martedì 12 aprile 2011


I libri proibiti


Sin dagli albori il cristianesimo si è caratterizzato per una forte censura nei confronti degli scritti non compatibili con la dottrina ufficiale della chiesa: si pensi che già Paolo di Tarso parla di roghi di libri [chissà come mai non me ne stupisco...] da parte di convertiti al cristianesimo (negli Atti degli apostoli); il primo Concilio di Nicea nel 325 proibì la diffusione delle opere di Ario (che vennero bruciate, dando il via a quella che nei secoli sarebbe stata una costante da parte dei censori clericali): nell’occasione Ario, teologo egiziano, venne scomunicato (insieme ad Eusebio di Nicomedia) in quanto eretico – gli ariani sostenevano fondamentalmente la non divinità di Gesù, che sarebbe stato non “consustanziale” con dio in quanto non eterno (insomma, si sarebbe trattato di un uomo “adottato” da dio e da costui dotato di poteri divini per redimere l’umanità).

Nei secoli successivi varie opere vennero proibite, anche se non esisteva ancora un vero e proprio “indice” come quello creato nel sedicesimo secolo. La prima lista di libri eretici proscritti la si deve a papa Gelasio I (il papa che eliminò la festa romana dell’amore pagano, prevista il 14 Febbraio, sostituendole la festa di un santo che venne appositamente santificato, San Valentino – festa dedicata alla scelta dei santi da venerare durante l’anno e non all’amore, almeno nelle intenzioni di papa Gelasio I), che la pubblicò nel 494. Gelasio I era fortemente legato all’ortodossia cristiana ed invero attivissimo nella caccia agli eretici, tanto da battersi fortemente contro i manichei e da ottenere la cancellazione dei Lupercalia sostituendoli con la Candelora (ennesimo “scippo” cattolico di festività precedenti). Il secondo Concilio di Nicea (787) oltre a condannare l’iconoclastia, obbligò i fedeli in possesso di libri proibiti alla consegna dei volumi al vescovo competente.

Successivamente altri libri si aggiunsero alla lista di quelli vietati, giungendo addirittura alla proibizione della “Bibbia” per coloro che non facessero parte dell’organizzazione della chiesa (Concilio di Tolosa, 1229) ed al rogo di tutte le bibbie scritte in lingue volgari (Concilio di Tarragona, 1234).
Se proprio la Bibbia ed in generale i testi sacri erano al centro della discussione (e delle proibizioni) in epoca medievale, successivamente il diffondersi della stampa a caratteri mobili (Gutenberg, 1448) favorì una maggiore diffusione dei testi sacri nonché di quelli “eretici” (in primis i testi “protestanti”).
Proprio in risposta alla diffusione dei testi protestanti, il papa Alessandro VI, ovvero Rodrigo Borgia, uno dei papi più corrotti e simoniaci, istituì l’Imprimatur, ovvero l’autorizzazione ecclesiastica alla stampa (Nihil obstat quominus imprimatur) che è una forma di censura preventiva. La censura clericale andava dunque organizzandosi e formalizzandosi a livello formale.

Il primo “Index” venne pubblicato a Venezia nel 1549 dal nunzio vaticano Giovanni Della Casa (l’autore del Galateo) e comprendeva 149 titoli. Tale edizione però non venne “promulgata” ufficialmente dal Vaticano anche a causa della strenua opposizione dei librai e dei tipografi; tuttavia nel 1554 il “Sant’Uffizio” pubblica un “Cathalogus Librorum Haereticorum” dedicato ai libri considerati eretici, con in testa quelli protestanti (tra i testi vietati è peraltro degno di citazione il De Monarchia di Dante Alighieri). Con la nomina a pontefice nel 1555 di Paolo IV (uno dei pontefici più rigidi ed antisemiti: rafforzò l’Inquisizione ed istituì il ghetto per gli ebrei a Roma dando ordine di istituirlo anche in altre città) l’”Indice” torna “di moda” e viene ufficialmente pubblicato dalla “Santa Congregazione dell’Inquisizione Romana” nel 1559 col nome di “Index librorum prohibitorum” (tale indice viene detto “Indice Paolino” per distinguerlo dalle altre edizioni dell’indice, ognuna delle quali ha un nome specifico).

Fanno parte di questa prima edizione ufficiale, la più restrittiva mai pubblicata, sia testi sacri “non riconosciuti” dalla chiesa romana, sia testi laici osteggiati dai papato: tra questi primeggiano il Decameron di Boccaccio ed Il Principe di Machiavelli. Vengono “messi all’indice” tutti gli scrittori non cattolici, le cui opere divengono proibite; vengono parimenti proibite 126 opere di 117 scrittori “cattolici” nonché 322 opere anonime; vietate anche 45 diverse edizioni della Bibbia e del Nuovo testamento, considerate non conformi ai dogmi cattolici; la lettura dei testi sacri in lingua volgare veniva da allora consentita soltanto su espressa licenza rilasciabile unicamente a maschi che conoscessero il latino; 61 tipografi (quasi tutti svizzeri o tedeschi coinvolti nella diffusione dei testi protestanti, unica eccezione il veneziano Brucioli) venivano “banditi”; veniva vietata la stampa di opere riguardanti astrologia o magia.
L’elenco degli scrittori colpiti dal primo ”Index” è ampio e va da Boccaccio e Machiavelli ad Erasmo da Rotterdam e Rebelais. Vennero inoltre proibiti i libri in cui non fossero indicati autore o stampatore, quelli senza indicazione della data di pubblicazione, quelli usciti senza imprimatur o stampati da stampatori “eretici” – i fedeli erano tenuti a consegnare immediatamente tali libri alle autorità ecclesiastiche. Va da sé che subito i librai protestarono contro l’indice, che in primis colpiva in modo pesante molte loro giacenze di magazzino che non avrebbero potuto più esser vendute cagionando un danno economico catastrofico per i loro proprietari; inoltre molti studiosi, in primis di medicina (i cui testi provenivano per lo più dal mondo germanico) si vedevano costretti a rinunciare a libri su cui avevano studiato. Tutto questo portò molti stati (come il Granducato di Toscana e la Repubblica di Venezia) a non applicare rigorosamente l’Indice.
Cinque anni dopo, col Concilio di Trento (1564) si aggiorna l’indice. (che diviene l’”Indice Tridentino”), attenuando in parte le proibizioni (il nuovo papa Pio IV è a suo modo un “moderato”, almeno in confronto al predecessore), in particolare si consentì di pubblicare i libri "vietati" una volta “ripuliti” dalle parti proibite (opera che spesso stravolgeva il pensiero originale dell’autore) e si consentì il rilascio della licenza per la lettura dei testi sacri in lingua volgare con minori restrizioni.

In compenso furono proibiti i testi scientifici non conformi all’interpretazione aristotelico-scolastica. Diversamente dall’Indice precedente, questo venne applicato ben oltre i confini dello Stato della Chiesa, ovvero in tutta Italia ed in buona parte dell’Europa (anche se altri paesi, come la Spagna, ebbero dei propri “indici” specifici, mentre la Francia non lo applicò proprio). Nel frattempo una Bolla papale del 1564 si occupò di mettere sotto controllo l’alfabetizzazione: tutti gli insegnanti avrebbero dovuto dichiarare sotto giuramento al proprio vescovo la loro identità, il luogo dove svolgono la propria attività e soprattutto i libri usati a tale scopo. D'altra parte l'alfabetizzazione per i rappresentanti della Chiesa sarebbe stata un cruccio nei secoli a venire, tanto che dopo l'unità d'Italia il papa si trovò a scrivere al Re una missiva sui rischi dell'alfabetizzazione (il papa era preoccupato dall'istituzione dell'istruzione di stato obbligatoria). [le religioni prosperano solo grazie all'ignoranza....]
Nel 1571 papa Paolo V istituì la “Congregazione per l’Indice” al fine di aggiornare e diffondere l’Indice periodicamente tramite le sezioni locali dell’Inquisizione: questa congregazione avrà più volte delle frizioni con la Congregazione del Sant’Uffizio (l’Inquisizione), che pretendeva di gestire in proprio l’aggiornamento dell’Indice. La “Sacra Congregazione per l’Indice” verrà abolita soltanto nel 1916, quando le competenze in merito verranno passate di nuovo al Sant’Uffizio, l’ex “Inquisizione” (tale dicitura era stata cancellata dal nome della Congregazione da papa Pio X nel 1908), che verrà rinominata nel 1965 in “Congregazione per la Dottrina della Fede” (ebbene sì, l’attuale papa Ratzinger è stato per 25 anni il dirigente dell’organismo erede dell’Inquisizione).

Una successiva edizione dell’Indice si avrà con Clemente VIII, il papa che fece mettere sul rogo Giordano Bruno e che lanciò una nuova ondata di repressioni antisemite con leggi vessatorie rimaste in vigore sino al XIX secolo. La nuova edizione ("Indice Clementino") non si discosta molto da quella precedente e mantiene il divieto di stampare opere in lingue volgari introdotto da Pio V nel 1567.
Col passare del tempo l’indice venne periodicamente aggiornato: è del 1616 la messa all’indice delle opere di Copernico, in primis il “De Rivolutionibus Orbium Coelestium” che circolava liberamente sino ad allora da quando fu dato alle stampe nel 1543 (vennero nel contempo vietate anche le opere di Keplero, che aveva difeso la teoria eliocentrica) - proprio in seguito alla condanna del copernicanesimo si aprì il conflitto tra Galileo Galilei ed il Vaticano, che portò all’abiura ed alla messa all’indice del suo “Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo” nel 1633.
Le opere copernicane verranno poi rimosse dall’”Indice” solo nel 1846, mentre Galilei dovrà attendere sino a pochi anni fa (1992) per la riabilitazione: del resto, si sa, i tempi “celesti” sono questi.

Intorno alla fine del diciassettesimo secolo la pressione clericale sull’editoria si allentò un po’, ormai la semplice detenzione di libri proibiti non era nei fatti perseguita (diversamente dalla stampa e diffusione dei testi). L’Indice veniva comunque aggiornato regolarmente e si andava gonfiando di libri “proibiti”.
Nell’edizione del 1758, sotto il pontificato di Papa Benedetto XIV (un papa moderato che tra le altre cose condannò lo schiavismo nelle Americhe) venne abrogato il divieto di lettura della Bibbia in “lingue volgari”; tuttavia dopo la sua scomparsa la persecuzione delle opere proibite tornò a livelli più intensi, oscillando poi in base alla maggiore o minore austerità dei pontefici in carica.

Con l’Illuminismo ed il diffondersi del Socialismo il numero di opere ed autori proibiti aumenterà a dismisura, tanto che è difficile tracciare una lista che comprenda tutti gli autori importanti proibiti: sarebbe troppo lunga e noiosa. Basti qui ricordare una serie di nomi di filosofi, scienziati e letterati le cui opere saranno incluse nelle varie edizioni dell’Index: Hobbes, Cartesio, Bacon, Montaigne, Locke, Rousseau, Pascal, Erasmo da Rotterdam, Darwin (proibizione molto attuale, direi), Kant, Mills, Proudhon, Schopenauer, Marx, Nietzsche…ma anche Beccaria, Croce, Emile Zola, Simone de Beavoir, Balzac, Dumas (padre e figlio), D’Annunzio, Leopardi, Foscolo, Gentile, Guicciardini, Machiavelli, Hume, Voltaire, Victor Hugo, Flaubert, Malaparte,Moravia e Sartre (e pure il Teatro Comico Fiorentino!).
Questi sono solo alcuni dei nomi ricompresi nell’ultima edizione dell’Indice, la trentaduesima, datata 1948 – ma aggiornata anche successivamente, per esempio Sartre fu aggiunto nel 1959, anno in cui tornarono invece fruibili per i lettori cattolici “Les Miserables” di Victor Hugo. In compenso libri ben più criticabili, in primis il Mein Kampf di Adolf Hitler, non verranno mai proibiti: del resto il Fuhrer era un cattolico (nonostante che la storiografia massificata tenda a nascondere tale aspetto sopravvalutando le sue passioni per l’esoterismo) ed aveva raggiunto un Concordato con la chiesa stipulato da Eugenio Pacelli, nunzio vaticano in Germania negli anni ’20 e poi Segretario di Stato (all’epoca appunto del Concordato) e quindi asceso al soglio pontificio come papa Pio XII durante il conflitto mondiale (antisemita dichiarato e sostenitore di Franco, si spostò su posizioni antinaziste soltanto quando oramai la guerra volgeva al peggio per le potenze fasciste).

