sabato 12 marzo 2011


DONNE e DEE - tra mito, cultura e tradizione



Solitamente si tende a considerare il pantheon nordico esclusivamente maschile, dominato da figure di dèi forti, bellicosi e minacciosi. Questo è dovuto all'opera di "propaganda" iniziata in epoca pagana e poi proseguita durante tutta la storia umana, una propaganda che poneva il maschile in primo piano e il femminile in secondo. Ricordandosi che molto di ciò che si da per scontato sulla religione nordica e germanica deriva in larga parte dalle rivisitazioni fatte dai Romantici di fine '800 e dagli studiosi della prima metà del 1900, ancora impermeata di Romanticismo e Nazionalismo e dominato da una visione razziale e sessistica delle cose, solo recentemente si è iniziato a prendere in considerazione che il ruolo delle divinità femminili era forte anche nella cultura germanica.
Inanzitutto basta guardare la società, che poneva la donna sulla stessa base dell'uomo.

Delle donne scandinave sappiamo che potevano ereditare beni, persino grandi proprietà e dirigerle come più ritenevano giusto. Era loro permesso divorziare e di rifiutare i pretendenti; potevano inoltre andarsene di casa non appena compiuta la maggiore età (di solito verso i 16-17 anni) per badare a sè stesse (non erano quindi legate alla "potestas patris", il volere del padre). Potevano tranquillamente avere rapporti sessuali con i propri schiavi, oppure con uomini liberi che non necessariamente poi dovevano sposare. Se rimanevano incinte fuori dalle nozze, non accadeva nulla di particolare: il figlio nato era tenuto in conto come qualsiasi altro bambino. Inoltre avevano il ruolo fondamentale di occuparsi della casa (erano loro a custodirne le chiavi e a tenere d'occhio le proprietà materiali) e dell'economia familiare. La donna era chiamata sovente "signora della casa" o "signora del focolare" in quanto un altro dei suoi importanti compiti era quello di accendere il fuoco domestico, quasi un rito sacro per un popolo che venerava il fuoco.
Spesso era la donna ad occuparsi anche dei riti privati e domestici, come il culto degli spiriti e del "piccolo popolo" , ma soprattutto quello rivolto a divinità della fertilità.


La donna poi aveva anche valore giuridico: poteva votare e parlare alle assemblee come gli uomini, e se capace poteva anche prendere le armi se necessario (c'è anche la leggenda di una speciale casta di donne guerriere, dette "ragazze dello scudo", alla base delle quali forse c'è il mito delle Valchirie).

In epoca passata la donna era al vertice della società, in quasi tutta l'Europa continentale. Con l'invasione dei popoli indoeuropei questa sua importanza decadde e s'impose una società a base patriarcale e bellica.
Ma molte popolazioni europee continuarono a tenere in alto conto le donne, come i Nordici e i Celti, mentre presso Greci e Romani la donna era quasi considerata alla stregua di una cosa.
La donna, per le popolazioni dell'Europa settentrionale, era spesso ritenuta "maga", sia per il suo 'intuito' sia per la capacità straordinaria di generare vita. Erano quasi sempre le donne ad essere "maghe", ossia levatrici, curatrici, indovine; sapienti custodi di arti antichissime che sfruttavano le erbe e le piante, sapevano interpretare sogni e movimenti di astri e luna.

Il ruolo primario della donna nella società si riflette anche nel forte valore che avevano le dee nella sfera divina. Le grandi dee del Nord, Freja e Frigg, sono un esempio lampante: entrambe di carattere fiero e forte, rappresentano l'una la donna indipendente, nella sua veste fiera e combattiva, amante bellissima e maga potente; l'altre è invece la figura che rappresenta la moglie perfetta, regina della sua casa, colma di saggezza ed autorità.
Abbiamo già analizzato la figura di Freja in un altro articolo (anche se dobbiamo ancora caricarlo.. abbiate pazienza!) , quindi ci concentreremo su Frigg.

Frigg è la moglie di Odino, signora di Asgard e virtualmente regina degli dèi. Protegge le donne e l'istituzione matrimoniale, ma essa è anche maga (conosce il futuro come il suo sposo) e madre premurosa: quando nacque il figlio prediletto Baldur, fece giurare a tutte le cose del Creato che mai avrebbero ferito suo figlio. Frigg inoltre è consigliera di Odino, seguendo la tradizione nordica che proponeva la salda unione e complicità tra gli sposi.

Sia Freja che Frigg sono forse aspetti diversi di un'unica grande dea, venerata in passato e forse scomparsa. Questa Dea avrebbe, come in molte altre culture, una triplice funzione, che si basa sui principali ruoli e le principali fasi di vita della donna: giovane/amante; matura/madre; anziana/morte. Questi tre aspetti potrebbero essere perfettamente schematizzati nel mondo nordico in questo modo: Freja-Frigg-Hel.

Hel è la dea degli Inferi, che nell'Edda di Snorri è detta figlia di Loki anche se probabilmente è un'invenzione del fantasioso islandese.
Hel dominava sull'Oltretomba, dove finivano le anime di coloro che non morivano in battaglia. Non era un luogo triste e cupo, in quanto non vi era sofferenza: i morti banchettavano tutto il giorno, passeggiavano, cacciavano e conversavano tra loro in piena armonia. Tuttavia non era eroico morire di vecchiaia o malattia, quindi le anime erano sempre un po' amareggiate poichè non avevano raggiunto il Valhalla. Hel era immaginata con il viso diviso: una parte era il viso candido di una bella fanciulla, l'altra però era livida, bluastra e simile ad un cadavere in decomposizione. Si narrava che Hel giungesse in visita a chi stava per morire pochi attimi prima del decesso: se i capelli nascondevano la parte in decomposizione per mostrare la bellezza seducente, allora la morte dell'individuo sarebbe stata leggera e senza dolori; altrimenti la morte sarebbe stata dolorosa e piena di sofferenze.
I cancelli del mondo di Hel (che prende il nome da lei) erano invalicabili e a loro custodia c'era un cane (o un lupo) di nome Garmr, che dilaniava chiunque entrasse o uscisse senza permesso. Sotto il mondo di Hel vi era il Nifelheim o Nifelhel, dove erano puniti gli assassini, i ladri e gli spergiuri condannati ad essere dilaniati da un drago oppure perseguitati da serpenti velenosi. Questo luogo cupo e tetro, sempre nebbioso e freddo, era il vero e proprio "inferno" nordico. Molti però pensano che sia una influenza cristiana.
Anche se Hel non era rappresentata come "anziana", il suo ruolo ricalca bene la terza funzione: era una dea oscura, legata alla morte.

Un altro esempio di dee dal ruolo fondamentale si può trovare nelle figure delle tre Norne (Nornir): Urd, Verdandi e Skuld. Queste tre dee erano le reggitrici dei Destini di tutti, sia dèi che uomini. Tessevano costantemente lunghi fili di lana, intrecciandoli (deteminando così gli avvenimenti delle vite) e poi tagliando dove credevano più opportuno. Urd (Urðr, che significa all'incirca "passato") era la piú anziana, e tesseva il filo; Verdandi intrecciava e Skuld (che significa sia "futuro" ma anche "colpa", "causa") tagliava i fili causando la morte. Anche qui abbiamo una triade con tre "tipi" di donne: un'anziana, una matura ed una giovane, anche se qui la funzione funebre è in mano alla giovane.
Le Norne, similmente alle Parche, erano temute ma riverite. Avevano il ruolo più importante dell'Universo, poichè regolavano i Destini di tutti, dèi compresi.

Le Valchirie erano altre figure divine femminili importanti, poichè sceglievano i valorosi guerrieri dai campi di battaglia e li conducevano con loro nel Valhalla dopo la loro morte. Si presentavano sul campo di battaglia armate di tutto punto, bellissime e austere, su cavalli bianchi o neri che emanavano fuoco dalle narici. Solo a chi era destinato a morire in guerra le poteva vedere, mentre partecipavano furiose alla carica dei guerrieri. Erano figlie di Odino, e il loro numero varia a seconda delle fonti, ma solitamente sono o 7 o 9. Nel Valhalla si occupavano di servire ai valorosi eroi l'idromele divino e la carne del maiale Særimnir, che si rigenerava ogni giorno. Erano ritenute divinità a tutti gli effetti, anche se nelle opere letterarie si confondono con le mortali donne guerriere delle leggende. La parola "valchiria" deriva dal nordico valkyria, che significa "colei che sceglie i caduti". E' etimologicamente collegata con la parola Valhall, ossia "sala dei caduti".

Un'altra dea importante era Skadi, la dea della caccia e dell'inverno.
Rappresentava forse la donna indipendente che preferiva vivere per conto suo (il mito narra che Skadi che, costretta a sposarsi, preferì lasciare la casa del marito e tornare alle sue vette innevate perchè non riusciva ad abituarsi nè al nuovo ambiente nè al ruolo di moglie).

Un ruolo di primo piano aveva anche Jorðr, la madre terra. Nonostante non se ne parli affatto nei miti eddici o nei racconti, è indubbio che era tenuta in alto conto. Tutti i riti avevano come apice l'offerta di birra o idromele alla Terra, un rito di libagione che "dava alla Terra ciò che aveva dato agli uomini (la birra si ricava dal grano, principale dono della Terra)". Nei miti, Jorðr era madre di Þórr e quindi legata ad Oðinn, anche se non viene mai nominata come "sposa" (ruolo ricoperto da Frigg). Forse perchè generalmente le divinità definite "madre-Terra" erano viste principalmente come amanti, ossia con una denotazione puramente sessuale (mentre il ruolo istituzionale della sposa-compagna era dato ad altri modelli). E' possibile che in epoche remote ci fossero riti specifici che prevedevano l'accoppiamento rituale del capo con la sciamana/sacerdotessa, un unione che forse rappresentava l'unione classica tra il Dio maschio guerriero e la Dea femmina maga e sapiente. La tradizione si ritrova nel mondo celtico irlandese, dove il re s'accoppiava ritualmente con la Terra d'Irlanda e forse era pratica anche presso i Germani.

