHARLES BRANDON, 1ST DUKE OF SUFFOLK, was the son of William Brandon, standard-bearer of Henry VII, who was slain by Richard III in person on Bosworth Field. Charles Brandon was brought up at the court of Henry VII. He is described by Dugdale as "a person comely of stature, high of courage and conformity of disposition to King Henry VIII," with whom he became a great favourite. He held a succession of offices in the royal household, becoming Master of the Horse in 1513, and received many valuable grants of land.
On the 15th of May 1513 he was created Viscount Lisle, having entered into a marriage contract with his ward, Elizabeth Grey, Viscountess Lisle in her own right, who, however, refused to marry him when she came of age. He distinguished himself at the sieges of Terouenne and Tournai in the French campaign of 1513. One of the agents of Margaret of Savoy, governor of the Netherlands, writing from before Terouenne, reminds her that Lord Lisle is a second king and advises her to write him a kind letter. At this time Henry VIII was secretly urging Margaret to marry Brandon, whom he created Duke of Suffolk, though he was careful to disclaim (March 4, 1514) any complicity in the project to her father, the Emperor Maximilian I. The regent herself left a curious account 1 of the proceedings.
Brandon took part in the jousts which celebrated the marriage of Mary Tudor, Henry's sister, with Louis XII of France. He was accredited to negotiate various matters with Louis, and on his death was sent to congratulate the new king Francis I. An affection between Suffolk and the dowager Queen Mary had subsisted before her marriage, and Francis roundly charged him with an intention to marry her. Francis, perhaps in the hope of Queen Claude's death, had himself been one of her suitors in the first week of her widowhood, and Mary asserted that she had given him her confidence to avoid his importunities. Francis and Henry both professed a friendly attitude towards the marriage of the lovers, but Suffolk had many political enemies, and Mary feared that she might again be sacrificed to political considerations. The truth was that Henry was anxious to obtain from Francis the gold plate and jewels which had been given or promised to the Queen by Louis in addition to the reimbursement of the expenses of her marriage with the king; and he practically made his acquiescence in Suffolk's suit dependent on his obtaining them.
The pair cut short the difficulties by a private marriage, which Suffolk announced to Wolsey, who had been their fast friend, on the 5th of March. Suffolk was only saved from Henry's anger by Wolsey, and the pair eventually agreed to pay to Henry £24,000 in yearly installments of £1000, and the whole of Mary's dowry from Louis of £200,000, together with her plate and jewels. They were openly married at Greenwich on the 13th of May. The duke had been twice married already, to Margaret Mortimer and to Anne Browne, to whom he had been betrothed before his marriage with Margaret Mortimer. Anne Browne died in 1511, but Margaret Mortimer, from whom he had obtained a divorce on the ground of consanguinity, was still living. He secured in 1528 a bull from Pope Clement VII assuring the legitimacy of his marriage with Mary Tudor, and of the daughters of Anne Browne, one of whom, Anne, was sent to the court of Margaret of Savoy.
After his marriage with Mary, Suffolk lived for some years in retirement, but he was present at the Field of the Cloth of Gold in 1520, and in 1523 he was sent to Calais to command the English troops there. He invaded France in company with Count de Buren, who was at the head of the Flemish troops, and laid waste the north of France, but disbanded his troops at the approach of winter. Suffolk was entirely in favour of Henry's divorce from Catherine of Aragon, and in spite of his obligations to Wolsey he did not scruple to attack him when his fall was imminent. The cardinal, who was acquainted with Suffolk's private history, reminded him of his ingratitude: "If I, simple cardinal, had not been, you should have had at this present no head upon your shoulders wherein you should have had a tongue to make any such report in despite of us."
After Wolsey's disgrace Suffolk's influence increased daily. He was sent with the Duke of Norfolk to demand the Great Seal from Wolsey; the same noblemen conveyed the news of Anne Boleyn's marriage to Queen Catherine, and Suffolk acted as high steward at the new queen's coronation. He was one of the commissioners appointed by Henry to dismiss Catherine's household, a task which he found distasteful. He supported Henry's ecclesiastical policy, receiving a large share of the plunder after the suppression of the monasteries. In 1544 he was for the second time in command of an English army for the invasion of France. He died at Guildford on the 24th of August in the following year.
After the death of Mary Tudor on the 24th of June 1533 he had married in 1534 his ward Catherine (1520-1580), Baroness Willoughby de Eresby in her own right, then a girl of fifteen. His daughters by his marriage with Anne Browne were Anne, who married firstly Edward Grey, Lord Powys, and, after the dissolution of this union, Randal Harworth; and Mary (b.1510), who married Thomas Stanley, Lord Monteagle. By Mary Tudor he had Henry, Earl of Lincoln (1516-1634); Frances, who married Henry Grey, Marquess of Dorset, and became the mother of Lady Jane Grey; and Eleanor, who married Henry Clifford, second Earl of Cumberland. By Katherine Willoughby he had two sons who showed great promise, Henry (1535-1551) and Charles (c.1537-1551), Dukes of Suffolk. They died of the sweating sickness within an hour of one another. Their tutor, Sir Thomas Wilson, compiled a memoir of them, Vita et obitus duorum fratrum Suffolcensium (1511).
SBF
By Tudor History
venerdì 3 dicembre 2010

Il formaggio tra leggenda, mitologia e storia
La leggenda narra che un mercante arabo, nell’attraversare il deserto, portò con sé, come pietanza, del latte contenuto in una bisaccia ricavata dallo stomaco di una pecora.
Il caldo, gli enzimi della bisaccia e l’azione del movimento acidificarono il latte trasformandolo in “formaggio”.
Dal punto di vista storico, la sua nascita è legata all’origine dell’uomo e alle società primitive.
Le prime tracce di allevamento di bovini, ovini e caprini sono state trovate in Asia e risalgono al 7.000- 6.000 a.C.
Con la pastorizia le risorse alimentari dell'uomo derivavano dalla carne e dal latte e, quest’ultimo, essendo deperibile, mise l’uomo dinnanzi alla necessità di conservarlo il più a lungo possibile.
Il latte eccedente il fabbisogno familiare era destinato alla produzione di bevande la cui tecnica di produzione ha precorso l’arte di fabbricare il formaggio.
Il documento più antico che testimonia le fasi di lavorazione del latte si trova nel Fregio della latteria un bassorilievo sumero del III millennio a.C. che raffigura i sacerdoti, esperti caseari nelle operazioni di mungitura.
Secondo la mitologia greca le Ninfe insegnarono ad Aristeo, figlio di Apollo, l’arte della pastorizia e di cagliare il latte.
L’Odissea di Omero, nel IX libro descrive il ciclope Polifemo nella grotta mentre prepara il formaggio.
La parola formaggio deriva da formos termine usato dagli antichi greci per indicare il paniere di vimine dove era messo il latte cagliato per dargli forma. Il formos divenne poi la "forma" dei romani che dopo si trasformò nel francese "formage" e nell' italiano "formaggio".
Gli Etruschi diedero il loro contributo alla metodologia di preparare il formaggio usando cagli di tipo vegetale come il cardo e il fico e le loro tecniche furono trasmesse ai Romani.
I Romani perfezionarono l’arte casearia impiegando anche il latte di vacca (usato di rado dai predecessori, perché ritenuto nocivo) e introducendo lo zafferano e l’aceto per ottenere la cagliata.
Nel I sec. d.C. applicarono la pressatura per accelerare la stagionatura, adoperando dei pesi forati.
Illustri scrittori romani, hanno descritto in modo dettagliato la produzione e l’uso del formaggio.
Marco Terenzio Varrone illustra i principali tipi di formaggi consumati nel II secolo a.C. (vaccini, caprini e ovini freschi e stagionati) e nel De rustica, documenta come il gusto dell’epoca fosse rivolto ai formaggi ottenuti con il caglio di lepre o capretto, anziché di agnello.
Columella, nel suo De Rustica del I secolo d.C. spiega le tecniche di trasformazione casearia del tempo e si sofferma sull’uso di coagulanti vegetali.
Nel Medioevo ci furono dapprima dei pregiudizi sul formaggio perché gli ignoti meccanismi di coagulazione e fermentazione erano visti con sospetto e i trattati di dietetica limitavano il suo consumo, perché si riteneva che solo piccole dosi di formaggio non nuocessero alla salute.
Inizialmente, il formaggio era considerato il cibo dei poveri e successivamente rivalutato come alternativo alle diete povere o prive di carne.
