lunedì 7 marzo 2011


Il NETTARE DELL'IMMORTALITÀ DI GOBHNIU IL FABBRO (2 parte)
Secondo le descrizioni, questi esseri avevano la pelle chiara ed erano di grande bellezza. Molti divennero eroi del Fianna, una grande forza combattente dell’Irlanda, composta da guerrieri scelti comandati da Finn Mac Cuhmail, presentato sia come un gigante che come un eroe. Sua moglie era una dea cervo e gli diede un figlio di nome Oisin che aveva lo stesso potere materno di mutare forma. (Come Manannan, quindi una capacità comune ad alcuni di loro.) Oisin è protagonista tra l’altro di una storia che molto ha a che vedere con i fenomeni di missing time, tipici di molti rapimenti, tra cui quello del caporale Valdés dell’esercito cileno. Oisin andò nella "Terra della Giovinezza" per sposare Niave, una principessa di quelle terre. Visse con lei per tre anni nell’altromondo, ma poi sentì la nostalgia degli altri Fianna. Ritornò a casa sul cavallo magico di Niave e scoprì che erano passati centinaia di anni e i Fianna non erano altro che leggende quasi dimenticate. Si imbatté in un vecchio caduto in un fossato e mentre lo stava aiutando ad uscirne, la cinghia della sua sella si ruppe. Non appena toccò il terreno, Oisin divenne vecchissimo e il cavallo se ne volò a casa. Questa è la storia che lui stesso - o almeno un uomo che affermava di essere Oisin - raccontò circa duecento anni fa. Sull’isola regnò anche l’eroe Lugh, Dio del Sole, giovane, forte e radioso, dai capelli d’oro, a volte denominato "lo Splendente". Vale, qui, il parallelo fra Lugh e gli ET cosiddetti "Nordici". Un altro Dio dei Tuatha De Danann, spesso associato a descrizioni di razze aliene "recentemente" in visita sulla Terra è Cernunnos, dio della natura, dello sciamanesimo, degli animali e della reincarnazione, conosciuto presso i druidi anche come Hu Gadarn. Indossa di solito il Torc (ornamento circolare celtico) e governa anche sul Mondo Sotterraneo e i Piani Astrali. I figli di Danu sono conosciuti anche come "Gli Eterni", perché erano a parte del segreto dell’immortalità. Celebravano una Festa dell’Età, con la quale nessuno diventava vecchio, dove si beveva la birra di Gobhniu il fabbro. Non deve sorprendere l’accostamento dell’immortalità con un dio della metallurgia. L’arte del fabbro era tenuta in grande considerazione dagli dei: egli era in contatto con le sottili forze telluriche e magmatiche della Terra, i cui flussi lavici rappresentavano il mestruo della Dea, apportatrice di vita e dell’immortalità. Inoltre, le armi forgiate da Gobhniu non avrebbero mai mancato il bersaglio. Gobhniu sopravvive nelle fiabe popolari irlandesi con il nome di "Gobhan Saor", il leggendario architetto e costruttore di ponti d’Irlanda. Negli antichi manoscritti irlandesi "Il libro di Leinster" e "Il Libro di Dun Cow" gli appartenenti alla razza dei Tuatha De Danann vengono descritti come "dei e non dei", indicando che essi sono di fatto una via di mezzo. Comunque, coloro che seguono la via faerica irlandese, una tradizione ancestrale, hanno sempre riconosciuto l’esistenza di un potere superiore. Detto questo, è comunque indubbio che i Tuatha De Danann fossero trattati come "dei che vivono tra di noi".

LA VISIONE DI SAN PATRIZIO
È importante notare come i Celti considerassero i loro dei come un’altra forma di vita, non superiore o migliore di loro o delle loro famiglie. Le parole "Dio" e "Dea" hanno un significato ben diverso da quello che si intende presso altre popolazioni. Non venivano adorati, come si fa in altre religioni. Erano rispettati e ammirati in quanto capaci di compiere prodigi impossibili agli umani e non perché fossero esseri divini. Erano di carne e ossa, "reali". Di fronte all’opera distruttiva della chiesa romana nei confronti dei pagani e degli elementi pagani della chiesa celtica, la gente ha dovuto trovare dei metodi per preservare le proprie tradizioni, nelle maniere meno offensive possibile, fra cui le leggende delle "fate" e degli "eroi". Le divinità celtiche sono viste in modi diversi, ma spesso come coloro che governano il mondo fatato, popolato anche da spiriti di diversa natura e dalle anime dei morti. Forse nessuno saprà mai veramente se i Celti abbiano visto davvero gli dei, ma a tutt’oggi in molti venerano il popolo fatato quali dee e dei, specie nelle nuove religioni Wiccan e Asatrù. Così, anche se non fossero state divinità allora, lo sono diventate adesso.
Nei primi manoscritti irlandesi, provenienti da più antiche tradizioni orali, ci sono dei riferimenti ai Tuatha De Danann. Oltre a descriverli come una via di mezzo tra umani e dei, si dice che venissero dal cielo e avessero conoscenza e intelligenza illimitate. Erano dei di un popolo che considerava il Regno della Terra, il Regno dei Misteri e il Regno dello Spirito di uguale importanza. La fede nei Tuatha De Danann era così forte che neppure la religione cristiana poté rimuoverla. In un dialogo che avviene tra San Patrizio e il fantasma di Caeilte del Fianna, Patrizio è sbalordito nel vedere una donna fatata uscire dalla grotta di Cruachan indossando un mantello verde e una corona d’oro sulla testa. La donna è giovane e bellissima, mentre Caeilte è vecchio e consunto. Quando Patrizio - comprensibilmente sconvolto - ne domanda la ragione, Caeilte gli risponde: "Lei appartiene ai Tuatha De Danann che sono immutabili, e io appartengo ai figli di Mil, che deperiscono e svaniscono." Una testimonianza abbastanza credibile, vista la provenienza "ortodossa". I figli di Mil sono una popolazione celtica che conquistò l’Eire nel corso della quinta invasione dell’Irlanda. Dopo essere stati sconfitti dai gaelici, i figli di Danu - i Tuatha - si ritirarono nelle colline cave, i monti Sidhe situati sottoterra, dove vivrebbero tutt’oggi. Bodb Dearg (Bodb il Rosso), figlio maggiore di Dagda, fu scelto per essere il loro re. Si dice che fosse esperto in incantesimi e misteri. Alcuni degli dei furono contrari alla scelta di Bodb, specialmente Midir, un altro figlio di Dagda. Midir l’Orgoglioso era il Dio gaelico del mondo sotterraneo e signore della morte e della resurrezione. Sulla sua isola magica, che per alcuni sarebbe l’isola di Man, aveva tre mucche magiche e un calderone incantato. Nelle leggende è descritto come un nobile principe di grande splendore e bellezza. Alcuni sostengono che i superstiti dei Tuatha De Danann divennero una razza chiamata Sidhe. Altri credono si tratti di due distinte razze. E si fa anche una distinzione tra i Sidhe che si vedevano camminare sul terreno dopo il tramonto e gli Sluagh Sidhe, le armate magiche che viaggiano attraverso l’aria di notte e di cui si dice che portino via i mortali nei loro viaggi. Ci sono anche i Sidhe guardiani della maggior parte dei laghi irlandesi e scozzesi.

BRIGADOON, L'ALTROMONDO E LA MADRE UNIVERSALE MORRIGAN
Queste categorie così differenti di esseri Sidhe combaciano con le testimonianze di chi ha visto - e classifica - i Sidhe in spiriti del legno, spiriti dell’acqua, dell’aria e così via, spiriti elementali per ogni luogo. Lough Gur, a County Limerick, è un posto veramente magico, dove si possono incontrare molti dei re e delle regine Sidhe d’Irlanda. Il lago si trova all’interno di un cerchio di colline, ma una volta ogni sette anni appare come una terra asciutta, dove si può trovare un’entrata alla "Terra della Giovinezza". Strano ma vero, anche nel musical americano "Brigadoon" (di Vincente Minnelli, MGM, 1954) si parla di un luogo fatato che appare un giorno ogni cento anni terrestri tra le nebbie scozzesi. Coincidenza? Tutte le popolazioni che sono succedute ai Tuatha De Danann hanno pensato che i loro monumenti megalitici fossero passaggi per "l’Altromondo". Nel ciclo mitologico si dice che in quell’epoca le persone avessero poca paura della morte in quanto veniva loro insegnato che l’anima non moriva, ma andava in altri luoghi, sempre in fiore, ricchi di cibo e di bevande in abbondanza e dove la gioventù e la salute erano assicurate. È normale che per una popolazione spiritualmente avanzata come quella dei Danann non mancassero controparti femminili a tutte le grandi divinità maschili. La principale era Dana: per coloro che seguono la fede celtica irlandese Faerica, Dana (Danu) è l’aspetto primario del divino, superiore a tutti gli altri dei. È un’energia femminile ma contiene il maschile. È sia una dea che un dio. Dana è la grande Madre di tutti gli dei e le dee del Pantheon celtico, la Rossa Madre di Tutti, la madre ancestrale dei Celti irlandesi, che probabilmente esisteva sull’isola in una forma precedente chiamata Anu, la Madre Universale. C’è chi vede un parallelo tra la dea Dana irlandese e la Llys Don gallese, termine con cui comunemente si indicava la costellazione di Cassiopea. La Morrigan rappresentava invece l’aspetto oscuro della triplice Dea. Una strega con un sorriso demoniaco, composta da tre parti: Danu, Badb, che prendeva la forma di uccello, con la bocca cremisi, e decideva delle battaglie con la sua magia, con una grande brama per gli uomini; Macha, il Corvo, che si nutre delle teste dei nemici uccisi e domina i suoi uomini tramite l’astuzia e a volte con la forza. Altri aspetti della Morrigan: Medb, che acceca i nemici con la sua sola presenza e ha bisogno di trenta uomini al giorno per calmare il suo appetito sessuale e Scathach, "Colei che incute timore", dea delle arti marziali e della profezia. Questo era l’aspetto distruttivo della Dea Oscura, grande guerriera e maestra di spada, nativa dell’isola di Skye, istruttrice di Cuchullain. Qualità che confermano il motivo per cui i Celti adoravano questi esseri, in quanto non solo divini. Un gran bel popolo i Tuatha De Danann: abili guerrieri, tanto che anche i loro discendenti (Celti irlandesi e scozzesi) hanno mantenuto la fama (meritatissima!) di combattenti imbattibili e sanguinari e allo stesso tempo difensori della Natura in quanto Madre, sciamani, maghi e druidi in grado di interagire con gli Elementi.

domenica 6 marzo 2011


Un libertario finalmente matto

Gregorio Vanelli..