Negli anni ’60 del ventesimo secolo, col clima sociale fortemente mutato, oramai l’Index aveva perso la funzione proibitoria vera e propria per la quale era stato inventato: del resto la chiesa non poteva più far rispettare le proibizioni in modo diretto essendo priva di un potere coercitivo diretto fuori dai confini vaticani. Così, nell’atmosfera di rinnovamento portata dal Concilio Vaticano Secondo (avversato dagli esponenti della chiesa più tradizionalisti che ne avrebbero poi bloccato le innovazioni una volta tornati “al potere” con papa Woytila e papa Ratzinger), venne presa da papa Paolo VI la decisione di declassare l’Index trasformandolo non più in una lista di libri “proibiti”, ma in una lista di libri sconsigliati che rimane comunque moralmente impegnativa per i fedeli cattolici – tutto questo è chiarito nella Notificatio “Post litteras apostolicas…” del 1966 del Cardinal Ottaviani, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Dunque non di vera abrogazione si può parlare, anche se l’Index in quanto tale si considera comunemente esaurito nel 1966, bensì di mutamento della forma dell’Indice, dovuto all’impossibilità di applicare in modo fattivo la lista censoria clericale nei “bui” tempi moderni (in cui evidentemente si son persi certi valori importanti).

Il “nuovo indice” è dunque la “Guida Bibiliografica” dell’Opus Dei, che si occupa di recensire i libri (ed i film!) e catalogarli all’interno di sei categorie in base alla loro conformità od avversione alla “retta via” cattolica; in questo elenco tra gli autori, letterari o cinematografici, le cui opere sono assolutamente da evitare per ogni cattolico e particolarmente pericolose per i figli sono inclusi (oltre a tutti quelli sopra citati) anche Woody Allen, Max Weber, Luchino Visconti, Gore Vidal, Velazquez, Vazquez Montalban, Kirk Douglas, Milan Kundera, Abbagnano (quello dei testi di filosofia dei licei!), Asimov, Stephen King, Jack Kerouac, Bukowski, Camus, Severino, Popper, Ida Magli, De Marchi, Philip K. Dick, la Fallaci (ebbene sì)…nonché migliaia di altri autori. Ed ancora non son stati recensiti Diamond, Dawkins ed Odifreddi…

In conclusione, si può dire che la censura, che attualmente la Chiesa Cattolica Apostolica Romana rinfaccia ai suoi avversari politici quando costoro chiedono di evitare interventi ufficiali di suoi rappresentanti in occasioni pubbliche a rilevanza politica, è in realtà elemento portante della dottrina della Chiesa, sin dagli albori del cristianesimo.

lunedì 11 aprile 2011


La Maddalena tra storia e mito


Maria non era semplicemente un nome ma un titolo di distinzione, essendo una variazione di Miriam (il nome della sorella di Mosè e Aronne). Le Miriam (Marie) partecipano a un ministero formale all'interno di ordini spirituali. Mentre i "Mosè" guidavano gli uomini nelle cerimonie liturgiche, le "Miriam" facevano altrettanto con le donne.

Un ritratto molto bello di Maria Maddalena ( o Maria di Magdala) è quello che ci riportano Anne e Daniel Meurois-Givaudan dalle loro letture delle cronache dell’Akasha, così ricca di amore e sapienza.
Ella è consapevole che solo le donne rappresentano un ponte permanente fra il mondo delle forze vitali e il nostro, capaci di assorbire dall’aria, ad ogni istante della vita, grandi quantità di energie sottili e di orientarle, liberandosi ad ogni lunazione delle sue ceneri. Il corpo di una donna più di ogni altro corpo può condensare forze capaci di aprire la materia e di trasformarla, così la Maddalena nei loro testi è anche una potente guaritrice dedita allo studio degli olii e alla ricerca dell’olio sacro in grado di trasformare l’animo umano aprendolo all’essenza dei Kristos.

La storia di Maria Maddalena ci racconta una vita da viandante: prima -secondo alcuni- immersa in studi sacri presso gli esseni o al sacerdozio di Iside, poi al seguito di Gesù di villaggio in villaggio, poi nella predica in Palestina, quindi esule in Francia e ancora in viaggio a predicare. Una donna che cammina sulla terra di luogo in luogo, ma sa anche fermarsi a meditare (in una grotta in Francia si ferma per anni, nutrendosi esclusivamente delle energie angeliche).

Maria di Magdala, prima fra gli apostoli, ci appare solenne nell’incedere e negli abiti (la tunica nera, il manto rosso).

Nei secoli Maria Maddalena viene identificata inoltre con la peccatrice, la prostituta che lava e unge i piedi di Gesù (e che, come vedremo, è invece un’altra donna) e in questo errore storico c’è qualcosa di estremamente affascinante ed importante che appartiene alla Maddalena. Si tratta della dimensione dell’autenticità assoluta, che apre lo spazio del sacro. Non è tanto importante nella storia l’umile e bassa condizione cui la prostituta appartiene, quanto la perfetta autenticità ed integrità del suo gesto, che vien messa a confronto con il manierismo degli altri discepoli.
È grazie a questa sua autenticità che alla Maddalena Gesù affida il suo messaggio più importante (la buona novella e -secondo alcuni- il suo insegnamento esoterico) ed è ancora in virtù di questa autenticità che Maria Maddalena può essere il canale che connette la terra e il cielo, il divino e il corporeo e apre la dimensione del sacro, della parola che trasforma, del rito, della guarigione.

Qui di seguito troverete alcune notizie su Maria di Magdala raccolte nella rete

Le tre Marie
Con l'espressione « questione delle tre Marie » la critica denomina il problema dell'identità di tre donne che compaiono nei testi evangelici. La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, l'innominata peccatrice "cui molto è stato perdonato perché molto ha amato" (Lc. 7, 36-50), e Maria Maddalena o di Magdala, l'ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto.

I versetti di Lc. 8, 1-3, dove si nomina Maria di Magdala come donna guarita da Gesù, « dalla quale erano usciti sette demoni », si trovano nel racconto di Luca subito dopo l'episodio della donna innominata (7, 36-50) che, entrata nella casa di Simone il fariseo, si avvicina a Gesù e gli cosparge i piedi di olio profumato. Questo è l'unico riferimento che l'evangelista fa a unzioni da parte di una donna nei confronti di Gesù; Luca non rivela la sua identità, ma afferma solo che si tratta di una « peccatrice ». L'episodio di un'unzione è presente anche in Marco (14, 3-9) e Matteo (26, 6-13). 1 due racconti concordano nel porre l'avvenimento a Betania, in casa di Simone il lebbroso, e nel riferire l'unzione ad una donna senza indicarne il nome. In Giovanni (12, 1-8) infine è narrata un'unzione che viene collocata sempre a Betania, senza indicare in casa di chi,bensì nominando tra i presenti Marta e Lazzaro e identificando in Maria la donna che unge Gesù.

Ora questi due brani sono concordemente ritenuti paralleli e relativi allo stesso episodio. Nel quarto vangelo, in una sezione precedente, si trova però anche questo riferimento: « Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era ammalato » (Gv.11,2).
In breve i problemi principali che questi testi pongono sono:
1) Gv. 11, 2 si riferisce all'unzione narrata poi in 12, 1-8 oppure a quella narrata da Lc. 7, 36-50?
2) Si deve ritenere che ci sia stato un solo episodio di unzione oppure due?
3) Chi è la donna senza nome di Lc. 7, 36-50?
4) Quale interpretazione dare circa l'espressione riferita a Maria di Magdala “erano usciti sette demoni”?
Le possibili diverse risposte agli interrogativi hanno conseguenze molteplici per le identità delle donne coinvolte. La risposta ai primi due quesiti, nel senso che Gv. 11, 2 si riferisce allo stesso episodio di Lc. 7, 36-50 di cui in tal modo viene attribuita a Giovanni la conoscenza, porta a fare di Maria di Betania una sola persona con la peccatrice di Lc. 7, 36-50. A tale risultato si perviene anche ritenendo che Gesù sia stato oggetto di un'unica unzione: quella narrata in Gv. 12, 1-8 e in Lc. 7, 36-50. La risposta agli altri due problemi può condurre, attraverso la connotazione del demonio quale causa di peccato, a identificare Maria di Magdala, dalla quale secondo Lc. 8, 2 « erano usciti sette demoni », con la peccatrice di Lc. 7, 36-50.

I procedimenti relativi alla problematica delle unzioni e alla interpretazione dell'espressione « sette demoni », che di per sé sarebbero separati e indipendenti, confluiscono perché la peccatrice è figura comune ai due percorsi. Ne risulta una sintesi che conduce a identificare Maria di Magdala con Maria di Betania e a fare di tre donne una sola. Questo travisamento esegetico porta Maria di Magdala, la prima donna nominata nel seguito di Gesù, a essere considerata una prostituta e come tale ad essere ricordata per secoli nel culto, nella letteratura, nell'arte. Questi percorsi di errata interpretazione dei testi si sono sviluppati nell'arco della storia dell'esegesi forse a partire da Girolamo che per primo fece l'accostamento tra il concetto di possessione e quello di peccato.
In Oriente è stata mantenuta la distinzione, rilevabile anche dalle tre diverse date in cui vengono celebrate le feste: peccatrice innominata di Lc.7,36-50 il 31 marzo, Maria di Betania il 18 marzo, Maria di Magdala il 22 luglio. La convinzione prevalente degli studiosi oggi è a favore della distinzione.

Maria Maddalena evangelica
Maria chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni" (Lc.8,2) è la prima donna del gruppo delle discepole itineranti con Gesù ad essere nominata nel Vangelo di Luca. Sempre prima la ritroviamo nella lista dei sinottici quando viene descritta la crocifissione e si nomina la presenza del gruppo delle donne, fedeli seguaci del Nazareno fin dalla predicazione sulle strade della Galilea, che assiste alla Passione (Mc 15,40;Mt 27,56; Lc 23,49-55;24,10)

Nel racconto giovanneo la troviamo menzionata sotto la croce con la"madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa "(Gv 19,25). Se nelle altre liste ha il privilegio di essere la prima, qui ha quello di essere associata al gruppo delle parenti strette. Già dalla lettura di questi primi testi biblici emergono elementi che indicano un primato di Maria di Magdala nel gruppo. Essa è il solo nome ad essere comune a tutte le liste: le altre donne ricordate cambiano, lei sola è presente in tutte le fonti. Che questi dati suppongano anche un rapporto particolare e privilegiato con Gesù è confermato dal seguito delle narrazioni evangeliche.


La Maddalena è inconfondibilmente "presso la croce di Gesù", poi in veglia amorosa "seduta di fronte al sepolcro", infine, all'alba del nuovo giorno è la prima a recarsi di nuovo al sepolcro, dove ella rivede e riconosce il Cristo risorto da morte. Alla Maddalena, in lacrime per aver scorto il sepolcro vuoto e la grossa pietra ribaltata, Gesù si rivolge chiamandola semplicemente per nome: "Maria!" e a lei affida l'annuncio del grande mistero: "Va' a dire ai miei fratelli: io salgo al Padre mio e Padre vostro, al mio Dio e vostro Dio".

E' di grande rilevanza che in un tempo nel quale la testimonianza delle donne, e quindi la loro parola, non aveva valore giuridico, il Cristo affidi il messaggio di resurrezione, a Maria di Magdala, facendo di lei la prima mediatrice della Parola, del Logos incarnato, rendendola apostola degli apostoli.

Il matrimonio di Maria e Gesù
Secondo alcuni studiosi (fra cui L. Gardner) la Maddalena fu la sposa sacra di Gesù in pieno rispetto delle procedure del matrimonio ebraico per i discendenti della sirpe di Davide e le nozze di Canaan (in cui Gesù era lo sposo) sarebbero appunto il primo atto di tale matrimonio. Da Maria e Gesù sarebbero nati, secondo tale tradizione, in cui credevano anche i Catari, tre figli, dando luogo ad una dinastia che si protrae nei secoli.

Maria Maddalena nella Gnosi
In alcune sette gnostiche tra il 2° e il 5°secolo dC, Maria Maddalena giocava un ruolo simbolico molto importante. Si riteneva che per la sua vicinanza con Gesù avesse ricevuto una rivelazione speciale da Lui e conoscenze che in seguito Ella avrenbbe trasmesso agli altri discepoli.
Maria Maddalena era anche l’archetipo del sacerdozio femminile.

Vi è un gruppo di fonti gnostiche che afferma di aver ricevuto una tradizione di insegnamenti segreti da Gesù tramite Giovanni e Maria Maddalena. Una parte di tale rivelazione aveva a che vedere con il concetto che il divino è sia maschile che femminile. Essi interpretarono ciò nel senso simbolico e astratto in cui il divino consiste da una parte dell’Ineffabile, del Profondo, del Padre Primo e dall’altra della Grazia, del Silenzio, della Madre di ogni cosa.