In Italia e in Europa i formaggi che noi consumiamo ebbero origine nel Basso Medioevo e i monaci sono stati i preziosi custodi delle tecniche casearie ancora applicate che ci permettono di assaporare questo cibo prezioso. I monasteri diedero un importante impulso alla produzione casearia, perché nell’ambito delle loro attività economico-rurali, praticavano l’allevamento dei bovini stanziali che permise la nascita di nuove varietà di formaggio.
A partire dal XII sec. proprio nelle Abbazie di Moggio Udinese, Chiaravalle, San Lorenzo di Capua, nacquero il Montasio, il Grana e la Mozzarella di bufala.
I motivi del cambiamento sono radicati nel motto benedettino Ora et labora, nella necessità di mangiare magro e nell’applicazione della rotazione agraria che
giovedì 2 dicembre 2010

Le saghe islandesi dell'alto e basso medioevo
I primi documenti della letteratura islandese risalgono al 1200 circa, quando l’isola era già stata cristianizzata da due secoli.
Le saghe, composte non prima del XIII sec., trattano delle antiche civiltà nordiche.
Più in particolare si tratta di cronache relative alle vicende che caratterizzarono la migrazione degli esuli dalla Norvegia, gli insediamenti umani in Islanda, la costituzione (anno 930) del parlamento nazionale a Thingvellir fino alla conversione cristiana dell’anno 1000. Esse, dunque, nascono dalla coscienza popolare.
Il termine “saga” veniva utilizzato per ogni racconto o storia trasmessi oralmente o per iscritto (saga, quindi, è ciò che si racconta: basti pensare al tedesco sagen o all’inglese to say, che significano entrambi dire).
Le saghe cominciarono ad assumere un valore morale e sacro, in virtù del quale venne impedita quella che potremmo definire una “corruzione letteraria”. Essendo recitate oralmente, infatti, era naturale la tendenza ad ingigantire enfaticamente gli eventi che avevano costituito il fulcro ideale della nazione islandese.
Di certo le saghe non saranno una riproduzione fedele dei racconti originari, composti verso la fine del IX sec. e per tutto il X sec., anche perché dopo il 1000 ci sarà stata qualche influenza dovuta al cristianesimo.
Nonostante ciò, le saghe erano e restavano pagane. Esse sono sicuramente anonime, anche se in genere prevale l’idea di volerne attribuire la paternità ad una folta schiera di autori, ma non potevano che essere anonime, perché sorte come espressione dello stato d’animo collettivo dei profughi. Tra le principali saghe islandesi sono da citare La saga degli uomini di Eyr, che narra diverse avventure di vari personaggi senza seguire un filo conduttore, La saga della gente della valle del salmone (dove i protagonisti sono tutte donne), che racconta la storia delle famiglie che colonizzarono l’Islanda, La saga di Erik il Rosso che riporta il racconto dell’incursione degli islandesi nell’America del Nord, La saga di Grettir, che non è antichissima, per cui si riscontrano fonti e richiami a tradizioni precedenti.
Un influsso più o meno diretto è dovuto al Beowulf proveniente dall’Inghilterra settentrionale.
Il confronto è possibile in quanto entrambi i protagonisti delle due saghe sono personaggi storici, per i quali il trasferimento in un mondo fiabesco si è reso possibile proprio in virtù della loro forza fisica eccezionale, che ha permesso, a sua volta, che venissero loro attribuite anche imprese eccezionali.
La saga di Oddr l’arciere, tradotta dall’islandese antico per l’Iperborea da Fulvio Ferrari. Questa saga tratta della storia dei vichinghi; protagonista è, appunto, un giovane vichingo che vivrà numerose magiche avventure, ma che non potrà sottrarsi al destino di dover morire.
L’Iperborea ci regala anche la traduzione di altre saghe: Saga di Egill il monco con traduzione dall’islandese antico e introduzione sempre di Fulvio Ferrari. Questa saga segue un percorso fiabesco: i due protagonisti, Egill e Asmundr intraprendono dei viaggi attraverso paesi reali e immaginari fino ad arrivare alla mitica Terra dei Giganti, dove i nostri eroi dovranno superare diverse prove per poter liberare le principesse e fare ritorno a casa.
Saga di Hrafnkell con traduzione dall’islandese antico e introduzione di Maria Cristina Lombardi. Questa saga dà rilievo alle procedure legali e al sistema sociale di quel mondo primitivo, venendo a costituire una sorta di documento storico. Il racconto parte dal divieto del capo islandese del X secolo di montare il suo cavallo, perché consacrato al dio Freyr.
Saga di Ragnarr con traduzione dall’islandese antico e introduzione di Marcello Meli, che tratta del re danese Ragnarr e di una serie di miti e di leggende.
Tra le saghe storiografiche ricordiamo il Libro degli insediamenti del 1130 circa, dove si racconta la storia di ogni famiglia che fuggì alla sovranità tirannica di Araldo Bellachioma (sovrano norvegese), per insediarsi stabilmente in Islanda.
Da ricordare è anche il Libro degli Islandesi di Ari Thorgilsson, che contiene le linee essenziali dell’evoluzione civile e politica della società islandese.
Una figura di importanza rilevante nell’ambito delle saghe è sicuramente quella dell’islandese Snorri Sturluson (1178 - 1241).
Il suo libro Orbe terrestre è, appunto, una successione di saghe in cui narra le vicende delle varie dinastie norvegesi.
La Snorra Edda, cioè l’Edda di Snorri , invece, è raccolta in un manoscritto del XIII secolo, il Codex Regius. Narra della creazione e della distruzione del mondo e i protagonisti sono gli dei e gli eroi della mitologia germanica: Odino, Thor, Freya, Brunilde, Sigurd. L’Edda di Snorri comprende tre parti. Nella prima, detta L’inganno di Gylfi, l’autore immagina che il re Gylfi sia giunto, sotto le spoglie di pellegrino, alla dimora degli dei. Qui tre ignoti dotti lo istruiscono sui segreti della mitologia nordica. Nella seconda parte, detta Linguaggio poetico, passa a discutere dei mezzi espressivi che deve utilizzare un poeta. La terza parte è il Trattato metrico, che va praticamente a compensare la seconda parte ed è rivolta ai futuri poeti. Redatta tra il 1220 e il 1230, l’Edda è anche la nostra principale fonte di conoscenza riguardo alla poesia scaldica e alle rigide norme formali alle quali era sottoposta.
La lirica degli scaldi (poeti dotti, islandesi di origine) è ricca di simboli e di immagini poetiche: si fa soprattutto uso della kenning, ossia della metafora - indovinello. Il più famoso poeta scaldo è Egil Skallagrimsson (900 - 980 circa), autore di una personalissima lirica in morte del figlio primogenito. Di Egil ci dà notizia, peraltro, una delle saghe più famose, la Egilssaga, attribuita a Snorri.
martedì 30 novembre 2010

SILVESTRO II, IL PAPA MAGO
Parliamo di uno dei personaggi storici più controversi, oscuri e chiacchierati mai esistiti: Silvestro II, il Papa che alcuni hanno a più riprese accusato di esoterismo ed altri di aver intrattenuto addirittura rapporti col Diavolo che sarebbe stato artefice della sua ascesa al soglio pontificio…
Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac nasce nel 950 da una famiglia poverissima in un villaggio dell'Alvernia, zona della Francia notoriamente definita come "la terra dei maghi"; in tenera età rimane orfano e in conseguenza di ciò viene accolto nel monastero di Saint-Géraud dove ben presto ha modo di distinguersi per una viva intelligenza anche se il suo carattere vivace lo porta in più occasioni ad avere problemi con i quieti monaci. Giovanissimo Gerberto si reca in Spagna, nazione all'epoca governata dai musulmani e, cosa inaudita per un sacerdote cattolico del tempo, segue a Cordova gli insegnamenti degli eruditi arabi e si appassiona alla cultura islamica. In questo periodo il giovane entra in contatto con il mondo delle arti magiche e per far ciò non esita ad abiurare la fede cristiana e a sottoporsi ad arcane pratiche di iniziazione. Cosa Gerberto apprenda dagli studiosi musulmani non lo sapremo mai di certo però, una volta ritornato in Francia, si guadagna immediatamente la fama di uomo più dotto dei suoi tempi al punto di venire nominato precettore del figlio dell'Imperatore, addirittura su segnalazione di Papa Giovanni. La sua immensa conoscenza ed intelligenza fanno si che Gerberto attiri rapidamente su di sé le invidie e l'inimicizia di molte persone: in conseguenza di ciò è costretto a trasferirsi a Reims. Nel 999 viene nominato arcivescovo di Ravenna e qualche mese dopo, il 2 aprile, diviene Papa col nome di Silvestro II; da questo momento in poi governa la chiesa con enorme fermezza, esemplare rettitudine e, soprattutto, con grande umanità sino al 12 maggio 1003 giorno della sua dipartita. Quella che abbiamo delineato sino ad ora potrebbe sembrare la banalissima biografia di un normale personaggio storico, ma molti sono i misteri e le leggende che avvolgono la figura di Silvestro II, il Papa a cui spettò l'incombenza di traghettare il genere umano nel temuto Anno Mille.