Molti sono i luminosi esempi che la memoria storica ci porta di dissidenti,eroi,oppositori del regime fascista.
Uomini e donne che segnarono con il loro lucido pensiero il duro percorso del popolo italiana per addivenire ad una forma di governo più o meno democratica.
Nessuno ricorda però che ci fu un dissidente che pagò ,forse più di altri ,per il suo pensiero.
Il mondo,la società,il fascismo ed i suoi stessi compagni(un proverbio indiano dice:nessuno è nemico più crudele di colui che ti corre accanto)non perdonarono a Gregorio di essere quello che è la vera paura della società:un matto.
E già sulla dizione matto e le sue variabili ci sarebbe da scrivere un trattato.
Cos’è un matto?e cos’era Gregorio?Una persona che attraverso parole creative e frasi a doppio senso,come solo “i matti”sanno fare,diceva verità ed emetteva giudizi politicamente distruttivi.
Forse ancor di più perché detti da un matto.
La pagò ,Gregorio ,la sua follia dissacrante e rivoluzionaria ,la pagò duramente.
Ma andiamo a proporre un esilarante,e nello stesso tempo drammatico episodio di cui fu protagonista il nostro.
Un bel giorno,il libertario Gregorio si caricò sulle spalle una fascina.
Forse oggi i cittadini rivoluzionari taroccati non ricordano bene la fascina,ma nelle campagne toscane si usa ancora.
E’ ,appunto,un fascio di verze o di saggina o di arbusti sottili e secchi che serve a dar fuoco al camino.
Insomma si caricò questa fascina sulle spalle ed ,avendola all’uopo mal legata,nel correre per le vie di Carrara,la città dove viveva,cominciò a perdere verze ed ancora verze.
Il Gregorio non aspettava altro ed iniziò a gridare:”Il Fascio si sfascia,il fascio si sfascia!!”e ancora “Si sta sfasciando il fascio”
La gente lo guardava un po’ contenta e un po’ no:grane in vista con la milizia.
Infatti lo arrestarono subito,ma essendo matto lo trasferirono in tempo reale al manicomio provinciale di Siena,competente per territorio alle follie carrarine,come Volterra lo era delle pisane e livornesi.
Arrivato al portone del manicomio Gregorio guardò la guardia che lo aveva in affidamento e disse:
“Vorrei saper se entro o esco”
Entrava e non uscì mai più.
Morì 7 anni dopo ,a guerra appena finita,abbandonato da tutti.
Ringrazio per questa preziosa testimonianza di storia vera ,l’amico Alfredo Mazzucchelli che me l’ha narrata conoscendo il mio amore per la storia dei piccoli,coloro senza nome.
Forse tra i tanti Soloni dell’oggi un Gregorio non ci starebbe male,ma penso abbiano uniformato anche la creativa follia.

S Berti Franceschi
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sabato 5 marzo 2011




TUATHA DE DANANN 1 Parte


Divinità celtiche provenienti dallo spazio, capaci di provocare tempeste ed eclissi, ridavano la vita o uccidevano a distanza. Eppure, nei confronti dell’uomo si mostrarono sempre amichevoli e protettive.



Nei tempi in cui viviamo è difficile - se non impossibile - vedere i mondi che ci circondano, le "altre dimensioni" che ci ruotano attorno. Siamo soffocati, accecati da un fumo venefico di fabbriche, denaro, interessi e scetticismo. Ma quando arriva Novembre, girando in un sottobosco, tra la foschia mattutina e i suoni di centinaia di animali invisibili, talvolta ci riesce di intravedere qualcosa. Certo, non tutti: solo alcuni, dotati forse di una maggiore sensibilità, o magari a causa di vite passate tra incantesimi ed eroi. Usando il terzo occhio, o solo aprendo il cuore e lasciando andare le proprie energie interiori, ecco che il mondo che ci circonda si anima di esseri più o meno umani, incantati, mitici, protagonisti di storie antichissime. Abbiamo già visto come alcuni popoli - quali i Nativi Americani - ricordino come i loro antenati provenissero da stelle lontane e si fossero stabiliti sulla Terra attirati dalla sua bellezza e dalla sua purezza. La stessa cosa vale per i discendenti dei Celti, ma la situazione è molto più complicata, perché i Celti non possedevano una tradizione scritta, per non lasciare nelle mani dei nemici i loro segreti e perché in seguito la chiesa ha fatto di tutto per cancellare ogni traccia di paganesimo, tramite inquisizione prima e indottrinamento poi, impedendo alla maggior parte delle popolazioni del nord Europa di tramandare correttamente la storia delle loro origini. Malgrado tutto, gli albori della storia celtica - sia essa irlandese, scozzese o gallese - ci sono parzialmente noti grazie ai miti tramandati oralmente e alle ballate più antiche, sfuggiti alle purghe cattoliche. Narrano le origini di una popolazione forte, eroica, coraggiosa, ribelle e a tutt’oggi indomabile, ricca di riferimenti a lontani pianeti e ad esseri ultraterreni.

ARRIVARONO DAL CIELO AVVOLTI NELLA NEBBIA
I protagonisti principali delle leggende sono i mitici Tuatha De Danann. Come per i Nativi Americani, le parole usate dai Celti per raccontare la storia dei loro antenati sono precise e difficilmente fraintendibili:
"I Tuatha De Danann arrivarono in Irlanda dal cielo avvolti in una nebbia. Vennero in Eire, esseri brillanti di luce, in nubi di fumo e lampi. Venivano dalle stelle gli Dei d’Irlanda". Dalle stelle... in nubi di fumo. La stessa rappresentazione è descritta spesso nella Bibbia: "E il Signore si presentò a loro di giorno in una colonna di nube, per mostrar loro la via"; "E il Signore disse a Mosè, ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube"; e ancora: "Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace"; e nel capitolo 24, versi 15-18, si legge: "E Mosè salì sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni." Entrambe le storie parlano di nubi, fumo e lampi. Un po’ troppo per una semplice coincidenza! Le narrazioni dei Celti continuano: "Al tempo del loro arrivo, l’Eire (Irlanda) era abitato da una razza conosciuta come Fir Bolgs". I Tuatha De Danann raggiunsero le coste avvolte dalle nebbie per nascondersi (mediante un dispositivo di occultamento?) ai Fir Bolgs. Secondo il Lebor Gabala, il "Libro delle Invasioni", la razza divina creò un’eclisse che durò tre giorni, e la Morrigan (deità principale, di cui parleremo in seguito) oltre alle nebbie creò delle tempeste che si scaricarono sui Fir Bolgs, sino a costringerli a cercarsi un nascondiglio. I poteri miracolosi estrinsecati dai Tuatha De Danann sembrano caratteristici di una civiltà stellare.
Quando le due parti si incontrarono, dopo un iniziale periodo di tregua, si accese una battaglia sanguinosa in cui i Fir Bolgs ebbero la peggio e così i Tuatha acquisirono il controllo del territorio irlandese. La tradizione vuole che i Tuatha De Danann giunsero in Irlanda il 1° Maggio (a Beltaine, celebrazione ancora oggi importante presso i pagani che seguono le antiche tradizioni celtiche) portando seco i tesori delle loro patrie native: dal regno di Findias la spada di Nuada, che non mancava mai la vittima; da Gorias la lancia di Lugh, che rendeva invincibile in battaglia chi la impugnava; da Murias il calderone di Dagda, capace di sfamare un numero illimitato di persone senza svuotarsi mai; e da Falias la Pietra del Destino, che emetteva un grido se veniva percossa dal giusto re. Lugh, Dagda e Nuada sono i nomi di tre degli dei della gente della Dea Danu, altro nome con cui ci si riferisce ai Tuatha. La radice del nome Tuatha significa anche "Nord". Nei miti celtici irlandesi il Nord è considerato la fonte di tutti i poteri. I Tuatha De Danann vengono dal Nord: qui hanno studiato tutte le loro potenti arti magiche. Le deità celtiche avevano una natura tribale ed ogni tribù prendeva nome dal Dio o dalla Dea che adorava. Perciò, i Tuatha De Danann erano i figli della dea Danu.