Nel “Vangelo di Maria” si racconta di quando gli apostoli, spaventati e disorientati dalla crocifissione, chiesero a Maria di infondere loro coraggio parlando degli insegnamenti segreti trasmessi a lei da Gesù. La Maddalena acconsentì e parlò loro fino a che Pietro, furioso, la interruppe chiedendo: “davvero Egli ha parlato privatamente di queste cose ad una donna e non apertamente con noi? Ci tocca ora davvero ascoltare Lei? Gesù preferiva dunque lei a noi?” Maria replicò: “Stai dicendo che dico cose che ho inventato io stessa o che sto mentendo a proposito del mio Signore? A questo punto Levi intervenì dicendo “Pietro, sei sempre stato impulsivo. Ora stai parlando con lei come con un avversario. Se il Signore l’ha considerata degna, chi sei tu per rifiutarla? Sicuramente il Signore l’ha conosciuta molto bene. E questa è la ragone per cui l’ha amata più di noi.” Al che gli altri furono d’accordo per accettare l’insegnamento di Maria e, incoraggiati dalle sue parole, uscirono a predicare. Vangelo di Maria 17.18 - 18.15.

Maria Maddalena, la Francia e i Catari
Secondo alcune fonti Maria Maddalena morì nel 63 d.C, all'età di 60 anni, in quella che oggi è St.Baume, nella Francia meridionale. Il suo esilio venne raccontato da Giovanni, nella "Rivelazione" (12:1-17), in cui descrive Maria e suo figlio e narra della sua persecuzione, della sua fuga e della caccia al resto del suo seme (i suoi discendenti) condotta senza tregua dai Romani. Oltre a Maria Maddalena, fra gli emigrati in Gallia nel 44 d.C, c'erano Marta e la sua serva Marcella. C'erano anche l'apostolo Filippo, Maria Iacopa (moglie di Cleofa) e Maria Salomè (Elena). Il luogo dove sbarcarono in Provenza era Ratis, divenuto poi noto come Les Saintes Maries de la Mer.

Tra le fonti scritte sulla vita di Maria Maddalena in Francia troviamo "La vita di Maria Maddalena", di Raban Maar (776-856), arcivescovo di Magonza (Mainz) e abate di Fuld.
In Francia Maria Maddalena avrebbe continuato l’opera di predica e di guarigione e trascorso lunghi anni in meditazione e in digiuno (nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli) in una grotta.

Il culto più attivo della Maddalena s'insediò poi a Rennes-le-Chateau, nella regione della Linguadoca. Ma anche altrove, in Francia, sorsero molti santuari dedicati a S.te Marie de Madelaine, fra cui il luogo della sepoltura a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell'ordine di san Cassiano vegliarono sul suo sepolcro e tomba in alabastro dall'inizio del 400. Un'altra importante sede del culto della Maddalena fu Gellone, dove l'Accademia di Studi Giudaici fiorì durante il IX° secolo. La chiesa a Rennes-le-Chateau fu consacrata a Maddalena nel 1059 e nel 1096, l'anno della Prima Crociata, ebbe inizio la costruzione della grande Basilica di santa Maria Maddalena a Vézelay. Nel redigere la Costituzione dell'Ordine dei Cavalieri Templari nel 1128, san Bernardo menzionò specificatamente il dovere di "obbedienza a Betania, il castello di Maria e Marta". E' quindi molto probabile che le grandi cattedrali di "Notre Dame" in Europa, tutte sorte per volere dei Cistercensi e dei Templari, fossero in realtà dedicate a Maria Maddalena.

Nel 1209 un esercito papale di 30.000 soldati al comando di Simone di Montfort calò sulla regione dela Linguadoca. Erano stati mandati a sterminare la setta ascetica dei catari (i Puri) che, secondo il Papa e Filippo II° di Francia, erano eretici. Il massacro, durato 35 anni, costò decine di migliaia di vite umane e culminò con l'orrendo eccidio al seminario di Montségur, dove oltre 200 ostaggi furono bruciati sul rogo nel 1244. In termini religiosi la dottrina dei catari era essenzialmente gnostica: erano persone dotate di grande spiritualità e credevano che lo spirito fosse puro, ma che la materia fisica fosse contaminata. Sebbene le loro convinzioni fossero poco ortodosse, il timore del papa in realtà era causato da qualcosa di molto più minaccioso. Si diceva che i catari fossero i custodi di un grande e sacro tesoro, associato ad un'antica e fantastica conoscenza. La regione della Linguadoca corrispondeva sostanzialmente a quello che era stato il regno ebraico di Septimania nell'VIII° secolo, sotto il merovingio Guglielmo de Gellone. Tutta la zona della Linguadoca e della Provenza era impregnata delle antiche tradizioni di Lazzaro (Simone Zelota) e di Maria Maddalena e gli abitanti consideravano Maria la "Madre del Graal" del vero cristianesimo occidentale. Ai pari dei Templari, i catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l'uguaglianza dei sessi. Come livello di apprendimento e di educazione, i catari erano tra i più colti nell'Europa di quel periodo, permettendo uguale accesso all'istruzione ai ragazzi e alle ragazze. Di tutti i culti religiosi nati in epoca medievale, il catarismo era il meno minaccioso, ma la tradizione sviluppata in Provenza, già dal I° secolo, sulla storia dei discendenti di Gesù alla Chiesa romana non piaceva. Al pari dei Templari i catari non volevano assolutamente sostenere la tesi che Gesù fosse morto sulla croce. Si riteneva così che possedessero sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente la storia della crocifissione. C'era soltanto una soluzione per un regime disperato che aveva paura di perdere credibilità. Dalla Chiesa di Roma fu impartito un ordine: "Uccideteli tutti".

La Maddalena medioevale
Dal Medioevo si afferma la figura della Maddalena come contro-eroina in un mondo di oppressione maschile.
Ella era ammirata come
- la donna che fu la prima testimone della resurrezione
- la donna che insegnava agli apostoli quando questi si distraevano
- la donna che predicava - in un momento in cui alle done era vietato predicare;
- la donna che sconfisse l’opposizione maschile.
La devozione alla Maddalena cominciò a diffondersi. La troviamo in statue, dipinti, fregi, pannelli dell’altare e illustrazioni dei manoscritti. Era usualmente rappresentata o al momento di ricevere l’incarico da Gesù o mentre predicava alle folle.
Si diffuse in tutta europa il racconto del suo arrivo in Francia attraverso la “Legenda Aurea”, un testo del XIII° secolo sulle vite dei santi che veniva letto in ogni chiesa e monastero.

Iconografia di Maria Maddalena
Nell'iconografia classica Maria Maddalena veste di nero e porta un mantello rosso, oppure, come appare in molti dipinti, sotto la tunica nera ne indossa una rossa, segno della sua dignità sacerdotale.

Probabilmente, come Gesù, ella apparteneva alla prisca setta dei Nazirei. Nazireo deriva da " Netzah " figura associata alla lunare Iside egizia e gli appartenenti alla setta vestivano tuniche nere. Maddalena trova la sua etimologia in Magdalha, "Torre", e proprio Maria Maddalena spesso veniva indicata dai Templari come Madre del Graal e sposa del Messia. Da questi i simboli si intuisce anche un legame fra il culto di Maria Maddalena e le celebri Madonne Nere, presenti non a caso soprattutto in Francia.

Altri attributi iconografici di Maria Maddalena:
Il Vaso - Il Teschio - Il Cilicio o la Sferza - La Croce - Il Libro - La Stuoia - Lo Specchio rotto - I Capelli Lunghi - La Nudità - Le Gioie disprezzate collana di perle rotta - Le Radici amare - La Grotta - Gli Angeli

Un miracolo di Maria Maddalena
Dal momento che Maria Maddalena rappresentava la prostituta sacra, ella era la mediatrice fra il mondo del divino e il mondo umano e ci sono diversi miti in cui si parla della capacità di Maria Maddalena di operare miracoli. In uno di essi si racconta di quando per prima ella vide e comunicò di aver visto Gesù risorto. Mentre correva a raccontarlo agli altri discepoli, ella incontrò Ponzio Pilato e gli disse della meravigliosa notizia. “Provalo!” rispose Pilato. In quel momento stava passando una donna con un cestino di uova e Maria Maddalena ne prese uno in mano. Come lo mostrò a Pilato, l’uovo divenne di colore rosso brillante.

giovedì 7 aprile 2011


Anaïs Nin (1903-1977), la poesia dell'erotismo

“La vita ordinaria non mi interessa. Cerco solo i grandi momenti. Voglio essere una scrittrice che ricorda agli altri che questi momenti esistono…”. E’ una delle autrici più controverse del 900. Donna di grande fascino, cosmopolita, e scandalosa per la sua epoca. Ha destato scalpore nella Parigi della Belle Epoque per la pubblicazione di racconti erotici: Anais Nin, profonda conoscitrice dell’animo umano.

Scoprì l’amore per la scrittura a 11 anni (1914), durante il viaggio che dall’Europa la portava a New York.

“Voglio descriverti, caro papà, ciò che sto vedendo in questo stupendo viaggio. Potrò così avere l’illusione che tu sia qui con me e che tu stia guardando le cose con i miei occhi“.

In realtà suo padre era definitivamente uscito dalla sua vita, salvo qualche fugace riapparizione in futuro (con presunte implicazioni di natura incestuosa) che comunque non colmarono mai la sua ossessiva ricerca di figura paterna che si trascinò dietro per tutta la vita. Anaïs sentiva il bisogno della conquista. Aveva la necessità di essere circondata da più uomini, soprattutto dopo aver perso quello più importante della sua vita.

“Se mio padre se n’è andato… se non mi amava dev’essere perché non ero amabile… come cortigiana avevo già assaggiato il fallimento. Dovevo trovare altri modi per interessare gli uomini“.

Sposò Hugh Parker Guiler (pseudonimo Ian Hugo), l’uomo a cui rimase infedelmente fedele per 50 anni, anche se in verità ci sarebbe da annoverare negli annali un matrimonio tenuto segreto con Ruper Pole (1955) poi annullato dalla stessa Nin per evitare guai a livello tributario.

Anaïs arrivò a Parigi nel 1929 richiamata dal fervido clima intellettuale della città, che negli anni ’30 ospitava molti dei più grandi artisti, scrittori, poeti, musicisti dell’epoca, e con molti dei quali ebbe delle liason, alcune sicuramente accertate altre di dubbio avvenimento: Antonin Artaud, Gore Vidal, Dalì, Edmund Wilson, André Breton. Tra le sue vittime ci fu anche Otto Rank, allievo di Sigmud Freud, con il quale collaborò come psicanalista, sebbene interruppe questa carriera nel giro di poco tempo. Con la psicoanalisi ebbe un rapporto controverso.

Iniziò questo lavoro con l’intento di ritrovare se stessa, ma ben presto si ritrovò annoiata e confusa tra la sua ricerca interiore e le turbe dei pazienti. Sentiva di confondersi troppo con le loro sofferenze e questo non le piaceva. Negli anni ’50 sperimentò l’LSD e ne descrisse il modo il cui la sostanza agiva sulla creatività e sulla percezione del proprio subconscio.

L’autrice di “Diario”, “Il delta di Venere”, “D.H. Lawrence. Uno studio non accademico”, “Henry and June”, “The house of Incest” subì l’influenza dell’allora ancora poco noto Henry Miller (autore di “Tropico del Cancro” e “Tropico del Capricorno”); in particolare ne rimase affascinata per la rudezza, per il suo modo di trattare le parole. “

E’ venuto a colazione con Richard Osborn, un avvocato che avevo dovuto consultare a proposito del contratto per il mio libro ‘D.H. Lawrence’. Mi è piaciuto subito, non appena l’ho visto scendere dalla macchina e mi è venuto incontro sulla porta dove lo stavo aspettando. La sua scrittura è ardita, virile, animale, magnifica. E’ un uomo la cui vita inebria. E’ come me. Era caldo, allegro, disteso, naturale. Sarebbe passato inosservato in una folla. Era snello, magro, non molto alto. Ha occhi azzurri, freddi e attenti, ma la sua bocca rivela emotiva vulnerabilità”.


Conobbe e frequentò così Henry Miller, e insieme alla moglie June intrecciò uno dei triangoli più torbidi dell’ambiente letterario della prima metà del ‘900. Di questa storia ne parlerà ne “Diario I 1931 – 1934”, anche se in un primo momento furono epurate tutte le scene più scabrose. Avrebbe desiderato vedere pubblicato il suo “Diario” fin dagli anni ’30, invece la prima uscita fu del 1966 e immediatamente divenne un caso letterario, specialmente per il pubblico femminile dell’epoca, tanto da innalzare la Nin a icona del movimento femminista.

“Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. E’ la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna, e indulgo in rifrazioni e diffrazioni”.

Il “Diario” era per lei una sorta di talismano che la proteggeva da oscure minacce. Lo portava sempre con sé, e coglieva ogni occasione possibile per appuntarvi osservazioni e riflessioni, mentre viaggiava in treno oppure stava seduta ad una tavolo di un caffè.

Tra il ’44 e il ’47 viveva tra New York e Los Angeles, e proprio in questo periodo iniziò la sua carriera di scrittrice scandalosa. Un collezionista di libri aveva offerto ad Henry Miller 100 dollari al mese per scrivere racconti erotici. Miller aveva accettato per bisogno di denaro e, allegramente, inventava storie piccanti sulle quali rideva con Anaïs. Ben presto si stancò e così propose all’amica-amante di scrivere qualcosa. Lei iniziò, ma il collezionista le disse: “Va bene, ma lasci perdere la poesia e le descrizioni di tutto quello che non è sesso. Si concentri solo sul sesso”.

“Così incominciai a scrivere ironicamente, divenendo così improbabile, bizzarra ed esagerata che pensai che il vecchio si sarebbe accorto che stavo facendo una caricatura della sessualità. Ma non ci fu alcuna protesta. Passavo i giorni in biblioteca a studiare il Kamasutra. Ascoltavo le avventure più spinte degli amici. ‘Meno poesia’ diceva la voce al telefono. ‘Sia specifica’”.

Ma più era condannata ad insistere solo sulla sessualità, più creava poesia. La Nin racconta a questo proposito che scrivere di pornografia era diventata una strada verso la santità, invece che verso la dissolutezza.

Anaïs Nin smise di scrivere il suo “Diario” solo con la morte, avvenuta il 14 gennaio 1977. Mito e poema al tempo stesso, fece di questa forma letteraria il suo talento. Opera monumentale di 15.000 pagine dattiloscritte raccolte in 150 cartelle. I diari sono ricchi di dialoghi, osservazioni, interventi critici e commenti sulle persone, la politica, la letteratura, i viaggi, oltre che sulle vicende personali. Il mondo visto attraverso gli occhi di Anaïs è un mondo ricco di fascino e di meraviglia. Anche le cose più piccole, le persone più insignificanti vengono descritte con amore, profondità e soprattutto curiosità.

Sensibilità profonda. Vita intensa vissuta attraverso i sensi.
“La vita si rimpicciolisce e si ingrandisce in proporzione al proprio coraggio”, Anaïs Nin.

lunedì 4 aprile 2011



Il quadro, che è stato esposto in numerose occasioni, ha una cornice di legno argentato scolpita da Léon Jallot. E forse l’opera più famosa della Lempicka, diventata poi immagine simbolo di un’epoca, emblema della donna indipendente che si afferma. La pittrice si ritrae in caschetto e guanti di daino al voltante di un’auto sportiva. Il quadro nacque dall’incontro casuale tra l’artista e la direttrice della rivista Die Dame: questa, dopo aver visto la Lempicka alla guida della sua Renault gialla, le chiese di dipingere un autoritratto in automobile per la copertina della rivista. Al di là dell’attendibilità del racconto, che la pittrice data al 1927-1928, questo e i molti altri episodi narrati nella sua biografia forniscono utili informazioni per comprendere il personaggio Lempicka, il suo ruolo, le sue scelte, la sua totale adesione a un certo modello di vita caratteristico degli anni Venti-Trenta.


TAMARA DE LEMPICKA

Tamara de Lempicka nasce il 16 maggio del 1898 a Varsavia. Nel 1911 compie un importante viaggio in Italia insieme alla nonna materna, durante il quale scopre la sua passione per l’arte. Nel 1914, disobbedendo alla volontà dei genitori, interrompe gli studi e si trasferisce a San Pietroburgo, presso la zia Stefa Jansen. Durante una festa Tamara conosce il giovane avvocato Tadeusz Lempicki e se ne innamora. I due si sposano nel 1916, poco prima dello scoppio della rivoluzione russa. L’anno seguente il marito è arrestato per la sua militanza nelle file controrivoluzionarie, ma grazie alle relazioni della moglie viene presto liberato. I due si trasferiscono a Copenaghen, dove già si trovano i genitori di Tamara, e da lì giungono a Parigi. Nel 1920, poco dopo la nascita della figlia Kizette, Tamara decide di dedicarsi alla pittura e inizia a frequentare l’Académie de la Grande Chaumière, poi prende lezioni da Maurice Denis e André Lhote. Nel 1922 partecipa al Salon d’Automne. Dopo questa sua prima apparizione, la pittrice continua a esporre a Parigi fino alla seconda metà degli anni Trenta. Nel 1925 Tamara parte con la madre e la figlia per l’Italia per studiare i classici. A Milano conosce il conte Emanuele Castelbarco, proprietario della galleria d’arte Bottega di poesia, che le organizza la sua prima mostra personale. Durante la sua permanenza in Italia conosce Gabriele d’Annunzio, del quale desidera fare un ritratto. Negli anni seguenti, divenuta pittrice di successo, intensifica la sua partecipazione a mostre ed esposizioni parigine. Nel 1928 divorzia dal marito e ben presto si lega al barone Kuffner, che sposerà nel 1933. In seguito a una profonda crisi esistenziale, l’artista comincia a dipingere soggetti di contenuto pietistico e umanitario. Nell’estate del 1939 i coniugi Kuffner partono per New York, dove Tamara organizza una personale alla galleria di Paul Reinhardt. Nonostante i suoi numerosi impegni umanitari, la pittrice continua ad allestire mostre a New York, Los Angeles e San Francisco. Dopo un lungo periodo di silenzio, nel 1957 presenta le sue nuove opere a Roma alla Galleria Sagittarius. L’artista realizza in questi anni una serie di composizioni astratte, cui fanno seguito dei dipinti a spatola che non incontrano il consenso della critica. La mostra, allestita nel 1962, alla Galleria Jolas di New York è un fallimento. Dopo la morte del marito, avvenuta nel novembre di quell’anno, Tamara lascia New York e si trasferisce a Houston, dove vive la figlia Kizette. Nel 1969 torna a Parigi e riprende a dipingere. Una grande mostra antologica, organizzata presso la Galerie du Luxembourg (1972), riporta al successo l’anziana pittrice. Nel 1978 Tamara si trasferisce in Messico, a Cuernavaca, dove muore il 18 marzo 1980. Secondo le sue volontà testamentarie, le sue ceneri vengono sparse sul cratere del vulcano Popocatépetl.

giovedì 31 marzo 2011


La badessa Ottilia

Le notizie cronologiche sono scarse; Odilia o Ottilia, figlia del duca Adalrico di Alsazia, regione della Francia orientale, ma che nei secoli passati fu più volte della Francia o della Germania; nacque dunque in Alsazia nel secolo VII, cieca dalla nascita e secondo la leggenda, il padre l’affidò ad una domestica.
Costei condusse la bambina al monastero di Balma (Baume-les-Dames) e si racconta che nel momento in cui il vescovo s. Erardo la battezzava, riacquistò la vista. Restò a Balma per un certo tempo, poi Odilia fu ricondotta a casa da suo fratello Ugo; il padre Alderico fondò per lei il monastero di Hohenbourg in Alsazia di cui divenne la prima badessa e lì visse santamente.
Sempre secondo la leggenda, lei stessa fondò il monastero di Niedemunster. Morì il 13 dicembre di un anno della fine del secolo VII. La badessa e il monastero di Hohenbourg sono menzionati in una donazione fatta alla badessa Adela nel 783; la prima ‘Vita’ di s. Odilia fu scritta agli inizi del secolo X da un cappellano di Hohenbourg, per la maggior parte leggendaria.
La regola osservata nel monastero fu quella benedettina, integrata da altre particolarità, questo sembra dipendere dalla parentela fra Adalrico e sua figlia Odilia con Leodegaro, il grande diffusore del monachesimo benedettino.
La santa badessa fu sepolta ad Hohenbourg nella chiesa di S. Giovanni, questa chiesa e la tomba furono nominate per la prima volta da papa Leone IX il 17 dicembre 1050. Le reliquie hanno una storia a sé, alcune vennero trasferite in altri posti, l’imperatore Carlo IV il 4 maggio 1353 ricevette il braccio destro, oggi conservato a Praga.
Altre che erano ad Odilienberg furono salvate dalla rivoluzione francese nel 1795, anche se il sarcofago perse allora il suo rivestimento di marmo, nel 1842 furono deposte in un cofano sotto l’altare.
Le reliquie invece che furono portate ad Einsiedeln nel sec. XVII, furono distrutte dai rivoluzionari nel 1798. Il culto per s. Odilia fu molto diffuso per tutto il Medioevo, in tutte le abbazie germaniche e in alcune regioni francesi; ancora oggi è molto venerata nelle diocesi di Monaco, Meissen, Strasburgo e nelle abbazie benedettine femminili austriache.
Il Martirologio Romano seguendo l’antica celebrazione del sec. XII a San Gallo, la ricorda al 13 dicembre.
S. Odilia dal 1807 è patrona dell’Alsazia, dove riceve un grande culto popolare, il Mont-Sainte-Odile è un luogo di pellegrinaggio assai frequentato, dove viene celebrata il giorno dell’anniversario della traslazione, avvenuta il 7 luglio 1842.
Cappelle in suo onore sono costruite su colline e montagne, è invocata specialmente per la guarigione degli occhi, delle orecchie o dei mali di testa, infatti essa è rappresentata in vesti di badessa, con un libro aperto su cui posano due occhi.
A volte è raffigurata mentre libera dal Purgatorio l’anima di suo padre Alderico, inoltre a volte porta in mano un calice, che si riferisce ad un episodio della ‘Vita’ per cui Odilia gravemente malata e poi morta senza aver ricevuto il Viatico, grazie alle preghiere delle sue consorelle addolorate, risuscitò e fattosi portare il calice con le particole, si comunicò da se stessa, morendo subito dopo.
Il suo nome è Odilia ma dal sec. XV in Baviera e poi in Alsazia fu adottata la versione Ottilia

mercoledì 30 marzo 2011


Ancora sulla grandissima Plath
Vita di Sylvia Plath


Una psichiatria nosografizzante e catalogante troverebbe senza difficolta’ diverse definizioni per inquadrare la dinamica personologica di Sylvia, inserendola ora nei disturbi dell’umore e ora in quelli della personalita’, a seconda che prevalga una lettura piu’ centrata sulla polarita’ affettiva (umore basso, umore alto) o piu’ centrata sullo stile del carattere(che diventa cosi’ borderline, istrionico, e via dicendo).Una psicologia che prenda come cardine la relazione, rintraccerebbe con relativa facilita’ le tracce di un dolore antico nella precoce perdita dell’adorato padre Otto, quando Sylvia ha nove anni, ne’ si puo’ ignorare la difficile e timorosa relazione con la madre, la severa Aurelia, a cui Syliva non vuole dispiacere in nulla, cosi’ che nel tragico matrimonio con Hughes non potevano che ripetersi, secondo il misero schema della coazione a ripetere, il bisogno e la ferita antica, ambedue mai sopiti e mai risolti. Come spesso accade per la vita dei poeti e dei creativi, tutti I tentativi di lettura psicologizzanti — o, ancor peggio, psichiatrizzanti — non dicono nulla dell’animo del poeta, e anzi ancor piu’ ne immiseriscono il talento collocandolo nelle maglie sempre strette e mai esaustive degli inquadramenti forniti dalle scienze alle sofferenze e alle contraddizioni dell’uomo.

Chi è stata Sylvia Plath ?
Una donna americana molto legata alla madre, ossessionata dalla morte del padre scomparso quando lei aveva otto anni, che tenta per la prima volta il suicidio a 21 anni, sposa un promettente e bellissimo poeta inglese, ha due bambini, il marito la lascia, e muore suicida a 30 anni.
Scrive poesie da sempre.






