lunedì 6 settembre 2010



 

Amori&Misteri d' Italia/ STORIE NASCOSTE LUOGHI DA VEDERE La leggenda della bella Marsilia nel parco dell' Uccellina

La ragazza rapita che conquistò il sultano

La Bella Marsilia, venne rapita ma conquistò l' harem Sequestrata dal Sultano, tramò per imporre il figlio sul trono. E la sua torre domina ancora il parco dell' Uccellina

Inizia oggi una serie di cinque reportage dedicati a storie in bilico tra realtà e leggenda, legate a suggestive località italiane. Questo primo racconto ripercorre due vicende accadute sulla costa della Toscana tra il Duecento e il Cinquecento, le cui protagoniste furono due ragazze che vennero rapite dai pirati turchi e condotte a Costantinopoli nell' harem di Solimano il Magnifico. Due donne con destini molto diversi: una fu riportata a casa dal fratello, che la ritrovò nel giardino dell' harem, l' altra divenne la spietata moglie del Sultano E' incorniciato sottovetro da più di duecent' anni per dire grazie alla Madonna di Montenero che da mezza collina guarda Livorno distesa ai suoi piedi fin dove comincia il mare. È uno degli ex voto che per secoli la gente di queste parti ha portato al santuario per raccontare storie di velieri nella tempesta, di bimbi volati dalle finestre come angeli e altre quasi tragedie finite bene grazie a quella madonnina seduta su una nuvoletta dipinta. Tutti belli i miracoli di una volta, ma questo è più bello degli altri perché racconta una storia da mille e una notte, e se uno l' ha visto anche una volta sola da piccino, se lo ricorda anche quando ha la barba bianca. Si tratta d' un vestitino da odalisca, col corpetto ricamato tutto d' oro e le babbucce di velluto color porpora. La fama della sua bellezza si era diffusa nel Mediterraneo e la flotta del Barbarossa sbarcò a Cala di Forno per assaltare la sua magione Un cartellino racconta una storia minima (solo sette righe), ma piena di pericoli scampati per miracolo: «Verso il 1800 - spiega la scritta -, la giovinetta Ponsivino, trovandosi lungo mare, presso Antignano, fu rapita dai turchi che la portarono a Costantinopoli per l' harem del sultano. Di fronte all' ignominia che la sovrastava, invocò fervidamente la Madonna di Montenero che non tardò ad ascoltarla. Un giorno si vide arrivare nei giardini dell' harem il proprio fratello che, con somma accortezza e non senza un aiuto speciale della Vergine, come attesta il voto, riuscì a ricondurla a Livorno». Purtroppo il cartellino non dice altro, nemmeno il nome di quella ragazzetta, e così dobbiamo immaginarcela tra gli scogli di Calafuria a prendere i bagni, mentre da dietro il promontorio del Romito una nave turca veloce come un falco piomba sulla poverina che piange e si dispera, ma nessuno la sente. Poi la nave dei pirati scende lungo il Tirreno, costeggia le isole greche e alla fine entra nel porto di Costantinopoli per consegnare al Sultano quel fiorellino in lacrime. Più difficile pensare a quello che deve aver passato il suo fratello per arrivare a Costantinopoli, infilarsi non visto nel giardino del palazzo e portarsi via la ragazza vestita da odalisca. Ci voleva proprio un miracolo. E' questa una delle tante storie che per secoli i pirati saraceni hanno scritto sulle nostre coste, mentre duchi e principi alzavano mille torri sui promontori per avvistare da lontano quelle furie scatenate sempre a caccia di braccia forti da legare ai remi e di ragazze belle da portare nell' harem. Ma non sempre le poverine invocavano la Madonna e dopo qualche malinconia più dovuta che sentita davvero, apprezzavano le comodità dell' harem e le attenzioni del turco, gran signore di modi e di denari. Una di quelle che non si trovarono affatto male e fece carriera era di Siena e, di tanto in tanto, passava qualche tempo nel castello di famiglia - i nobili Marsili - su un poggio dell' Uccellina, dove ora c' è il Parco della Maremma, vicino a Grosseto. Si chiamava Margherita, ma da queste parti tutti la conoscono come la Bella Marsilia e ne parlano come se fosse ancora nella torre (della Bella Marsilia) che si alza dritta su un poggio per guardare il mare. Quando successero le cose di cui ora diremo, era il 1543 e Margherita aveva meno di sedici anni, un corpo appena sbocciato e una faccia d' angelo incorniciata da una nuvola di capelli rossi (per questo era detta La Rosselana). Era così bella che ne parlavano in tutto il Mediterraneo e la cosa venne all' orecchio di Kheyer-ed-din, detto Ariadeno il Barbarossa, grande ammiraglio della flotta turca che navigava verso la costa francese con centocinquanta navi, quattordicimila soldati e diverse centinaia di pirati agli ordini del suo luogotenente Nizzàm. Mentre andava a mettersi d' accordo con Francesco I, in guerra contro Carlo V di Spagna, il Barbarossa affidò a Nizzàm una missione speciale: sbarcare di sorpresa sulla costa maremmana, attaccare il castello dei Marsili e rapire la ragazza dai capelli rossi per farne poi grazioso omaggio a Solimano il Magnifico. Una decina di anni prima, un' impresa simile il Barbarossa l' aveva tentata attaccando il paese di Fondi per rapire la bellissima Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna. Ma la cosa era andata male perché la signora s' era accorta di qualcosa e se n' era andata prima che i pirati attaccassero Fondi. Lo smacco ancora bruciava al Barbarossa e di certo Nizzàm non voleva fare brutta figura con l' ammiraglio. Per questo preparò attentamente l' operazione e la notte del 22 aprile sbarcò coi suoi uomini a Cala di Forno, dove i monti dell' Uccellina si buttano in mare tra boschi cupi e scogliere bianche. Da allora quei posti sono cambiati poco o nulla e dai margini del bosco s' affacciano ancora daini e cinghiali che si soffermano un attimo a guardare chi c' è e poi se ne vanno senza correre. Quasi come nelle favole. Così, quando Luca Tonini, capo-guardia del parco, m' accompagna a Cala di Forno, è facile vedere anche cose capitate quasi cinquecento anni fa. Era notte fonda. Le sagome nere delle navi dei pirati turchi sbucarono dietro il profilo di Colle Lungo e puntarono silenziose verso la spiaggia di Cala di Forno, dove le aspettava un tale Manfredi, detto «Cernia», ex schiavo dei musulmani ma pronto ad aiutarli lo stesso. L' uomo segnalò con un lume il punto dello sbarco e poi guidò la masnada su per il sentiero che attraverso il bosco porta al castello di Collecchio, dove messer Giovanni Marsili, la moglie Bona, la bella Margherita e altri quattro figlioli, dormivano tranquilli nella torre con qualche famiglio. Lasciando Cala di Forno cerco di rifare lo stesso percorso, prima con la camionetta del Parco e poi a piedi, tra lecci e corbezzoli che s' arrampicano sul poggio, scavalcano un fossato di difesa, si aggrappano a ruderi di mura spesse un metro e finalmente si fermano davanti alla torre di pietra, alta e solida come fosse stata fatta ieri. Intorno c' è solo qualche rudere che fu di una chiesetta, forse anche di stalle e magazzini, e tratti di mura con feritoie strette da dov' era possibile colpire gli attaccanti stando al riparo. Difese che però quella notte non servirono a nulla. L' attacco fu rapido e violento. I pirati superarono il fossato, scalarono le mura silenziosi come ombre e si dispersero nel cortile del castello rimpiattandosi nel buio, in attesa dell' ultimo ordine. Non era facile entrare nella torre dove dormivano i Marsili. La porta non è al livello del terreno, ma si affaccia dal muro a quasi tre metri d' altezza, come fosse una finestra del secondo piano. Per raggiungerla c' era una rampa di scale che saliva fino al livello della porta, ma rimaneva discosta dalla torre quel tanto che bastava per non riuscire a saltar dentro e neppure a toccarla. Così, se qualcuno dall' interno non calava un piccolo ponte levatoio, nessuno riusciva a entrare. Con le buone no di certo, ma con le cattive sì. Di sicuro i pirati non chiesero permesso e forse dettero fuoco all' uscio. Così, mentre le scimitarre facevano il loro lavoro di morte e le fiamme illuminavano la strage, Nizzàm afferrò la bella Marsilia e corse giù attraverso il bosco buio seguito dai suoi uomini e dalle urla dei morenti. L' incursione aveva avuto successo, la ragazza dai capelli rossi era anche più bella di quanto Nizzàm si aspettasse e ci mancò poco che il pirata non si innamorasse di lei mentre la portava a Costantinopoli, come aveva ordinato il Barbarossa. Non sappiamo con che umore la Rosselana entrò nell' harem di Solimano il Magnifico. Non lo sappiamo con certezza perché a questo punto della vicenda alcuni storici non sono più tanto sicuri che si tratti della stessa ragazza e qualcuno pensa addirittura che tutta la faccenda sia inventata. Altri invece giurano che è tutto vero. La versione che abbiamo seguito fin qui continua raccontandoci una Rosselana che si adattò facilmente al nuovo ambiente e si impegnò così tanto nelle arti dell' harem che prese alla svelta il posto della bionda georgiana Tarhkan, detta «la Bosforona», fino a quel giorno la favorita di Solimano. E non contenta fece altro. Dimenticò il suo passato maremmano, si fece musulmana, cambiò nome (Kurren Sultana), dette cinque figli al sultano e alla fine riuscì a diventare la moglie legittima di Solimano. A quel punto la Rosselana, anzi Kurren, si mise in testa di far arrivare uno dei suoi figli sul trono di Costantinopoli. Per raggiungere questo risultato occorreva prima di tutto levare di mezzo Mustafà, figlio della Bosforona e legittimo erede al trono. Per questo cominciò a tessere una trama sottile con la quale convinse il Sultano che Mustafà stesse cospirando contro di lui per prendersi il trono prima del tempo. Solimano cadde nella trappola della bella Kurren e quando Mustafà si presentò nella tenda del padre che lo aveva convocato apposta, lo fece catturare dai suoi schiavi e strangolare. La strada di Kurren pareva spianata del tutto, ma col passare del tempo il sultano si rese conto di essere stato vittima di un intrigo organizzato dalla bella moglie con l' aiuto di diversi complici, tra cui anche quel pirata Nizzàm che anni prima aveva rapito la Bella Marsilia in Maremma e forse aveva perso la testa per lei. La vendetta fu terribile. Questa volta Nizzàm la testa la perse davvero, come diversi altri congiurati. L' unica a salvarsi fu proprio lei, Kurren, che con pianti e moine riuscì a intenerire Solimano e farsi perdonare. Ma non passò molto che le cose attorno al trono di Costantinopoli tornarono a complicarsi, sempre per le trame di Kurren che però non riuscì ad assistere al gran finale perché se ne andò all' altro mondo ancora giovane e bella, non sappiamo come. Solimano campò invece fino a 72 anni e quando morì, nel 1566, sul trono di Costantinopoli si sedette Selim II. Così si conclude la storia della Bella Rosselana nella versione che ci hanno lasciato i secoli. Ora però, qualcuno (Alfio Cavoli, storico della Maremma) dice che la Kurren non poteva essere la Bella Marsilia, perché troppe cose nel racconto non tornano affatto. Speriamo che sia davvero così, perché tutti quegli intrighi e tante teste tagliate sciupano l' immagine di quella bella ragazza che venne rapita mentre dormiva nel suo castello incantato. Per questo sarebbe meglio che ognuno riprendesse la storia e la riscrivesse a modo suo. Con le storie che paiono favole questo si può fare. Viviano Domenici (1 - continua) IL PARCO Parco Naturale Regionale della Maremma COSA LEGGERE Salvatore Bono I corsari del Mediterraneo, Oscar Mondadori, ' 97: rapporti tra cristiani e musulmani Alfio Cavoli I saccomanni del mare, Ed. Aldo Sara, Roma, 2002: pirati sulle coste tirreniche e storia della Rosselana Bruno Modugno Ballata Saracena, Ed. Olimpia, Firenze, ' 98.