DAGDA, IL "PADRE DI TUTTI"
I personaggi che compongono il pantheon celtico non sono figure astratte, ma persone con caratteristiche e storie ben precise: di Dagda si dice che sia stato il più grande dei De Danann, signore della conoscenza e Sole di tutte le Scienze. Fu un regnante grande e generoso per 80 anni, chiamato anche Eochaid Ollathair, il Padre di Tutti, potente e pieno di talenti. Possedeva una mazza a doppia terminazione: con un capo poteva uccidere nove uomini in un colpo solo, mentre con l’altro poteva riportarli in vita. Sua figlia Brigit fu donna di saggezza e patrona della poesia. Nuada fu un altro sovrano, che regnò giustamente e con coraggio fino alla prima battaglia di Mag Tured, nella quale perse un braccio e Diancecht, medico dei Tuatha gliene fece uno di metallo prezioso, che valse al sovrano il nome di Nuada braccio d’argento. Tecnologia stranamente bionica e high-tech per una popolazione considerata barbara. D’altra parte, Diancecht era un dottore davvero speciale: guardiano di una fonte della salute insieme a sua figlia Airmed, era in grado di ridare la vita a tutti i guerrieri uccisi immergendoli totalmente nella fonte, causando gravi "problemi" e panico ai nemici che incontravano di nuovo in battaglia i guerrieri uccisi a fatica il giorno prima. Se però i guerrieri erano stati decapitati, allora la "resurrezione" diveniva impossibile. Altro che Highlander! Tecnologia aliena? Difficile non pensarci, anche perché, insieme a tutti gli artefatti che abbiamo nominato fino ad ora, possiamo aggiungere il mezzo di trasporto di un altro dio, Manannan MacLyr. Egli non era esattamente un membro dei Tuatha De Danann, ma piuttosto un dio del mare dal carattere nomade. Girava in mezzo al popolo con vesti dimesse, aiutandoli nelle loro imprese. Poteva mutare forma a piacimento. Era un dio molto potente e possedeva una nave magica che "viaggiava senza vele ed era guidata dal pensiero". E le astronavi aliene - secondo diverse fonti, incluso il Colonnello Corso - non hanno bisogno di comandi manuali per essere pilotate, in quanto vengono dirette tramite impulsi mentali. Giganteschi erano i cavalieri dei De Danann, ma con il passare del tempo e con l’opera di dissuasione della cristianità, persero importanza e dimensione. Erano grandi maestri di magia e si dice che fossero venuti dalle stelle per insegnare ai figli della Terra l’amore e l’armonia. Erano il popolo magico e i suoi grandi guerrieri servivano l’Ard Righ, o Grande Re, il cui palazzo era a Tara.

venerdì 4 marzo 2011


Il monachesimo irlandese ha delle caratteristiche peculiari.Fondato da Patrizio e Brigida sin dalle sue prime manifestazioni si inserisce nella più stretta tradizione gaelica conservando anche tutta la ritualità druidica.
A Clonard in Irlanda, san Finniano, abate, che, fondatore di molti monasteri, fu padre e maestro di una grande schiera di monaci.






San Finniano fu una figura eminente tra i santi irlandesi nel periodo immediatamente successivo a San Patrizio, apostolo dell’isola celtica, e diverse leggende nacquero attorno al suo nome. Una “Vita” risalente al X secolo narra che il santo nacque e studiò a Leinster, probabilmente ad Idrone, nella contea di Carlow. Nei pressi di tale città istituì tre fondazioni: Rossacurra, Drumfea e Kilmaglush. Trasferitosi poi in Galles, approfondì il monachesimo tradizionale di San David di Menevia, San Cadoco e San Gilda, che consideravano la vita monastica superiore a quella secolare ed attribuivano particolare importanza allo studio.
Finniano fece ritorno in Irlanda per fondare chiese e monasteri. Il suo grande monastero si trovava sul Boyne, nella contea di Meath, ove divenne celebre quale “maestro dei santi d’Irlanda” e quasi tre migliaia di discepoli si raccolsero attorno a lui. Secondo il Libro di Lismore, quando i monaci lasciarono Clonard, portarono con loro un libro dei Vangeli, un pastorale ed un reliquiario, attorno ai quali costruirono le loro chiese ed i monasteri. L’educazione dei santi del periodo successivo è considerata opera di San Finniano, ottimo conoscitore della Sacra Scrittura. Clonard mantenne infatti per secoli la sua reputazione di luogo specializzato negli studi biblici. Il monastero di Clonard subì vari attacchi durante le invasioni danesi e normanne, ma comunque dall’inizio del XIII secolo cessò la sua funzione di centro religioso della diocesi di Meath e passò ai canonici agostiniani, sino al XVI secolo.
San Finniano morì probabilmente di peste nel dicembre del 549, assistendo altre vittime della terribile epidemia. L’autore di una sua “Vita” irlandese afferma infatti: “Come Paolo morì a Roma per amore del popolo cristiano, altrimenti sarebbero tutti peritiall’inferno, Finnian morì a Clonard per amore del popolo, perchè non morissero tutti di peste gialla”.
Il Penitenziale di Finnian è un’opera attribuibile a lui. Esso si basa in parte su fonti gallesi ed irlandesi, su San Girolamo e San Giovanni Cassiano, ma parecchio materiale è invece originale e costituisce il più antico esempio di tal genere. Contribuì assai ad accrescere l’influenza di Clonard nella disciplina penitenziale e negli studi biblici. Le reliquie del santo furono custodite nella sua abbazia sino alla loro distruzione nell’887

giovedì 3 marzo 2011


Ciarán di Saighir

abate e vescovo di Seir-Kieran (Saighir)
Nacque nel III secolo a St. Kieran's Strand, vicino a Clear Island, in Irlanda e morì nel
IV secolo, a Seir-Kieran (Saighir), nella contea di Offaly, in Irlanda
E' spesso raffigurato in compagnia di una cinghiale
Patrono di Diocesi di Ossory
Ciarán di Saighir, detto Ciarán il Vecchio e conosciuto anche come Kieran, Kyran, Ceran, Queran, Queranus, Ciarano o Chierano (pronuncia:/kɪ’ɛra:n/, dal gaelico 'Ciar' che significa "scuro"; ... – ...), è stato un vescovo cattolico irlandese del VI secolo.

Fu un vescovo irlandese e fu il primo santo della chiesa cattolica nato in Irlanda (san Patrizio era un britanno).

Di sangue reale, nacque in un luogo noto oggi come St. Kieran's Strand, vicino Clear Island, all’estremo meridionale dell’Irlanda. È annoverato tra i Dodici apostoli d'Irlanda che studiarono alla scuola di San Finnian di Clonard, benché la cronologia non sia coerente. Dopo avere studiato anche a Tours e a Roma, fu ordinato sacerdote e vescovo e inviato a evangelizzare l’Irlanda. Una leggenda narra che San Patrizio gli avesse regalato una campana e gli avesse chiesto di fondare un monastero nel punto dove la campana avesse suonato la prima volta. Stabilì il suo eremo tra le Slieve Bloom mountains, dove gli unici suoi compagni erano gli animali selvatici: un cinghiale lo aiutò a costruire il suo primo rifugio.

Una leggenda racconta che vedendo un uccellino preda di un falco, pregò che il predatore glielo consegnasse. Il falco lo depositò ai suoi piedi sanguinante e l’uccellino guarì miracolosamente. Con il passare del tempo Ciarán raccolse dei seguaci con i quali fondò il monastero di Seir-Kieran (Saighir), vicino Ossory, nella contea di Offaly, che divenne anche il luogo di sepoltura dei re di Ossory. Vicino al suo monastero, sua madre Liadan costruì un altro convento. Tra i suoi miracoli si ricorda la resurrezione di sette suonatori d’arpa, uccisi da dei briganti, che per riconscenza si unirono al monastero. Durante un contrasto con il re Ailill, per punizione lo rese muto per una settimana. San Ciarán di Saighir viene spesso confuso con san Piran di Cornovaglia. Nella cattedrale anglicana di San Canizio, a Kilkenny, è conservato un seggio di pietra detto "il trono di San Kieran".
(nella foto)

