venerdì 26 agosto 2011


Crustumium L'atlantide romagnola

Della mitica città sommersa nel mare di Cattolica si parla ormai da diversi secoli, ma sembra rimanere per tutti un evanescente miraggio. C'è chi afferma di averla vista e di questo troviamo autorevoli testimonianze sin dai primi secoli dopo il mille, e chi dice senza dubbi che è solo una montatura, una leggenda popolare e tra questi troviamo personaggi altrettanto credibili quali studiosi e archeologi dei nostri tempi. Rimane il fatto, tremendamente affascinante, che da centinaia di anni, moltissime persone che hanno solcato le acque nei pressi di Cattolica, giurano di aver visto sott'acqua a poche miglia dalla costa, soprattutto con il mare calmo e la bassa marea, resti di mura e di torri. I pescatori e tutta la popolazione della zona sostengono che si tratti di una millenaria città sommersa da un cataclisma. I primi affermano di aver più volte agganciato le loro reti in mastodontici macigni e alcuni sommozzatori si sono trovati davanti ai loro occhi attoniti una intera città sotto l'acqua. Mura possenti, torri, statue e palazzi dagli eleganti colonnati, sembra possedesse la mitica Crustumium. Questo il nome originale dell'ipotetica città sorta vicino all'omonimo fiume da cui prese il nome, oggi conosciuto come Conca. Esistente già nel V secolo perché citata da un autore latino di quell'epoca, l'antica città fu sicuramente distrutta da un cataclisma naturale, molto frequenti a quei tempi. Probabilmente tutta la costa di allora subì un mutamento geologico e s'inabissò. Subì la stessa fine della sua gemella d'oltreoceano, la ancor più mitica Atlantide, ma se di questa rimangono solo racconti leggendari racchiusi nella fantasia di ogni uomo, della sua sorella romagnola testimonianze molto tangibili accerterebbero la sua possibile esistenza. Innanzitutto la vicina zona costiera è conosciuta come terra di abitati romani, lo stesso mare ha frequentemente restituito alla luce diversi reperti oggi custoditi nel pregiato Antiquarium di Cattolica, a sua volta antico vicus romano. Quindi il luogo imputato è fortemente sospetto. In secondo luogo, ma non di minor importanza, ci sono le numerose ed equivalenti testimonianze umane perpetuate da ieri a oggi: tutti quanti, studiosi o semplici curiosi, dicono di aver scorto sott'acqua alla profondità di mezzo braccio, resti di mura e di torri. Da allora si è sparsa la credenza che in quelle acque così vicine alla costa, nei tempi antichi sia sprofondata in mare una città conosciuta comunemente con il nome di Conca. Sulle cause disastrose che la fecero scomparire ai nostri occhi, oltre alla più accreditata ipotesi del terremoto, c'è chi sostiene, traendo spunto da un'altra lontana leggenda orientale e dalle numerose presenze di anguille giunte dalle valli di Comacchio in Adriatico (almeno nel'600), che il cataclisma avvenne per opera dell'uomo, il quale tagliò via un monte per aprire un canale di sbocco per i pesci, e il mare si mangiò tutta la zona. Affascinante realtà o miraggio collettivo, rimane ancora un mistero da scoprire... un mistero che ha veramente dell'incredibile, un mito che si fonde in leggenda e si perde da secoli tra le onde del mare Adriatico, a due passi dalla famosa Riviera della Notte. Può rimanere solo leggenda? Alcuni anni fa, un paio di amici che praticano immersioni, mi hanno raccontato di aver visto nel mare vicino a Cattolica dei resti di un'antica città sommersa, davanti a loro si trovavano torri, mura, colonne, statue e palazzi. Non hanno avuto dubbi e si portano ancora questa coinvolgente esperienza nella memoria. Chissà... un altro miraggio collettivo, frutto della fervente fantasia dei romagnoli?

martedì 23 agosto 2011


Il 23 agosto 1327 dopo torture viene ucciso William Wallace colui che unificò le tribù e i clan scozzesi e irlandesi contro l'occupazione inglese



GUGLIELMO WALLACE (o Walleys o Wallas). Era un piccolo proprietario delle Basse Terre occidentali, poco più che venticinquenne, probabilmente di origine normanna poi, si pretese che parlasse gaelico e portasse l'abito scozzese.
E ben difficile formulare un giudizio sul carattere e sul patriottismo di Wallace - uno scampaforche, un assassino crudele secondo i cronisti inglesi; secondo gli Scozzesi e secondo il suo poeta, Harry il Cieco, un eroe generoso, gigantesco, di forza incredibile, che fendeva i nemici dalla testa ai piedi con un sol colpo di spada. È il solito destino storico degli eroi nazionali - filibustieri e ribelli secondo la nazione dominante, santi combattenti agli occhi degli oppressi.

Si narra che soldati inglesi avessero offesa (o uccisa) una donna che egli amava e perciò egli assaltasse la guarnigione di Lanark con pochi seguaci, e ammazzasse Sir Guglielmo di Hazelrig, sceriffo inglese. Si gettò alla macchia, nella primavera del 1297, e gradualmente tutti gli sbandati, i malcontenti, gli inquieti si riunirono intorno a lui. La sua tattica offensiva, la guerriglia, attacchi di sorpresa, imprese leggendarie ora in fuga ora all'offensiva, Wallace incuté tale terrore che al suo avvicinarsi a Scone, il giustiziere Ormsby scappò in Inghilterra. Il vescovo palatino di Durham cercò di affrontarlo, e venne volto in fuga. Poi, il guardiano Warenne si decise a muoversi, chiamò sotto le armi gli uomini a nord dellaTrent e mosse contro i ribelli con 300 uomini a cavallo e 40 mila pedoni. Intanto Wallace aveva proclamato di combattere in nome del re Baliol tenuto prigioniero, e a lui si era unito anche lo sfortunato difensore di Berwick, Guglielmo signore di Douglas, forse di una famiglia fiamminga che aveva larga parentela e sparsi domini in Scozia.

Chi restava in posizione equivoca era il nipote del competitore di Baliol, Roberto Bruce : suo padre aveva combattuto a fianco di Edoardo I contro Baliol nel 1295 e ora viveva contento nei feudi inglesi della famiglia, mentre Roberto teneva i domini scozzesi della madre come conte di Carrick. Ma rimaneva incerto : un po' perché non voleva combattere a favore del Baliol, un po' perché la gente di Annandale (il dominio scozzese del padre) rifiutava di seguirlo.
L'esercito inglese, comandato da Sir Henry Percy, nipote di Warenne, giunse rapidamente a Irvine, incutendo terrore ai ribelli non ancora ben organizzati. Molti dei nobili che si erano uniti a loro chiesero perdono e giurarono fedeltà a Edoardo I - tra essi, Roberto Bruce e Guglielmo Douglas.
Intanto Wallace, con la gente più umile e più decisa che accorreva a lui dalle Basse Terre settentrionali, cacciava gli Inglesi da Perth, Stirling Bridge, Lanark. L'esercito regio, ora guidato da Warenne e dal tesoriere Cressingham, procedette verso il ponte sulla Forth, dominata dal castello di Stirling, chiave della Scozia ché eretto dove finisce l'estuario e si restringe il fiume che divide le Basse Terre del sud dalle regioni del nord.

Naturalmente le forze di Wallace erano quasi tutte a piedi (180 cavalieri e qualche migliaio di fanti) : gli Scozzesi, tra le loro montagne, non erano abituati ai cavalli : e così si ha uno dei primi casi di fanterie armate di picche o di asce contro i cavalieri feudali, abituati a considerare i pedoni come marmaglia da disperdere. Le ripetute sconfitte della cavalleria, alla lunga, faranno capir qualcosa anche ai militari (mai famosi per intelligenza e preveggenza) e indurranno Edoardo I e suo nipote a portare sulla fanteria il peso delle future battaglie.

Wallace prese posizione sulle piccole elevazioni che comandavano l'ansa del fiume e gli assicuravano una via di ritirata verso le montagne. L'armata inglese, sicura per il numero e per i cavalieri pesanti, cominciò a passare il ponte; quando fu passata metà dell'armata, Wallace lanciò un contingente a conquistare la testa del ponte e attaccò di fronte le forze già sulla sua riva. Confusione, strage : Cressingham restò ucciso, Warenne scappò fino a Berwick (Settembre 1297).
La Scozia rimase libera, Wallace prese il titolo di "guardiano del regno" in nome di Baliol, occupò tutti i castelli, anche quello di Berwick, sconfinò in Inghilterra devastando il Northumberland e il Cumberland, con crudeltà spietata, coadiuvato dai nobili scozzesi settentrionali che tentarono anche di prendere Carlisle.

Edoardo I tornò in Inghilterra nel Marzo 1298, assetato di vendetta. Convocò un Parlamento a York, i nobili gli diedero pieno appoggio : un mese dopo, si radunava un esercito di quasi 3000 uomini a cavallo (per metà mercenari, per metà signori e dipendenti inglesi) oltre a un numero imprecisato di soldati.
La scarsità di viveri nel paese devastato, l'indisciplina dei contingenti gallesi minacciarono il successo. Ma Wallace commise l'errore di attendere e accettare battaglia anziché temporeggiare, pur non avendo che un numero trascurabile di armati pesanti.
I due eserciti si affrontarono a Falkirk (Luglio 1298). Wallace dispose le sue forze in quattro masse (schiltron) di picchieri, che tenendo le picche inclinate in avanti e col calcio piantato in terra, offrivano un ostacolo insuperabile alla cavalleria pesante; pochi arcieri difendevano gli approcci. La fronte era protetta da un marese, le spalle dal terreno elevato e boscoso. - Non aveva che pochi cavalieri, e la fanteria contro gli armati a cavallo doveva tenersi sulla difensiva.
Le prime « battaglie » o squadre inglesi che tentarono attacchi alle ali, si infransero contro i picchieri. Ma Edoardo I, prima di ordinare la carica generale, mise in disordine gli schiltrons col tiro accelerato dei suoi arcieri iniziando così, su larga scala, l'impiego tattico sistematico di questa armi che solo dalla metà del Duecento (pare) era stata introdotta negli eserciti inglesi. L'attacco della cavalleria pesante infranse facilmente le ultime resistenze. Wallace fuggì sui monti, poi in Francia, cercando aiuti da Filippo il Bello e perfino dalla Norvegia.

Fu l'ultima battaglia dell'indipendenza scozzese fino al Bannockburn. Da allora in poi, ammaestrati dell'esperienza, gli Scozzesi fuggiranno di fronte all'invasione, portando con sé armenti e provviste su per le montagne, e i corpi inglesi troppo numerosi, continuamente tormentati da rapide incursioni, non potranno sostentarsi nel deserto. Ogni tentativo di conquista integrale fallirà e quindi anche ogni tentativo di occupazione parziale perché il paese era ormai unito nell'odio contro l'Inghilterra.
Già la vittoria di Falkirk fu (come tante strepitose vittorie) assolutamente inutile. Edoardo I avanzò fino a Stirling, inviò contingenti ad occupare Perth e S. Andrea; ma intanto, nel sud-ovest, divampava la rivolta del nipote del Competitore, Roberto VIII Bruce. Il Re dovette retrocedere, Bruce fuggì : ma i viveri erano scarsi, le truppe stanche, le diserzioni numerose. A Carlisle anche i baroni dichiararono di non poter continuare, date le perdite e le spese. Edoardo I li lasciò andare di malagrazia, si trattenne nel nord fino al Natale 1298, imprecando contro la defezione dei nobili alla quale dava la colpa della vittoria mancata. Quando fu partito, non restò in mano inglese che la Scozia del sud, e minacciata da torme di patrioti.