Domenici Viviano

Dal Corriere della Sera(Archivio storico)

Dal ç

domenica 5 settembre 2010


Il Costume Tra XI e XV Secolo in Italia di Stefania Sivo

 
 

 
 

Nel Medioevo la moda non era dettata solo dalla necessità di difendersi contro gli effetti del clima o alla praticità per l'attività lavorativa svolta, era prima di tutto un segno inequivocabile della classe sociale di appartenenza. Ciascuno doveva indossare gli abiti del proprio rango senza oltrepassare i limiti fissati. L'ordine sociale costituito doveva rimanere tale anche nelle apparenze, la trasgressione, in tutti i settori della società, non veniva tollerata, anzi diventava pretesto per diffidare di chi la praticava.


La rinascita economica e commerciale, che ebbe inizio in Europa nel XI secolo, determinò un cambiamento nel gusto e nellamoda dell'epoca. Si registra prima di tutto un notevole sviluppo dell'industria tessile, molti centri italiani fra cui Genova, Firenze e Lucca diventano i maggiori produttori di seta, tessuto molto ricercato e adoperato per confezionare abiti di lusso. Le manifatture si moltiplicano e in pochi anni l'artigianato italiano, nel settore tessile, assume un ruolo predominante a livello europeo.


Tra XI e XIII secolo la moda italiana risente fortemente dell'influenza bizantina, soprattutto lungo la costa adriatica e l'Italia meridionale in cui la presenza greca era stata costante per tutto l'alto medioevo. In seguito alla conquista normanna, avvenuta nel XI secolo in Italia meridionale, alle tendenze stilistiche bizantine si unirono le novità della moda francese che modificarono, solo in parte, il gusto dell'epoca. Le corti palermitana e messinese erano note in tutta Europa per i tessuti ricamati con le pietre preziose che venivano applicate sulle tuniche e sui mantelli. Le tecniche di lavorazione erano segrete, condizione essenziale affinché i manufatti fossero considerati"esclusivi", gli stessi tessitori, considerati alla pari degli artisti, erano chiamati a preservare il "mistero" delle raffinate e antiche tecniche. I vestiti della corte erano vere e proprie opere d'arte, il guardaroba regale di Ruggero II e di Guglielmo il Buono comprendeva tuniche in seta, mantelli ricamati in oro, perle, filigrane e smalti.


Piviale vescovile


Guanti federico II, anteriori al 1220, Vienna Kunsthistorisches Museum

Ma cosa diversa era il guardaroba degli abitanti del regno: popolazione cosmopolita composta da arabi, siciliani, greci, normanni, ebrei, crociati e pellegrini di passaggio per la Terra santa.


Incontro del re con santa Margherita,part., miniatura, XIII secolo, Verona, Biblioteca Comunale

ABITI FEMMINILI

 
 

Dagli atti e dalle cronache di epoca federiciana sappiamo che l'abito femminile era composto da tre capi: la camicia (testimoniata a Bari a partire dal 1021 con il nome di càmiso), la tunica (o gonnella) e la guarnacca(sopraveste).

  • La camicia, detta anche interula o sotano era una specie di sottoveste lunga fino ai piedi, confezionata solitamente, per i vestiti più semplici, in lino e cotone leggero. Il tessuto variava a seconda delle possibilità economiche della cliente, le donne di alto rango sociale tendevano a impreziosire gli abiti con guarnizioni ricamate o liste di tessuto frappato (in frange) lungo i bordi e la scollatura, solitamente quadrata. La camicia era priva di bottoni, ed erano sconosciute le tasche. La moda dei bottoniin oro, argento e pietre preziose nasce in Francia nel XIII secolo per poi diffondersi lentamente in tutta Europa.
  • Sulla camicia le donne infilavano la tunica, un abito lungo, di tradizione bizantina dalle maniche molto larghe, che spesso aveva dei profondi spacchi sui fianchi per lasciare intravedere la camicia sottostante di diverso colore. Le tuniche delle donne nobili erano confezionate in zendàli (seta simile al taffetà), broccati (velluti impreziositi da fili d'argento e d'oro), e applicazioni di perle e pietre preziose. Tessuti che di certo le donne del popolo e delle campagne non potevano assolutamente permettersi. Queste ultime adoperavano tessuti semplici come lino e cotone, d'inverno si coprivano con abiti in lana, il cui modello di base rimane lo stesso.
  • La guarnacca era una sopraveste, aperta sul davanti, con maniche ampie pendenti fino all'orlo foderate di pelliccia, il pelo infatti era rivolto verso il corpo, mentre il lato esterno veniva ricoperto di tessuto.

Ritrovamento della reliquia di San Marco, part., mosaico, 1270 ca. Venezia, Basilica di San Marco

 
 

Gli abiti femminili erano fermati in vita da cordoncini annodati o cinture di stoffe ricamate e ornate di laminette d'oro o dipinte con smalti.

Accessori fondamentali erano i copricapi, il modello più diffuso era la corona turrita, una fascia circolare su cui si appoggiavano merli con applicazioni di pietre e perle. Un'acconciatura comune era realizzata con bende o nastri, detti anche intrezatorium, che venivano intrecciati nei capelli.

A Venezia nel XIII secolo nasce un copricapo che avrà molta fortuna in tutto il Medioevo l'hennin, a forma di cono rigido, in velluto o in seta, al cui vertice veniva applicato un velo o un pizzo. Le fate delle fiabe di origine medievale, infatti, vengono tutt' oggi rappresentate con questo copricapo.

La vera novità della prima metà del Duecento è la tunica che si allunga sul dietro a formare lo strascico:

(…) di canno ti vististi lo 'ntaiuto
(strascico)/ Bella di quel jorno son feruto (
…)

così cantava Cielo d'Alcamo nel noto Contrasto, sottolineando la particolarità dell'abito della donna amata.


Bibbia Maciejowski, 1250 ca., mac29rA

 
 

ABITI MASCHILI

 
 

Gli abiti maschili nei primi secoli del basso medioevo non si differenziano molto da quelli femminili:

La tunica, a tinta unita, poteva essere di varie lunghezze, per i poveri non doveva superare il ginocchio. Priva di bottoni, la tunica prevedeva una scollatura a punta sul davanti.

  • Sulla tunica gli uomini infilavano la guarnacca, sopraveste senza maniche con cinture di vario tipo in metallo o corda, un capo della cintura pendeva fino all'orlo. In inverno si adoperavano lunghi mantelli trattenuti sul petto da lacci, novità di origine franca.
  • Tuttavia rimase l'uso di indossare sopra la tunica, in inverno, un giubbotto di pelle con il pelo verso l'esterno. Accanto a tessuti pregiati come il velluto e la seta, il basso medioevo eredita la passione per le pelli e le pellicce, largamente usate in epoca altomedievale. Il commercio e la produzione del cuoio rimasero, dunque, uno dei settori principali anche dell'economia tardo medievale.

Scena cortese con Federico II che porge una rosa ad una dama, affresco, Bassano del Grappa, Palazzo Finc

 
 

La grande necessità di materia prima, cioè di pelli di animali di diverso tipo, veniva soddisfatta dall'utilizzo delle pelli degli animali macellati per uso alimentare, in prevalenza agnelli e capre. Ma la richiesta sempre maggiore di capi d'alta sartoria e di qualità superiore, fecero crescere l'industria dei pellami pregiati: di bufalo, cavallo, camoscio, cammello, coniglio, cervo, lupo. Il commercio del pellame pregiato avveniva prevalentemente per via mare, o attraverso i fiumi nell'Europa centro-settentrionale. I principali mercati e punti di rifornimento erano la Spagna, il Nord d'Africa, l'Oriente e le Fiandre, in Italia avveniva prevalentemente la conciatura e la lavorazione del pellame grezzo o semi lavorato.