31 dicembre 999: la Basilica di San Pietro è stracolma di fedeli inginocchiati, con la testa cosparsa di cenere, che in preda al terrore e alla disperazione attendono la fine del mondo al cospetto del Papa intento a celebrare quella che si teme possa essere l'ultima messa…il Papa in questione è il nostro Silvestro II e non sembra affatto casuale che proprio lui, con il suo oscuro passato, si trovi ad officiare la messa più inquietante della storia…Ma cosa si nasconde nel passato di Silvestro II? Lo hanno accusato di essere un mago, per alcuni era un eretico, in molti lo hanno definito un genio assoluto ma c'è chi ha visto in lui addirittura l'Anticristo fattosi uomo: vediamo di scoprire qualche cosa di più sul suo conto.
Un momento cruciale nella storia di Silvestro II è rappresentato dal suo fantomatico incontro con la Fata Meridiana. Si narra che in Gioventù Gerberto riuscisse a distinguersi per le sue capacità, per il suo carattere e per la volontà di superare in intelligenza e nel parlare tutti gli studenti della scuola di Reims; nonostante la sua superiorità, egli rimane turbato dalla bellezza di una fanciulla, che riesce a stregarlo: unico desidero del giovane diventa quello di conquistarne il cuore. Per questa ragione egli dissipa tutte le sue ricchezze e si copre di debiti e di ridicolo; un giorno però, vagando da solo in un bosco, disperato per lo stato in cui versa vede apparire davanti a se la Fata Meridiana che in cambio della sua fedeltà, promette al giovane ricchezza, dignità, onore e gloria. Dapprima impaurito, poi rassicurato, Gerberto accetta: ha così ha inizio la leggenda sui legami di Silvestro II con l'occulto. Il giovane si risolleva di colpo dalle terribili condizioni in cui si trova ed ottiene tutto quello che aveva sempre desiderato; Meridiana lo aiuta a raggiungere anche l'illuminazione della mente con studi notturni e pratiche segretissime. In questa leggenda compaiono tantissimi elementi tipici della cultura medievale come l'amore passionale e struggente nei confronti di una donna-strega, che si rivela non degna di questo sentimento; la distruzione fisica e morale del personaggio centrale ed infine l'intervento esterno, divino o diabolico, che fa cambiare direzione al corso della storia del protagonista. La figura di Meridiana può essere considerata una metafora: lo studio e la brama di conoscenza porteranno Gerberto a trovare la sua strada. Egli non si preoccupa di abiurare la sua fede: gli interessa solamente raggiungere la perfetta conoscenza in piena libertà morale e religiosa. Il rapporto con la Fata continua fino a che ella non gli predice il giorno della sua morte: questa gli rivela che avverrà solo quando "dirà messa in Gerusalemme". Reale o no, dopo tale l'incontro la salita al potere di Gerberto risulta veloce ed inarrestabile. Uno degli interrogativi più inquietanti che si aggirano attorno alla controversa figura di Silvestro II è quello relativo all'esistenza di tracce del suo presunto patto con il diavolo, indubbiamente va messo in evidenza che la nomina a Papa di Gerberto suscita un enorme spavento in gran parte del mondo ecclesiastico come testimoniano ad esempio le parole del Vescovo di Worms che, animato da pura angoscia, scrive: "Gli affidano le chiavi della Chiesa di Roma perché stringa patti col Maligno, perché si allei con Asmodeo, Abadon e con Astaroth, per combattere insieme a questi gli altri Spiriti Mendaci, contro Mammon il Seduttore e contro i Vasi di Scelleratezza, contro Meririm, Behemoth, Sammael e Belzebub. Egli, il mago, il negromante, è ora divenuto pontefice, a condurre scellerati negozi con il Potere Inquietante, insinuando tenebre spesse nelle nostre deboli menti, blandendole con la sua vana saggezza, la sua falsa sapienza, la sua cupa furbizia. Eccolo, il segno. Sarà dunque un francese, il primo francese sul trono di Pietro, a farci rotolare nell'abisso finale, provocando con i suoi arditi disegni l'ira del padre, un'ira senza rimedio".
Ma la messa dell’Anno Mille è il punto di svolta. Silvestro, di fronte alla possibile fine del mondo, decide di rompere il suo presunto patto demoniaco e mette a punto un piano: poco prima della mezzanotte dell’ultimo giorno del 999 sposta il calendario in avanti, e cancella, di fatto, l’Anno Mille. Un banale trucco matematico, che sembra funzionare. Ma la vendetta diabolica non tarda ad arrivare. Si avvera la profezia: Silvestro dice messa a Roma in Santa Croce in Gerusalemme e muore. Esiste però anche un’altra versione dei fatti che lo vuole ucciso dai nobili romani e dato in pasto ai cani.
lunedì 29 novembre 2010

SAN BRANDANO
UN NAVIGATORE LEGGENDARIO
Chi è arrivato per primo in America? Da sempre questa domanda ossessiona la mente degli storici e dei geografi che vedono nelle tradizione di numerosi popoli l'arrivo nel Nuovo Mondo ben prima di Cristoforo Colombo. La civiltà che presenta più possibilità di essere giunta in America ben prima del genovese è quella nordica, o meglio, la civiltà dei Normanni (Uomini del Nord), conosciuti anche col nome leggendario di Vichinghi. Quando parliamo di scoperta dell'America da parte di altri popoli, ci vogliamo riferire in realtà a tutto il continente americano senza trarre nessuna specifica terra in ballo. In quest'articolo però ci vogliamo riferire a un pezzo dell'America in particolare, ovvero, quello che oggi sono gli Usa, o anche il Nord America, dove secondo gli storici spetta proprio ai Vichinghi sopra citati il primato di essere giunti loro per primi in questa terra, il cui clima è molto simile a quello delle terre dal quale provengono questi intrepidi navigatori. Ricordiamo le vicende di Erik il Rosso, un principe Norvegese che trasferitosi in Islanda intraprese la navigazione dei Mari Nordici giungendo a toccare le coste meridionali della Groelandia, giungendo poi nelle terre a largo di Terranova, oggi territorio Canadese.
Accantonando per un attimo i Vichinghi, come popolo nordico che può vantare la scoperta (forse, traiamo quanto ci dicono le leggende) delle terre americane c'è il popolo dei Celti, sebbene questo non abbia una tradizione marittima lunga e famosa come quella Normanna. Tuttavia, anche a loro è attribuita la scoperta dell'America, forse molto di più dei Normanni. Una figura nordica, molto probabilmente di razza celtica, che può vantare la scoperta di terre americane è San Brandano(485-577), figura non molto ben definita, avvolta nella leggenda. Fondatore e abate del monastero di Clonfert, in Irlanda, avendo sentito parlare di una terra promessa abitata da santi al di là dell'oceano, decise di cercarla. Dopo esseri ritirato per 40 giorni in montagna, si avventurò in mare con 17 monaci a bordo di un coracle costruito da lui medesimo e costituito da una leggera ossatura integrata da giunchi e ricoperta da pelli bovine. La leggenda vuole che il viaggio sia durato sette anni, e che non fu privo di pericoli; si dice infatti che nel suo cammino, abbia incontrato demoni, draghi, serpenti di mare e isole vulcaniche.
Dopo questi pericoli, il frate arrivò presso l'isola promessa e, raccolti succosi frutti e pietre meravigliose, ritornò a casa. Sebbene sia una leggenda, questa avventura ha fornito lo spunto per la redazione, da parte di un anonimo dell'XI secolo d.C., del "Navigatio Sancti Brendani", diffusissimo nel Medioevo; naturalmente non privo di varianti e aggiunte. Per alcuni, il viaggio è troppo ricco di elementi fantastici e in realtà è la trasposizione di una navigazione fino all'Islanda, dopo aver toccato le Ebridi, le Orcadi e le Faer Oer. Per alcuni invece, la leggenda ha un fondamento reale e sembrerebbe veramente che il frate abbia posto piede in America, secondo alcuni nelle vicinanza dell'attuale Boston. Noi cosa potremmo dire in merito? Ci sarebbero tante cose da dire, ma in genere quello che diciamo quando sentiamo queste storie non è mai sicuro e rimaniamo così nell'incertezza più profonda. Tuttavia, certe domande sono importanti per una riflessione o una teoria in merito a questo caso del mondo del mistero: Veramente esistette questo frate? Raggiunse l'America o l'Islanda? Come giustifichiamo le presenze di draghi, mostri marini e demoni incontrati durante il suo viaggio? Da chi ricevette la notizia dell'esistenza di questa terra paradisiaca? Chi erano questi fratelli santi?
