lunedì 20 dicembre 2010


UGO DI TOSCANA (Ugo dei Tusci)

La Firenze contemporanea può ammantarsi dell'onore di essere il capoluogo della Regione Toscana grazie, in un certo senso, a quanto decise un "antico toscano", vissuto in un periodo storico lontano, in cui l'Europa moderna ha radice trovando numerosi assetti politici e territoriali fondamento, denominato convenzionalmente Medioevo.
In epoca alto medievale insieme a ` tanti Papi, Imperatori, Re e cavalieri operò un uomo d'alto lignaggio, fra i più illustri e autorevoli del suo tempo, I quale Ugo Marchese di Tuscia, della Toscana (953/4-1001), nome un tempo leggendario nella memoria dei fiorentini, a differenza d'oggi, i quali, fino a circa duecento anni fa, solevano radunarsi al cospetto del sepolcro del Marchese alla Badia fiorentina nel giorno dell'anniversario della sua morte avvenuta il 21 dicembre del 1001.

I cittadini di Firenze furono, infatti, per lungo tempo grati al loro signore non solo per il buon governo che seppe instaurare ma anche per avere fatto della loro urbe la sua sede, trasferendovi la corte da Lucca, tradizionale città dei Marchesi di Toscana, i quali, prima di lui, si intrattenevano a Firenze soltanto per le sedute del tribunale e per altri incarichi amministrativi.
Il Marchese Ugo, al quale piaceva la Toscana tutta, ebbe una predilezione per Firenze: "e a costui piacque la stanza di Toscana, e massimamente nella città di Fiorenza, fececi venire la moglie, e in essa fece suo dimoro, siccome Vicario di Otto Imperatore", come ricorda lo storico Malespini.

Un legame stretto e indissolubile con la città lo leggiamo nei colori dello stemma del Marchese appartenente al casato tedesco dei von Brandenburg, il bianco e il rosso, che da allora sono divenuti i colori di Firenze.
A buon diritto, il Marchese Ugo deve essere considerato l'antenato storico della moderna Firenze che allora toccava il punto più basso della sua lunga storia: poco più di tremila abitanti ritiratisi all'interno dell'antica cerchia romana; una città piccola e in decadenza che all'alba dell'anno 1000, grazie anche al suo nuovo status politico, iniziò a dare segni di ripresa. Con il passaggio al secondo millennio incominciò un periodo di fioritura culturale che ebbe le sue stupende espressioni nel Battistero e nelle Chiese di San Miniato e dei Santi Apostoli, primissime testimonianze di una peculiarità creativa tipicamente fiorentina, alla quale fecero riferimento gli architetti del Rinascimento.



Dalla Toscana la storia del Marchese Ugo, figlio di Uberto e di Willa di Bonifacio Duca di Spoleto e Marchese di Camerino, nipote di Ugo di Arles Re d'Italia, imparentato con le più nobili famiglie dell'epoca e discendente da Carlo Magno, si intreccia con gli intensi rapporti che questa regione ebbe coll'impero di Germania e col papato.

In un tempo di torbidi e di violenze quale il secolo decimo passato alla storia come "il secolo di ferro", quando crisi economiche e politiche si sovrapposero a crisi morali e religiose, il Marchese scelse di non essere soltanto, come il suo alto ruolo imponeva, un valente uomo d'arme. Ugo di Toscana eccelse ancor di più per le sue doti diplomatiche e per la sua equità nelle cose del governo, verso i sudditi. A lungo, dopo la sua morte, venne considerato il prototipo del perfetto principe.

Al governo della Toscana fu uno dei principi laici più potenti del tempo e per un certo periodo uno dei primi personaggi dell'impero, schierandosi apertamente con il programma politico della dinastia sassone. Profondamente convinto del primato imperiale su quello del Papa, divenne un fedelissimo degli Ottoni schiacciando nel proprio territorio la recalcitrante feudalità, privandola di molti privilegi. Restaurando comunque e dovunque l'autorità imperiale accanto all'Imperatore Ottone III, viene considerato il fondatore della compagine della moderna Toscana.

Fecero parte integrante della sua strategia politica il riconoscimento di alcune attribuzioni laiche alle più "duttili" autorità ecclesiastiche, che si impegnò a riformare, e le numerose fondazioni monastiche che volle nel territorio, poiché esse non divennero siti monastici sotto tutela personale di importanti famiglie, com'era solito, bensì furono abbazie marchionali o imperiali, costituite, quindi, per riaffermare il potere dei sovrani e non per indebolirlo. La riforma ecclesiastica era per lui di precipuo interesse politico oltre che religioso. Legato alla figura di San Romualdo, iniziatore dei camaldolesi, fondò ben sette abbazie a partire da Firenze con l'erezione della Badia, i cui monaci, fino oggi cultori della sua memoria e a lui devoti e riconoscenti, ogni anno, a partire dal primo anniversario della sua morte, il 21 dicembre, celebrarono, e ancor celebrano, una messa in suo ricordo, in antico col concorso di molto popolo ed ora alla presenza di autorità e di una rappresentanza in costume rinascimentale del Corteo della Repubblica Fiorentina.

Per la sua saggezza nel governare, caso piuttosto unico fra i potenti del suo tempo, lasciò "per molti secoli di sé grata memoria ai fiorentini"; la fama di Ugo di Toscana si dilatò presso i posteri e su fatti accertati si innestarono numerose leggende a testimonianza di quanta ammirazione aveva suscitato e continuava a suscitare. Lo stesso Dante, che componeva in versi due secoli dopo la sua morte, collocò "il Gran Barone", come lo appellò, nel suo `Paradiso' (XVI, 127-129) e Mino da Fiesole, nel 1481, per lui fu l'artefice del monumento funebre, tuttora visibile alla Badia fiorentina. Ancora alla Badia, a emblema del sempre vivo ricordo, Raffaele Petrucci nel 1618 scolpì la statua con le sembianze del Marchese che venne allocata nel chiostro grande.

SBF
nella foto lo stemma di Ugo dei Tusci

domenica 19 dicembre 2010


La storia seguente potete trovarla all'interno di alcune edizioni del Vangelo delle Streghe di C.G. Leland, anche se non fa parte del testo stesso, ma l'autore l'ha voluta aggiungere a conferma del fatto che l'adorazione di Diana esisteva da lungo tempo, contemporaneamente al Cristianesimo. Il titolo esatto del manoscritto originale, trascritto da Maddalena che l'aveva ascoltato da un Volterrano, è "La pellegrina della Casa del Vento". Va aggiunto che, come si dice nella storia, la casa in questione esiste tuttora.





Volterra - La Casa del Vento
"C'è una casa contadina all'inizio della collina che in salita porta a Volterra ed è chiamata la "Casa del Vento". Vicino ad essa c'era un piccolo palazzo in cui vivevano una coppia di sposi che avevano un'unica figlia che adoravano. Se la bambina aveva anche solo un piccolo mal di testa, cadevano addirittura in preda al panico. A poco a poco la bambina crebbe ed il solo pensiero della madre era che diventasse suora. Ma alla ragazza non piaceva l'idea e sperava di sposarsi come tutte le altre ragazze. Un giorno, guardando dalla finestra, sentì cantare gli usignoli sulla vite e sugli alberi tanto allegramente.

Disse alla madre che sperava di avere una famiglia di uccellini le cantavano attorno in un allegro nido. A sentire ciò, la madre si arrabbiò talmente che le diede uno schiaffo. La ragazza pianse, ma replicò con coraggio che, sebbene venisse trattata in tale maniera o picchiata, avrebbe presto trovato il modo di fuggire perche non voleva assolutamente diventare suora. A queste parole la madre si spaventò, perchè conosceva lo spirito indomito della ragazza e temette che avesse già un innamorato e che avrebbe fatto uno scandalo su questa disgrazia. Pensando e ripensando, si ricordò di una vecchia signora di buona famiglia, ma ormai decaduta, nota per la sua intelligenza, la conoscenza e il potere di persuasione. Pensò quindi: "Questa è proprio la persona che può indurre mia figlia a diventare pia e ispirarle sentimenti di devozione, cosicchè si faccia suora". Chiamò allora questa persona che una volta era governante e fedele servitrice della ragazza, la quale invece di litigare con la sua guardiana, le si era molto affezionata. Tuttavia nel mondo niente va esattamente come ci si aspetta, e nessuno sa se un pesce o un granchio si nasconde sotto la pietra del fiume.

Così accadde che la governante, non essendo affatto cattolica come sembrava, non vessò la sua pupilla con paure o con la esaltazione della vita monastica. Alla ragazza, che era solita restare sveglia nelle notti di luna a sentire cantare gli usignoli, pareva sentire la governante dalla stanza attigua, che aveva la porta aperta, alzarsi e andare sul balcone. La notte successiva accadde la stessa cosa. La ragazza si alzò molto silenziosamente e, non vista, scorse la donna che pregava, o quantomeno era inginocchiata al chiaro di luna.

La cosa le sembrò molto strana, anche perche pronunciava parole che la giovane non capiva e che senz'altro non avevano alcun carattere religioso. Essendo infine molto preoccupata per lo strano fatto, con timide scuse, disse alla governante ciò che aveva visto. Allora quest'ultima, dopo breve riflessione, chiedendole di mantenere il segreto dato che era una cosa di grande pericolo, le disse: "Da giovane i preti mi istruirono, come è successo a te, ad adorare un dio invisibile. Ma una vecchia in cui riponevo molta confidenza, mi disse: Perchè adorare una deità che non posso vedere, quando c'è la Luna visibile in tutto il suo splendore? Adorala! Invoca Diana, la dea della Luna, e lei esaudirà le tue preghiere. Allora questo è quello che anche tu devi fare: obbedire al Vangelo di Diana, che è la regina delle fate e della Luna".

Persuasa, la ragazza si convertì all'adorazione di Diana e della Luna e, avendo pregato con tutto il suo cuore per avere un innamorato (aveva imparato la scongiurazione alla dea - vedi pagina "La Luna come Dea" in questo link) fu presto ricompensata dall'attenzione e dalla devozione di un coraggioso e ricco cavaliere, che era un corteggiatore così ammirevole come non si potrebbe desiderare di più. Ma la madre che era più predisposta ad una vendetta gratificante e ad una crudele vanità, piuttosto che alla felicità di sua figlia, si infuriò e quando

il gentiluomo andò da lei, gli ordinò di andarsene poichè sua figlia era destinata a diventare suora e lo sarebbe stata, viva o morta. La ragazza fu rinchiusa nella cella di una torre senza neppure la compagnia della governante e sottoposta a dure e gravi pene, perchè doveva dormire sul nudo pavimento. Sarebbe morta di fame se non avesse acconsentito all'idea della madre.