Altre dee erano Var, che presidieva i giuramenti; Saga, che conosceva le storie e aveva un'immensa saggezza; Ran, dea del mare che catturava con le sue reti gli annegati e li tirava nelle profondità del mare, alla sua corte, dove essi banchettavano e si divertivano con le sue 9 figlie, le onde del mare.
Inoltre si diceva che lo spirito protettore dell'individuo apparisse anche sotto forma di una donna, oltre che di animale.

Dunque le dee nella tradizione nordica hanno ruoli fondamentali, come ruoli importanti nella società avevano le donne stesse; ruoli che furono ridotti e soppressi solo con la cristianizzazione e il cambio di mentalità. Ma ciò iniziò ad aver luogo solo dalla fine del XIII secolo in poi.

venerdì 11 marzo 2011


LA VISIONE DI SAN PATRIZIO
È importante notare come i Celti considerassero i loro dei come un’altra forma di vita, non superiore o migliore di loro o delle loro famiglie. Le parole "Dio" e "Dea" hanno un significato ben diverso da quello che si intende presso altre popolazioni. Non venivano adorati, come si fa in altre religioni. Erano rispettati e ammirati in quanto capaci di compiere prodigi impossibili agli umani e non perché fossero esseri divini. Erano di carne e ossa, "reali". Di fronte all’opera distruttiva della chiesa romana nei confronti dei pagani e degli elementi pagani della chiesa celtica, la gente ha dovuto trovare dei metodi per preservare le proprie tradizioni, nelle maniere meno offensive possibile, fra cui le leggende delle "fate" e degli "eroi". Le divinità celtiche sono viste in modi diversi, ma spesso come coloro che governano il mondo fatato, popolato anche da spiriti di diversa natura e dalle anime dei morti. Forse nessuno saprà mai veramente se i Celti abbiano visto davvero gli dei, ma a tutt’oggi in molti venerano il popolo fatato quali dee e dei, specie nelle nuove religioni Wiccan e Asatrù. Così, anche se non fossero state divinità allora, lo sono diventate adesso.
Nei primi manoscritti irlandesi, provenienti da più antiche tradizioni orali, ci sono dei riferimenti ai Tuatha De Danann. Oltre a descriverli come una via di mezzo tra umani e dei, si dice che venissero dal cielo e avessero conoscenza e intelligenza illimitate. Erano dei di un popolo che considerava il Regno della Terra, il Regno dei Misteri e il Regno dello Spirito di uguale importanza. La fede nei Tuatha De Danann era così forte che neppure la religione cristiana poté rimuoverla. In un dialogo che avviene tra San Patrizio e il fantasma di Caeilte del Fianna, Patrizio è sbalordito nel vedere una donna fatata uscire dalla grotta di Cruachan indossando un mantello verde e una corona d’oro sulla testa. La donna è giovane e bellissima, mentre Caeilte è vecchio e consunto. Quando Patrizio - comprensibilmente sconvolto - ne domanda la ragione, Caeilte gli risponde: "Lei appartiene ai Tuatha De Danann che sono immutabili, e io appartengo ai figli di Mil, che deperiscono e svaniscono." Una testimonianza abbastanza credibile, vista la provenienza "ortodossa". I figli di Mil sono una popolazione celtica che conquistò l’Eire nel corso della quinta invasione dell’Irlanda. Dopo essere stati sconfitti dai gaelici, i figli di Danu - i Tuatha - si ritirarono nelle colline cave, i monti Sidhe situati sottoterra, dove vivrebbero tutt’oggi. Bodb Dearg (Bodb il Rosso), figlio maggiore di Dagda, fu scelto per essere il loro re. Si dice che fosse esperto in incantesimi e misteri. Alcuni degli dei furono contrari alla scelta di Bodb, specialmente Midir, un altro figlio di Dagda. Midir l’Orgoglioso era il Dio gaelico del mondo sotterraneo e signore della morte e della resurrezione. Sulla sua isola magica, che per alcuni sarebbe l’isola di Man, aveva tre mucche magiche e un calderone incantato. Nelle leggende è descritto come un nobile principe di grande splendore e bellezza. Alcuni sostengono che i superstiti dei Tuatha De Danann divennero una razza chiamata Sidhe. Altri credono si tratti di due distinte razze. E si fa anche una distinzione tra i Sidhe che si vedevano camminare sul terreno dopo il tramonto e gli Sluagh Sidhe, le armate magiche che viaggiano attraverso l’aria di notte e di cui si dice che portino via i mortali nei loro viaggi. Ci sono anche i Sidhe guardiani della maggior parte dei laghi irlandesi e scozzesi.

I Vichinghi - Breve Storia dei Popoli Scandinavi



Per "Germani settentrionali" indichiamo convenzionalmente le popolazioni che abitavano anticamente la penisola scandinava. Di queste tribù abbiamo notizie già dallo scrittore latino Tacito, che nella sua opera "Germania" cita i Gothones (Goti?), gli Suiones (Svioni, forse gli Svear della Svezia centrale) ed i Sithones (non identificati).

Con il passare dei secoli si definiscono in Scandinavia almeno 4 popolazioni germaniche distinte tra loro: Danesi (Svezia meridionale), Geati (Svezia centro-meridionale e occidentale), Svear o Svioni (Svezia centrale), Norvegesi (Norvegia centro-meridionale e occidentale). Tuttavia questi popoli avevano una cultura probabilmente unitaria; sicuramente unitaria era la lingua, definita comunemente protonordico o nordico arcaico.

In tempi antichi è probabile che in Scandinavia abitassero anche Goti e Longobardi, almeno a giudicare dalle origini mitiche che le due popolazioni si sono affibiate.



Sappiamo molto poco di assolutamente certo sui popoli scandinavi prima dell'epoca vichinga, ossia quando le fonti europee iniziano a riportare notizie su di loro. Prima degli anni attorno al 1000, purtroppo, mancano concrete testimonianze realizzate in proprio dagli scandinavi, tanto che ci si deve basare molto sulle cronache straniere (anglosassoni, irlandesi, franche, arabe) o sui reperti archeologici uniti al poco materiale "indigeno": le saghe islandesi, che anche se scritte almeno 200 anni successivi ai fatti narrati, riportano molti dettagli che offrono qualche spaccato di vita ai tempi dei vichinghi. Infatti la cultura rimase pressochè la stessa fino al XIV-XV secolo, quando le influenze dal continente modificano lo stile di vita scandinavo e si abbandonano i vecchi modelli culturali.


Inanzitutto bisogna ricordare che i popoli scandinavi non intesero mai se stessi come "Vichinghi". Questo è un nome che significa pressapoco "pirata", di etimologia incerta. Alcuni lo fanno derivare dalla regione del Viken in Norvegia. Il termine "Viking" indicherebbe dunque "un uomo di Vik". Altri mettono in relazione il termine con il sostantivo norreno vikr, "baia". Vichingo sarebbe allora "colui che è nella baia", indicante forse una predilizione dei Vichinghi di attaccare di sorpresa, nascosti nelle insenature. Fatto sta che nelle saghe, quando si parla di Vichinghi si indicano uomini che andavano per mare a cercare fortuna e ricchezze, nonchè prestigio. Spesso si trattava di figli minori di proprietari terrieri, che avevano bisogno di arricchirsi (l'eredità paterna andava tutta al primogenito, lasciando ai fratelli minori la scelta tra il cercare fortuna altrove o lavorare nella fattoria del padre sotto il fratello maggiore) oppure uomini comuni che cercavano avventura e ricchezza o anche chi, per un motivo o un altro, non voleva starsene a casa. Ma si calcola che, in totale, non più del 5-7% della popolazione scandinava fosse impegnata in tali spedizioni.

Le spedizioni stesse, inoltre, non furono mai esclusivamente di razzia o saccheggio, nè militari: c'erano molti Vichinghi che solcavano il mare esclusivamente per commerciare.

In ogni caso se è vero che gli scandinavi non si definirono mai "vichinghi" nel senso di popolo, il concetto di popolo apparve tardi nella mentalità scandinava. Di solito non si pensava a se stessi come "svedese", "danese", "norvegese" ma piuttosto come individui, figli di altri individui, che abitavano una regione di un territorio più vasto conosciuto come Svezia, o Danimarca, ecc. Solo dopo il 1000 e l'inizio dell'affermarsi delle monarchie si hanno i primi concetti di "Stati" e "popoli", anche se il popolo stesso non sviluppò sentimenti e coscienza nazionali prima del basso Medioevo.


Quando l'Impero Romano d'Occidente crollò, nel 476, ha inizio per convenzione il Medioevo. Nei secoli V-VI-VII-VIII s'assiste sul continente europeo agli assestamenti delle popolazioni germaniche in migrazione, che si stabiliscono nei territori un tempo romani e creano regni propri, mescolandosi alla popolazione celto-latina indigena (regni romano-barbarici; romana fu l'amministrazione, germanica la dominazione). In Scandinavia, il periodo delle migrazioni coincide con un ingente sviluppo politico e culturale, in cui le popolazioni locali lasciano le nebbie dell'anonimato per entrare nella storia.

Già nel VI secolo iniziano a svilupparsi in Scandinavia poteri locali, che ruotano attorno alla figura sacrale-rappresentativa di un re. Costui, tuttavia, va interpretato come un "primus inter pares" e non come un vero sovrano. Il potere vero era nelle mani di signorotti e sovrani locali, detti jarlar, che governavano su territori più o meno vasto e tenevano il potere con le armi, affidandosi a gruppi di guerrieri a loro fedeli o da loro mantenuti. Ogni sovrano locale era impegnato in continue faide con i sovrani vicini e confinanti, e i "re" probabilmente non avevano ancora ruolo politico. E' questa l'epoca detta "di Vendel", dal nome della località svedese che conserva la maggior parte dei reperti risalenti a quel lasso di tempo. In questo periodo si sviluppano le basi per la cultura dell'epoca "vichinga".


