sabato 28 gennaio 2012


WILLIAM BUTLER YEATS
(Dublino 13 Giugno 1865 - Cap Martin 28 Gennaio 1939)




VITA E OPERE:

Nasce da una famiglia di origine inglese, figlio di un pittore vicino al pre-raffaelismo (John Butler Yeats) e di una madre proveniente da una famiglia di armatori e commercianti protestanti e unionisti. Passa la sua adolescenza tra il paese di origine (si avvicina alla poesia durante le estati tranquille trascorse a Sligo, nella casa del nonno materno, grazie alle letture dello stalliere) e Londra. Nel 1883 entra alla Metropolitan School of Art di Dublino dove conosce George Russel con il quale ha in comune l'interesse per l'occultismo e il misticismo da cui continuerà a ricavare per tutta la sua vita profonde suggestioni.
Già a soli 24 anni pubblica la sua prima raccolta di poesie, I viaggi di Ossian (The wonderings of Oisin, 1889), esempio tipo della sua prima maniera mitizzante e sognante sui temi della terra d'Irlanda. Nel 1889 comincia con la collaborazione di Ellis l'edizione critica delle opere di Blake.
Nel 1892 a Dublino fonda la Società Letteraria Irlandese. In Inghilterra si aggiorna sul decadentismo ed il simbolismo, mentre in Irlanda prende contatto con le proprie radici. Nasce l'amore non corrisposto e mai spento per l'attrice e patriota irlandese Maud Gonne. In poesia i risultati sono splendidi ma senza grandi possibilità di evoluzione: ne Il vento fra le canne (The Wind among the reeds, 1899) alcune liriche hanno per noi un grande incanto che però non fa prevedere la o straordinario decollo delle poesie della maturità e della vecchiaia.

Grazie all'incontro con il geniale commediografo J.M.Synge e con Lady Gregory, Yeats si dedica a quel teatro popolare irlandese che preannunciava la liberazione e l'autonomia del suo paese. Nel 1899 fonda la Compagnia del Teatro Irlandese che sfocerà nel 1906 con l'apertura dell'Abbey Theatre di cui sarà direttore insieme a Lady Gregory e Synge.
Fra i drammi da ricordare La Contessa Cathleen (The Countess Cathleen, 1892), Il paese del desiderio (The Land of Heart's Desire, 1894), Deirdre, 1907.
Yeats non si impegna però mai troppo attivamente nell'azione politica dell'Irlanda anche perché nemico di ogni violenza.
L'elmo verde (The Green Helmet, 1910), Responsabilità (Responsabilities, 1914) - punto di passaggio da una fase "privata" ad una "pubblica", in cui non rifiuta più la politica - I Cigni Selvatici a Coole (The Wild Swans at Coole, 1919) e Michael Robartes e la Ballerina (Michael Robartes and the dancer, 1921), usciti nel decennio che vede il suo matrimonio con George Hyde Lees, mostrano il distacco dal crepuscolarismo e la sua evoluzione verso una mirabile concretezza di linguaggio, cui l'aveva portato anche l'insegnamento del giovane Ezra Pound, ed una capacità visionaria forse attinta dal grande esempio di William Blake.


Tra il 1915 e il 1922 evoca i tempi della sua giovinezza, delle estati trascorse a Sligo, in una serie di opere poi raccolte nel volume Autobiografie (Autobiographies, 1926). Ispirato dalle capacità di scrittura automatica della moglie cerca di teorizzare il suo pensiero filosofico soggettivo sulle diverse personalità dell'uomo e sulle maschere che egli assume nel libro intitolato Una Visione (A vision, 1925).
Indebolito nella salute nel 1928 si trasferisce a Rapallo. Pubblica La torre (The tower, 1928) cui seguiranno La scala a Chiocciola (The winding stair, 1933), Luna piena di Marzo (A full moon in March, 1935) e Ultime poesie (Last poems, 1936-39) dove si trovano alcune delle sue riuscite più vertiginose come la celebre "Viaggiando verso Bisanzio (Sailing to Bysanthium)". Specialmente nelle liriche della Torre, considerata il punto più alto della sua produzione, le sue idee si incarnano in immagini e si svolgono in ritmi indimenticabili, che lo hanno fatto considerare come il più grande lirico di lingua inglese di questo secolo.
Divenuto simbolo dell'Irlanda riceve il premio Nobel nel 1923 e viene nominato membro del Senato d'Irlanda nel 1922, appena creato lo Stato Libero.
Per la malferma salute spende i suoi ultimi anni in paesi caldi e muore nel sud della Francia.
la Repubblica Irlandese manderà un a nave da guerra per riprendere il corpo che giace, per volontà stessa del poeta, nel cimitero di Drumcliff, Sligo, sotto la montagna di Ben Bulben a cui aveva dedicato una delle sue ultime poesie e da cui sono tratte le parole del suo epitaffio ("Cast a cold eye, on death on life, horseman pass by").

OPERE CONSIGLIATE:

Yeats è sicuramente uno dei più importanti scrittori dell'isola di Smeraldo ed è quello a cui mi sento più legato perché proprio grazie alle sue liriche, ai suoi racconti, ho iniziato a conoscere questa meravigliosa terra. Non mi sento quindi di consigliare o sconsigliare qualcosa in particolare, anche perché la produzione è talmente varia (poesie, autobiografia, trattato filosofico, drammi teatrali, ha curato la pubblicazione di alcuni racconti fantastici e ne ha scritti lui stesso) che credo vada apprezzata in tutta la sua interezza. Date uno sguardo alla Bibliografia in italiano o provate a leggere qualcosa in inglese fino a trovare quello che più vi affascina.
In Italia è uscito qualche anno fa un disco di Angelo Branduardi che ha musicato alcune liriche di Yeats tradotte in italiano, merita un ascolto.



William Butler Yeats


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GIANNA LA PAZZA PARLA CON IL VESCOVO



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Incontrai il vescovo lungo la strada
E molto egli disse e io dissi.
« Quel petto è flaccido e cadente ora,
Quelle vene saranno presto disseccate;
Vivi in una casa celeste,
Non in una lurida stia ».

« Bellezza e sozzura sono stretti parenti,
E bellezza esige sozzura », io gridai.
« I miei amici sono scornparsi, ma quella è una verità
Mai negata dalla tomba o dal letto,
Appresa in infamia del corpo
E orgoglio del cuore.

« Una donna può essere orgogliosa e fiera
Quando intenta all'amore;
Ma Amore ha piantato la sua reggia
Nel luogo dell'escremento;
Perché nulla può essere unico o intero
Che non sia stato lacerato ».

giovedì 26 gennaio 2012


Gian Ugo Berti



Ho parlato di te


Ci sono persone che conosci solo “dopo”. Anche se le hai viste, hai stretto loro la mano, ci hai parlato, metti al posto giusto contorni e istinti, umanità e limiti solo dopo che se ne sono andate, quando te li racconta qualcuno che ne ha potuto registrare i passi, contare le pause, osservare dove gli occhi andavano a scavare. In questo libro ci sono Angiolo Berti e il buio che lo ha preso negli ultimi anni. Ma il racconto è anche quello delle luce che gli ha cucito intorno una lunga vita di cronista e protagonista nel mondo dei giornalisti italiani. Chi fa il nostro mestiere, e lo fa davvero, cucinando senza usare precotti, vive vite ricche di fardelli da portare. Mette le mani - quasi come un medico - in miserie e grandezze diventando capace, a volte, di gesti importanti che non cercano una cronaca. Agli altri, spesso, restano lische puntute di determinazione, di forza usata per fare cose grandi o anche grossolani errori. Non importa. Che poi tutto questo leggere e raccontare finisca nel buio dell’Alzheimer è un’altra storia. Forse una di quelle che ha da qualche parte una forma di contrappeso, come se in quella fuga dalla vita vissuta appieno ci fosse una ricompensa di riposo che, giustamente, mai potrà essere accettata da chi ti sta vicino.

Dire che ho conosciuto bene Angiolo Berti è un po’ troppo. In due occasioni ho incontrato il pioniere della Casagit e mai avrei pensato, allora, di essere tra quelli destinati a raccoglierne il testimone. Lui parte della storia della nostra categoria, io giovane delegato, appena arrivato, ragazzino. Quello che non sapevo era che parlargli significava anche sottoporsi ad un piccolo interrogatorio, garbato, da signore d’altri tempi, ma diretto, schietto, a ben vedere anche un po’ ruvido. Ripensandoci oggi potrebbe essere la sintesi di quello che aveva tenacemente voluto: uno strumento molto concreto per dare peso alle sicurezze e completare il Welfare dei giornalisti italiani. Di lui sapevo poco, solo qualche cenno di storia personale. Lungo la strada di ricordi “riportati”, venuti fuori padre e uno zio partigiani, quest’ultimo, Lorenzo Cravero, deportato come Berti e ucciso a Mauthausen, arrivò più attenzione e altre domande. Era come se Berti avesse trovato un filo comune di ragionamento, una strada per parlare ad un giovane delegato che sembrava anche disincantato rispetto a quella Cassa da poco incontrata. Ai suoi occhi, forse, quel giovane poteva non aver ben compreso che il “modello” della Casagit si richiamava a concetti, forse sogni, che avevano cittadinanza proprio negli anni nei quali si lottava per qualcosa di ben più grande. Ma la conversazione diventò vivace, bella, curiosa. Diceva di come era stato immaginato un riparo per la salute di giornalisti liberi di scrivere dando loro uno strumento per mantenere pari autonomia anche nei momenti meno facili della vita privata. Qualcosa che li faceva addirittura più forti e tutelati di tanti altri professionisti italiani.

Chissà forse una “casta”, un cesto di privilegi. Dibattito che insegue gli italiani da sempre nei momenti più scarni, quando risulta impossibile migliorare le cose per tutti. Ma per la Casagit, oggi intitolata ad Angiolo Berti, la storia è ben lontana dai privilegi. È come comprare il pane: paghi di tasca tua per avere qualcosa che ti serve. Se però devo scegliere il momento in cui ho cercato di conoscere più a fondo il Presidente Berti è stato quando, a inizio mandato, in un passaggio difficile per i conti della Cassa e per il mercato del lavoro dei giornalisti italiani, mi sono chiesto banalmente “ma quel demonio dagli occhi aguzzi, che sorrideva e colpiva dritto e a fondo adesso cosa farebbe?” Sono andato a rileggere, cercando un filo per interpretare decisioni e momenti della nostra storia di giornalisti, anche i vecchi verbali di Consiglio d’Amministrazione. Ci ho trovato una sintesi estrema che oggi in parte rimpiango, sacrificata alle aumentate complessità di gestione pratica e politica della Cassa. Ai tempi di Berti poche righe raccontavano cambi di rotta fondamentali: come l’accogliere i familiari tra gli assistiti della Casagit. Poche parole senza tanti fronzoli, né vivaci oratori, dicevano che la comunità dei giornalisti si era data regole per la salvaguardia della sua salute in tutto il paese, cercando di dribblare le tante differenze di assistenza pubblica che ieri come oggi, ahimè, restano. Una lingua ancora una volta asciutta e a tratti ruvida quella dei primi Cda: pochi numeri e meccanismi di base fondamentali, quegli stessi che anche ancora oggi ci permettono di navigare e affrontare onde alte, addirittura tempeste. Credo quella fosse, in fondo, la lingua giusta per quei tempi e per i convincimenti di Berti: i giornalisti devono avere un sistema di tutela, capace di tenere insieme previdenza e salute che è come tenere insieme solidità e tentativi di “schiena diritta”. Chi navigava il Transatlantico di Montecitorio in quegli anni sapeva come andava il mondo. Se il corsivo iniziato pungente, diventa una preghiera alla politica perché tenga conto di questo e di quello, dell’esistenza di tanti e differenti modi di camminare l’Italia, è giusto che chi si assume il compito di raccontare possa provvedere a se stesso. Non può con la stessa mano sferzare, accarezzare, indicare e chiedere. Ma lo deve fare - sono certo Berti a questo punto offrirebbe anche me un caffè come faceva con i barboni - salvaguardando quanti più colleghi possibili, meglio ancora tutti. Un pensiero semplice e complicato, sfidante. Chi ha buone retribuzioni garantisca anche chi, ieri e molto di più oggi, ha meno risorse. Forse il fondatore della Casagit nel suo buio rimestava anche questo, o forse no. A me fa piacere pensare che, comunque, certe parole d’ordine non tramontino mai.
Buona lettura

Daniele M. Cerrato - Presidente Casagit

domenica 15 gennaio 2012



DAL MIO NUOVO LIBRO (COPYRIGHT SUSANNA BERTI FRANCESCHI)