Genitori di Sylvia


Sylvia Plath nasce il 27 ottobre del 1932 a Jamaica Plain, un sobborgo di Boston. Suo padre Otto Emil Plath, figlio di genitori tedeschi, si trasferisce in America a 16 anni dietro invito dei nonni, emigrati negli Stati Uniti, i quali offrirono di pagargli gli studi a patto che il ragazzo entrasse negli ordini come pastore luterano. Otto, compiuti gli studi, dopo una breve esperienza in seminario, rinunciò a prendere gli ordini e ruppe i rapporti con tutta la famiglia; in seguito diventerà uno stimato entomologo, oltreché un eccellente linguista. La mamma di Sylvia, Aurelia Schober apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts, abituata in casa a parlare solo tedesco, da bambina incontrò grandi difficoltà di inserimento, e, crescendo, trovò sfogo e consolazione nei suoi interessi letterari. Nel 1929, durante in corso di tedesco alla Boston University, conosce Otto Plath, di ventun anni più anziano, con il quale si sposerà nel gennaio del 1932. Aurelia, così, smise di insegnare tedesco nelle scuole superiori, per seguire il marito nelle sue ricerche che culminarono in una tesi sulle api. Questa passione paterna diventerà un elemento ricorrente in molte poesia di Sylvia. Alla sua nascita, il padre disse ai colleghi che dopo due anni e mezzo avrebbe voluto un maschio e, quando nacque Warren Joseph, il 27 aprile 1935, Otto Plath si conquistò la fama di uomo che ottiene ciò che vuole. A quell’epoca pur accusando gravi disturbi di salute, Otto Plath si rifiuta di consultare il medico, continua ad insegnare ma si ritira in casa, in un silenzio oppressivo e doloroso. Più tardi i suoi gemiti ed i suoi furori saranno un tratto dominante delle poesie di Sylvia e della sua condizione. Solo nel 1940 il padre decide finalmente di sottoporsi alle cure mediche, in seguito alle quali, a causa di un diabete mellito in stadio avanzato, gli viene amputata una gamba, ma l’intervento tardivo si rivela inutile ed Otto muore il 5 novembre di embolia polmonare. Sylvia dirà che questa data segna la fine della sua infanzia e di ogni felicità.

Adolescenza


Sylvia nel grembo della madre, una donna forte, colta, aperta, deve depositare successi scolastici, successi letterari, una vita perfetta da figlia americana perfetta. La madre amatissima e dalla quale ovviamente si sentiva oppressa. Ma lei è straniera, come del resto i genitori di origine tedesca. Sylvia è l’espatriata, la donna che con dolore ha strappato le sue radici. Sylvia impara da subito, ancora bambina, a comporre versi. Il marito in seguito racconterà che scriveva molto lentamente, attenta ad ogni parola, consultava febbrilmente dizionari, ossessionata dagli schemi metrici elaborati e complessi. La sua aspirazione è la perfezione. Le sue poesie sono limate e curate fino all’inverosimile. Ha una fantasia ricca e surreale: “Vuole sprofondare fin là dove tra le parole si rivelano legami magici, veri e propri vincoli” (Nadia Fusini).
A 12 anni entra nella Philips Junior High School, incomincia a pubblicare le sue poesie nella rivista scolastica ed a compilare il diario.
1950-Diciottenne, dopo 49 rifiuti pubblica finalmente un racconto: E l’estate non tornerà di nuovo (And summer shall not come again) e nel settembre dello stesso anno ha inizio il carteggio con la madre Aurelia.

New York
Tre anni dopo, grazie ad un racconto, Domenica dai Minton (Sunday at the Mintons), vince una borsa di studio ed un soggiorno di un mese a New York come redattore inviato (guest editor) della rivista femminile “Mademoiselle” che aveva ospitato il racconto.
Su questa esperienza si aprirà il suo unico romanzo bellissimo romanzo, La campana di vetro(The Bell Jar)., un’esperienza autobiografica, dove narra con alto stile e semplicità gli assurdi cliché dell’America anni cinquanta, gli anni di una caccia alle streghe culminata con la condanna a morte dei Rosenberg, esprime il suo rifiuto estremo e sofferto ad ogni codice di comportamento, alle istituzioni di una middle-class di cui lei stessa faceva parte, l’ossessione della morte, che traspare sin dalla visita alla tomba del padre, intesa come fatale potenza della volontà, come espressione massima e liberatoria del sé. La sua vita e la sua poesia seguivano percorsi paralleli e così, arrivarono insieme al loro compimento. L’impatto con la mondanità newyorkese ebbe effetti devastanti nelle sensibilità di Sylvia, in quelle frequentazioni avvertiva il peso dell’ipocrisia di una middle-class americana negli anni maccartisti, la stessa che è proiettata nella figura di Buddy Willard.
1953- Estate. Aveva 21 anni. Sylvia è a Boston, a casa di sua madre. Ha avuto una piccola delusione, non è stata ammessa ad un importante corso di scrittura. Passa le giornate dormendo, poi subentra l’insonnia. Non si lava, a volte sembra catatonica. Un giorno la madre nota dei segni rossi sulle sue gambe. Alla madre terrorizzata Sylvia disse: “Oh, mamma, il mondo fa schifo! Voglio morire! Moriamo insieme!”.
Una mattina si sdraia a prendere il sole in giardino e a leggere, come amava fare, ma non riesce a concentrarsi su quello che legge, l’Ulisse di Joyce. Non riesce a seguire le frasi. Che succede? Vuole morire. La madre la porta da uno psichiatra, le viene prescritto un ciclo di elettroshock. L’elettroshock glielo fanno in ambulatorio e senza anestesia. Lo descrive nel romanzo La campana di vetro, con immagini che torneranno nei suoi versi: “Poi qualcosa calò dall’alto, mi afferrò e mi scosse con violenza disumana. Uiii-ii-ii-ii, strideva quella cosa in un’aria crepitante di lampi azzurri, e a ogni lampo una scossa tremenda mi squassava, finché fui certa che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa sarebbe schizzata fuori come da una pianta spaccata in due. Che cosa terribile avevo mai fatto, mi chiesi”.
Ma il dolore non passa, semmai aumenta; le sembra di essere diventata “quella cosa completamente bruciata”. Un giorno resta sola in casa. Prende una coperta, un bicchiere d’acqua, un flacone con cinquanta pillole, e lascia un biglietto: “Vado a fare una lunga passeggiata. Tornerò domani”. Scende in cantina, con una catasta di legna forma una minuscola cella e vi si richiude dentro, al buio, al fresco, all’umido. Rimane tre giorni sottoterra, nella caverna-cantina. Questa è stata la sua morte simbolica. Una morte cercata e mancata che l’ha comunque battezzata. Lei è un’iniziata.
La ritrovano dopo tre giorni di ricerca disperata. Il fratello sente dei lamenti provenire dalla cantina e si precipita. Ha inghiottito troppe pillole, ha vomitato, non morirà.
La cura una psichiatra donna, molto sensibile, comprende che Sylvia ha un quoziente di intelligenza altissimo, ma allo stesso tempo è fragile. Non parla, è catatonica, non riconosce più le parole. Poi si altera, si sovreccita. La terapia non funziona, paradossalmente ne verrà fuori con un nuovo ciclo di elettroshock. La psichiatra dirà: “Era come se volesse essere punita”.



Gran Bretagna


1954- Torna allo Smith per laurearsi sulla duplice identità nei personaggi di Dostoevskij.
Vince poco dopo una borsa di studio per Cambridge. Si trasferisce in Inghilterra. Conosce il poeta britannico Ted Hughes con cui decide di sposarsi segretamente a Londra. Il sogno di un sodalizio letterario, l’estasi dell’incontro trascina progetti di felicità e produttività, seppur il loro “far poesia” partisse da assiomi opposti, Ted curerà in seguito le pubblicazioni di sua moglie. Di fronte alla dirompente ispirazione poetica, Sylvia, tuttavia, vive drammaticamente le privazioni di una vita domestica.
La madre approva, il matrimonio, ma dentro di lei resta un buco nero che non riesce a colmare.

Stati Uniti:

La docenza, l`assistenza in psichiatria, Ann Sexton
1957-Le viene offerto, a 25 anni, un incarico di insegnamento allo Smith, e così nel giugno dello stesso anno torna negli Stati Uniti con Ted.
L’esperimento dell’insegnamento mette in luce da un lato le straordinarie capacità didattiche e di analisi letteraria di Sylvia, ma l’impegno le toglie il tempo e l’energia per produrre. In conseguenza di ciò, rifiuterà l’incarico per l’anno successivo. Sarà questa una scelta molto difficile dal momento che né Ted né Sylvia disponevano di un lavoro sicuro, ciò susciterà la forte perplessità da parte dei conoscenti che non riusciranno a comprendere il senso della decisione. Ma con il totale sostegno di Ted, da questo momento in avanti Sylvia porrà la poesia al di sopra di tutte le scelte.
1958- Lavora come aiuto psichiatra in un ospedale del Massachusetts, tenendo contemporaneamente in diario di numerosi casi clinici, nello stesso periodo segue le lezioni di poesia alla Boston University, dove conosce Ann Sexton.
Tra Sylvia ed Ann si sviluppa da subito una forte amicizia sorretta da sconcertanti analogie. Ann riferisce dei loro incontri nel suo lussuoso appartamento al Ritz, dove le due poetesse amavano trascorrere il tempo a raccontarsi le reciproche fantasie suicide.

Ritorno in Gran Bretagna:La separazione dal marito.


1960- Con Poem for a Birthday, sette poesie scritte all’avvicinarsi dei suoi 27 anni, incinta di quattro mesi, fa i conti con i tre giorni che è rimasta chiusa nella caverna-cantina a casa della madre a Boston e con l’esperienza del manicomio. Perché voleva morire? Cosa le era preso? Forse qualcuno la chiamava…Chi la chiamava? Il padre morto? La morte? Ha vissuto una morte rituale, alla quale è seguita una rinascita biologica (ora aspetta il suo primo bambino) e artistica (ha ritrovato la capacità di scrivere).
Voleva morire, ma è stata salvata ed è risorta.
“Presto, presto la carne/che il severo sepolcro ha divorato/tornerà al suo posto su di me,/e sarò una donna sorridente./Ho 30 trent’anni soltanto./E come i gatti ho nove volte per morire.
Il marito dirà: “Sembrava un’invalida, tanto era priva di protezioni interiori”.
Ted e Sylvia tornano in Inghilterra dove nasce la prima figlia: Frieda Rebecca. Ma Sylvia è ancora in piena crisi. Le sue poesie non sono vere, sono nate morte, non “respirano”. Comincia una lotta terribile contro il suo demone. La morte appare quasi ad ogni strofa, è una presenza sinistra. Adesso deve vivere accanto ad un io assassino che lei conosce bene e cerca di tenere a bada: “Ho un buon io che ama i cieli, le colline, le idee, i piatti saporiti, i colori brillanti. Il mio demone vorrebbe ucciderlo”.
Lei stessa è sgomenta dalle immagini forti delle sue nuove poesie, dopo che il demone è lasciato quasi libero. Ma è anche difficile, con un tale compagno che le alita sul collo “creare una voce tutta mia, una visione tutta mia”. Nell’ottobre uscirà Il colosso (The Colossus).
1962- Dopo un aborto avvenuto l’anno prima, nasce il secondogenito: Nicholas Farrar, nella casa di campagna del Devon. La tensione familiare, tra Ted e Sylvia, ormai irrefrenabile, culminerà nell’adulterio di Ted con Assia Gutman e la loro definita separazione. Rimane sola con due bimbi piccoli nella casa di campagna del Devon, dove si era trasferita con Ted, prima della nascita del secondo bambino, e dove era perfino diventata apicultrice; ma il triste inverno inglese la angosciava da tempo: “Come sogno la primavera! Mi manca la neve americana, che se non altro fa dell’inverno una stagione pulita, eccitante, invece di questi sei mesi di seppellimento tra il tempo umido, la pioggia, e il buio; come i sei mesi che Persefone doveva passare con Plutone”, scrive nel suo diario.
Scrive febbrilmente, all’alba, lo racconta lei stessa, “in quell’ora azzurra, silenziosa, quasi eterna che precede il canto del gallo, il grido del bambino, la musica tintinnante del lattaio che posa le bottiglie”.
La sua vita è nel caos, eppure ora scrive una poesia al giorno e sono tutte “poesie da libro. Roba incredibile, come se la vita da casalinga mi avesse soffocata”. Scrive ad un’amica: “Quando facevo vita domestica felice mi sentivo come un tappo in gola. Ora che la mia vita domestica è nel caos, faccio vita spartana, scrivo con addosso la febbre alta e tiro fuori cose che avevo chiuse dentro da anni, mi sento sbalordita e molto fortunata”.
Ma non è facile: “Sto bene nella mente e nello spirito ma sono logorata e malata nella carne”. Dopo la separazione dal marito precipita in una disperata solitudine che rafforza i suoi toni mistici. Quando la rivede, qualche tempo dopo la separazione, Ted riconosce in lei qualcosa della chiaroveggente, sensazione rafforzata dalla lettura delle sue ultime poesie: “Sylvia è il poeta sciamano. In poesia penetra fino a profondità riservate in passato ai sacerdoti dell’estasi, agli sciamani, ai santoni”.
Si fanno più forti in lei il gusto del macabro e della violenza. Anche il tema del doppio, dello specchio, del sosia, le rimane sempre molto caro anche il mare – ama l’Oceano – la valenza simbolica dell’acqua, ricorrono spesso nei suoi versi.
Vorrebbe celebrare ancora il mito della propria rinascita, ma ormai costruisce solo la sua effigie funebre.
Vorrebbe staccarsi dal Ted, ma non riesce a superare lo strazio dell’abbandono.
La madre è preoccupata, grazie ad un’amica trova un’infermiera pediatrica che aiuterà Sylvia ad occuparsi dei bambini. La giovane madre-poetessa ritrova coraggio e scrive con rabbia alla madre: “Non venirmi a dire che il mondo ha bisogno di storie allegre! Quello che vuole una persona uscita viva da Belsen – fisico o psicologico – è non sentirsi dire che gli uccellini fanno sempre cip-cip e sapere invece che qualcun altro è stato laggiù e ha conosciuto il peggio, esattamente per quello che è. Mi è di molto aiuto, ad esempio, sapere che c’è gente che divorzia e fa una vita d’inferno che non sentire di matrimoni felici”.Le difese di Sylvia si spezzano e decide di trasferirsi di nuovo a Londra. Questi mesi sono segnati da un’intensa ripresa letteraria, in cui vengono scritte la maggior parte delle poesie di Ariel e di Winter Trees.