mercoledì 2 marzo 2011


Cunegonda fedifraga e santa

Le Chiese d’Oriente e d’Occidente in due millenni di cristianesimo hanno attribuito l’aureola della santità quale corona eterna a non poche imperatrici, e talvolta anche ai loro mariti, che sedettero sui troni di Roma, di Costantinopoli e del Sacro Romano Impero. Sfogliando le pagine dell’autorevole Bibliotheca Sanctorum e della Bibliotheca Sanctorum Orientalium possiamo trovare i loro nomi: Adelaide, Alessandra e Serena (presunte mogli di Diocleziano), Ariadne, Basilissa (o Augusta), Cunegonda, Elena, Eudossia, Irene d’Ungheria (moglie di Alessio I Comneno), Irene la Giovane (moglie di Leone IV Chazaro), Marciana, Pulcheria, Placilla, Riccarda, Teodora (moglie di Giustiniano), Teodora (moglie di Teofilo l’Iconoclasta), Teofano. Anche nel XX secolo non sono mancate sante imperatrici: Sant’Alessandra Fedorovna, moglie dell’ultimo zar russo canonizzata dal Patriarcato di Mosca, la Serva di Dio Elena di Savoia, imperatrice d’Etiopia, ed in fama di santità è anche Zita di Borbone, moglie del Beato Carlo I d’Asburgo ed ultima imperatrice d’Austria.
Santa Cunegonda, oggi festeggiata, è venerata anche insieme al marito, l’imperatore Enrico II, la cui festa è però celebrata separatamente al 13 luglio. Le fonti relative a questa santa sono purtroppo costituite da notizie sparse, tramandate da alcuni cronisti contemporanei quali Tietmaro di Mersburgo e Rodolfo il Glabro, nonché da una vita composta da un canonico di Bamberga oltre un secolo dopo la morte. I genitori diedero alla figlia, sin dai primi anni, una profonda educazione cristiana. All’età di circa vent’anni, Cunegonda sposò il duca di Baviera, Enrico appunto, che nel 1002 venne incoronato re di Germania e nel 1014 sacro romano imperatore.
Su questo matrimonio, specialmente al principio del XX secolo, sono sorte parecchie polemiche: in alcuni testi antichi infatti, tra i quali la bolla di papa Innocenzo III, si narra che i due coniugi fecero voto di perpetua verginità e si parlò così di “matrimonio di San Giuseppe” e per tale motivo a Cunegonda è stato talvolta attribuito il titolo di “vergine”, ma secondo altri autori moderni una simile qualifica non corrisponderebbe alle narrazioni di contemporanei come Rodolfo il Glabro. Secondo quest’ultimo, I fatti, Enrico si accorse della sterilità della moglie, ma nonostante il matrimoniale germanico ammettesse il ripudio, non volle usare questo diritto per la grande pietà e santità che riscontrava nella consorte e preferì continuare a vivere insieme a lei pur senza speranza di prole. Fu proprio ciò, unitamente alla fama di santità che circondò i due coniugi, a far nascere in seguito la leggenda del cosiddetto “matrimonio di San Giuseppe”.
Nella Vita e nella bolla pontificia di canonizzazione si legge che Cunegonda fu oggetto di una grande calunnia di infedeltà coniugale ed Enrico, per provarne l’innocenza, decise di sottoporla alla prova del fuoco. La moglie accettò e passò miracolosamente indenne a piedi nudi sopra vomeri infuocati. L’imperatore chiese perdono all’augusta consorte per aver dato troppo credito agli accusatori e da quel momento visse in piena stima e fiducia nei suoi confronti. Non ci è dato sapere quale validità storica abbia concretamente questo episodio, resta comunque il suo alto valore simbolico.
Il 10 agosto 1002 a Paderborn Cunegonda fu incoronata regina e nel 1014 si recò a Roma con il marito per ricevere la corona imperiale dalle mani di papa Benedetto VIII, il 14 febbraio di quell’anno. La vita dell’imperatrice costituì un mirabile esempio di carità, umiltà e mortificazione, virtù che la caratterizzarono in molteplici manifestazioni. Assecondata dal pio marito, nel 1007 fece erigere il duomo di Bamberga e nel 1021 il monastero di Kaufungen, fondato in seguito ad un voto fatto durante una gravissima malattia da cui uscì pienamente ristabilita. Proprio in questo monastero benedettino volle ritirarsi nel 1025, addolorata per la perdita del marito. Nel giorno anniversario della morte di Enrico II, Cunegonda convocò parecchi vescovi per la dedicazione della chiesa di Kaufungen, cui donò una reliquia della Santa Croce. Dopo la lettura del Vangelo, si spogliò delle insegne e degli abiti imperiali, si fece tagliare i capelli e vestì il rozzo saio benedettino. Continuò, come già aveva fatto in precedenza, a spendere il suo patrimonio nell’edificazione di nuovi monasteri, decorando chiese ed aiutando i poveri. Intrapresa dunque la vita monastica, visse in assoluta umiltà come se mai fosse stata addirittura imperatrice. Prese a trascorrere gran parte delle sue giornate in preghiera e nella lettura delle Sacre Scritture, non disdegnando però i lavori manuali ed i servizi più umili. Un compito assegnatole che gradì particolarmente fu la visita alle consorelle ammalate per portare loro conforto ed assistenza. Si distinse inoltre per la pratica severa della penitenza: asumeva infatti esclusivamente il cibo indispensabile per sopravvivere, rifiutando ciò che poteva solleticare in qualche maniera il palato.
Sino al termine dei suoi giorni Cunegonda condusse questo stile di vita. Morì infine il 3 marzo di un anno imprecisato, generalmente viene preferito il 1033 anziché il 1039. Le sue spoglie mortali trovarono degna sepoltura presso quelle del marito nella cattedrale di Bamberga. Nei primi anni non fu oggetto di grande culto, ma dal XII secolo la venerazione nei suoi confronti crebbe grandemente fino a superare quella tributata già in precedenza ad Enrico. La causa di canonizzazione fu introdotta sotto il pontificato di Celestino III, ma solo Innocenzo III con bolla del 29 marzo 1200 ne approvò ufficialmente il culto. Nella diocesi di Bamberga nel XV secolo ben quattro solenni celebrazioni erano dedicate alla memoria della santa imperatrice: il 3 marzo (anniversario della morte), il 29 marzo (anniversario della canonizzazione), il 9 settembre (traslazione delle reliquie) ed il 1° agosto (commemorazione del primo miracolo).

domenica 27 febbraio 2011



GIORDANO BRUNO

(breve biografia elaborata essenzialmente sui seguenti testi: "Giordano Bruno" di Michele Ciliberto, Laterza, Bari 1992; "Giordano Bruno" di Giovanni Aquilecchia, Ist. Encicl. Ital., Roma 1971; " Il processo di Giordano Bruno" di Luigi Firpo, Salerno Edit.., Roma 1993)

Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere.
Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.

Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.

Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento.
Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele.
Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino.

La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio".

Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori".

Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo.

Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro.

Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tute le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi.

L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce. Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo.

Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani.

Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.).
Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato.

Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri.
Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali.
Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava.
Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso.
Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine.

Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Cardinal Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte" (Dialoghi Ital. a cura di G. Gentile Firenze 1985 pp. 698-99). Nel sommario del processo ci sono tramandati i capi d’accusa (24) ma non quelli ritenuti provati nella sentenza, che peraltro ci sono così riferiti dallo Schopp, a memoria:

1. Negare la transustanziazione;
2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo "Spaccio della bestia trionfante";
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine.

Di tali errori il quarto risulta manifestamente infondato essendo lo "Spaccio" piuttosto antiluterano che antipapista; le volgari invettive contro Cristo, i profeti e gli apostoli dei nn. 13 e 14 sono evidentemente echi di sfoghi contingenti di una persona esasperata. Dove il contrasto con l’Istituzione appare insanabile è piuttosto con il nucleo centrale della dottrina del B., adombrato nei punti 5, 6 e 8. Non è qui il caso di approfondire il sistema filosofico del nolano, ma il solo pensare che la terra, da centro di un limitato universo, oggetto specifico e privilegiato dell’azione creatrice di Dio, diventi un minuscolo puntolino in un universo infinito e tra mondi infiniti; che tale universo è pervaso e vivificato da uno spirito divino immanente; che nel continuo trasformarsi della vita anche le anime, immortali, informano corpi diversi, ecc. rendeva le Scritture, Cristo, la Vergine, i profeti e i dogmi come imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia mostrava ben più grande, e tutt’al più utili a tenere quieti i popoli. Probabilmente le idee di Bruno non sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, a sollecitare scismi lontanamente paragonabili a quello luterano; ma insomma di trattava, in un certo senso, di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo a quella tradizionale di S. Tommaso. E questo fu considerato un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia, della religione sulla ragione.



Il ritorno in Italia: dal processo al rogo

«Da Francoforte, invitato, come ho detto nell'altro mio constituto, dal signor Zuane Mocenigo, venni setto o otto mesi sono a Venezia. Io non tengo per nimico in queste parti alcun altro se non il signor Gioanni Mocenigo et altri suoi seguaci et servitori, dal quale son stato più gravemente offeso che da homo vivente; perché lui me ha assassinato nella vita, nello honore et nelle robbe, havendomi lui carcerato nella sua casa propria et occupandomi tutte le mie scritture, libri et altre robbe» [Sesto costituto del Bruno (Venezia, 4 giugno 1592)].
Rientrato a Venezia, ospite del Mocenigo, che lo denuncia, Bruno viene arrestato e portato nelle carceri di San Domenico di Castello.
«Dixit quod non debet nec vult resipiscere, et non habet quid resipiscat, nec habet materiam resipiscendi, et nescit super quo debet resipisci» [Visita dei carcerati nel Sant'Uffizio Romano. Minuta (Roma, 21 dicembre 1599)].
Nel suo ultimo costituto Bruno dichiara di non voler ritrattare perché non ha di che pentirsi.
La sentenza viene letta pubblicamente, alla presenza dei testimoni e della Congregazione del Santo Uffizio: «Dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dechiariamo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli sacri Canoni, leggi et constitutioni, così generali come particolari, a tali heretici confessi, pertinaci impenitenti, pertinaci et ostinati imposte; et come tale te degradiamo verbalmente et dechiariamo dover esser degradato, sì come ordiniamo et comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gl'ordini ecclesiastici maggiori et minori nelli quali sei constituito, secondo l'ordine dei sacri Canoni; et dover essere scacciato, sì come ti scacciamo, dal foro nostro ecclesiastico et dalla nostra santa et immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; et dover esser rilasciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di voi monsignor Governatore di Roma qui presente, per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro» [Copia parziale della Sentenza, destinata al governatore di Roma (Roma, 8 febbraio 1600