In questa situazione disastrosa pregò Diana di liberarla: subito trovò la porta della prigione aperta e scappò. Avendo avuto un abito da pellegrina, viaggiò in lungo e in largo, pregando ed insegnando la religione dei tempi antichi, la religione di Diana, regina delle fate e della Luna, la dea dei poveri e degli oppressi. La fama della sua saggezza e della sua bellezza si sparse per tutta la regione. La gente l'adorava chiamandola la Bella Pellegrina. Alla fine sua madre, saputolo, di venne furiosa più che mai e dopo molta fatica riuscì nuovamente a farla arrestare e chiudere in prigione. Quindi, arrabbiatissima, le chiese di nuovo se voleva diventare suora;
al che rispose che non era possibile, dato che aveva abbandonato la Chiesa Cattolica ed era diventata una seguace di Diana e della Luna. La madre, considerandola ormai perduta, la consegnò ai preti perche la mettessero alla tortura e poi a morte, come facevano a tutti coloro che non erano d'accordo con loro o che avevano abbandonato la loro religione. Ma la gente non era d'accordo, perchè tutti adoravano la sua bellezza e la sua bontà e c'erano poche persone che non avevano goduto della sua carità. Con l'aiuto del suo innamorato ottenne, come ultimo desiderio, che la notte prima di essere torturata e uccisa potesse andare a pregare, scortata da una guardia, nel giardino del palazzo.


Le fu concesso, e sulla soglia della casa - che esiste ancora - pregò Diana alla luce della luna piena, di essere risparmiata dall'orrenda persecuzione a cui era stata soggetta da quando i genitori l'avevano volontariamente destinata a quell'orribile morte. I genitori, i preti e tutti coloro che volevano la sua morte erano nel palazzo per controllare che non scappasse. Quando, in risposta alla sua preghiera, scoppiò una terribile tempesta e un vento opprimente, che si trasformò in un uragano quale nessuno aveva mai visto prima, che infine demolì e spazzò via l'intero palazzo con tutti coloro che vi erano dentro. Non rimase nemmeno una pietra sopra l'altra, nè un'anima vivente tra i presenti. Gli Dei avevano risposto alla preghiera. La ragazza fuggì felicemente con il suo innamorato, si sposò e la casa contadina dove si rifugiò è tuttora chiamata la Casa del Vento".

sabato 18 dicembre 2010


DUPLICITA’ DI LEDA

Leda Rafanelli, 1880-1971, anarchica individualista e musulmana. Intervista a Alessandra Pierotti.



Alessandra Pierotti ha portato a termine un dottorato di ricerca in “Storia delle scritture femminili” presso l’Università La Sapienza di Roma, discutendo una tesi su Leda Rafanelli.