Rapporto con i figli


Sylvia Plath ha scritto saggi, racconti, articoli, un unico romanzo pubblicato quando era ancora in vita e, naturalmente, poesie. Ma ha scritto anche tre leggere, allegre e simpatiche storie per bambini.
“Mia madre, Silvia Plath, voleva scrivere. Non c’è dubbio che per lei questa fosse la cosa più importante”, scrive la figlia Frieda Hughes nell’introduzione a “3 storie per bambini”, raccolte di recente da Mondadori in un volume riccamente illustrato. Con commovente stupore la figlia racconta come la madre, nella sua brevissima vita, abbia fatto in tempo a scrivere anche un denso diario e tre storie per bambini: A letto, bambini!, Max e il vestito color zafferano; Folletti in cucina.
In queste storie non c’è traccia dell’angoscia, del senso di morte, delle ossessioni “notturne” che hanno fatto di Sylvia Plath una grandissima artista: qui la vita quotidiana è serena e perfettamente vivibile. Ancora Frieda: “Mentre le poesie testimoniano il suo grande talento e le sue doti intellettuali, mentre il diario descrive la sua battaglia personale quotidiana, le sue speranze e le sue paure, queste tre storie mostrano un lato della sua personalità che desiderava un mondo semplice e felice, dove i problemi possono risolversi facilmente e dove ogni vicenda si risolve con il lieto fine”.
Bianca Pitzorno ha curato l’edizione italiana delle storie per bambini di Sylvia Plath. Scrive: “Non ero preparata ai versi ironici e leggeri di A letto bambini!, e alla prosa semplice, dolcemente ironica, da racconto della buonanotte, delle due storie successive. Sapevo che dal matrimonio di Sylvia Plath e Ted Hughes erano nati due bambini che non avevano fatto quasi in tempo a conoscere la madre, morta suicida quando Nicholas non aveva ancora un anno e Frieda ne aveva solo tre. Eppure per loro, per quando sarebbero stati in grado di leggere o almeno di ascoltare, questa madre disperata, questa artista così sensibile da non tollerare lo strazio della vita quotidiana, aveva fatto in tempo a scrivere una filastrocca esilarante, piena di sorprese e giochi di parole, e due storie semplici e affettuose, piene di serenità familiare”.
“Forse – si chiede Bianca Pitzorno, la più grande scrittrice italiana di libri per ragazzi – era questa l’infanzia che disperatamente immaginava per i suoi figli”.

Londra


1963- Decide di tornare a vivere a Londra, il peso dell’ isolamento nel Devon si è fatto angosciante. Esce sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas The Bell Jar.
E Sylvia sembra aver riacquistato forza e fiducia: “Vivere separata da Ted è meraviglioso, non sono più nella sua ombra ed è fantastico essere apprezzata per me stessa e sapere quello che voglio. Magari chiederò anche in prestito un tavolo per il mio appartamento all’amica di Ted…I miei bambini e scrivere sono la mia vita, e che loro si godano pure le loro storie d’amore e i loro party, pfui!”.
A Londra, nel mese di gennaio del 1963, Sylvia, come gli altri londinesi, sta vivendo il gennaio più freddo degli ultimi 150 anni. Scaldarsi, lavarsi e cucinare è un’impresa. Le sta vicino il dottor Horder, preoccupato per la perdita di peso di Sylvia. Può contare su qualche amico, ed anche il marito va a trovarla spesso nel nuovo appartamento. Prende degli antidepressivi. Scrive alla madre, in una delle ultime lettere: “Adesso vedo com’è tutto definitivo, ed essere catapultata dalla felicità mucchesca della maternità nella solitudine e nei problemi non è certo allegro”.
Fa progetti per il futuro: “Adesso i bambini hanno più che mai bisogno di me e per i prossimi due o tre anni andrò avanti a scrivere la mattina, a passare con loro il pomeriggio e vedere amici o studiare e leggere di sera”.
Ma il dottor Horder, che la segue assiduamente, è molto preoccupato per le sue evidenti condizioni di esaurimento psico-fisico e sta cercando di organizzare un ricovero in ospedale. Sylvia al mattino si alza all 4,30 per comporre le sue poesie, dopo aver portato la colazione(pane e latte) nella stanza dei figli, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo ed un asciugamano.
Va in cucina, anche qui sigilla tutte le fessure, poi infila la testa dentro il forno e accende il gas. Ha lasciato solo un breve messaggio, scritto su un foglietto appuntato sulla carrozzina del figlio: “Per favore, chiamate il signor Horder”.Horder è stata l’ultima persona a vederla viva, insieme ad un vicino di casa.

Cronologia opere



La Biografia di Sylvia Plath è stata tratta da Iceblues; sito: www.fuorispazio.net e da una scheda a cura di Luisa Nieddu, per il sito www.girodivite.it/antenati.


Poetica

Hughes si occupò dei beni personali e letterari di Sylvia Plath. Distrusse l’ultimo volume del diario di Sylvia, che descriveva il periodo che avevano trascorso insieme. Nel 1982, Sylvia Plath divenne la prima poetessa che vinse il Premio Pulitzer dopo la propria morte (per The Collected Poems).

Molti critici, spesso femministi, accusarono Hughes di aver tentato di controllare le pubblicazioni per scopi personali. Hughes negò ciò, anche se si accordò con la madre di Sylvia, Aurelia, quando questa cercò di bloccare la pubblicazione delle opere più controverse di sua figlia negli Stati Uniti. Nella sua ultima raccolta, Birthday Letters, Hughes ruppe il suo silenzio su Sylvia. La copertina fu disegnata da Frieda. Mentre i critici all’inizio risposero in modo favorevole al primo libro della poetessa, The Colossus, questo è stato descritto anche come convenzionale e mancante del pathos delle composizioni successive. Il peso dell’influenza di Hughes è stato oggetto di un grande dibattito. I versi di Sylvia Plath possiedono una voce propria e le somiglianze fra i due poeti sono superficiali.

I componimenti di Ariel segnano una svolta da quelli precedenti verso un’area della poesia più confidenziale. È probabile che gli insegnamenti di Lowell giocarono un qualche ruolo in questo cambiamento. L’impatto di Ariel fu sorprendente, a cause delle sue schiette descrizioni di malattia in poesie autobiografiche come Daddy. L’opera di Sylvia Plath è stata associata ad Anne Sexton. Nonostante critiche e biografie pubblicate dopo la sua morte il dibattito sul corpus dei componimenti di Sylvia sembra una lotta tra i lettori schierati con lei e quelli schierati con Hughes. L’ostilità dei sostenitori dell’autrice nei confronti del compagno ha raggiunto il suo culmine quando le lettere del nome “Hughes” sono state cancellate dalla lapide di Sylvia.

martedì 22 marzo 2011


Donne scandalose: Marie Duplessis (1824-1847), la vera storia de "La Signora delle Camelie”


“Qualcuno potrebbe credere che Marie fosse Giovanna d’Arco, qualcun altro un’eroina nazionale, così profonda era la tristezza generale”, lo scrisse Dickens dopo essersi trovato tra la folla che partecipò all’asta degli ambiti beni venduti per risarcire i numerosi creditori. Marie Duplessis, pseudomino di Rose Alphonsine Plessis, è stata una famosa cortigiana francese, amante di molti uomini di spicco e facoltosi, e musa ispiratrice per la Margherite Gautier del giovane Alexandre Dumas, anch’egli tra le vittime dell’affascinante “Signora delle Camelie”.

La vita di questa donna ha ispirato numerose opere letterarie, teatrali e cinematografiche, e tra le più famose, oltre al romanzo di Dumas, la celeberrima opera lirica di Giuseppe Verdi “La Traviata”. Ed è così che attraverso questi due capolavori, la vita breve ma intensa di Marie Duplessis viene consegnata all’eternità.

Nata in Normandia in una famiglia estremamente povera. Sua nonna paterna era una prostituta e suo nonno un sacerdote. Suo padre, proprietario di un negozio di tessuti, era un alcolizzato e violento. Al contrario, la mamma, Marie-Louise Deshayes, proveniva da una famiglia rispettabile. Ben presto il matrimonio finisce e Rose - appena adolescente- inizia a lavorare prima come cameriera in un albergo, poi in una fabbrica di ombrelli a Gacé, sempre nelle vicinanze del paese d’origine. Successivamente si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna, dove continua a mantenersi con lavori umili. Divenuta l’amante di un commerciante, inizia un percorso che la porterà a diventare, a soli sedici anni, una protagonista della vita mondana della Parigi di metà ‘800. Bellissima donna, longilinea e piccolina di statura, carnagione chiara, occhi ipnotizzanti e sorriso ammaliante. Seduttrice naturale, spontanea, temperamento passionale e intrigante. Dotata di una notevole intelligenza, si dedica alla lettura, impara a suonare discretamente il piano e riesce a formarsi una vasta cultura da autodidatta, il tutto con ritmi rapidissimi.

Uno dopo l’altro cadono ai suoi piedi, rapiti dalla sua particolare bellezza, freschezza, vivacità e soprattutto spirito, uomini di spicco dell’epoca. E’ in questo momento che Rose Alphonsine cambia nome assumendo quello più aristocratico di Marie Duplessis. Omnipresente nei salotti più chiacchierati della Parigi di inizio ‘900, destò scandalo la sua relazione con Agénor Gramont, duca di Guiche, rampollo di una nobile famiglia destinato a diventare uomo di primo piano nella Francia di Napoleone III. La liaison provocò talmente tanti pettegolezzi che la famiglia intervenne allontanando il delfino dalla capitale. La situazione era stata resa insostenibile a causa del comportamento di Agénor che voleva al suo fianco Marie in ogni apparizione pubblica, ed è proprio questo abbandono che la ferisce e umilia.

Ma il duca non era il solo a frequentare la Duplessis, anzi, contemporaneamente erano sette gli amanti che si contendevano le gioie del letto. Finalmente nel 1844, all’età di 20 anni, Marie consacra il passaggio dal demi-monde alla ricchezza. Casa regale, rarità, arazzi, libri, mobili, gioielli, argenterie, un intero guardaroba con capi lussuosi, carrozza e cavalli. Amanti e conoscenze privilegiate. Si annoverano tra gli spasimanti, il conte Edoardo de Perregaux, il conte svedese von Stackelberg, l’ambasciatore russo a Vienna dell’epoca, e in particolare il compositore Franz Liszt, che tenterà di far dimenticare la relazione con Dumas, troncata improvvisamente da una lettera in cui lo scrittore prende le distanze più che dalla donna “Dal dolore che una vicenda così coinvolgente non poteva non provocare”.

Dopo Liszt, Marie sposa il conte de Perrégaux nel 1846, ma l’unione finisce ancor prima di iniziare. Così rientra a Parigi e, imperterrita, continua la sua vita a perdere in tumulti e disordini, preludio di una malattia inesorabile impossibile da esorcizzare. Quando la sua esistenza inizia a scivolarle via dalle mani, Marie si ritira in privato e il 3 febbraio 1847 muore di tisi. Alla sua morte erano presenti solo due dei suoi infiniti amanti, il conte von Stackelberg e il marito fuggiasco conte De Perrégaux. Ai suoi funerali ci fu un’enorme partecipazione di folla, e la vendita all’asta di tutti i suoi beni disposta per risarcire i creditori, vedrà i partecipanti strapparsi di mano ogni singolo oggetto.