Ma intanto Filippo il Bello, dopo un molle tentativo di far liberare Baliol, si era accordato con Edoardo I senza curarsi dei suoi alleati scozzesi, anzi imprigionando per qualche tempo Wallace che si era rivolto a lui.
Nel 1299 Re Edoardo I, impegnato nelle solite liti coi baroni per infrazioni alle Carte e alla Conferma, non poté far nulla. Gli Scozzesi, lasciati in asso dalla Francia, cercavano un altro appoggio : messi scozzesi, e forse lo stesso Wallace andarono a Roma e decisero Bonifacio VIII (che già nel 1298 aveva tentato di intervenire consigliando a Edoardo I moderazione) a un passo in favore della Scozia, suggerendogli di rivendicare quella supremazia papale su di essa che derivava dalla dipendenza diretta da Roma delle diocesi scozzesi, le quali avevano sempre vittoriosamente rifiutato di sottostare all'arcivescovo di York.

Un papa come Bonifacio VIII non poteva lasciarsi sfuggire una occasione per estendere il suo potere, e nella Scozia avrebbe avuto un appoggio per ricattare eventualmente tanto Francia che Inghilterra se avessero tentato di sottrarsi alle imposizioni pontificie. Già Nicolò IV aveva rifiutato di appoggiare le pretese di sovranità sulla Scozia di Edoardo I; nel 1298 Bonifacio VIII aveva privatamente ammonito Edoardo I di non ascoltare la sua ambizione e di non dar noia ai vicini. Ora, nel Luglio 1299, gli diresse una lettera protestando contro sequestri e incarceramenti a danno del clero scozzese, accusandolo nettamente di prepotenza, asserendo che la Scozia non era mai stata feudo della Corona inglese, che l'omaggio del 1292 era stato estorto approfittando della situazione, che le imprese inglesi erano ingiuste, che solo alla Santa Sede spettava l'alta sovranità sulla Scozia.

Intanto il Re tentava di radunare un esercito per un altro tentativo, e tuttavia continuava, con tipica ostinazione di cattivo politico, a non voler mantenere le promesse fatte ai suoi sudditi.
I nobili scozzesi cominciavano a sostenere la causa nazionale, dando la reggenza del regno a Giovanni Comyn il Rosso e Giovanni Comyn conte di Buchan, figlio il primo, l'altro parente di quel Comyn che nel 1291 si era presentato fra i competitori al trono.
Solo nella primavera del 1300, concedendo gli Articuli super Cartas, Edoardo I ottenne i mezzi per un'altra campagna : un tentativo di sottomettere almeno il sud-ovest che riuscì soltanto a conquistare un castello secondario. Durante questa impresa, giunse l'arcivescovo Winchelsea, latore della dichiarazione del Papa. Naturalmente Edoardo I s'infuriò : riunì un Parlamento a Lincoln per aver l'appoggio di tutti contro il Papa, come farà di lì a poco anche Filippo il Bello. I baroni, dato che erano d'accordo col Re nell'odio contro gli Scozzesi e che una lettera non costava nulla, inviarono al Papa una protesta, respingendo ogni giurisdizione pontificia in questioni temporali.

La campagna del 1300 si concluse con una tregua : ma Edoardo I, incaparbito, cominciò a rendersi conto che per sottomettere la Scozia non bastava una delle solite campagne feudali di breve durata. Non abbandonò il nord, e intanto sfogò lo spirito letichino con una ponderosa controdeduzione alla dichiarazione del Papa, nella quale riprendeva la questione scozzese dai tempi preistorici, sciorinando come fatti accertati tutte le frottole di Goffredo di Monmouth e degli autori di altri Brut : il troiano Bruto aveva conquistata l'isola allora abitata da giganti, l'aveva divisa fra i tre figli ma riservando al maggiore la dignità regia; e poi Arturo sovrano anche della Scozia; e così via, in una girandola di fatti e fiabe, di documenti e falsificazioni. Questa lettera fu trasmessa dal Papa ai messi scozzesi : uno di essi rispose brevemente impugnando di falso la protesta di Edoardo I; poi dalla Scozia venne inviata una lunghissima replica alle pretese inglesi, riaffermando che la Scozia era un allodio pontificio e battendo il Re sul terreno pseudo storico da lui scelto : i giuristi scozzesi sostenevano che la Scozia doveva il nome alla figlia d'un Faraone, che gli Scoti avevano cacciato Bruto, e così via.

Ma la questione si fermò lì perché Bonifacio VIII si impelagò nella lite con Filippo il Bello, e d'altronde gli Scozzesi riuscirono benissimo da soli a bloccare l'incauto Re inglese. Nemmeno la campagna del 1301 ottenne risultati. Nel 1302 nuova tregua, mentre procedevano le trattative con la Francia che porteranno, l'anno dopo, alla restituzione della Guascogna e ai matrimoni franco-inglesi. La pacificazione col secolare nemico diede al Re modo di usare tutte le forze del regno contro la Scozia, anche perché si era andata esaurendo l'opposizione nobiliare.
Abbiamo già accennato alla politica, ormai tradizionale, di ridurre i grandi possessi nelle mani di parenti del Re. Essa fece in questi anni, più per fortuna che per abilità, passi giganteschi. I feudi principali, dai quali era partita l'opposizione contro Enrico III e contro Edoardo I, erano ora, direttamente o indirettamente, dominati dal Re.
( Quelli de conti di Gloucester erano in mano a un genero di Edoardo I; anche l'erede di Bohun e della contea di Hereford sposò una sua figlia; Bigod rinunciò all'ereditarietà del Norfolk che così, nel 1306, ricadrà alla corona e verrà poi dato a un figlio di Edoardo I. Edmondo il Gobbo morì nel 1300 senza eredi e la Cornovaglia tornò alla Corona. Di lì a poco, l'erede dei conti del Surrey sposerà una nipote del Re. Tommaso di Lancaster, figlio di suo fratello Edmondo, aveva tre feudi imposrtantissimi (Lancaster, Derby, Leicester) e aggiungerà as essi, per matrimonio, anche quelli di Lincoln e Salisbury. Almarico di Valenza, uno dei Lusignano, cugino del Re, aveva la contea di Pembroke).


Quanto ai prelati, l'Arcivescovo non proseguì nell'opposizione ché il Papa non poteva più appoggiarlo. Approfittando di questo, Edoardo I sequestrò anche il palatinato di Durham e (più tardi) le terre dell'arcivescovo di York, in modo da aver aperta la strada verso nord.
Secondo lui la colpa degli insuccessi scozzesi era dei nobili e dei prelati, stanchi di fatiche e spese inutili, più saggi di lui nel vedere che era impossibile sottomettere la Scozia appunto perché troppo povera e poco abitata. E continuò a insistere nella vana impresa fino alla sua morte, profondendo forze e denaro, preparando quel malcontento che scoppierà contro suo figlio (Edoardo II) in un'altra crisi costituzionale.

Non riusciva a staccarsi dal nord. Alla fine del 1302 mandò forze a svernare a Edimburgo, sotto Giovanni di Segrave, che lasciò sorprendere e volgere in fuga l'esercito presso Roslin, al principio del 1303. Ma intanto Edoardo I aveva radunato un grosso esercito con il denaro ottenuto per mezzo della Carta mercatoria, e avanzò senza incontrare resistenza notevole verso l'estremità settentrionale della Scozia. Tutti i nobili si affrettarono a sottomettersi, primo il reggente Comyn il Rosso.

Solo Wallace preferì la vita randagia dello sbandato, pur non rinunciando a organizzare gruppi di ribelli. Alla fine del 1304 il Re poteva illudersi, un'altra volta, di aver sottomessa la Scozia.
Ma in un paese in sommossa da anni, tra un popolo animato ormai da odio instancabile e sorretto dalla gente della montagna, sempre pronta alle redditizie incursioni, l'omaggio dei nobili significava meno che altrove. Wallace trovava aderenti senza paura, decisi a lottare, ma le speranze scozzesi furono troncate dal tradimento d'un amico che fece cadere Wallace nelle mani di Edoardo I.
Sperava di salvarsi, dato che mai aveva giurato fedeltà al Re. Ma questi era sempre pronto ad abbandonare quella legalità alla quale si appellava così spesso e volentieri finché gli faceva comodo, e impiantò una infame parodia di processo, accusando Wallace di tutte le crudeltà possibili e impossibili, e lo fece morire della morte crudele d'un traditore, infine impiccato a Westminster (1305).

Poi Edoardo, tornò a rivestire la toga del sapiente legislatore. Col consiglio del vescovo di Glasgow, di Roberto Bruce e di Giovanni Mowbray aveva fissato di convocare 10 Scozzesi insieme a 20 suoi consiglieri per riordinare la Scozia. L'ordinanza che venne emessa fu ispirata dagli stessi criteri adottati per il Galles - senza tener conto della differenza fra i due paesi, della lunga lotta che aveva confermate le caratteristiche nazionali scozzesi.
Fino a un certo punto, le misure non furono tiranniche. La Scozia restava amministrativamente separata, sotto Giovanni di Bretagna conte di Richmond, cugino e luogotenente del Re. Venivano stabiliti quattro dipartimenti giudiziari per le quattro diverse regioni scozzesi (Galloway, Lothian, Basse Terre a nord del Forth, Alte Terre) e l'organizzazione in contee ma lasciando le antiche divisioni di contee e spesso gli sceriffi ereditari. Ma si proibivano « le costumanze degli Scoti e dei Gallesi » (tutto il diritto indigeno delle Alte Terre sul quale si basava la costituzione dei clans); si confermavano le leggi del re Davide e degli altri Re scozzesi, ma solo in ciò che non urtasse « Dio e la ragione » - cioè le idee dei funzionari reali.

Poi il Re si volse a vendicare la lunga opposizione. L'arcivescovo Winchelsea fece la sua ultima prova di forza nel 1305, riuscendo a evitare che venisse promulgata una legge che proibiva al clero di esportare denaro - la stessa disposizione che aveva condotto al conflitto fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, ormai risolto contro la tesi papale : in quello stesso anno, diveniva papa Bertrando di Goth, vescovo guascone, supino ai voleri del suo Re, Filippo il Bello, e del suo superiore feudale, Edoardo I. - Cominciava la servitù avignonese.

Clemente V cominciò subito a mostrare di che stoffa fosse fatto, inchinandosi alla volontà di Edoardo I e liberandolo dal giuramento di rispettare la Conferma del 1297 e le promesse successive. Edoardo I, spergiuro come i suoi predecessori, approfittò tuttavia con maggiore prudenza del turpe permesso. Si limitò, per il momento, a revocare alcuni disafforestamenti; ma sfruttò l'appoggio del Papa in tutti i modi. Tornò a sequestrare i beni del vescovo di Durham, fece sospendere l'arcivescovo Winchelsea, e pagò il Papa concedendogli le rendite di Canterbury e dandogli mano libera nell'esazione delle decime. Naturalmente questo disgustò il paese e un Parlamento del 1307 progettò uno statuto De asportatis religiosorum nello stesso spirito del provvedimento fallito del 1305. Fu il Re a impedire la promulgazione della legge antipapale.
Ma questo Parlamento era stato radunato di nuovo nel nord, a Carlisle, perché la bella ordinanza per il riordinamento della Scozia era stata subito seguita da una nuova insurrezione.