venerdì 25 febbraio 2011


La Cucina nel Medioevo



Nel Medioevo l'alimentazione dei più nobili era ricca di selvaggina condita spesso con spezie molto costose poichè provenivano dall' Oriente. L'alimentazione dei contadini era più povera e comprendeva alimenti che potevano sostituire la carne, come i legumi.
Con i miglioramenti dell'agricoltura i contadini si nutrirono prevalentemente di cereali; ma le paste alimentari furono prodotte solo a partire dal XIII sec. I contadini mangiavano una zuppa a metà mattina, del pane (cotto ogni 15 giorni in pesanti pagnotte), del formaggio e castagne bollite durante il giorno, la sera - quando tornavano dai campi - mangiavano di nuovo la zuppa o altri cibi molto poveri. Anche per i ricchi, il pane restava comunque l'alimento principale ma lo volevano bianco, di frumento. Un decreto imperiale dell'884 stabilisce il limite di ciò che può requisire un Vescovo ad ogni tappa delle sue visite pastorali con tutto il seguito, in una regione agricola: 50 pani, 50 uova, 10 polli e 5 porcellini.
Per fare il pane, i poveri mescolavano farine di vari cereali e, se occorreva, anche di legumi, come si faceva fin dai tempi antichi e come consigliava Dio nella Bibbia quando il profeta Ezechiele ricette il comando: "prendi del frumento, dell'orzo, delle fave, delle lenticchie, del miglio e della veccia e fanne del pane". Nei tempi di grande carestia, poi, si cercava di fare il pane con qualsiasi cosa, persino con la paglia e le cortecce macinate, e si ricorreva al cibo dei maiali: le ghiande. Il vino era bevuto sia dai nobili che dai monaci ma i poveri inizialmente erano esclusi da questo "privilegio". Mangiare molto e carne era considerato segno di ricchezza e di potenza. I monaci anche se provenivano da famiglie ricche erano soliti mangiare poco in segno di penitenza; essi però alternavano alle zuppe e verdure del pesce.
Nel Medioevo si amavano profumi e sapori che per noi non sono usuali, come quello delle rose, e gli accostamenti un po' particolari come agro-dolce, dolce-salato, dolce-piccante ecc., forse anche per le tante spezie usate (sempre dai piu` ricchi, pero). Ancora a proposito di ricchi, ricordiamo che i primi libri "ufficiali" di ricette risalgono al 1300, ma si trattava per lo piu` di preparazioni riservate solo a chi se le poteva permettere, richiedendo spesso ingredienti molto costosi.



A tavola la sedia del signore era la piu elevata, gli altri erano seduti su sgabelli. Si usavano vassoi d' argento e coppe d' oro, arrivavano in tavola interi cinghialetti arrostiti, frittate di centinaia di uova, enormi brocche di vino, fruttiere ricolme. In pieno Medioevo apparve uno strumento nuovo che impiegò molto tempo a conquistare le tavole di tutto il continente. Pier Damiani scrisse che durante un matrimonio tra nobili, la sposa si fece portare un "bidente d'oro" e mangiò la carne con quello, invece di usare le dita come dettavano le buone usanze. Era la prima forchetta, ma soltanto a due denti. Per molto tempo, però, fu usata soltanto dalle dame più nobili poichè per gli uomini era un segno di debolezza. Per pulirsi le mani c'erano diversi metodi, a seconda della raffinatezza, dell'ambiente e dell'epoca: si potevano strofinare con noncuranza sul mantello dei cani che girovagavano numerosi attendendo gli ossi, o si potevano lavare delicatamente con acqua di rose, o tergere su tovaglie di lino, che certo uscivano malconce dallo schizzare dei sughi. Dimenticare di offrire l'acqua di rose era considerato un'offesa, come del resto rifiutarla. C'era tutta una serie di regole da seguire, nei banchetti, tra cui "non sputare sul desco, tenere le unghie sempre "nette e piacenti", e infine - dopo essersi soffiati il naso - pulirsi le dita non sulla tovaglia ma nella propria veste. Sempre per pulirsi le mani, c'era anche un'altra soluzione, molto diffusa e graditissima ai poveri: si mangiava su... tovaglie di pane, cioè sopra uno strato di pasta sottile, rettangolare, una specie di "pizza", sulla quale ogni convitato tagliava la carne, lasciava colare il sugo, pulendosi poi le mani con un po' di mollica intatta; quel che restava di queste "tovaglie" veniva dato ai poveri che aspettavano alla porta.



Per tutto il Medioevo sulle mense dei pratesi il pane aveva il primo posto; al pane si accompagnava un alquanto ridotto seguito di companatici, il che contribuiva ad accrescere ulteriormente l'importanza del principale alimento. La nostra civiltà ha attribuito al pane il ruolo di principale garante della sopravvivenza, di provvidenziale scudo contro la fame.
I "buoni uomini" dei Ceppi elargivano farina e pane ai pratesi indigenti, per prima cosa garantivano ai beneficiati qualche giorno di minor preoccupazione: era così che si assicurava la tranquillità in occasione delle ricorrenze e negli altri frangenti in cui la fame di molti poteva rappresentare una fonte di grave turbamento. In questo Medioevo, quando si parla di carestia si deve intendere carestia di cereali: di tutto il resto si poteva anche fare a meno. Ma torniamo per ora al quotidiano; accanto al pane gli altri alimenti consueti per l'uomo comune sono gli ortaggi (prodotti spesso nell'orticello di proprietà, situato accanto all'abitazione o subito fuori le mura di Prato, piccoli fazzoletti di terra dai quali comunque si cavavano insalate, cavoli, zucche, legumi, agli, cipolle, porri e qualche frutto), il formaggio, le uova ed anche la carne, piatto non certo quotidiano per tutti ma neanche agognata rarità per buona parte della popolazione.
Per ciascun cittadino di Prato, tra il 1321 e il 1322 c'era una disponibilità annua di carne di 19,7 chilogrammi. La classifica per genere della carne più consumata vede al primo posto l'ovo caprina, e in particolare quella di castrone, seguita a poca distanza da quella suina (in realtà è probabile che le sopravanzasse, se si tiene conto che l'allevamento del porco per l'autoconsumo domestico - sfuggente alla gabella - era pratica diffusa) e poi da quella bovina. La classifica del pregio poneva ovviamente al primo posto la vitella, e poi il castrone, l'arista, e quindi la carne di bue adulto. Al tempo della grande fiera di settembre, si consumava carne di ovini adulti e di vitelli, dicembre e gennaio erano caratterizzati da un notevole afflusso sul mercato di carne suina e anche bovina. "A cagione che gli è di quaresima ti scriverò pocho e di rado" faceva sapere al marito Margherita Datini "ch'i'ò pocho ciervelo fuori di quaresima, perciò abimi per ischusareta"; e ancora "mi sono morta di fame in questa quaresima e il medicho dice che io òne più male di debolezze che d'altro". A questa temporanea austerità dettata dall'osservanza religiosa e all'altra ben più triste imposta ogni giorno dalle ristrettezze economiche, pratesi ricchi e poveri cercavano di ovviare con un notevole consumo di vino; diffuso in tutti gli strati della popolazione esso costituiva "il modo di procurarsi calorie ad un prezzo spesso più conveniente rispetto ad altri generi" particolarmente per i meno abbienti. I quali si accontentavano del vino locale, di bassa gradazione e bevuto spesso annacquato. Abbastanza rinomata era invece la campagna pratese per la produzione di frutta (fichi, prugne, noci, pere e mele, ciliege, pesche, poponi e cocomeri): anch'essa doveva avere un'importanza rilevante nell'alimentazione del tempo.Cibi dei ricchi e cibi dei poveri si differenziavano insomma in maniera notevole, non solo per quantità ma anche per qualità e per elaborazione, e l'arco della differenza dovette tendere a divenire più ampio nel corso del tardo Medioevo; pasti da "lavoratori": di pane, di vino, carne (presumibilmente "salata") era composto il desinare consueto di un maestro muratore e dei suoi manovali; insalata, cipolle e cacio costituivano il pasto offerto ai battitori del grano; cavolo e aringhe fece preparare Lapo Mazzei per due uomini venuti da Firenze a compiere certi lavori nel suo podere di Grignano. Che i "lavoratori" dovessero starsene per conto loro e mangiare non piu` del "giusto" si vede anche da questa storiella: pare che Luca del Sere si fosse scandalizzato quando seppe che Margherita Datini, vedova, aveva ospitato alla sua stessa tavola i pittori che affrescavano la sua casa con le storie di Francesco: ciò non era " nè bene nè onesto", e per quanto riguardava i loro pasti "e' non ànno a stare a noze nè a morir di fame: abino del pane e vino quello che bisognia loro, l'altre chose sechondo chome vi pare", come se fosse ovvio non avessero diritto a pretendere alcunchè di più. Come nel resto del mondo medievale, anche a Prato - dunque - a una ristretta categoria di ricchi molto ben nutriti, si contrappone la massa della gente che consumava soprattutto cibi vegetali (pane, ortaggi, zuppe) e poca carne di bassa qualita`, pur spendendo buona parte del suo poco denaro proprio per il cibo: "sbirciare" i banchetti dei potenti faceva nascere i sogni nelle menti del popolo e l'acquolina nelle loro bocche...



Restrizioni nella caccia, riserve venatorie, protezione di alcune specie, esistevano anche nel Medioevo e dimostrano fino a che punto gli uomini riuscissero a minacciare l'equilibrio ambientale. Queste restrizioni riguardavano solo i paesi densamente abitati con vaste coltivazioni come L'Inghilterra, mentre nei paesi come la Spagna e nell' Europa orientale non esistevano. Nell' Europa settentrionale, oltre alle zone coltivate, si trovavano molte foreste ampie che costituivano una fonte di risorse quasi inesauribile, prima fra tutte la legna. Anche i contadini sfruttavano le risorse della foresta raccogliendo bacche, miele, erbe, da cui estraevano sostanze chimiche a loro utili (ad esempio per conciare le pelli o fabbricare il sapone). La foresta era anche piena di animali veloci che venivano cacciati come selvaggina più o meno pregiata, d'altronde l' approvvigionamento di carne era ottenuto soprattutto dalla caccia. A poco a poco le grandi riserve incominciarono pero` a impoverirsi. La diminuzione della selvaggina indusse all' allevamento di animali da macello e a fissare prezzi per licenze di caccia. Così la caccia si trasformò progressivamente in uno sport per pochi riservato a quanti potevano affrontarne le spese, quindi cessò di rappresentare il naturale sistema di procurarsi il cibo da parte degli abitanti delle campagne.