La “Signora delle Camelie”, chiamata così perché tutti i giorni aveva in mano un mazzo di camelie bianche tranne cinque giorni al mese che le aveva rosse, riposa in una piccola tomba del cimitero parigino di Montmartre, lo stesso in cui si trova Dumas, ed è tuttora meta di pellegrinaggio in cui la figura di Marie è divenuta un’eterna icona romantica.

lunedì 21 marzo 2011


L' ARABIA PREISLAMICA e la cultura beduina



Gran parte del territorio della penisola arabica e' costituito da deserti, tra i piu' vasti ed aridi della terra, in passato solcati da piste carovaniere che mettevano in comunicazione l'estremo sud della penisola con l'area siro-palestinese a nord, sul Mediterraneo, e punteggiate da oasi nei pressi delle quali sorgevano gli unici insediamenti umani possibili. La fascia costiera della penisola arabica era abitata da popolazioni stanziali di agricoltori e mercanti, mentre l'interno, quell'infuocato quadrilatero di sabbia che oggi costituisce l'Arabia Saudita, da popolazioni nomadi che vivevano di pastorizia e razzie, I beduini, o figli del vento. Le uniche citta', Mecca e Yathrib (Medina), sorgevano nei pressi di oasi, sulle confluenze di piste carovaniere ed erano percio' abitate da popolazioni sedentarie che vivevano soprattutto di commercio.



Nel deserto di Rub-al-khali I beduini vivevano spostandosi continuamente da un'oasi all'altra, alla perenne ricerca d'acqua, avanzando tra due infiniti, la sabbia ed il cielo. La loro societa' era la piu' dura nella quale gli uomini potevano vivere, ma, secondo il poeta, dopo aver attraversato il deserto d'Arabia ed aver vissuto nella societa' piu' dura che si possa immaginare, il nomade ne esce purificato e superiore al resto dell'umanita'. Nel deserto la dura lotta per la sopravvivenza porta a una selezione fondata non solo sulle attitudini fisiche ma anche su quelle morali. Per poter vivere nel deserto occorre un elevato senso della solidarieta', insieme alla capacita' di rispettare e valutare il valore degli uomini. Il codice di vita beduino era semplice e cavalleresco insieme: popolazione straordinaria, centrifuga ed anarchica, aveva il culto dell'ospitalita' e del coraggio e l'amore per le "qaside", i versi dei poeti del deserto, inneggianti alle doti guerresche, alla nobilta' della propria stirpe ed alle virtu' sensuali della propria donna. Essi si consideravano i figli del vento, gli unici uomini liberi, che vivevano come si augurava il poeta: "Vorrei non dovermi mai coricare la' dove mi sono destato", e possedevano solo cammelli e le immense tende grigie. Nel momento in cui I cammellieri diventavano proprietari anche di pecore, scendevano di un gradino nella gerarchia del deserto. Diventavano meno mobili, dunque meno liberi. Meno nobili. La pastorizia e la guerra erano le loro principali occupazioni, il cammello e il cavallo I compagni quotidiani, le armi lo strumento necessario, le virtu' piu' pregiate la prodezza in guerra e la liberalita' verso gli ospiti ed i bisognosi, virtu' indispensabili nella dura lotta quotidiana per l'esistenza in una natura inclemente. La loro struttura societaria prevedeva una fondamentale unita' tribale, sottodivisa in clan e nuclei familiari, obbedienti senza servilismi all'autorita' di un capo (Sceikh) liberamente riconosciuto e fedeli alla solidarieta' di sangue, che costituiva la legge fondamentale del deserto. La loro religiosita' era semplice, di tipo animistico e superstizioso. I loro idoli erano venerati nel santuario della Ka'aba, fondato dal patriarca Abramo e da suo figlio Ismaele, progenitore di tutti gli arabi, nella citta' mercantile della Mecca. Un mese all'anno, le varie tribu' beduine stabilivano una tregua che li distoglieva dalle loro perenni attivita' bellicose, e si recavano a rendere culto agli idoli custoditi nella Ka'aba. Spesso si recavano anche alla fiera di Ukaz, nella regione della Mecca, dove grandi poeti si sfidavano a colpi di qaside. La poesia ed il poeta avevano, presso gli Arabi, un posto del tutto particolare. Come dichiarava il poeta Ka'b ibn Zuhair: "L'uomo vale per la sua lingua ed il suo cuore. Il resto non e' che un miserabile involucro di carne irrorato dal sangue". La parola e' l'oro degli Arabi, il dono piu' prezioso accordatogli da Dio, oltre al cavallo, alla tenda, alla spada. I poeti arabi erano, in genere, I duri della loro razza, gli indomabili. Alla ricerca dell'assoluto, come gli hanif, gli anacoreti del deserto, si scontravano con le ferree leggi della tribu' e della societa' nomade.

Vivevano da fuorilegge, spostandosi nel deserto in piena liberta', ed il loro orgoglio era infinito. Alla fiera di Ukaz essi si affrontavano, per la gioia delle tribu' beduine. Ciascun poeta faceva l'elogio degli antenati e del clan, reclamando il diritto al titolo di piu' nobile tra gli arabi, oppure uno di essi attaccava ferocemente i suoi nemici, facendo nascere delle singolari tenzoni a colpi di verso. Il vincitore della sfida, acclamato dalla folla, vedeva i versi da lui composti trascritti su seta nera a caratteri dorati e appesi nel recinto del santuario di Mecca per un intero anno, affinche' fossero letti da tutti. La fiera di Ukaz e la visita alla Mecca erano le uniche occasioni durante le quali gli Arabi nomadi e quelli sedentari venivano a contatto. Gli oligarchi della Mecca, che costituivano la classe dominante in citta', formata da ricchi e potenti mercanti, traevano grande vantaggio dalle visite annuali delle tribu' beduine e la citta' era un fiorente centro commerciale e religioso.

Fuori dal puro ambiente beduino, ai confini con le evolute societa' sedentarie della Siria, della Palestina e della Persia, vi erano veri e propri stati-cuscinetto, costituti dai Ghassanidi e dai Lakhmidi che rappresentavano il trapasso dalle civilta' bizantina e sassanide all'anarchica vita del deserto. Le piste carovaniere che attraversavano il deserto beduino servivano a trasportare prodotti preziosi d'ogni genere, spezie, oro, perle, tessuti pregiati ed incenso dall'estremo sud della penisola arabica, lo Yemen, sede di fiorenti, civili ed antichissimi regni, al nord, verso le grandi citta' dell'area bizantina come Damasco, Gerusalemme, Costantinopoli.

Se si escludono piccole comunita' di ebrei e di cristiani ed un certo numero di hanif, eremiti che praticavano una sorta di monoteismo semplice e personale, la quasi totalita' degli abitanti dell'Arabia era idolatra e animista. In questo popolo dalla vita austera, frugale, insofferente e fiera, fece la sua comparsa il profeta Mohammad, nel 570 d.C. In poco meno di un secolo avviene un miracolo straordinario: gli Arabi diventano un popolo, e, illuminati dalla luce dell'Islam compiono un'impresa storica, umana, civile che ha dell'incredibile, trasformandosi, da una rozza stirpe col culto della vendetta, in una comunita' che raggiunge le piu' alte vette nel campo dello studio, della ricerca scientifica, dell'arte, della filosofia, dando al mondo quella che e' ricordata col nome di "civilta' islamica". In un breve lasso di tempo, questo popolo anarchico riesce a scrivere una delle piu' belle, incisive ed affascinanti pagine di storia, in cui l'antico valore umano si coniuga con le nuove e grandi virtu' etiche dell'Islam per dare origine ad una serie di figure eccezionali, capaci di mutare, per sempre, il corso della civilta' umana.

domenica 20 marzo 2011


POCAHONTAS

Pocahontas (Virginia, c. 1595 – Gravesend, 21 marzo 1617) fu una donna, indiana d'america che sposò un uomo inglese, John Rolfe, e a Londra, sul finire della sua vita, divenne una celebrità.
Era la figlia di Wahunsunacock (conosciuto anche come Powhatan), che governò su un'area che comprendeva praticamente tutte le tribù vicine alla regione Tidewater della Virginia (chiamata Tenakomakah a quel tempo). I suoi nomi formali erano Matoaka e Amonute; Pocahontas era un soprannome infantile che faceva riferimento alla sua natura vivace (nella lingua Powhatan significa "piccola svergognata", secondo William Strachey). Dopo aver ricevuto il battesimo, cambiò nome in Rebecca, ed in seguito al matrimonio, Rebecca Rolfe.