Leahhaunnshee
Il lago era coperto da quella bruma sottile che fa apparire gli alberi solitari fantasmi.
L’aria ferma aveva il sapore dolce della terra umida.
Niente pareva vivere ,eppure tutto era pervaso dal movimento sottile del tempo che scorre.
Leahhaunnshee attendeva .
Sdraiata sull’erba bagnata ,si specchiava nell’acqua del lago.
Che immagine rimandava lo specchio dell’acqua!
I capelli di un rosso intenso,simile alle foglie del platano in autunno,scendevano lisci come seta sulle spalle .La pelle era bianca e trasparente come la neve incontaminata.
Nel viso,dall’ovale perfetto ,spiccavano come creature vive ,gli occhi ,di un verde intenso ed insieme trasparente.
Nessuna creatura del piccolo popolo era piu’ bella di lei,e nessuna creatura era più triste e sola.
Mille anni erano trascorsi da quando era nata .Sua madre era Eoste dal coniglio bianco,colei che fa fiorire i prati ,e suo padre il grande Adna mac Bitha.
Adna mac Bitha era ricordato del piccolo popolo,ma anche da coloro che sono uomini come colui che dette il nome alla terra.
Giungendo dal mare freddo del nord ,dopo aver attraversato i grandi ghiacci,Adna vide le scogliere e le colline verdi e nominò l’isola Isna Fid bad,la terra verde.
Leahhaunnshee era bella come la madre e fiera come il padre.
Mai ,nei mille anni,si era mossa dalle sponde del lago.
Mai aveva varcato le soglie della foresta.Gli altri venivano a lei ,richiamati dai racconti antichi della sua bellezza.
Molti del popolo degli uomini avevano amato la fata dai lunghi capelli rossi.
Avevano sfidato le rocce impervie ,i sentieri oscuri,si erano battuti con i migliori guerrieri degli elfi solo per avere un suo bacio,solo per stringere una volta ,tra le braccia il suo corpo flessuoso.
Ora tutti,re ,guerrieri,soldati,poeti,menestrelli ,forti contadini,giacevano dentro la sua anima.
Era stata Fodla,la crudele regina dei Tuatha De Dannan a lanciare la maledizione sulla figlia di Eoste.
Invidiosa della sua bellezza e dell’amore che tutti i principi provavano al solo vederla aveva lanciato il mon.la più antica delle invettive.
Aveva risucchiato il loro corpo e la loro anima.
In lei giacevano,scomposti in molecole leggere corpi muscolosi e si affannavano spiriti non rassegnati .
Tutti coloro che avevano voluto possederla ,erano stati posseduti.
Ricordava l’odore acre di guerriero di Erwin De Ghota.
Quando aveva avvertito il calore e il suono del FA aveva lacerato la sua mente,l’aveva guardata,stupito.
Leahhaunnshee era rimasta in silenzio per anni dopo Erwin e il suo odore aveva cullato le sue notti.
Ora attendeva.
Sarebbe passato ,il lago tingeva di un rosso cupo le sue acque .L’ora del tramonto era vicina,sarebbe passato e lei si sarebbe donata a lui.
Non importava il dopo,non pensava a cosa poteva accadere:solo averlo aveva un significato e solo amarlo
Poteva salvarla dal dolore del FA.
L’erba si mosse piano,appena un fruscio scosse le foglie,i passi gravi del cavallo rosso cullavano la terra con la loro musica uguale.
Comparve che il sole stava per sparire e il cuore di Leahhaunnshee fece una capriola come un leprotto in cerca di gioco.
Si alzò ,la fata,e tutt’intorno l’aria si tinse di verde.
Si fremarono gli animali del bosco,gli uccelli spensero il loro canto.
Tese le mani Leahhaunnshee invitandolo e un impercettibile sussurro uscì dalla bocca:”amore”.
Un turbine caldo la investì e la sollevò,il cuore cominciò a galoppare ,i polmoni si contrassero cercando aria.
Il turbine divenne soffio ,lieve,tiepido ,vorticò leggero intorno alla bocca semichiusa del giovane.
Entrò ,gentile ,nel suo corpo,aria tiepida,molecole luminose.
Un attimo solo si fermò il cavaliere,sorpreso.
Gli uccelli ripresero a cantare e il lago osservò silenzioso e pianse la morte per amore di Leahhaunnshee.
RIPRODUZIONE PARZIALE O TOTALE PROIBITA

lunedì 9 gennaio 2012


LOCUSTA


Una delle grandi maestre a Roma ai tempi di Nerone fu Locusta, un personaggio a cavallo tra mito e realta', tra il mondo della magia e la botanica. Per questo motivo, della vera Locusta si sa poco. Vi e' chi sostiene che fosse una strega di origini persiana che trascorse parte della sua vita come schiava al servizio di un medico greco, da cui apprese le sue conoscenze fino a quando diventarono entrambi schiavi a Roma. Altri collocano la sua origine nelle Gallie, probabilmente discendente di una qualche tribu' celtica dove pote' esercitare da druida, nome che ricevevano le sacerdotesse e le maghe tra i Celti.
Locusta aveva, certamente, una vasta cultura, conoscenze in ambito di erbe e persino di medicina, ma non era semplicemente un'altra avvelenatrice, ma l'avvelenatrice di Roma. Commercianti, uomini d'affari, nobili e perfino senatori passavano per la sua casa cercando da un rimedio o un feticcio per l'amore, fino ad una sostanza con la quale ravvivare la passione o con la quale eliminare un nemico. Il fatto che avesse rapporti con Agrippina, e ancora prima con Messalina, indica che ebbe relazioni eccellenti con la nobilta' romana, che sicuramente ottenne grazie alle case di prostituzione, un vero pululare di intrighi e contatti tra le sfere sociali.
La storia non ufficiale ci narra che Locusta era stata imprigionata e aspettava di essere condannata a morte per uno dei suoi assassinii quando Agrippina la salvo' e le diede l'incarico che avrebbe cambiato la sua vita; uccidere Claudio.
Fino alla morte di Claudio, al cui avvelenamento tramite funghi o fichi si suppone che partecipo' attivamente, Locusta era una donna rispettata, temuta e stimata, ma non lavorava per il potere. Quando mori' l'imperatore, fu contrattata esclusivamente da Agrippina, la madre di Nerone, il nuovo Cesare.
Dopo Claudio, il secondo serio incarico a cui dovette far fronte Locusta fu la morte di Britannico. Secondo gli storici, il primo tentativo falli' e fu torturata per ordine esplicito di Nerone. Fortunatamente per lei, la seconda volta avveleno' accuratamente alcuni dolci e inoltre creo' una bevanda aromatica e speciale.
Secondo Tacito "una pozione aromatica ancora innocua, ma molto calda, venne servita a Britannico dopo essere stata assaggiata. Quindi, dopo averla rifiutata perche' troppo calda, vi aggiunsero acqua fresca e, con questa, il veleno che ebbe un effetto cosi' rapido che si vide privato contemporaneamente della parola e della vita". Dato che si tratto' di un veleno che non poteva risaltare nell'acqua incolore, sicuramente si trattava del modernamente denominato acido prussico, di cui non conosciamo il nome usato dai romani.
Secondo Tacito i commensali rimasero inorriditi, ma Nerone guardava pazientemente il bambino, come se la situazione non fosse stata grave, disse che il fatto non era nulla di straordinario, in quanto era la conseguenza della grave sofferenza che affligeva il giovane. E' certo che il bambino soffrisse di epilessia, ma questa volta quei movimenti erano dovuti al veleno.
Molto probabilmente l'avvelenatrice, per desiderio esplicito della madre di Nerone, lavoro' gomito a gomito con Andromaco da Creta, medico personale del Cesare, che tra le altre missioni, doveva darle dell'oppio quotidianamente per calmare le sue terribili inquietudini e per favorire la sua necessita' di ispirazione.
Ad Andromaco si attribuisce, non sappiamo se con l'aiuto di Locusta o meno, che era colei che meglio conosceva i veleni e i loro effetti, la creazione della therica magna, anche se cio' che in realta' fece fu migliorare quella inventata dal re Mitridate con qualche variante, quale ricorrere alla carne di vipera invece di usare quella di lucertola. La theriaca di Andromaco conteneva, tra le altre meraviglie, acacia, artemisia, oppio, zafferano, cumino di Marsiglia, finocchio, miele, incenso e carne di vipera.
Secondo Locusta il veleno migliore era quello che uccideva "dal di dentro", quello che a causa della stitichezza che provocavano, gli alimenti gia' digeriti finivano per fermentare all'interno e per favorire quindi la putrefazione , non potendo quindi essere eliminati.
L'artemisia veniva usata per regolare le mestruazioni e favorire l'aborto.
Caduto Nerone essendo gia' lontana dall'influenza di sua madre, comparvero numerose persone che testimoniarono contro Locusta fino ad incolparla di 400 morti.
Fu condannata a morte dall'imperatore Galba che,dopo aver ordinato che venisse torturata per giorni,ordino' che venisse giustiziata in una piazza pubblica dopo essere stata violentata da una giraffa ammaestrata e posteriormente squartata e consegnata alle fiere del circo. Questo ci dice Lucio Apuleio. Sicuramente fu torturata e squartata, ma il dettaglio della giraffa solleva un po' di dubbi...

giovedì 5 gennaio 2012




Tina Modotti

Pracchiuso (Udine) 1896-Città del Messico 1942

Assunta Adelaide Luigia Modotti (Tina) Modotti nasce il 16 agosto 1896 a Pracchiuso, vicino a Udine. Lascia la scuola a tredici anni e nel 1913, all'età di diciassette anni, si imbarca sul piroscafo Moltke ed emigra negli Stati Uniti. Si stabilisce a San Francisco dove lavora in una fabbrica tessile. Inizia in seguito un'attività di attrice di teatro: la sua avvenenza la porta a Hollywood, dove recita in alcuni film muti.

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A Los Angeles conosce il fotografo nordamericano Edward Weston, che diviene suo maestro e inizia con lui una relazione amorosa. Nel 1922 Tina ed Edward si trasferiscono in Messico. Inizia in quegli anni l'attività di Tina Modotti nel campo della fotografia.
Frequenta alcuni artisti messicani, tra cui Diego Rivera. Dal 1927 dedica la sua attività anche al Partito comunista e inizia a realizzare una serie di reportage fotografici sugli strati più disagiati della popolazione. Le sue fotografie fanno presto il giro del mondo.


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Nel 1925, dopo avere rotto i rapporti con Weston che riparte per gli Usa, Tina Modotti, rimasta a Città del Messico, si butta con ardore nella lotta politica. Si lega poi al dirigente comunista cubano Julio Antonio Mella, conosciuto durante una manifestazione di protesta contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti. Mella viene in seguito ferito mortalmente da sicari del colonnello Machado in un attentato compiuto mentre era in compagnia di Tina: le autorità di polizia cercano in quell'occasione di accusare Tina del delitto.
Mentre in Europa prendono il potere il fascismo e il nazismo, Tina si lega a Vittorio Vidali, esule antifascista e membro del Partito comunista.

Nel 1930, accusata ingiustamente di aver cospirato per assassinare il presidente del Messico viene espulsa dal Paese. Inizia il suo esilio, prima in Germania, poi nell'Unione Sovietica. Interrompe il suo lavoro di fotografa e dal 1934 partecipa al Soccorso rosso internazionale ed è attiva nella guerra civile spagnola nel Quinto Reggimento delle Brigate internazionali con il nome di battaglia di María.

Nel 1940 il governo di Lázaro Cárdenas annulla la sua espulsione e Tina Modotti rientra in Messico dove continua la sua attività politica con l'Alleanza Antifascista Giuseppe Garibaldi.

Muore nel 1942 a Città del Messico in seguito ad un attacco cardiaco. Oggi riposa nel cimitero della capitale, il Panteón de los Dolores, accanto alla tomba del generale Venustiano Carranza.

Tra le persone che l'hanno conosciuta e avuta per amica vi sono Diego Rivera, Frida Kahlo e David Alfaro Siqueiros; i poeti Pablo Neruda, Rafael Alberti e Antonio Machado sono tra coloro che l'ammirarono e la immortalarono nei loro versi.

lunedì 2 gennaio 2012


Paure archetipe... ed altre ancora
( Susanna Berti Franceschi )

Prezzo: €6.00






Questi brevi racconti parlano delle angoscianti ipotesi su quello che un famoso film definì ”The day after”, il giorno dopo, o il secolo dopo, o millenni dopo.

Ma, come dice il titolo, parla di “altro ancora”di quella condizione umana che è rimasta e rimarrà invariata, nel percorso dell’uomo: parla dell’amore, del ricordo, della nostalgia, dell’emarginazione dell’essere e sentirsi diversi.