Questa volta, non aveva per esponente un Re debole e inetto come Baliol né un masnadiero coraggioso e tenace come Wallace : ma un nobile ambizioso e ambiguo, dotato però di coraggio instancabile e di grande abilità.
Roberto Bruce, il nipote del Competitore, che già aveva i possessi della madre (Carrick) nel 1204 aveva ereditato anche quelli del padre (Annandale), così riunendo i più grossi feudi del sud-ovest scozzese. Aveva tenuto atteggiamento equivoco fino ad allora, sembrando appoggiare la politica di Edoardo I, probabilmente perché attendeva che il ricordo dell'esule re Baliol fosse spento del tutto con la rinuncia di lui al trono e col nuovo ordinamento della Scozia. Non vi era ormai altro competitore possibile che Comyn il Rosso il quale si era mostrato più supino al volere del Re inglese che non Bruce, il quale già nel 1204 si era segretamente alleato con l'infaticabile patriota Lamberton, vescovo di S. Andrea, partigiano di Wallace. Con Lamberton, Bruce era sicuro dell'appoggio del clero scozzese che temeva di cadere sotto il primato dell'arcivescovo di York e di venir sostituito da prelati ligi all' Inghilterra.
Forse qualche spia rivelò l'accordo a Edoardo I; certo, al principio del 1306 Bruce non si sentì più sicuro e fuggì nello Annandale. Lì, a Dumfries, nel chiostro dei Frati Minori, trovò Comyn il Rosso e gli chiese di unirsi a lui per liberare la Scozia. Sorse una lite (può darsi che fosse stato Comyn a svelare al Re l'accordo con Lamberton) e Bruce tirò una coltellata al pericoloso rivale, che si rifugiò in chiesa mentre Bruce tornava sconvolto tra i suoi seguaci e confessava ad essi che dubitava di aver ucciso Comyn. Un tal Kirkpatrick gli replicò : « Dubitate? I mak sikkar, mi assicurerò ». Entrò e finì Comyn sui gradini dell'altare.

Per Bruce non vi era più scampo : o re o traditore. Si rifugiò in un suo castello, chiamò la popolazione a rivolta. Il vescovo di Glasgow (tradendo il sesto giuramento di fedeltà a Edoardo I) e Lamberton (membro del governo eduardiano) lo appoggiarono e lo fecero incoronare (25 Marzo 1306) re di Scozia a Scone, per mano della contessa di Buchan, sorella del conte di Fife al quale spettava il diritto ereditario di imporre la corona al re di Scozia . (il diritto discendeva alla casa di Fife dall'antenato Macduff che aveva coadiuvato Malcolm contro l'usurpatore Machbeth. La contessa di Bucham, caduta poi nelle mani di Edoardo I, verrà punita chiudendola in una gabbia di legno sulle mura di Berwick, esposta alla vista di tutti i passanti).

Il castello di carta della dominazione inglese cadeva un'altra volta. Edoardo I infuriato abbandonò ogni progetto di pacificazione, chiamò a raccolta tutte le sue forze contro il piccolo regno imperterrito. I due vescovi vennero deposti, Bruce scomunicato dal Papa ligio ai voleri del Re. Il Parlamento inglese votò fondi per la buona causa. Venne inviato a nord Amalrico di Valenza, nuovo guardiano di Scozia, con ordini di repressione spietata, mentre il Re, più lentamente, si portava a Carlisle.
Bruce, attaccato a Methven, si dovette rifugiare nelle Alte Terre e poi in un'isoletta lungo la costa irlandese. Molti suoi parenti e seguaci, i due vescovi caddero in mani inglesi. Edoardo I procedette con brutale severità i fratelli di Bruce, il conte di Atholl, altri nobili patrioti vennero impiccati; le donne e i preti imprigionati.
La repressione fece divampare più forte la rivolta. Nella primavera del 1307 Bruce rientrò in Scozia, vendicò a London Hill presso Ayr la sconfitta di Methven, batté il conte di Pembroke.

Intanto Edoardo I, prima di partire da Londra, aveva armato cavaliere il figlio facendogli giurare eterna guerra alla Scozia. Le leve si adunarono a Carlisle al principio dell'estate e il Re, ormai greve di vecchiezza (aveva 69 anni), volle guidarle in persona allo sterminio. La sete di vendetta lo teneva in piedi sull'orlo della tomba. Si mise a cavallo; dopo poche miglia dovette fermarsi a riposare. Il giorno dopo, si sforzò ancora, rimontò a cavallo - ma ancora si stancò presto. Tentò ancora, disperato contro la vita che gli fuggiva, e ancora si dovette fermare, passare su un letto il resto del giorno e la notte. La mattina dopo, mentre lo aiutavano a mettersi seduto per mangiare, si arrovesciò morto fra le braccia dei serventi. Era il 7 Luglio 1307. Tutto gli era riuscito - ma la Scozia, afferrata un momento, gli era sempre sfuggita di mano, e l'impresa restava come pesante eredità al figlio.

Ma Edoardo II si stancò presto. Ricevette l'omaggio dei nobili scozzesi che non avevano ancora accettato Bruce come re, avanzò verso nord un po' a caso, poi se ne tornò verso Londra. La guerra, lasciata a forze sparse e capi inetti, languì; Bruce acquistò successivamente terreno, i magnati scozzesi si fecero all'idea di un re venuto dai loro ranghi. Vi erano ancora, inconciliabili, tribù montanare indipendenti : sono anni leggendari di colpi di mano, di prodigi eroici. Ma la causa nazionale progrediva. L'opposizione non trovava appoggio nell'Inghilterra, governata da un Re incapace e sconvolta da lotte civili. I luogotenenti inglesi cambiavano continuamente, i castelli sfuggivano alle loro mani.

Nel 1310 Edoardo II, per distrarre l'attenzione dalla sua politica interna, tentò un'altra grande spedizione. Avanzò fino a Linlithgow, mandò forze fino a Perth : Bruce, ancora troppo debole, si ritirò e Edoardo II tornò senza aver concluso nulla.

Tormentato dai gravi contrasti interni fin dal suo esordio, nel 1322 l'opposizione divenne più forte. Nel 1327 il Parlamento inglese lo depose, con la scusa che era incapace di governare e che aveva lasciato in mano d'altri il governo del regno, incurante degli interessi dello Stato. Venne imprigionato nel castello di Berkeley e quindi assassinato.

mercoledì 10 agosto 2011



BRIGANTAGGIO NELLA MARSICA

http://www.sezionec.terremarsicane.it/storia6/ilbnm.htm

IL BRIGANTAGGIO PRIMA DELL'UNITÀ

Ci si potrebbe obiettare che il fenomeno del brigantaggio è assai antico nella Marsica
(e, certamente, in gran parte del Meridione): nomi come quelli di Marco Sciarra, di
Giulio Pezzola, di Fra Diavolo, avevano acquistato un alone di leggenda e perfino di
epopea popolare. E noi potremmo anche aggiungere altri nomi e altri episodi, per
dimostrare come la storia della Marsica sia stata, fondamentalmente, una storia di
«santi, lavoratori e… briganti». Molti documenti d'archivio, specialmente del Seicento e
del Settecento, testimoniano della frequenza con cui si verificavano nella zona autentici
episodi di banditismo. Un certo Domenico Santilli, di Aschi, cosí si espresse, nel 1680, a
favore di un pastore suo compaesano: «Le pecore morsero per mala invernata, et le
capre morsero per essere azzeccate, che quell'anno detta zecca fece morire una
quantità di dette capre (...), et so anco benissimo che mentre detto Gio.Domenico del
Papa ritornando dalla Puglia con detti animali che gl'erano restati et alcuni altri delli suoi
proprj, fu pigliato da' banditi, che per ridimersi da quelli fu necessitato vendere parte di
detti animali (...)» (22). E molto numerosi erano coloro che andavano in giro con
archibugi e coltelli, comportandosi senza tanti complimenti come autentici «briganti di
montagna». Un tale Giovanni Palma ad esempio, originario di Luco dei Marsi, andava
quasi sempre «vestito all'uso di brigante con abito color viola fino al ginocchio e con
bastone in mano» (23). Un altro esempio: Ermenegildo Mazzelli, di Pietrasecca,
nell'ottobre del 1778, dopo «aver tirato una archibugiata in campagna alla povera donna
Mariantonia di Giovambattista, mentre che costei ritornava dalla selva, dove era andata
a legnare, perché, richiestala di onore, costei non volle acconsentire alle di lui brame
(...)», buttò in terra la povera donna picchiandola a sangue; e la stessa cosa fece contro
i familiari di lei, che erano accorsi in suo aiuto. (24) Un brigantaggio dongiovannesco,
dunque, che nulla ha a che vedere con le motivazioni di carattere sociale o politico di
quello di cui ci stiamo occupando. Un'altra forma di brigantaggio marsicano dei secoli
scorsi potrebbe essere paragonata all'abigeato sardo, con furti di animali e sanguinose
vendette. Un episodio del genere (uno dei tanti) accadde a Marano nel 1729, quando
Ercole Antonio di Tomasso si appropriò di trenta «animali negri» che appartenevano a
Domenico Luce di Santa Anatolia, giustificando la sua rapina con il fatto che detti
animali avevano invaso le sue terre. (25) E c'era anche una terza forma di brigantaggio,
che potremmo considerare di puro divertimento. Nel maggio del 1778 Cassiano Pozzi,
un giovane di buona famiglia di Magliano dei Marsi, aveva deciso di recarsi al santuario
di S.Domenico di Cocullo insieme con alcuni suoi compagni di brigata. I pellegrini
partirono a piedi, com'era costume, e ben presto giunsero presso il valico di Forca
Caruso, dove decisero di fermarsi nel vallone detto Femmina Morta, per una sosta
ristoratrice. Proprio in quel momento transitavano di lí due «mercanti di sale», i signori
Giannicola d'Andrea e Niccolò Ruscitti della terra di Antrosano, i quali «si portavano con
li loro animali nella città di Pescara a caricare il reggio sale per l'Università di Civita

d'Antino». Non appena i maglianesi videro i cavalli dei mercanti, decisero di
impadronirsene, non tanto a scopo di rapina, quanto soprattutto per godere l'ebbrezza
della folle velocità. E poiché i venditori di sale «non vollero prestarli udienza, il detto
Cassiano, che faceva da Capo sopra gl'altri suoi compagni, con due bastoni di legno li
picchiò ferocemente.Dopodi che rubò i cavalli

lunedì 8 agosto 2011


Nel 1534 il clero inglese fu chiamato a prestare un giuramento di supremazia che riconosceva il sovrano inglese come capo della Chiesa nel territorio del regno. Ad eccezione dei Santi Tommaso Moro e Giovanni Fisher, dei monaci certosini e degli osservanti francescani, pochi altri si opposero immediatamente a questo tradimento nei confronti del papa. Gli abati di Glastonbury, Reading e Colchester prestarono tutti giuramento assieme ai loro monaci, sperando di poter così proteggere i loro antichi monasteri dalla tirannia del re, ma tutti e tre raggiunsero un punto di non ritorno quando s’intensificò la soppressione degli ordini monastici.
Glastonbury occupa un posto unico tra i centri spirituali europei e per lungo tempo fu una speciale meta di pellegrinaggi. La morte dell’ultimo abate Richard Whiting, del tesoriere e del sacrestano, durante il regno di Enrico VIII, si colloca in un periodo ben documentato della sua storia. Riccardo Whiting era nato a Wrington nel Somerset, forse dopo il 1460, e fece i suoi studi a Cambridge, probabilmente al Magdalene College. Diventò ben presto monaco, si laureò nel 1483 e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1501. Fece poi ancora ritorno a Cambridge, ove conseguì il dottorato nel 1505. Per alcuni anni fu cappellano nel monastero di Wells e nel 1525 il cardinale Wolsey lo designò nuovo abate, alla morte dell’abate Bere. La lettera contenente il mandato d’incarico, firmata anche da San Tommaso Moro, lo descrisse così: “un monaco retto e devoto, uomo discreto e provvido, sacerdote encomiabile per il suo stile di vita, le virtù e l’erudizione”.
Nel 1535, in seguito all’Atto di Supremazia, gli ispettori regi visitarono Glastonbury e, constatando come i monaci fossero assolutamente innocui, questi furono rassicurati sul loro futuro. Ma in seguito sopragiunse la soppressione dei monasteri e nel Somerset l’ultimo a sopravvivere fu proprio Glastonbury. Qui gli ispettori giunsero nel 1539, sequestrando vari documenti tra i quali un libro contro il divorzio del re, alcune copie delle bolle pontifice ed una Vita di San Tommaso Becket. Interrogarono inoltre l’abate Riccardo che, rifiutando le accuse rivoltegli e dichiarando apertamente “la sua opinione devastante e traditrice contro la Maestà reale e i suoi successori”, fu rinchiuso nella Torre di Londra.
Thomas Cromwell ricevette un “libro di prove” dagli ispettori, purtroppo andato perso, che accusava l’abate di vari tradimenti. Cromwell annotò allora tra le sue “Remembrances”: “Item, l’abate di Glaston sarà processato a Glaston e là giustiziato”. Egli era dunque già condannato in partenza. In realtà la scarità di fonti non rende possibile sapere con certezza dove si svolse il processo quale fu l’accusa specifica rivoltagli. L’abate Riccardo giunse a Wells venerdì 14 novembre 1539 con la sua scorta ed il giorno seguente fu portato a Glastonbury, ove gli fu negato di poter salutare un’ultima volta l’abbazia. Egli non sapeva che in realtà l’abbazia era ormai stata abbandonata e la congregazione dispersa. Venne trascinato su un carro sulla cima della collina del Tor, ove nonostante la vecchiaia e la malattia fu impiccato e smembrato. Al tramonto la sua testa fu esposta all’ingresso del monastero.
Allo stesso modo furono giustiziati il tesoriere John Thorne ed il sacrestano Roger James, anch’essi monaci e sacerdoti benedettini. Essi furono accusati di sacrilegio poiché avevano nascosto diversi tesori della chiesa abbaziale affinché non finissero in mano al sovrano. La medesima accusa potrebbe essere forse stata rivolta al loro abate.
Richard Whiting, abate di Glastonbury, Roger James e John Thorne sono stati beatificati dal pontefice Leone XIII 13 maggio 1895 mediante conferma di culto.