Anche la pesca era molto importante per la popolazione medioevale: in particolare nei mari settentrionali la pesca e la preparazione di altri pesci salati e affumicati costituivano un ottimo guadagno per pescatori e commercianti. Spingendosi verso nord i marinai cacciavano pesci di grande taglia (balene, capodogli e trichechi) per la loro pelle, il loro grasso, le loro zanne. Sulla terra ferma si pescava in fiumi e vivai appositamente realizzati. Il pesce è sempre stato una sorpresa perchè, anche se le città facevano molti sforzi per organizzare il mercato, la pesca restava pur sempre incerta, la freschezza precaria e i trasporti difficili. Alla chiusura del mercato del Venerdì, i poveri recuperavano i pesci invenduti che gli venivano lanciati dai proprietari dei banchi che per legge glielo dovevano dare per evitare che al prossimo mercato potesse essere rivenduto il pesce avanzato al mercato precedente. Probabilmente in campagna (quelle lontane dalla riva del mare) non si conosceva il pesce di acqua salata. Dunque il pesce, benche` sinonimo di penitenza, era anche gola, perché l'incertezza di poterselo procurare rinfocolava il desiderio di averlo.



La differenza fra giorni quotidiani e festivi era molto grande soprattuto dal punto di vista alimentare (e soprattutto nelle case dei ricchi): nei giorni festivi gli acquisti aumentavano in modo sproporzionato: si comprava molta più carne, soprattutto pregiata (vitello, capretto, pollame, capponi). Gli uomini piu` agiati cominciavano ad andare a caccia gia` molti giorni prima; entrano nelle cucine dei signori molti prodotti: uova, farina, formaggi, spezie, indispensabili per la preparazione di alcune ricette. Per alcune feste religiose il consumo era ritualizzato: lasagne a Natale, farro a Carnevale, uova e formaggio per Ascensione, oca per Ognissanti, agnello a Pasqua; questa lista fu proposta da Simone Prudenziali, poeta orvietano di fine 200.



Una delle testimonianze più interessanti dell' epoca medievale è rappresentata dagli " erbari ". Qesti codici, riccamente miniati, raffiguravano le varie erbe e le piante allora conosciute, elencandone anche i vantaggi che se ne potevano trarre per la salute. Citiamo dal Tacuinum Sanitatis alcuni dei consigli terapeutici:



Frumento: indicato per guarire le ulcere.
Segale: indicato come calmante e sedativo.
Uovo: nutre, depura e ingrassa.
Miglio: per coloro che desiderano rinfrescarsi.
Bietole: il loro succo toglie la forfora.
Zucche: mitigano la sete e fanno bene ai collerici.
Cocomeri e cetrioli: abbassano la febbre.
Finocchio: giova alla vista.


Cosa erano e a che cosa servivano le spezie che l'occidente importava dall'oriente a carissimo prezzo? Le spezie (o droghe) sono in realtà bacche, gemme o semi di piante. Le più conosciute sono: cannella, noce moscata, zénzero, zafferano, cumino, ... Oltre a rendere più stuzzicanti i cibi contribuivano a conservarli meglio. Ma non solo, le spezie erano anche gli essenziali componenti di molte medicine: con il ginepro, il cumino e l'anice ci si facevano liquori, tonici ed elisir. Il pepe era invece un ottimo disinfettante intestinale. Esse erano fonte di grandi guadagni per i mercanti perchè erano poco ingombranti, perciò costava poco caricarne e trasportarne qualche migliaio di chili ed i compratori erano disposti a pagarle care. Le spezie tennero il primo posto nel commercio sul Mediterraneo fino al XVII secolo. Anche il sale era usato nella cucina e nelle farmacie. Oggi è un prodotto comune e poco costoso, ma nel medioevo era molto raro e caro, tanto che i governi ne tassavano spietatamente il consumo. Venezia si arricchì con le spezie ed il sale fino dall'alto medioevo, quando la principale attività dei veneziani era lo sfruttamento delle saline e il sale era usato come moneta e come mezzo di scambio.

Il sale esaltava il sapore degli alimenti e permetteva di conservare la carne ed il pesce essiccandoli. Era inoltre considerato un ottimo disinfettante, un ricostituente del sangue energetico e corroborante, una sostanza capace di rassodare pelle e muscoli. Ed era utilizzato nella concia delle pelli.

Il valore del sale era legato anche ad antiche tradizioni magiche e religiose, tanto che il carattere sacro e magico del sale è all'origine di molte credenze popolari vive ancora oggi, come quella di considerare un segno di sventura spargere e sprecare il sale.



Mastro Pasquadibisceglie

mercoledì 23 febbraio 2011


CARLO CATTANEO

BIOGRAFIA



Nacque il 15 giugno 1801 in Milano e morì il 6 febbraio 1869 in Castagnola, presso Lugano. Studioso di problemi economici, sociali, discepolo di Gian Domenico Romagnosi, ispirò la sua attività al proposito di promuovere gradualmente, attraverso il progresso scientifico, l'evoluzione politica dell'Italia. Così egli si adoperò assiduamente per realizzare un miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Lombardo-Veneto al fine di assicurarne l'autonomia in seno all'Impero asburgico. Un analogo processo di sviluppo politico nelle altre parti d'Italia avrebbe dovuto condurre, infine, alla formazione di una federazione italiana indipendente. Di formazione e di cultura positivista, nutrì un'assoluta fiducia nel progresso tecnico-scientifico come mezzo di elevazione materiale e morale dei popoli. Lasciò numerosi scritti, spesso frammentari. Le opere più famose sono Notizie naturali e civili su la Lombardia (1844) e Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra (1849). La vicenda pubblica di Cattaneo comincia nel 1820 quando fu nominato professore di grammatica latina e poi di umanità nel ginnasio comunale Santa Marta. Seguiva ogni tanto la scuola privata di Gian Domenico Romagnosi e si laureò in diritto presso l'Università di Pavia nel 1824. Nel 1835 lasciò l'insegnamento (e si sposò); da quel momento svolse l'attività di scrittore, occupandosi di ferrovie, di bonifiche, di dazi, di commerci, di agricoltura, di finanze, di opere pubbliche, di beneficenza, di questioni penitenziarie, di geografia, ecc., insinuando tra questi argomenti anche qualcuno di quelli che "hanno viscere", com'egli diceva, di letteratura ed arte, di linguistica e di storia, di filosofia. Richiesto nel 1837 dal governo britannico, scrisse sulla politica inglese in India e sui sistemi di irrigazione applicabili all'Irlanda. La sua attività di pubblicista cominciò ben presto a procurargli dei problemi con il governo austriaco di Milano. Lui che s'era tenuto estraneo a sette e congiure e che aveva cercato con la sua opera di accrescere il prestigio e il decoro e di elevare nell'animo dei cittadini la coscienza dei loro diritti, si trovò, in breve, a causa della sua idea di conquista graduale di riforme politiche e civili che ridessero al Lombardo-Veneto l'indipendenza, ad essere bersaglio della diffidenza dell'Austria. In verità Cattaneo, oltre ad aver serratamente criticato il programma di Gioberti, non fu contrario a lasciare l'Austria nel Lombardo-Veneto, a patto che concedesse riforme liberali. L'obbiettivo principale del suo programma - che precisò meglio solo dopo il 1848 - era la fondazione di tante repubbliche da unire in una Federazione. Non era favorevole, a differenza di Mazzini, ad una Repubblica unitaria; temeva che l'accentramento avrebbe sacrificato l'autonomia dei Comuni, delle regioni e delle zone più povere, soprattutto il Mezzogiorno. Il raggiungimento di una vera libertà e di una reale indipendenza era possibile, secondo lo storico ed economista milanese, solo attraverso l'educazione delle masse lavoratrici e l'eliminazione delle grandi ingiustizie sociali, delle troppo marcate differenze tra ricchi e poveri. Al problema politico Cattaneo abbinava cioè anche la questione sociale.
Il dibattito si allargava coinvolgendo nuovi gruppi, più vasti settori di opinione pubblica: solo nel 1848, tuttavia, fu possibile fare il primo decisivo passo avanti sulla via dell'unità e dell'indipendenza. Le Cinque Giornate trovarono in lui un leader naturale: nei tre giorni dal 19 al 21, Cattaneo fu Capo del Consiglio di guerra, non mercanteggiando con nessuno ma teso solamente alla vittoria. Il suo motto era "A guerra vinta". Prevalsi però gli avversari politici, angosciato per gli eventi, lasciò Milano nell'agosto di quell'anno e si recò a Parigi.
Nel 1859, pur lieto della guerra, non volle, tenacemente fermo nelle sue idee federali, partecipare al nuovo ordine economico delle cose e tornò a Milano il 25 agosto esclusivamente per parlare di filosofia. Sul finire di quell'anno fece risorgere il Politecnico, un importante strumento utilizzato come "difensore" d'ogni progresso materiale e morale del paese; lo lascerà nel 1864.
Nel 1860 fu a Napoli con Garibaldi, ma se ne allontanò quando vide la impossibilità di imporre la soluzione federalista. Eletto più volte deputato, non andò in Parlamento per non prestare giuramento alla corona. Eletto deputato a Sarnico, Cremona, e nel V collegio di Milano, optò per questo ma non entrò mai in Parlamento, non volendo prestare giuramento contro la sua fede repubblicana. Abbandonò anche, nel 1865, con atto di fiera onestà, la cattedra di filosofia al liceo di Lugano, unica sua risorsa economica. Nel marzo del 1867 fu rieletto deputato a Massafra e al I collegio di Milano: optò per la città natale, fu più volte al Parlamento di Firenze, ma non seppe mai piegarsi ad un giuramento formale.