Scrittura e vita vissuta si intrecciano strettamente nell’esperienza di Leda Rafanelli. Per prima cosa, potresti tracciarne il profilo biografico?
Nel panorama del ’900 italiano Leda Rafanelli (1880-1971) è una protagonista anomala e originale. La sua esperienza umana e quella intellettuale si collocano in un arco cronologico molto ampio che comprende avvenimenti della storia politica e culturale italiana che vanno dalla fine dell’800 sino ai primi anni ’70 del ’900. Leda Rafanelli comincia infatti a scrivere come pubblicista e bozzettista negli anni fin de siècle e nel 1905 pubblica il primo romanzo, proseguendo costantemente la sua attività di scrittura fino al 1971, anno della morte. Rafanelli non è isolata, ma appartiene a un nutrito gruppo di scrittrici che operano tra i due secoli, animate dalla spinta alla modernizzazione e all’emancipazione. Attiva all’interno del movimento anarchico, Leda partecipa, attraverso una scrittura in cui passione politica e tensione letteraria sono fortemente connesse, alla formazione di quella “donna nuova”, che la società ormai richiede. Il modello femminile da lei proposto, attraverso la scrittura e la vita, è quello della donna fuori dagli schemi, impegnata in ambito politico e sociale, totalmente libera, e di una libertà che le consente di essere nello stesso tempo anarco-individualista e fedelmente islamica, di sentirsi dunque consapevolmente “duplice”.
Nata a Pistoia, opera nell’area toscana e poi in quella milanese. Durante la sua giovinezza trascorre anche qualche tempo in Egitto. Questo soggiorno le permette, da un lato, di approfondire il suo legame “innato” con l’Oriente (“Ho sangue arabo nelle vene: mio Nonno materno era figlio di uno Zingaro Tunisino .... Fin da bambina ho sempre detto, con ferma convinzione, che ‘ero nata millenaria’”) convertendosi all’islamismo, dall’altro di intrattenere contatti con alcuni gruppi anarchici. In Egitto, infatti, in quegli anni, opera il gruppo di anarchici che ruota intorno alla “Baracca Rossa” (luogo d’incontro di molti, tra i quali Enrico Pea), con cui Leda entra in contatto, assistendo alle persecuzioni contro alcuni del gruppo, accusati, in realtà ingiustamente, di aver progettato un attentato contro il Kaiser Guglielmo II, in visita in quelle zone.
Tornata in Italia, Rafanelli si stabilisce a Firenze dove, frequentando la Camera del Lavoro, ha occasione di incontrare alcuni degli ultimi superstiti della Prima Internazionale, quali Giuseppe Scarlatti e i coniugi Pezzi, e di ritrovare Luigi Polli, giovane anarchico conosciuto in Egitto, che nel 1902 diverrà suo marito. Si tratterà, in realtà, di un “matrimonio bianco” tra due amici e compagni di lotta. Luigi e Leda fondano la ditta Rafanelli-Polli, una casa editrice che si occupa della stampa di opuscoli anarchici, rifornendo di nuovi testi e nuova linfa la propaganda del movimento. In questa fase della sua vita, Rafanelli è particolarmente attiva sul piano delle lotte sociali, come documentano gli articoli da lei scritti, dai toni fortemente polemici, e le prime segnalazioni da parte della polizia. In concomitanza con la fervente produzione di opuscoli e articoli, Leda inizia anche a sperimentare tipologie di scrittura più complesse e comincia a pubblicare romanzi, racconti e bozzetti ispirati alla protesta sociale. Per l’editore fiorentino Giuseppe Nerbini escono, ad esempio, numerosi scritti tra i quali Un sogno d’amore (1905), opera con cui Rafanelli inizia a confrontarsi con il genere romanzesco.
In quegli anni di inizio ’900, Leda conosce il tipografo aretino Giuseppe Monanni, fondatore a Firenze di “Vir”, rivista che si fa portavoce della nuova tendenza anarco-individualista, verso la quale anche lei ben presto si volge. Dal 1909 Rafanelli si trasferisce con Monanni a Milano, città molto attiva politicamente e culturalmente già dalla fine dell’800, con le sue iniziative editoriali, la proliferazione di testate giornalistiche e la presenza operosa delle donne. In contatto con il gruppo anarco-individualista milanese (guidato da Ettore Molinari e Nella Giacomelli, e riunito intorno ai giornali “Il grido della folla” e “La protesta umana”), Leda intensifica la propria attività di propaganda e contribuisce a promuovere la Società Editoriale Milanese (più tardi Casa Editrice Sociale). A Milano, Rafanelli e Monanni dirigono “La protesta umana” e, nello stesso tempo, continuano la loro esperienza autonoma dando vita alla rivista “Sciarpa nera” (1909), successivamente affiancata, nella propaganda di temi anarco-individualisti, dal settimanale “La questione sociale”. Rafanelli trova il tempo anche per proseguire il suo lavoro letterario, nel quale riformula, con modelli diversi, il proprio intento propagandistico.
A partire dagli anni ‘20 e ‘30, la scrittrice (sia per effetto della politica fascista, che per ragioni di natura privata) inizia a condurre vita ritirata. La sua vena narrativa, comunque, non si esaurisce e Leda si orienta in prevalenza verso racconti per ragazzi o articoli di ricordo. Il desiderio di raccontare il proprio passato spinge Rafanelli ad adottare una modalità narrativa basata sulla memoria autobiografica. Sul piano della vita privata Rafanelli attraversa numerose situazioni di sofferenza: dopo la morte dei genitori, arriva la tormentata separazione con Giuseppe Monanni e, nel 1944, la morte del suo unico figlio, Marsilio, avuto dallo stesso Monanni.
La ricostruzione dell’intero percorso intellettuale evidenzia dunque, nell’arco temporale compreso tra l’inizio del ’900 e i primi anni ’70, un passaggio da una scrittura apertamente propagandistica, o comunque segnata da una intenzione politica, a uno stile più intimistico, del ricordo, che lascia intravedere, talvolta, sullo sfondo l’antica passione politica, segno evidente di una continuità di pensiero e di tensioni nella sua esperienza.
In un testo rimasto inedito dedicato a Pietro Gori, una delle figure più carismatiche del movimento anarchico tra ’800 e ’900, Rafanelli scrive “Io sono una irregolare anche nei ricordi”...
Il nucleo intorno al quale Rafanelli sembra radicare la scrittura memoriale elaborata a partire dagli anni ’50 (cioè la sua ultima produzione) è il racconto della storia del movimento anarchico. Si tratta della narrazione di una storia che lei stessa ha vissuto e che sente l’esigenza di fissare sulla carta, riattraversandola, rielaborandola tramite il filtro della propria memoria. Ma procediamo con ordine.
L’inizio della produzione letteraria di Rafanelli si colloca, come detto, nel passaggio tra ’800 e ’900, e risente della poetica verista (“Sono una seguace della letteratura verista, e non amo descrivere che quello che ho veduto e quanto ho provato”). Gli inizi sono quindi legati alla scrittura di bozzetti destinati alla pubblicazione sulle riviste anarchiche, che confluiscono poi in raccolte, oppure sono riediti sotto forma di opuscoli. La centralità del genere bozzettistico rappresenta in quegli anni l’esplicita dichiarazione di una poetica agganciata alla realtà e di una precisa concezione della scrittura come “veicolo di propaganda” dell’ideologia anarchica. Basti ricordare in questo senso la raccolta dei Bozzetti sociali, usciti in due edizioni (1911 e 1921), emblematico esempio, nel percorso intellettuale di Rafanelli, di scrittura breve con intento propagandistico e documentario.
In questa raccolta Leda Rafanelli affronta temi legati al sociale partendo dalla presentazione di personaggi, situazioni, luoghi, condizioni, tratti dalla realtà più umile. Nella prefazione alla prima edizione, l’autrice spiega la scelta del “bozzetto sociale” con queste parole: “Il bozzetto sociale riflette in poche pagine d’impressioni sentite e di sensazioni vissute, i multiformi aspetti della vita moderna”. Attraverso la brevità del bozzetto l’autrice può dunque cogliere più facilmente le numerose sfaccettature del reale, la molteplicità di situazioni in cui esso si articola, rendendo così più efficace la denuncia dei mali sociali contro i quali intende lottare. Personaggi minori, “esseri che il romanziere non vede, che lo storico non conosce, perché nessuna caratteristica li differenzia dalla folla nella quale si agitano”, divengono eroi, protagonisti, vittime di storie di vita quotidiana, strumenti di denuncia dei mali sociali, esempi per stimolare alla ribellione.
La funzione della scrittura come strumento di propaganda trova chiaramente, in questa opera, il suo luogo ideale. Tutti i personaggi ritratti sono cioè funzionali all’esposizione delle idee anarchiche dell’autrice, utilizzati come esempi appositamente selezionati per porre in risalto ciò che della società deve essere cambiato. La scrittrice evita di dare nomi ai personaggi ritratti (oppure usa quasi sempre gli stessi) e non specifica mai le date.
Questa, dunque, la forma di rappresentazione adottata per la storia e per la realtà di quegli anni: siamo nel primo Novecento, nel pieno dell’età giolittiana, periodo di grande attivismo politico, di forte impegno nella lotta sociale, anche da parte di Rafanelli.
Raramente nei Bozzetti sociali l’autrice lascia spazio al ricordo: nei pochi bozzetti in prima persona (soltanto cinque su cinquantanove) la dimensione memoriale sfuma immediatamente nella rappresentazione-denuncia dei mali della società presente o nella critica, a volte severa e spietata, verso coloro che sono incapaci di ribellarsi e lottare.
Col passare del tempo il gusto “bozzettistico” di sapore verista, teso alla rappresentazione della realtà così come si presenta allo sguardo dell’autrice nel momento della scrittura, si contamina in modo sempre più consistente con il genere memoriale-autobiografico. Ho sempre pensato alla vita di Rafanelli come fosse divisa in due fasi: la prima di propaganda intensa, legata al rapporto con Monanni, e la seconda contraddistinta da una maggiore maturità esistenziale che si caratterizza per una scrittura più intimistica, legata ai ricordi. Questo passaggio avviene in seguito alla prima guerra mondiale (“gli orrori imprevisti della prima Guerra Mondiale”, secondo le sue parole) e poi negli anni del fascismo (a causa delle “vili oppressioni” del regime di Mussolini). Su questo mutamento devono avere inciso -l’ho già accennato - anche avvenimenti legati alla sfera privata di Rafanelli, come la morte del padre (nel 1916) e soprattutto della madre (avvenuta nel 1919).
Nella raccolta di novelle Donne e femmine del 1922 è possibile rilevare tracce di questo passaggio dall’impegno pubblico alla dimensione privata. La lettura delle novelle che compongono l’opera consente di percepire un cambiamento della sua scrittura verso una dimensione più intimistica, più legata alla sua passione per il mondo orientale, più assorta e tesa al recupero memoriale, non più spiccatamente propagandistica. Proprio nei ritratti delle donne che Leda ha conosciuto direttamente e ha stimato (Luisa Pezzi e Nella Giacomelli, ad esempio) è da ricercarsi il precedente letterario più vicino ai racconti che ritraggono compagni anarchici, elaborati da Rafanelli nell’ultima fase della sua vita. Questi ultimi saranno pubblicati, negli anni ’60, su “Umanità nova” e “L’adunata dei refrattari”, o rimarranno inediti (come quello dedicato a Pietro Gori).
Prossima al tramonto, l’anziana scrittrice, ormai lontana dall’impegno attivo all’interno dello schieramento anarchico, dà così il suo contributo di ricordi attraverso i quali rielaborare e riscrivere la storia del movimento anarchico, una storia che si frantuma nella storia di tanti individui e nella propria storia.
Ciò che sorprende in Leda Rafanelli è il sentirsi così libera da essere nello stesso tempo anarchica e musulmana...
Leda è una donna interna al movimento anarchico, sostenitrice anzi di un deciso anarco-individualismo, che è per lei un modus vivendi e non solo una militanza politica. Leda è sempre “contro-corrente”, libera, svincolata da regole predefinite. L’origine di questo suo sentimento di libertà è da ricercarsi negli anni della formazione. Ricordando il suo lavoro giovanile in tipografia, scrive ad esempio: “Oh, la carta stampata! Ha riempito, orientato tutta la mia Vita! Lavoro duro, però, poi che di subito -per le mie capacità e la mia naturale intelligenza, fui tolta ai lavori manuali dei garzoni, e adoprata ‘alla cassa’, come compositrice. Riuscii delle migliori, poi che quel lavoro mi piaceva, leggendo sempre, correggendo le bozze di stampa e cercando in tutti gli ‘scarti’ ed i ‘sotto-pagina’ sempre qualcosa da leggere, specie quando erano articoli di un giornaletto socialista, che veniva stampato saltuariamente, e spesso sequestrato. ... Eravamo giovani, sinceri, entusiasti, anche ‘romantici’, di quel sano, sincero, ardente entusiasmo, che ho sempre avuto in me”.
La fase della giovinezza, da lei tematizzata nella scrittura, è sempre collegata a un particolare luogo, la tipografia, luogo della formazione personale ma, soprattutto, punto nevralgico di convergenza del mondo anarchico.
Attorno alle pubblicazioni delle testate giornalistiche si organizzano i molteplici gruppi che animano l’eterogeneo movimento anarchico. Sia le piccole attività di stampa, sviluppate in clandestinità, sia quelle di maggior ampiezza, finalizzate a un lavoro editoriale a più larga diffusione, come l’esperienza della Casa (poi Libreria) Editrice Sociale, presuppongono un luogo tipografico d’origine, centro di incontri, di relazioni, di scambi. Nella rielaborazione scritta dei propri ricordi giovanili, Rafanelli fa così coincidere la sua prima occupazione presso la tipografia pistoiese con la scoperta del proprio anarchismo.
Presto, come già sappiamo, Leda lascia Pistoia per raggiungere Firenze, dove entra in un determinato clima e ambiente, quello fiorentino del primo decennio del ‘900, fitto di scambi, di relazioni culturali e politiche, punto di origine di fermenti innovatori. Leda scrive a questo proposito: “Abitavo ancora a Firenze, e dovevo andar via anche di là, quando Pietro Gori venne a cercarmi a casa mia. Io, in quei giorni, ero assente, e Lui fu ricevuto dai miei genitori, ed ebbe -naturalmente- amichevole accoglienza, come usavano fare con tutte le mie conoscenze, anche le più strane: Compagni che venivano dall’estero, o che erano allora dimessi dal carcere. Io ho avuto, anche in questo, la completa solidarietà della comprensione della famiglia mia. ... Da me, a Firenze, avevano alloggiato, nei loro viaggi di propaganda, Luigi Fabbri, la sua dolce cugina Bianca -che fu poi la sua compagna- ed il caro Ezio Bartalini. Pietro si ritrovò in famiglia”. Emerge da queste parole un breve schizzo della Firenze animata dalla cultura critica anti-giolittiana.
Tu scrivi che, ad uno sguardo complessivo sulla produzione letteraria di Leda Rafanelli, emergono tre nuclei tematici dominanti: il privato, la storia, il femminile. Mi sembra che, fino ad ora, l’ultimo sia rimasto in ombra nella nostra conversazione.
Negli anni successivi alla Grande guerra, l’immagine femminile ribelle e rivoluzionaria della prima produzione narrativa inizia ad essere sostituita dal modello “orientale”, immagine di donna dedita all’amore, capace di obbedienza e sottomissione. Un cambiamento non facile da spiegare. Interrogandosi su quale sia stato esattamente il percorso che ha condotto Leda ad aderire al mito della donna araba, si può utilizzare come chiave di lettura il procedimento di commistione tra letteratura e vita, sempre attuato dall’autrice nella sua scrittura letteraria. Appare allora evidente come le prime esperienze di scrittura di Rafanelli (i romanzi Un sogno d’amore, Seme nuovo e L’Eroe della folla e i numerosi bozzetti e opuscoli), fortemente propagandistiche e incentrate su figure di donne rivoluzionarie, corrispondano, sul piano della vita privata, alla tumultuosa fase di fervente attività anarchica (dagli inizi del ’900 fino alla prima guerra mondiale); mentre le opere successive (Incantamento, Donne e femmine, L’Oasi), in cui i toni propagandistici, laddove presenti, appaiono moderati (o mascherati), e il modello di donna araba diviene prevalente, riflettano, sul piano privato, la fase di progressivo allontanamento dalla militanza anarchica attiva.
A segnare il percorso di vita e quello di scrittura di Leda Rafanelli, giocano un ruolo determinante sia gli avvenimenti drammatici che riguardano il piano storico collettivo (le due guerre mondiali e il ventennio fascista), sia le situazioni di sofferenza sul piano privato (le abbiamo già ricordate: la morte del padre Augusto e della madre Elettra Gaetani, e la morte del figlio Marsilio nel 1944, nonché la tormentata interruzione del proprio rapporto con Monanni).
Da questa prospettiva, il mondo orientale e la religione islamica si configurano sempre più, sul piano del privato, come una sorta di rifugio, una via alternativa a un presente inaccettabile. Sul piano storico, il mondo orientale si pone, invece, come alternativa “politica” al mondo e al pensiero occidentali, traducendosi in vera e propria battaglia contro il colonialismo. Una battaglia poi confluita in opere composte in pieno regime fascista (mi riferisco, in particolare, a due titoli: L’Oasi e Vedere il mondo. Avventure di due ragazzi eritrei).
Riguardo all’avversione di Leda Rafanelli per il regime fascista, puoi aggiungere altri elementi?
L’autrice presenta nella sua produzione un’idea di maternità in contrasto con quella prospettata dal regime fascista che mirava a far leva soprattutto sul concetto di maternità come “dovere”. Quando il materno viene interpretato positivamente è inteso, da Rafanelli, come dono d’amore, come atto sacro, mai come dovere. In altri casi, invece, la concezione del materno assume una valenza negativa, divenendo un peso, un dolore, una “catena”: Rafanelli individua, così, nella maternità una schiavitù inesorabile. Nella rappresentazione ambivalente della maternità, luogo dello “specifico” femminile universalmente riconosciuto, la scrittrice trova, dunque, un territorio narrativo utile a proseguire, seppur velatamente, la propria battaglia contro la politica mussoliniana.
Paradossalmente, Leda Rafanelli è nota ai più soprattutto per la breve relazione sentimentale con il rivoluzionario Benito Mussolini...
La relazione amorosa, o intima amicizia, con Benito Mussolini è scandita da quaranta lettere a lei inviate dal futuro capo del fascismo, tra il 1913 e il 1914. Si tratta di documenti che Rafanelli utilizzerà, a distanza di trent’anni, per pubblicare il libro Una donna e Mussolini, edito da Rizzoli nel 1946. Narrazione di sé, ricostruzione biografica della figura di Mussolini, rilettura della storia italiana nelle decisive fasi che precedettero il primo conflitto mondiale, stabiliscono i punti di riferimento dell’intero impianto testuale: l’io-narrante, onnisciente e consapevolmente distante dai fatti narrati (“a distanza di anni rimpiango questo grano d’incenso, bruciato in perfetta buona fede in onore di un uomo ambizioso”), presenta il personaggio Benito Mussolini con un’attenzione particolare volta a mettere in evidenza le sue ambiguità sin dalla fase socialista.
Il testo svolge così una duplice funzione: da una parte segue il percorso privato del protagonista nel suo rapporto con la scrittrice, dall’altra ne delinea il percorso pubblico, ricostruendo con grande precisione le fasi che accompagnarono il suo abbandono della linea neutralista per abbracciare quella interventista.
Attraverso il filtro della rievocazione memoriale del proprio vissuto, Leda rilegge così momenti importanti della storia italiana e della propria vicenda personale, un saldo intreccio tra ridefinizione autobiografico-romanzesca dei ricordi e tensione alla ricostruzione storica.
Il risultato è una combinazione perfettamente riuscita: un’opera valida sia da un punto di vista storico-politico, che da quello più specificatamente letterario.