 
 

Federico II attorniato dai sudditi, exultet, salerno Biblioteca Capitolare

 
 

Gli abiti adoperati per l'inverno come cappe e mantelli erano, nella maggior parte dei casi, imbottiti o predisposti ad esserlo. Le cappe femminili, ampie ed avvolgenti avevano la superficie fra le spalle e la cintura rivestita con pance di vaio, noto anche come scoiattolo siberiano, animaletto dalla pelliccia pregiata. L'uso delle pellicce di vaio e di candido ermellino distingueva l'élite delle corti, mentre le pelli di agnello e montone erano diffuse tra nobiltà minore e cavalieri. I capelli venivano portati dall'uomo di media lunghezza, con la frangia a metà della fronte e,fermati da cerchi, venivano raccolti in piccole cuffie (Infulae).

Petrus de Ebulo, De Balneis Puteolanis, part., Roma Biblioteca Angelica

 
 

Le calzature erano confezionate in cuoio e in genere con pelle d'agnello. I poveri adoperavano zoccoli in legno o generalmente pianelle; le raffinate scarpe a punta in tessuto colorato e suolate all'interno erano esclusiva delle classi sociali elevate. Accessori importanti nella moda maschile erano le borse realizzate in cuoio, in forma rettangolare (scarselle), trapezoidale (elemosiniera), a forma di bisaccia, tipologia particolarmente usata dai pellegrini in viaggio, o sotto forma di eleganti valigie per la clientela raffinata. Le scarselle venivano legate alle cinture, confezionate in cuoio con applicazioni metalliche.

Ugolino di Prete Ilario, natività della vergine, affresco tra il 1370 e il 1380. Orvieto Duomo.

 
 

Nel XIV e XV secolo la moda francese ha larga diffusione in Italia, anche se il popolo rimane comunque estraneo alle trasformazioni del gusto. I più recettivi, in questo senso, sono sicuramente la borghesia e l'aristocrazia, che alla moda raffinata unirono la ricercatezza negli arredi delle case.


A. Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, sec. XIV, Sala della Pace, Palazzo Pubblico di Siena

Le trasformazioni più importanti sono legate ai tessuti adoperati, molto più ricercati, molto più preziosi: gli abiti diventano fastosi. Velluti, broccati, damaschi e seta, questi sono i materiali più utilizzati. Per le donne resistono le guarnacche, ora senza maniche, aperte sui fianchi, mostrano il colore dell'abito sottostante. Il capo viene imprigionato da pettinature sempre più complicate, a volte bizzarre: semplici corone stilizzate legate al viso da un velo o da una retina che contiene i capelli, cerchi metallici con velo, o turbanti di velluto imbottiti posizionati di traverso sulla fronte. A partire dal XV secolo si diffuse la moda della cuffia con i prolungamenti, tipo corna, ai due lati del volto, che nei casi eccessivi, potevanoraggiungere i trenta cm di lunghezza.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon governo in città, XIV sec., Sala della Pace, Palazzo Pubblico di S

 
 

Le acconciature più usuali, anche tra le donne del popolo, erano realizzate con ghirlande di fiori,retine di perle, nastri arricchiti da pietre o gemme. Il colore biondo per i capelli era molto di moda, così come i posticci e gli uomini sbarbati.


Il martirio di Santo Stefano, miniatura, 1350-1378, Parigi, Biblioteca Nazionale

A partire dal Quattrocento gli abiti maschili si accorciano, le calze si allungano fino ai fianchi e diventano bicolore, viene indossato al posto della tunica il giustacuorelungo o meno lungo, scollato fino alla vita ma con un largo risvolto in tessuto diverso trattenuto da un cordoncino che passava negli occhielli. Si diffonde la moda per le maniche tagliate verticalmente che permettono alla camicia sottostante di uscire.


Scarsella di fattura francese, pelle e ferro. Museo del Bargello. Firenze.

Gli abiti erano spesso imbottiti con fieno che allargavano spalle e torace, la vita stretta da cinture con borchie metalliche. Gli abiti più ricchi presentavano i risvolti in pelliccia. Per gli uomini si diffonde la moda dei cappelli la cui varietà è per l'epoca impressionante: turbanti, coni, a cilindro con la tesa larga, a cuffia, cappucci, berretti di pelle e di tessuto (il velluto è il materiale più adoperato). Il copricapo più diffuso era sicuramente il mazzocchio, cappello con un lembo appuntito che scendeva sulle spalle. Per le donne si diffonde l'uso del cerchio di borra (lana grezza) coperto da un panno colorato che gira a fascia intorno alla testa.

 
 


Andrea Mantegna, Camera degli sposi, part. della corte, affresco, 1465-74, Mantova, Castel San Giorgio

Gli abiti femminili subiscono nel XV secolo un radicale cambiamento: nasce il bustino attillato e alto, irrigidito da stecche di legno o avorio; la scollatura diventa profonda. Dal bustino si staccava la gonna drappeggiata e arricciata, spesso rialzata con ganci d'oro o d'argento. Le maniche lunghe erano attaccate alle spalle con cordoni che spesso terminavano con fermagli, infilati in occhielli aperti nell'abito. Come nell'abito maschile, si diffonde l'uso dei tagli sulle maniche verticali e orizzontali da cui usciva a sbuffi la camicia. Lo strascico degli abiti importanti si appesantisce e si allunga.

Jan Van Eyck, I coniugi Arnolfini, 1434, olio su tavola, National Gallery Londra

La differenza tra un abito raffinato e un abito mediocre non era dato dal modello quanto dal colore. Nel XIV e XV secolo alcuni colori come il verde erano adoperati esclusivamente dagli esponenti dei ceti alti, cortigiani e signori. Alle popolane era vietato l'uso di colori sgargianti, anzi nella maggior parte dei casi gli abiti poveri si distinguevano dal colore grezzo, tessuti cioè che non avevano subito la tintura, uno dei momenti più delicati della manifattura delle stoffe.

Chi poteva, invece, indossava abiti dai colori decisi: il più prezioso era lo scarlatto, il morello era un colore paonazzo scuro, il lionato (giallo fulvo) era molto ricercato e l'alessandrino (azzurro screziato) andava per la maggiore.

Anche i tessuti indossati in realtà rivelavano l'origine sociale di chi li indossava: il panno balveto era adoperato dagli operai, il bianchetto dai frati, il perso (di color nero tendente al rosso) dai cavalieri e il vergato (tessuto rigato) era destinato ai servi, ai messaggeri e ai garzoni.

Nel Quattrocento prevale il tessuto lavorato (velluto e seta in prevalenza) con decorazioni floreali, che all'astrattezza delle figurazioni orientali univano la tendenza naturalistica dell'arte occidentale. Il motivo più ricorrente era quello del frutto del melograno, unito al cardo e al fiore di loto.

Le scarpe per gli uomini potevano essere a punta o a forma quadrata nell'estremità, diffusi erano gli stivaletti in pelle alti al polpaccio. Le donne preferivano scarpe basse chiuse alla caviglia o allacciate con un passante; dalla Francia si diffonde l'uso della pantofola.

L'abito non era indispensabile solo per evidenziare la categoria sociale di appartenenza, a volte diventava necessario per emarginare o etichettare determinate categorie "umane" considerate pericolose: le meretrici, i lebbrosi e gli appartenenti a minoranze etnico-religiose come gli ebrei e i saraceni erano obbligati ad indossare i segni distintivi dell'infamia.

Per quanto riguarda le meretrici, disprezzate a causa del lavoro condotto, per ovvi motivi, ma ben tollerate all'interno della società,l'Imperatore Federico II imponeva, nel suo Regno, la netta separazione fra le donne oneste e quelle pubbliche obbligando queste ultime ad indossare una veste corta sfrangiata nel basso affinché fossero immediatamente riconoscibili e non fossero confuse con le altre donne. In Francia invece le prostitute erano costrette ad indossare, sull'abito o fra i capelli, un nastrino rosso (anguilette), questo segno distintivo aveva una duplice funzione: distinguere la donna dalle altre "oneste" e garantire ai clienti una fornicazione qualificata.

Alla pari di tutti gli altri marginali anche il lebbroso era costretto ad indossare i segni della diversità: il suo passaggio era annunciato da lontano dal suono di sonagli o dal rumore provocato dalle maniglie mobili di ferro della battola; era inoltre obbligato ad indossare un cappuccio e un colletto di stoffa bianca, affinché la sua diversità fosse immediatamente visibile.

Nel 1221 l'Imperatore emanò le Assise di Messina in cui presentava l’editto generale riservato ai giudei affinché portassero abiti particolari per distinguerli dai cristiani, i tratti distintivi erano il colore celeste per gli abiti e l'obbligo di portare la barba solo per gli ebrei adulti. Questa legge non era certo una novità, infatti già nel 1215 il IV Concilio Lateranense aveva emanato delle norme per isolare le comunità ebraiche da quelle cristiane, obbligando Ebrei e Saraceni ad indossare abiti particolari:" costoro di ambedue i sessi, in ogni provincia cristiana e in ogni momento siano segnalati agli occhi del pubblico come ebrei e saraceni per mezzo del tipo del loro abito".

Part. affresco castello della Manta, metà XV secolo

 
 

 
 

 
 

  


 
 


 

".....Quando la contessa e le sue dame si sono sedute intorno al fuoco, mostra grandi qualità di cortesia. Con il suo atteggiamento amabile e gioioso affascina tutti i presenti.Ha un soprabito di vaio nuovo, aperto e senza maniche, che lascia scorgere le graziose
maniche bianche della sua camicia....."

Tratto da L'Escoufle di Jean Renart, romanzo d'avventura composto intorno al 1200

La maggior parte dei capi che compongono l'abbigliamento femminile non differivano, per natura e per taglio da quelli portati dagli uomini. Tuttavia, si osservava una gran varietà di stoffe e di colori e ricchezza di ornamenti e di accessori. Le donne non indossavano le brache ma talvolta si cingevano il petto con un velo di mussolina a mo' di reggiseno.