lunedì 1 agosto 2011




Le Donne di Pietro Mascagni
" I colletti duri di Mascagni l'acconciatura delle sue chiome tosto adottata sul nome di lui, i suoi soprabiti corti, alla Picadilly, suscitavano una specie di sommessa emozione.
Signore e signorine andarono tosto pazze pel maestro livornese. Ancora oggi sentiamo dire da donne oramai vecchie e gratificate da stuoli di nipotini, quanto le antiche madri vigilassero attentamente al loro entusiasmo mascagnano, sulla improvvisa mania di saper tutto di lui, di scrivere di nascosto a Mascagni, di procurarsi sue fotografie."
(Giulio Gonfalonieri )

Fisico prestante, la chioma fluente, la parlata aperta, lo sguardo luminoso e penetrante, affascinante, alla moda,irruente, Mascagni fece tutta la vita stragi di cuori femminili.



Con una faccia tosta a dir poco incredibile rassicurava la moglie sulla sua fedeltà ricorrendo ad un'arma infallibile: la distruzione delle possibili rivali. Basta leggere il giudizio dato del soprano Nellie Melba: "è una mummia, una marionetta": In realtà si vociferò su una possibile breve relazione del musicista con la cantante che nel 1893, a Londra al Covent Garden, interpretò l'opera I Rantzau diretti dall'autore.



Il nome della Melba circolò spesso in famiglia e fu al centro di un significativo incidente: Mascagni si trovava in albergo con la moglie, donna Lina, la figlia Emy e il nipotino Piermarcello (Bubi). All'ora di pranzo le due signore e il bambino precedettero il musicista a tavola, il piccolo Bubi golosissimo come il nonno, s'informò subito della lista dei dolci: il cameriere rispose "Per gelato c'è la Coppa Melba" e Donna Lina aggiunse "Coppa Melba come una donnaccia di tuo nonno!". Poco dopo arrivò Mascagni, chiese subito la lista dei desserts e il piccolo si affrettò a spiegare al nonno che come gelato c'era "La coppa Annuccia". A distanza di molti anni il nipote ricordava perfettamente i due forti calcioni ricevuti sotto il tavolo dai nonni.

Annuccia non era una amante ma "L'Amante"

Donna Lina in realtà non si faceva ingannare perché conosceva il suo Pietro, però nulla poté contro Anna Lolli, il grande amore del musicista dal 1910 fino alla morte di lui nel 1945.
Trentacinque anni nei quali il musicista si divise tra la famiglia e la compagna. Quando nel 1910 Pietro ed Anna s'incontrarono lei aveva 22 anni e lui 47.





ANNA LOLLI (1888-1973)

Mascagni aveva un debole per l'Emilia Romagna. Da Parma veniva Lina e da Bagnara di Romagna arrivò Anna Lolli, l'affascinante corista dalla bella voce. Disse di lei il maestro Ricci: "Bella, gentile, con un volto sereno…le labbra carnose, sensuali, due grandi occhi verdi, stupendi."
Un piccolo Museo ricavato nella canonica di Bagnara di Romagna raccoglie un importante carteggio (quasi cinquemila lettere) e testimonianze della vicenda amorosa di Mascagni.

Per trentacinque anni il musicista ebbe due famiglie ognuna delle quali sapeva dell'esistenza dell'altra. Annuccia donna discreta e riservata si trasferì a Roma per stare più vicina a Mascagni, e condusse un'esistenza appartata , quasi da reclusa; viveva in attesa di una visita del musicista o di una lettera.

Fu per lui una saggia consigliera, ne raccoglieva gli sfoghi e le incertezze, lo rincuorava nei momenti difficili. E Pietro non mancò di mai di esprimere i propri sentimenti: la stessa passionalità, ma anche la stessa tenerezza e la stessa forza che si ritrova nelle sue opere.



La Lolli riuscì a vivere con lui solo durante la preparazione di Parisina, dal luglio al dicembre del 1912, in Francia insieme a Gabriele D'Annunzio e alla figlia del musicista Emy, che aiutò il padre a coprire la vicenda nei confronti di Donna Lina.
Alla Lolli furono dedicate le opere Isabeau e Parisina.

sabato 23 luglio 2011


GIUSTA e RUFINA, le ceramaie martiri di Siviglia.

Patrone della città di Siviglia, sono menzionate nel Martirologio Geronimiano (soltanto Giusta), in quelli di Adone e di Usuardo (19 luglio) e nel Romano (18 dello stesso mese). Nei libri liturgici mozarabici la commemorazione è sempre al 17 luglio.
Il culto delle loro reliquie è abbondantemente testimoniato dal sec. VII ed il racconto del loro martirio, benché conservato in codd. del sec. X, risale al sec. VI; lo stile sobrio, l'esatta descrizione dei riti siri in onore di Adone e Salambò, e la precisione di altre notizie storiche ci permettono di pensare, se non ad un teste oculare, almeno a un autore che raccolse con cura tradizioni orali o scritte non ancora deformate.
Giusta e Rufina vendevano oggetti di ceramica. In occasione delle feste di Adone, che si celebravano in Siviglia dal 17 al 19 luglio, i devoti di questa divinità orientale facevano una processione coll'idolo, e andavano danzando di casa in casa per chiedere un obolo; arrivati da Giusta e Rufina, chiesero alcuni vasi per fiori, che dovevano essere usati per i « giardini di Adone ». Il rifiuto delle sante ebbe come conseguenza la distruzione della loro merce ed esse distrussero a loro volta Ndolo Salambò; il governatore Diogeniano pertanto le fece rinchiudere in carcere e torturare. Dovendosi celebrare una nuova processione Diogeniano dispose che le due donne vi partecipassero a piedi nudi. Giusta mori poi in carcere; Rufina fu decapitata. L'epoca del martirio è ignota.
Diverse città, oltre a Siviglia, hanno le sante come patrone, o hanno intitolato loro una chiesa: Orihuela, Huete, Maluenda, Badajoz, Lisbona, ecc.
Sono rappresentate con oggetti di ceramica in mano o con gli strumenti del martirio o con un leone ai piedi; spesso si stagliano sullo sfondo della celebre torre della cattedrale di Sivíglia, «la Giralda».
A Maluenda (Saragozza), nella chiesa loro dedicata, si conserva una pittura del XV sec.; una si trova a Siviglia, nella cattedrale, un'altra, di Zurbarán, a Parigi, nel museo del Louvre, un'altra ancora nella stessa cattedrale di Siviglia ed, infine, una di Goya a Madrid, nel Museo del Prado e una di Murillo al Museo provinciale di Siviglia.

venerdì 15 luglio 2011


JOHN BALL

VITA John Ball è nato a St. Albans, in Hertfordshire. Divenne il prete della chiesa di St James in Colchester. John Ball credeva fosse sbagliato che in Inghilterra alcune persone fossero troppo ricche, mentre altre fossero troppo povere. I sermoni pronunciati in chiesa da Ball, che criticavano il sistema feudale, fecero arrabbiare il suo vescovo, così nel 1366 fu rimosso dal suo ruolo nella chiesa di St James.

A quel punto John Ball cominciò a viaggiare ed a pronunciare sermoni nelle chiese locali. Mentre predicava a Norfolk, il Vescovo di Norwich ordinò il suo imprigionamento. Dopo essere stato rilasciato, cominciò a girare le contee di Essex e Kent. Quando l'Arcivescovo di Canterbury lo venne a sapere, ordinò che a John Ball non sarebbe stato più permesso di predicare in chiesa. John Ball cominciò a pronunciare le sue orazioni sui prati al centro dei villaggi. L'arcivescovo di Canterbury ordinò che chiunque fosse trovato ad ascoltare i sermoni di John Ball sarebbe stato punito. Neanche questo provvedimento riuscì a fermare John Ball; così fu deciso di arrestarlo e di trasferirlo alla prigione di Maidstone.

Il 7 giugno 1381 Ball fu liberato dalla prigione di Maidstone dai ribelli comandati da Wat Tyler. Dopo il saccheggio del palazzo dell'Arcivescovo di Canterbury, i ribelli cominciarono la loro marcia su Londra. Quando i ribelli giunsero a Blackheath, fu stimato che l'esercito di Wat Tyler fosse composto da circa 30 000 persone. Ball era con Tyler quando portò avanti le negoziazioni con Riccardo II a Mile End il 14 giugno. Il giorno seguente Tyler fu ucciso da William Walworth ed i ribelli, in seguito alla concessione di uno statuto da parte del re, accettarono di abbandonare Londra.

Un esercito, comandato da Thomas di Woodstock, fratello più giovane John di Gaunt, fu mandato nell'Essex per reprimere i ribelli. Una battaglia tra i contadini e l'esercito del re si svolse vicino al villaggio di Billericay il 28 di giugno. L'esercito del re aveva esperienza ed era ben armato, così i ribelli furono facilmente sconfitti. Si stima che oltre 500 contadini siano rimasti uccisi durante la battaglia.

Re Riccardo cominciò ad ispezionare con un vasto esercito i villaggi che avevano partecipato alla ribellione. In ogni paese, alla gente veniva promesso che non avrebbero subito ripercussioni se avessero fatto il nome di chi li aveva incoraggiati ad unirsi alla ribellione. Le persone denunciate come agitatori furono giustiziate.

Gli ufficiali del re furono incaricati di cercare John Ball. Fu catturato a Coventry. Giudicato colpevole di alto tradimento, John Ball fu impiccato, tirato giù e smembrato il 15 luglio 1381.

IL MESSAGGIO di John Ball in un sermone del 1377: <> Fonte: "A Medieval Village" by John Simkin

domenica 10 luglio 2011



CATERINA CORNARO


Caterina Cornaro (o meglio Caterina Cornèr) nacque a Venezia nel 1454 da antica e nobile famiglia, i Cornèr, una delle dodici casate tribunizie, il cui nome sembra derivare dalla "Gens Cornelia".
Figlia di Marco Cornèr fu educata a Padova e divenne famosa per la sua bellezza.
A Venezia, tra il Quattro ed il Cinquecento, due sono le figure femminili più in vista del patriziato: Bianca Cappello, Granduchessa di Toscana, e Caterina Cornaro. Fra le due, la prescelta da dare in sposa a Jacques II° di Lusignano, è Caterina, nata da una numerosa ed antica famiglia che aveva grandi interessi economici nell'Isola di Cipro, e vantava da parte di madre una parentela con la dinastia imperiale bizantina dei Comneno.