Personalmente, penso che tutto alla fine possa ricollegarsi ad Atlantide, che risulta in modo naturale collegata all'America. Per questo legame però enunceremo più teorie, poiché una non ci soddisfa, col rischio tra l'altro di escludere elementi altamente importanti per la ricerca:
1) Forse, San Brandano, spinto dal mito di Atlantide, come è accaduto per altri antichi popoli, è veramente giunto in America e gli elementi come draghi, mostri e demoni forse sono frutto della sua immaginazione (considerato che eravamo nel Medioevo) o di aggiunte postume.
2) Oppure, potrebbe essere giunto presso quelle isole rimaste in piedi dopo l'abissamento di Atlantide, che forse prima dell'anno mille erano ancora (chissà come) lì presente. Li, potrebbe aver trovato frutti e pietre preziose (ricordiamo che Atlantide è sempre stata descritta come un paradiso in Terra, ricco di minerali magici).
3) Forse giunse veramente in America, e quelle pietre appartenevano agli Atlantidei che si erano lì rifugiati; e i santi nominati erano proprio gli ultimi superstiti che in quegli anni (tra il 400 e il 500 d.C.) vivevano ancora lì.
4) Qualcuno dice anche che il frate possa aver toccato anche l'Islanda o le isole a nord della Scozia! Chi ci vieta di pensare che queste terre fossero state rifugio di quei superstiti sopra citati? Ed i draghi e i serpenti, mostri di quel continente perduto che si aggiravamo ancora per quelle terre.
5) San Brandano dice di aver sentito parlare di questa terra misteriosa, ma chi gli riferì ciò? Molto probabilmente dovette contare tra i suoi avi qualche Celtico (come è stato già detto in precedenza) che aveva raggiunto o stava per raggiungere questa terra, non ci riuscì e passò la notizia ai suoi figli col compito di verificarne l'autenticità. Questo compito venne trasmesso per generazioni fino ad arrivare all'era Cristiana dove un frate (diretto discendente di questi Celti) sentì la notizia e esaudì la richiesta di questo suo antico antenato, mettendosi alla ricerca di questo paradiso in terra.
Oppure, il celtico era discendente di razze Atlantidee? Razze che soffrirono molto per il fatto di aver perso un mondo così bello? Stabilitisi in Inghilterra o Irlanda e divenuti un popolo col nome di Celti, decisero che un giorno qualcuno sarebbe dovuto ritornare a cercare i tesori (le pietre trovate da San Brandano) di casa propria ancora presenti nelle ultime isole sopravissute alla catastrofe, oppure presenti in quella che oggi è il Nord America, dove forse una parte degli Atlantidei (i santi) si sarebbe potuta rifugiare. La notizia venne tramandata, ma nessuno fu capace di arrivarci. Vi furono dei tentativi senza successo (ricordiamo tutte quelle navigazioni effettuate dai Celti per i mari del Nord, il mito di Avalon e i campi Elisi Celtici). Arrivò così l'era Cristiana, i Celti si convertirono alla parola del Signore, ma il compito/notizia non si spense e un frate irlandese (i cui padri celtici avevano deciso il reinsediamento del loro popolo in quel paradiso di nome Atlantide) prese la palla al balzo e compì la missione dettata tanti secoli fa dai suoi avi.
Forse, queste teorie non hanno fondamento, perché forse il viaggio, San Brandano, Atlantide, le pietre e l'arrivo in America sono solo fantasie. Tuttavia, se un giorno ci fosse solo il minimo sospetto dell'esistenza di queste cose qui citate, le nostre teorie potrebbero aver un fondamento e risultare straordinarie.
Fonte:
Peter Kolosimo, Italia mistero cosmico, Sugarco Edizioni

San Brendano ed il suo viaggio
L’Irlanda entrò in contatto con il fenomeno del monachesimo, iniziato in oriente e diffusosi ben presto anche in Europa.
Lo spirito monastico irlandese si caratterizzò sin dalle origini nel senso di un forte ascetismo: le regole erano molto severe e prevedevano mortificazioni di ogni genere, lunghi digiuni, privazione del sonno. I temperamenti più eroici, non ancora soddisfatti, cercavano la solitudine assoluta per chiudersi nella contemplazione di Dio.
Se i monaci orientali si arrampicavano in cima alle colonne o si isolavano nel deserto, i loro confratelli irlandesi disponevano anch’essi di un deserto immenso e disabitato: il mare. Nasceva così la peregrinatio pro Christo, la ricerca della solitudine peregrinando tra le onde. Gli aspiranti eremiti giungevano addirittura a imbarcarsi e a lasciarsi trasportare dalla corrente dove il caso, o meglio, la volontà di Dio stabiliva. Isole grandi e piccole vennero popolate da comunità monastiche.
San Brandano nacque verso la fine del V secolo a Traigh Li, l’attuale città di Tralee, o in una località dei dintorni. Si diede alla vita monastica e compì numerosi pellegrinaggi per mare, giungendo in Scozia, forse in Bretagna, nelle isole Orkney e nelle Shetland. Al suo nome è connessa la fondazione di diversi monasteri.
Dopo la sua morte il ricordo dei suoi viaggi venne amplificato dalla tradizione orale, mescolandosi alle leggende del folclore celtico e perdendo ogni connotazione reale.”
Non si sa se la Navigazione (un secondo testo è la Vita, che però racconta un’altra versione del viaggio), sia stata scritta nel IX o nel X secolo, in latino, da un ignoto autore, probabilmente un ecclesiastico, in Irlanda, oppure direttamente in Europa da uno dei profughi che erano fuggiti dalle incursioni vichinghe. Certo è che ebbe larghissima diffusione nel corso di tutto il Medioevo e fu tradotta in molte lingue (anglo-normanno, francese, provenzale antico, catalano, inglese, olandese, vari dialetti germanici, e in Italia, veneziano e toscano).
La navigazione appertiene al genere letterario degli Imram. L’Imram è la narrazione di un avventuroso viaggio per mare, compiuto da uno o più eroi. (...) Il genere era congeniale agli Irlandesi, popolazione isolana in larga parte legata al mare, e poteva recepire suggestioni tratte dalla cultura classica, dall’Eneide, ad esempio, e forse dall’Odissea. È evidente l’influsso di questo genere letterario sulla genesi della Navigazione di San Brandano.”
La Navigazione
Nel primo paragrafo, dei ventinove che compongono la Navigazione (alcuni stralci sono riportati a parte), viene presentata quella che sarà la meta di Brandano: l’isola dei Beati, che gli viene descritta dall’abate Barindo, suo ospite. Troviamo qui un altro genere letterario, gli Echtrai, nei cui racconti si trovano protagonisti condotti su un’isola avvolta dalla nebbia, dove si trovano le anime dei morti. L’idea di queste isole paradisiache era diffusa tra i Celti e trova riscontro in altre tradizioni culturali. Nel nostro caso, il concetto è calato in una prospettiva cristiana e si è fuso con l’idea della Terra Promessa desunta dalla Bibbia.
I quattro paragrafi seguenti descrivono la preparazione del viaggio, la scelta dei compagni e la costruzione della nave.
Dal paragrafo VI al XXVII è narrata la navigazione vera e propria, con i diversi avvenimenti e incontri: l’Isola dalle alte scogliere, l’Isola delle pecore giganti, la grande balena, il Paradiso degli Uccelli, i vegliardi della comunità di sant’Albeo, l’Isola degli Uomini Forti, l’eremita Paolo, tutti episodi nei quali risuonano analogie con i testi degli Imram, elementi tratti dall’Apocalisse o dai testi medievali che descrivono i viaggi in Terra Santa o ancora dall’Eneide, dall’Odissea o dalla mitologia germanica.
Il paragrafo XXVIII descrive di nuovo l’isola dei beati, con l’approdo, e il XXIX, che manca in alcuni codici, racconta il ritorno in patria e la serena morte del santo.