venerdì 17 dicembre 2010


Giudicaele,la leggenda del re Bretone

Nella Bretagna in Francia, Giudicaele, che promosse con ogni mezzo la pace tra Bretoni e Franchi e, deposto l’incarico di re, si dice si sia ritirato nel monastero di Saint-Méen.


La Bretagna, odierna regione della Repubblica Francese, a cavallo tra VI e VII secolo fu il territorio su cui regnò San Giudicaele, sicuramente uno tra i sovrani santi meno noti nella folta schiera di santità che ha affollato le corti europee nel corso dei due millenni dell’era cristiana.
San Judicaël nacque all’incirca nel 590 e fu battezzato da un prete di nome Guodenon. Sino all’età di tre anni fu allevato a casa di suo nonno Ausoche, per poi passare alla corte del re di Bretagna Judhaël, suo padre, alla morte del quale avrebbe dovuto succedere alla corona essendo il primogenito tra tutti i suoi fratelli. Egli profuse dunque ogni forza nell’assicurarsi il trono, arrivando a sostenere i suoi diritti anche con l’uso delle armi. Ma Salomone II, suo fratello e suo competitore, lo battè ed conquistò così il trono verso il 605 circa.
Ora però non gli restò che rinunciare al mondo e vestire gli abiti di penitente, all’età di soli vent’anni, entrando nel monastero di Saint-Jean de Gaël sotto la preziosa guida di San Meen. Tutta la Bretagna, afflitta per il ritiro del suo principe, grazie al quale aveva conosciuto grandi speranze, ammirò questa sua grande scelta, presa non senza una dovuta riflessione, che mise ancor più in risalto le sue splendide qualità.
Le numerose leggende sorte sul suo conto narrano cose meravigliose circa il fervore che lo pervase. La sua ascesi fu sin da subito estrema ed avrebbe raggiunto addirittura dei grandi eccessi, se la saggia discrezione di San Meen non l’avesse moderata. Numerosi altri fatti relativi alla sua permanenza in monastero sono inoltre narrati da dettagliati quanto fantasiosi racconti leggendari. Non era passato molto tempo dal suo ingresso nel convento, che giunse già per Judhaël il momento della tonsura clericale e ricevette l’abito monacale, segni del suo ingresso ufficiale nella vita religiosa.
Un giorno però, quasi inaspettatamente, il santo abate Meen rese la sua anima a Dio, lasciando i suoi discepoli in una grande afflizione che nulla fu capace di consolare.
Judhaël decise allora di lasciare il chiostro alla morte di suo fratello Salomone II, verso l’anno 630, riprendendo gli abiti secolari ed assumendo finalmente la corona di Bretagna. Edificò tutta la famiglia reale e tutta la corte con l’esempio delle sue virtù. Sposò Meronoë (o Merovoë), donna proveniente dalla stessa famiglia e dallo stesso paese della regina sua madre. Anch’ella si dimostrò virtuosa come il marito, impregnata di fede e di pietà, e tutto ciò contribuì a mantenere tra loro una pace ed una concordia ammirabili. Governò il regno con autorità e saggezza, puntando principalmente al rispetto della Legge di Gesù Cristo. Le sue qualità diplomatiche gli permisero di concludere una pacifica alleanza con il re dei franchi Dagoberto. Fatto ciò, decise di abdicare per tornare nuovamente alla vita monacale. Nel 640 circa si ritirò dunque nel monastero di Gaël, ma secondo altri in quello di Paimpont da lui fondato. La morte lo colse il 16 dicembre di un anno imprecisato, forse il 658. In tale data è commemorato dalle diocesi di Quimper e Léon, mentre nel Martyrologium Romanum compare il giorno successivo.
Oggi nella chiesa di Saint-Meen si custodisce solo più la parte inferiore di un femore, mentre il resto delle reliquie di San Judhaël scomparvero al tempo della Rivoluzione Francese.
L’iconografia è solita raffigurare il santo con una corona ai suoi piedi e con una scopa in mano, caratteristica dei personaggi che rinunciarono ad una vita brillante secondo il mondo per abbracciare con gioia i servizi più umili nel chiostro.

giovedì 16 dicembre 2010












L'io e la psicologia di massa

Sigmund Freud



Benché Freud non sia particolarmente propenso a riconoscere caratteristiche nuove nel singolo immerso in un gruppo, tuttavia ammette ed individua effetti del tutto particolari.
Sono almeno quattro gli elementi da evidenziare.

Prima caratteristica è che «per l'individuo appartenente alla massa svanisce il concetto dell'impossibile»: «nello stare insieme degli individui riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale»; «non deve quindi sorprendere che nella massa l'individuo compia o approvi cose da cui si terrebbe lontano nelle condizioni di vita normali». «All'interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce in misura considerevole, entrambi i processi tendendo manifestamente a eguagliarlo agli altri individui della massa; si tratta di un risultato che può venir conseguito unicamente tramite l'annullamento delle inibizioni pulsionali peculiari a ogni singolo e attraverso la rinuncia agli specifici modi di esprimersi delle sue inclinazioni».

In secondo luogo, ritorna il tema della "alienazione" dell'individuo: «Mentre nell'individuo isolato costituisce quasi l'unico incentivo, nelle masse l'utile personale predomina assai di rado. Si può parlare di una moralizzazione del singolo tramite la massa. Mentre la capacità intellettuale della massa è sempre assai inferiore a quella del singolo, il suo comportamento etico può sia superare di molto il livello di quello del singolo, sia esserne di gran lunga inferiore». Le masse, dunque, sono «anche capaci di realizzazioni più alte, quali l'abnegazione, il disinteresse, la dedizione ad un ideale».

Le altre due caratteristiche sono già emerse, in quanto attraversano trasversalmente i punti precedenti: si tratta dell'"abbassamento/annullamento" ovvero "regressione" del singolo a individuo collettivo, e della "contagiante suggestione del prestigio" operata dalla società. Su questi due aspetti, pressoché inseparabili in quanto dipendenti l'uno dall'altro, il pensiero di Freud è chiaro: «Possiamo dire che gli estesi legami affettivi da noi individuati nella massa bastano a spiegare uno dei suoi caratteri: la mancanza di autonomia e d'iniziativa nel singolo, il coincidere della reazione del singolo con quella di tutti gli altri, l'abbassamento del singolo -per così dire- a individuo collettivo.

Ma, se la consideriamo come un tutto, la massa presenta anche altre caratteristiche. Segni tipici come l'indebolimento delle facoltà intellettuali, lo sfrenarsi dell'affettività, l'incapacità di moderarsi o di differire, la propensione a oltrepassare tutti i limiti nell'espressione del sentimento e a scaricarla per intero nell'azione, forniscono un inequivocabile quadro di regressione dell'attività psichica a uno stadio anteriore, affine a quello che non desta meraviglia trovare nei selvaggi o nei bambini. Questo ci ricorda quanti di questi fenomeni di dipendenza appartengano alla costituzione normale della società umana, quanto poca originalità e quanto poco coraggio personale si trovino in questa, quanto ogni singolo sia dominato dagli atteggiamenti di un'anima collettiva che si manifestano come peculiarità razziali, pregiudizi sociali, adesione a regimi totalitari e così via».

martedì 14 dicembre 2010


Celebrare Imbolc
Fisicamente è opportuno praticare una dieta più leggera, dopo che i banchetti delle feste invernali e la forzata sedentarietà trascorsa al chiuso delle nostre case, hanno appesantito il nostro fisico. Possiamo anche decidere di fare una bella pulizia in casa! E’ utile purificare la nostra casa e il nostro corpo con il fumo dell’incenso: vanno benissimo anche i bastoncini di incenso profumati che si trovano ovunque in commercio. Scegliamo pure l’aroma che ci piace di più e lasciamo che il fumo sottile pulisca i nostri corpi energetici.

Psicologicamente è il momento di purificare la nostra mente dai cattivi pensieri e dai sentimenti inadeguati. Una bella pulizia mentale, che ci consenta di fare entrare in noi la luce della Natura rinnovata e di partecipare al risveglio del cosmo dalla lunga notte invernale.

Spiritualmente può essere utile la celebrazione di piccoli rituali legati ai simboli della festa.

Qui di seguito vengono proposti tre riti che possono essere eseguiti per celebrare Imbolc.

Accendere una candela
Un rituale molto semplice può essere quello di accendere una candela bianca (colore di purificazione) dicendo “Accendo la fiamma di Brigit per illuminare il cammino della mia vita”.
Si mediti per un po’ di tempo sui significati della festa: sul nostro bisogno di purificazione, sulla necessità di abbandonare cose e aspetti della nostra vita che non ci piacciono più, sulle nuove cose che vogliamo portare nelle nostre esistenze.
Poi si porti la candela accesa nelle varie stanze della nostra abitazione, facendo il giro degli ambienti in senso orario (magicamente è la direzione propizia, che porta energia). Alla fine si spenga la candela dicendo “Spengo la fiamma di Brigit per farla vivere in me” e si visualizzi la luce della candela che entra in noi.