Perché, se c’è un buon metodo per conoscere gli esseri umani, è conoscere le loro paure e le loro angosce.

mercoledì 28 dicembre 2011










Una delle scelte più indovinate del grande sovrano inglese Enrico II fu quella del suo cancelliere nella persona di Tommaso Becket, nato a Londra da padre normanno verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell'arcivescovo di Canterbury, Teobaldo. Nelle vesti del cancelliere del regno, Tommaso si sentiva perfettamente a proprio agio: possedeva ambizione, audacia, bellezza e uno spiccato gusto per la magnificenza. All'occorrenza sapeva essere coraggioso, particolarmente quando si trattava di difendere i buoni diritti del suo principe, del quale era intimo amico e compagno nei momenti di distensione e di divertimento.
L'arcivescovo Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Nessuno, e tanto meno il re, prevedeva che un personaggio tanto "chiacchierato" si trasformasse subito in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa e in uno zelante pastore d'anime. Ma Tommaso aveva avvertito il suo re: "Sire, se Dio permette che io diventi arcivescovo di Canterbury, perderò l'amicizia di Vostra Maestà".
Ordinato sacerdote il 3 giugno 1162 e consacrato vescovo il giorno dopo, Tommaso Becket non tardò a mettersi in urto col sovrano. Le "Costituzioni di Clarendon" del 1164 avevano ripristinato certi abusivi diritti regi decaduti. Tommaso Becket rifiutò perciò di riconoscere le nuove leggi e si sottrasse alle ire del re fuggendo in Francia, dove visse sei anni di esilio, conducendo vita ascetica in un monastero cistercense.
Conclusa con il re una pace formale, grazie ai consigli di moderazione di papa Alessandro III, col quale si incontrò, Tommaso poté far ritorno a Canterbury, accolto trionfalmente dai fedeli, che egli salutò con queste parole: "Sono tornato per morire in mezzo a voi". Come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, accettando le "Costituzioni", e il re questa volta perse la pazienza, lasciandosi sfuggire una frase incauta: "Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?".
Ci fu chi si prese questo incarico. Quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L'arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto: "La paura della morte non deve farci perdere di vista la giustizia". Egli accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri. Si lasciò pugnalare senza opporre resistenza, mormorando: "Accetto la morte per il nome di Gesù e per la Chiesa". Era il 23 dicembre del 1170. Tre anni dopo papa Alessandro III iscrisse il suo nome nell'albo dei santi.

venerdì 23 dicembre 2011


archeologia


I carboidrati complessi: in Toscana
si cucinavano cereali già 30mila anni fa

La scoperta di macine preistoriche rivoluziona quanto si sapeva sulla «paleo-dieta» tra gallette preistoriche e zuppe nutrienti


Siamo in un giorno imprecisato di circa 30mila anni fa, a Bilancino, fra le colline di quello che oggi chiamiamo Mugello, in Toscana. Un Homo sapiens sapiens, simile a noi come aspetto, sta riducendo in polvere le radici di una pianta di palude che cresce rigogliosa nei dintorni, la "Tifa": la farina che otterrà potrà essere facilmente conservata e trasportata e servirà per preparare l'impasto di una "galletta" preistorica o una zuppa molto nutriente, ricca di carboidrati complessi. Le due piccole pietre di arenaria che quell'uomo del Paleolitico superiore ha usato per macinare le radici sono rimaste sepolte fino a poco tempo fa, quando sono state rinvenute da un gruppo di archeologi dell'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. A prima vista sembravano due pietre qualsiasi ma Anna Revedin e Biancamaria Aranguren, le due ricercatrici responsabili dello scavo, si sono accorte che non era così osservandone la forma e gli avvallamenti, che indicavano tracce d'uso: si trattava infatti di una primitiva macina e di un macinello, e l'analisi degli amidi trovati sulle pietre ha svelato che la pianta usata per dare la farina era appunto la Tifa palustre. Prima di questa scoperta nessuno sospettava che l'uomo primitivo fosse in grado già 30mila anni fa di trasformare i vegetali selvatici in prodotti "raffinati", si credeva che i carboidrati complessi fossero stati introdotti nella dieta umana circa 20mila anni dopo, nel neolitico, con l'arrivo dell'agricoltura e dell'allevamento.

Il ritrovamento ha perciò "ridisegnato" l'evoluzione dell'alimentazione umana, che ha sempre avuto un'enorme influenza sull'evoluzione delle capacità e della vita sociale dell'uomo. Inizialmente l'uomo si nutriva della carne delle carogne, raccoglieva tuberi, radici, bacche, frutta, uova e catturava soltanto piccoli animali, come tartarughe o molluschi. Poi, circa un milione di anni fa, imparò a costruirsi armi più efficaci e poté cacciare animali più grandi, diventando più robusto e forte. «Un passaggio importantissimo fu l'uso del fuoco per cuocere la carne, attorno ai 500mila anni fa: la cottura rende la carne più digeribile e riduce l'energia necessaria ad assimilare i nutrienti, questo ha costituito un vantaggio evolutivo enorme», spiega Anna Revedin, ricercatrice all'IIPP. Lo conferma uno studio apparso di recente sulla rivista PNAS, secondo cui il passaggio dalla carne cruda a quella cotta ha consentito all'uomo preistorico di ottenere più facilmente energia dalla dieta, aprendo la strada a un rafforzamento del fisico e al miglioramento delle capacità cerebrali. Di certo, come scrive l'antropologo Richard Wrangham che ha condotto la ricerca, «Se vogliamo capire le caratteristiche anatomiche, fisiologiche e comportamentali di una qualsiasi specie animale, uomo compreso, dobbiamo guardare alla sua dieta». Imparare a macinare piante selvatiche e ricavarne farine significò, ad esempio, avere un prodotto ricco di carboidrati complessi, nutriente e facile da trasportare: una svolta per l'uomo preistorico, che poteva così affrancarsi per lunghi periodi dalla necessità della caccia, sopravvivendo meglio anche a mutamenti climatici e ambientali sfavorevoli. «La scoperta, oltre a svelare che le attività di raccolta e trasformazione di cibi vegetali avevano un ruolo importante quanto la caccia, dimostra che in Europa c'erano le competenze e le tecnologie per sfruttare l'agricoltura ben prima del suo avvento - spiega Revedin -. Quando l'uomo ha iniziato a coltivare i campi e allevare gli animali tutto è cambiato: da una struttura corporea robusta, necessaria per affrontare la caccia dei grossi animali, si è passati a un fisico più impoverito. L'uomo del neolitico mangiava meno carne, era in balia delle carestie; inoltre, vivendo in gruppi stanziali più numerosi per coltivare le terre, era più soggetto alla diffusione di malattie. La possibilità di fare scorte di cibo maggiori e conservare prodotti raffinati come le farine, unita alla maggiore sedentarietà, ha però contribuito all'incremento demografico». Secondo molti ricercatori l'uomo tuttavia non si è ancora completamente adattato all'agricoltura, e la prova sarebbe nell'attuale diffusione di intolleranze ad alimenti sconosciuti prima del neolitico: l'intolleranza al glutine dei cereali, ad esempio, o quella al lattosio del latte di animali da allevamento.

Sull'argomento c'è grande dibattito. «Certo è che lo studio delle abitudini alimentari degli uomini preistorici non è fine a se stesso ma può avere implicazioni importanti per l'uomo moderno, che dovrebbe capire meglio come è fatto e a che cosa è "più adatto" - osserva l'archeologa -. Probabilmente l'evoluzione culturale è stata più veloce di quella genetica e non siamo riusciti, o almeno non del tutto, ad adattare la nostra fisiologia alla nuova dieta ricca di cereali e carni e latte di animali d'allevamento: la carne della selvaggina cacciata dai nostri antenati più lontani, ad esempio, è ben diversa da quella ottenuta da mucche, capre o pecore allevate nei pascoli con metodi industriali. Non è perciò un caso se da qualche tempo ha preso piede la "paleodieta" che suggerisce di tornare, nei limiti del possibile, a un'alimentazione più simile a quella dell'uomo preistorico per la quale saremmo geneticamente più adattati». Si tratterebbe, in sostanza, di mangiare carni magre (meglio ancora la selvaggina) e tutto ciò che Madre Natura offriva prima che cominciassimo a coltivare i cereali: bacche, frutta fresca e secca, verdura soprattutto cruda, niente zuccheri, farine, cereali raffinati o a maggior ragione cibi industriali. Non facile da seguire, va detto. Revedin, che ha provato su se stessa una dieta più vicina a quelle "del cavernicolo", afferma: «Non si può certo vivere come 40mila anni fa, ma si può "temperare" la nostra dieta con suggerimenti presi da allora: nel mio caso ridurre drasticamente i carboidrati, mangiare carni magre provenienti da allevamenti meno intensivi e muoversi di più ha avuto un effetto indubbio di miglioramento del benessere. Non dico di eliminare i cereali, ma forse può essere opportuno limitarne l'uso o magari cercare fonti di carboidrati alternative che non siano gli attuali grani ricchi di glutine». Le gallette di Tifa pare siano buonissime: le ricercatrici hanno seccato le radici, le hanno macinate e poi con la farina hanno preparato gallette su focolari simili a quelli che usava l'uomo preistorico. Il risultato, dicono, è gradevole. «Dalla dieta dei nostri antenati possiamo prendere spunti per non dimenticare le nostre origini e ritrovare un rapporto più equilibrato con il nostro corpo e con l'ambiente», conclude Revedin.

Alice Vigna
13 dicembre 2011 (modifica il 20 dicembre 2011)
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venerdì 16 dicembre 2011



Ragni DAL MIO LIBRO PAURE ARCHETIPE ED ALTRO ANCORA

Il piccolo ragno si mosse velocemente sfiorando appena la punta della sua scarpa.
Si ritrasse d'istinto con il cuore che le balzò feroce nel petto.
"Sciocca,stai tranquilla,non è l'ora,non è ancora il loro momento"Girò la testa per vedere se le finestre e la porta erano chiuse e se le tavole di legno che aveva messo a sostegno dei vecchi infissi,reggevano.
Non vide fori ,le tavole erano ben fissate così come le aveva inchiodate ,come tutte le mattine faceva da mesi.
Si mosse con esperienza nella stanza buia:conosceva ogni spigolo,ogni angolo,sapeva in una memorizzata mappa della sua mente,la disposizione di ogni sedia o mobile:lo scafale in cui era il libro era nell’angolo opposto rispetto al fornello.
Lì era al sicuro rispetto a fiamme o calore dei cibi che riscaldava.
Il libro:tutto ciò che era e rimaneva,qualcosa di prezioso quasi come i barattoli di fagioli o la carne conservata o le ormai quasi esaurite gallette.
Lui era il libro,la sua voce ,il suo pensiero,il ricordo perduto e sfumato.
Lo prese e si dispose seduta sul materasso per la consueta lettura.
Le pagine le apparirono più fragili del solito,scricchiolava la carta,pronta a frantumarsi,pareva,ad un contatto più intenso.
La pagina era la 236:non amava quella pagina:le sue parole non coincidevano con nessuna sua conoscenza.
Quello di cui si parlava non aderiva a nessuna immagine che la sua mente avesse registrato:un lago.La pagina 236 non diceva cosa dovesse essere un lago,però parlava anche di cielo e lei sapeva cos’era il cielo ,anche se quel cielo non era quello che lei poteva vedere.
Non importava,doveva comunque adempiere al compito:leggere e ricordare e ,forse,ripetere il suo ricordo a qualcuno.
Se mai ci fosse stato un qualcuno.
Il ragnetto si era spostato proprio sotto il tavolo e stava immobile senza dimostrare la minima intenzione di arrampicarsi e affrontare la conoscenza del piatto che lei aveva lasciato ben ripulito.
Non era il momento,presto,l’ora non era ancora arrivata,anche se non si poteva mai sapere se i ragni potessero così,pur solo per capriccio,sconvolgere la precisa cronologia da anni conosciuta.