La tunica poteva essere di due tipi: quella normale era una semplice veste lunga fino a metà polpaccio, mentre quella composta, comparsa verso il 1180, comprendeva un corsetto aderente, una larga fascia che sottolineava la vita e una gonna lunga aperta su entrambi i fianchi. Tale indumento slanciava la figura e disegnava la forma dei fianchi, del ventre e del dorso. Lo scollo era sempre ampio e rotondo, le maniche lunghe e svasate a partire dal gomito. Le tuniche più belle erano di sciaminto, col corpetto goffrato, la gonna pieghettata sul fondo, adorne di ricami e di galloni.

L'eleganza imponeva che la donna completasse la tunica o la veste con un'amplissima cintura, di cuoio intrecciato, di seta o di lino, sapientemente allacciata. Si effettuava un primo giro all'altezza della vita, un nodo sui reni, poi un secondo giro all'altezza dei fianchi, un nuovo nodo all'altezza del bacino ed infine si lasciavano cadere le estremità in due bande uguali fino a terra.

Le calze erano simili a quelle degli uomini ma sempre sorrette da giarrettiere, perché non potevano essere agganciate alla cintura delle brache.

Le scarpe erano di vario tipo: alte o basse, chiuse o aperte, con o senza linguetta, di cuoio, di feltro, di tessuto, foderate di pelliccia. La moda prediligeva i piedini minuscoli, i tacchi abbastanza alti, il passo ondeggiante e accuratamente studiato. Il mantello (surcot) femminile era una pellegrina semicircolare che non veniva chiusa sulla spalla come quella degli uomini ma sul petto, con alamari e lacci alla cui confezione si dedicava sempre molta cura.

A partire dal XII secolo i mantelli vennnero chiusi con doppi bottoni che si infilavano in due occhielli, e potevano essere sferici, piatti, di cuoio o di tessuto, d'osso, di corno, d'avorio o di metallo. Il mantello si prestava ad una grande varietà di invenzioni quanto alla forma, alla lunghezza, alla decorazione, alla materia usata.

La pettinatura variava secondo l'età: le fanciulle e le donne più giovani li portavano con la scriminatura al centro e due trecce che scendevano sul petto, talvolta lunghe fino alle ginocchia, o ulteriormente allungate da pendenti appesi a ciascuna estremità. Dopo il 1200 la moda delle lunghissime trecce tende a scomparire per lasciare il posto a capelli più corti tenuti fermi da un cerchietto e lasciati fluttuare sulle spalle. Prima di uscire di casa o di entrare in chiesa ci si copriva la testa con un velo di mussolina di lino o di seta. Le donne adulte portavano una grossa crocchia avvolta in una specie di foulard annodato e sormontato da una banda che cingeva la testa orizzontalmente.

Le vedove e le suore portavano il soggolo, ampio copricapo di tessuto leggero che nascondeva completamente i capelli, le tempie, il collo e la parte superiore del busto. La cura dell'abbigliamento risulta anche dall'esistenza di una primitiva pratica di estetica corporale: quando alcune donne ritenevano di non avere bei seni tondi e solidi, rinforzavano la parte alta della camicia di seta, introducendovi apposite, e ben confezionate, palle di lana, ottenendo effetti piacevoli.

Il menestrello Marcabru ricorda, in un suo lied, questi effetti “en forme de pommes d'oranges” (pomi d'arancio gentile allussione, e anche profumata.

 


 

sabato 4 settembre 2010

Stary Olsa - Tourdion




 

La perduta civiltà italica dei Megalitici

di Luigi Cozzi
da Archeologia Proibita n.20 di luglio-agosto 2005
Mondo Ignoto SrL

Anche se oggi quasi nessuno lo sa piu', la nostra Italia è stato il centro - o, per lo meno, uno dei centri piu' importanti - delle sculture rupestri di dimensione gigantesca e, di conseguenza, della civiltà remotissima che le ha create.

In un'epoca imprecisata ma certamente enormemente lontana, infatti, la Corsica e la Sardegna (allora collegate i modo da formare un'unica grande isola) nonché la penisola italica (congiunta in quell'epoca con la Sicilia e forse persino con Malta) facevano parte - in quanto colonie - del vasto impero atlantideo, che si estendeva al di là di Gibilterra, e tutte le popolazioni di quei tempi dedicavano molto impegno e molta energia nella realizzazione di enormi sculture applicando canoni artistici che sembrano del tutto simili a quelli che hanno condotto alla creazione della Sfinge in Egitto.

Nel 1956, per esempio, lo studioso Rogers Grosjean della Recherche scientifique di Parigi ha scoperto nel sud ovest della Corsica numerose statue gigantesche la cui bellezza e importanza hanno portato di colpo quell'isola al livello dei principali centri d'arte preistorica europei.

Nella vicina Malta, come spiegato nel volume L'Enciclopedia dei Misteri di Alfredo Castelli (Oscar Mondadori, 1993), scoperti casualmente nel 1902 e nel 1914 ed esplorati dall'archeologo maltese Themistocles Zammit, ci sono poi i templi di Hal Saflieni e di Tarxien (due sobborghi di La Valletta), che sono stati addirittura definiti "i monumenti piu' impressionanti della preistoria europea", anche perché sono cosi' fuori misura - a causa delle loro dimensioni colossali - per la piccola e poco popolosa isola.

Il sito di Hal Saflieni si trova parecchi metri sotto terra: è stato infatti scoperto mentre venivano scavate le fondamenta di un edificio, e l'impresa di costruzioni di guardo' bene dall'annunciare subito il ritrovamento per non subire ritardi nei lavori. Questo complesso preistorico maltese è organizzato su tre piani: camere, tunnel, scalinate, dipinti (tutti in un tipico colore rosso, altra somiglianza con la Sfinge egiziana che in origine era tutta pitturata di rosso) si susseguono armonicamente e convergono verso l'ipogeo, il centro del tempio.

Tarxien è invece situato tutto al livello del suolo, ma riprende lo stile di Hal Saflieni e dimostrazione che i due complessi erano strettamente collegati e appartenevano a un unico culto, quello - lo si appuro' quando venne ritrovata la scultura stilizzata di una donna dai fianchi molto ampi - della Grande Madre. Li', ai luoghi probabilmente riservati alla preghiera, sono poi frammiste molte tombe che, secondo l'ipotesi corrente, sarebbero state all'origine dell'edificazione dei templi: gli antichi maltesi si limitavano dapprima a seppellire i corpi nei sepolcri sotterranei, quindi cominciarono a officiarvi i riti funebri e infine, quando la religione si organizzo' e nacque un vero e proprio culto dei morti, innalzarono grandi santuari come quelli.

Ma chi trasporto' e mise insieme le immense pietre che costituivano lo scheletro di quel complesso? Dapprima si penso' ad architetti cretesi, greci o fenici, ma quando, grazie al metodo del Carbonio 14, si arrivo' a datare quelle strutture al lontanissimo 3500 prima di Cristo, l'ipotesi fu abbandonata. Quegli ipogei, quei labirinti di Malta sono infatti opera di una civiltà sconosciuta scompars misteriosamente senza lasciare altre tracce di se', cosi' come inesplicabilmente aveva fatto la sua apparizione: ed è certamente la stessa civiltà dei grandi ritrovamenti prima citati avvenuti in Corsica.

Pero' molte altre tracce di quella stessa enigmatica e sconosciuta civiltà antica sono presenti nella nostra Italia. Per esempio, in Valle d'Aosta: nella zona di Saint Martin de Corleans ci sono numerose tombe e dolmen, mentre sul San Bernardino è stato rinvenuto un circolo di pietre del diametro di 71 metri. Altri importanti megaliti mediterranei si trovano inoltre in Piemonte sul Monte Musine', ad Apicella in Liguria. A Li Muri, poi, in Sardegna, esite il piu' antico tra i numerosissimi monumenti megalitici presenti in quell'isola, che sembra risalire ad almeno il 2500 a.C. e che è costituito da cinque cerchi che si intersecano attorno a uno spuntone roccioso.

Secondo il volume Archeoastronomia Italiana di Giuliano Romano, ci sono inoltre parecchie enormi "stazioni astronomiche" neolitiche nel Triveneto, in Alto Adige sui colli Joben e San Pietro, a Castello di Godeco e a Oderzo (presso Treviso), a Veronella Alta e a Mel vicino Belluno.

Ma non è tutto. Le scoperte piu' clamorose in questo campo sono state infatti compiute durante tutta la prima meta' del '900 da Costanzo Cattoi, un ricercatore appassionato cha ha individuato, fotografato e studiato miriadi di grandi monumenti scolpiti nelle montagne italiane, simboli e messaggi titanici lasciati da remote e sconosciute generazioni.

Qualcuno dei piu' eclatanti tra questi altri ritrovamenti avvenuti nel nostro Paese? Ma per esempio si possono citare le numerosissime sculture rupestri d'Ansedonia, scoperte nel 1954; la sfinge di Erice, presso Trapani (posta a guardia di una tomba), scoperta nel 1955; Giano bifronte di Pisco Montano, a Terracina, gia' scoperto da Evelino Leonardi nel 1926 ma fotografato per la prima volta proprio da Cattoi...

"Memphis egizio", ha detto proprio Cattoi commentando le foto di quei suoi numerosissimi quanto stupefacenti ritrovamenti, "non sapeva preparare il papiro del Nilo. L'unico modo di conservare i detti magici era allora per lui quello di scolpire figure umane, di fiere, di animali (...scultaque, disse Lucano, servabant magicas animalia linguas). La prima scrittura geroglifica venne scolpita infatti nel sasso. E non a caso in Italia la zona di Ansedonia, con le sue gigantesche sculture di aquile, elefanti, tori, leoni, dinosauri e liocorni, non e' che una sola immensa scrittura geroglifica oracolare lasciata da quei Tirrenidi che si diffusero fino all'Egitto e altrove, per istruire e gettare le fondamenta delle civilta' di tutti i tempi".