L'epoca Vendel (VI-VIII secolo) vede l'affermarsi, nei territori centro-orientali della Svezia, di un potere locale molto forte, che probabilmente era in contatto con il continente, i paesi Baltici, il mondo arabo e i regni anglosassoni. Questo potere crebbe intorno al centro di Uppsala, che sorse come centro religioso primario e dove il sovrano aveva la propria sala. Le abitazioni dei sovrani non differivano molto dalle case degli uomini comuni, erano solo più grosse e con più edifici circostanti per ospitare un maggior numero di servitori e i guerrieri al loro servizio. Generalmente le case erano lunghe, anche fino ad 80 metri nei casi delle sale reali. Il re aveva un trono, solitamente al centro o in fondo alla sala, e tutt'attorno c'erano le panche per i suoi sottoposti. Al centro, il focolare e la grande tavola che serviva per i banchetti. Era durante i banchetti che il re s'assicurava il potere e la fedeltà, donando anelli e altri tesori in cambio dell'appoggio in guerra da parte dei suoi uomini. La generosità e la disponibilità al dono erano le tecniche migliori affinchè un sovrano potesse mantenere il proprio potere.

Tali costumi dovettero essere comuni ai popoli germanici, perchè troviamo esempi di tale pratica nel poema epico anglosassone Beowulf. La pratica probabilmente è l'antenata del feudalesimo.

I sovrani di Uppsala erano molto ricchi, a giudicare dai fastosi corredi funebri trovati nei tumuli di Gamla Uppsala (Uppsala Vecchia). Vi erano sepolti manufatti d'oro, armi cesellate e scudi intarsiati. Il potere iniziava a prendere forma. Probabilmente con il tempo Uppsala accrebbe la propria sfera d'influenza, e presto divenne il centro più importante della regione ed uno dei maggiori della Scandinavia.

Tuttavia non sappiamo se i tumulati a Gamla Uppsala fossero propriamente re oppure nobili/sovrani locali, ossia jarlar. L'ipotesi è che fossero jarlar che svolgessero anche il ruolo sacerdotale del re oppure re che avevano integrato il ruolo "politico" degli jarlar. La tradizione vuole che sepolti sotto i tumuli ci siano tre re: Aun, Egil e Adils.

Attorno ad Aun si è sviluppata una curiosa leggenda: Aun, secondo Snorre Sturluson, visse più di ogni altro uomo perchè sacrificava regolarmente un figlio ad Odino, che gli dava anni in più da vivere. Divenne talmente vecchio da restarsene a letto, non potendo far nulla nè mangiare, tanto che beveva latte come un neonato. Gli Svear, stanchi di essere retti da un vecchio inetto, lo uccisero.

La cosa interessante è che molti sovrani "dei tempi antichi" sembrano morire di morti curiose. Chi muore cadendo da cavallo, chi affogato nell'idromele. Il re Domalde venne sacrificato per porre fine ad una carestia. E agli Svear viene da sempre attribuito il potere di destituire i propri re e di ucciderli se giudicati inetti. Molte morti accidentali, però, portano alla mente sacrifici rituali in cui il rappresentante del popolo, il re, viene sacrificato come dono speciale agli dèi, in caso di estremo bisogno.

L'epoca Vendel termina con molte domande ancora senza risposta, molte supposizioni e molte zone "oscure".

Nel giugno del 793 l'isola di Lindisfarne, al largo delle coste nord-orientali dell'Inghilterra, è saccheggiata da navi vichinghe provenienti probabilmente dalle coste sud-occidentali della Norvegia. E' il primo attacco vichingo citato nelle fonti europee. Le cronache anglosassoni riportano di altri incontri con i pirati del nord, quasi sempre finiti con razzie da parte di questi ultimi. Per tutta la fine dell'VIII secolo gli "uomini del Nord" saccheggiano le coste inglesi, mettendo nel terrore i monaci e i governanti che non sanno come proteggersi dal "furore dei pagani". L'Impero carolingio, per scongiurare gli attacchi, edifica torri d'avvistamento e palizzate costiere per difendersi dai Vichinghi. Gli attacchi, però, cambiano rapidamente. Da sporadici saccheggi brevi e brutali diventano organizzati in piccole flotte che devastano e assediano. Nel 845 Parigi viene saccheggiata, i pirati se ne vanno solo dopo aver ricevuto un'ingente somma di denaro. Alla fine del IX secolo inizia la "battaglia per l'Inghilterra", ossia il tentativo danese d'impadronirsi dei regni anglosassoni. Rapidamente conquistano la Northumbria, la Mercia, l'East Anglia, l'Essex, il Sussex. Solo il Wessex resiste, grazie all'azione del re Ælfred (Alfredo il Grande).

Dopo anni di guerra, il capo dei danesi, Guthrum, ed Alfredo trovano l'accordo: il Wessex otterrà i territori del sud, mentre i regni del nord saranno sottomessi alla legge danese (territori riuniti sotto il nome di Danelagu o Danelaw, "legge danese"). Sistematicamente i successori di Alfredo riprenderanno il controllo del Danelaw, ma nel 1013 il re Sven Haraldsson "Barbaforcuta" di Danimarca conquista tutto il paese e si fa incoronare re d'Inghilterra.

E' con il figlio Knut (detto poi il Grande) che il dominio danese in Inghilterra si stabilizza. Knut sposa una nobildonna sassone, si fa cristiano e governa il paese con forza ma giustizia. I suoi discendenti però non saranno forti da reggere il peso del regno e gli anglosassoni riconquisteranno il paese, fino all'arrivo dei normanni nel 1066.

Ed è proprio dai Vichinghi che discendono i normanni stessi.

Nel 932 Rolf, capo vichingo che razziava la Francia, viene fatto duca (col nome di Rollo o Rollone) del territorio settentrionale della Francia poi noto come Normandia ("terra degli uomini del nord"), per porre fine ai saccheggi. Nel giro di qualche generazione, questi vichinghi perdono ogni connotato scandinavo: quando nel 1066 conquisteranno l'Inghilterra sotto il duca Guglielmo (detto "il Bastardo", successivamente noto come "il Conquistatore"), la loro lingua sarà il francese, la loro religione il cristianesimo.

I vichinghi, soprattutto norvegesi stabilirono regni autonomi anche in Irlanda, dalla quale furono cacciati nel 1014 dal re Brian Boruma (Boru). Intanto però avevano occupato anche le isole al largo della Scozia, le Orcadi, le Shetland e le Ebridi. Le Orcadi, rette da potenti jarlar, resteranno norvegesi fino alla metà del XV secolo.

Dalla Norvegia si mossero anche alla colonizzazione delle isole Faer Oer, e soprattutto dell'Islanda.

L'Islanda era largamente disabitata, tranne che per qualche eremita irlandese o qualche colonia saltuaria inuit. Dall'870 circa inizia una massiccia opera di colonizzazione norvegese, composta per lo più da esuli che mal sopportano il regime centralizzato del re Harald Harfagri ("Bellachioma"), che fu il primo ad imporre in Norvegia un potere regale forte di tipo feudale, a discapito del potere degli jarlar e degli uomini liberi.

Nel 930 l'Islanda si proclama stato indipendente, con l'apertura dell'Allþíng, l'assemblea generale che fungeva da tribunale, "parlamento" e luogo d'incontro. Il governo era sostanzialmente nelle mani dei proprietari terrieri liberi (böndir), che avevano diritto di parola all'assemblea e di portare le armi in generale, anche se emerse la classe dei goðar come capi effettivi di questa sorta di "repubblica". I goðar fungevano il ruolo di sacerdoti, giudici e legislatori, anche se in origine il loro compito era esclusivamente sacerdotale. Le tensioni tra il governo islandese e le pretese che farà poi sull'isola il re norvegese porterà nei secoli immediatamente successivi all'epoca vichinga forti contrasti tra le due "nazioni", che culminerà agli inizi del XIII secolo quando il re Hakon IV annetterà l'Islanda alla Norvegia.

Dall'Islanda si muoveranno le spedizioni di colonizzazione della Groenlandia, ad opera di Erik il Rosso. Costretto a lasciare l'Islanda per un esilio causato da un omicidio, si trasferì verso ovest con la famiglia e alcuni alleati, dando vita ad una colonia prospera che durò fino al XV secolo, quando, a causa dell'inasprirsi del clima e dell'interruzione dei commerci, la colonia morì.

Dalla Groenlandia si tentò di colonizzare il Nord America. Il figlio di Erik, Leif, sbarcò sulle coste nordamericane o canadesi nel 1000 e si tentò di ricreare lì la stessa situazione come in Groenlandia. Ma lo scontro con i nativi costrinse i groenlandesi a ritirarsi.

Verso est la situazione fu diversa.

Già dal VII secolo mercanti provenienti dalle coste orientali svedesi avevano commerciato con i paesi baltici. Durante l'epoca vichinga i contatti tra la Scandinavia e l'Oriente furono resi possibili grazie all'opera dei mercanti, provenienti in gran parte dalle zone centrali e centro-orientali della Svezia. Chiamati rus, risalivano i fiumi russi e commerciavano con gli arabi. Secondo la cronaca di Nestore, scritta da un monaco russo nel X-XI secolo, i popoli slavi chiesero al capo di un gruppo di rus, Rurik, di fermarsi e comandarli da re, per porre fine alle lotte interne.

Si crearono i principati di Rus', con centri principali Novgorod, Kiev, Staraja Ladoga. Anche qui come in Normandia, i vichinghi persero presto gli elementi culturali scandinavi, slavizzandosi.

Alcuni vichinghi giunsero anche nei pressi di Costantinopoli, a volte per mercanteggiare, altre volte con intenti poco pacifici. Se inizialmente i bizantini riuscirono sempre a tenere a bada le sporadiche flottiglie nordiche, quando queste si fecero più massicce furono costrette a pagare tributi per impedire assedio e saccheggi. Gli imperatori bizantini presero l'abitudine di assumere guardie del corpo scandinave, dette variaghi (dal termine var, "giuramento"). Anche il re norvegese Olav il Santo prestò servizio come variago. I variaghi avevano molti privilegi: potevano restare pagani e avevano il diritto di portare sempre con sè le armi, specie l'ascia da guerra per la quale erano famosi (e temuti).


Dalla fine del X secolo iniziò la massiccia opera di conversione degli scandinavi. Negli anni '90 del X secolo si battezzò il re danese Harald Gormsson "Dente Blu", e da lui iniziò a cristianizzarsi il popolo. In Norvegia il re Olav Tryggvasson si battezzò durante un soggiorno in Inghilterra, ed una volta in patria tentò di convertire a forza il popolo ma trovò l'opposizione dei nobili. A Svolder, nel 998, fu sconfitto da un'alleanza tra lo jarl Erik di Norvegia, Olof Eriksson re di Svezia e Sven Haraldsson re di Danimarca. Successivamente l'opera di conversione in Norvegia prese largamente piede con il regno di terrore di Olav II Haraldsson, detto sia "il Grosso" che successivamente "il Santo", che portò avanti il Cristianesimo con l'aiuto della spada. Morì in battaglia a Stikklastad nel 1030.