Festeggiare Brigid in una famiglia
Se si vuole compiere qualcosa di più tradizionale, gli uomini possono uscire dopo l’imbrunire della vigilia di Imbolc, per andare a raccogliere un dono per Brigit (pietra, conchiglia, penna di uccello) da riportare in casa. Le donne invece possono trascorrere la vigilia di Imbolc pulendo la casa e immaginando di ramazzare via le energie morte dell’inverno: la Vecchia dell’Inverno è cacciata fuori dall’uscio di casa con la scopa.
Poi, sempre le donne, con rametti raccolti in precedenza preparano un letto per Brigit dove depongono una bambola fabbricata con spighe tenute da parte per l’occasione, e danno il benvenuto alla Dea accendendo una candela bianca e meditando sulla nuova vita che sta tornando.
Anche gli uomini, ritornati in casa con il dono per Brigit possono accendere una candela bianca e meditare sul ritorno della luce e della buona stagione.

Accendere tre candele
Un rituale invece più complesso, che possono eseguire tutti, consiste nel procurarsi tre candele (sempre di colore bianco!), e disporle in un triangolo, con la punta rivolta verso nord. Nel centro del triangolo così disposto si pone un calice di acqua (simbolo della purificazione) o di latte (simbolo del nutrimento della nuova vita).
Dopo un breve rilassamento, seduti o in piedi, ci si muove verso la candela a nord, la si accende e si dice “Signora dell’Inverno, ti dico addio, la tua stagione è terminata”. Si visualizzi il gelido potere dell’inverno che si allontana. Dopo avere sostato un po’, ci si sposta alla candela di sud-est, la si accende e si dice “Signora della Primavera, ti offro un caloroso benvenuto, la terra è il tuo letto”. Si visualizzi il gioioso potere della primavera che si avvicina. Dopo un po’ si va alla candela di sud-ovest, la si accende e si dice “Signora dell’Estate, presto io ti chiamerò e risveglierò il tuo amante”. Si visualizzi il potere ancora lontano della bella stagione, desideroso di nascere e pulsante di vita nel sottosuolo.
Quando ci si sente pronti, si va al centro del triangolo, si raccoglie il calice e si dice “Io bevo il potere della Triplice Dea. Possa questo potere diffondersi su tutta la terra per segnare la nascita della primavera”. Si beve dal calice e si immagina il potere che fluisce in noi, attraverso di noi per risvegliare la Natura. A questo punto si può inserire qualche usanza ricordata in precedenza, cioè la fabbricazione del letto di Brigit o l’arsione delle decorazione vegetali delle feste invernali. Oppure si può semplicemente concludere la cerimonia andando a ciascuna delle candele, nell’ordine in cui sono state accese: si spengono dicendo mentalmente o ad alta voce “Va’ fuoco e caccia l’inverno, riscalda la terra e risveglia la primavera”. Ovviamente in tutti questi piccoli rituali le parole delle formule possono essere adattate e se lo desideriamo, possiamo utilizzare brevi frasi che noi stessi avremo composto, secondo le nostre capacità e la nostra sensibilità.

lunedì 13 dicembre 2010


LA FESTA DI IMBOLC E LA DEA BRIGID:festività invernali celtiche

Imbolc è una delle quattro feste celtiche, dette “feste del fuoco” perché l’accensione rituale di fuochi e falò ne costituiscono una caratteristica essenziale. In questa ricorrenza il fuoco è però considerato sotto il suo aspetto di luce, questo è infatti il periodo della luce crescente. Gli antichi Celti, consapevoli dei sottili mutamenti di stagione come tutte le genti del passato, celebravano in maniera adeguata questo tempo di risveglio della Natura. Non vi erano grandi celebrazioni tribali in questo buio e freddo periodo dell’anno, tuttavia le donne dei villaggi si radunavano per celebrare insieme la Dea della Luce (le celebrazioni iniziavano la vigilia, perché per i Celti ogni giorno iniziava all’imbrunire del giorno precedente).

Brigid
Nell’Europa celtica era infatti onorata Brigit (conosciuta anche come Brighid o Brigantia), dea del triplice fuoco; infatti era la patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina si univa a quello dell’ispirazione artistica e dell’energia guaritrice.
Brigit, figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione, perché per gli antichi Celti la poesia era un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni.

La capacità di lavorare i metalli era ritenuta anche essa una professione magica e le figure di fabbri semi-divini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee; l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia.

Sotto l’egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose “sorgenti di Brigit”. Diffuse un po’ ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.

Sacri a Brigit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio.
Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l’immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi e iniziati.
La ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo, il volgere della Ruota dell’Anno e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite.
La coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono.

Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo e la sua festa si celebra appunto l’1 febbraio, giorno di Santa Bridget o Là Fhéile Brfd.
Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l’esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava!
A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora a turno vegliava sul fuoco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari.
Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di vesta nell’antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae, una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall’intrusione degli uomini e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni.
Allo stesso modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldo di Cambria nel 120 secolo. Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, nel 60 secolo, fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.

Riti tradizionali di Imbolc
I riti di Brigit celebrati a Imbolc ci sono stati tramandati dal folklore scozzese e irlandese.

Il letto di Bride
Nelle Isole Ebridi (che forse devono il loro nome proprio a Brigit o Bride) le donne dei villaggi si radunano insieme in qualche casa e fabbricano un’ immagine dell’antica Dea, la vestono di bianco e pongono un cristallo sulla posizione del cuore. In Scozia, la vigilia di Santa Bridget le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e lo depongono in una cesta, il “letto di Brid”, con a fianco un bastone di forma fallica. Poi esse gridano tre volte “Brid è venuta, Brid è benvenuta!”, indi lasciano bruciare torce e candele vicino al “letto” tutta la notte.
Se la mattina dopo trovano l’impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l’anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile a unirsi a lei. Anche nell’isola di Man veniva compiuta una cerimonia simile, chiamata Laa’l Breesley. Nell’Inghilterra del Nord, terra dell’antica Brigantia, la ricorrenza veniva denominata “Giorno delle Levatrici”.

La croce di Brigid
In Irlanda, si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit, a quattro bracci uguali racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l’anno prima e conservate fino ad allora.La fabbricazione delle croci di Brigit deriva forse da un’antica usanza precristiana collegata alla preparazione dei semi di grano per la semina.

Questi oggetti simbolici, confezionati con materiale vegetale, ci ricordano tra l’altro che la luce ed il calore sono indispensabili alla vegetazione che si rinnova in continuazione, anno dopo anno. Le spighe di avena (o grano, orzo, ecc.) usate per fabbricare le bambole di Brigit, provengono dall’ultimo covone del raccolto dell’anno precedente. Questo ultimo covone, in molte tradizioni europee è chiamato la Madre del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.) e la bambola propiziatoria confezionata con le sue spighe è la Fanciulla del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.).Si credeva cioè che lo spirito del cereale o la stessa Dea del Grano risiedesse nell’ultimo covone mietuto: come le spighe del vecchio raccolto sono il seme di quello successivo, così la vecchia divinità dell’autunno e dell’inverno si trasformava nella giovane Dea della primavera, in quella infinita catena di immortalità che è il ciclo di nascita, morte e rinascita. E Brigit rappresenta appunto la giovane Dea della primavera.

sabato 11 dicembre 2010

Sacco & Vanzetti


Eremiti….al femminile
L’habitat eremitico coincideva spesso con l’immediata periferia extra-urbana, senza necessariamente evocare l’horridum di foresta o dell’inabitato. E sotto quest’ultimo aspetto è particolare l’esperienza delle cellane e recluse. Come afferma André Vauchez, «pour le femmes, la forme normale de la vie religieuse n’etait pas l’érémitisme, mais la réclusion». Se inizialmente solo di Chiara d’Assisi potevamo conoscere esattamente la biografia, nel corso degli ultimi anni uno studio sistematico e approfondito ha portato alla conoscenza di molte recluse. In realtà le donne eremite o cellane esistevano da sempre, solo che dal XIII secolo in poi cominciarono a moltiplicarsi delle recluse urbane viventi sia sole che con una o più compagne, spesso vicino alle porte di una città, di ponti, di ospedali o di cimiteri. E la loro sussistenza materiale era assicurata dagli stessi fedeli, mentre l’assistenza spirituale era data loro da vescovi della zona o dal clero.
Vari sono i documenti in cui si può trovare menzione delle incarcerate: ad esempio nel 1303 Francesco, vescovo di Gubbio, emanava delle disposizioni per regolamentare la situazione delle incarcerate nella sua diocesi; nel processo di canonizzazione del beato Simone da Collazzone (1252) si ricorda una reclusa da lui miracolata e due sue compagne; dai documenti notarili fiorentini si apprende di una Firenze “infestata” da minuscoli reclusori femminili; la Roma post-giubilare vantava un numero impressionante di recluse, tanto da crearne una contrada. Basta comunque ricordare anche la Leggenda Maggiore di san Bonaventura, in cui è riportato l’episodio di Prassede, incarcerata romana miracolata da Francesco.
Nella frammentarietà delle fonti, eccezione è rappresentata senza dubbio dal caso di Chelidonia. La sua Vita, scritta da un anonimo, riporta quanto la santa, nata a Cicoli, in Abruzzo nella seconda metà dell’XI secolo, fosse animata dalla vocazione per la vita solitaria. S’insediò così a Mora Ferogna, presso l’abbazia sublacense, dove interruppe la sua solitudine solo per affrontare un pellegrinaggio a Roma.
Riporta l’anonimo scrittore che affrontò digiuni, freddo e animali selvatici. Inoltre ci informa di come i suoi vicini le chiedessero consigli e preghiere, remunerandola con doni alimentari.
Purtroppo la mascolinità richiesta per la vita eremitica provocava una sostanziale diffidenza da parte della società ecclesiastica del tempo nei confronti delle donne, e questo può forse spiegare la penuria di storie di sante.
Tuttavia c'è da notare che la situazione della donna eremita varia da paese a paese. Se in Germania non troviamo menzione di donne eremite, altrettanto non si può dire dell’Inghilterra: per esempio sappiamo di una reclusa, Christine, divenuta priora di una comunità di benedettini, «la première prieure» in assoluto.
Molto singolare la sua vicenda. Giovane ragazza di Huntingdon, dopo una visita all’abbazia di St. Albans, fece a quindici anni voto di castità per darsi completamente a Dio, e testimone di questo voto fu un canonico regolare dell’abbazia, Suenon, peraltro suo confessore.
Tutta la prima parte, se così si vuol dire, della sua vita, fu una lotta eroica per prestare fede a quel giuramento. I suoi genitori infatti volevano farla sposare. E anche il vescovo di Durham, Raoul Flambard, la invitava a prender marito. Dopo molte vicissitudini, suo malgrado, contrasse matrimonio.
Tuttavia desiderando ardentemente prestare fede al giuramento almeno nella forma ascetica, s’incontrava clandestinamente con un venerato eremita di nome Edwin.
Approfittando poi di una visita che i suoi parenti fecero ad un altro eremita, Guy, che viveva a poche miglia da Huntingdon, riuscì a fuggire, rifugiandosi presso una reclusa, Alfwen. Dopodiché fu avviata alla totale esperienza eremitica da Roger, ex monaco di quell’abbazia di St. Albans dove anni prima aveva fatto il voto. Questo Roger, dopo un pellegrinaggio a Gerusalemme, si era ritirato a vita eremitica insieme ad altri cinque ex monaci a Markyate.
Dopo vari anni di vita in condizioni estreme, Christine riuscì a farsi annullare il matrimonio dall’arcivescovo di York, Thurstan.
Per tutte le sue vicissitudini, ella fu ricompensata con la visione di Gesù Bambino, seguita da altri eventi miracolosi che la vedevano protagonista. A seguito di tali eventi, molti capi di monasteri, provenienti da tutta l’Inghilterra, le rendevano visita. Infine fu scelta come priore.
E sempre in Inghilterra troviamo un’altra peculiarità dell’eremitismo “britannico”: molti eremiti trovano nelle piccole isole il luogo perfetto per la meditazione. Così come sant'Henry de Coquet Island, un laico nato in Danimarca, poco prima del suo matrimonio capì che la vita da seguire doveva essere quella eremitica, e si rifugiò nella suddetta isola.

venerdì 10 dicembre 2010





William Blake. The Penance of Jane Shore in St Paul's Church, c1793.