Si immerse nella lettura sforzandosi,come sempre di far diventare immagini le parole :poiana,cosa poteva essere?Certo era una cosa che si muoveva,anzi volava,forse era animale vivo,come ragni,ma non era certo un ragno .
I ragni si ,lei li conosceva bene,tutti:colori,razze,abitudini,quelli più feroci,gli innocui,i maschi,le femmine che potevano depositare milioni di uova in un anfratto delle pareti:ed era poi morte sicura.
Le poiane no ,non sapeva i colori che potevano avere.
Tanti anni prima suo padre aveva ,in una piccola scatola di legno ,sei o sette bastoncini con una punta meravigliosa.
A volte,molto raramente,prendeva un foglio ,già usato e usato a centinaia di volte,e la invitava a far scorrere i bastoncini e ,nell’immaginar le cose,farle vivere sul foglio.
I bastoncini lasciavano tracce e il padre ,con la memoria del padre suo ,le guidava la mano e a volte uscivano fuori segni che potevano dare un volto alle parole del libro.
Ma suo padre era morto troppo presto per lasciare la memoria nella sua mente o,forse,lei era ancora troppo piccola per la memoria.
Sua madre non aveva la memoria e non l’amava:la riteneva cosa superflua.
Lei era impegnata ad una guerra sistematica e produttiva contro i ragni,e in fondo aveva avuto ragione.
Se erano sopravvissuti non era certo per la memoria di suo padre,ma per la costante battagli di sua madre.
Il leggere la impegnava:rileggeva le pagine senza fine,con determinazione e metodo.
Ogni singola parola doveva penetrare nella sua mente e non importava la comprensione e il piacere:era un antico rito necessario e indispensabile,questo aveva tramandato la memoria.
La carta ormai fragilissima sembrava sgretolarsi ,ma aveva imparato la leggerezza del tocco per non danneggiare il libro.
Mai si era posta il problema di cosa sarebbe stato quando il libro non ci sarebbe stato più:il libro era tutto ciò che rimaneva dei tempi e senza il libro la memoria non sarebbe più stata e senza memoria non ci sarebbe stato più motivo di vita.
Alla terza volta che rileggeva la pagina capì che era il momento di uscire:il libro regolava il tempo senza errori.
Lo chiuse delicatamente e lo ripose sullo scafale dopo averlo avvolto nella sua pezza bianca.
Si mise il cappuccio e sopra il cappuccio la mantella che proteggesse bene anche le spalle ,mise i guanti e calzò le soprascarpe di incerato bianco.

Il padre le aveva detto che erano antiche come il libro e che appartenevano agli uomini che vennero attraverso il fuoco e che proprio quei calzari fecero si che attraversassero il fuoco.
Mise la scala appoggiata al muro per arrivare ad aprire l’abbaino del rifugio:era ora,poteva star fuori 45 minuti prima che il calore bruciasse dentro il suo corpo e sciogliesse i suoi organi.
Serviva acqua e prese con sé il contatore per verificare quanto calore fosse nell’acqua:antiche usanze che in realtà non sapeva bene se fossero utili o no.
Si avvicinò alla scala,il piccolo ragno era ancora immobile ai piedi del tavolo:con indifferenza lo schiacciò lentamente con la punta del piede,poi ripassò sopra a quel che rimaneva pigiando bene con il tallone.
Mise il piede sul primo gradino della scala e cominciò a salire:fuori l’enorme sole collassato cominciava ad illuminare appena la terra facendosi largo nell’oscurità profonda

martedì 29 novembre 2011


Il massacro del Sand Creek
...Il campo Cheyenne si trovava in un'ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. Il tepee di Pentola Nera era vicino al centro del villaggio, e a ovest vi era la gente di Antilope Bianca e di Copricapo di Guerra. Sul versante orientale e poco discosto dai Cheyenne vi era il campo Arapaho di Mano Sinistra. In totale vi erano quasi seicento indiani nell'ansa dei torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trovava diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell'accampamento, come aveva detto loro di fare il maggiore Anthony. Gli indiani erano così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non misero sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che era chiusa in un recinto sotto il torrente. Il primo sentore di un attacco lo ebbero verso l'alba - il rimbombo degli zoccoli sulla pianura sabbiosa." Stavo dormendo in una tenda" disse Edmond Guerrier. "Udii dapprima alcune squaws di fuori che dicevano che vi era una massa di bisonti che si dirigeva verso il campo; altre dissero che era una massa di soldati. » Guerrier si precipitò subito fuori e corse verso la tenda di Coperta Grigia Smith. George Bent, che stava dormendo nei paraggi, disse che era ancora sotto le coperte quando udì grida e rumori di gente che correva nel campo. « Dal torrente stava avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe... si potevano vedere altri soldati che si dirigevano verso le mandrie dì cavalli indiani a sud dell'accampamento; in tutto l'accampamento vi era una gran confusione e un gran vociare: uomini, donne e bambini correvano fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillavano alla vista delle truppe; uomini che correvano nelle tende a prendere le armi... Guardai verso la tenda del capo e vidi che Pentola Nera aveva una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e stava davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante alla luce grigia dell'alba invernale. Lo sentii gridare alla gente di non avere paura, che i soldati non avrebbero fatto loro del male; poi le truppe aprirono il fuoco dai due lati del campo". Nel frattempo il giovane Guerrier aveva raggiunto Coperta Grigia Smith e il soldato semplice Louderback nella tenda del commerciante. "Louderback propose di uscire e di andare incontro alle truppe. Ci avviammo. Ma giunti sulla soglia della tenda vidi i soldati che cominciavano a smontare da cavallo. Pensai che fossero artiglieri, e che stessero per bombardare il campo. Avevo appena finito dì dirlo che cominciarono a sparare con le carabine e le pistole. Quando mi accorsi che non potevo andare da loro mi diedi alla fuga; abbandonai il soldato e Smith". Louderback si fermò un momento, ma Smith continuò ad avanzare verso i soldati di cavalleria. "Sparate a quel dannato vecchio figlio di puttana! " gridò un soldato dalle file. "Non è migliore di un indiano." Ai primi spari Smith e Louderback fecero dietro-front e corsero verso la tenda. Il figlio meticcio di Smith, Jack, e Charlie Bent si erano già rifugiati lì. In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stavano radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera. Risalendo il letto asciutto dei torrente altri giungevano dal campo di Antilope Bianca. Dopo tutto, il colonnello Greenwood non aveva detto a Pentola Nera che finché fosse sventolata la bandiera americana sopra la sua testa, nessun soldato avrebbe sparato su di lui? Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, camminò a grandi passi verso i soldati. Egli credeva ancora che i soldati avrebbero smesso di sparare appena avessero visto la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che aveva ora innalzato Pentola Nera. Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalcava a fianco del colonnello Chivington, vide avvicinarsi Antilope Bianca. "Venne correndo verso di noi per parlare al comandante," testimoniò in seguito Beckwourth " tenendo in alto le mani e dicendo: Fermi! Fermi!". Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia
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finché cadde fulminato ". 1 sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte
prima di spirare:
Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercarono di raggiungere la bandiera di
Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vide le truppe, si fermò con le braccia incrociate, dicendo che non avrebbe
combattuto gli uomini bianchi perché erano suoi amici. Cadde fucilato.
Robert Bent, che si trovava a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, disse che, quando giunsero in
vista al campo, vide " sventolare la bandiera americana e udii Pentola Nera che diceva agli indiani di stare
intorno alla bandiera e lì si accalcarono disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accadde quando
eravamo a meno di 50 metri dagli indiani. Vidi anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere erano in
una posizione così in vista che essi devono averle viste. Quando le truppe spararono, gli indiani scapparono,
alcuni uomini corsero nelle loro tende, forse a prendere le armi... Penso che vi fossero seicento indiani in tutto.
Ritengo che vi fossero trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto... il resto degli uomini era
lontano dal campo, a caccia... Dopo l'inizio della sparatoria i guerrieri misero insieme le donne e i bambini e li
circondarono per proteggerli. Vidi cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe
avanzarono verso di loro, scapparono fuori e mostrarono le loro persone perché i soldati capissero che erano
squaws e chiesero pietà, ma i soldati le fucilarono tutte. Vidi una squaw a terra con un gamba colpita da un
proiettile; un soldato le si avvicinò con la sciabola sguainata; quando la donna alzò il braccio per proteggersi,
egli la colpì, spezzandoglielo ; la squaw si rotolò per terra e quando alzò l'altro braccio i1 soldato la colpì
nuovamente e le spezzò anche quello. Poi la abbandonò senza ucciderla. Sembrava una carneficina
indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi erano circa trenta o quaranta squaws che si erano messe al riparo
in un anfratto; mandarono fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riuscì
a fare solo pochi passi e cadde fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell'anfratto furono poi
uccise, come anche quaattro o cinque indiani che si trovavano fuori. Le squaws non opposero resistenza. Tutti i
morti che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto, credo, accanto.
Il capitano Soule mi confermò la cosa. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un
soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi un squaws i cui organi genitali erano stati tagliati...
Vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia; due soldati la scoprirono, estrassero le
pistole e le spararono e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vidi un certo numero di
neonati uccisi con le loro madri ".
(In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington
sostenne che
bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche dei neonati. « Le uova di pidocchio fanno i pidocchi ,
dìchiarò.)
La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati fu confermata dal tenente James Connor: « Tornato sul
campo di battaglia il giorno dopo non vidi un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo
scalpo, e in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati, ecc. a uomini, donne e
bambini; udii un uomo dire che aveva tagliato gli organi sessuali di una donna e li aveva appesi a un bastoncino;
sentii un altro dire che aveva tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano;
per quanto io ne sappia J. M. Chivington era a conoscenza di tutte le atrocità che furono commesse e non mi
risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del
fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti
uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui
cappelli mentre cavalcavano in fila.
Un reggimento addestrato e ben disciplinato avrebbe potuto certamente distruggere quasi tutti gli indiani indifesi
che si trovavano sul Sand Creek. La mancanza di disciplina, unita alle abbondanti bevute di whiskey durante la
cavalcata notturna, alla codardia e alla scarsa precisione di tiro delle truppe dei Colorado, resero possibile la fuga
a molti indiani. Un certo numero di Cheyenne scavò trincee sotto gli alti argini del torrente in secca e resistette
fino a quando scese la notte. Altri fuggirono da soli o a piccoli gruppi attraverso la pianura. Quando cessò la
sparatoria erano morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini. Nel suo rapporto ufficiale, Chivington parlò di
quattro o cinquecento guerrieri uccisi. Egli aveva perso 9 uomini, e aveva avuto 38 feriti; molti erano vittime del
fuoco disordinato dei soldati che si sparavano l’uno addosso all’altro. Tra i Capi uccisi vi erano Antilope Bianca,

Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Pentola Nera riuscì miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie fu gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riuscì ugualmente a salvarsi....

giovedì 24 novembre 2011



ISABELLA DI CASTIGLIA,IL LINGUAGGIO E IL POTERE

Alla morte di Isabella I di Castiglia , detta la Cattolica (Madrigal de las Altas Torres , Avila, 22 aprile 1451-Medina del Campo, 26 novembre 1504), i regni peninsulari occidentali si trovano davanti un futuro poco rassicurante. Si devono rispettare i costumi, privilegi e diritti dei diversi territori e dei diversi gruppi sociali. La fine del XV secolo non chiude la lunga tappa di conflitti e guerre nelle terre della Corona di Castiglia , e il XVI secolo continuerà in parte la stessa dinamica bellica. La lunga guerra di espansione cristiana sul territorio andaluso si chiude nel 1492 con la conquista del regno e città di Granada. Tuttavia i problemi sociali, economici e di convivenza tra le diverse etnie e religioni e la strutturazione del territorio dei regni non finiscono in questa data, ma si prolungheranno come un’immensa ombra sul futuro . Il momento culminante sarà l’espulsione del popolo ebreo e della popolazione araba rimasta (morisca), con le diverse rivolte e rimostranze nobiliari. L’opera dell’Inquisizione nelle terre castigliane verrà a creare una psicosi di insicurezza e di paura piuttosto generalizzata tra la gente, che si renderà conto che quasi nessuno si trova al riparo dalle sue lunghe braccia: da una contadina o artigiana quasiasi a Teresa d’Avila , e a Hernando de Talavera ecc. Si moltiplicheranno i processi, alla ricerca di qualunque traccia o sospetto di pratiche non cattoliche, cioè di qualunque indizio che non si è cristiana o cristiano “di vecchia data”. Le terre castigliane rischiano di perdere l’esperienza e i saperi che le donne e gli uomini delle tre culture e delle tre religioni del Libro avevano apportato durante secoli di convivenza.

Con questa espressione erano conosciuti i regni di León e di Castiglia.

Il 13 dicembre 1474, a Segovia, Isabella è proclamata “regina e proprietaria” di Castiglia, e Fernando è riconosciuto suo “legittimo marito”. Il patto di Segovia del 15 gennaio 1475 stabilisce le norme per il governo del regno: “Secondo le leggi e il costume usato e tramandato in Spagna, questi regni doveva ereditarli la regina, come figlia legittima del re don Giovanni, benché fosse donna, in quanto era erede in linea diretta discendente dei re di Castiglia e León, e non potevano appartenere a nessun altro erede, benché fosse uomo, se era in linea collaterale. Ugualmente, si stabilì che a lei, come proprietaria, apparteneva il governo del regno” (H. del Pulgar, Crónica de los Reyes Católicos, ed. di J. de Carriazo, 2 voll., Madrid 1943, cap. XXI).