Dalla Norvegia il cristianesimo iniziò a diffondersi anche in Islanda. Nel 1000 l'Allþíng decretò che il popolo doveva avere una sola fede, e votò per l'adozione del cristianesimo come religione ufficiale, anche se ai culti pagani fu concessa la pratica privata e non ci furono persecuzioni verso chi non voleva convertirsi. La conversione degli islandesi andò avanti da sola, e prese drastiche svolte solo dopo che l'Islanda divenne territorio norvegese.

In Svezia il re Erik il Vittorioso si convertì in Inghilterra, ma al ritorno in patria riprese ad essere pagano. Il figlio Olof Eriksson si convertì nel 1008, ma fu costretto a ritirarsi dalla sede reale di Uppsala perchè s'era inimicato l'influente classe nobiliare. I successori continuarono ad essere cristiani, ma il popolo rimaneva pagano, soprattutto ad Uppsala, dove c'era il luogo di culto principale del regno. Alla fine del XI o all'inizio del XII secolo il tempio pagano, secondo le cronache, venne chiuso e nel 1164 ad Uppsala fu assegnato un vescovo (l'unico vescovo in Svezia precedentemente era a Skara). Sotto il regno di Sven (detto "Sven dei sacrifici") ci fu una breve rinascita del paganesimo regale, ma fu deposto ed ucciso. Nonostante i sovrani fossero cristani, in Svezia il paganesimo rimase una realtà coesistente al cristianesimo forse fino alla metà del XIII o l'inizio del XIV secolo. L'ultima parte della Svezia medievale ad essere cristianizzata fu la zona meridionale dello Småland.

giovedì 10 marzo 2011



LA STORIA DEL CIBO IN IRLANDA

L’Irlanda è un paese dove l’alimentazione ha dato sempre qualche problema; dai tempi dei Celti fino ai giorni odierni la reperibilità del cibo è sempre stata una chiave importante. Sarebbe sufficiente ricordare la “grande carestia” del XIX secolo che dimezzò la popolazione irlandese tra vittime per fame ed esuli per rendersi conto di quanto sia vera una tale affermazione.

Analizzando la cucina irlandese, sia essa antica che moderna, risulta spesso difficile dare una spiegazione chiara sui perché un’abitudine culinaria abbia assunto una tale conformazione. Basti pensare al fatto che l’Irlanda è un’isola ed il mare attorno è molto pescoso, ma l’industria della pesca non si è mai sviluppata in modo adeguato, cosa che invece avrebbe risolto parecchi problemi economici in tempi passati.

Nell’Irlanda moderna sono rimaste ben poche tradizione di derivazione celtica, ma se si vuole tracciare una linea storico-culturale irlandese non si può fare altro che partire dal 3000 a.c. quando cioè l’isola era dominata dai Celti. Dal punto di vista culinario, in particolare, la dieta nel periodo celtico era molto varia, ricca ed equilibrata, molto probabilmente basata su latte e carne con l’aggiunta di cereali ma solo nel tardo periodo celtico.

La storia degli antichi Celti risulta piuttosto oscura, ma attraverso alcuni testi antichi come ad esempio quelli di Tacito o il “De bello Gallico” di Cesare si può affermare che erano prevalentemente nomadi (per questo motivo almeno nel primo periodo celtico non coltivavano cereali) ed allevavano il bestiame; il bestiame stesso rappresentava la ricchezza e per questo motivo era oggetto di razzie. I guerrieri, al momento del pasto, si raccoglievano attorno al fuoco su cui era posto un enorme calderone dentro il quale veniva cucinata la carne ridotta in pezzi; i singoli pezzi venivano distribuiti in base alle dimensioni del pezzo di carne stesso a seconda del grado di importanza del guerriero.

In tarda epoca celtica si deve la scoperta della fermentazione dell’orzo e del grano per farne una bevanda da servire a tavola (l’antica birra) ed anche la distillazione per ottenere il whiskey; esisteva inoltre una “porzione per l’eroe” destinata ai guerrieri più valorosi. Secondo Tacito era questo un vizio che li rendeva molto vulnerabili dal punto di vista combattivo se solo fossero andati in battaglia sotto l’effetto di queste bevande. I commensali sedevano a tavola secondo una precisa collocazione. Ancora secondo Tacito gli ingredienti principali dei cibi erano selvaggina, latte cagliato e frutti selvatici, tutti preparati senza condimento.

Alla morte dei capi questi venivano sepolti insieme a carne, vino e birra in quanto credevano nella reincarnazione e gli alimenti dovevano servire per accompagnarli verso una nuova vita.

Nel forno insieme al cibo venivano spesso aggiunti dei sassi dipinti con volti grotteschi allo scopo di allontanare gli spiriti maligni, in un certo senso anche oggi viene fatta una croce sul pane prima di infornarlo.

James Bodley, un soldato inglese che prestò servizio in Irlanda tra il 1620 ed il 1630, scrive cosa gli è stato servito in un paese della Contea di Down dove si trovava insieme ai suoi commilitoni: soppressata con mostarda, vino moscato, oca farcita, pasticcio di carne di cervo e selvaggina, torta di zucca, prugne con latte cagliato, formaggio, frutta candita ed infine whiskey irlandese; quindi anche nel XVII secolo carne e latte erano ancora tra gli elementi principali del cibo irlandese.

In questo periodo venivano utilizzati anche altri ingredienti come il maiale, il manzo ed il crescione; il pane veniva consumato ma solo alcuni mesi l’anno, quando insomma c’era la disponibilità.

Tra il 1845 ed il 1851 l’Irlanda fu sconvolta dalla “Grande Carestia” che segnò profondamente la storia del paese e quella dei paesi dove gli irlandesi trovarono rifugio. Ovviamente questa tragedia cambiò completamente anche le abitudini alimentari degli irlandesi e la povertà in cui furono trascinati si prolungò per più di un secolo.

In quei 6 anni morirono di stenti circa un milione di persone, mentre un altro milione emigrò verso altri paesi; nel decennio successivo emigrò un altro milione di persone. All’inizio del ‘900 così come alla metà dello stesso secolo si contavano 4,4 milioni di abitanti (questo valore rappresenta il minimo storico) rispetto ai 8 – 9 milioni presenti prima della grande carestia.

Ma quale fu la causa di questo disastro ? Si può dire che la “Grande carestia” fu “preparata” diversi anni prima quando le terre irlandesi furono espropriate e date ai coloni inglesi che le coltivarono in modo adeguato, mentre gli irlandesi si trovarono costretti a basare le loro coltivazioni sulla patata alimentandosi di conseguenza quasi esclusivamente della stessa e per questo motivo in modo non bilanciato; non ci fu scampo per la popolazione quando la malattia che colpì la patata distrusse praticamente tutti i raccolti per diversi anni consecutivi. Le autorità inglesi inoltre avrebbero potuto salvare molte migliaia di persone in quegli anni se solo avessero ridistribuito i prodotti della terra agli abitanti affamati e non avessero invece esportato tutto verso la Gran Bretagna; inoltre molte persone si sarebbero potute salvare se il mare che circonda l’isola si fosse sfruttato pescando un po’ dell’enorme quantità di buonissimo pesce che popola quei mari.

In ultima analisi si può ricordare, giusto per ribadire il rapporto che gli irlandesi hanno avuto in passato con il cibo, lo sciopero della fame perpetuato da dieci prigionieri dell’IRA finita in tragedia nel 1981 (questa protesta derivava in effetti da un’antica tradizione celtica che voleva che i prigionieri di guerra digiunassero di fronte al nemico per costringerlo a scendere a patti).

mercoledì 9 marzo 2011


Costantino,il re santo che succedette ad Artù

Questo santo non va confuso con il celeberrimo imperatore, anch’egli venerato come santo specialmente dalle Chiese Orientali, sia cattoliche che ortodosse, e festeggiato al 21 maggio.
Tutto ciò che sappiamo di certo su sul santo di oggi è costituito dalle informazioni tramandate da Gildas, che ebbe a definirlo “cucciolo tirannico dell’impura leonessa di Damonia”. Si presuppone che in questo caso per Dumnonia si intenda la regione sud-occidentale dell’Inghilterra, cioè pressapoco la Cornovaglia, piuttosto che l’omonimo regno sviluppatosi nell’odierna Scozia. Costantino, nato verso il 520, ascese probabilmente al trono nel 537 dopo la morte di suo padre Cado. Gildas narra come il primo periodo della sua vita fu a dir poco “scellerato” e lo critica anche per aver ripudiato sua moglie, figlia del sovrano bretone Armoricana, allo scopo di commettere indisturbato parecchi adulteri. Inoltre, dopo aver giurato di voler fare la pace con i suoi nemici, si travestì da abate, entrò nel santuario dove questi si trovavano e li uccise spietatamente ai piedi dell’altare.
Anche il cavaliere arturiano Sir Costantino, che secondo l’“Historia Regum Britanniae” di Goffredo di Monmouth successe a re Artù sul trono di trono di Britannia, si sarebbe travestito da vescovo ed avrebbe ucciso in una chiesa i due figli di Mordred, con cui era in conflitto. Per tale motivo questa figura leggendaria a giudizio di alcuni potrebbe essere basata su quella storica di Costantino di Dumnonia.
Non pochi nobili personaggi in quell’area e nel medesimo periodo portano il nome di Costantino, fattore che rende ardua una netta distinzione fra di essi. Pare comunque cosa certa che il Costantino venerato come santo sarebbe quello convertitosi al cristianesimo grazie ad un incontro con San Petroc, anch’egli di nobile estrazione, dando così tangibile testimonianza della potenza del Vangelo di Cristo che può portare cambiamenti radicali nella vita di ogni uomo, anche del più accanito peccatore. In seguito alla conversione, morta la giovane moglie, abdicò in favore del figlio Bledric per dedicarsi alla vita religiosa.
Fondò chiese, attraversò il canale di Bristol e visse molti anni come monaco in Irlanda, cimentandosi nell’ascesi e nello studio delle Sacre Scritture, ricevendo addirittura dopo la dovuta preparazione l’ordinazione presbiterale. Si ritirò in eremitaggio a Costyneston (Cosmeston), nei pressi di Cardiff, e fu anche discepolo di San Columba di Iona e di San Kentingern. Spinto da questi grandi santi si spinse verso nord, ove fondò il monastero di Govan, ne divenne primo abate ed intraprese l’evangelizzazione dei Pitti, popolazione indigena dell’odierna Scozia. Fu in questo periodo e grazie al suo apostolato che tale paese si convertì al cristianesimo, assumendo il nome di “Scotia”.
Costantino, apostolo della Scozia, era destinato ad essere il primo martire a spargere il proprio sangue su quella terra per la sua fede nel Vangelo che andava predicando sulle pubbliche piazze: il 9 maggio 576 a Kintyre, infatti, fu trucidato da alcuni pagani fanatici e le rovine di un’antica chiesa a Kilchouslan segnano ancora oggi il luogo ove con ogni probabilità il santo spirò. Le sue spoglie mortali, ritrovate dai suoi discepoli, vennero traslate a Govon nella chiesa che prese a portare il suo nome. Nacque così una forte venerazione nei suoi confronti, che perdura sino ai giorni nostri.
La festa di San Costantino è celebrata il 9 marzo in Galles e Cornovaglia, l’11 marzo in Scozia ed il 18 marzo in Irlanda, anche se il Martyrologium Romanum lo commemora solamente in data odierna. E’ possibile, a seconda delle fonti, trovare questo santo citato come San Costantino di Cornovaglia, San Costantino di Dumnonia o San Costantino di Scozia. Tuttavia non va confuso, oltre che con il celebre imperatore, anche con altri santi sovrani vissuti in seguito sempre in Gran Bretagna e comunque non censiti dalla Bibliotheca Sanctorum: San Costantino re di Strathclyde, San Costantino I re di Scozia e San Costantino II re di Scozia.


