giovedì 25 febbraio 2010



LE EPIDEMIE NELLA STORIA DELL'UMANITÀ


 


 

I rapporti tra l'uomo e gli agenti infettivi sono andati incontro a una serie di transizioni epidemiologiche caratterizzate da cambiamenti nei patogeni prevalenti e nelle dinamiche di trasmissione.

Gli ominidi foraggiatori e più tardi cacciatori-raccoglitori che vivevano in gruppi piccoli, isolati e in continuo movimento non potevano mantenere una circolazione epidemica di agenti responsabili di infezioni acute, come il morbillo o il vaiolo. I cacciatori-raccoglitori erano prevalentemente colpiti da infezioni parassitarie croniche dovute a protozoi ed elminti, o da virus in grado di persistere o giacere quiescenti per decenni. Probabilmente, una serie di agenti infettivi zoonotici furono acquisiti incidentalmente da infezioni endemiche circolanti localmente in animali selvatici. I nostri antenati venivano anche sporadicamente aggrediti da agenti infettivi comunque non ben adattati all'uomo.


 

L'avvento dell'agricoltura e dell'allevamento degli animali espose l'uomo a nuovi agenti infettivi e prefigurò le condizioni per tre grandi transizioni che si sono prodotte negli ultimi 10.000 anni. La nuova ecologia agraria rappresentò la prima transizione storica nei rapporti tra l'uomo e le malattie infettive. Gli insediamenti umani costituivano una nuova nicchia ecologica per gli agenti infettivi e permettevano un'intensificazione di contatti con vettori di parassiti. La transizione agraria peggiorò le condizioni sanitarie. I primi coltivatori si nutrivano peggio ed erano più esposti alle malattie infettive rispetto ai cacciatori-raccoglitori. I primi insediamenti umani erano circondati da rifiuti ed escrementi, con roditori e insetti che riciclavano continuamente gli agenti infettivi. Inoltre, nuovi agenti infettivi furono acquisiti da animali addomesticati, in particolare le malattie virali acute, la cui trasmissione dipende da una soglia minima di densità della popolazione, come morbillo e vaiolo.

Le prima civilizzazioni nel Medio Oriente, in Egitto, Asia (sud-est e centrale) e nell'America del sud e centrale acquisirono ognuna un distinto repertorio di malattie infettive e si crearono le condizioni per il manifestarsi ricorrente di gravi epidemie. Di fatto, i contatti, che inizialmente risultavano devastanti a causa della mancanza di immunità, tra le prime civiltà accelerarono i processi di coevoluzione dell'uomo e degli agenti infettivi. Di solito, ma non sempre, i patogeni diventavano meno virulenti per garantirsi maggiori chance di sopravvivenza, mentre la pressione selettiva esercitata dalle nuove infezioni produceva nella popolazione l'acquisizione di forme di resistenza genetica alle malattie. I processi coevolutivi fecero sì che molte infezioni epidemiche diventassero endemiche, persistendo nella popolazione e infettando tipicamente la popolazione più giovane.


 

I viaggi e le guerre aumentarono tra civilizzazioni contigue dell'Eurasia e le malattie virali eruttive che originavano nell'Asia del sud cominciarono a diffondersi. E l'esito dei conflitti tra le civiltà antiche, come poi sarà anche per molte guerre moderne, era spesso condizionato dallo scoppio di improvvise epidemie dovute gli addensamenti di popolazioni in cui si potevano rapidamente diffondere agenti infettivi. La cosiddetta "peste di Atene" del 430 a.C., che per Tucidide veniva dall'Etiopia e di cui rimane indefinito l'agente, fu favorita dalla concentrazione della popolazione all'interno della città voluta da Pericle per affrontare la guerra del Peloponneso. Il vaiolo arrivò a Roma con le truppe che tornavano dalla Siria. Lungo la via della seta il vaiolo e il morbillo arrivavano periodicamente da Roma alla Cina e nel II secolo Cina e Roma erano schiacciate e politicamente indebolite dalle pestilenze. La peste di Antonino del 165 d.C. ebbe un impatto devastante, mentre il vaiolo continuava a diffondersi nell'impero occidentale spopolando molte regioni. Di fatto, l'impero Romano crollò sotto l'aggressione delle tribù germaniche e delle epidemie. Così come l'arrivo della peste bubbonica a Costantinopoli nel 542 (Peste di Giustiniano) destabilizza l'Impero Romano d'Oriente.