Il paradiso terrestre
(XXVIII) Trascorsi quaranta giorni, verso sera li avvolse una nebbia così fitta che quasi non riuscivano a vedersi l’uno con l’altro. Ma il benefattore (un personaggio incontrato nel viaggio e che ora guida la loro rotta - n.d.r.) disse a San Brandano: “Sapete di che nebbia si tratta? (...) Questa nebbia circonda l’isola che avete cercato per sette anni”. (...) un’isola piena d’alberi carichi di frutta come in autunno. (...) Venne loro incontro un giovane (...) (che) si rivolse a San Brandano: “Ecco la terra che hai cercato per tanto tempo. Non hai potuto trovarla prima, perchè Dio ha voluto mostrarti molti dei suoi segreti nella vastità dell’oceano. Ora potrai tornare nella tua terra d’origine portando con te i frutti e le gemme di questa terra, quanti ne può contenere la tua nave (...)”. Allora, dopo aver raccolto la frutta e ogni genere di gemme, ed essersi congedato dal benefattore e dal giovane, San Brandano si imbarcò con i frati e riprese a navigare nella nebbia. la attraversarono (...) e infine (...) San Brandano rientrò in patria con rotta sicura.
L 'isola infernale
E avendo detto queste parole, e' venne un gran vento e molto forte, e menò la
nave presso a questa isola, e si come piacque a Dio questa nave passò oltre con
salvazione; essendo la nave di lungi un tratto di balestro e' frati udivano uno
smisurato vento e romore di martelli e battevano i martelli su per l’ancudini. E
udendo San Brandano questo romore e' si comincia a segnare e disse cosi: «O
signore Iddio debbiaci iscampare da questa isola se a voi piace» E avendo cosi
detto, inmantenente e' venne uno uomo di questa isola inverso loro el quale era
vecchio e aveva la barba molto lunga, e nero e piloso a modo d’uno porco, e
apuzzava molto forte. E così, tosto come questi servi di Dio ebbeno veduti,
questo uomo cosi tornò subitamente indietro, e ll'abate si segna e racomandasi a
Dio e disse cosi: «O figliuoli miei, levate più alta la vela e navichiamo più
forte acciò che noi possiamo fuggire di questa isola, ché c'è male stare». E
avendo detto queste cose, cioè parole, incontanente e' venne uno mal vecchio
barbuto in su lo lido del mare e recava in mano una tanaglia e una pala di ferro
tutta ardente di fuoco, e veggendo egli che la nave era partita, elli la gitta
lor dietro quella pala di ferro, ma come piacque a Dio ella no lli giunse, ma
dove ella diede tutta l'acqua fe bollire fortemente. E avendo veduto questo
fatto eglino ebbono veduti in sulla riva una grande multitudine di sozzi uomini
come fu lo primo; e aveva ognuno in mano una gran mazza di ferro tutte ardente
di fuoco e rendeva una gran puzza. E di queste mazze e dell'altre traevano loro
dietro, mai non gliene giunse veruna, ma un gran puzzo faceva, e faceva bollire
l' acqua ben tre d^; anche vedemmo ardere quella isola molto forte e andando via
i frati egli udivano un grande urlamento e romore il quale faceva quella brutta
gente. E San Brandano confortava tutti e' suoi frati e diceva: «Non temete,
figliuoli miei, lo signore Iddio si è e sarà nostro aiutatore, io voglio che voi
sappiate che noi siamo nelle parti del Ninferno e questa isola è delle sue, e
avete veduto de' suoi segni e perciò dobbiate orare divotamente acciò che non vi
bisogni temere di queste cose». E dette queste parole eglino udivano boci che
gridavano molto dolorosamente e dicevano: «O padre santo e servo di Dio, priega
per noi miseri tapini, sappi che noi siamo presi a mal nostro grado e contra a
nostra voglia, volentieri verremo da voi ma noi non possiamo, dolente a noi che
mai nascemo al mondo el quale è pieno d'ogni inganno e tradimenti; noi non siamo
legati molto forte e non veggiamo da chi ne chi ci tiene, onde la nostra vita è
sempre dolorosa e sempre sarà». E quando i frati udirono queste parole ebbono
grande compassione e priegano Iddio che gli guardasse da queste pene. E
guardando eglino inverso l'isola e' viddono questo uomo ch'era ignudo et era
menato al tormento e udiva le boci che gridava e diceva: «Al fuoco, al fuoco!».
E altri diceva: «All'acqua!». E molte altre parole udivano assai piggiori, e in
queste parole l'acqua del mare venne tutta torbida e pareva che gittasse fiamma
e puzzo molto orribile, e per questo e' frati vennono molto sbigottiti tal che
non sapevano dove si fossono ne dove dovessono andare, ma coll'aiuto di Dio pur
si partirono di cosi brutto luogo.
SBF
domenica 28 novembre 2010

Anne Boleyn the second wife of Henry Tudor,the king
Anne Boleyn was probably born in 1500 or 1501. Her father was an English diplomat, Sir Thomas Boleyn, and her mother, Elizabeth, was the daughter of one of the powerfull families of that time. Anne spent part of her childhood at the court of the Archduchess Margaret of Austria, the regent of the Netherlands. Fraser puts her age at 12-13, as that was the minimum age for a 'fille d'honneur'. It was from there that she was transferred to the household of Mary, Henry VIII's sister, who was married to Louis XII of France. Anne's sister Mary was already in 'the French Queen's' attendance. However, when Louis died, Mary Boleyn returned to England with Mary Tudor, while Anne remained in France to attend Claude, the new French Queen. Anne remained in France for the next 6 or 7 years. Because of her position, it is possible that she was at the Field of Cloth of Gold, the famous meeting between Henry VIII and the French King, Francois I.
During her stay in France she learned to speak French fluently and developed a taste for French clothes, poetry and music.
Anne returned to England around 1521 for details for her marriage with the heir of the earldom of Ormonde, in Ireland, were being worked out. Meanwhile she went to court to attend Queen Catalina. Her first recorded appearance at Court was Mar 1, 1522 at a masque.
After her marriage to the heir of the Earl of Ormonde fell through, she began an affair with Henry Percy, heir of the earldom of Northumberland.
They became secretly betrothed because Percy was already promised to Mary Talbot, daughter of the Earl of Shrewsbury, and his family would not approve of his marrying the less aristocratic Anne Boleyn. But the lord chancellor, Cardinal Wolsey, heard of the engagement and alerted the King, who told Wolsey to end the relationship. Wolsey did just that, lecturing Percy for becoming involved with a "foolish girl" and summoning Percy's father, who forbade him to see Anne again. Percy was forced to marry Mary Talbot, and Anne never forgave Wolsey.
Anne was banished from the royal court after the abrupt ending of her romance with Percy and did not return until 1524 or 1525. Somewhere in this time, Anne also had a relationship of some sort with the poet Sir Thomas Wyatt. Wyatt had married Elizabeth Brooke, Lord Cobham´s daughter, in 1520, so the timing of the supposed affair is uncertain. Wyatt was separated from his wife, but their could be little suggestion of his eventual marriage to Anne. Theirs appears to be more of a courtly love.
Exactly when and where Henry VIII first noticed Anne is not known. It is likely that Henry sought to make Anne his mistress, as he had her sister Mary years before. Maybe drawing on the example of Elizabeth Woodville, Queen to Edward IV (and maternal grandmother to Henry VIII) who was said to have told King Edward that she would only be his wife, not his mistress, Anne denied Henry VIII sexual favors. "I would rather lose my life than my honesty". We don't know who first had the idea marriage, but eventually it evolved into "Queen or nothing" for Anne.
At first, the court probably thought that Anne would just end up as another one of Henry's mistresses. But, in 1527 we see that Henry began to seek an annulment of his marriage to Catalina, making him free to marry again.
King Henry's passion for Anne can be attested to in the love letters he wrote to her when she was away from court. Henry hated writing letters, and very few documents in his own hand survive. However, 17 love letters to Anne remain and are preserved in the Vatican library.
The legend of Anne Boleyn always includes a sixth finger and a large mole or goiter on her neck. However, one would have to wonder if a woman with these oddities (not to mention the numerous other moles and warts she was said to have) would be so captivating to the King. She may have had some small moles, as most people do, but they would be more like the attractive 'beauty marks'. Ambassador and courtiers described her in his letters.