A ulteriore conferma di queste sue affermazioni, Cattoi e' riuscito anche a localizzare nel Mar Tirreno alcune citta' sommerse, che sono sempre da annoverare tra i resti di quell'antico continente che ha dato vita alla civilta' megalitica, la civilita' degli eredi di Atlantide, di quella gente che dall'Irlanda a Stonehenge, dalla Spagna sino all'Egitto ha lasciato innumerevoli tracce sopravvissute fino ai giorni nostri appunto perche' sono state scolpite nella pietra. E la nostra Italia, come abbiamo spiegato, e' stato uno dei luoghi dove quell'antichissima cultura si e' maggiormente manifestata.

Ma chi erano, da dove venivano e che cosa hanno fatto esattamente quelle antichissime popolazioni?


   

giovedì 2 settembre 2010

MAEVE :LA REGINA DELLE FATE

MITOLOGIA GAELICA


 

Anche se non si ritrova il nome della potente Regina Mab il suo spirito è presente nelle leggende arturiane.
E' una  delle regine Regina del Piccolo Popolo. Nella tradizione celtica, la Regina Mab era anche nota come Regina Maeve. "Maeve" significa idromele e si dice che Mab diede questo vino come simbolo del suo sangue a tutti i suoi consorti. Nel Warwickshire, la parola "Mabled", sta a voler dire "condotto fuori dalla strada dalle fate o folletti." Nella lingua gallese, il Cymric, Mab fu definita come  "la piccola bambina." oltre che "Regina Lupo."
Nella mitologia, Mab era l'entità che garantiva il contatto tra i mondi. Fu venerata anche come Dea dei guerrieri nel ciclo di Ulster. Il suo aspetto di madre/guerriera era fortemente associato alla Tripla Dea Madre. La festa Pagana di Mabon fu ed è celebrata in suo onore, ogni anno all'Equinozio Autunnale (21 settembre). Durante questa ricorrenza chi voleva diventare Re doveva invocare la potente Regina Mab ed essere invitati dal potente spirito a bere il suo idromele. Questo avrebbe assicurato al Re una moglie, dei figli e una iniziazione ai misteri delle donne.
La Regina Mab ha catturato la fantasia di molti scrittori che hanno bloccato il suo magico essere nei loro componimenti. Ne è un esempio il monologo di Mercuzio in "Romeo e Giulietta" di Shakespeare:

Vi racconterò della REGINA MAB... Lei è la levatrice delle fate e viene in forma non più grossa di una pietra d'agata sull'indice di un assessore ed è tirata da un equipaggio di piccoli atomi sui nasi degli uomini mentre sono addormentati .

La sua carrozza è un guscio di nocciola, lavorata da uno scoiattolo o da un vecchio lombrico, che da tempo immemorabile sono i carrozzieri delle fate.  I raggi del cocchio son fatti di lunche zampe di ragno, il mantice di ali di cavallette, le redini della più lieve ragnatela.... I finimenti degli umidi raggi della luna, la sferza d'osso di grillo e la frusta d'una pellicola! Il cocchiere, nato dal dito pigro di una fanciulla, è un minuscolo moscerico grosso meno della metà di un verme...

E in questo stato ella galoppa tutta la notte dentro i cervelli degli amanti...che poi sognano AMORE, sulle ginocchia di cortigiani...che subito sognano riverenze, sulle dita di avvocati...che poi sognano parcelle, e sulle labbra delle signore...che subito sognano Baci e che Mab, adirata, copre spesso di bolle perchè il loro fiato sà troppo di dolci! A volte và galoppando sul naso di un cortigiano alchè lui sogna il profumo d'una supplica, e a volte corre sul collo di un soldato così lui sogna di tagliare gole straniere, imboscate, brecce, lame di Spagna e brindisi profondi cinque tese. E poi di colpo lo tambureggia sull'orecchio, e lui sobbalza, si sveglia e, così atterrito, sacramenta una preghiera o due e poi cade di nuovo addormentato.

Questa è la stessa Mab che di notte arruffa la criniera dei cavalli e nei luridi e sporchi crini impasta riccioli d'elfo, che una volta sdipanati...portano sfortuna! Questa è la strega che quando le ragazze giacciono sulla schiena, lei ci monta sopra in tal modo, insegnando loro come si fa e rendendole donne di buon portamento, QUESTA..................Ma basta basta BASTAAAA!!!!...................IO parlo di niente! Anzi, di sogni, che son figli di un cervello pigro, da niente generati se non dalla vana fantasia, che è di sostanza sottile come l'aria e più incostante del vento, che ora corteggia il petto gelato del Nord e poi, irritato, sbuffa via di lì e volge il lato al rugiadoso Sud..........................Mercuzio

(William Shakespeare, Romeo e Giulietta)


 

Act I, scene IV
Mercutio:

Oh, then, I see queen Mab hath been with you.
She is the fairies' midwife; and she comes
In shape no bigger than an agate stone
On the forefinger of an alderman,
Drawn with a team of little atomies
Athwart men's nose as they lie asleep:
Her waggon-spokes made of long spinners' legs,
The cover, of the wings of grasshoppers;
Her traces of the smallest spider's web;
Her collars of the moonshine's watery beams;
Her whip of cricket's bone; the lash of film:
Her waggoner a small grey-coated gnat,
Not half so big as a round little worm
Prick'd from the lazy finger of a maid:
Her chariot is an empty hazel-nut,
Made by the joiner squirrel, or old grub,
Time out o' mind the fairies' coach makers.
And in this state she gallops night by night
Through lovers' brains, and then they dream of love:
On courtiers' knees, that dream on court'sises straight:
O'er lawyers' fingers, who straight dream on fees:
O'er ladies' lips, who straight on kisses dream:
Which oft the angry Mab with blisters plagues,
Beacause their breaths with sweetmeats tainted ares.
Sometimes she gallops o'er a courtiers' nose,
And then dreams he of smelling out a suit:
And sometimes comes she with a tithe-pig's tail,
Tickling a parson's nose as 'a lies asleep,
Then dreams he of another benefice:
Sometimes she driveth o'er a soldier's neck,
And then dreams he of cutting foreign throats,
Of breaches, anbuscadoes, Spanish blades,
Of healths five fathom deep: and then anon
Drums in her ear: at which he starts, and wakes;
And, being thus frighted, swears a prayer of two,
And sleeps again. This is that very Mab
That plats the manes of horses in the night;
And bakes the elf-locks in foul sluttish hairs,
Which, once untangled, much misfortune bodes.
This the the hag, when maids lie on their backs,
That presses them, and learns them first to bear,
Making them women of good carriage.
That is she



susanna franceschi

martedì 31 agosto 2010


STORIA della Basilica di Saint Denis

Essa sorge sul luogo di un antico cimitero gallo-romano dove  venne sepolto il primo vescovo di Parigi,martirizzato nel 250 d.C.La leggenda narra che egli, decapitato a Montmartre dai gallo-romani per aver tentato di convertire il popolo al cristianesimo, raccolta la propria testa si incamminò verso nord,prima di crollare a terra sul luogo della futura basilica. Pare che il primo santuario venne edificato da Santa Genoveffa all'incirca nell'anno 475 d.C.Fin da allora si susseguirono pellegrinaggi e nel VII° sec.DAGOBERTO divenne il benefattore del monastero che era stato edificato. Pipino il Breve si fece consacrare proprio qui,insieme ai suoi figli Carlomanno e il futuro Carlomagno,nel 754.I re di Francia  ci tenevano ad essere sepolti accanto al santo decapitato e il primo ad essere inumato fu proprio Dagoberto. Si instaurò un legame del tutto particolare tra l'Abbazia e il potere REALE,tanto che Saint Denis divenne una delle più potenti del regno sotto SUGER(1122-1151),che era consigliere dei re e reggente di Francia  durante la seconda CROCIATA. L'abate Suger,amico del re Luigi VII°,decise di ricostruire questa basilica nel nuovo stile che si andava imponendo.Qui vi furono consacrate numerose regine e la storia della monarchia francese si mescola con quella della basilica che-per la presenza delle reliquie dei santi martiri-nel tempo aveva assunto una triplice protezione,agli occhi dei sovrani:

- Del corpo e dell'anima del re per la sua stessa funzione di necropoli

-del regno,simboleggiato dalla presenza dell'ORIFIAMMA,vessillo reale

-della corona,per la conservazione -nel suo tesoro-degli oggetti della consacrazione,detti REGALIA.

Con la Guerra dei Cent'anni prima ,le guerre di religione e le questioni politiche faranno sì che il ruolo della Basilica vada in declino,finchècon la Rivoluzione Francese 800 tombe furono profanate e i corpi gettati nella fossa comune,nella cripta,sotto il transetto nord

Fortunosamente,le statue dei re e delle regine erano state tolte da Lenoir poco tempo prima per restauro,quindi si salvarono. I lavori restauro furono iniziati per volere di  Napoleone I  e proseguirono per tutto il XIX° sec., diretti da Viollet-le-Duc,a partire dal 1846.

STRUTTURA

Suger intraprese la ricostruzione della chiesa carolingia,partendo da ovest.Pur presentando fedeltà alla struttura Romanica, la Basilica costituisce un'innovazione per l'iconografia e soprattutto per la presenza di un rosone,che è il primo del genere.


 

Si narra che l'intraprendente Suger non si fermasse di fronte ad alcun ostacolo,nella realizzazione dell'opera:si prodigò in ogni maniera possibile pur di renderla sontuosa come si era prefissato.Raccolse fondi,ricercò le materie prime,dall'oro alle pietre preziose per le suppellettili della chiesa fin'anche alle travi della dovuta lunghezza per le strutture,controllando minuziosamente il lavoro e volendo ad ogni costo quella 'architettura di luce'che era nel suo progetto mentale.Alla morte di Suger,i lavori subirono un arresto fino al 1231(circa mezzo secolo fermi)per poi riprendere sotto la direzione dell'architetto Pierre de Montreuil,lo stesso che-abbiamo detto prima-pare abbia seguito anche i lavori della Sainte Chapelle.Sopra la massiccia cripta,vengono elevati un DOPPIO DEAMBULATORIO e le CAPPELLE RADIALI nelle quali la volta su 'ogive'crociate appare perfettamente manifestata per la prima volta. Questa tecnica permette di alleggerire i supporti e di scavare le pareti per dare l'illusione-tramite le VETRATE-di un "muro ondulatorio di luce".Saint Denis conserva alcune vetrate  che sono le più antiche di Francia.