È stata tradizionalmente considerata la data conclusiva dell’annessione dei territori andalusi ai regni di Castiglia e di Aragona, e può essere anche considerata la data d’inizio dell’espulsione della popolazione mussulmana dalle terre della Penisola.

Il trattato di Alcoçavas - 4 settembre 1479 - mette fine alla guerra (interna ed esterna) iniziata dopo la morte di Enrico IV: Isabella e Fernando sono riconosciuti re di Castiglia, Giovanna la Beltraneja rinuncia ai suoi supposti o non diritti e viene obbligata a passare il resto della sua vita in un convento a Coimbra (dove muore nel 1530), la Castiglia accetta l’espansione portoghese in Africa, e si pattuisce il matrimonio dell’infante Alfonso, principe ereditario del Portogallo, con l’infanta Isabella, figlia dei Re Cattolici.

Durante il regno di Isabella di Castiglia e Fernando d’Aragona inizia il lungo esodo obbligato degli uomini, donne, bambini e bambine di religione ebraica ma nativi dei diversi regni in cui era divisa la Penisola. I re firmarono il decreto di espulsione che doveva essere eseguito nel corso del 1492.

L’inquisizione castigliana cominciò a funzionale a partire dal 1478.

Intendendo il concetto nella sua più ampia accezione di insieme di saperi ed esperienze che una generazione trasmette a quella successiva.

La cronaca di Hernando del Pulgar , la Crónica de la Guerra de Granada e altre illustrano chiaramente la situazione dei regni castigliani, le luci e le ombre che accompagnano le donne e gli uomini di queste terre nel corso del XV secolo e le prospettive che si aprono e si proiettano verso il XVI secolo. E alla complessità etnico-religiosa e sociale dei regni peninsulari si aggiungerà quella delle nuove terre conquistate e poi colonizzate dalle isole Canarie al continente americano: diverse nazioni indiane, diverse organizzazioni familiari e sociali, diverse cosmovisioni e tradizioni culturali, scientifiche e sistemi di credenze. Va configurandosi l’idea e si sta andando verso tempi nuovi.

Per colonizzazione intendo l’organizzazione territoriale, amministrativa e politico-religiosa delle nuove terre conquistate.

Nel corso degli ultimi secoli medievali e agli inizi dell’età Moderna si verifica quello che noi storiche e storici chiamiamo l’ampliamento dell’orizzonte geografico. Alcuni paesi dell’Europa occidentale prendono l’iniziativa di esplorare l’immensità oceanica, in parte per dare uno sbocco all’arretramento del mondo cristiano occidentale di fronte all’avanzata turca. Durante il XV e il XVI secolo si effettuano numerose spedizioni formate da uomini e da alcune donne che permettono di conoscere nuove terre e che le mettono sotto il dominio politico delle monarchie dei paesi a cui appartengono. Si inquadra in questa dinamica l’annessione delle Isole Canarie alla Corona di Castiglia.

Il documento testamentario di Isabella I di Castiglia
La storiografia tradizionale ha studiato con molta attenzione la situazione politica, sociale, economica ed etico-religiosa dei regni peninsulari dei secoli XV e XVI. Si è occupata meno delle trasformazioni culturali e mentali che si stavano verificando, come il peso della scrittura e lettura in lingua materna nel passaggio dal basso Medioevo all’età moderna. Si è studiato l’evoluzione economica delle donne e degli uomini contadini e di coloro che hanno popolato borghi e città; l’evoluzione e struttura della popolazione, dei redditi, dei prezzi e salari. Si è fatto e si fa storia sociale, ma io quando analizzo, sia pur sommariamente, il testamento di Isabella I di Castiglia voglio valutare altri fatti e stabilire altre relazioni. Le relazioni che si stabiliscono a partire dall’ordine simbolico della madre, a partire dall’opera ordinatrice della madre, di colei che ci dà la vita, che dà la misura e ci dà l’autorità, alla quale ci unisce un vincolo divino, con cui ci misureremo in una relazione di disparità e che non dobbiamo giudicare .



Isabella risponde una volta a Fernando: “che mai per nessun motivo aveva voluto causare la benché minima contrarietà al suo amatissimo consorte, per la cui felicità e onore sacrificherebbe degnamente e debitamente non solo la corona, ma la propria salute”. E lo prega “di non separarsi dall’amante sposa, causando la disgrazia di colei che non poteva né voleva vivere lontano dall’amatissimo consorte”. Fernando ascolta gli argomenti e resta accanto alla regina (F. Pérez de Guzmán, Generaciones y Semblanzas, ed. R. B. Tate, Londra 1950, pp. 40-41, cit. in P. K. Liss, Isabel la Católica. Su vida y su tiempo, Madrid 1992, p. 104).

Il testamento di Isabella I - nonostante sia un documento redatto in una maniera in cui pesa molto il formulario diplomatico di questa fonte storica e sia scritto con un linguaggio abbastanza stereotipato - rende conto, a volte tra le righe ma a volte in modo chiaro e reiterato, della costante cura e dell’affetto che la regina mette nelle disposizioni che riguardano sua figlia. E della posizione mediatrice con il re, Fernando, perché Giovanna si appoggi all’esperienza politica di suo padre e accetti le decisioni che egli prenda, insistendo molto sul rispetto e l’amore che lei aveva ed ebbe per lui tutta la vita, affinché servano alla principessa Giovanna.

Il testamento della regina mostra l’amore e il rispetto che la univa al re Fernando. La regina gli concedeva una grande autorità non solo nel suo ruolo di cavaliere e uomo d’armi - in guerra o nelle azioni belliche simboliche o reali (tornei e battaglie) - ma nelle questioni di governo. Con una autorità fondata sulla sua lunga esperienza e sul suo senso comune, ella poté affermare la sua supremazia politica a volte sottolineando e altre volte elaborando il conflitto provocato dalla posizione attribuita agli uomini nel matrimonio. La sua relazione con Fernando poteva aver tenuto conto in qualche momento dei postulati di Alfonso de Madrigal, detto el Tostado: Alfonso de Madrigal [1400-1454, celebre teologo e umanista, vescovo di Avila] aveva suggerito che giacché “l’uomo non poteva sfuggire le pastoie dell’amore, la cosa migliore che poteva fare era cercare una buona moglie, perché l’amore e l’amicizia univano molto profondamente gli individui tra loro, e con Dio, e perché amare era avere un amico che, al tempo stesso, era altro e se stesso ”. Ma Isabella tenne soprattutto in conto l’amore che li unì fin quasi dalla prima volta che si incontrarono a Valladolid -il 14 ottobre 1469 - e l’amicizia che godettero durante la loro convivenza. Isabel e Fernando lasciarono in mano ai loro collaboratori il compito di elaborare le loro rispettive funzioni, competenze e gradi di potere. Ma ebbero cura e diletto, molto spesso, della loro relazione: come riferiscono alcune cronache, “tra il re e la regina non vi era divisione né disgusto, ogni giorno mangiavano insieme nella sala pubblica, parlando di cose piacevoli come si fa a tavola, e dormivano insieme..., le volontà erano con sviscerato amore eguagliate ” “l’amore teneva unite le volontá ”. Questa cura non vuol dire che non si producessero conflitti , nella convivenza come negli aspetti relativi al governo della loro casa e del regno. Le stesse cronache segnalano che i re erano in disaccordo in numerose occasioni, quando uno di loro pretendeva beneficare qualcuna o qualcuno dei propri consiglieri o qualche abitante dei propri regni, e molti altri grandi ostacoli resero difficile la relazione, ma sembra che la loro volontà di patto e concertazione prevalesse quasi sempre sui conflitti.

Vid. LYSS, P. K., Isabel La Católica. Su vida y su tiempo, Madrid, Neréa, p. 103.

Isabella e Fernando si vedono per la prima volta nella dimora signorile di Juan de Vivero in cui alloggiava la giovane principessa, e questo edificio ospiterà più tardi la futura cancelleria reale, la Regia Cancelleria di Valladolid.

Anónimo, Crónica incompleta de los Reyes Católicos (1469-1476), ed. Julio PUYOL, Madrid, 1934, p. 145.

PULGAR, H. del, Crónica, cap. 22.

Probabilmente, tra i momenti delicati che dovettero passare nelle loro convivenza andrebbe citato quando la regina viene a sapere delle infedeltà del marito, e con una grande prova di amore e generosità accoglie e si fa carico delle figlie illegittime di Fernando.

Il testamento di Isabella I di Castiglia ci mostra la relazione primigenia e privilegiata della madre con le proprie figlie. Nonstante il linguaggio un po’ stereotipato del testamento come atto documentale, vediamo una relazione che la regina cura particolarmente. Isabel istituisce erede universale dei suoi regni, alla morte del figlio Giovanni, l’infanta Giovanna. Isabella è consapevole di trasmettere a sua figlia un pesante carico per il quale non è stata preparata né educata in modo particolare. Lo era stato suo fratello, l’infante Giovanni, che era l’erede e il futuro re di Castiglia. Alla sua morte, e a quella della sorella Isabella e di suo figlio Michele, l’eredità ricade con tutto il suo peso su Giovanna.

La regina Isabella aveva educato Giovanna in modo squisito come le sue sorelle, le principesse Isabella, Maria e Caterina. Ma le aveva educate a essere principesse, non a essere le eredi del trono di un regno che si trova in un periodo complesso della sua storia. Isabella sa quanto è duro, nemmeno lei era l’erede di Castiglia, e non poté o no seppe evitare il duro scontro che costò tanto dolore e perdite a lei, alla sua famiglia e alle e agli abitanti della Castiglia per rivendicare e ottenere il suo diritto a regnare, ed è pienamente consapevole che ogni preparazione è poca per sostenere un tale carico, ha dovuto fare un duro apprendistato, rinunciando a volte ai dettami del suo cuore, ai suoi desideri. Ma sempre ha cercato e cercherà di mantenere e dimostrare, affermando in questo sì i suoi desideri, una grande correttezza di fronte all’istituzione monarchica e alla persona che rappresenta il regno .

A partire dal 1468, dopo la morte del fratellino, l’infante Alfonso, cambia l’intestazione delle sue lettere che ora sarà: Isabella, per grazia di Dio principessa e legittima erede successora di questi regni di Castiglia e León.

Non vorrei lasciar da parte ed eludere uno dei temi che la storiografia ha trattato e su cui mantiene ancor oggi discrepanze; mi riferisco al ruolo che la regina ebbe, o che le viene attribuito, rispetto all’Inquisizione. Perché la regina appoggiò l’opera dell’Inquisizione? Le e gli storici non concordano nell’analisi del rapporto e del ruolo di Isabella nel favorire più o meno l’instaurarsi e l’azione dell’Inquisizione nelle terre della Corona di Castiglia. È probabile che la regina, buona conoscitrice del valore e dell’importanza delle e degli ebrei conversi - alcune e alcuni di loro erano molto vicini a lei stessa e alle istituzioni del governo del regno -, cercasse di evitare le morti provocate dalla rivolte popolari contro i conversi nelle campagne e città castigliane. Nei primi tempi dell’Inquisizione cessarono le rivolte e le rappresaglie contro le e gli ebrei conversi, si evitarono i massacri di questi e queste abitanti della Castiglia, ma iniziò un periodo di controllo ideologico che genererà una paura profonda e atavica, per generazioni, del potere dell’Inquisizione. Sicuramente si causarono meno morti ma credo che questo non giustifichi in nessun modo il tentativo di risolvere il problema creato dal fatto che una parte dei e delle converse controllavano in parte il potere del regno e rinnegavano il cattolicesimo. Alcuni di loro si arricchirono molto, accaparrarono un grande numero di cariche pubbliche di varia importanza e natura, e ritornarono alla loro antica fede - l’ebraismo - facendolo pubblicamente e con un po’ di fanatismo. Perché le e gli abitanti cristiani “vecchi” di Castiglia e Andalusia non sopportano in determinati momenti il comportamento delle e dei conversi ? Primo, perché ciò che si sta presentando è un problema sociale, economico e di potere, alcune e alcuni conversi stanno alterando la tradizionale composizione socioeconomica e di potere nelle campagne, in borghi e città della corona castigliana, monopolizzando molte cariche, da quelle dei consigli locali a quelle del Consiglio Reale, e in secondo luogo, ed è molto importante, esiste un problema di idee, di pensiero e di conoscenza. L’Europa occidentale cristiana si trova in un momento di insicurezza, sono state messe in discussione alcune teorie in alcuni campi del sapere (come nella geografia, nell’astronomia ecc.), cambia la concezione dello spazio e del tempo, e altri ambiti di conoscenza come la filosofia e la religione sono in un momento di incertezza, di riformulazione , e forse per questo reagiscono chiudendosi e imponendo in modo violento le loro verità e pratiche. E la Castiglia che era rimasta abbastanza ai margini dell’intolleranza e della barbarie religiosa (contro l’eresia catara, contro i templari, contro gli “spirituali”, contro le e i mistici, contro modi di intendere il fatto religioso e la fede e contro pratiche, soprattutto femminili ma anche maschili, molto più libere), in questo momento vi si inserisce -con tutta la forza della nuova struttura di potere che stanno sviluppando Isabella I di Castiglia e Fernando II d’Aragona- perché adesso nelle sue terre si mescolano tutta una serie di elementi che le favoriranno. Credo tuttavia che possiamo essere d’accordo -alcune e alcuni storici- che non vadano inclusi tra gli elementi che favoriscono l’intolleranza e la persecuzione religiosa fattori di odio biologico come lo intendiamo oggi, cioè che non c’è antisemitismo, non c’è razzismo, non c’è antigiudaismo, c’è persecuzione fanatica delle idee e pratiche religiose e c’è anche un odio secolarmente consentito e cercato conto gli ebrei.