She was considered moderately pretty. But, one must consider what 'pretty' was in the 16th century. Anne was the opposite of the pale, blonde-haired, blue-eyed image of beauty. She had dark, olive-colored skin, thick dark brown hair and dark brown eyes which often appeared black. Those large dark eyes were often singled out in descriptions of Anne. She clearly used them, and the fascination they aroused, to her advantage whenever possible.
She was of average height, had small breasts and a long, elegant neck. The argument continues as to whether or not she really had an extra finger on her left hand.
In 1528, Anne's emergence at Court began. Anne also showed real interest in religious reform and may have introduced some of the 'new ideas' to Henry, and gaining the hatred of some members of the Court. When the court spent Christmas at Greenwich that year, Anne was lodged in nice apartments near those of the King.
The legal debates on the marriage of Henry and Catalina de Aragon continued on. Anne was no doubt frustrated by the lack of progress. Her famous temper and tongue showed themselves at times in famous arguments between her and Henry for all the court to see. Anne feared that Henry might go back to Catalina if the marriage could not be annulled and Anne would have wasted time that she could have used to make an advantageous marriage.
Anne was not popular with the people of England. They were upset to learn that at the Christmas celebrations of 1529, Anne was given precedence over the Duchesses of Norfolk and Suffolk, the latter of which was the King's own sister, Mary.
In this period, records show that Henry began to spend more and more on Anne, buying her clothes, jewelry, and things for her amusement such as playing cards and bows and arrows.
The waiting continued and Anne's position continued to rise. On the first day of Sep 1532, she was created Marquess of Pembroke, a title she held in her own right. In Oct, she held a position of honor at meetings between Henry and Francois I, the French King in Calais.
Bewitched by Anne's sparkling black eyes, long dark hair and vivacious personality, the King began scheming to end his marriage to Catalina. He claimed that it had never really been a marriage because she had been his brother's wife. Catalina insisted that her first marriage didn't count because it hadn't been consummated, and church authorities agreed. For years Henry struggled unsuccessfully to have his marriage annulled. In the end, determined to have his way, he broke free of the Catholic Church, established the Church of England, banished Catalina from court, had his first marriage declared invalid, and married Anne Boleyn.
Queen Anne was crowned in Jun 1533. Later that year she gave birth to her only surviving child, Elizabeth. The years of waiting had been hard on Anne. She was in her thirties now, moody and sharp tongued, and Henry was falling out of love with her. She had friends at court, but also many enemies. She had brought about the downfall of Cardinal Wolsey, who died in 1530, and she also plotted against Catalina de Aragon and her daughter Mary.
Catalina died on 7 Jan 1536, and Anne rejoiced. She was pregnant again, and if she gave birth to a healthy son her position as Queen would be secure. But on the day of Catalina's funeral Anne found the King with one of her maids of honor, Jane Seymour, sitting on his knee. She became hysterical and had a miscarriage. "She has miscarried of her savior", the Spanish Ambassador wrote.
Anne's enemies at court began to plot against her using the King's attentions to Jane Seymour as the catalyst for action. Cromwell began to move in action to bring down the Queen. He persuaded the King to sign a document calling for an investigation that would possibly result in charges of treason.
On 30 Apr 1536, Anne's musician and friend for several years, Mark Smeaton, was arrested and probably tortured into making 'revelations' about the Queen. Next, Sir Henry Norreys was arrested and taken to the Tower of London. Then the Queen's own brother, George Boleyn, Lord Rochford was arrested.
On 2 May, the Queen herself was arrested at Greenwich and was informed of the charges against her: adultery, incest and plotting to murder the King. She was then taken to the Tower by barge along the same path she had traveled to prepare for her coronation just three years earlier. In fact, she was lodged in the same rooms she had held on that occasion. According to a letter from John Husee, Viscount Lisle's man of business in London, dated 24 May 1536, "the first accusers" against Queen Anne Boleyn were "the Lady Worcester, and Nan Cobham and one maid more". Lady Worcester was Elizabeth Browne, wife of the Earl of Worcester, but "Nan Cobham" is more difficult to identify. A letter written by Queen Anne to her long time firend, Bridget Wiltshire, lady Wingfield, was used as evidence in the trial of the Queen for adultery, incest and conspiring against the life of the King. As Bridget had died, she could not refute the interpretation the prosecution placed on the Queen's words:
'I pray you as you love me, to give credence to my servant this bearer, touching your removing and any thing else that he shall tell you on my behalf; for I will desire you to do nothing but that shall be for your wealth. And, madam, though at all time I have not showed the love that I bear you as much as it was in deed, yet now I trust that you shall well prove that I loved you a great deal more than I fair for. And assuredly, next mine own mother I know no woman alive that I love better, and at length, with God's grace, you shall prove that it is unfeigned. And I trust you do know me for such a one that I will write nothing to comfort you in your trouble but I will abide by it as long as I live. And therefore I pray you leave your indiscreet trouble, both for displeasing of God and also for displeasing of me, that doth love you so entirely. And trusting in God that you will thus do, I make an end. With the ill hand of Your own assured friend during my life, Anne Rochford'
There were several more arrests. Sir Francis Weston and William Brereton were charged with adultery with the Queen. Sir Thomas Wyatt was also arrested, but later released. They were put on trial with Smeaton and Norreys at Westminster Hall on 12 May 1536. The men were not allowed to defend themselves, as was the case in charges of treason. They were found guilty and received the required punishment: they were to be hanged at Tyburn, cut down while still living and then disemboweled and quartered.
On Monday the 15th, the Queen and her brother were put on trial at the Great Hall of the Tower of London. It is estimated that some 2000 people attended. Anne conducted herself in a calm and dignified manner, denying all the charges against her. Her brother was tried next, with his own wife, Jane Parker, testifying against him (she got her due later in the scandal of Catherine Howard). Even though the evidence against them was scant, they were both found guilty, with the sentence being read by their uncle, Thomas Howard , the Duke of Norfolk. They were to be either burnt at the stake (which was the punishment for incest) or beheaded, at the discretion of the King.
On 17 May, George Boleyn was executed on Tower Hill. The other four men condemned with the Queen had their sentences commuted from the grisly fate at Tyburn to a simple beheading at the Tower with Lord Rochford.
Anne knew that her time would soon come and started to become hysterical, her behavior swinging from great levity to body- wracking sobs. She received news that an expert swordsman from Calais had been summoned, who would no doubt deliver a cleaner blow with a sharp sword than the traditional axe. It was then that she made the famous comment about her 'little neck'.
Interestingly, shortly before her execution on charges of adultery, the Queen's marriage to the King was dissolved and declared invalid. One would wonder then how she could have committed adultery if she had in fact never been married to the King, but this was overlooked, as were so many other lapses of logic in the charges against Anne.
They came for Anne on the morning of 19 May to take her to the Tower Green, where she was to be afforded the dignity of a private execution.
This morning she sent for me, that I might be with her at such time as she received the good Lord, to the intent I should hear her speak as touching her innocency alway to be clear. And in the writing of this she sent for me, and at my coming she said, "Mr. Kingston, I hear I shall not die afore noon, and I am very sorry therefore, for I thought to be dead by this time and past my pain ". I told her it should be no pain, it was so little. And then she said, "I heard say the executioner was very good, and I have a little neck", and then put her hands about it, laughing heartily. I have seen many men and also women executed, and that they have been in great sorrow, and to my knowledge this lady has much joy in death. Sir, her almoner is continually with her, and had been since two o'clock after midnight.
She wore a red petticoat under a loose, dark grey gown of damask trimmed in fur. Over that she was a mantle of ermine. Her long, dark hair was bound up under a simple white linen coif over which she wore her usual headdress. She made a short speech before kneeling at the block, recorded by Edward Hall:
Good Christian people, I am come hither to die, for according to the law, and by the law I am judged to die, and therefore I will speak nothing against it. I am come hither to accuse no man, nor to speak anything of that, whereof I am accused and condemned to die, but I pray God save the King and send him long to reign over you, for a gentler nor a more merciful prince was there never: and to me he was ever a good, a gentle and sovereign lord. And if any person will meddle of my cause, I require them to judge the best. And thus I take my leave of the world and of you all, and I heartily desire you all to pray for me. O Lord have mercy on me, to God I commend my soul.
After being blindfolded and kneeling at the block, she repeated several times: To Jesus Christ I commend my soul; Lord Jesu receive my soul.
Her ladies removed the headdress and tied a blindfold over her eyes. The sword itself had been hidden under the straw. The swordsman cut off her head with one swift stroke.