JANE SHORE, (Elizabeth Shore), mistress of the English King Edward IV, is said to have been the daughter of Thomas Wainstead, a prosperous London mercer. She was well brought up, and married young to William Shore, a goldsmith.

She attracted the notice of Edward IV, and soon after 1470, leaving her husband, she became the king's mistress. Edward called her the merriest of his concubines, and she exercised great influence; but, says Sir Thomas More, "never abused it to any man's hurt, but to many a man's comfort and relief." After Edward's death she was mistress to Thomas Grey, marquess of Dorset, son of Elizabeth Woodville by her first husband. She also had relations with William Hastings, and may perhaps have been the intermediary between him and the Woodvilles.

At all events she had political importance enough to incur the hostility of Richard of Gloucester, afterwards King Richard III, who accused her of having practised sorcery against him in collusion with the Queen and Hastings. Richard had her put to public penance, but the people pitied her for her loveliness and womanly patience; her husband was dead, and now in poverty and disgrace she became a prisoner in London. There Thomas Lynom, the king's solicitor, was smitten with her, and wished to make her his wife, but was apparently dissuaded.

Jane Shore survived till 1527; in her last days she had to "beg a living of many that had begged if she had not been." Sir Thomas More, who knew her in old age when she was "lean, withered and dried up," says, in his History of King Richard III, that in youth she was "proper and fair, nothing in her body that you would have changed, but if you would have wished her somewhat higher." Her greatest charm was, however, her pleasant behaviour; for she was "merry in company, ready and quick of answer."

She figured much in 16th-century literature, notably in the Mirrour for Magistrates, and in Thomas Heywood's Edward IV.

giovedì 9 dicembre 2010





*Luglio 1375: il taglio della lingua per la strega Gabina degli Albeti**



Gabina degli Albeti, nella viscontea Reggio Emilia, il 13 Luglio del 1375 venne portata in tribunale come fattucchiera di fronte a una corte civile, non ecclesiastica, presieduta da un vicario del Podestà.

Evitò il rogo perché fu processata in anni in cui la procedura dell’Inquisizione brancolava

tra incertezze di vario genere e indecisioni di poteri; infatti i due ineffabili Domenicani Sprenger e Kramer, autori del “Malleus Maleficarum”, l’onnipotente manuale antistrega, non erano stati ancora concepiti.

Se in alcune regioni d’Europa e d’Italia le streghe venivano già spedite al rogo dagli inquisitori civili a braccetto con quelli ecclesiastici, in altre le serve del Demonio se la cava-

vano con poco, o meglio, come scrive Tommaso da Camerino, venivano trattate con “misericordia”.

Tornando a Gabrina, che avesse o meno stipulato un patto col Diavolo poco importava al tribunale laico, che aveva avuto sentore della sua fama crescente come fattucchiera.

Lei era guaritrice ed erbaiola nota ma, per chi la giudicava, i suoi medicamenti e le formule propiziatorie sussurrate mentre somministrava i farmaci erano un esercizio di magia, vietato dalle leggi civili.

Se poi la donna violava anche le leggi ecclesiastiche tanto meglio; questo avrebbe giustificato ulteriormente la condanna.

Perché la pena che le sarebbe stata inflitta doveva servire a quanti credevano di potersi

arrogare un potere che doveva essere solo dei medici e dei preti.

In effetti l’Inquisitio- cioè l’atto dell’istruttoria giunto fino a noi nell’archivio di Reggio- giudicava Gabrina colpevole di essere stata scelta da Satana per agire contro Dio a danno delle anime.

Attenzione: se di anima parla un tribunale civile, la sua distanza da quello ecclesiastico è più breve di un sospiro.

La strega non guariva per danaro e questo aggravò la sua posizione: infatti i giudici dichiararono che per pura scelleratezza incantava femmine e maschi.

Per che altro, se non si faceva pagare?

La cercavano soprattutto le donne, come già Benvenuta 5 anni prima a Modena.

Ecco il grande peccato della strega, essere la padrona di un mondo sommerso, quello femminile, già di per sé diabolico...

Ma come si faceva a confessare al Prete la paura di restare gravida, di venire tradita, di perdere l’amore di chi si ama, o il terrore di vedersi morire un figlio sotto gli occhi?

Lei, la guaritrice, sapeva ascoltare, esser sorella, madre, medico, amica, complice, sempre solidale mai infida, convinta come era che l’amore fosse importante quanto la morte, cosa che il prete pareva non capire.

- Alzate gli occhi al cielo- così esortava le donne il ministro di Dio- e accettate la vostra croce-

la qual croce, per quei tempi magri, era assai più quotidiana del pane.

E chi cercava di sfuggire a Dio aggirando il proprio triste destino con l’aiuto di una guaritrice di tutti i mali, avrebbe di certo anche cercato di sottrarsi al potere delle leggi.



Questa fu la convinzione profonda dei giudici laici ed ecclesiastici, per questo furono perseguitate le streghe: quei roghi insegnavano al popolo ad appecorarsi ben più efficacemente che una costosa e complessa repressione.

Gabrina fu quindi accusata di essere “donna malefica”.

L’Inquisitio che la portò a questa sentenza riferisce che parecchie persone degne di fede a Reggio Emilia testimoniarono contro di lei.

La colpa della povera donna fu quella di essere erbaiola cioé raccoglitrice di erbe medicinali con l’aiuto delle quali tesseva i suoi malefici.

Perché le sue pozioni non potevano essere altro che malefiche visto che i giudici non riconoscevano a esse alcuna virtù risanatrice.

Del resto un certo frate di Siena, tale Filippo, autore intorno al 1400 degli “Assempri”, scriveva nel suo testo che le erbaiole altro non erano che streghe e come tali andavano punite,

essendo esse veri e propri “medici del diavolo che dan da credere che quello che Dio non vuol fare, esse possono farlo con l’aiuto del Demonio”.

Aggravò la posizione di Gabrina la sua confessione di aver insegnato alle donne, tra i tanti modi per conquistare un uomo, anche quello di ungersi la bocca con l’olio santo prima di baciarlo.

In tal modo si rendeva colpevole di un delitto intollerabile per la Chiesa: usare il sacro per scopi di molto profani.



Come per Benvenuta di Modena il tribunale si ritenne clemente per aver steso una sentenza che non infliggeva la morte.

Fu infatti condannata al taglio della lingua perché non diffondesse più il veleno della propria arte.

Inoltre doveva essere marchiata a fuoco, non sappiamo dove.

Pochi giorni dopo il processo in quell’estate del 1375 a Reggio Emilia Gabina uscì dal tribunale marchiata, e con la lingua amputata.

Questa pena non fu scelta casualmente: la povera donna non sapeva né leggere né scrivere.

In tal modo venne ridotta all’eterno silenzio.





Testo di riferimento “Il libro nero della caccia alle streghe, la ricostruzione dei grandi processi” di Vanna De Angelis.

martedì 7 dicembre 2010


Jeanette Rankin
Jeanette Rankin (1880-1973) was born near Missoula, Montana, attended the public schools there, and graduated from the University of Montana at Missoula. At age 37, Ms. Rankin won election to the US House of Representatives from Montana. She was the first woman elected to the US Congress in 1917 -- three years before women were guaranteed the Constitutional right to vote.
President Wilson called for a war resolution on the evening Congress convened in April 1917. A strong advocate of women's rights, she was lobbied by rival women's political groups tried to persuade Rankin that her vote would speak for all women. Carrie Chapman Catt of the National American Woman Suffrage Association feared a vote against war would brand suffragists as unpatriotic while Alice Paul of the Woman's Party thought women in politics should speak for peace. Rankin, who had not previously identified herself as a pacifist, announced that she could not vote for war and in joining the fifty-six other Members who voted against the war resolution embarked on the cause that would be at the center of her life until her death more than a half century later. Her vote cost her reelection.

For twenty years following her retirement from Congress in 1919 Rankin was actively involved in a variety of pacifist organizations such as the Women's International League for Peace and Freedom. She served also as field representative for the National Council for the Prevention of War.

She was elected to the House of Representatives again in 1940 on a peace platform and was the only member of Congress to vote "no" to the U.S. entering the second World War. To vote "no" to war after the Japanese had bombed Pearl Harbor took great strength of conviction. After placing her vote, Rankin had to seek safety in a nearby phone booth from angry crowds until police could escort her home.

In the years following the war, Rankin made various trips to India to study the pacifism of Gandhi and others. She briefly reentered public life in the late 1960s when a coalition of women organized themselves as the Jeannette Rankin Brigade and marched on Washington in protest of the war in Vietnam.

SBF

domenica 5 dicembre 2010


THE MOST POWERFUL WOMAN OF CENTURY

JANE ADAMS

Any down-on-his-luck person who's been helped by a social worker has Jane Addams to thank. In grimy late 19th century Chicago, she pioneered the idea of settlement houses that offered night classes for adults, a kindergarten, a coffeehouse, a gym and social groups meant to create a sense of community among the downtrodden of the neighborhood. Her Hull House was a residence for about 25 women, and at its peak was visited by more than 2,000 people a week. As her community influence grew, Addams was appointed to prominent state governmental and community boards, where she focused on improving sanitation, midwifery and food safety and reducing narcotics consumption. An ardent pacifist and outspoken advocate for women's suffrage, Addams was also the first American woman to win the Nobel Peace Prize.