Pare che verso la metà del suo regno rinasca nella politica della regina Isabella e dei suoi consiglieri un ideale di crociata, senza dubbio influenzato da quelli e quelle che rappresentavano la parte meno aperta e libera dello spirito religioso castigliano. La storiografia è concorde nel segnalare che la regina ebbe un ruolo importante nel rafforzamento dell’autorità reale e nella guerra di Granada, soprattutto a partire dal 1486; ma non va tralasciata l’influenza di un rigido spirito religioso, poco dialogante e poco aperto, che in certi momenti finirà per impregnare l’attività politica della regina e di alcune e alcuni di coloro che appoggiarono la politica della corona in questi anni. Isabella I diede impulso alla riforma della Chiesa, furono riformati tutti i monasteri, conventi e case di religiose e religiosi, e dal 1478 l’Inquisizione si istallò nei suoi territori. Sembra che questa strada segnata dall’influenza di alcuni ecclesiastici intransigenti abbia condotto gli affari politici del regno, anche se ci vorrà ancora del tempo prima che si spenga la fiamma della libertà conservata e portata da molte donne e uomini religiosi o laici che erano stati, e in parte ancora stavano, vicino alla regina. Ma l’indirizzo riformatore e intransigente si fisserà su due misure che furono particolarmente negative per i suoi regni e avranno profonde ripercussioni, l’espulsione degli ebrei e l’inasprirsi delle misure contro i mussulmani di Granada. La storiografia ha sottolineato in particolare queste due azioni del regno di Isalbella e le ha attribuite esclusivamente a lei. Ma, da un lato, la regina non regnava da sola bensì con il re e un buon numero di consiglieri laici ed ecclesiastici, e, dall’altro, è necessario sottolineare che in altri momenti lei aveva auspicato e appoggiato una politica molto più rispettosa e dialogante. E, sebbene sia possibile che la regina matrocinasse e autorizzasse l’impresa di Colombo inflluenzata dal rinascere dell’ideale di crociata che dominava la politica di buona parte della fine del suo regno, è anche vero che si preoccuperà fino alla fine della sua vita, e in modo esplicito nel testamento, al fine di evitare gli abusi dei colonizzatori delle nuove terre contro gli indiani che ne erano gli abitanti naturali.

Rivolte di Toledo (1449), Ciudad Real (1449 e di nuovo nel 1477), Sepúlveda (1468 e 1472), Segovia (1473, 1474) e in diversi paesi e città dell’Andalusia a partire dal 1473 (Cordova, Cabra, Jerez ecc.).

Dice Diego de Valera -storico, teorico della cavalleria cristiana e maestro di casa della regina Isabella- quando parla di Cordova: “I nuovi cristiani di questa città erano molto ricchi e li si vedeva continuamente comperare cariche pubbliche, di cui si valevano con superbia, in modo tale che i cristiani vecchi non lo potevano sopportare” (cfr. N. López Martínez, Los judaizantes y la Inquisición, Burgos 1953).

Tra altre questioni che attraversano questa epoca storica in tutta Europa, e a mo’ di esempio, vorrei ricordare queste: si mette in discussione, ancora, con maggiore intensità, il ruolo delle creature umane sulla terra, nel mondo (di più, cominciano ad affiorare elementi di contrapposizione tra la fede e la ragione), continuano a svilupparsi nuove forme di potere, e si discute il valore della libertà individuale di fronte al potere dello Stato, ecc.

La differenza di essere donna
Le informazioni che possiamo trarre dal testamento e dal codicillo di Isabella I di Castiglia sono varie, e alcune sono già state raccolte dalla storiografia tradizionale. Ma tra i temi che non sono stati trattati, o lo sono stati con prospettive molto diverse, io metterei in rilievo in primo luogo la relazione della regina con le figlie e i figli, la relazione con il re, l’interesse per il buon governo dei regni, la cura per la mediazione nei conflitti o nelle future tensioni tra la futura regina Giovanna e Fernando il Cattolico, l’insistenza sull’amore, il ruolo della lingua materna e la scrittura in questa lingua sia nei regni peninsulari sia in America. Il ruolo che conferisce alla formazione e all’esperienza. La cura e il proposito che si ascoltino i diversi gruppi socio-economici che formano i suoi regni, in molti casi senza riuscirci a causa della grande difficoltà di tenere insieme desideri e interessi tanto diversi. Il valore conferito al buon governo della casa e per estensione del regno, alla buona organizzazione, alla previsione. Ma anche, e come contrasto, il valore conferito al guerriero, a colui che rischia la vita in battaglia e in guerra, a suo marito, il re Fernando.

Parte de la historiografía coincide en señalar el profundo enamoramiento de Isabel y Fernando desde la primera vez que se reúnen, y del amor y, posiblemente, pasión que hubo entre ellos. La pareja formada por Isabel y Fernando fue una pareja fuerte, a pesar de algunas diferencias de temperamento, carácter y de las dificultades por la que pasó su unión por las infidelidades del rey, y ante otras múltiples situaciones difíciles. Isabel acepta y recibe a su cargo a los hijos e hijas naturales que Fernando había tenido, y se compromete no sólo a garantizarles su crianza y su dote, sino a sostener a sus madres. Sin duda este debió ser una decisión difícil para la reina, porque como escribe su hija, Juana, en una carta fechada el 3 de mayo de 1505, la reina, como ella, era una mujer celosa, hasta que el tiempo la cure.

Isabella e Fernando prenderanno molte decisioni insieme, e insieme staranno anche di fronte ai numerosi problemi e difficoltà che pone il governo dei loro regni; stanno vicini persino in situazioni di guerra, come quando Isabella aspetta suo marito nell’accampamento generale, mentre si combatte davanti a Toro contro il re del Portogallo (1476) . Il primo marzo Fernando , a capo delle milizie popolari, attacca l’esercito portoghese e lo mette in fuga. Isabella aspetterà il risultato della battaglia nell’accampamento o nel quartier generale. Appena avuta la notizia della vittoria ordina di organizzare feste di ringraziamento nelle città e villaggi del regno e promette di costruire a Toledo la chiesa e il monastero di San Giovanni dei Re, che viene iniziato nel 1478.

Isabella scelse di stare con Fernando come donna e come regina, e desidera e vuole stare vicino a lui, se così desidera il re, anche nella tomba. Lo dice nel testamento: “...ma voglio e comando che se il re, mio signore, scegliesse sepoltura in qualsiasi altra chiesa o monastero di qualsiasi altra parte o luogo dei miei regni, il mio corpo sia trasportato lì e sepolto vicino al corpo di sua signoria perché la coppia che formiamo in vita la formino le nostre anime nel cielo e la rappresentino i nostri corpi in terra”.

Lotte che si inquadrano nel conflitto con il Portogallo e i tentativi del monarca lusitano di occupare terre castigliane e anche appoggiare le pretese al trono della nipote di Isabella, Giovanna detta la Beltraneja. Lo scontro si prolunga fino alla sconfitta dei portoghesi ad Albuera nel febbraio 1479.

Fernando sarebbe per Isabella come quei cavalieri cristiani le cui avventure si mantenevano vive nelle romanze e leggende popolari che cominciavano ad essere di moda a Corte. Non sappiamo quante volte Isabella nella sua infanzia a Madrigal e ad Arévalo avrà ascoltato quei poemi orali e anche i racconti di qualche cavaliere -o di qualche soldato della guarnigione di Arévalo- sulle gesta nel conflitto di frontiera contro i mussulmani. Questi racconti, romanze, poemi, leggende e anche cronache trasmetteranno la nostalgia per un passato eroico e non troppo lontano, e il desiderio di imitarlo e di dedicare la vita alla conquista.

Mi interessa qui sottolineare che la storiografia raccoglie il fatto menzionando la presenza della regina attorniata da quattordici dame. Isabella era sempre circondata da donne, sua madre, le sue figlie, le sue dame e damigelle e un’infinità di donne che erano al suo servizio e a quello della sua Casa. In momenti importanti per lei le fonti scritte e/o iconografiche la mostrano attorniata da dame, come si vede nel bassorilievo dell’Ingresso a Granada, dove si contano nove o dieci donne.

Isabella fu attorniata da donne a partire dalla morte del padre, Giovanni II, e in alcuni momenti ce ne sono parecchie nello spazio in cui si muove l’infanta Isabella, la futura Isabella I. Ad Arévalo, verso il 1454, poco dopo la morte del padre, ci sono tra le altre sua nonna, sua madre, sua zia Maria. Maria - sorella di suo padre - regina d’Aragona per quasi vent’anni, donna potente, aveva governato bene e con saggezza l’Aragona mentre Alfonso V, il Magnanimo, risiedeva alla corte di Napoli. Maria veniva ad Arévalo per mediare e negoziare con suo nipote, Enrico IV, in nome di suo cognato il re Giovanni di Navarra, fratello di Alfonso V. Maria regina d’Aragona e Maria, sorella di Alfonso V il Magnanimo e prima moglie di Giovanni II, erano state due donne importanti per la storia della Castiglia: entrambe regine e cugine, avevano fatto opera di mediazione in molti momenti, alcuni cruciali, nei variabili e a volte difficili rapporti tra Aragona-Catalogna e Castiglia.

Isabella si sente accompagnata da molte donne di fiducia che la possono consigliare, soprattutto quando sta ad Arévalo e a Madrigal dove passa una parte dell’infanzia, ma sarà accompagnata da alcune donne anche quando nel 1461 suo fratello, il re Enrico IV, trasferisce lei e il fratello Alfonso a Corte.

Sicuramente questa compagnia femminile a Madrigal e ad Arévalo durante i suoi primi dieci anni di vita fornì all’infanta Isabella, futura Isabella I, la stabilità e la padronanza di sé necessarie per il futuro. Le storie delle sue due famiglie le saranno certo state raccontate e spiegate da alcune di queste donne e le avranno dato un forte orgoglio del proprio lignaggio reale, un grande senso di quali fossero i suoi diritti legittimi, e un forte senso di responsabilità. Le avranno insegnato anche l’importanza della cura del corpo, l’importanza della bellezza , dell’ornamento, l’importanza di presentarsi in pubblico vestita in modo conveniente, e l’importanza di un portamento regale. Isabella, a differenza di altre infante e infanti reali castigliane e castigliani, aveva goduto in questo ambiente di Madrigal e di Arévalo, circondata dalla nonna, dalla madre e da altre dame, di una maggiore stabilità e intimità familiare, e aveva goduto anche di una grande attenzione e cura dei rapporti personali e di una lunga permanenza in uno spazio fisico, un “palazzo”, costruito con una misura molto umana , molto lontano da quello che sarà poi per esempio El Escorial o altri grandi palazzi, forse meno adatti a crescere le e gli infanti reali.