 

Quella che venne definita "La Crociata delle cattedrali"era stata vinta,a Saint-Denis e R.Oursel nei recenti anni '70 dirà ":Suger proietta una luce trasmutata attraverso le vetrate multicolori,incarna nell'edificio una filosofia della volontà,e tutta la generazione gotica-dietro di lui-si slancia verso quel fascinoso ideale.La pietra preponderante e dura scompare dietro le evanescenze del vetro mutevole"

        
 

Le vetrate furono restaurate nel XIX° secolo.Nella foto centrale vediamo sullo sfondo a destra, un soggetto importantissimo "L'ALBERO DI JESSE'", nella cappella assiale,che servirà poi da modello per quella di Chartres.

Sostando nella Basilica,ci si interroga sul  significato profondo che si volle dare alla LUCE e che i costruttori gotici conoscevano molto bene, rendendo la cattedrale stessa depositaria del suo messaggio spirituale.Rifacendosi a grandi filosofi greci quali Platone e Plotino,  Goethe ha affermato:"Se l'occhio non fosse solare/come potremmo vedere la luce?/ Se non vivesse in noi la stessa forza di Dio/ come potremmo entusiasmarci per il divino?"(teoria dei colori). La luce delle cattedrali (e io devo dire che a Saint Denis l'ho avvertito in special modo), esprime esattamente quelll'entusiasmo per il divino cui fa riferimento Goethe e la sensazione (che diviene consapevolezza)di essere parte della stessa forza creatrice, della stessa energia cosmica.


 


 

La chiesa abbaziale fu soprannominata "LUCERNA"(la lanterna) in ragione della sua luminosità e  a ragione costituisce una delle principali opere del XIII° secolo.

(della dualità luce/tenebre ho già accennato nella sez."Medioevo e cattedrali").

  Il coro, costruito tra il 1140 e il 1144, esprime lo 'spirito'della nuova arte gotica.

rosone sud.Notare come è marcata la similitudine con la 'ruota' dai 12 raggi.

Il nuovo architetto conserverà parzialmente la costruzione di Suger ma le conferirà gli apporti tecnici del gotico che era a quel tempo all'apice:eleva ulteriormente le volte grazie all'impiego dell'arco rampante e crea una pianta totalmente modificata con un transetto di eccezionale ampiezza, che doveva raccogliere le tombe reali.

LA NECROPOLI  REALE

Fin dall'Alto Medioevo, la Basilica fu scelta dai RE di Francia Merovingi come necropoli reale.Il primo,abbiamo detto,fu DAGOBERTO,ma in precedenza la regina Aregonda-nuora di Clodoveo-vi aveva creato una tomba  grandiosa e riccamente adornata,che fu scoperta in occasione di scavi archeologici nella cripta.

Tra i sovrani CAROLINGI, sono sepolti CARLO MARTELLO,PIPINO IL BREVE,CARLO IL CALVO. 

A partire da UGO CAPETO -eccettuati Luigi IX e Luigi XI- tutti i re di Francia vengono inumati qui.

Sarà Luigi IX (San Luigi) ad ordinare le prime statue giacenti di pietra.


 

La sua tomba,però,fu distrutta durante la Guerra dei Cent'Anni. 

Vi riposarono indisturbati  46 re, 36 regine, 63 principi e principesse,10 grandi del regno fino alla Rivoluzione.

Re senza tombe, i BORBONI venivano seppelliti nella cripta appositamente sistemata per i loro corpi imbalsamati e chiusi in bare adagiate su telai di ferro.Questo è lo 'scaffale' situato all'interno della camera sepolcrale dei Borboni,molto buia.La fotocamera ha stranamente riportato un'immagine chiara e così si possono notare i vari contenitori che conservano parti anatomiche(cuore soprattutto) dei vari re a cui appartengono.

Bisognerà attendere la RESTAURAZIONE perchè venga ridata alla Basilica la funzione di necropoli reale.Fu nel 1817 che Luigi XVIII fece inumare nella cripta le ossa dei re che erano state disperse e fece trasferire dal cimitero della Madeleine i corpi di Luigi XVI° e di MARIA ANTONIETTA,che ora riposano nella cappella centrale della cripta, accanto anche a Luigi XVIII°,Luigi VII° e Luisa di Lorena.


 

L'ambiente è molto suggestivo. I capitelli delle colonnine sono tutti istoriati e costituiscono una delle rare testimonianze della scultura romanica dell' Ile -de -France.

L'intera cripta -alla quale si accede tramite una scala- si erge  su vestigia più antiche,della vecchia chiesa carolingia dell'abate Fulrad che era stata consacrata nel 775. Ma essa si ergeva sui strutture ancora più antiche.Infatti, una cripta martyrium  ricorda il luogo dove dovevano trovarsi le reliquie di Saint-Denis,qui conservate fino al XII°sec.

Oggi le reliquie di S.Denis,sono conservate nell'altare maggiore in questa teca,insieme a quella di altri due Santi.

Uno dei capitelli della cripta:rappresenta il Santo Denis con la testa in mano;secondo la leggenda egli,decapitato sulla collina di Montmartre,,si rialzò e la raccolse.

Il corridoio della cripta è a forma circolare ed è aperto da vetrate che conservano ancora tracce policrome. 

Vi si trova anche un'OSSARIO con le ceneri  dei re e le liste reali di tutti i re di Francia Lista di alcuni re delle prime dinastie sepolti qui.


 

Il baldacchino ad archi  e a forma di tempietto,è ornato da statue di apostoli e dalle virtù cardinaali.All'attenzione,presentano tutte un  marcato simbolismo. All'interno,le statue della coppia  reale rose dai vermi,mentre al di sopra la coppia reale è in preghiera e le statue simboleggiano la loro resurrezione. 

Altre tombe seguono questa particolarità:quelle di Francesco I e Claudia di Francia,quella di Enrico II e Caterina dè Medici.In ognuno dei due mausolei,la coppia reale è rappresentata due volte:una prima volta da viva e in preghiera(o risorta), una seconda nuda e distesa sul letto di morte.

Nel DEAMBULATORIO si trova   la statua giacente di Childeberto I (metà del XII° sec.), che è  la più antica, di questo tipo, della Francia del Nord.

Nell'altare della Basilica vi si trovano i  reliquiari dei martiri,che qui furono collocate fin dal XII° sec.

Transitando per il lato Sud  si noterà -in una delle cappelle radiali-la copia del vessillo reale od Orifiamma e le splendide statue in preghiera di LUIGI XVI° e MARIA ANTONIETTA, che furono commissionate dal  re Luigi XVIII°.


 


 

Chiarito il mistero del cuoricino del delfino di Francia,Luigi XVII

Nella Basilica di Saint-Denis si trovano le reliquie dei due figli maschi di  Maria Antonietta e di Luigi XVI, nonchè eredi al trono. A causa della sua salute cagionevole, il primo ebbe un destino  molto breve,morendo a soli otto anni. Il corpicino venne posto in mostra, con indosso una veste di stoffa intessuta d'argento, in una bara foderata di velluto. Il cuoricino fu portato in Val-de-Grace dal figlio del Duca d'Orleans per essere sepolto a parte. Il resto del corpo venne seppellito a Saint-Denis. La scritta che corre attorno al tondo dice Louis J.X.F.DAUPHINE DE FRANCE NE' A VERSAILLES LE 22 OCT.1781 MORT A MEUDON LE 4 JUIN 1789  

Di fronte a questa lapide vi è quella del fratello, Louis-Charles secondogenito di Luigi XVI°  e di Maria Antonietta, Delfino di Francia.La scritta dice: LOUIS XVII ROI DE FRANCE ET DE NAVARRE(nessuna data di nascita e di morte nè i luoghi). Divenne titolare della corona (con il nome di LUIGI XVII)  alla morte del fratello Joseph nel 1789 e fu già duca di Normandia, non ebbe una sorte molto diversa da quella del fratello e attorno alla sua morte aleggia un certo mistero.Nel corso della rivoluzione segue il destino della famiglia reale. Rinchiuso nella prigione del Tempio nel 1792, si sa che egli  venne portato via alla madre insieme alla sorella Teresa, dopo la sentenza di condanna a morte della Regina, e in seguito affidato ad un certo calzolaio Simon, pare un rivoluzionario, per essere allevato nel rispetto dei principi repubblicani; costui- però- dopo che fu eletto nella Comune, lo abbandonò a sè stesso e ufficialmente il governo  annunciò il ritrovamento del corpicino ormai morto in una cella,nel 1795(anche se,come si può vedere nella foto sotto,sul pannello dell'Histoire de France è scritto 1794,per 'tubercolosi ossea'). Pare che fosse morto di stenti e di tisi.  Successivamente sorsero dubbi su questa versione, in quanto numerose persone si  spacciarono, tempo dopo, per l'infelice, giovane sovrano. Si era voluta mascherare la morte dell'erede al trono di Francia? I monarchici avrebbero esultato se il delfino fosse stato ancora vivo.