E' chiaramente un matrimonio di convenienza sia per i Cornèr, ai quali una figlia regina conferiva una posizione di altissimo privilegio sociale, che per il Re, che era nato illegittimo e che temeva gli intrighi della legittima pretendente Carlotta di Savoia.
Inoltre, tra gli interessi che i Cornèr avevano nell'Isola di Cipro, c'erano le proprietà di canna da zucchero, di cotone, di lino, di canapa e di grano. Altri Cornèr, detti Psicopio, erano anch'essi presenti nell'Isola fin dall'inizio del XIV° secolo e possedevano vasti terreni tra cui il grande feudo di Episkopi.

Nel 1468, lo zio Andrea, intimo amico del Re di Cipro, il trentenne Jacques II° di Lusignano, combinò dunque il matrimonio di Caterina con costui, promettendogli in pegno la protezione di Venezia. Ciò perchè il Lusignano, pur essendo figlio di Jean II° (appartenente ad una dinastia di crociati originari del Poitou e che portava anche il titolo di Re di Gerusalemme, anche se ormai sotto il completo dominio musulmano), era avversato da altri eredi, che gli contestavano il diritto al trono.

Il fidanzamento avvenne a Venezia nel luglio del 1468, durante una fastosa cerimonia, alla presenza del rappresentante dello sposo, l'ambasciatore Filippo Mistahel. A Caterina, dichiarata dal Senato veneto "figlia adottiva della Repubblica" - onore mai tributato a nessuna donna prima di lei - fu assegnata una dote di 100.000 ducati d'oro; inoltre la famiglia Cornèr acquistava diritti e privilegi sulle città di Famagosta e di Cerines.
Ma fu solo nel 1472 che Caterina venne condotta a Cipro, dove a Famagosta furono celebrate nozze sontuose.

Jacques II° (Re Zaco, per i veneziani) morì tra il 6-7 luglio 1473 a causa di una strana malattia dovuta ad uno strapazzo di caccia, poco prima della nascita del suo erede Jacques III°, che a sua volta morì l'anno successivo di febbri malariche.
Questo fece sì che l'intera eredità dei Lusignano passasse nelle mani della Regina Caterina.



Subito dopo la morte di Jacques II° a Famagusta scoppiò una sommossa, fomentata da più parti per sostituire a Caterina l'erede "legittima" Carlotta, figlia di Janus II, sorella di Jacques e maritata a Ludovico di Savoia.
A questo punto Venezia intervenne dirigendo la politica di Caterina, che governò su Cipro assistita da un Consiglio di Reggenza, dallo zio Andrea Cornèr e da due cugini.

A Cipro tra i poteri dei Rettori, c'era anche quello di nominare il Visconte di Nicosia, scelto tra la nobiltà feudale dell'isola per esercitare funzioni giudiziarie ed amminstrative. Sottoposto a lui era il "mathessep", un funzionario eletto dal popolo per controllare pesi, misure e prezzi delle merci, oltre che per svolgere compiti di polizia. Portava come insegna d'ufficio, un bastone argentato. Siriani maroniti e copti avevano un giudice di prima istanza per le loro liti, il "rais", arabo di nome, ma per lo più occidentale (franco, come si diceva) di discendenza. Dopo la presa del potere da parte di Venezia, la nobiltà cipriota si trovò comunque irreggimentata nel Maggior Consiglio dell'Isola formato da 145 membri, nel quale i patrizi veneziani che si erano stabiliti a Cipro sedevano di diritto.

Il 14 novembre dello stesso anno (1473) un gruppo di nobili catalani, con alla testa l'Arcivescovo di Nicosia, penetrava nel Palazzo Reale e nella stanza stessa della Regina assassinava lo zio Andrea, il cugino Marco Bembo, il medico ed un domestico.
Caterina rimase rinchiusa e guardata a vista dopo essere stata costretta a consegnare i soldi ed i gioielli ed il sigillo di Stato.
I ribelli intendevano far sposare la piccola "Zarla" (Carlotta), figlia naturale di Re Jacques II° ad Alfonso d'Aragona, figlio di Ferdinando Re di Napoli, costringendo Caterina ed il figlio neonato Jacques III° a cedere i suoi diritti di Re.



Cipro. La sommossa

Ma Venezia, come da accordi, reagisce decisamente. Il 23 novembre, dieci galee agli ordini del Provveditore Vettor Soranzo sono a Famagosta e la flotta agli ordini del capitano Generale Pietro Mocenigo è sul piede di guerra. Truppe veneziane da sbarco occupano rapidamente la città ed i congiurati si danno alla fuga. Il Senato ordina che da ora in poi la Regina venga affiancata da un Provveditore e da due Patrizi veneziani come Consiglieri, che le truppe siano agli ordini del Provveditore e che guarnigioni veneziane presidino Famagosta e Kyrenia. Nessuna decisione però dovrà essere presa senza l'assenso della Regina e soltanto i suoi stendardi potranno sventolare dalle fortezze. Ai nobili ciprioti si dovrà dare l'impressione di essere partecipi al potere.

Regina di nome, Caterina , lo è sempre meno di fatto.
Gli onori non le mancano, ma è isolata perchè il padre Marco Cornèr, che le era stato vicino a Cipro, è morto a Venezia e la madre Fiorenza Crispo ha lasciato l'Isola.

Il 21 febbraio 1487 il Senato veneziano decide che il Regno di Cipro venga annesso ai domini della Serenissima. Il Consiglio dei Dieci viene incaricato dell'esecuzione della delibera, anche perchè gli intrighi di Alfonso d'Aragona, che non si è ancora rassegnato, inquietano ancora il Consiglio.
Il 28 ottobre 1488, i Dieci ribadiscono l'ordine al Capitano Generale Francesco Priuli di ricondurre Caterina a Venezia, pur blandendola dapprima, ma anche minacciandola poi, se necessario. In caso di rifiuto avvertirla che sarebbe stata trattata da ribelle e che le sarebbe stato tolto il ricco appannaggio. Nello stesso tempo ordinano a Giorgio Cornèr, fratello di Caterina, di raggiungere il Capitano Generale a Cipro e di esercitare tutta la sua influenza per convincere la sorella ad abdicare in favore della Serenissima. Giorgio non trova la sorella disposta all'obbedienza e deve passare alle minacce avvertendola che sarebbe sopraggiunta l'Armata veneziana perdendo in tal caso tutti i vantaggi che ne sarebbero derivati per la loro famiglia se invece avesse accettato. Così riuscì a convincerla.

Il 26 febbraio 1489 a Famagosta, dopo un solenne "te Deum", la bandiera dei Lusignano viene ammainata e sale il gonfalone di San Marco. La cerimonia viene ripetuta, alla presenza della Regina, in tutte le città cipriote, compresa Nicosia.
Il 18 marzo, vestita di nero, la Regina lascia per sempre l'isola di Cipro.


Venezia fu generosissima con sua "figlia" tributandole un'accoglienza memorabile il 6 giugno 1489. C'era anche il Bucintoro, dove Caterina prese posto vicino al Doge, Agostino Barbarigo. Dopo un forte temporale, ma di breve durata, il corteo, accompagnato dal suono delle campane si recò in processione nella Basilica di San Marco dove venne celebrato un solenne pontificale e dove Caterina rinnovò la rinuncia alla corona di Cipro in favore della Serenissima.


Da allora ogni anno il 5 di settembre a Venezia si festeggia con la Regata Storica a ricordo dell'accoglienza riservata alla Regina di Cipro.
Seguirono poi sontuose onorificenze date anche al fratello Giorgio per la sua opera di persuasione ed i banchetti durarono ben tre giorni.
Ma il Senato fece ancora un sontuoso regalo a Caterina conferendole la Signoria di Asolo con il permesso di mantenere il titolo di "Reina de Jerusalem Cypri et Armeniae". Asolo era una piccola signoria, ma molto bella: una cittadina della Marca trevigiana comprensiva anche di trentatrè villaggi.

Il 10 ottobre 1489, nel suo viaggio da Venezia ad Asolo, l'ex regina incontrò nei pressi di Treviso due ambasciatori asolani, che le recarono il primo saluto della comunità. Caterina ricevette poi l'omaggio del Podestà di Asolo e di illustri concittadini. All'arrivo, la sera dell'11 ottobre, alla presenza di circa quattromila persone accorse per vederla, la Cornaro fu ricevuta sul piazzale della cittadina dalle Autorità e poi si recò nel Duomo per sentire il canto del "Te Deum". Il giorno seguente partecipò alla messa e poi ascoltò, sotto la loggia, il discorso di benvenuto pronunciato dal giurista e letterato asolano Taddeo Bovolini.
Altri festeggiamenti vennero fatti il mese seguente: il 9 novembre ci fu ad Asolo una giostra, cui parteciparono i gentiluomini della cittadina.

Caterina era giunta ad Asolo accompagnata da una piccola corte (un cappellano cipriota, i suoi due segretari, un medico, due cancellieri ed un maggiordomo) e da nobili (Nicolò Priuli, podestà in Asolo dal 1489 al 1497, e Filippo Cornaro, fratellastro di Caterina, che diventerà cancelliere regio in Asolo).
Stabilitasi ad Asolo, Caterina strinse ben presto legami di amicizia e politici con gli esponenti più in vista delle famiglie asolane e richiamò attorno alla corte asolana letterati famosi, come Pietro Bembo, futuro Cardinale, che qui ambientò "gli Asolani", Luigi da Porto, Andrea Navagero ed altri meno illustri.


Caterina regnò per 20 anni con il suo seguito nel Palazzo Pretorio, oggi sontuoso castello di origine medioevale che conserva la torre dell'orologio, la torre mozza e la sala delle udienze della Regina.
Amava anche molto la sontuosa villa che si era fatta costruire vicino ad Asolo, ad Altivole, che il Bembo aveva battezzato per Lei "il Barco" (il fienile, il pagliaio), luogo di delizia e di caccia.

La Cornaro trascorreva il suo tempo tra opere pie: i benefici e le donazioni a favore di parenti, di amici e della chiesa di Asolo; le prediche del beato Bernardino da Feltre, nel maggio del 1492; le elargizioni, nel 1505, di granaglie fatte arrivare da Cipro per il popolo asolano colpito da carestia.
lstituì un Monte di Pietà, e non trascurò le attività mondane come le nozze della fedele damigella Alvisa con Floriano de' Floriani nel castello di Asolo nel 1494.

Fra le cose notevoli di questo periodo, non va dimenticato il "teler dei Miracoli della Croce" di Gentile Bellini che mostra Caterina, circondata da dame con il seno stretto in un farsetto molto scollato e intessuto di gemme, con un'acconciatura molto ricca portata anche dalla bambina che la accompagna, probabilmente una nipote e che Caterina tiene accanto a sè con gesto protettivo. Caterina avrebbe voluto che questa bimba venisse accasata col Re di Napoli, sotto la sorveglianza dell Repubblica. Ma il Papa non ne volle sapere temendo, con ragione, che la protezione preludesse ad un'annessione come era già avvenuto per Cipro e mandò a monte il matrimonio.
La seconda nipote Bianca divenne invece l'amante di Francesco de' Medici, ottenendo anche il titolo di Granduchessa e figlia della Repubblica di Venezia. Fece però una brutta fine, avvelenata, essendo invisa al Cardinale Ferdinando, che diventato Granduca, farà anche"espellere" i resti dell'"Avventuriera" dalle tombe medicee in San Lorenzo.