domenica 20 febbraio 2011


Grasso e Magro storia dei canoni estetici





La tradizione etrusca e romana, frutto di una civiltà agricola, non esitava a porre il pane al centro del suo sistema alimentare e a designarlo come ideale per ogni uomo, dal contadino al soldato. L'ìmmagine estetica da sublimare era quella del condottiero agricoltore, perfettamente identificata dall'asciutto Lucullo.
Questo cambiò nell'alto Medioevo, quando il cibo carneo andò ad identificare per gli strati dominanti la prima occasione per manifestare superiorità.
Ciò era legato alla concezione fisica e muscolare del potere, che vedeva nel capo anzitutto un valoroso guerriero e cacciatore. L'imperatore Carlo Magno, rappresentava perfettamente questa icona di uomo potente che consumava più cibo degli altri. Per rafforzare questa identità spesso anche i cognomi delle famiglie nobili erano presi a prestito dal mondo degli animali carnivori: Lupi, Orsi, Leoni, Leopardi.
Con il trascorrere dei secoli, il passaggio da una nobiltà di "fatto" conquistata con la forza fisica sul campo, ad una nobiltà di "diritto" acquisita per via ereditiera, fece affermare un modello alimentare diverso.
L'importante non era più consumare obbligatoriamente più cibo degli altri commensali, ma averne a disposizione di più sulla tavola, per poi distribuirlo a compagni, ospiti, servi e cani.
Il linguaggio alimentare sviluppò così un contenuto sempre più ostentatorio e scenografico. Tra il XIV e XVI sec. e fino alle soglie della contemporaneità, questo concetto venne applicato nei cerimoniali di corte in modo quasi aritmetico.
Pietro IV d'Aragona voleva che a tavola si segnalassero con precisione le differenze:
"Poichè nel servizio è giusto che alcune persone siano onorate più delle altre, secondo la condizione del loro stato", leggiamo negli Ordinacions del 1344 "vogliamo che nel nostro vassoio sia posto il cibo necessario per otto persone; cibo per sei sarà posto nei vassoii dei principi reali, degli arciverscovi, dei vescovi; cibo per quattro nei vassoi degli altri prelati e cavalieri che siedano alla tavola del re".
Regole ispirate alla medesima logica valevano ancora nel XIX sec. alla corte napoletana dei Borbone.
Ne seguiva come ideale estetico un generale apprezzamento del corpo robusto, perché essere grassi era bello e segno di ricchezza.
Il valore della magrezza, collegato a quelli di rapidità e produttività, sembrò proporsi come nuovo modello culturale ed estetico solo nel corso del Settecento, ad opera degli intellettuali borghesi che si opponevano al vecchio ordine.
Il puritanesimo ottocentesco, riprendendo certi valori del penitenzialismo cristiano medievale, contribuì ad affermare ulteriormente l'immagine del corpo magro e snello: il corpo borghese, che "si sacrificava" per la produzione dei beni.
A poco a poco, già nel corso del XIX e poi sopratutto del XX sec., mangiare molto ed essere grassi cessò di rappresentare un privilegio indicante superiorità sociale.
Di fronte alla progressiva democratizzazione dei consumi, imposta dalla logica industriale di produzione del cibo, nuovi ceti sociali vennero ammessi all'abbuffata.
L'ostentazione di mangiare molto si ridefinì come pratica popolare, dalla piccola borghesia ai ceti contadini. Esempio di questo erano gli usi linguistici delle nonne, che per indicare un nipote in salute affermavano "sei proprio bello grasso".
Il modello estetico della magrezza, arricchito di implicazioni salutistiche, trovò ampia diffusione nelle classi dominanti europee della prima metà del Novecento.
Poi l'esperienza devastante della guerra, riportò la fame e i modelli tradizionali medievali ripresero il sopravvento: negli anni Cinquanta le figure femminili che campeggiavano sui cartelloni pubblicitari erano improntate sopratutto verso una corporeità florida e piena.
Solo a iniziare dagli anni Settanta-Ottanta l'ideologia del magro ha trionfato, rafforzata anche dalle esigenze salutistiche sempre più importanti della società attuale.

venerdì 18 febbraio 2011


ARTHUR RIMBAUD


Jean-Arthur Rimbaud nacque nel 1854 a Charleville. Il padre abbandona per sempre la moglie e i figli. Arthur trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Charleville, nel clima soffocante della famiglia e della provincia. Subito, dai primi anni di scuola, rivela doti di ragazzo prodigio: un'eccezionale precocità sostanziata da un ferreo tirocinio umanistico. La madre, guidata dall'ambizione proiettata sul futuro dei propri figli, isolò il giovane Arthur, che si immerse negli studi. Nel 1896 scrive la sua prima poesia "Le strenne degli orfani". Nel 1870 assistiamo a una vera e propria esplosione poetica: compone le ventidue poesie che sconsacrano la precocità del suo genio. Ha un legame d'amicizia con un giovane professore di francese, che allarga la sua cultura. Questi nel luglio muore, nel conflitto franco-prussiano, e questo sconvolge Rimbaud. Comincia a manifestare i primi sintomi della sua insofferenza e della sua rivolta verso le istituzioni fondamentali: famiglia, scuola, religione e patria. Fugge tre volte di casa; la fuga lo porta a Parigi, costringendolo ad una vita da strada. Questo è un momento di totale ribellismo. Egli legge poeti "immorali" come Baudelaire e si nutre di filosofia e di occultismo e si accende la sua furia anticristiana e anticlericale.
Nel 1871 conosce Verlaine, con cui intreccia una relazione che scandalizza la Parigi letteraria. È l'inizio di una grande, storica amicizia particolare, intensa e burrascosa, ricca di viaggi, rotture, riconciliazioni, stravizi (alcool e droghe), episodi violenti e drammatici.
Rimbaud assume droga e vive in maniera dissoluta; l'unico in grado di avvicinarlo è Verlaine, che nel '72 abbandona la moglie e parte con Arthur per Londra. Durante il sodalizio con Verlaine, Rimbaud compone le opere maggiori: "Ultimi versi", "Una stagione all'inferno" e "Illuminiazioni".
Nel '73 Rimbaud lascia l'amante, che reagisce sparandogli e colpendolo al polso. Verlaine finisce in galera, mentre Rimbaud completa "Una stagione all'inferno". Ha solo diciannove anni e prima del suo ventesimo compleanno deciderà di non scrivere più, dedicandosi allo studio delle lingue e alla pratica dei più vari, avventurosi mestieri.
Parte poi per l'Africa dove diventa mercante e contrabbandiere d'armi. Colpito da sifilide, gli viene amputata la gamba destra. Torna in Francia nel 1891, assistito dalla sorella Isabelle e il 10 novembre dello stesso anno muore.

In Rimbaud vita e poesia appaiono indissolubilmente legate come segno del destino. Ragazzo precoce e geniale, Rimbaud non può sfuggire alla legge comune, e inizia a scrivere versi sotto l'influsso palese di altri poeti. Rimbaud è forse il più "maledetto" tra i poeti simbolisti e d'avanguardia. La sua poesia si proietta sulla vita e ne fa strazio. Il giovane Arthur aspira alla rivelazione dell'ignoto e dell'assoluto, che forse solo la poesia può cogliere e svelare. Egli vive fino alle estreme conseguenze il disprezzo del mondo, che colpì già Baudelaire e Verlaine, mentre ricerca l'impossibile identificando la poesia con il caos e con la rivoluzione.
La poesia e la vita di Rimbaud si svolgono al di fuori di tutte le convenzioni e delle normali esperienze. Negando il valore di ogni consuetudine borghese, anzi rifiutandole e fuggendole, egli tenta di cogliere l'autentico significato dell'esistenza. Come la sua biografia è ricca di episodi eclatanti e scandalosi, allo stesso modo la sua poesia si consuma in una brevissima stagione (dai 16 ai 19 anni), durante la quale insegue la poesia e la "verità" nelle avventure più stravaganti e pericolose.
La rivolta rimbaudiana si esprime nella tematica antiborghese e anticristiana. Nel '71 scrive le due "lettere del Veggente" nelle quali afferma la sua nuova poetica ormai svincolata dalla tradizione. Sono due documenti di straordinaria importanza per l'itinerario di Rimbaud e per il divenire della poesia e dell'arte moderna fino ai giorni nostri. Rimbaud sostiene che il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi, e giunge all'ignoto di dove riporta le sue visioni. Le invenzioni d'ignoto richiedono forme nuove e una nuova lingua. In queste "lettere del Veggente" il poeta critica la poesia soggettiva della tradizione in favore di una poesia oggettiva.
"Una stagione in inferno" ha le caratteristiche di una presa di coscienza, di una confessione: presenta i tratti di un'autobiografia spirituale. Qui l'autore vuol presentare la chiusura di una stagione della vita (e seguirà il silenzio definitivo). Torna il tema della rivolta letteraria, il rapporto con la civiltà e col cristianesimo, il legame con Verlaine. Alla fine, nella logica non discorsiva, contraddittoria del testo, prevale l'accento della rinuncia e dell'accettazione del dovere.
Sulla scia di Baudelaire, Rimbaud nelle "Illuminazioni" abbandona il verso per la prosa, che diventa nelle sue mani uno strumento lirico d'inaudita potenza e ricchezza. Il libro consta di 42 prose, divise in autobiografiche e descrittive. Rimbaud distrugge le apparenze sensibili e ricrea sulla pagina un mondo stravolto, surreale, dove vigono nuove misure, proporzioni, rapporti. La scrittura è rapida, lucida e rigorosa. Nel loro delirio fantastico, le "Illuminazioni" non smettono di mantenere un riferimento costante alla realtà storica. Con le parole del poeta "la memoria e i sensi divengono il nutrimento dell'impulso creatore".
Per la sua carica utopica e per la tensione che pervade tutta la sua opera, Rimbaud è stato assunto tra i numi tutelari del surrealismo e di tutta l'avanguardia storica. La singolarità della sua vicenda biografica e letteraria ha creato intorno a lui un vero e proprio mito.

giovedì 17 febbraio 2011


Harem Ottomano
I sultani vissero in concubinato. Siccome L`Islam proibisce la schiavitù di un mussulmano, i mercanti di schiavi ne procuravano provenienti da Asia, Africa ed Europa.
Le giovani vennero prima mostrate alla Valide ed all`Eunuco capo, in seguito sottoposte ad un severo « controllo ».