A detta della versione ufficiale, il corpicino venne gettato in una fossa comune previa anestesia. Il dottore che se ne occupò pensò di trattenere il cuoricino nel tentativo di conservarlo, ma  la reliquia fu  rubata dal suo assistente e restituita al dottore solo quando questi era  in punto di morte. Venne ,in seguito, trafugata altre volte e pare che venne preso in custodia da un certo don Massimo nella sua dimora religiosa. Ai nostri giorni il cuoricino, sottoposto a molte analisi di laboratorio  sembrerebbe non lasciare  dubbi sulla sua appartenenza, i dati genetici coincidono infatti con  quelli di Maria Antonietta e di Luigi XVI.Comunque sia,nella chiesa di S.Marguerite c'è qualcosa di strano,dicono i bene informati. Dalla sacrestia si può accedere al vecchio cimitero che ormai conserva una sola tomba ma di grande interesse storico.Una piccola croce di pietra,piantata ai piedi del muro esterno della chiesa,porta la semplice iscrizione "L XVII" che per taluni starebbe ad indicare "Luigi XVII"(ma potrebbe essere una data). E'sepolto qui il bambino che morì nella Torre del Tempio? Intanto,il suo cuore è almeno stato ricongiunto a quello dei suoi genitori,del fratellino e dei suoi avi,nella cripta della necropoli reale di Saint Denis.


 

  • Resta da chiarire dove sia finita la figlia( l'orfanella del Tempio) di Maria Antonietta e del re Luigi XVI, sorella degli altri due bambini. A quanto pare,fu mandata in esilio e di lei non si seppe più nulla.Questo pannello,dell'Histoire de Paris(se ne incontrano moltissimi in città),situato dove un tempo sorgeva la Torre del Tempio, ricorda ai turisti il fatto che in essa furono imprigionati i re di Francia durante la Rivoluzione (Luigi XVI e consorte, con i loro figli); riguardo al delfino(l'altro bambino era morto in precedenza) e alla sorella dice questo:"Le dauphin meurt,sans doute en 1794,de tuberculose osseuse; l' "orpheline du Temple",liberèe en 1795,prend le chemin de l'exil". Cioè "Il delfino morto, senza dubbio nel 1794, di tubercolosi ossea;l'orfanella del Tempio,liberata nel 1795,prese il cammino dell'esilio". Sembrerebbe chiudersi tutto qui. Ma sappiamo come la storia è piena di 'corsi e ricorsi'...

Speriamo ci sia un po' di pace in tutte queste anime.


 

 
 

 
 

Bibliografia consigliata:

  • "La Basilique  Saint-Denis"Alain Erlande-Brandenburg, èditions Ouest-France,1994
  • "Le Tresor de Saint-Denis"(ouvrage collectif=opera collettiva),èdition Faton,Dijon,1992
  • "La Basilique  Saint-Denis les etapes de sa construction"Branislav Brankovic,èdition du Castelet,1990
  • "Saint-Denis,la montee des pouvoirs"Anne-Marie Romèro, CNMHS/Ouest-France,1993

 
 

  


 
  • Nel mese di luglio dell'anno 1135 gli occhi dell'uomo medievale videro qualcosa che nessuno aveva mai visto prima d'allora.
    L'abate Suger di Saint-Denis (uno dei più importanti centri monastici, nonché sacrario di tutti i re di Francia) durante la ricostruzione della sua chiesa abbaziale realizzò un'architettura nuova, un' "architettura di luce" sostenuta da mura sottilissime.


     

    In quell'estate, a Saint-Denis, era nato un nuovo modo di concepire l'architettura: era nato l' Opus francigenum. l'Arte di Francia, il Gotico.

    Ma com'è possibile che dalle mura tozze e massicce del Romanico, d'improvviso, sia potuto nascere un concetto così rivoluzionario di architettura che in pochissimi anni muterà radicalmente il gusto e l'estetica di tutta Europa? Dove trovarono i mezzi e le conoscenze architettoniche per realizzare edifici del genere, considerando che le tecniche costruttive romane erano ormai dimenticate da secoli?

    L' opera di Suger non si può considerare come un fatto isolato.
    Nulla nella Storia avviene per caso e le schematiche suddivisioni temporali che le imponiamo nascondono sotto la loro superficie una serie di sfumature infinite, infiniti passaggi: più la lente si avvicina e più essi si moltiplicano, come avviene per la materia e per l'atomo.

    Il Basso Medioevo è un'epoca di grandi sconvolgimenti, rivoluzioni, sperimentazioni, riscoperte. Un'epoca in cui spiriti arditi si battono in favore dei diritti dell'intelligenza e si liberavano da concezioni tradizionali, rivendicando il diritto di giudizio e di critica. È in formazione una società nuova nella quale l'uomo si affranca, a poco a poco , dal potere feudale, laico e religioso, individuando propri rappresentanti che reclamano nuove libertà

    Improvvisamente, nel XII secolo, il movimento di espansione accelera.
    La crociata, la corsa dei cavalieri di Cristo alle ricchezze dell'Oriente, l'avventura favolosa, è un segno dello sviluppo. Ma ce n'è un altro meno clamoroso, più sicuro, inscritto nel paesaggio: è allora che si crea la sua fisionomia, visibile ancora oggi. Villaggi nuovi, campi floridi, vigneti e un nuovo attore che va impadronendosi del ruolo principale: il denaro. Sempre troppo raro perché se ne ha sempre più bisogno ovunque, a causa della vitalità di tutti i commerci.

    I contraccolpi di questa crescita si ripercuotono su ogni livello dell'edificio culturale.
    Il sentimento religioso muta, imponendosi la convinzione che il rapporto con Dio è affare personale.
    Dall'Apocalisse lo sguardo scivola insensibilmente verso gli Atti degli Apostoli, verso il Vangelo.
    Un tale mutamento di prospettiva si riflette sull'opera d'arte.

    Figure di uomini ovunque, figure vere, coraggiose. La nuova arte del XII secolo è coraggiosamente libera.

    Intanto fiumi di oro affluiscono nei forzieri dei regni d'occidente grazie allo slancio conquistatore nei confronti dell'infedele, grazie ai commerci delle Repubbliche Marinare.
    Gruppi di chierici francesi seguono i cavalieri che stavano strappando la Spagna e la Sicilia al dominio musulmano; essi si gettano sui libri raccolti nelle splendide biblioteche di Toledo e di Palermo.

    Così Parigi conosce la scienza degli antichi, Euclide, Tolomeo e i trattati di logica di Aristotele.
    Così si afferma il metodo, da qui nascon i primi centri di ricerca e il pensiero di Abelardo: "Dal dubbio ci muoviamo alla ricerca, e attraverso la ricerca percepiamo la verità". Tutta la nostra scienza è uscita da li.

    La luce di Cristo, dispensatrice di vita, comincia a uscire dalle cripte e a comparire all'esterno. Diffusa, profusa da ogni lato, in modo che l'universo sia dominato nelle sue dimensioni, spazio e tempo, fino alla fine del mondo. La Luce è lì, ora, nel presente.
    La luce, il perpetuo irradiamento del dio luce diffuso su creature in cui, insensibilmente, la materia e lo spirito si confondono; questa idea è al centro dell'estetica di Saint-Denis.

    Ciò conduce l'abate a ridurre quanto più possibile lo spazio dei muri, a renderli porosi, traslucidi; a sfruttare al massimo, per questo, la crociera ogivale, artificio di costruttori del nord che i cistercensi avevano già impiegato soltanto come mezzo per consolidare l'edificio.
    Suger lo nobilita, lo rende protagonista, facendolo diventare la "chiave di volta" della nuova architettura.
    In questo modo i raggi luminosi possono penetrare in abbondanza, e lui desidera che lo facciano in maniera trionfale, ornandoli di "splendide gemme". Gloria della vetrata.

      

 

lunedì 30 agosto 2010


Storia dell'Abbazia di Farfa


 

"Iste est quem tibi promiseram locus"
"Questo è il luogo che ti avevo promesso" Parole rivolte dalla Madonna a S. Tommaso di Moriana, restauratore di Farfa, per indicargli il luogo dove erano le rovine dell'Abbazia distrutta, ricostruita poi dal santo: è il luogo dell'attuale monastero

 
 

L'Abbazia di Farfa è uno dei monumenti più insigni del Medio Evo europeo; ebbe il patrocinio di Carlo Magno e possedette, nel periodo di massimo splendore, una vastissima porzione dell'Italia Centrale. L'origine dell'Abbazia è ancora incerta, anche se i più recenti scavi archeologici guidati dal prof. David Whitehouse, direttore della British school di Roma, hanno appurato l'esistenza di un complesso del periodo romano sotto l'attuale Badia. La quasi certa identificazione di Lorenzo Siro con il vescovo di Forum Novum (Vescovio) del 554 accerterebbe la creazione, nel Vl secolo, di un centro fervente di fede e di ricchezza. Al tempo dell'invasione longobarda esisteva una basilica ed alcuni edifici monastici. Secondo una leggenda, nell'ultimo ventennio dei VII secolo, Tommaso di Moriana (o Morienna), che viveva a Gerusalemme, a seguito di una visione della Madonna, esortato a cercare in Sabina, in un detto Acuziano, i resti di una basilica a lei dedicata, riedificò l'opera costruita dal vescovo Siro e diede luogo ad una rifondazione della comunità. Nei primi anni dell'VIII secolo il monastero godette della protezione del Duca di Spoleto Faroaldo II.