La passione teatrale diventerà nel tempo una delle caratteristiche della società e della civiltà veneziana. Ai primi del '500, il Consiglio dei Dieci, aveva veramente guardato di cattivo occhio il moltiplicarsi delle rappresentazioni di opere teatrali classiche e no. "Siano del tutto bandite" era stato ordinato il 29 dicembre 1508. Il Consiglio si era messo in allarme per il clamoroso successo delle recite di Plauto e di Terenzio messe in scena dall'attore-regista Francesco Nobili da Lucca, detto Cherea. Il 23 settembre 1507 erano stati recitati, nel palazzo di Caterina i "Menechmi" di Plauto, tradotti in italiano. La norma repressiva fu ben presto disattesa: essere membri di una Compagnia della Calza era diventata cosa elegante e così anche il fratello di Caterina Giorgio e il Doge Andrea Gritti avevano fatto carriera, divenuti soci della stessa Compagnia. C'erano 23 compagnie, alcune delle quali, col tempo, avevano abbandonato l'uso della Calza come insegna. L'istituzione scomparirà nel 1565.

Caterina andava spesso a Venezia, non troppo distante da Asolo.
Frequentava anche la magnifica villa del fratello Giorgio a Murano, considerato elegante luogo di villeggiatura per tutto il cinquecento. Qui nel 1493 Caterina ospitò Isabella d'Este Gonzaga, Marchesa di Mantova e poco dopo Beatrice Sforza, Duchessa di Milano. In questa villa, l'umanista Andrea Navagero piantò un raro giardino botanico, il primo in Europa.
Ugualmente a Venezia riceveva splendidalmente i suoi ospiti nel Palazzo sul Canal Grande, che Giorgio aveva messo a sua totale disposizione dopo la morte della madre.
Un ulteriore possedimento era a San Cassiano, dove la Regina di Cipro, aprì le sale del suo palazzo per festeggiare matrimoni di nipoti con dame e gentiluomini di nobile lignaggio, come le nozze del nipote Filippo Cappello con Andriana Marcello.

La salute di Caterina diventa nel frattempo precaria: il 18 maggio 1508, è colpita da un "gravissimo mal di colico".

Nel 1509, all'inizio della guerra della Lega di Cambrai, all'avanzare delle truppe imperiali di Massimiliano, Caterina riparò a Venezia. Qui la Cornaro ricevette gli ambasciatori da Asolo, che le attestano il profondo legame ed affetto del popolo della cittadina.




Forse non del tutto dimentica del suo passato di Regina, Caterina intrattiene ancora rapporti con Cipro, come rivela un documento del Consiglio dei Dieci, datato 3 aprile 1510, in cui viene diffidata dal compiere azioni per riconquistare il regno perduto, e si incarica il fratello Giorgio di vigilare sulla sua condotta. Forse a seguito di questo ammonimento Caterina ritorna ad Asolo, ma per poco tempo, perchè le truppe tedesche ricompaiono al Barco di Altivole e così, non sentendosi più sicura, tornò sempre più ammalata ed indebolita, a Venezia dove morì tra il 9 e 10 di luglio 1510.

Il torrido mese di luglio 1510 privò Caterina Cornèr della pompa funeraria che Lei, così attaccata alle prerogative della regalità, avrebbe probabilmante desiderato. La Repubblica aveva fatto di tutto perchè i suoi funerali riuscissero solenni, col cataletto coperto di restagno d'oro e con una delle corone d'oro conservate nel tesoro di San Marco sulla bara. Ciò per ricordare a tutti il suo rango, col Patriarca di Venezia e molti vescovi a cantare la messa e ad impartire assoluzioni e con un ponte di barche gettato sul Canal Grande perchè la salma, dopo l'ufficiatura nella Chiesa di San Cassiano, venisse portata processionalmente nella Chiesa dei Santi Apostoli, dov'era la tomba di famiglia. Ma mancava il Doge Leonardo Loredan, dichiaratosi indisposto e non c'erano anche tutti i notabili che avrebbero dovuto essere presenti. Il dono di Cipro era ormai cosa del passato e non erano molte le personalità che volevano seguire il vicedoge Alvise Priuli, vestito di scarlatto, a scorta dell'ultima Regina di Cipro.

Il testamento di Caterina fatto dieci anni prima non era mai stato cambiato. Le vicissitudini l'avevano attaccata ancora di più alla famiglia d'origine. Suo erede universale era dunque stato nominato il fratello Giorgio, capo di casa, cui venivano lasciati il Barco e tutti i beni presenti e futuri della Regina.

Il 2 agosto 1527 si celebrarono anche le esequie del Cavaliere e Procuratore, il ricchissimo Giorgio Corner, fratello di Caterina. Il testamento fu un atto importantissimo. Egli aveva stabilito una spesa di 1000 ducati all'anno fino a quando fossero terminati i monumenti funebri di Caterina e del figlio Cardinale nella Chiesa di San Salvador in Venezia. In tale chiesa sono tuttora visibili anche le loro lapidi. Il Barco di Altivole e la villa di Caterina furono destinati al figlio primogenito Giovanni Cornèr.

La vicenda dell’infelice regina di Cipro, spodestata dal trono e confinata nel castello di Asolo, fu resa popolare nella tragedia di Scribe e musicata nel 1841 da Fromental Halevy, nel 1842-1843 da Donizetti e nel 1846 da Pacini.

L'Isola di Cipro rimase in mano veneziana fino alla sconfitta con i Turchi del 1571 con la caduta di Famagosta.

lunedì 4 luglio 2011


Come inventare una santa:Santa Zoe

Martire del III secolo

Negli atti di San Sebastiano, il valoroso cavaliere cristiano messo a morte dagli arcieri dell’imperatore, si legge a un certo punto il nome di Zoe, sposa del beato Nicostrato, la quale prima che il santo cavaliere venisse trafitto dalle frecce, fu messa a morte dai persecutori pagani.

La Leggenda Aurea, ripetendo quell’episodio della vita di San Sebastiano, racconta:

« Predicando queste cose e altre simiglianti, Zoe, la moglie di Nicostrato, ne la cui casa i santi erano a guardia, la quale aveva perduta la favella, li si gettò à piedi e con cenni domandava perdonanza. Allora Sebastiano disse: "Se io sono servo di Cristo, e se vere sono tutte quelle cose che questa femmina ha udite de la bocca mia e credutele, quelli apra la bocca sua, il quale aperse la bocca di Zaccaria profeta". A questa boce gridoe la femmina, e disse: a Benedetto sia il sermone che è uscito de la bocca tua, e benedetti sono quelli che credono a tutto quello che tu hai parlato; però che io vidi l’angelo che tenea il libro dinanzi a te, dov’erano scritte tutte queste cose che tu hai detto" ».

Zoe il nome della donna muta guarita e convertita da San Sebastiano, è termine greco, e significa, come l’ebraica Eva, « la vita ». Un nome quindi quasi simbolico, che non poteva mancare nel calendario cristiano, a costo d’inventarlo apposta.

Ciò che è successo, presso a poco, nel caso di Santa Zoe. C’è infatti un particolare da notare: gli Atti di San Sebastiano nei quali viene fatto il nome di Zoe sono apocrifi, cioè quasi certamente falsi. Un antico compilatore di Martirologi, prendendoli per buoni, ne ha estratto il nome di Zoe, con l’attributo di Santa e la qualifica di Martire.

Ma il nome non bastava. Bisognava dare alla donna un passato, possibilmente colorito, e una passione, possibilmente drammatica. Ed ecco la storia della moglie di Nicostrato, funzionario imperiale incaricato della custodia di San Sebastiano; della perdita della parola e della prodigiosa guarigione, che il Beato Jacopo da Varagine ha rinarrato, nella sua Leggenda, nei termini che abbiamo letto.

Alle miracolose parole di San Sebastiano si converte, come abbiamo sentito, Santa Zoe; e dietro Zoe si converte il marito Nicostrato. La storia della Santa dal nome stesso della vita seguita poi a lieto fine, cioè si conclude con la morte gloriosa. Mentre prega sulla tomba di San Pietro, durante la persecuzione di Diocleziano, Zoe viene arrestata e imprigionata.

Finalmente viene sospesa per i capelli ad un albero, sotto il quale viene acceso un fuoco. Muore così, non tra le fiamme, ma per il fumo, con un supplizio che meriterebbe davvero, ai persecutori pagani, uno dei primi premi di raffinata crudeltà.

Non è però per la morte affumicata che Santa Zoe - figura così bene inventata da parer vera - è restata viva alla devozione popolare. Piuttosto per il prodigio operato su di lei da San Sebastiano, che l’ha fatta considerare, con realistica venerazione, protettrice nelle malattie della lingua. E viene festeggiata oggi, oppure il 18 di giugno.

martedì 28 giugno 2011


Lettera che Lady Jane Grey, già Regina d’Inghilterra, inviò alla signora Caterina Grey, sua sorella, scritta due giorni prima di essere giustiziata,e allegata ad un suo Nuovo Testamento greco mandatogli in dono.
Qui tu hai, carissima sorella, un siffatto libretto, il quale, benché d’oro adornato non sia, non è tuttavia che non si debba anteporre all’oro ed a tutte le più preziose gioie, se diligentissimamente tu lo anderai ben ben considerando dentro di te stessa. Infatti, esso contiene la legge del tuo Signore Iddio e quest’ultimo ed estremo Suo testamento, che dovendo Egli morire, a noi miseri raccomandò con tanta diligenza. Se con quella mente e con quel proposito che tu debba, cotal testamento tu leggerai, e con quella diligenza e vigilanza d’animo che bisogna, scolpito lo terrai nella memoria, esso ti aprirà e mostrerà la strada che alla vita eterna conduce. Ti insegnerà finalmente a come ordinare la tua vita e come altresì bisogni morire.

Laonde un più grande e felice patrimonio t’è per venire, di quel che l’eredità de le possessioni dell’afflitto e calamitoso tuo padre, mai ti fosse potuto. Siccome di quello erede, e dei suoi beni saresti stata, se vissuto egli fosse: così anche se sollecitamente tu riceva questo testamento, e come tu debba la tua vita ben ordinare in quello che cerchi. Assicurati d’aver a essere erede di siffatte ricchezze, che né gli avari te lo potranno cavar di mano, né i ladri rubare, né le tignole consumare.

Con ardente desiderio, insieme con il divino cantore (ottima sorella mia) procura d’intendere e conoscere la legge del tuo Signore Iddio, e tutto il tempo della tua vita attendi con diligenza e sollecitudine a quella, affinché piamente tu muoia: che facendolo, la morte un largo ed agevole cammino alla vita eterna ti sia. Né ti pensar, sorella mia, che per essere tu fanciulletta, e di pochi anni, tu possa aspettar per ciò di vivere lungo tempo. Che quando così pare a Dio ottimo massimo, tanto presto muoiono i bambini quanto i decrepiti. E’ necessario, dunque, che tu impari come tu debba morire. Disprezza le delizie del mondo, fuggi le insidie ed i lacci di Satana, e schiva gli allettamenti della carne. Fa’ che tutta la tua speranza e consolazione, sia posta e ferma nel Signore, e che tuoi peccati, dolore e pentimento, e non disperazione ti rechino. La fede partorisca in te la fiducia, e non una temeraria audacia. Prega con Paolo, di poterti dipartire dalla prigione di questo corpo, per andartene a morire con Cristo; appresso il quale la stessa morte si mostra la vita. Segui le orme di quel buon servo evangelico, e fa che a mezzanotte tu sii desta, affinché la morte, quando essa verrà, e come ladro entri di notte, a giacere non ti trovi ed addormentata come il servo cattivo.