Read more: http://www.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,2029774_2029776_2031837,00.html #ixzz17G865Ubj

Le profezie del monaco Basilio

Il monaco Basilio fu un profeta russo vissuto all’epoca di Pietro I° il Grande. Nato a Mosca nel 1660, Basilio rinunciò a famiglia e carriera per rinchiudersi nel convento ortodosso di Kalnin. Era solito offrire pane e consolazione ai poveri e recarsi a pregare nella cattedrale del Beato Basilio, appena fuori il Cremlino. Durante queste "estasi divine" iniziò ad avere delle visioni del futuro, che scrisse in prosa. Molte si sono già avverate: "Quando il Mille si aggiungerà al Mille, gli uomini voleranno e le immagini di quello che succede a Mosca si potranno vedere allo stesso tempo a Kiev e a Costantinopoli".
Il sant’uomo predisse anche l’incendio che nel 1737 distrusse parte di San Pietroburgo, la caduta degli zar ("con il sangue dei ricchi si laveranno le scale dei poveri") e l’avvento del comunismo in Russia ("vi verrà promessa la terra dei lavoratori, ma vi verrà data la terra degli schiavi...").
Basilio morì nel 1722, ma ancora oggi vengono studiate le sue profezie, dette di San Pietroburgo. Eccone alcuni stralci:
"Quando il secondo millennio del cristianesimo sarà prossimo alla fine, ogni casa vorrà accendere la sua candela, ma il buio dominerà. Sangue e lacrime bagneranno la terra dei popoli slavi".
Come poteva sapere Basilio che negli anni ‘90 sarebbe avvenuta una guerra fratricida tra Serbi e Croati? "Breve sarà il tempo dello zar che zar non è". Si tratta forse di un riferimento ad Elzin, che i cronisti di tutto il mondo hanno ribattezzato "Zar"? Speriamo che altre profezie del monaco rimangano disattese, come quella che parla della conquista di Mosca e di gran parte dell’Occidente ad opera mussulmana ("Scomparirà la stella e la falce della Luna si poserà sul Cremlino"), o l’altra che recita "sarà ancora guerra, tutto avverrà quando il mondo intero festeggerà la pace". Di notevole interesse, comunque, le previsioni inerenti la fine dei tempi e il mondo a venire. Quando la misura sarà colma - afferma il monaco - giungerà un personaggio chiamato enigmaticamente l’uomo di Colosse.
"Sarà un uomo inviato da Dio per unire i frammenti del mondo e aprire le porte d’un tempo nuovo... Egli sarà l’avanguardia del Governo Universale".
Chi è l’uomo di Colosse? Il Governo Universale in questione è forse il "New World Order"?
Incredibilmente precise le profezie sull’inquinamento e il degrado ambientale: "Alla fine del millennio un prato verde non lordato dall’uomo e una pianta non avvelenata saranno una rarità... l’uomo sarà attorniato da cibo e da acque, ma morirà di fame e sete, perché l’erba che vedrà crescere e il frutto che vedrà maturare saranno veleno, come pure l’aria che respira...".
Basilio inoltre rimprovera il genere umano, accusandolo di aver bruciato il "sangue della Terra", ovvio riferimento al petrolio.
"All’uomo era stata affidata la Terra affinché la custodisse come un tesoro del creato: invece, quando le macchine voleranno come uccelli e l’uomo ucciderà l’uomo con i raggi del Sole, essa sarà uno straccio sporco e lacero".
A parte i precisi riferimenti ad aerei e laser, colpiscono le accuse di Basilio, dure ma motivate.
"Il Sole cambierà strada e la Luna si perderà fra i monti, le stelle pioveranno sulla Terra... Montagne invisibili passeranno nel cielo, e quando una di queste si vedrà, mancherà il tempo della preghiera. Sentirete allora il pianto di mille madri, perché mille uomini saranno schiacciati dalla montagna".
Non v’è dubbio che il santo uomo si riferisca alla caduta di un enorme meteorite, mentre il cambio di "percorso" del Sole e della Luna sarebbe da addebitarsi ad una alterazione del piano orbitale terrestre, in seguito confermata: "Arriverà un giorno nel quale troverete il mar Nero sugli Urali e il mar Caspio sulle alture del Volga, perché tutto verrà mutato... All’uomo verrà consegnata una Terra arata pronta per la semina, in cui sarebbe follia cercare Mosca, San Pietroburgo o Kiev... Dove un tempo regnava il ghiaccio ora brucerà il Sole, e gli agrumi più gustosi verranno raccolti sulla terra della Santa Madre Russia, mentre sulle coste settentrionali dell’Africa regnerà il ghiaccio".
Basilio quindi scrive che quando tutto sarà passato, "i popoli della Terra saranno veramente fratelli, i superstiti scenderanno dai monti e si abbracceranno, perché il nuovo alito di vita non verrà dai mari, ma dai monti".
Molti addotti hanno riferito che gli alieni consigliavano loro di andare a vivere in campagna o in montagna: è solo un caso? È interessante sottolineare che, a differenza dell’Apocalisse di Giovanni, qui i disastri non sono mandati dall’Eterno per punire l’uomo, ma per "ridisegnare la Terra distrutta dall’uomo."
Un Dio ecologista e decisamente meno vendicativo di quello biblico, che infine sulla fronte dell’uomo scriverà la parola umiltà, perché "deve ricordarsi che non è una creatura superiore, ma creatura tra le creature della Terra. A lui verrà dato il compito di lavorare la Terra, e il cibo gli sarà dato dalle erbe e dai frutti. La carne non potrà mangiare la carne...".
Il vegetarianismo entrerà dunque nel novero dei comandamenti? Tornano alla mente le analisi dei laboratori militari di Wright-Patterson, in cui le EBE venivano catalogate come vegetariane.
Infine, Basilio annuncia: "Piccolo uomo del duemila, non sforzarti di capire che cosa sarà il tempo nuovo: il tuo sforzo è inutile, perché la tua mente è chiusa ai disegni dell’Eterno. Sappi solo che l’uomo del Tempo dei Giusti non nascerà piangendo, verrà deposto nella culla della felicità, camminerà sul sentiero della pace, parlerà con lo spirito e non avrà bara".

sabato 4 dicembre 2010


England under the Tudors




Charles Brandon the friend of king Henry VIII



CHARLES BRANDON, 1ST DUKE OF SUFFOLK, was the son of William Brandon, standard-bearer of Henry VII, who was slain by Richard III in person on Bosworth Field. Charles Brandon was brought up at the court of Henry VII. He is described by Dugdale as "a person comely of stature, high of courage and conformity of disposition to King Henry VIII," with whom he became a great favourite. He held a succession of offices in the royal household, becoming Master of the Horse in 1513, and received many valuable grants of land.

On the 15th of May 1513 he was created Viscount Lisle, having entered into a marriage contract with his ward, Elizabeth Grey, Viscountess Lisle in her own right, who, however, refused to marry him when she came of age. He distinguished himself at the sieges of Terouenne and Tournai in the French campaign of 1513. One of the agents of Margaret of Savoy, governor of the Netherlands, writing from before Terouenne, reminds her that Lord Lisle is a second king and advises her to write him a kind letter. At this time Henry VIII was secretly urging Margaret to marry Brandon, whom he created Duke of Suffolk, though he was careful to disclaim (March 4, 1514) any complicity in the project to her father, the Emperor Maximilian I. The regent herself left a curious account 1 of the proceedings.

Brandon took part in the jousts which celebrated the marriage of Mary Tudor, Henry's sister, with Louis XII of France. He was accredited to negotiate various matters with Louis, and on his death was sent to congratulate the new king Francis I. An affection between Suffolk and the dowager Queen Mary had subsisted before her marriage, and Francis roundly charged him with an intention to marry her. Francis, perhaps in the hope of Queen Claude's death, had himself been one of her suitors in the first week of her widowhood, and Mary asserted that she had given him her confidence to avoid his importunities. Francis and Henry both professed a friendly attitude towards the marriage of the lovers, but Suffolk had many political enemies, and Mary feared that she might again be sacrificed to political considerations. The truth was that Henry was anxious to obtain from Francis the gold plate and jewels which had been given or promised to the Queen by Louis in addition to the reimbursement of the expenses of her marriage with the king; and he practically made his acquiescence in Suffolk's suit dependent on his obtaining them.

The pair cut short the difficulties by a private marriage, which Suffolk announced to Wolsey, who had been their fast friend, on the 5th of March. Suffolk was only saved from Henry's anger by Wolsey, and the pair eventually agreed to pay to Henry £24,000 in yearly installments of £1000, and the whole of Mary's dowry from Louis of £200,000, together with her plate and jewels. They were openly married at Greenwich on the 13th of May. The duke had been twice married already, to Margaret Mortimer and to Anne Browne, to whom he had been betrothed before his marriage with Margaret Mortimer. Anne Browne died in 1511, but Margaret Mortimer, from whom he had obtained a divorce on the ground of consanguinity, was still living. He secured in 1528 a bull from Pope Clement VII assuring the legitimacy of his marriage with Mary Tudor, and of the daughters of Anne Browne, one of whom, Anne, was sent to the court of Margaret of Savoy.

After his marriage with Mary, Suffolk lived for some years in retirement, but he was present at the Field of the Cloth of Gold in 1520, and in 1523 he was sent to Calais to command the English troops there. He invaded France in company with Count de Buren, who was at the head of the Flemish troops, and laid waste the north of France, but disbanded his troops at the approach of winter. Suffolk was entirely in favour of Henry's divorce from Catherine of Aragon, and in spite of his obligations to Wolsey he did not scruple to attack him when his fall was imminent. The cardinal, who was acquainted with Suffolk's private history, reminded him of his ingratitude: "If I, simple cardinal, had not been, you should have had at this present no head upon your shoulders wherein you should have had a tongue to make any such report in despite of us."

After Wolsey's disgrace Suffolk's influence increased daily. He was sent with the Duke of Norfolk to demand the Great Seal from Wolsey; the same noblemen conveyed the news of Anne Boleyn's marriage to Queen Catherine, and Suffolk acted as high steward at the new queen's coronation. He was one of the commissioners appointed by Henry to dismiss Catherine's household, a task which he found distasteful. He supported Henry's ecclesiastical policy, receiving a large share of the plunder after the suppression of the monasteries. In 1544 he was for the second time in command of an English army for the invasion of France. He died at Guildford on the 24th of August in the following year.