Anne's body and head were put into an arrow chest and buried in an unmarked grave in the Chapel of St. Peter ad Vincula which adjoined the Tower Green. Her body was one that was identified in renovations of the chapel under the reign of Queen Victoria, so Anne's final resting place is now marked in the marble floor.
SBF
sabato 27 novembre 2010

Perchè i popoli non dimenticano
La battaglia di Washita
Era una notte di cielo terso, con un freddo intenso che faceva star male al solo pensarci. I cavalli dovevano essere spostati con grande prudenza e circospezione perché il terreno, ricoperto di ghiaccio, scricchiolava sotto i loro zoccoli e il rumore poteva essere udito a grande distanza nel silenzio.
Terminato il dispiegamento delle forze, ai soldati fu consentito di riposare un pochino dandosi il cambio nelle postazioni. Gli uomini avevano i nervi a fior di pelle e la paura che era quasi palpabile. Ovviamente quasi nessuno riuscì a dormire veramente e neppure a distendersi, perché ciascuno di loro sapeva bene che quelle ore di attesa potevano essere anche le ultime della vita. Gli indiani sarebbero stati sorpresi nel sonno, certamente, ma avrebbero poi venduto cara la pelle e una freccia poteva arrivare da qualsiasi parte.
Nel campo indiano quelle ultime ore della notte trascorrevano pigramente. Dai colmi dei tepee usciva un sottile filo di fumo che si disperdeva immediatamente nel freddo dell’aria. I cani, sempre così attenti a ogni minimo segnale di pericolo, non si accorsero della minaccia incombente. Anche i cavalli si scaldavano stringendosi l’uno all’altro senza un nitrito di inquietudine. Il capo Pentola Nera sapeva di poter dormire sonni tranquilli: lui aveva scelto, poco tempo prima, di porre il “segno” sui fogli di pace dei bianchi a Medicine Lodge.
Era sicuro di avere messo la sua gente al riparo dai guai, a rafforzare questa certezza c’era anche la tranquillità di sapere che nessuno tra i giovani si era reso colpevole di attacchi ai coloni o alle carovane o ai posti di scambio. Questa convinzione, nonostante l’attacco sconsiderato subito a Sand Creek da quell’assatanato di Chivington, gli consentiva di potere dormire senza ansiosi patemi… Ad ogni buon conto una bandiera bianca sventolava sul suo tepee.
Il primo raggio di sole mattutino vide i soldati del VII° Cavalleria ormai pronti all’attacco, tutti in postazione, i cavalli al fianco e i fucili con cento proiettili di riserva pronti all’uso.
Custer ordinò ai suoi ufficiali: “Gli uomini si tolgano i cappotti e appoggino le bisacce a terra” e questi si curarono di trasmettere prontamente quell’ordine perché fosse eseguito. La manovra serviva a liberare i soldati da ogni intralcio ritenuto superfluo nel corso della battaglia che stava per iniziare. I cappotti e le bisacce sarebbero stati raccolti dai soldati al seguito dei carri.
Si spara a tutto ciò che si muove
Improvvisamente esplose uno sparo. Era stato un indiano che aveva avvistato un soldato. Da quel momento gli eventi precipitarono, l’azione divenne rapidissima. Le forze di Custer assalirono il villaggio dai quattro punti in cui si disposti. Un gruppo di cavalleggeri, tra il furioso abbaiare dei cani, attraversò al galoppo il villaggio in direzione dei ponies indiani, per catturarli e impedire la fuga dei Cheyenne. A questi cavalieri il villaggio parve deserto perché tutti gli occupanti erano ancora all’interno delle tende.
I soldati sbucarono improvvisamente dai loro nascondigli, dalle forre circostanti, dai cespugli e dai macchioni di salvia gelata e si gettarono all’attacco coi loro enormi cavalli americani che tanto spaventavano gli indiani. La banda musicale prese a incitare i cavalleggeri suonando “Garry Owen”.
Il villaggio si animò di colpo in un inferno di spari, sciabolate, urla e pianti, cavalli al galoppo, gente che fuggiva da tutte le parti. I guerrieri non riuscirono ad organizzare una seria azione difensiva e il loro unico pensiero fu di agguantare qualunque arma e gettarsi nella mischia contro i soldati per consentire alle donne di scappare e portare in salvo i bambini. La battaglia si trasformò rapidamente in combattimenti corpo a corpo che impegnarono i cavalleggeri contro adulti e ragazzini, persino alcune donne che disperatamente tentavano di difendere la propria vita e i figlioletti. Le distruttive galoppate dei cavalieri attraverso il villaggio li portarono ad inseguire i fuggitivi in tutte le direzioni, fino nel fiume, tra i canneti, dentro i cespugli. Le “prede” venivano stanate e uccise sul posto, senza alcuna pietà. Ovunque si vedesse movimento iniziavano le sparatorie. Gesti nervosi, a volte disperati, tutto era concitato, frenetico. I soldati avevano ricevuto ordini precisi: tutti i guerrieri dovevano essere annientati senza alcuna pietà e la stessa sorte doveva essere riservata a chiunque mostrasse ostilità, uomini, donne e bambini. Accadde proprio così! Nonostante la bandiera bianca che sventolava sulla tenda del capo, gli indiani, colti alla sprovvista, in pieno inverno e nel chiaroscuro dell’alba, furono sconfitti senza aver potuto realmente combattere. Morti dappertutto e feriti moribondi, senza speranza di essere curati, si potevano trovare anche a molta distanza dal campo indiano.
Nel frattempo, mentre il grosso delle truppe di Custer prendeva possesso del villaggio, una parte dei soldati era andata a presidiare una collinetta vicina, dalla quale si poteva osservare tutta la zona circostante. “Ma è enorme – disse con stupore il Tenente Godfrey – saranno centinaia e centinaia!” Si riferiva alle tende dell’enorme villaggio indiano che si stendeva a pochissima distanza da quello di Pentola Nera. Come era consuetudine, gli indiani di diverse tribù condividevano parte dei mesi invernali ponendo gli accampamenti in zone contigue. Il campo di Pentola Nera era solo uno dei villaggi della zona. Da tutti gli altri stavano avvicinandosi al galoppo ingenti forze di guerrieri, armati di tutto punto, per tentare di soccorrere gli amici Cheyenne.
Contro queste centinaia di guerrieri andarono letteralmente a sbattere un manipolo di soldati guidati dal maggiore Joel Elliott, che nella foga di inseguire i fuggitivi si era allontanato troppo dal grosso delle truppe. Dopo una breve e disperata resistenza, vennero sterminati fino all’ultimo uomo dai guerrieri di Mano Sinistra.
Godfrey nel frattempo era corso al campo galoppando a rotta di collo e appena incontrato Custer gli fece una relazione dettagliata di quanto aveva potuto vedere. Custer si mostrò visibilmente preoccupato ma decise di non prestare soccorso a Elliott nonostante le critiche degli ufficiali, ordinò solamente di accelerare le operazioni.
Molti soldati mostrarono forte interesse per certi manufatti e capi di abbigliamento lasciati dagli indiani; venne loro consentito di prelevare dai tepee alcuni oggetti personali e altre cose utili per il viaggio di ritorno, poi parte delle tende venne smontata rozzamente dai soldati per accatastarle in un mucchio enorme al quale venne dato fuoco. Lo stesso fuoco fu esteso al resto delle tende e a tutti gli oggetti a cui si poteva appiccarlo. Niente che potesse aiutarli a riorganizzarsi doveva essere lasciato agli indiani. Ai prigionieri fu infine permesso di scegliere un pony ciascuno.
Dalle creste dei rilievi intorno al campo si affacciavano gli altri indiani, indecisi sul da farsi e incapaci a qualsiasi reazione, preoccupati per quanto era accaduto e per quanto stavano ancora facendo i soldati. Fremevano vedendo le loro donne e i bambini prigionieri dell’odiato nemico.
Custer decise un ennesimo gesto di sfida molto emblematico. Fece raggruppare in un corral improvvisato gli oltre 900 ponies indiani in maniera che non potessero sfuggire. Organizzò i soldati in più batterie e scatenò una gigantesca sparatoria contro quelle povere bestie indifese. Le file dei soldati sparavano a turno e non smisero di sparare finché anche l’ultimo cavallo non cadde a terra morente. Ci fu un caos di fumo e spari, nitriti disperati, neve che schizzava dappertutto, fango e sangue. Tanto sangue, al punto che la neve divenne presto rossa. Gli indiani assistevano da lontano disgustati, rabbiosi e impotenti.