PREGHIERE ORTODOSSE IN ONORE DI SAN COSTANTINO

Tropario
Rattristato per la perdita della tua giovane sposa,
tu hai rinunciato al mondo , o martire Costantino,
ma vedendo la tua umiltà
Dio ti ha chiamato a lasciare la tua solitudine
e servirlo come sacerdote.
Seguendo il tuo esempio,
noi preghiamo di avere la grazia di capire
che dobbiamo servire Dio secondo la sua volontà
e non come desideriamo,
per essere riconosciuti degni della sua misericordia.

Kondakion
Tu nascesti per esssere re di Cornovaglia,
o martire Costantino,
e chi avrebbe potuto prevedere
che tu saresti diventato il primo martire di Scozia.
Cantando le tue lodi, o santo martire,
noi riconosciamo la vanitàdi preferire
i progetti umani alla volontà del nostro Dio.

lunedì 7 marzo 2011


Il NETTARE DELL'IMMORTALITÀ DI GOBHNIU IL FABBRO (2 parte)
Secondo le descrizioni, questi esseri avevano la pelle chiara ed erano di grande bellezza. Molti divennero eroi del Fianna, una grande forza combattente dell’Irlanda, composta da guerrieri scelti comandati da Finn Mac Cuhmail, presentato sia come un gigante che come un eroe. Sua moglie era una dea cervo e gli diede un figlio di nome Oisin che aveva lo stesso potere materno di mutare forma. (Come Manannan, quindi una capacità comune ad alcuni di loro.) Oisin è protagonista tra l’altro di una storia che molto ha a che vedere con i fenomeni di missing time, tipici di molti rapimenti, tra cui quello del caporale Valdés dell’esercito cileno. Oisin andò nella "Terra della Giovinezza" per sposare Niave, una principessa di quelle terre. Visse con lei per tre anni nell’altromondo, ma poi sentì la nostalgia degli altri Fianna. Ritornò a casa sul cavallo magico di Niave e scoprì che erano passati centinaia di anni e i Fianna non erano altro che leggende quasi dimenticate. Si imbatté in un vecchio caduto in un fossato e mentre lo stava aiutando ad uscirne, la cinghia della sua sella si ruppe. Non appena toccò il terreno, Oisin divenne vecchissimo e il cavallo se ne volò a casa. Questa è la storia che lui stesso - o almeno un uomo che affermava di essere Oisin - raccontò circa duecento anni fa. Sull’isola regnò anche l’eroe Lugh, Dio del Sole, giovane, forte e radioso, dai capelli d’oro, a volte denominato "lo Splendente". Vale, qui, il parallelo fra Lugh e gli ET cosiddetti "Nordici". Un altro Dio dei Tuatha De Danann, spesso associato a descrizioni di razze aliene "recentemente" in visita sulla Terra è Cernunnos, dio della natura, dello sciamanesimo, degli animali e della reincarnazione, conosciuto presso i druidi anche come Hu Gadarn. Indossa di solito il Torc (ornamento circolare celtico) e governa anche sul Mondo Sotterraneo e i Piani Astrali. I figli di Danu sono conosciuti anche come "Gli Eterni", perché erano a parte del segreto dell’immortalità. Celebravano una Festa dell’Età, con la quale nessuno diventava vecchio, dove si beveva la birra di Gobhniu il fabbro. Non deve sorprendere l’accostamento dell’immortalità con un dio della metallurgia. L’arte del fabbro era tenuta in grande considerazione dagli dei: egli era in contatto con le sottili forze telluriche e magmatiche della Terra, i cui flussi lavici rappresentavano il mestruo della Dea, apportatrice di vita e dell’immortalità. Inoltre, le armi forgiate da Gobhniu non avrebbero mai mancato il bersaglio. Gobhniu sopravvive nelle fiabe popolari irlandesi con il nome di "Gobhan Saor", il leggendario architetto e costruttore di ponti d’Irlanda. Negli antichi manoscritti irlandesi "Il libro di Leinster" e "Il Libro di Dun Cow" gli appartenenti alla razza dei Tuatha De Danann vengono descritti come "dei e non dei", indicando che essi sono di fatto una via di mezzo. Comunque, coloro che seguono la via faerica irlandese, una tradizione ancestrale, hanno sempre riconosciuto l’esistenza di un potere superiore. Detto questo, è comunque indubbio che i Tuatha De Danann fossero trattati come "dei che vivono tra di noi".

LA VISIONE DI SAN PATRIZIO
È importante notare come i Celti considerassero i loro dei come un’altra forma di vita, non superiore o migliore di loro o delle loro famiglie. Le parole "Dio" e "Dea" hanno un significato ben diverso da quello che si intende presso altre popolazioni. Non venivano adorati, come si fa in altre religioni. Erano rispettati e ammirati in quanto capaci di compiere prodigi impossibili agli umani e non perché fossero esseri divini. Erano di carne e ossa, "reali". Di fronte all’opera distruttiva della chiesa romana nei confronti dei pagani e degli elementi pagani della chiesa celtica, la gente ha dovuto trovare dei metodi per preservare le proprie tradizioni, nelle maniere meno offensive possibile, fra cui le leggende delle "fate" e degli "eroi". Le divinità celtiche sono viste in modi diversi, ma spesso come coloro che governano il mondo fatato, popolato anche da spiriti di diversa natura e dalle anime dei morti. Forse nessuno saprà mai veramente se i Celti abbiano visto davvero gli dei, ma a tutt’oggi in molti venerano il popolo fatato quali dee e dei, specie nelle nuove religioni Wiccan e Asatrù. Così, anche se non fossero state divinità allora, lo sono diventate adesso.
Nei primi manoscritti irlandesi, provenienti da più antiche tradizioni orali, ci sono dei riferimenti ai Tuatha De Danann. Oltre a descriverli come una via di mezzo tra umani e dei, si dice che venissero dal cielo e avessero conoscenza e intelligenza illimitate. Erano dei di un popolo che considerava il Regno della Terra, il Regno dei Misteri e il Regno dello Spirito di uguale importanza. La fede nei Tuatha De Danann era così forte che neppure la religione cristiana poté rimuoverla. In un dialogo che avviene tra San Patrizio e il fantasma di Caeilte del Fianna, Patrizio è sbalordito nel vedere una donna fatata uscire dalla grotta di Cruachan indossando un mantello verde e una corona d’oro sulla testa. La donna è giovane e bellissima, mentre Caeilte è vecchio e consunto. Quando Patrizio - comprensibilmente sconvolto - ne domanda la ragione, Caeilte gli risponde: "Lei appartiene ai Tuatha De Danann che sono immutabili, e io appartengo ai figli di Mil, che deperiscono e svaniscono." Una testimonianza abbastanza credibile, vista la provenienza "ortodossa". I figli di Mil sono una popolazione celtica che conquistò l’Eire nel corso della quinta invasione dell’Irlanda. Dopo essere stati sconfitti dai gaelici, i figli di Danu - i Tuatha - si ritirarono nelle colline cave, i monti Sidhe situati sottoterra, dove vivrebbero tutt’oggi. Bodb Dearg (Bodb il Rosso), figlio maggiore di Dagda, fu scelto per essere il loro re. Si dice che fosse esperto in incantesimi e misteri. Alcuni degli dei furono contrari alla scelta di Bodb, specialmente Midir, un altro figlio di Dagda. Midir l’Orgoglioso era il Dio gaelico del mondo sotterraneo e signore della morte e della resurrezione. Sulla sua isola magica, che per alcuni sarebbe l’isola di Man, aveva tre mucche magiche e un calderone incantato. Nelle leggende è descritto come un nobile principe di grande splendore e bellezza. Alcuni sostengono che i superstiti dei Tuatha De Danann divennero una razza chiamata Sidhe. Altri credono si tratti di due distinte razze. E si fa anche una distinzione tra i Sidhe che si vedevano camminare sul terreno dopo il tramonto e gli Sluagh Sidhe, le armate magiche che viaggiano attraverso l’aria di notte e di cui si dice che portino via i mortali nei loro viaggi. Ci sono anche i Sidhe guardiani della maggior parte dei laghi irlandesi e scozzesi.