Dopo aver dato loro un altro nome le Odalische (turco oda= camera) dovettero convertirsi all`Islam ed assolvere uno studio della nuova cultura.
Le più belle ed intelligenti furono destinate all`Harem, altre per servire le sorelle o figlie del Sultano, la capa tesoriera ecc…
L' harem non era solo un luogo di odalische che danzano in attesa del sultano come si vede nei dipinti.
C' erano biblioteche, moschee, stanze per studiare danza, musica, astronomia, cucito, lingue.
Per molte di loro l`essere rinchiuse fu la salvezza dalla povertà e dalla fame. Poterono uscire dall`Harem per frequentare i bagni (Hamam), per compere o passeggiate in compagia di Eunuchi.

Quando la favorita del Sultano partoriva, saliva al rango di Kadin (signora), oppure Kaseki Sultana.
La nascita di un figlio maschio dette loro la possibilità di diventare a loro volta Valide Sultana. Gli intrighi alla corte dell`Harem furono spietati.

In tempi passati il Sultano sceglieva come favorita o moglie donne dell`Asia minore, principesse Bizantine.
Con l`andar del tempo schiave.
Lo storico Hammer ha ragione quando scrive che - …il Sultano è praticamente figlio di schiava..-

Margherita Marsili la Rossellana.
La toscana che dominò il Sultano

La villeggiatura
Margherita Marsili, detta "la bella Marsilia" o anche "la Rossellana" per via della fluente chioma rosseggiante, di quel rosso tiziano così di moda ai giorni vostri, tanto che anche chi non ce l'ha se lo fa lo stesso, come si vede in televisione, il 22 aprile del 1543 non aveva ancora sedici anni, ma era già una splendida ragazza che probabilmente pensava già al suo non lontano matrimonio, visto che a quei tempi le cose andavano per le spicce e che fra guerre, lotte, duelli e scaramucce i maschi dell'epoca non avevano tempo da perdere in fidanzamenti e altre quisquilie del genere.

Era senese ma quel giorno si trovava ancora in Maremma con i familiari per le vacanze pasquali, dove babbo Giovanni possedeva una casetta di una ventina di stanze, la rocca di Collecchio appunto, niente di impegnativo, solo una seconda casa al mare per la villeggiatura e per qualche weekend durante l'anno quando il tempo lo permetteva. Tuttavia l'indomani o, al massimo, dopodomani, tutta la famiglia sarebbe dovuta rientrare a Siena a causa di improrogabili impegni mondani: i Marsili erano una famiglia in vista ed avevano organizzato una grande giostra di primavera alla quale avrebbero partecipato anche i fratelli di Margherita.

Era sera e i familiari stavano per andare a dormire. Margherita si era attardata su una delle torri a guardare la luna che si rifletteva sul mare calmo mentre l'aria profumava di corbezzolo e di rosmarino che abbondavano fra i monti dell'Uccellina. Quelle voci sullo sbarco di pirati saraceni sulla costa a sud che aveva sentito nei giorni precedenti l'avevano un po' preoccupata ma non voleva pensarci: a Siena sarebbe stata comunque al sicuro e poi i pirati erano probabilmente ancora impegnati giù a Roma, come al solito. Volgendo lo sguardo verso la spiaggia, però, scorse improvvisamente una serie di fiammelle sulla spiaggia...


L'assalto
Ser Giovanni, avvertito dai famigli, stava precipitosamente chiamando a raccolta e armando tutta la servitù, oltre che i figli e gli altri ospiti della rocca, preparandosi a respingere l'attacco dei turchi che avanzavano verso il Collecchio da Cala di Forno. La scia di fiaccole lungo il crinale della collina si faceva sempre più vicina; al chiarore si potevano distinguere i turbanti rossi e i larghi mantelli degli invasori.

Guidava la carovana l'ammiraglio della flotta saracena Kayhr-el-Din, detto il Barbarossa o anche Ariadeno dal popolino toscano, conosciuto e temuto su tutto il litorale per la sua audacia e la sua ferocia, responsabile di aver messo a ferro e fuoco varie località della costa, da Porto Ercole all'Isola d'Elba. Dove non trovava oro o preziosi, le sue prede preferite erano giovani robusti che potevano essere venduti sui mercati orientali degli schiavi o ragazze giovani e belle destinate agli harem dei potenti. Insomma, una specie di gran farabutto, di nemico pubblico n. 1, di terrorista pericoloso, insomma di un Bin Laden ante-litteram, impegnato nella guerra di corsa per conto del sultano di Costantinopoli Solimano II il Magnifico.

Ser Giovanni e i suoi vennero presto sopraffatti dagli assalitori che sfondarono le porte e irruppero nella rocca. Margherita, in catene, fu trascinata via sulla nave mentre giurava a suo padre e ai fratelli che li avrebbe vendicati. I capelli sembravano ancora più rossi al fuoco delle torce e si confondevano con la barba di Ariadeno mentre questi, soddisfatto dell'insperata preda, già pensava a come trarne il massimo beneficio. Era roba da re, quella! Le donne di carnagione chiara, bionde o rosse, erano ricercatissime negli harem e poi quella ragazza era anche giovanissima. Un bel bocconcino che il Gran Visir avrebbe certamente apprezzato!


Il serraglio
Ibrahim Pascià, Gran Visir di Solimano II, ricevuta in dono Margherita (si fa per dire, perché Ariadeno, come del resto si aspettava, fu lautamente ricompensato), l'avrebbe volentieri tenuta per sé, giusto per togliersi qualche piccola soddisfazione ogni tanto, ma, vista la qualità e la rarità della merce, giudicò più produttivo per la sua carriera arruffianarsi, ehm no... ingraziarsi, la benevolenza del Sultano come antidoto per i potenziali concorrenti alla carica.

E d'altra parte, visto che le elezioni da quelle parti non erano ancora state inventate, cosa c'era di meglio di una benedizione "sultanica" per restare Gran Visir a vita? Quando poi col tempo si fosse stancato, avrebbe sempre potuto fondare un club, i Sempreverdi, e dall'opposizione si sarebbe divertito a smoccolare sempre contro tutto e tutti, rompendo magari le p... ehm, scatole ma godendo comunque di un ascolto inversamente proporzionale al numero dei soci.

Ibrahim, quindi, omaggiò Solimano II con la Rossellana. Non è dato sapere se Margherita fosse o meno soddisfatta di questa promozione sociale ma probabilmente unico suo pensiero allora era di riuscire a vendicare la sua famiglia, anche se non sapeva ancora come. Fatto sta che il Sultano si mostrò invece entusiasta di quel bel regalino, dei suoi capelli rossi e della pelle chiara, così rara dalle parti di Costantinopoli e cadde, come si dice, perdutamente innamorato di Margherita.




La vendetta
Margherita entrò così a far parte dell'harem del Sultano ma poiché quando a questi prendeva il ghiribizzo, lei non era invece così entusiasta di soggiacere alle sue voglie, ecco la pensata geniale: si fece nominare da Solimano favorita ufficiale, pensando bene che le cose riescono meglio se si collabora in due a farle e che una mano lava l'altra e che se tu dai una cosa a me e insomma ogni botte dà il vino che ha.

Non so se la Rossellana fosse rimasta particolarmente lusingata da quel trattamento; gli è tuttavia che da allora cominciò a lavorarsi Solimano sotto sotto (no, non sotto le lenzuola o almeno non solo sotto di esse, voglio dire). In poco tempo riuscì a far fuori le ex-colleghe e quindi, facendo credere al Sultano come dalle parti di Toscana certe cose fossero consentite alle ragazze dabbene solo nel talamo coniugale, si fece sposare, divenne la Sultana di Costantinopoli e convertì lo sposo alla monogamia.

Non contenta, poco alla volta mise in condizioni di non nuocere anche i figli che Solimano aveva avuto dalle precedenti concubine. Il maritino lasciava fare visto che era impegnato in cose ben più importanti: in pochi anni, mettendocisi proprio d'impegno, riuscì a regalare alla Rossellana quattro figli; poi, esausto per la soddisfazione o lo sforzo, schiattò e così usò anche la cortesia di togliersi di mezzo.

Il maggiore dei ragazzi, Selim, salì al trono di un impero sterminato assicurando alla discendenza di Margherita onore e potenza per molti secoli. A suo modo la Rossellana aveva portato a termine la vendetta: da allora in poi i sultani turchi, per secoli e secoli, sarebbero discesi tutti da una ragazza di Siena...