Farfa era così un'Abbazia Imperiale, svincolata dal controllo pontificio ma vicinissima alla S. Sede. In pochi decenni diveniva uno dei centri più conosciuti e prestigiosi dell'Europa medievale; Carlo Magno stesso, poche settimane prima di essere incoronato in Campidoglio, visitò l'Abbazia e vi sostò. Per comprendere l'importanza economica di Farfa basti pensare che nel terzo decennio del IX secolo, sotto l'Abbate Ingoaldo, essa possedeva una nave commerciale esentata dai dazi dei porti dell'impero carolingio. Sempre a questo periodo risale l'ampliamento massimo del monastero. La chiesa principale, dedicata alla Vergine, si arricchì di una seconda abside dedicata al Salvatore, con un ciborio tutto d'onice, affiancata da due torri. Nel tesoro abbaziale figuravano, in questi anni, tra l'altro, un cofanetto d'oro purissimo adorno di gemme (dono di Carlo Magno), una croce d'oro con pietre preziose lunga oltre un metro, due croci d'oro con reliquie della Croce, quattordici calici d'argento, due corone d'oro e d'argento e quattro sigilli d'oro. La decadenza dell'Impero carolingio e la penetrazione dei Saraceni furono fatali all'Abbazia. Sette anni resistette l'Abbate Pietro I con le sue milizie e, alla fine, divisi monaci e tesoro in tre parti, abbandonò Farfa. L'Abbazia fu presa e incendiata. Dei tre gruppi il primo fondò Santa Vittoria di Matenano nelle Marche, il secondo fu trucidato a Rieti dai Saraceni e il terzo, che si era salvato a Roma, passato il pericolo tornò a Farfa sotto la guida di Ratfredo che, divenuto Abbate, nel 913 completò la chiesa. Fu però un fuoco di paglia, perduta la protezione imperiale si allentò l'unità territoriale. Alcune famiglie romane (Crescenzi-Ottaviani e Stefaniani) si insediarono in molti territori dell'Abbazia divenendone di fatto padroni, la decadenza fu tale che si ebbero all'interno dell'Abbazia contemporaneamente tre abbati in lotta tra loro.

L'ultima ripresa di Farfa si ebbe per opera dell'Abbate Ugo I (997 - 1038), non a caso con il contemporaneo rilancio imperiale ad opera della dinastia degli Ottoni. Nel 999 fu introdotta la riforma nata a Cluny. Con Berardo I (1047 - 1089) Farfa riassume i caratteri di Abbazia imperiale e nella lotta per le investiture si schiera contro i Papi e a favore di Enrico IV con la conseguenza che, nel 1097, i monaci decidono, per motivi di sicurezza, di trasferire il complesso abbaziale sul sovrastante monte Acuziano, dove ancora oggi sono visibili le imponenti rovine dell'opera iniziata e mai finita. I possedimenti farfensi di questo periodo sono vastissimi, si possono leggere in un diploma del 1118: l'Imperatore Enrico V riconferma pertinenti all'abbazia le zone di S. Eustachio e Palazzo Madama in Roma, Viterbo, Tarquinia, Orte, Narni, Terni, Spoleto, Assisi, Perugia, Todi, Pisa, Siena, Camerino, Fermo, Ascoli, Senigallia, Osimo, Chieti, Tivoli, il territorio aquilano, il Molise, il porto di Civitavecchia e metà città.

La definitiva decadenza inizierà, però di lì a poco: il Concordato di Worms (1122) segnerà, infatti, il passaggio del monastero all'autorità pontificia; con l'Abbate Adenolfo (1125) si sancì ufficialmente la totale sudditanza. Una fiammata filoimperiale si ebbe nel 1155 al passaggio di Federico Barbarossa. Decadenza economica e crisi monastica aggravarono in modo irreparabile la vita dell'Abbazia e alla metà del XIV secolo si arrivò all'interdizione e alla scomunica dell'Abbate per il mancato pagamento delle decime alla Camera Apostolica

Carbone Tomacelli, Cardinal nipote di Bonifacio IX, all'inizio del XV secolo fu il primo Abbate Commendatario. Non tornò certo il prestigio dei secoli passati ma, in alcuni casi, le famiglie nobili che ebbero, con l'istituto di Commenda, il monastero, ne migliorarono le strutture. Gli Orsini nella seconda metà del XV secolo costruirono l'attuale chiesa che fu consacrata nelle 1496; i Barberini riordinarono e ampliarono il borgo, in larga parte utilizzato per le due grandi. fiere del 25 Marzo e dell'8 Settembre, ricorrenze dell'Annunciazione e della Vergine alla quale è dedicata l'Abbazia.

Nel 1798 Farfa subì il saccheggio dei Francesi e nel 1861 la confisca da parte dello Stato italiano. Dal 1921 l'Abbazia appartiene alla comunità benedettina di S. Paolo fuori le mura. Occupiamoci ora della fisionomia architettonica quale si rivela al visitatore. Attraverso un portale romanico del XIV secolo (con aggiunte gotiche) si accede ad un cortile sullo sfondo del quale si apre la Chiesa Abbaziale consacrata alla Vergine, risalente alla seconda metà del XV secolo. Da notare sopra il portale romanico, nella lunetta, un affresco quattrocentesco.

Nelle mura della chiesa si possono distinguere frammenti di sarcofaghi paleocristiani. L'interno del la basilica è a tre navate divise da due filari di eleganti colonne joniche, sulla parete di fondo un grande olio su muro rappresentante il Giudizio Universale dipinto nel 1561 dal pittore fiammingo Henrik van der Broek. Affreschi del XVI e XVII secolo rappresentanti Storie della Vergine, Santi e Storie bibliche decorano l'abside e le navate minori; da segnalare nella prima cappella a destra una Crocifissione (copia da Francesco Trevisani), nella seconda una Madonna col Bambino e due Angeli detta Madonna di Farfa, venerata tavola del XIII secolo, ricoperta (nel XIX sec.) da una lamina d'ottone sbalzata che lascia visibili solo i volti. Presso la porta della Basilica, nel transetto e nell'abside sono tornati alla luce interessanti resti: un altare di epoca Carolingia e un tratto di parete affrescata con un'immagine di abbate (il cosiddetto Arcosollo di Altperto) che il prof. Whitehouse, leggendo attentamente il tratto di scrittura superstite, recentemente ha identificato con S. Lorenzo Siro. Nelle tre cappelle della navata di sinistra hanno lavorato Orazio Gentileschi e i suoi allievi. Del maestro sono infatti le tre tele raffiguranti S. Orsola (I cappella), Madonna col bambino (Il capp.), Crocifissione di S. Pietro (III capp.), degli allievi gli affreschi che arredano l'interno delle cappelle e che raffigurano episodi di storia sacra. Nel transetto è visibile, in parte, il pavimento originario della I metà del IX secolo. Nella cappella di sinistra del transetto si stagliano le severe immagini dei fondatori dell'Abbazia di Farfa: San Tommaso di Morienna e San Lorenzo Siro. Nel soffitto del transetto e nel coro vanno attentamente osservate le poco consuete (per un luogo sacro) grottesche della scuola degli Zuccari. Il coro ligneo dell'abside è del primo Seicento. Prima di lasciare la chiesa, alzando gli occhi, si può ammirare il soffitto a cassettoni del 1494 con lo stemma degli Orsini in un riquadro al centro della navata. Da visitare sono anche la cripta a forma semianulare dei secc. VII - VIII, nell'atrio della quale vi è un bellissimo sarcofago romano (fine II sec. d. C.) con scena di battaglia fra Romani e Barbari, e la torre Campanaria (secc. IX - XIII), alla base di quest'ultima, in un vano quadrato, si notano, anche se deperiti, interessantissimi affreschi di scuola romana della metà dell'XI secolo, rappresentanti Storie bibliche e l'Ascensione. Salendo nelle stanze superiori, in una di esse, affrescati in un sottareo, alcuni Profeti dipinti nel XV secolo.

La visita all'Abbazia si può completare chiedendo di essere accompagnati al Chiostrino Longobardo (con una bifora romanica del XIII sec.). e al Chiostro grande risalente alla seconda metà del XVII secolo, dove sono raccolte sculture ed epigrafi romane; da qui, per un portale a punte di diamante si passa nell'attuale biblioteca dotata di oltre 45.000 volumi, dove si trovano alcuni pregevoli codici. Non possiamo lasciare questo luogo benedettino senza ricordare l'antica biblioteca e il suo prestigioso Scriptorium. Della prima possiamo dire con certezza che nel periodo di massimo splendore (fine Xl sec.) fu una delle biblioteche più ricche d'Europa; del secondo che ebbe la capacità di creare una scrittura, sotto il governo dell'Abate Ugo I, che assunse una caratteristica propria distinguendosi da tutte le altre minuscole del tempo: la Minuscola Romana nello Scriptorium Pharfense diventa la Romanesca Farfense che troverà gloria nelle opere di Gregorio da Catino (1062 -1133), autore di fondamentale importanza per la storia italiana ed europea del Medio Evo. Da visitare anche i locali del nuovo Museo, in corso di allestimento, siti al piano terreno. Nella Sezione Arcaica fanno bella mostra i materiali archeologici appartenenti ai popoli che vivevano nell'antica Sabina (molto più grande dell'attuale) provenienti dalla vicina località di Colle del Forno. Testimonianza eccezionale di questa cultura italica, per troppo tempo ignorata e tutt'oggi poco conosciuta, è il Cippo di Cures, unico esemplare di epigrafia sabina su pietra della fine VI sec. a.C. Il prezioso reperto, non ancora completamente interpretato, fu rinvenuto nel marzo del 1982 nell'alveo del torrente Farfa. Nella sezione medievale si evidenziano tra l'altro, un cofanetto in avorio di scuola amalfitana della seconda metà dell'XI secolo, una tela del primo Cinquecento rappresentante la Vergine col Bambino e un Angelo e due tavole opistografe di fine Quattrocento rappresentanti S. Lorenzo Siro e S. Benedetto e S. Tommaso di Morienna e San Placido di uno scolaro di Antoniazzo Romano.

Usciti dall'Abbazia, prima di lasciare Farfa, è opportuno visitare il villaggetto con case a schiera di eguale altezza. Un tempo queste casette, durante le grandi fiere di Aprile e Settembre, venivano affittate dai monaci ai commercianti più facoltosi che ivi convenivano. Con le donazioni del Duca Farfa divenne un piccolo stato autonomo tra il patrimonio di San Pietro e il Ducato longobardo. Nel 774 I'Abbate sabino Probato, governatore dell'Abbazia, ne modificò sostanzialmente la linea politica, schierandosi dalla parte dei Franchi, e quindi del Papato, nella guerra tra Longobardi e Franchi. Nell'anno successivo Carlo Magno concedeva a Farfa il privilegio di autonomia da ogni potere civile o religioso: di qui il suo splendore, la sua ricchezza.