Quando anche quest’ultimo eccidio venne completato le truppe iniziarono a muoversi. Per spaventare gli indiani che li stavano osservando, Custer simulò l’intenzione di voler rivolgere la sua cavalleria in direzione dei loro villaggi. I guerrieri fecero immediatamente dietrofront per avvisare la loro gente e organizzare la difesa. La manovra diversiva durò poco, quel tanto che bastò ad ottenere lo scopo. A quel punto le truppe puntarono decise verso il forte di provenienza. Fino a tarda notte i pellerossa seguirono i soldati ma non fecero gesti ostili. Era troppo forte la paura di fare del male, sia pure involontariamente, ai prigionieri tra i quali c’erano anche i propri cari .
La battaglia del Washita era finita. L’esercito riuscì a contare 103 nemici morti ma di questi solo 11 erano guerrieri.

Perchè i popoli non dimenticano
Black Kettle (Pentola Nera)
Si hanno a disposizione solo poche note sulla vita del capo dei Cheyenne del Sud Pentola nera (????-1868), ma i suoi ripetuti sforzi per assicurare al suo popolo una pace dignitosa, nonostante le promesse non mantenute dall’uomo bianco e diversi attentati di cui fu vittima, ci fanno capire che grande condottiero sia stato e ci insegnano quanto fosse determinata la sua fiducia nella coesistenza tra la società dei bianchi e la cultura dei popoli delle pianure.
Pentola Nera visse nei vasti territori del Kansas dell’Ovest e del Colorado dell’Est, territori che secondo il Trattato di Fort Laramie del 1851 appartenevano al popolo Cheyenne.
A meno di dieci anni dalla firma dell’accordo, ad ogni modo, la corsa all’oro del Pikes Peak (1859), causò un enorme aumento della popolazione in Colorado, con una conseguente intensificazione degli insediamenti di bianchi in territorio Cheyenne.
Anche le autorità locali americane, poste di fronte all’accaduto ammisero che i bianchi “si erano sostanzialmente appropriati del territorio e avevano privato gli indiani dei loro mezzi di sostentamento”.
Purtroppo, invece di prendere provvedimenti nei confronti dei nuovi insediati, il Governo decise di risolvere la questione proponendo ai Cheyenne un nuovo trattato. Fu chiesto loro di cedere tutti i territori appartenenti alla tribù eccezion fatta per la piccola riserva di Sand Creek nel Sud-Est del Colorado.
Pentola nera, conoscendo lo schiacciante potere dell’esercito dell’unione e temendo che un possibile rifiuto non avrebbe fatto altro che portare ad un accordo ancor più sfavorevole per il suo popolo, firmò il trattato nel 1861, e da quel momento in poi fece il possibile affinché i Cheyenne lo rispettassero. Ad ogni modo la riserva di Sand Creek non era in grado di produrre il sostentamento necessario all’intera popolazione che vi era confinata. Tutto fuorché adatta all’agricoltura, la striscia di terra non era altro che terreno fertile per le epidemie che, in breve tempo, iniziarono a mietere vittime nell’accampamento. Nel 1862 la mandria di bufali più vicina al campo distava oltre duecento miglia.
Presto molti Cheyenne, specie quelli più giovani, iniziarono ad allontanarsi dalla riserva per far razzia delle merci stipate nei magazzini dei vicini insediamenti e per assaltare i vagoni dei treni.
Una di queste scorribande fomentò a tal punto l’ira degli abitanti del Colorado che la milizia locale fu mobilitata, con l’ordine di aprire il fuoco sui primi Cheyenne avvistati. Nessun membro della tribù di Pentola Nera aveva partecipato al raid e il capo Cheyenne si era subito mobilitato per parlamentare con l’esercito dei bianchi, eppure gli abitanti non attesero e iniziarono subito i combattimenti.
L’incidente tra indiani ed esercito provocò un insurrezione incontrollata in tutta la zona delle Grandi Pianure, dove popoli quali i Comanche e i Lakota sfruttarono il coinvolgimento dei bianchi nella guerra civile per sferrare decisivi attacchi agli invasori.
Solo Black Kettle, che ben conosceva troppo bene la supremazia dell’ esercito nemico decise di rimanere fuori dai combattimenti. Parlò con il comandante delle milizie del Colorado e con un accordo a Fort Weld pensò di aver assicurato al suo popolo una promessa di pace e protezione in cambio del rientro incondizionato a Sand Creek.
A destra, Black Kettle
Eppure il Colonnello John Chivington, comandante del Terzo Volontari del Colorado, non aveva alcuna intenzione di rispettare la promessa. Le sue truppe non erano riuscite a trovare un gruppo di Cheyenne con cui combattere quindi, avuto notizia del ritorno di Black Kettle nella riserva, l’ufficiale decise di attaccare gli accampamenti all’alba del 29 Novembre 1864. I morti furono circa 200, specie donne e bambini, e dopo il massacro gli uomini del Colonnello mutilarono molti dei corpi, solo per poi esibire i resti come trofei in una parata a Denver. Pentola Nera riuscì miracolosamente a sfuggire alla morte nel ‘Massacro di Sand Creek’.
Nonostante tutto il capo Cheyenne decise di continuare a trattare la pace, mentre gli altri indiani avevano deciso di rispondere agli atti delle milizie americane con scorribande isolate lungo le linee ferroviarie e nei ranch vicini. Nell’Ottobre 1865 lui e altri capi erano riusciti ad assicurarsi, tramite un nuovo ma svantaggioso accordo, la cessione di nuovi territori nel sud del Kansas in cambio di Sand Creek. L’accordo, comunque, di fatto privava le tribù di gran parte dei territori di caccia su cui da centinaia di anni si basava la vita del popolo.
Solo parte della Nazione dei Cheyenne del Sud seguì Black Kettle e gli altri capi nelle nuove riserve. Altri si spostarono a Nord, in territorio Lakota.
Molti altri ancora semplicemente ignorarono il trattato e continuarono le scorribande nelle terre dei loro antenati. Quest’ultimo gruppo, che perlopiù consisteva di giovani guerrieri alleatisi con il capo di guerra Naso Romano (Roman Nose), riuscì semplicemente ad attirare le ire del Governo. Fu così che il Generale William Tecumseh Sherman intraprese una campagna volta a ricacciare i dissidenti nelle riserve prestabilite. Roman Nose e i suoi uomini risposero con le armi, conseguendo ,come unico risultato, il merito di aver causato il blocco del traffico di merci nel Kansas dell’Ovest.
A questo punto, i diplomatici del Governo americano cercarono di trasferire i Cheyenne del Sud ancora una volta, in due piccole riserve nella zona dell’attuale Oklahoma, con la promessa di rifornire le tribù di diversi tipi di provvigioni annue. Anche in quell’occasione Pentola Nera fu tra i capi che firmarono il trattato (Il Medicine Lodge Treaty del 1867), ma, appena la sua gente giunse nei territori stabiliti, gli aiuti promessi non furono più spediti e per la fine dell’anno un numero maggiore di guerrieri Cheyenne si unì a Roman Nose.
George A. Custer
Nell’Agosto del 1868 Roman Nose comandò una serie di incursioni nelle fattorie del Kansas, provocando un’altra risposta armata da parte dei coloni. Sotto la guida del generale Philip Sheridan, tre colonne di truppe intrapresero una campagna invernale contro gli accampamenti Cheyenne. In testa alle truppe era il Settimo Cavalleggeri, guidato da George Armstrong Custer.
Nel pieno di una bufera, Custer seguì le tracce lasciate da un gruppo di indiani a cavallo, fino a un piccolo villaggio Cheyenne sul fiume Washita, dove giunse l’ordine d’attaccare. Il villaggio in questione era quello di Pentola Nera, sito entro i confini prestabiliti dal trattato del 1867, con una bandiera bianca che sventolava in cima al Tipi del capo. Nonostante ciò, all’alba del 27 Novembre 1868, quasi in corrispondenza dell’anniversario del ‘Massacro di Sand Creek’, la truppe di Custer diedero la carica.
Questa volta Black Kettle non fece in tempo a scappare: sia lui che sua moglie caddero sulla rive del fiume Washita, con il corpo crivellato dalle pallottole, dopodiché i loro cadaveri vennero più e più volte calpestati dai cavalli dei soldati. Custer, in seguito, dichiarò che fu una guida Osage a prendere lo scalpo del capo indiano il cui corpo non fu più trovato.
Sulle sponde del Fiume Washita, le speranze d’indipendenza e di libertà del popolo Cheyenne morirono con il capo Pentola Nera: nel 1869 furono tutti cacciati dalle Pianure e confinati nelle riserve.
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