Numerosi ritratti o raffigurazioni di Isabella I riprendono questa cura e bellezza della regina, secondo i canoni dell’epoca. Il Maestro de Manzanillo, un pittore castigliano del XV secolo, nella tavola in cui ritrae i re poco dopo le nozze, coglie particolari che sono stati messi in risalto da cronisti e storici: la carnagione bianchissima della regina, i suoi capelli biondi, i suoi occhi chiari. Gli occhi e i capelli scuri di Fernando. Una descrizione particolareggiata della regina Isabella - a vent’anni - la fa il suo segretario, il cronista Hernando del Pulgar : “Ben conformata nella persona e nella proporzione delle membra, molto bianca e bionda; gli occhi tra i verde e l’azzurro, lo sguardo gentile e onesto, i lineamenti del viso ben disposti, il volto tutto molto bello e gaio”. La descrizione di H. del Pulgar e la tavola del Maestro de Manzanillo ci trasmettono un’immagine piuttosto coincidente. Anche un altro ritratto conservato a Madrigal riprende questi anni dell’epoca delle nozze dei giovani monarchi, ben somiglianti ed entrambi vicini di età.

Isabella non si costruì mai un grande palazzo reale, la sua corte fu essenzialmente itinerante; invece, grazie al suo matrocinio abbiamo ricevuto, come lascito all’urbanismo e all’arte, alcune magnifiche costruzioni di ospedali e monasteri. I monarchi castigliani non legarono il loro potere a nessun palazzo, nemmeno durante il regno di Isabella e Fernando: la concezione del palazzo come simbolo del potere reale è più propria di altre monarchie, come la francese, e nella Penisola sarà un’idea che si imporrà nell’Età Moderna. Per rendere conto dell’attività edilizia e artistica in generale matrocinata dalla regina, basta solo ricordare tra i monasteri quello di san Giovanni dei Re di Toledo, e tra gli ospedali quello dei Re Cattolici a Santiago de Compostela e quello della Santa Croce di Toledo. L’interesse della regina per l’assistenza si percepisce chiaramente nella preoccupazione di organizzare quello che - a quanto sappiamo - è stato uno dei primi ospedali da campo della storia: un ospedale installato al fronte, sulla frontiera della lotta contro i mussulmani, per l’assistenza ai feriti. Dietro a questo ospedale ci sarà sempre l’Ospedale della Regina, dove si trova Isabella, per disporre di un’assistenza più accurata. Questi ospedali erano equipaggiati con abbondante materiale sanitario, la cui responsabile era nientemeno che la damigella della regina, Juana de Mendoza . Sappiamo da Pietro Martire d’Angleria, il cronista italiano, che la regina visitava quasi ogni giorno questi ospedali, specialmente quello da campo quando si trovava all’accampamento o al quartier generale del fronte (cfr. J. Dumont, La “incomparable” Isabel la Católica, Madrid, 1993, p. 143).

Isabella ideò e/o cercò di portare avanti una politica diversa per qualche aspetto da quella del re Fernando II d’Aragona, anche se ad alcuni e alcune storiche costa percepire o comprendere la differenza quando tracciano un profilo generale del regno. La politica ideata e tracciata da Isabella, se la si analizza da vicino, era differente . Da donna come era si interessò molto di più alle relazioni. Una parte importante del suo tempo e del suo stare al governo della Castiglia la dedicò a disegnare un complesso mondo di relazioni che in molti casi le permisero di sbrogliare grandi affari di stato. Stabilì relazioni con donne potenti e con altre che non lo erano tanto, e alcune le stabilì per necessità, necessità di governo, della sua Casa e del regno, ma molte altre le stabilì per il gusto di stare in relazione con un’altra donna . Con la sua ex damigella Beatriz de Bobadilla e con la sua nuova damigella - ormai da regina - Juana de Mendoza , con entrambe la regina sembra aver avuto una grande intimità e un rapporto di fiducia, che le permetteva di muoversi con grande libertà all’interno di quelli che erano i rapporti nella corte castigliana del momento.

Anche l’emblema dei re, simbolo del nuovo ordine, della nuova monarchia, mostra la differenza. L’emblema unisce il giogo del potere, simbolo di Fernando, con il fascio di frecce, simbolo della giustizia, emblema di Isabella. Questo emblema, che sarà riprodotto su numerosi monumenti e nella moneta corrente, il reale d’argento, è accompagnato a volte dal motto suggerito a Fernando da Nebrija: Tanto monta [Tanto vale]. Motto che si riferisce al nodo gordiano che Alessandro Magno tagliò dopo aver tentato invano di slegarlo, per cui il senso del motto è “tanto vale tagliare come slegare”.

Vid. RIVERA GARRETAS, M.- Milagros, Mujeres en relación. Feminismo 1970-2000. Barcellona, Icaria, 2001.

Questa relazione stretta la percepiamo per esempio nella promessa che verso il 1466 Beatriz de Bobadilla fa alla principessa Isabella, quando Enrico IV pretende e vuole obbligarla a sposarsi con il vecchio ma ricchissimo ebreo converso, Pedro Girón , anche se il re diceva di volere molto bene a sua sorella Isabella.

Beatriz de Bobadilla fu damigella di Isabella quando la futura regina era principessa di Castiglia; Beatriz le era legata al punto da prometterle di usare la sua daga e uccidere con le sue mani Pedro Girón se Enrico fosse riuscito a obbligare la principessa a sposarlo. Pedro Girón, vecchio e molto ricco, fu uno dei pretendenti della giovane principessa che allora aveva solo quindici anni. Isabella era sicuramente inorridita e senza dubbio questo spinse Beatriz a prometterle di salvarla in extremis dal pericolo. Isabella si occupò, come nel caso di altre dame, di cercarle marito tra i nobili e alti funzionari della Corte e del Regno. Beatriz si sposò con il governatore di Segovia e della sua fortezza, Andrés Cabrera, conte di Moya. L’attività della regina e in qualche caso del re per favorire l’unione di dame della corte con alti funzionari, nobili e personaggi di grandi lignaggi, è ben documentata. La regina, e in questo caso anche il re, furono padrini di battesimo dell’ex governatore mussulmano di Baza, Al-Nayar, quando si convertì al cristianesimo con il nome di Pedro de Granada, e favorirono anche il suo matrimonio con la dama di corte Maria de mendoza: Questa relazione privilegiata di Isabella con alcune delle dame della sua cerchia le permise di governare la Casa e il Regno in un’altra maniera, in una maniera differente da quella di suo padre, da quella di suo fratello, Enrico, e da quella di suo marito, Fernando.

Lo stesso Enrico scriveva: “Molto virtuosa mia signora e sorella [...] vi supplico di ricordarvi sempre di me, dato che non avete persona al mondo che vi ami quanto me...” (Lettera autografa dell’Archivio Generale di Simancas, citata da T. de Azcona, La elección y reforma del episcopado español en tiempo de los Reyes Católicos, Madrid, C.S.I.C., 1960, p. 119).

La stretta relazione di Isabella con le sue damigelle e con altre dame della Corte e della nobiltà castigliana e non, favorì in molti casi la richiesta di mediazione in vari affari, che avessero o no a che vedere con il governo del regno. Così, Beatriz de Bobadilla, ormai contessa di Moya, si farà mediatrice con il marito Andrés Cabrera, e costui avrà un ruolo di rilievo nell’adesione della città di Segovia ai giovani principi nel 1473 .

Cfr. DUMONT, J., La “incomparable” Isabel la Católica, pp. 39-40.

Un altro chiaro esempio è dato dalla mediazione della stessa regina, Isabella, su richiesta dell’infanta portoghese, Beatrice. Le due si incontrano alla frontiera, nel paese di Alcántara, e iniziano le conversazioni nel marzo 1479, per organizzare e stabilire la pace definitiva tra Castiglia e Portogallo, dopo lunghi anni di inimicizia a causa degli appetiti territoriali del monarca portoghese che prima aveva approfittato dei momenti di debolezza dovuti alle lotte tra i sostenitori della futura Isabella I e quelli di sua nipote Giovanna, la Beltraneja, e poi aveva appoggiato le pretese di Giovanna che permettevano ad Alfonso del Portogallo di dissimulare le sue intenzioni di conquistare terre castigliane. Due donne, Isabella I di Castiglia e l’infanta del Portogallo, Beatrice, operano una mediazione in un conflitto che era diventato quasi un conflitto intestino, e sicuramente decidono una politica di unione tra le due famiglie, politica che si realizzerà più tardi e che servirà a placare le ansie guerresche dei nobili e dei cavalieri dei due regni. La regina castigliana poteva certamente, per il suo rango e la sua situazione, non accettare la mediazione, ma Isabella dava troppo valore alla relazione tra donne per rifiutare l’offerta, e inoltre di sicuro lei poteva sentirsi vicina a una donna portoghese, sua madre era una portoghese che visse fino alla morte ad Arévalo, in terre castigliane. Entrambe sapevano che la loro mediazione sarebbe stata più positiva ed effettiva quanto a ottenere la lunga e desiderata pace di quella che avrebbero potuto portare avanti alcuni consiglieri di Isabella con i consiglieri di Alfondo del Portogallo. Inoltre, se i nobili di entrambi i regni e Fernando d’Aragona e i suoi accettarono la mediazione delle due donne, è perché sapevano che avrebbe dato frutto e portato la pace.

Isabel tiene in gran conto, nella sua politica, il come si relazionano le persone tra di loro. La segretaria di stato americana Madeleine Albright , una donna che ha operato nella politica seconda, quella maschile, ma in un luogo di grande rilevanza della politica internazionale di fine XX secolo, ha segnalato chiaramente alcune differenze del suo essere donna al momento di agire persino nella politica seconda. Albright segnala che lei come donna e anche altre in cui lo ha notato -e noi lo abbiamo visto analizzando alcuni passaggi della traiettoria di vita di Isabella di Castiglia-, hanno o possono avere una maggiore capacità di visione periferica, sono o siamo capaci di tener conto e di accostarci ad aspetti che non sono sempre presenti davanti a noi e di sviluppare o cercare di sviluppare qualche tipo di consenso.

J. M. Calvo, “Madeleine Albright. La mujer que fue Estados Unidos”, El País Semanal, n. 1447, domenica 20 giugno 2004, p. 17.

Isabella, pur dando autorità come re e come politico a suo marito Fernando, riconosce anche autorità ad altre donne. Riconosce autorità alla Latina, Beatriz Galindo, alla sua maestria nel latino, e le affida il figlio e le figlie perché insegni loro questa disciplina, e lei stessa diventa sua allieva ; e riconosce autorità anche a donne come Beatriz de Bobadilla, Juana de Mendoza ecc., al loro sapere come mediatrici, al loro sapere come organizzatrici, come damigelle e come incaricate di affari concreti, per esempio a Juana de Mendoza come responsabile dell’ospedale da campo fondato dalla regina.

Isabella iniziò a studiare latino durante la guerra di Granada, e pare che nel giro un anno ne sapesse già abbastanza da poter percepire se qualche predicatore o ragazzo del coro non lo pronunciasse correttamente, e prendere nota per correggerlo in seguito (cfr. P. K. Liss,Isabel la Católica, cit., p. 246).

La regina cercherà di mantenere i sentieri che si era tracciata arrivando al trono e altri che andava tracciando nel corso della vita, i sentieri che sceglie e che le vengono suggeriti dal re, suo marito, dalle sue consigliere e dai suoi consiglieri e da quelle e quelli che si dedicavano al compito di governare rettamente la sua Casa e il suo Regno. Ci saranno almeno due momenti in cui la regina si farà guidare dalla politica del desiderio , si metterà al centro, la sua vita ordinerà il mondo, “metterà al mondo il mondo ”. Ci sono almeno due desideri grandi che la futura regina Isabella I vuole realizzare e realizzerà; il primo, o meglio, entrambi, sono due desideri d’amore. L’amore, o la ricerca d’amore, la guida nella scelta del futuro marito , e l’altro desiderio è l’amore per il sapere, per la conoscenza, la sua innata curiosità. Questo secondo desiderio lo realizzerà in parte, ormai adulta, da regina. Cercherà la latinista Beatriz Galindo, conosciuta come la Latina, perché insegni all’infante e alle principesse, ma anche perché insegni a lei il latino bene come lo sapeva suo padre, il re Giovanni. Isabella desidera dominare il latino per poter conoscere di più e meglio e per capire bene la letteratura e i trattati di suo gusto. Dell’educazione di Isabella all’inizio furono incaricati alcuni francescani osservanti del convento che si trovava fuori le mura del borgo di Arévalo. In questo convento c’erano tra gli altri Alfonso de Madrigal el Tostado , erudito e teologo, e anche Lope de Barrientos, arcivescovo di Cuenca, confessore di Giovanni II a cui il vecchio re raccomanderà la supervisione dell’educazione della futura Isabella I e dell’infante Alfonso.

Lia Cigarini, La politica del desiderio, Parma, Pratiche, 1995.

Diotima, Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1990.