BRIGADOON, L'ALTROMONDO E LA MADRE UNIVERSALE MORRIGAN
Queste categorie così differenti di esseri Sidhe combaciano con le testimonianze di chi ha visto - e classifica - i Sidhe in spiriti del legno, spiriti dell’acqua, dell’aria e così via, spiriti elementali per ogni luogo. Lough Gur, a County Limerick, è un posto veramente magico, dove si possono incontrare molti dei re e delle regine Sidhe d’Irlanda. Il lago si trova all’interno di un cerchio di colline, ma una volta ogni sette anni appare come una terra asciutta, dove si può trovare un’entrata alla "Terra della Giovinezza". Strano ma vero, anche nel musical americano "Brigadoon" (di Vincente Minnelli, MGM, 1954) si parla di un luogo fatato che appare un giorno ogni cento anni terrestri tra le nebbie scozzesi. Coincidenza? Tutte le popolazioni che sono succedute ai Tuatha De Danann hanno pensato che i loro monumenti megalitici fossero passaggi per "l’Altromondo". Nel ciclo mitologico si dice che in quell’epoca le persone avessero poca paura della morte in quanto veniva loro insegnato che l’anima non moriva, ma andava in altri luoghi, sempre in fiore, ricchi di cibo e di bevande in abbondanza e dove la gioventù e la salute erano assicurate. È normale che per una popolazione spiritualmente avanzata come quella dei Danann non mancassero controparti femminili a tutte le grandi divinità maschili. La principale era Dana: per coloro che seguono la fede celtica irlandese Faerica, Dana (Danu) è l’aspetto primario del divino, superiore a tutti gli altri dei. È un’energia femminile ma contiene il maschile. È sia una dea che un dio. Dana è la grande Madre di tutti gli dei e le dee del Pantheon celtico, la Rossa Madre di Tutti, la madre ancestrale dei Celti irlandesi, che probabilmente esisteva sull’isola in una forma precedente chiamata Anu, la Madre Universale. C’è chi vede un parallelo tra la dea Dana irlandese e la Llys Don gallese, termine con cui comunemente si indicava la costellazione di Cassiopea. La Morrigan rappresentava invece l’aspetto oscuro della triplice Dea. Una strega con un sorriso demoniaco, composta da tre parti: Danu, Badb, che prendeva la forma di uccello, con la bocca cremisi, e decideva delle battaglie con la sua magia, con una grande brama per gli uomini; Macha, il Corvo, che si nutre delle teste dei nemici uccisi e domina i suoi uomini tramite l’astuzia e a volte con la forza. Altri aspetti della Morrigan: Medb, che acceca i nemici con la sua sola presenza e ha bisogno di trenta uomini al giorno per calmare il suo appetito sessuale e Scathach, "Colei che incute timore", dea delle arti marziali e della profezia. Questo era l’aspetto distruttivo della Dea Oscura, grande guerriera e maestra di spada, nativa dell’isola di Skye, istruttrice di Cuchullain. Qualità che confermano il motivo per cui i Celti adoravano questi esseri, in quanto non solo divini. Un gran bel popolo i Tuatha De Danann: abili guerrieri, tanto che anche i loro discendenti (Celti irlandesi e scozzesi) hanno mantenuto la fama (meritatissima!) di combattenti imbattibili e sanguinari e allo stesso tempo difensori della Natura in quanto Madre, sciamani, maghi e druidi in grado di interagire con gli Elementi.

domenica 6 marzo 2011


Un libertario finalmente matto

Gregorio Vanelli..

Molti sono i luminosi esempi che la memoria storica ci porta di dissidenti,eroi,oppositori del regime fascista.
Uomini e donne che segnarono con il loro lucido pensiero il duro percorso del popolo italiana per addivenire ad una forma di governo più o meno democratica.
Nessuno ricorda però che ci fu un dissidente che pagò ,forse più di altri ,per il suo pensiero.
Il mondo,la società,il fascismo ed i suoi stessi compagni(un proverbio indiano dice:nessuno è nemico più crudele di colui che ti corre accanto)non perdonarono a Gregorio di essere quello che è la vera paura della società:un matto.
E già sulla dizione matto e le sue variabili ci sarebbe da scrivere un trattato.
Cos’è un matto?e cos’era Gregorio?Una persona che attraverso parole creative e frasi a doppio senso,come solo “i matti”sanno fare,diceva verità ed emetteva giudizi politicamente distruttivi.
Forse ancor di più perché detti da un matto.
La pagò ,Gregorio ,la sua follia dissacrante e rivoluzionaria ,la pagò duramente.
Ma andiamo a proporre un esilarante,e nello stesso tempo drammatico episodio di cui fu protagonista il nostro.
Un bel giorno,il libertario Gregorio si caricò sulle spalle una fascina.
Forse oggi i cittadini rivoluzionari taroccati non ricordano bene la fascina,ma nelle campagne toscane si usa ancora.
E’ ,appunto,un fascio di verze o di saggina o di arbusti sottili e secchi che serve a dar fuoco al camino.
Insomma si caricò questa fascina sulle spalle ed ,avendola all’uopo mal legata,nel correre per le vie di Carrara,la città dove viveva,cominciò a perdere verze ed ancora verze.
Il Gregorio non aspettava altro ed iniziò a gridare:”Il Fascio si sfascia,il fascio si sfascia!!”e ancora “Si sta sfasciando il fascio”
La gente lo guardava un po’ contenta e un po’ no:grane in vista con la milizia.
Infatti lo arrestarono subito,ma essendo matto lo trasferirono in tempo reale al manicomio provinciale di Siena,competente per territorio alle follie carrarine,come Volterra lo era delle pisane e livornesi.
Arrivato al portone del manicomio Gregorio guardò la guardia che lo aveva in affidamento e disse:
“Vorrei saper se entro o esco”
Entrava e non uscì mai più.
Morì 7 anni dopo ,a guerra appena finita,abbandonato da tutti.
Ringrazio per questa preziosa testimonianza di storia vera ,l’amico Alfredo Mazzucchelli che me l’ha narrata conoscendo il mio amore per la storia dei piccoli,coloro senza nome.
Forse tra i tanti Soloni dell’oggi un Gregorio non ci starebbe male,ma penso abbiano uniformato anche la creativa follia.

S Berti Franceschi
Riproduzione riservata

sabato 5 marzo 2011




TUATHA DE DANANN 1 Parte


Divinità celtiche provenienti dallo spazio, capaci di provocare tempeste ed eclissi, ridavano la vita o uccidevano a distanza. Eppure, nei confronti dell’uomo si mostrarono sempre amichevoli e protettive.



Nei tempi in cui viviamo è difficile - se non impossibile - vedere i mondi che ci circondano, le "altre dimensioni" che ci ruotano attorno. Siamo soffocati, accecati da un fumo venefico di fabbriche, denaro, interessi e scetticismo. Ma quando arriva Novembre, girando in un sottobosco, tra la foschia mattutina e i suoni di centinaia di animali invisibili, talvolta ci riesce di intravedere qualcosa. Certo, non tutti: solo alcuni, dotati forse di una maggiore sensibilità, o magari a causa di vite passate tra incantesimi ed eroi. Usando il terzo occhio, o solo aprendo il cuore e lasciando andare le proprie energie interiori, ecco che il mondo che ci circonda si anima di esseri più o meno umani, incantati, mitici, protagonisti di storie antichissime. Abbiamo già visto come alcuni popoli - quali i Nativi Americani - ricordino come i loro antenati provenissero da stelle lontane e si fossero stabiliti sulla Terra attirati dalla sua bellezza e dalla sua purezza. La stessa cosa vale per i discendenti dei Celti, ma la situazione è molto più complicata, perché i Celti non possedevano una tradizione scritta, per non lasciare nelle mani dei nemici i loro segreti e perché in seguito la chiesa ha fatto di tutto per cancellare ogni traccia di paganesimo, tramite inquisizione prima e indottrinamento poi, impedendo alla maggior parte delle popolazioni del nord Europa di tramandare correttamente la storia delle loro origini. Malgrado tutto, gli albori della storia celtica - sia essa irlandese, scozzese o gallese - ci sono parzialmente noti grazie ai miti tramandati oralmente e alle ballate più antiche, sfuggiti alle purghe cattoliche. Narrano le origini di una popolazione forte, eroica, coraggiosa, ribelle e a tutt’oggi indomabile, ricca di riferimenti a lontani pianeti e ad esseri ultraterreni.

ARRIVARONO DAL CIELO AVVOLTI NELLA NEBBIA
I protagonisti principali delle leggende sono i mitici Tuatha De Danann. Come per i Nativi Americani, le parole usate dai Celti per raccontare la storia dei loro antenati sono precise e difficilmente fraintendibili:
"I Tuatha De Danann arrivarono in Irlanda dal cielo avvolti in una nebbia. Vennero in Eire, esseri brillanti di luce, in nubi di fumo e lampi. Venivano dalle stelle gli Dei d’Irlanda". Dalle stelle... in nubi di fumo. La stessa rappresentazione è descritta spesso nella Bibbia: "E il Signore si presentò a loro di giorno in una colonna di nube, per mostrar loro la via"; "E il Signore disse a Mosè, ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube"; e ancora: "Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace"; e nel capitolo 24, versi 15-18, si legge: "E Mosè salì sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni." Entrambe le storie parlano di nubi, fumo e lampi. Un po’ troppo per una semplice coincidenza! Le narrazioni dei Celti continuano: "Al tempo del loro arrivo, l’Eire (Irlanda) era abitato da una razza conosciuta come Fir Bolgs". I Tuatha De Danann raggiunsero le coste avvolte dalle nebbie per nascondersi (mediante un dispositivo di occultamento?) ai Fir Bolgs. Secondo il Lebor Gabala, il "Libro delle Invasioni", la razza divina creò un’eclisse che durò tre giorni, e la Morrigan (deità principale, di cui parleremo in seguito) oltre alle nebbie creò delle tempeste che si scaricarono sui Fir Bolgs, sino a costringerli a cercarsi un nascondiglio. I poteri miracolosi estrinsecati dai Tuatha De Danann sembrano caratteristici di una civiltà stellare.
Quando le due parti si incontrarono, dopo un iniziale periodo di tregua, si accese una battaglia sanguinosa in cui i Fir Bolgs ebbero la peggio e così i Tuatha acquisirono il controllo del territorio irlandese. La tradizione vuole che i Tuatha De Danann giunsero in Irlanda il 1° Maggio (a Beltaine, celebrazione ancora oggi importante presso i pagani che seguono le antiche tradizioni celtiche) portando seco i tesori delle loro patrie native: dal regno di Findias la spada di Nuada, che non mancava mai la vittima; da Gorias la lancia di Lugh, che rendeva invincibile in battaglia chi la impugnava; da Murias il calderone di Dagda, capace di sfamare un numero illimitato di persone senza svuotarsi mai; e da Falias la Pietra del Destino, che emetteva un grido se veniva percossa dal giusto re. Lugh, Dagda e Nuada sono i nomi di tre degli dei della gente della Dea Danu, altro nome con cui ci si riferisce ai Tuatha. La radice del nome Tuatha significa anche "Nord". Nei miti celtici irlandesi il Nord è considerato la fonte di tutti i poteri. I Tuatha De Danann vengono dal Nord: qui hanno studiato tutte le loro potenti arti magiche. Le deità celtiche avevano una natura tribale ed ogni tribù prendeva nome dal Dio o dalla Dea che adorava. Perciò, i Tuatha De Danann erano i figli della dea Danu.