After the death of Mary Tudor on the 24th of June 1533 he had married in 1534 his ward Catherine (1520-1580), Baroness Willoughby de Eresby in her own right, then a girl of fifteen. His daughters by his marriage with Anne Browne were Anne, who married firstly Edward Grey, Lord Powys, and, after the dissolution of this union, Randal Harworth; and Mary (b.1510), who married Thomas Stanley, Lord Monteagle. By Mary Tudor he had Henry, Earl of Lincoln (1516-1634); Frances, who married Henry Grey, Marquess of Dorset, and became the mother of Lady Jane Grey; and Eleanor, who married Henry Clifford, second Earl of Cumberland. By Katherine Willoughby he had two sons who showed great promise, Henry (1535-1551) and Charles (c.1537-1551), Dukes of Suffolk. They died of the sweating sickness within an hour of one another. Their tutor, Sir Thomas Wilson, compiled a memoir of them, Vita et obitus duorum fratrum Suffolcensium (1511).

SBF

By Tudor History

venerdì 3 dicembre 2010







Il formaggio tra leggenda, mitologia e storia


La leggenda narra che un mercante arabo, nell’attraversare il deserto, portò con sé, come pietanza, del latte contenuto in una bisaccia ricavata dallo stomaco di una pecora.
Il caldo, gli enzimi della bisaccia e l’azione del movimento acidificarono il latte trasformandolo in “formaggio”.

Dal punto di vista storico, la sua nascita è legata all’origine dell’uomo e alle società primitive.
Le prime tracce di allevamento di bovini, ovini e caprini sono state trovate in Asia e risalgono al 7.000- 6.000 a.C.
Con la pastorizia le risorse alimentari dell'uomo derivavano dalla carne e dal latte e, quest’ultimo, essendo deperibile, mise l’uomo dinnanzi alla necessità di conservarlo il più a lungo possibile.
Il latte eccedente il fabbisogno familiare era destinato alla produzione di bevande la cui tecnica di produzione ha precorso l’arte di fabbricare il formaggio.
Il documento più antico che testimonia le fasi di lavorazione del latte si trova nel Fregio della latteria un bassorilievo sumero del III millennio a.C. che raffigura i sacerdoti, esperti caseari nelle operazioni di mungitura.

Secondo la mitologia greca le Ninfe insegnarono ad Aristeo, figlio di Apollo, l’arte della pastorizia e di cagliare il latte.
L’Odissea di Omero, nel IX libro descrive il ciclope Polifemo nella grotta mentre prepara il formaggio.

La parola formaggio deriva da formos termine usato dagli antichi greci per indicare il paniere di vimine dove era messo il latte cagliato per dargli forma. Il formos divenne poi la "forma" dei romani che dopo si trasformò nel francese "formage" e nell' italiano "formaggio".

Gli Etruschi diedero il loro contributo alla metodologia di preparare il formaggio usando cagli di tipo vegetale come il cardo e il fico e le loro tecniche furono trasmesse ai Romani.
I Romani perfezionarono l’arte casearia impiegando anche il latte di vacca (usato di rado dai predecessori, perché ritenuto nocivo) e introducendo lo zafferano e l’aceto per ottenere la cagliata.
Nel I sec. d.C. applicarono la pressatura per accelerare la stagionatura, adoperando dei pesi forati.

Illustri scrittori romani, hanno descritto in modo dettagliato la produzione e l’uso del formaggio.

Marco Terenzio Varrone illustra i principali tipi di formaggi consumati nel II secolo a.C. (vaccini, caprini e ovini freschi e stagionati) e nel De rustica, documenta come il gusto dell’epoca fosse rivolto ai formaggi ottenuti con il caglio di lepre o capretto, anziché di agnello.

Columella, nel suo De Rustica del I secolo d.C. spiega le tecniche di trasformazione casearia del tempo e si sofferma sull’uso di coagulanti vegetali.

Nel Medioevo ci furono dapprima dei pregiudizi sul formaggio perché gli ignoti meccanismi di coagulazione e fermentazione erano visti con sospetto e i trattati di dietetica limitavano il suo consumo, perché si riteneva che solo piccole dosi di formaggio non nuocessero alla salute.
Inizialmente, il formaggio era considerato il cibo dei poveri e successivamente rivalutato come alternativo alle diete povere o prive di carne.

In Italia e in Europa i formaggi che noi consumiamo ebbero origine nel Basso Medioevo e i monaci sono stati i preziosi custodi delle tecniche casearie ancora applicate che ci permettono di assaporare questo cibo prezioso. I monasteri diedero un importante impulso alla produzione casearia, perché nell’ambito delle loro attività economico-rurali, praticavano l’allevamento dei bovini stanziali che permise la nascita di nuove varietà di formaggio.
A partire dal XII sec. proprio nelle Abbazie di Moggio Udinese, Chiaravalle, San Lorenzo di Capua, nacquero il Montasio, il Grana e la Mozzarella di bufala.
I motivi del cambiamento sono radicati nel motto benedettino Ora et labora, nella necessità di mangiare magro e nell’applicazione della rotazione agraria che

giovedì 2 dicembre 2010


Le saghe islandesi dell'alto e basso medioevo



I primi documenti della letteratura islandese risalgono al 1200 circa, quando l’isola era già stata cristianizzata da due secoli.
Le saghe, composte non prima del XIII sec., trattano delle antiche civiltà nordiche.
Più in particolare si tratta di cronache relative alle vicende che caratterizzarono la migrazione degli esuli dalla Norvegia, gli insediamenti umani in Islanda, la costituzione (anno 930) del parlamento nazionale a Thingvellir fino alla conversione cristiana dell’anno 1000. Esse, dunque, nascono dalla coscienza popolare.
Il termine “saga” veniva utilizzato per ogni racconto o storia trasmessi oralmente o per iscritto (saga, quindi, è ciò che si racconta: basti pensare al tedesco sagen o all’inglese to say, che significano entrambi dire).
Le saghe cominciarono ad assumere un valore morale e sacro, in virtù del quale venne impedita quella che potremmo definire una “corruzione letteraria”. Essendo recitate oralmente, infatti, era naturale la tendenza ad ingigantire enfaticamente gli eventi che avevano costituito il fulcro ideale della nazione islandese.
Di certo le saghe non saranno una riproduzione fedele dei racconti originari, composti verso la fine del IX sec. e per tutto il X sec., anche perché dopo il 1000 ci sarà stata qualche influenza dovuta al cristianesimo.
Nonostante ciò, le saghe erano e restavano pagane. Esse sono sicuramente anonime, anche se in genere prevale l’idea di volerne attribuire la paternità ad una folta schiera di autori, ma non potevano che essere anonime, perché sorte come espressione dello stato d’animo collettivo dei profughi. Tra le principali saghe islandesi sono da citare La saga degli uomini di Eyr, che narra diverse avventure di vari personaggi senza seguire un filo conduttore, La saga della gente della valle del salmone (dove i protagonisti sono tutte donne), che racconta la storia delle famiglie che colonizzarono l’Islanda, La saga di Erik il Rosso che riporta il racconto dell’incursione degli islandesi nell’America del Nord, La saga di Grettir, che non è antichissima, per cui si riscontrano fonti e richiami a tradizioni precedenti.
Un influsso più o meno diretto è dovuto al Beowulf proveniente dall’Inghilterra settentrionale.
Il confronto è possibile in quanto entrambi i protagonisti delle due saghe sono personaggi storici, per i quali il trasferimento in un mondo fiabesco si è reso possibile proprio in virtù della loro forza fisica eccezionale, che ha permesso, a sua volta, che venissero loro attribuite anche imprese eccezionali.
La saga di Oddr l’arciere, tradotta dall’islandese antico per l’Iperborea da Fulvio Ferrari. Questa saga tratta della storia dei vichinghi; protagonista è, appunto, un giovane vichingo che vivrà numerose magiche avventure, ma che non potrà sottrarsi al destino di dover morire.
L’Iperborea ci regala anche la traduzione di altre saghe: Saga di Egill il monco con traduzione dall’islandese antico e introduzione sempre di Fulvio Ferrari. Questa saga segue un percorso fiabesco: i due protagonisti, Egill e Asmundr intraprendono dei viaggi attraverso paesi reali e immaginari fino ad arrivare alla mitica Terra dei Giganti, dove i nostri eroi dovranno superare diverse prove per poter liberare le principesse e fare ritorno a casa.
Saga di Hrafnkell con traduzione dall’islandese antico e introduzione di Maria Cristina Lombardi. Questa saga dà rilievo alle procedure legali e al sistema sociale di quel mondo primitivo, venendo a costituire una sorta di documento storico. Il racconto parte dal divieto del capo islandese del X secolo di montare il suo cavallo, perché consacrato al dio Freyr.
Saga di Ragnarr con traduzione dall’islandese antico e introduzione di Marcello Meli, che tratta del re danese Ragnarr e di una serie di miti e di leggende.
Tra le saghe storiografiche ricordiamo il Libro degli insediamenti del 1130 circa, dove si racconta la storia di ogni famiglia che fuggì alla sovranità tirannica di Araldo Bellachioma (sovrano norvegese), per insediarsi stabilmente in Islanda.
Da ricordare è anche il Libro degli Islandesi di Ari Thorgilsson, che contiene le linee essenziali dell’evoluzione civile e politica della società islandese.

Una figura di importanza rilevante nell’ambito delle saghe è sicuramente quella dell’islandese Snorri Sturluson (1178 - 1241).
Il suo libro Orbe terrestre è, appunto, una successione di saghe in cui narra le vicende delle varie dinastie norvegesi.
La Snorra Edda, cioè l’Edda di Snorri , invece, è raccolta in un manoscritto del XIII secolo, il Codex Regius. Narra della creazione e della distruzione del mondo e i protagonisti sono gli dei e gli eroi della mitologia germanica: Odino, Thor, Freya, Brunilde, Sigurd. L’Edda di Snorri comprende tre parti. Nella prima, detta L’inganno di Gylfi, l’autore immagina che il re Gylfi sia giunto, sotto le spoglie di pellegrino, alla dimora degli dei. Qui tre ignoti dotti lo istruiscono sui segreti della mitologia nordica. Nella seconda parte, detta Linguaggio poetico, passa a discutere dei mezzi espressivi che deve utilizzare un poeta. La terza parte è il Trattato metrico, che va praticamente a compensare la seconda parte ed è rivolta ai futuri poeti. Redatta tra il 1220 e il 1230, l’Edda è anche la nostra principale fonte di conoscenza riguardo alla poesia scaldica e alle rigide norme formali alle quali era sottoposta.
La lirica degli scaldi (poeti dotti, islandesi di origine) è ricca di simboli e di immagini poetiche: si fa soprattutto uso della kenning, ossia della metafora - indovinello. Il più famoso poeta scaldo è Egil Skallagrimsson (900 - 980 circa), autore di una personalissima lirica in morte del figlio primogenito. Di Egil ci dà notizia, peraltro, una delle saghe più famose, la Egilssaga, attribuita a Snorri.