Ma è stata anche una fortuna per la regina che Isabella non sempre desse retta, o non del tutto, alle ragioni di stato di suo fratello il re Enrico IV, bensì alle ragioni del suo cuore. Farà così quando sceglierà il marito, sfuggendo ad mercato matrimoniale a cui voleva costringela Enrico. Se chi si sposa è lei, sarà lei a scegliere: Isabella si sposerà con chi vuole lei. La principessa è ben informata, ed è una bella donna, e sceglierà un uomo che lei considera attraente, l’erede d’Aragona, Fernando. Riprende così un’idea iniziale dello stesso Enrico, unire Castiglia e Aragona. Può esserci il suo cuore nella decisione, ma le ragioni di stato la sostengono, la sua decisione porterà con sé un grande vantaggio politico. L’Aragona smetterà di appoggiare i gruppi nobliari castigliani che si opponevano all’autorità reale. Isabella farà insieme un matrimonio d’amore e di ragione, come dimostrerà tutta la storia successiva di Isabella e Fernando, chiamati i Re Cattolici.

Non so che rapporto potesse avere Isabella con il Tostado ad Arévalo, ma alla morte di Alfonso de Madrigal, nel 1455, la regina promosse la pubblicazione dei suoi scritti (cfr. P. K. Liss, Isabel la Católica, cit., p. 20).

Tra i libri posseduti dalla regina Isabella compare un trattato contro la magia scritto da Barrientos. Come l’arcivescovo, anche Isabella detestava la magia e la divinazione.

Sappiamo che Isabella ricevette il consueto “addestramento nelle arti domestiche” riservato alle donne, ma che, come abbiamo già accennato, non le fu insegnato a leggere e scrivere bene né in latino né in castigliano [spagnolo], la sua lingua materna. Isabella imparerà a leggere e scrivere bene in entrambe le lingue ormai da adulta e da regina. La sua lingua materna, il castigliano, sarebbe la lingua che avrebbe ascoltato dalla sua balia, dalla sua governante e da altre dame castigliane della corte; ma avrebbe anche ascoltato già dal ventre materno il portoghese, la lingua di sua madre, una delle lingue che si parlavano in casa. Pare che da bambina non le avessero insegnato a leggere e a scrivere nemmeno in questa lingua. Però sappiamo che in castigliano - e forse alcune volte anche in portoghese - avrebbe ascoltato le numerose leggende, racconti, poemi, storie e cronache sulla vita di cavalieri che lottano contro gli infedeli, e anche numerose storie di vite di sante e santi. Vite di sante che dovevano servire da modello di perfezione per qualunque bambina, e tanto più per una principessa. Ma è possibile che Isabella, una bambina e poi un’adolescente molto attiva e di carattere vivace, con queste vite imparasse subito il gusto per l’azione, più che per la passività, e imparasse ad ammirare quelle donne che riuscivano a dominare la volontà ed essere disciplinate. L’avrebbe visto anche in una storia di vita che cominciava a circolare per la penisola, sia nelle terre castigliane sia in quelle catalano-aragonesi, la vita di Giovanna d’Arco. La vita di Giovanna, conosciuta in Castiglia come la poucella (la pulzella) ebbe una grande accoglienza in Castiglia. Nell’ambito della corte sappiamo che lo stesso Giovanni II l’ammirava oltremodo, come anche altri cortigiani. Tra questi andrebbero citati Chacón, l’autore della cronaca di don Álvaro de Luna, lo stesso Álvaro de Luna , e uno dei più stimati consiglieri del re, il suo segretario Rodrigo Sánches de Arévalo. Sánches de Arévalo era stato ambasciatore presso la corte papale e presso quella francese, e aveva conosciuto direttamente le vicende di Giovanna d’Arco. Non sappiamo con certezza se tra i consiglieri di Giovanni II che contribuirono all’educazione dell’infanta e dell’infante ci fosse il citato chierico Rodrigo Sánches de Arévalo -diplomatico e scrittore- che per la sua esperienza personale era decisamente favorevole a dare a Isabella una istruzione formale, ma certo ebbe un’influenza sulla grande ammirazione di Isabella per Giovanna d’Arco. Giovanna d’Arco era per Isabella un modello di vita e di azione, una delle aspirazioni della principessa. Qualunque sia stata l’istruzione formale ricevuta da Isabella, quasi inesistente almeno nella sua infanzia, fu una bambina fortunata: non fu allontanata dalla cerchia di sua nonna, sua madre e delle altre donne della corte di Arévalo, non fu allontanata dalle varie e ricche realtà della vita offerte dal vivere in un borgo piccolo ma crocevia di importanti strade commerciali. Varie e ricche realtà che Isabella senza dubbio dovette cogliere velocemente, perché era -come riferiscono un buon numero di cronache e la storiografia- una bambina intelligente, curiosa, osservatrice, che dovette apprezzare il molto che poté imparare vedendo il mondo dal luogo della sua infanzia -Arévalo- attorniata da tante donne e alcuni uomini che le prestarono attenzione e affetto. Da questo borgo dell’interno della Castiglia, Isabella avrebbe cominciato a scoprire come la Chiesa e la religione, con le festività, le cerimonie e il rituale, marcavano i giorni, le ore, gli avvenimenti e i cicli dell’anno. La religione marcava e influiva sul comportamento, arrivando fino alle emozioni, e cercava di spiegare i rapporti umani, il mondo naturale e l’universo. Isabella visse in seno a una famiglia pia, a contatto con frati devoti, abituata alla devozione marcata dalle chiese di Arévalo, le cui campane reggevano i suoi giorni. La chiesa parrocchiale del borgo, come era tradizione in molti altri abitati della corona di Castiglia, aveva le fondamenta sui resti dell’antica moschea ed era dedicata a San Michele, l’arcangelo militante. Un’altra chiesa di Arévalo era dedicata a Santa Maria dell’Incarnazione, perché la dottrina del’Incarnazione era respinta dai mussulmani. San Michele e Santa Maria dell’Incarnazione significheranno ad Arévalo come in altre città, borghi e paesi castigliani, l’affermazione cristiana di fronte agli “infedeli”. Come mostra il suo testamento, Isabella avrà tra le sue preferenze queste devozioni, e probabilmente influirà -non sappiamo in che misura- sul fatto che le moschee di Granada portino questi nomi.

Chacón annota nella sua cronaca l’entusiasmo con cui Álvaro de Luna e lo stesso re Giovanni II accolsero a Corte gli inviati di Giovanna d’Arco; ed evoca la profonda impressione di Luna per le gesta della pulzella d’Orleans, al punto da portare con sé una lettera sua che mostrava a corte come se si trattasse di una reliquia sacra (cfr. P. K. Liss, Isabel la Católica, cit., p. 21).

Rodrigo Sánches de Arévalo aveva frequentato una scuola elementare per bambine e bambini, la scuola dei domenicani a Santa Maria di Nieva, aperta con il matrocinio della regina Carolina, la nonna paterna di Isabella.

Isabella, ormai regina, nota la mancanza di istruzione e si preoccupa di non aver ricevuto quella indicata per i principi e, come abbiamo segnalato, suggerita da alcuni consiglieri di suo padre e poi suoi. Doveva aver imparato le lettere, che completavano l’educazione di una come lei di alti natali, perché questo avrebbe giovato alla buona immagine reale, e anche il latino necessario per intendere meglio i migliori scritti sulle leggi e sull’arte di governo e della guerra, il latino che suo padre - Giovanni II - aveva imparato. Per dare esempio, la regina imparò le lettere e il latino . Isabella era una grande lettrice e diede impulso alla relativamente nuova arte della stampa .

Secondo l’umanista Juan de Lucena, il ruolo di esempio della regina era molto grande: “Non vedi quanti cominciano a imparare ammirando sua Maestà? Quello che i re fanno, buono o cattivo che sia, tutti cerchiamo di farlo [...]. Giocava il Re, eravamo tutti giocatori, studia la Regina, siamo ora studenti” (cit. in P. K. Liss, Isabel la Católica, cit., p. 246).

Per esempio, la regina diede impulso alla pubblicazione delle operedi Alfonso de Madrigal el Tostado.

Isabella I governa da donna, si occupa della sua Casa e del Regno in modo differente rispetto a come lo fa suo fratello il re Enrico. Ormai regina, e pertanto a capo della famiglia reale, deve combinare i matrimoni dell’infante e delle principesse sue figlie . Come madre cerca, oltre che di combinare nozze di stato, di fare in modo che questi accordi abbiano, in qualche maniera, l’approvazione minima delle sue figlie. Sappiamo che andò così quando la primogenita, Isabella, rimase vedova. Isabella I aveva promesso all’infanta di non spingerla a un nuovo matrimonio e di permetterle di condurre una vita ritirata e di intensa vita spirituale nel convento o casa di sua scelta. Isabella intercederà con sua figlia vedendo gli argomenti che il delegato portoghese sfodera: costui ricorre alle qualità della principessa, all’affetto professatole dai portoghesi e al grande sostegno morale che significherà per la gente di questo regno, e inoltre aggiunge che la principessa ha l’età e la capacità di dare l’erede di cui il trono portoghese ha bisogno. Isabella I, pur avendo dato la sua parola di madre e di regina, e pur sapendo che la principessa era presa da un progetto spirituale concreto -era legata alla vita beghina , esperienza che dava una dimensione spirituale profonda alla vita di alcune donne che non volevano fare professione in un ordine monastico e volevano restare in qualche modo dentro il mondo delle laiche-, arriva a un’intesa o a un patto con la figlia. La regina sapeva che la principessa Isabella aveva una volontà ferma e decisa e solo il suo intervento come madre e come regina l’avrebbero fatta cambiare ragione di vita. Evidentemente la regina non presentò solo ragioni politiche, come facevano alcuni consiglieri, ma anche ragioni religiose: la principessa con la sua posizione -di nuovo- di regina del Portogallo poteva influire decisamente sull’adozione di una politica di unità religiosa come quella di Castiglia, in un momento in cui le imbarcazioni erano pronte a partire verso le coste dell’india, e quando il Portogallo stava diventando il rifugio di numerosi ebrei conversi in fuga dall’Inquisizione. Queste e altre ragioni di ordine politico-religioso e familiare -e sarebbe senza dubbio una di queste il fatto di aiutare sua madre come regina- convinsero la giovane principessa Isabella, che acconsentì a sposarsi con Manuel del Portogallo e a dargli gli eredi che costui sperava.

E benché fosse costume che le infante dovessero servire a rafforzare il ruolo del lignaggio e quello della Corona di Castiglia con gli altri regni, non le sottopone a quello che alcune autrici e autori chiamano “il ballo dei mariti”, a cui lei stessa era stata sottoposta dal fratello Enrico.

Sui beghinaggi castigliani e su queste forme di vita e di pietà, vedi Ángela Muñoz Fernández, Mujer y experiencia religiosa en el marco de la santidad medieval, Asociación Cultural Al-Mudayna, Madrid 1988; AA. VV., Las mujeres en el cristianismo medieval. Imágenes teóricas y cauces de actuación religiosa, a cura di Ángela Muñoz Fernández, Asociación Cultural Al-Mudayna, Madrid 1989; Ángela Muñoz Fernández, Beatas y santas neocastellanas: ambivalencia de la religión y políticas correctoras del poder (ss. XIV-XVII), Dirección General de la Mujer, Madrid 1994.

Il testamento e altri documenti permettono anche di valutare la stretta e speciale relazione che la regina Isabella stabilirà con la figlia Giovanna. Una relazione che probabilmente è mediata a quella con la stessa madre della regina Isabella, Isabella del Portogallo, poiché sembra che nel comportamento a volte difficile da interpretare di sua figlia Giovanna la regina riconoscesse modi di fare di sua madre. Rammentava così con nostalgia i suoi anni a Madrigal e ad Arévalo , il periodo che io chiamo dello spazio “tra donne”, erano gli anni sessanta del XV secolo e Isabella aveva allora undici anni. Di nuovo, qualche anno più tardi, recupera questo spazio: a diciassette anni torna a incontrarsi con il fratello Alfonso - a cui era molto unita fin da bambina - e con sua madre ad Arévalo, con le sue dame, damigelle, serve e domestiche. Al calore di quello che lei considera il suo focolare, organizzerà i festeggiamenti per l’undicesimo compleanno del re-bambino Alfonso. Ad Arévalo, libera dagli sguardi indagatori della corte di Enrico IV, si sente di nuovo vicina alla vita e organizza il compleanno del fratellino, l’infante Alfinso. Nella festa si svolge una colorita rappresentazione poetica in maschera, chiamata momo . Per il testo, Isabella dà personalmente l’incarico a Gómez Manrique, uno dei grandi poeti del momento, che compose un testo che si è conservato.