DAGDA, IL "PADRE DI TUTTI"
I personaggi che compongono il pantheon celtico non sono figure astratte, ma persone con caratteristiche e storie ben precise: di Dagda si dice che sia stato il più grande dei De Danann, signore della conoscenza e Sole di tutte le Scienze. Fu un regnante grande e generoso per 80 anni, chiamato anche Eochaid Ollathair, il Padre di Tutti, potente e pieno di talenti. Possedeva una mazza a doppia terminazione: con un capo poteva uccidere nove uomini in un colpo solo, mentre con l’altro poteva riportarli in vita. Sua figlia Brigit fu donna di saggezza e patrona della poesia. Nuada fu un altro sovrano, che regnò giustamente e con coraggio fino alla prima battaglia di Mag Tured, nella quale perse un braccio e Diancecht, medico dei Tuatha gliene fece uno di metallo prezioso, che valse al sovrano il nome di Nuada braccio d’argento. Tecnologia stranamente bionica e high-tech per una popolazione considerata barbara. D’altra parte, Diancecht era un dottore davvero speciale: guardiano di una fonte della salute insieme a sua figlia Airmed, era in grado di ridare la vita a tutti i guerrieri uccisi immergendoli totalmente nella fonte, causando gravi "problemi" e panico ai nemici che incontravano di nuovo in battaglia i guerrieri uccisi a fatica il giorno prima. Se però i guerrieri erano stati decapitati, allora la "resurrezione" diveniva impossibile. Altro che Highlander! Tecnologia aliena? Difficile non pensarci, anche perché, insieme a tutti gli artefatti che abbiamo nominato fino ad ora, possiamo aggiungere il mezzo di trasporto di un altro dio, Manannan MacLyr. Egli non era esattamente un membro dei Tuatha De Danann, ma piuttosto un dio del mare dal carattere nomade. Girava in mezzo al popolo con vesti dimesse, aiutandoli nelle loro imprese. Poteva mutare forma a piacimento. Era un dio molto potente e possedeva una nave magica che "viaggiava senza vele ed era guidata dal pensiero". E le astronavi aliene - secondo diverse fonti, incluso il Colonnello Corso - non hanno bisogno di comandi manuali per essere pilotate, in quanto vengono dirette tramite impulsi mentali. Giganteschi erano i cavalieri dei De Danann, ma con il passare del tempo e con l’opera di dissuasione della cristianità, persero importanza e dimensione. Erano grandi maestri di magia e si dice che fossero venuti dalle stelle per insegnare ai figli della Terra l’amore e l’armonia. Erano il popolo magico e i suoi grandi guerrieri servivano l’Ard Righ, o Grande Re, il cui palazzo era a Tara.

venerdì 4 marzo 2011


Il monachesimo irlandese ha delle caratteristiche peculiari.Fondato da Patrizio e Brigida sin dalle sue prime manifestazioni si inserisce nella più stretta tradizione gaelica conservando anche tutta la ritualità druidica.
A Clonard in Irlanda, san Finniano, abate, che, fondatore di molti monasteri, fu padre e maestro di una grande schiera di monaci.






San Finniano fu una figura eminente tra i santi irlandesi nel periodo immediatamente successivo a San Patrizio, apostolo dell’isola celtica, e diverse leggende nacquero attorno al suo nome. Una “Vita” risalente al X secolo narra che il santo nacque e studiò a Leinster, probabilmente ad Idrone, nella contea di Carlow. Nei pressi di tale città istituì tre fondazioni: Rossacurra, Drumfea e Kilmaglush. Trasferitosi poi in Galles, approfondì il monachesimo tradizionale di San David di Menevia, San Cadoco e San Gilda, che consideravano la vita monastica superiore a quella secolare ed attribuivano particolare importanza allo studio.
Finniano fece ritorno in Irlanda per fondare chiese e monasteri. Il suo grande monastero si trovava sul Boyne, nella contea di Meath, ove divenne celebre quale “maestro dei santi d’Irlanda” e quasi tre migliaia di discepoli si raccolsero attorno a lui. Secondo il Libro di Lismore, quando i monaci lasciarono Clonard, portarono con loro un libro dei Vangeli, un pastorale ed un reliquiario, attorno ai quali costruirono le loro chiese ed i monasteri. L’educazione dei santi del periodo successivo è considerata opera di San Finniano, ottimo conoscitore della Sacra Scrittura. Clonard mantenne infatti per secoli la sua reputazione di luogo specializzato negli studi biblici. Il monastero di Clonard subì vari attacchi durante le invasioni danesi e normanne, ma comunque dall’inizio del XIII secolo cessò la sua funzione di centro religioso della diocesi di Meath e passò ai canonici agostiniani, sino al XVI secolo.
San Finniano morì probabilmente di peste nel dicembre del 549, assistendo altre vittime della terribile epidemia. L’autore di una sua “Vita” irlandese afferma infatti: “Come Paolo morì a Roma per amore del popolo cristiano, altrimenti sarebbero tutti peritiall’inferno, Finnian morì a Clonard per amore del popolo, perchè non morissero tutti di peste gialla”.
Il Penitenziale di Finnian è un’opera attribuibile a lui. Esso si basa in parte su fonti gallesi ed irlandesi, su San Girolamo e San Giovanni Cassiano, ma parecchio materiale è invece originale e costituisce il più antico esempio di tal genere. Contribuì assai ad accrescere l’influenza di Clonard nella disciplina penitenziale e negli studi biblici. Le reliquie del santo furono custodite nella sua abbazia sino alla loro distruzione nell’887

giovedì 3 marzo 2011


Ciarán di Saighir

abate e vescovo di Seir-Kieran (Saighir)
Nacque nel III secolo a St. Kieran's Strand, vicino a Clear Island, in Irlanda e morì nel
IV secolo, a Seir-Kieran (Saighir), nella contea di Offaly, in Irlanda
E' spesso raffigurato in compagnia di una cinghiale
Patrono di Diocesi di Ossory
Ciarán di Saighir, detto Ciarán il Vecchio e conosciuto anche come Kieran, Kyran, Ceran, Queran, Queranus, Ciarano o Chierano (pronuncia:/kɪ’ɛra:n/, dal gaelico 'Ciar' che significa "scuro"; ... – ...), è stato un vescovo cattolico irlandese del VI secolo.

Fu un vescovo irlandese e fu il primo santo della chiesa cattolica nato in Irlanda (san Patrizio era un britanno).

Di sangue reale, nacque in un luogo noto oggi come St. Kieran's Strand, vicino Clear Island, all’estremo meridionale dell’Irlanda. È annoverato tra i Dodici apostoli d'Irlanda che studiarono alla scuola di San Finnian di Clonard, benché la cronologia non sia coerente. Dopo avere studiato anche a Tours e a Roma, fu ordinato sacerdote e vescovo e inviato a evangelizzare l’Irlanda. Una leggenda narra che San Patrizio gli avesse regalato una campana e gli avesse chiesto di fondare un monastero nel punto dove la campana avesse suonato la prima volta. Stabilì il suo eremo tra le Slieve Bloom mountains, dove gli unici suoi compagni erano gli animali selvatici: un cinghiale lo aiutò a costruire il suo primo rifugio.

Una leggenda racconta che vedendo un uccellino preda di un falco, pregò che il predatore glielo consegnasse. Il falco lo depositò ai suoi piedi sanguinante e l’uccellino guarì miracolosamente. Con il passare del tempo Ciarán raccolse dei seguaci con i quali fondò il monastero di Seir-Kieran (Saighir), vicino Ossory, nella contea di Offaly, che divenne anche il luogo di sepoltura dei re di Ossory. Vicino al suo monastero, sua madre Liadan costruì un altro convento. Tra i suoi miracoli si ricorda la resurrezione di sette suonatori d’arpa, uccisi da dei briganti, che per riconscenza si unirono al monastero. Durante un contrasto con il re Ailill, per punizione lo rese muto per una settimana. San Ciarán di Saighir viene spesso confuso con san Piran di Cornovaglia. Nella cattedrale anglicana di San Canizio, a Kilkenny, è conservato un seggio di pietra detto "il trono di San Kieran".
(nella foto)