Il suo rapporto con John Smith
Pocahontas salva la vita a Smith in un'illustrazione del XIX secolo.Nell'aprile del 1607, quando i coloni Inglesi arrivarono in Virginia e cominciarono a costruire degli insediamenti, Pocahontas aveva tra i 10 ed i 12 anni,e suo padre era il leader della Confederazione Powhatan. Uno dei capi dei coloni, John Smith di Jamestown, raccontò di esser stato catturato da un gruppo di cacciatori Powhatan e portato a Werowocomoco, uno dei villaggi principali dell'Impero Powathan. Stando al suo resoconto, egli venne messo a morte di fronte ad una pietra, ma intervenne Pocahontas che gli si parò davanti:al momento dell'esecuzione, lei rischiò la sua stessa testa per salvare la mia; e non fece solo quello, ma persuase così tanto suo padre che fui condotto sano e salvo a Jamestown.Pocahontas si guadagnò così il rispetto delle altre persone e degli insediamenti inglesi.
La versione dell'episodio di John Smith è la sola fonte, e a partire dal 1860, crebbe lo scetticismo sulla sua veridicità. Una delle ragioni per dubitare del suo resoconto fu data dalla mancanza di riferimenti all'evento nei due libri sulla Virginia che Smith pubblicò ben prima di descrivere il suo salvataggio nel 1616 (quasi dieci anni dopo), in una lettera in cui supplicava la Regina Anna di trattare Pocahontas con dignità. Il ritardo con cui rese pubblico l'episodio fa crescere la probabilità che Smith potesse aver volutamente esagerato o inventato l'evento per migliorare l'immagine di Pocahontas; tuttavia J.A.O. Lemay, in un recente libro, mette in risalto il fatto che i primi scritti di Smith fossero principalmente a carattere etnico e geografico e non menzionavano affatto le sue esperienze personali: quindi non ci sarebbe stata nessuna ragione da parte di Smith di far conoscere l'episodio.
Alcuni esperti hanno suggerito che sebbene Smith avesse creduto di essere "salvato", di fatto fosse stato coinvolto in un rituale teso a simboleggiare la sua morte e la rinascita come membro della tribù.Tuttavia, in "Love and Hate in Jamestown", David A. Price fa notare quanto queste teorie siano solo delle congetture, data la scarsa conoscenza dei rituali Powhatan e la mancanza di prove di rituali simili in altre tribù Nordamericane.
Qualunque cosa sia accaduta davvero, quell'incontro diede inizio ad un'amichevole relazione tra la colonia di Smith e gli indiani, e Pocahontas visitò spesso l'insediamento. Durante un periodo di carestia della colonia, "subito, in quattro o cinque giorni, Pocahontas ed i suoi servitori gli portarono (a Smith, n.d.r.) così tante provviste che salvarono la vita dei molti che stavano morendo di fame".
Con la successiva espansione dei coloni, tuttavia, alcuni dei Nativi Americani temettero per le loro terre, ed i conflitti riapparvero.
Nel 1608, Pocahontas dovette salvare la vita di Smith una seconda volta. Smith e altri coloni furono invitati amichevolmente a Werowocomoco da Capo Powathan. Erano stati trattati gentilmente e avevano commerciato con gli Indiani, ma si attardarono e dovettero trattenersi per trascorrere la notte. Quella stessa notte, Pocahontas andò alla capanna di Smith per avvertirlo che suo padre aveva in mente di inviare degli uomini con del cibo i quali, deposte le armi per mangiare, li avrebbero uccisi. Riferì che le era anche stato intimato di non dir nulla e pregò quindi Smith di allontanarsi. Essendo stati avvertiti, gli Inglesi tennero le armi pronte persino durante il pasto, e non avvenne alcun attacco.
Nel 1609, una ferita dovuta ad un'esplosione di polvere da sparo costrinse Smith a rientrare in Inghilterra per curarsi. Gli Inglesi dissero ai nativi che Smith era morto, catturato da una nave pirata francese che aveva fatto naufragio sulle coste della Bretagna.Pocahontas lo credette morto fino a parecchi anni dopo, quandò arrivò in Inghilterra come moglie di John Rolfe.
Secondo William Strachey, Pocahontas sposò un guerriero Powhatan chiamato Kocoum prima del 1612; nient'altro si conosce su questo matrimonio.
Non ci sono evidenze in nessun documento storico riguardo al fatto che Smith e Pocahontas fossero amanti. Questa versione romantica della storia appare solo in versioni romanzate della loro relazione, come nel film Disney Pocahontas.
Nel marzo del 1613, Pocahontas risiedeva a Passapatanzy, un villaggio dei Patawomeck, una tribù che commerciava coi Powhatan. Smith scrive nella sua Generall Historie che era sotto la tutela del capo Patawec, Japazaws (o Japazeus), dal 1611 o 1612.
Due coloni Inglesi, che avevano stabilito rapporti commerciali coi Patawomec, scoprirono la presenza di Pocahontas e, con l'aiuto di Japazaws, la catturarono. Il loro intento, come spiegarono in una lettera, era di riscattarla con alcuni prigionieri Inglesi presi da Capo Powathan, insieme a varie armi ed utensili che i Powhatan avevano rubato.Powhatan rimise in libertà i prigionieri, ma l'insoddisfazione dei coloni, per le poche armi e utensili restitute, ne fece seguire un lungo braccio di ferro.
Durante l'attesa di un anno, Pocahontas fu trattenuta a Henricus, l'odierna Chesterfield County. Si sa poco della sua vita lì, benché il colono Ralph Hamor scrisse che fu trattata con "modi straordinariamente cortesi".Un pastore Inglese, Alexander Whitaker, la introdusse alla cristianità e la aiutò a migliorare il suo inglese. Dopo che fu battezzata, il suo nome fu cambiato in Rebecca.
Nel marzo del 1614, il braccio di ferro sfociò in un violento scontro tra centinaia di Inglesi e uomini Powhatan sul fiume Pamunkey. Nella città Powhatan di Matchcot, gli Inglesi incontrarono un gruppo che includeva alcuni dei leader anziani Powhatan (ma non il Capo, che era fuori dalla città). Gli Inglesi permisero a Pocahontas di parlare ai suoi conterranei; tuttavia, secondo il vicegovernatore Thomas Dale, Pocahontas rimproverò suo padre assente per averla valutata "meno di vecchie spade, pistole, o asce" e disse loro che preferiva vivere con gli Inglesi.
Il matrimonio con Rolfe
John Gadsby Chapman, The Baptism of Pocahontas (1840)Durante il suo soggiorno a Henricus, Pocahontas incontrò John Rolfe, che si innamorò di lei. Rolfe, vedovo di una donna inglese, aveva coltivato con successo in Virginia una nuova varietà di tabacco e dedicava molto del suo tempo a prendersi cura del raccolto. Era un uomo religioso, angosciato dalle potenziali ripercussioni morali che potevano derivargli dallo sposare una pagana. In una lunga lettera al governatore, in cui chiedeva il permesso al matrimonio, espresse l'amore che nutriva per Pocahontas unito alla fiducia di poterle salvare l'anima. Dichiarò di non essere motivato "dallo sfrenato desiderio carnale, ma dal bene della sua piantagione, dall'onore del suo Paese, dalla Gloria di Dio, dalla mia personale salvezza... chiamata Pocahontas", a cui egli dedicava i suoi "migliori e cordiali pensieri, che sono stati così impigliati e affascinati in un labirinto così intricato che fui financo stanco di districarmene fuori."
I sentimenti di Pocahontas su Rolfe e quel matrimonio sono invece sconosciuti.
Si sposarono il 5 aprile 1614 e Pocahontas fu battezzata col nome di Lady Rebecca. Per pochi anni dopo il matrimonio, la coppia visse insieme nella piantagione di Rolfe, posta, rispetto alla nuova comunità di Henricus, dalla parte opposta del fiume James. Ebbero un bambino, Thomas Rolfe, nato il 30 gennaio 1615.
Il loro matrimonio non riuscì a far liberare i prigionieri Inglesi, ma creò tra i coloni di Jamestown e la tribù Powathan un clima di pace che durò parecchi anni; nel 1615, Ralph Hamor scrisse come da quel matrimonio fossero nati "rapporti commerciali e scambi amichevoli non solo con i Powathan ma anche con gli altri vicini a noi".
Il viaggio in Inghilterra e la morte
I promotori della Virginia coloniale trovarono difficile portare nuovi coloni ed investitori a Jamestown. Usarono quindi Pocahontas come incentivo e come prova di come i nativi del Nuovo Mondo potevano essere addomesticati, e di come la colonia fosse un posto sicuro.Nel 1616, i Rolfe viaggiarono in Inghilterra, arrivando nel porto di Plymouth il 12 giugno e successivamente a Londra in carrozza. Erano accompagnati da un gruppo di undici nativi Powhatan incluso Tomocomo, un sant'uomo.John Smith all'epoca viveva a Londra e a Plymouth, Pocahontas seppe quindi che era ancora vivo.Smith non la incontrò allora, ma scrisse una lettera alla Regina Anna esortandola a trattare Pocahontas col rispetto dovuto ad un visitatore reale, perché trattandola male, il suo "attuale amore per noi e per la cristianità potrebbe tramutarsi in...disprezzo e ira", e l'Inghilterra potrebbe perdere l'occasione di "guadagnarsi un Regno per suo tramite".
Pocahontas si divertì in varie riunioni del bel mondo. Il 5 gennaio del 1617 fu portata insieme a Tomocomo nel Palazzo di Whitehall, al cospetto del Re, per assistere ad una masque di Ben Jonson, The Vision of Delight. Secondo Smith, Re Giacomo era così poco attraente agli occhi di entrambi i Nativi che solo dopo capirono chi avevano incontrato, grazie a qualcuno che glielo spiegò.
Pocahontas e Rolfe vissero per un breve lasso di tempo nella periferia di Brentford. All'inizio del 1617, Smith visitò entrambi in una riunione di amici. Secondo Smith, quando Pocahontas lo vide, "senza dir nulla, si girò intorno, scura in volto, non sembrando così contenta" e fu lasciata sola per due o tre ore.
Successivamente i due si parlarono e la testimonianza di Smith su ciò che ella gli disse è frammentaria ed enigmatica. Pocahontas gli ricordò delle "cortesie che aveva fatto" e "avevi promesso a Powathan che ciò che era vostro sarebbe stato suo, e lui fece altrettanto con te". Quinid lo spiazzò chiamandolo "padre", spiegando a Smith che lui aveva chiamato Powhatan "padre" quando era uno straniero in Virginia, "e per la stessa ragione devo fare lo stesso con te". Smith non accettò questa formula di cortesia, perché da "figlia di Re" lo gratificava di un titolo non suo.
In seguito Pocahontas, "con una forte espressione", disse
« Non hai avuto timore di venire nel Paese di mio padre e causare paura a lui e a tutta la sua gente (eccetto me) ed hai paura che io ti definisca qui 'padre'? Ti dico che lo farò, e tu dovresti chiamarmi figlia, e così sarò per sempre una tua conterranea. »
Infine gli spiegò che i nativi lo avevano creduto morto ma suo padre aveva comunque detto a Tomocomo di cercarlo "perché i tuoi conterranei mentivano molto".
Nel marzo del 1617, Rolfe e Pocahontas si imbarcarono su una nave di ritorno in Virginia. Tuttavia, la nave non arrivò nemmeno a Gravesend, sul Tamigi, che Pocahontas si ammalò. La natura della sua malattia è sconosciuta, ma dato che era sempre stata descritta come sensibile all'aria fumosa di Londra, fu ipotizzata una polmonite o una tubercolosi, sebbene si sia pensato anche al vaiolo. Fu sbarcata e lì morì. Stando a Rolfe le sue ultime parole furono "tutti dobbiamo morire, a me basta che mio figlio mi sopravviva".Il funerale avvenne il 21 marzo del 1617 nella parrocchia di San Giorgio. Il luogo di sepoltura è sconosciuto, ma in sua memoria fu eretta una statua di bronzo a grandezza naturale nella Chiesa di San Giorgio a Gravesend.

lunedì 14 marzo 2011


BRIGADOON, L'ALTROMONDO E LA MADRE UNIVERSALE MORRIGAN
Queste categorie così differenti di esseri Sidhe combaciano con le testimonianze di chi ha visto - e classifica - i Sidhe in spiriti del legno, spiriti dell’acqua, dell’aria e così via, spiriti elementali per ogni luogo. Lough Gur, a County Limerick, è un posto veramente magico, dove si possono incontrare molti dei re e delle regine Sidhe d’Irlanda. Il lago si trova all’interno di un cerchio di colline, ma una volta ogni sette anni appare come una terra asciutta, dove si può trovare un’entrata alla "Terra della Giovinezza". Strano ma vero, anche nel musical americano "Brigadoon" (di Vincente Minnelli, MGM, 1954) si parla di un luogo fatato che appare un giorno ogni cento anni terrestri tra le nebbie scozzesi. Coincidenza? Tutte le popolazioni che sono succedute ai Tuatha De Danann hanno pensato che i loro monumenti megalitici fossero passaggi per "l’Altromondo". Nel ciclo mitologico si dice che in quell’epoca le persone avessero poca paura della morte in quanto veniva loro insegnato che l’anima non moriva, ma andava in altri luoghi, sempre in fiore, ricchi di cibo e di bevande in abbondanza e dove la gioventù e la salute erano assicurate. È normale che per una popolazione spiritualmente avanzata come quella dei Danann non mancassero controparti femminili a tutte le grandi divinità maschili. La principale era Dana: per coloro che seguono la fede celtica irlandese Faerica, Dana (Danu) è l’aspetto primario del divino, superiore a tutti gli altri dei. È un’energia femminile ma contiene il maschile. È sia una dea che un dio. Dana è la grande Madre di tutti gli dei e le dee del Pantheon celtico, la Rossa Madre di Tutti, la madre ancestrale dei Celti irlandesi, che probabilmente esisteva sull’isola in una forma precedente chiamata Anu, la Madre Universale. C’è chi vede un parallelo tra la dea Dana irlandese e la Llys Don gallese, termine con cui comunemente si indicava la costellazione di Cassiopea. La Morrigan rappresentava invece l’aspetto oscuro della triplice Dea. Una strega con un sorriso demoniaco, composta da tre parti: Danu, Badb, che prendeva la forma di uccello, con la bocca cremisi, e decideva delle battaglie con la sua magia, con una grande brama per gli uomini; Macha, il Corvo, che si nutre delle teste dei nemici uccisi e domina i suoi uomini tramite l’astuzia e a volte con la forza. Altri aspetti della Morrigan: Medb, che acceca i nemici con la sua sola presenza e ha bisogno di trenta uomini al giorno per calmare il suo appetito sessuale e Scathach, "Colei che incute timore", dea delle arti marziali e della profezia. Questo era l’aspetto distruttivo della Dea Oscura, grande guerriera e maestra di spada, nativa dell’isola di Skye, istruttrice di Cuchullain. Qualità che confermano il motivo per cui i Celti adoravano questi esseri, in quanto non solo divini. Un gran bel popolo i Tuatha De Danann: abili guerrieri, tanto che anche i loro discendenti (Celti irlandesi e scozzesi) hanno mantenuto la fama (meritatissima!) di combattenti imbattibili e sanguinari e allo stesso tempo difensori della Natura in quanto Madre, sciamani, maghi e druidi in grado di interagire con gli Elementi.

UNA RAZZA ALIENA VENUTA AD AIUTARCI
Secondo i primi Celti, tutte le forme di vita esistevano su tre diversi livelli, come tre esseri integrati ma separati che coabitavano in un singolo essere: i reami della mente e del corpo erano collegati alla forza vitale che tutto pervade, lo Spirito. I Celti subivano anche il fascino di quei luoghi magici in mezzo, quali porte, linee di coste, guadi, posti che non erano mai nulla di definito, né uno stato né l’altro. La spiaggia è il luogo di incontro della sabbia secca e dell’acqua. Se consideriamo la terra come il nostro lato materiale, solido, e l’acqua come il grande utero cosmico, il lato intuitivo e subconscio della nostra natura, allora, potremmo vedere la spiaggia come il luogo di incontro tra un mondo e un altro. Uno dei simboli dei Tuatha De Danann è la croce celtica: una croce con i bracci uguali circondata da un cerchio che simbolizza l’equilibrio delle forze maschili e femminili e i quattro elementi, i quattro punti cardinali (le quattro vie), che secondo alcuni vengono simboleggiati dai quattro reami di provenienza dei Tuatha De Danann di cui abbiamo parlato in precedenza. Al centro - dove le linee si incontrano - c’è il quinto elemento nascosto, lo Spirito, detto "Akasha" presso gli iniziati pagani. Il circolo che lo circonda rappresenta l’universo manifesto; contenuto all’interno di un cerchio infinito.