Fa’ che, come alle stolte donnicciole, a te non manchi l’olio, affinché tu non venga chiusa di fuori, ovvero cacciata via come colui che entrò al convito, senza la veste da nozze. Tutta la tua gloria e la tua speranza sia in Cristo, si com’è la mia, ed essendo tu detta cristiana, nelle orme di Cristo, cui ti sei consacrata, ti bisogna star salda. La croce ti fa mestiere prendere, ed i tuoi peccati mettere sulle spalle di Cristo e con sollecitudine, diligenza abbracciarlo.
Non ti accada che tu pianga la mia morte, anzi, tu devi rallegrartene con me, perché in quella metter giù debbo la corruzione e l’incorruttibilità prendere. Io sono certissima che invece della perdita di questa caduca e mortale vita, io riceverò quella vita che in nessun modo si può perdere. La qual vita io prego l’Iddio ottimo massimo, che ti conceda; e donati tanto de la Sua grazia, che in ogni tempo il Suo timore ti stia dinanzi agli occhi, e finalmente che nella fede di Cristo la tua vita finisca.

Da questa fede, sorella mia, che ne veruna speranza di vita, né veruna paura di morte non ti stanchi. Che se la difesa della verità, per vivere lungo tempo in questo mondo, tu abbandoni, Cristo stesso ti rinnegherà dinanzi al Padre, ed i tuoi giorni scortati saranno. Ma se, al contrario, ti appoggi a Cristo, né da quello svellere ti lasci, prolungati ti siano i termini della vita, si che tutte le cose avranno buona riuscita, perché a te gran consolazione e a Lui gloria verranno.

Alla qual gloria me al presente, Iddio ottimo massimo, e te anche, sorella mia, per l’avvenire, quando a Lui piacerà, conduca. Sta sana, carissima sorella, e fa che tu ponga in Cristo tutta la tua fiducia, perché da Cristo aspettar si deve ogni salvezza.
Dalla Torre di Londra, il 10 di febbraio, l’anno del Signore 1554.
Tua sorella, che sinceramente t’ama. Jane Gray.

venerdì 24 giugno 2011


Anna di Kašin


Figlia del Principe Dimitrij Borisovič di Rostov e bisnipote del Principe Basilio di Rostov, fu educata fino ai suoi primi anni di vita a una stretta aderenza ai dettami cristiani. Il suo precettore fu Sant'Ignazio, vescovo di Rostov, noto per il suo altruismo nei confronti dei più bisognosi. Come ogni nobildonna del suo tempo Anna imparò inoltre l'arte del cucito. Una volta cresciuta, la Principessa Xenia di Tver', seconda moglie del Gran Principe Jaroslav di Tver', inviò un'ambasciata a Rostov recante la richiesta di unire in matrimonio Anna con il proprio figlio Mikhail. Il riscontro fu positivo e Anna divenne sposa di quest'ultimo.

Il matrimonio si svolse l'8 novembre 1294 nella Cattedrale Preobraženskij di Tver'. Per celebrare questo evento gli abitanti della città di Kašin costruirono il Tempio Mikhailovskij e una grande porta monumentale sulla via per Tver', chiamandola anch'essa "Mikhailovskij." Una commemorazione dello sposalizio viene officiata ogni anno nella Cattedrale di Kašin.

Anna e Mikhail ebbero cinque figli:

Feodora
Principe Dimitrij di Tver' (1299–1326)
Principe Alessandro I di Tver' (1301–1339)
Principe Konstantin di Tver' (1306–1346)
Principe Basilio di Kašin (morto dopo il 1368)
Nel 1294 il padre di Anna morì e nel 1295 un terribile incendio distrusse Tver'. Poco dopo tale evento la primogenita della coppia, Feodora, morì ancora bambina dopo una breve malattia. Nel 1296 un altro incendio distrusse il loro palazzo e i principi si salvarono a stento. Nel 1317 prese inizio l'aspro scontro che contrappose il marito al Principe Jurij di Mosca.

Nel 1318 la principessa vide per l'ultima volta suo marito che, convocato a Saraj da Uzbeg Khan, fu ivi torturato a morte il 22 novembre 1318. Anna venne a conoscenza di tale fatto solo nel luglio successivo e, dopo aver saputo che i resti del marito erano stati trasportati a Mosca, inviò un'ambasciata nell'intento di riottenerli. Grazie agli uffici della moglie il corpo di Mikhail fece così ritorno a Tver', ove fu seppellito nella Cattedrale Preobraženskij.

Nel 1325, Dimitrij, primo figlio maschio della coppia, fu, come il padre, torturato e ucciso dall'Orda. Nel 1327, il suo terzogenito Alessandro, sterminò il contingente tataro che si era installato a Tver'. Per vendetta il Khan inviò un nuovo esercito e distrusse la città; Alessandro fu costretto a fuggire a Pskov. Per un decennio Anna non rivide il proprio figlio che, assieme al nipote Fëdor, fu squartato dall'Orda nel 1339.

Dopo la morte del Principe Mikhail, anna decise di rifugiarsi "nel silenzio e nel lavoro per Dio". Prese così i voti monastici nel monastero di Santa Sofia di Tver' ove adottò il nome di Eufrosinija. Nel 1365 il figlio più giovane della Principessa, Basilio, l'unico rimasto in vita, convinse la madre a trasferirsi nel proprio Principato. Si ritirò nel monastero Uspenskij di Kašin, dove la santa prese lo schema con il nome di Anna.

Morì in tarda età il 2 ottobre 1368 e fu seppellita nella Cattedrale della Beata Vergine.

Glorificazione[modifica]Il nome della Principessa Anna fu dimenticato per alcuni secoli. Fu durante l'assedio di Kašin da parte delle truppe lituane che, secondo le sue agiografie, Anna apparve a un fedele annunciando che avrebbe pregato il Salvatore e la Madonna per la liberazione della città dalle truppe nemiche.

Il sinodo della Chiesa ortodossa russa, riunito nel 1649, dichiarò le sue reliquie degne della venerazione universale e la glorificò a Santa. Ventotto anni dopo il Gioacchino convocò un nuovo sinodo chiedendo la sua immediata decanonizzazione a causa della grande venerazione cui la stessa era oggetto da parte dei Vecchi Credenti.

Si ritiene che gli scismatici innalzarono Anna nel loro Palladium perché la Principessa era solitamente raffigurata nelle icone nell'atto di compiere il segno della croce con due dita, così come voleva il vecchio rituale ortodosso, invece che con tre, uso introdotto dalle Riforme di Nikon nel 1656. Opere di autori del Vecchio Credo spiegano inoltre tale culto con il fatto che, da un esame delle reliquie, una mano del corpo incorrotto di Anna sia piegata con le due dita tese. Nonostante le autorità ecclesiastiche si siano sforzate di "correggere" tale situazione, secondo queste fonti agiografiche, la mano sarebbe sempre tornata nella posizione originaria, provocando l'ira di Gioacchino che, prima di convocare il sinodo, ordinò che i resti della Santa non fossero più esposti alla venerazione dei credenti.

Secondo studi recenti la sua decanonizzazione sarebbe stata invece determinata dalla circolazione di una Vita della Santa, composta da Ignatius di Solovki, uno dei più noti e radicali leader del Raskol.

Fu solo il 12 giugno 1909 che la Chiesa ortodossa russa glorificò nuovamente Anna, stabilendone il culto. Lo stesso anno una comunità monastica fu creata in suo onore a Grozny, un anno dopo una chiesa le fu consacrata a San Pietroburgo

lunedì 20 giugno 2011




Margherita di Francia, La reine Margot


Margherita di Francia o Margherita di Valois (soprannominata la “reine Margot” nell’800) nasce il 14 maggio 1553 nel castello di Saint Germaine en Laye e muore a Parigi il 27 marzo 1615.
E’ la settima dei figli di Enrico II e Caterina de’ Medici.
Conobbe poco suo padre, mortalmente ferito nel 1559, in coincidenza con le nozze della sorella Elisabetta con il re di Spagna, Filippo II: aveva solo 6 anni. Con sua madre ebbe rapporti distanti, provando per lei un misto di ammirazione e di timore.
Cresce prevalentemente in compagnia dei fratelli, perché le sorelle maggiori lasciano la Francia per sposarsi all’estero, ma anche del cugino, suo coetaneo, Enrico di Borbone, figlio di Antonio di Borbone e Jeanne d‘Albret, regina di Navarra.
La Francia è attraversata in quegli anni dalle prime due guerre di religione che lacerano il paese e dividono persino le famiglie (#entry250737602).
E’ lei che accompagna la madre e il fratello Carlo, salito al trono nel 1560 alla morte del primogenito Francesco, in un lungo viaggio di pacificazione attraverso tutta la Francia, dal 1564 al 1566.
I rapporti con i fratelli sono all’inizio eccellenti (tant’è che si vociferava di relazioni incestuose con Enrico e Francesco, persino con Carlo). E’ così che quando Enrico duca d’Angiò prende il comando dell’armata reale, dopo la morte del Connestabile Montmorency, e guida i cattolici nella Terza guerra i religione (1568-1570), affida a lei la difesa dei suoi interessi nei confronti della madre.
Nel frattempo nasce un idillio tra la principessa ed Enrico di Guisa, l’ambizioso e giovane capo dei cattolici intransigenti. La famiglia reale, cattolica ma attestata su posizioni moderate, si oppone decisamente. Questo episodio potrebbe essere all’origine dell’«haine fraternelle durable» che nasce tra Margherita e il fratello maggiore.
Il duca di Guisa non è che il primo di una lunga serie di amanti attribuiti a Margherita. E’ vero che la principessa era bella, colta e raffinata, tuttavia è difficile stabilire il confine tra la verità e le voci a proposito delle relazioni a lei attribuite.

Un matrimonio politico.

Caterina de’ Medici aveva proposto sua figlia in matrimonio al figlio di Filippo II di Spagna, l’infante Carlos, ma il matrimonio non si fece (meno male!); anche il progetto matrimoniale con il re del Portogallo Sebastiano I fu abbandonato. Rispuntò l’idea, già coltivata dal defunto Enrico II, di un’unione con il cugino Enrico di Navarra, diventato nel frattempo uno dei capi protestanti: principe del sangue, erede al trono dopo i figli di Francia (ma la prospettiva di una successione era allora molto lontana), Enrico è anche erede di vasti possedimenti nel Sud-Ovest. Questa unione ha per obiettivo soprattutto la riconciliazione tra cattolici e protestanti dopo la fine delle ostilità. La madre di Enrico, la fervente ugonotta regina di Navarra Jean d’Albret diffida della regina madre ed esige la conversione di Margherita al protestantesimo. Ma deve cedere di fronte alla volontà della principessa di conservare la propria religione e finisce, dietro la pressione del partito protestante, per dare il suo consenso, non senza aver ottenuto per la sua futura nuora una dote considerevole. Ma muore poco dopo ed Enrico diventa re di Navarra. Quanto a Margherita, è solo perché costretta da sua madre e da Carlo IX e non senza reticenza che acconsente a sposare il sovrano eretico di un piccolo regno, ma, soprattutto, un uomo che considerava molto repellente. Senza attendere la dispensa pontificia richiesta in ragione della differenza di religione e della parentela dei futuri sposi (tutti e due sono pronipoti di Carlo d’Angouleme), l’”union execrable”(secondo il termine del generale dei Gesuiti) è celebrata il 18 agosto 1572. Lo svolgimento delle nozze venne regolato in modo da non urtare la sensibilità dei protestanti venuti numerosi ad assistere al matrimonio del loro giovane capo: la benedizione nuziale ebbe luogo sul sagrato di Notre Dame, evitando loro di assistere alla messa, e fu impartita dal cardinale di Borbone, in qualità di zio dello sposo e non di prete. Le nozze furono seguite da tre giorni di feste sontuose.