mercoledì 2 marzo 2011


Cunegonda fedifraga e santa

Le Chiese d’Oriente e d’Occidente in due millenni di cristianesimo hanno attribuito l’aureola della santità quale corona eterna a non poche imperatrici, e talvolta anche ai loro mariti, che sedettero sui troni di Roma, di Costantinopoli e del Sacro Romano Impero. Sfogliando le pagine dell’autorevole Bibliotheca Sanctorum e della Bibliotheca Sanctorum Orientalium possiamo trovare i loro nomi: Adelaide, Alessandra e Serena (presunte mogli di Diocleziano), Ariadne, Basilissa (o Augusta), Cunegonda, Elena, Eudossia, Irene d’Ungheria (moglie di Alessio I Comneno), Irene la Giovane (moglie di Leone IV Chazaro), Marciana, Pulcheria, Placilla, Riccarda, Teodora (moglie di Giustiniano), Teodora (moglie di Teofilo l’Iconoclasta), Teofano. Anche nel XX secolo non sono mancate sante imperatrici: Sant’Alessandra Fedorovna, moglie dell’ultimo zar russo canonizzata dal Patriarcato di Mosca, la Serva di Dio Elena di Savoia, imperatrice d’Etiopia, ed in fama di santità è anche Zita di Borbone, moglie del Beato Carlo I d’Asburgo ed ultima imperatrice d’Austria.
Santa Cunegonda, oggi festeggiata, è venerata anche insieme al marito, l’imperatore Enrico II, la cui festa è però celebrata separatamente al 13 luglio. Le fonti relative a questa santa sono purtroppo costituite da notizie sparse, tramandate da alcuni cronisti contemporanei quali Tietmaro di Mersburgo e Rodolfo il Glabro, nonché da una vita composta da un canonico di Bamberga oltre un secolo dopo la morte. I genitori diedero alla figlia, sin dai primi anni, una profonda educazione cristiana. All’età di circa vent’anni, Cunegonda sposò il duca di Baviera, Enrico appunto, che nel 1002 venne incoronato re di Germania e nel 1014 sacro romano imperatore.
Su questo matrimonio, specialmente al principio del XX secolo, sono sorte parecchie polemiche: in alcuni testi antichi infatti, tra i quali la bolla di papa Innocenzo III, si narra che i due coniugi fecero voto di perpetua verginità e si parlò così di “matrimonio di San Giuseppe” e per tale motivo a Cunegonda è stato talvolta attribuito il titolo di “vergine”, ma secondo altri autori moderni una simile qualifica non corrisponderebbe alle narrazioni di contemporanei come Rodolfo il Glabro. Secondo quest’ultimo, I fatti, Enrico si accorse della sterilità della moglie, ma nonostante il matrimoniale germanico ammettesse il ripudio, non volle usare questo diritto per la grande pietà e santità che riscontrava nella consorte e preferì continuare a vivere insieme a lei pur senza speranza di prole. Fu proprio ciò, unitamente alla fama di santità che circondò i due coniugi, a far nascere in seguito la leggenda del cosiddetto “matrimonio di San Giuseppe”.
Nella Vita e nella bolla pontificia di canonizzazione si legge che Cunegonda fu oggetto di una grande calunnia di infedeltà coniugale ed Enrico, per provarne l’innocenza, decise di sottoporla alla prova del fuoco. La moglie accettò e passò miracolosamente indenne a piedi nudi sopra vomeri infuocati. L’imperatore chiese perdono all’augusta consorte per aver dato troppo credito agli accusatori e da quel momento visse in piena stima e fiducia nei suoi confronti. Non ci è dato sapere quale validità storica abbia concretamente questo episodio, resta comunque il suo alto valore simbolico.
Il 10 agosto 1002 a Paderborn Cunegonda fu incoronata regina e nel 1014 si recò a Roma con il marito per ricevere la corona imperiale dalle mani di papa Benedetto VIII, il 14 febbraio di quell’anno. La vita dell’imperatrice costituì un mirabile esempio di carità, umiltà e mortificazione, virtù che la caratterizzarono in molteplici manifestazioni. Assecondata dal pio marito, nel 1007 fece erigere il duomo di Bamberga e nel 1021 il monastero di Kaufungen, fondato in seguito ad un voto fatto durante una gravissima malattia da cui uscì pienamente ristabilita. Proprio in questo monastero benedettino volle ritirarsi nel 1025, addolorata per la perdita del marito. Nel giorno anniversario della morte di Enrico II, Cunegonda convocò parecchi vescovi per la dedicazione della chiesa di Kaufungen, cui donò una reliquia della Santa Croce. Dopo la lettura del Vangelo, si spogliò delle insegne e degli abiti imperiali, si fece tagliare i capelli e vestì il rozzo saio benedettino. Continuò, come già aveva fatto in precedenza, a spendere il suo patrimonio nell’edificazione di nuovi monasteri, decorando chiese ed aiutando i poveri. Intrapresa dunque la vita monastica, visse in assoluta umiltà come se mai fosse stata addirittura imperatrice. Prese a trascorrere gran parte delle sue giornate in preghiera e nella lettura delle Sacre Scritture, non disdegnando però i lavori manuali ed i servizi più umili. Un compito assegnatole che gradì particolarmente fu la visita alle consorelle ammalate per portare loro conforto ed assistenza. Si distinse inoltre per la pratica severa della penitenza: asumeva infatti esclusivamente il cibo indispensabile per sopravvivere, rifiutando ciò che poteva solleticare in qualche maniera il palato.
Sino al termine dei suoi giorni Cunegonda condusse questo stile di vita. Morì infine il 3 marzo di un anno imprecisato, generalmente viene preferito il 1033 anziché il 1039. Le sue spoglie mortali trovarono degna sepoltura presso quelle del marito nella cattedrale di Bamberga. Nei primi anni non fu oggetto di grande culto, ma dal XII secolo la venerazione nei suoi confronti crebbe grandemente fino a superare quella tributata già in precedenza ad Enrico. La causa di canonizzazione fu introdotta sotto il pontificato di Celestino III, ma solo Innocenzo III con bolla del 29 marzo 1200 ne approvò ufficialmente il culto. Nella diocesi di Bamberga nel XV secolo ben quattro solenni celebrazioni erano dedicate alla memoria della santa imperatrice: il 3 marzo (anniversario della morte), il 29 marzo (anniversario della canonizzazione), il 9 settembre (traslazione delle reliquie) ed il 1° agosto (commemorazione del primo miracolo).

domenica 27 febbraio 2011



GIORDANO BRUNO

(breve biografia elaborata essenzialmente sui seguenti testi: "Giordano Bruno" di Michele Ciliberto, Laterza, Bari 1992; "Giordano Bruno" di Giovanni Aquilecchia, Ist. Encicl. Ital., Roma 1971; " Il processo di Giordano Bruno" di Luigi Firpo, Salerno Edit.., Roma 1993)

Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere.
Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.

Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.

Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento.
Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele.
Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino.

La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio".

Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori".

Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo.

Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro.

Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tute le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi.

L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce. Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo.

Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani.

Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.).
Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato.

Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri.
Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali.
Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava.
Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso.
Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine.

Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Cardinal Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte" (Dialoghi Ital. a cura di G. Gentile Firenze 1985 pp. 698-99). Nel sommario del processo ci sono tramandati i capi d’accusa (24) ma non quelli ritenuti provati nella sentenza, che peraltro ci sono così riferiti dallo Schopp, a memoria:

1. Negare la transustanziazione;
2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
4. Aver scritto contro il papa lo "Spaccio della bestia trionfante";
5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un anima sola informi due corpi;
7. Ritenere la magia buona e lecita;
8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
11 .Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine.

Di tali errori il quarto risulta manifestamente infondato essendo lo "Spaccio" piuttosto antiluterano che antipapista; le volgari invettive contro Cristo, i profeti e gli apostoli dei nn. 13 e 14 sono evidentemente echi di sfoghi contingenti di una persona esasperata. Dove il contrasto con l’Istituzione appare insanabile è piuttosto con il nucleo centrale della dottrina del B., adombrato nei punti 5, 6 e 8. Non è qui il caso di approfondire il sistema filosofico del nolano, ma il solo pensare che la terra, da centro di un limitato universo, oggetto specifico e privilegiato dell’azione creatrice di Dio, diventi un minuscolo puntolino in un universo infinito e tra mondi infiniti; che tale universo è pervaso e vivificato da uno spirito divino immanente; che nel continuo trasformarsi della vita anche le anime, immortali, informano corpi diversi, ecc. rendeva le Scritture, Cristo, la Vergine, i profeti e i dogmi come imperfettissime ombre di una realtà che la filosofia mostrava ben più grande, e tutt’al più utili a tenere quieti i popoli. Probabilmente le idee di Bruno non sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, a sollecitare scismi lontanamente paragonabili a quello luterano; ma insomma di trattava, in un certo senso, di un tentativo di sostituire una nuova "summa" sull’universo a quella tradizionale di S. Tommaso. E questo fu considerato un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia, della religione sulla ragione.



Il ritorno in Italia: dal processo al rogo

«Da Francoforte, invitato, come ho detto nell'altro mio constituto, dal signor Zuane Mocenigo, venni setto o otto mesi sono a Venezia. Io non tengo per nimico in queste parti alcun altro se non il signor Gioanni Mocenigo et altri suoi seguaci et servitori, dal quale son stato più gravemente offeso che da homo vivente; perché lui me ha assassinato nella vita, nello honore et nelle robbe, havendomi lui carcerato nella sua casa propria et occupandomi tutte le mie scritture, libri et altre robbe» [Sesto costituto del Bruno (Venezia, 4 giugno 1592)].
Rientrato a Venezia, ospite del Mocenigo, che lo denuncia, Bruno viene arrestato e portato nelle carceri di San Domenico di Castello.
«Dixit quod non debet nec vult resipiscere, et non habet quid resipiscat, nec habet materiam resipiscendi, et nescit super quo debet resipisci» [Visita dei carcerati nel Sant'Uffizio Romano. Minuta (Roma, 21 dicembre 1599)].
Nel suo ultimo costituto Bruno dichiara di non voler ritrattare perché non ha di che pentirsi.
La sentenza viene letta pubblicamente, alla presenza dei testimoni e della Congregazione del Santo Uffizio: «Dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dechiariamo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli sacri Canoni, leggi et constitutioni, così generali come particolari, a tali heretici confessi, pertinaci impenitenti, pertinaci et ostinati imposte; et come tale te degradiamo verbalmente et dechiariamo dover esser degradato, sì come ordiniamo et comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gl'ordini ecclesiastici maggiori et minori nelli quali sei constituito, secondo l'ordine dei sacri Canoni; et dover essere scacciato, sì come ti scacciamo, dal foro nostro ecclesiastico et dalla nostra santa et immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; et dover esser rilasciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di voi monsignor Governatore di Roma qui presente, per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro» [Copia parziale della Sentenza, destinata al governatore di Roma (Roma, 8 febbraio 1600