La notte di San Bartolomeo e l’inizio degli intrighi

Sappiamo come finì, per cui quelle nozze furono chiamate “nozze vermiglie”: la notte tra il 23 e il 24 agosto più di mille ugonotti furono trucidati per ordine di Caterina e di Carlo IX, primo fra tutti l’ammiraglio Coligny, uno dei capi protestanti. Guidava il massacro, passato alla storia come notte di San Bartolomeo, il giovano capo dei cattolici, proprio quell'Enrico di Guisa di cui Margherita era stata innamorata. Enrico di Navarra, il novello sposo, accetta di abiurare il protestantesimo per aver salva la vita. Non c’è più possibilità di riconciliazione e il matrimonio potrebbe essere annullato, ma Margherita sceglie di dare prova di lealtà e resta a fianco del marito. Segue una nuova fase della guerra civile, la Quarta guerra di religione (1572-1573) che si conclude con uno status quo, ma con un paese profondamente diviso per la nascita di una specie di Confederazione autonoma delle città del Sud.
Nel 1574, quando Carlo IX muore e sale al trono Enrico, duca d’Angiò, protestanti e cattolici moderati (soprannominati i “Malcontenti”, essi propugnano la moderazione dello Stato negli affari religiosi) preparano un complotto per impadronirsi del potere. Li guida Francois d’Alencon, il più piccolo dei fratelli di Margherita; ad essi si aggrega anche il cognato re di Navarra. Ma la cospirazione viene scoperta e due congiurati vengono subito arrestati e decapitati: uno di essi è Joseph Boniface de la Mole, preteso amante di Margherita. Dopo il fallimento della congiura, Alencon e Navarra sono imprigionati, prima nel castello di Vincennes, poi ritornano a corte sotto stretta sorveglianza. Da qui riescono a scappare. Enrico non avverte neanche sua moglie, a dimostrazione di quanto sia opportunista. Margherita si ritrova reclusa al Louvre, con le guardie alle porte della sua stanza, perché Enrico III la ritiene complice. Scoppia una Quinta guerra di religione (1574-1576) a cui partecipa Alencon, ovviamente dalla parte degli ugonotti, il quale si rifiuta di trattare finchè la sorella sarà prigioniera. Margherita è liberata e assiste con la madre ai negoziati di pace, che sfociano in un testo estremamente generoso per i protestanti: l’editto di Beaulieu.
Enrico di Navarra richiama la moglie presso di lui (i coniugi nel frattempo si erano riconciliati al punto che la moglie informava il marito, durante il conflitto, di ciò che apprendeva a corte), ma Caterina e Enrico III rifiutano di lasciarla partire, temendo che possa diventare un ostaggio degli ugonotti o che possa rafforzare l’alleanza tra Navarra e Alencon.

L’avventurosa spedizione nei Paesi Bassi.

Allorchè la guerra civile riprende subito dopo, Sesta guerra di religione (1566-1577), Margherita, reclama l’autorizzazione a partire in missione nel sud dei Paesi Bassi per conto del fratello minore. Le Fiandre, che si sono sollevate contro la dominazione spagnola, sembrano disposte a offrire un trono a un principe francese tollerante e suscettibile di offrire l’appoggio diplomatico e militare necessario alla conquista della loro indipendenza. Enrico III finalmente accetta la spedizione di sua sorella, scorgendo l’occasione di sbarazzarsi di un fratello ingombrante.
Con il pretesto di una cura termale a Spa, Margherita parte con un grande seguito. Consacra due mesi alla missione. In ciascuna delle tappe del suo viaggio, si intrattiene, in occasione di fastosi ricevimenti, con gentiluomini ostili alla Spagna e, vantando loro i meriti del fratello, tenta di convincerli che è loro interesse allearsi a lui. In questo viaggio fa anche la conoscenza del governatore spagnolo, don Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto. Ma per Margherita, il ritorno in Francia è movimentato, attraverso un paese in piena insurrezione, al punto da temere che le truppe spagnole possano prenderla in ostaggio. Alla fine, se pure Margherita ha stretto qualche legame utile, Alencon non sa o non può trarne vantaggio.

Nerac: letteratura e amore

Dopo aver reso conto della sua missione al fratello minore, Margherita ritorna a corte, dove l’atmosfera è assai tesa. Gli scontri si moltiplicano tra i favoriti di Enrico III e i partigiani di Alencon, innanzitutto Louis Bussy d’Amboise, amante di Margherita. La situazione è tale che nel 1578 Enrico III fa arrestare di nuovo il fratello e lo consegna nella sua stanza, dove Margherita lo raggiunge. Qualche giorno più tardi, Francois fugge ancora grazie a una corda gettatagli dalla sorella attraverso una finestra.
Poco dopo Margherita, che ha negato ogni partecipazione a questa evasione, ottiene infine l’autorizzazione di raggiungere suo marito. Enrico III spera che la sorella possa giocare un ruolo nella pacificazione delle province del Sud-Ovest e, per evitare sorprese, le assegna una scorta d'eccezione: Margherita è accompagnata questa volta da sua madre Caterina e dal suo cancelliere, un umanista, magistrato e poeta di fama, Guy du Faur de Pibrac.
Caterina de Medici e suo genero si accordano sulle modalità di esecuzione dell’ultimo editto di pacificazione (l’editto di Poitiers che aveva concluso la Sesta guerra), dopodichè la regina madre ritorna a Parigi e la coppia reale, finalmente riunita, si stabilisce nel castello di Nerac. Qui si forma intorno a Margherita una vera e propria Accademia letteraria: oltre ad Agrippa d’Aubignè, compagno d’arme di Navarra, e Pibrac, ci sono Salluste de Bartas e Montaigne. Ma la corte è soprattutto celebre per le avventure amorose che si moltiplicano, al punto d' aver ispirato Shakespeare per la sua opera "Pene d’amor perdute". Si attribuisce a Margherita una relazione con uno dei più illustri compagni di suo marito, il visconte di Turenne.
Neanche un anno dopo, nel 1579 scoppia la Guerra degli amanti (o Settima guerra di religione), cosiddetta perché dichiarata da quelli che vengono considerati i corteggiatori di Margherita e ritenuta, a torto, voluta da lei, sempre per rancore nei confronti di suo fratello maggiore. Ella avrebbe incitato Turenne e spinto le sue dame d’onore, ugualmente legate a capitani ugonotti, a fare altrettanto. In realtà, il conflitto fu provocato dalla scorretta applicazione dell’accordo relativo all'ultimo editto di pacificazione. Dura poco, in parte anche grazie a Margherita, che suggerisce di ricorrere ad Alencon per condurre negoziati. Questi sono rapidi e portano alla pace di Fleix.
E’ allora che Margherita si innamora del grande scudiero di suo fratello, Jacques de Harlay, signore di Champvallon. Le lettere che gli scrive illustrano la sua nuova concezione dell’amore, improntata al neoplatonismo: si tratta di privilegiare l’unione dello spirito su quella del corpo (il che non significa che Margherita rinunci all’amore fisico) per arrivare alla fusione delle anime.

Tra due corti

Dopo la partenza d’Alencon, la situazione coniugale di Margherita si deteriora ancora di più. Responsabile di questa situazione una delle dame d’onore, la giovane Françoise de Montmorency-Fosseux, detta Fosseuse,che ha solo 14 anni, di cui suo marito è innamorato, e che resta incinta. La ragazza non fa che aizzare il marito contro la moglie, sperando di farsi sposare.
Nel 1582 Margherita ritorna a Parigi. Le ragioni di questa partenza restano oscure. Senza dubbio vuole scappare da un’atmosfera divenuta ostile, forse anche per avvicinarsi al suo amante Champvallon, o sostenere suo fratello minore. Ma è accolta freddamente, giacchè il re la ritiene responsabile dell’ultimo conflitto. E la situazione si degrada ancora: mentre Enrico III alterna una vita dissoluta a crisi di misticismo, Margherita incoraggia tutti i pettegolezzi e le caricature nei suoi confronti, conducendo una vita scandalosa (resta incinta di Champvallon).
Alla fine, nel 1583 il re scaccia la sorella dalla corte, misura senza precedenti, che fa molto scalpore in Europa, tanto più che Enrico III fa arrestare alcuni servitori per interrogarli a proposito di un eventuale aborto. Ma c’è di più: Navarra, a cui sono arrivate le voci sulla vicenda, offeso nel suo onore (!) per la storia dell'aborto, si rifiuta di ricevere sua moglie. Ci vogliono otto mesi e la presa di possesso di qualche città per convincere Navarra a riprendersi Margherita , che però è accolta molto freddamente. Ed ecco che alle sventure coniugali si aggiunge la notizia della morte di Alencon, nel giugno 1584

D'Agen à Usson: la rivolta e la prigione.

La guerra riprende, l’Ottava guerra di religione, l’ultima e la più lunga (1585-1598), perché Enrico III dichiara Navarra il suo successore. Ecco che Margherita cambia fronte: rifiutata dalla famiglia e da suo marito, si allea alla Lega, che raccoglie a questo punto i cattolici intransigenti ostili sia a Enrico III che ad Enrico di Navarra, guidati da Enrico di Guisa, lo Sfregiato, il suo antico amore (ecco perché Guerra dei tre Enrichi). Margherita si installa ad Agen, città facente parte della sua dote e della quale è contessa, e fa rinforzare le fortificazioni. Recluta truppe e si lancia all’assalto delle città vicine. Ma i cittadini si ribellano e Margherita deve fuggire precipitosamente. Dopo un lungo peregrinare, le truppe reali la catturano ed Enrico III decide di imprigionarla nel castello di Usson. Poiché anche sua madre non era meglio disposta nei suoi confronti (meditava di dare in moglie al Navarra la nipote preferita, Cristina di Lorena), Margherita comincia a temere per la sua vita.
A partire dal 1586, Margherita è dunque prigioniera. Per occuparsi, intraprende la redazione delle sue Memorie, che dedica allo storico Brantome. Legge molto, soprattutto opere religiose (!) e riceve la visita di molti amici letterati.

La riconciliazione e il ritorno a Parigi

Nel 1588 muore Enrio di Guisa, assassinato per volere del re che non tollera più l'estremismo della lega, l'anno dopo anhe Enrico III cade in un attentato, e, pochi mesi dopo, muore anche la regina madre. Margherita è rimasta sola.
Nel 1593, Margherita riallaccia i rapporti con il marito divenuto re, il quale, per consolidare il suo potere, oltre che portare avanti la guerra contro gli irriducibili, desidera risposarsi per assicurarsi una discendenza legittima. Gli argomenti non mancano per sostenere l’annullamento del matrimonio: consanguineità, pressioni esercitate sulla volontà degli sposi, sterilità. Enrico sogna di sposare la sua maitresse, Gabrielle d’Estrée, madre di suo figlio Cesare. Margherita all’inizio è restia a cedere il posto ad una “bagasse”. Ma Gabrielle muore nel 1599 e le trattative arrivano a buon fine, favorite da un forte compenso finanziario. L’annullamento è pronunciato dopo circa 30 anni di matrimonio tempestoso. Enrico IV sposa Maria de’ Medici e finalmente buoni rapporti si stabiliscono tra i due ex coniugi.
Margherita ritorna definitivamente Parigi nel 1605. Dopo 19 anni a Usson, è molto cambiata, fisicamente è terribilmente grassa, ma è anche diventata molto devota: il giovane frate Vincenzo de Paoli, futuro santo, è il suo cappellano.
Si fa costruire un vasto hotel sulla riva sinistra della Senna, di fronte al Louvre (oggi non resta niente di questo edificio se non una piccola cappella). Grazie al suo amore per le lettere, per i ricevimenti che organizza, per i poeti e filosofi di cui si circonda Margherita perpetua il ricordo della corte brillante dei Valois.
“Unique héritière de la race des Valois», come lei stessa si definisce, Margherita realizza, negli ultimi annni, la transizione, non solo tra la sua dinastia e quella dei Borboni, ma anche tra lo spirito del Rinascimento e quello del Grand Siècle. Quanto sia adatta a ricoprire questo ruolo di trait d’union tra due epoche lo dimostrano le eccellenti relazioni che intrattiene con Maria de Medici, prima regina e poi reggente, a cui dà addirittura dei consigli, e il Delfino, futuro Luigi XIII, che nomina suo erede.
Margherita sopravvive qualche anno al suo ex marito, ucciso nel 1610 da un fanatico cattolico, e muore nel 1615.