 

Dopo un'attenuazione delle epidemie nel corso dell'Alto Medioevo, la ripresa dell'agricoltura, il miglioramento dell'alimentazione e il ripopolamento delle città determinava, a partire dai primi secoli del secondo millennio le condizioni per la riprese di gravi epidemie. Le crociate favoriscono nel frattempo il riequilibrio degli agenti infettivi tra Europa e Medio Oriente. La peste bubbonica arrivava in Europa nel 1347, dopo il raffreddamento del clima e le carestie dei primi decenni del Trecento. Fino al 1350 la Morte nera uccise un terzo della popolazione Europea con conseguenze pesanti sociali e politiche. La peste diventava quindi pandemica in Europa, con esplosioni ogni 10 anni circa per un secolo, e rimanendovi per i successivi 5 secoli.


 

Dal XV secolo gli abitanti del continente europeo iniziarono a esportare i loro agenti patogeni nelle Americhe, quindi, nel sud Pacifico e poi in Australia e in Africa, con esiti letali per le popolazioni che fino a quel momento erano rimaste immunologicamente isolate per circa 15mila anni. La terza transizione fu quindi una disseminazione più che uno scambio, che in un secolo provocò la morte di circa il 90% delle popolazioni native a causa dell'influenza, del vaiolo e del morbillo. Il commercio degli schiavi introdusse nelle Americhe la malaria da Plasmodium falciparum e la febbre gialla. Durante il XVIII e il XIX secolo gli esploratori europei portarono le malattie infettive in Australia, sempre con pesanti conseguenze per le popolazioni indigene. Gli abitanti delle Hawaii crollarono da 300.000 a 30.000 in 80 anni, dopo l'arrivo di Cook nel 1778.


 

Il XVII secolo fu caratterizzato, in Europa, soprattutto dalla diffusione della sifilide, arrivata dal Nuovo Mondo con i marinai di Colombo. Sul continente europeo, nei secoli successivi, sotto la pressione delle guerre, dei processi di industrializzazione e urbanizzazione, e del commercio con le colonie si determinano nuove condizioni ecologiche per gli agenti infettivi, che favorirono inizialmente la diffusione di tubercolosi, tifo e colera. Ma si diffondeva anche la variolazione prima e la vaccinazione poi contro il vaiolo, si dimostra l'efficacia dell'igiene pubblica per il controllo delle epidemie e si affermano i concetti sperimentali della microbiologia medica. Dalla metà dell'Ottocento fino agli anni Ottanta del secolo scorso l'impatto delle malattie infettive nei paesi sviluppati si è progressivamente ridotto. I progressi economico-sociali, dell'igiene e delle conoscenze mediche hanno determinato una transizione sanitarie e conseguentemente una transizione demografica, caratterizzate da riduzione della prevalenza di malattie infettive, crollo della mortalità infantile, crollo della natalità e allungamento della speranza di vita, per cui sono aumentate le malattie cronico-degenerative. All'interno di questo processo si sono manifestate anche le prime gravi pandemie, come quella di influenza del 1918-19, che uccise tra 25 e 40 milioni di persone in tutto il mondo.


 

A partire dagli anni Settanta, quando sembrava che il mondo sviluppato, grazie a misure di profilassi vaccinale e all'avvento degli antibiotici fosse prossimo a conquistare il definitivo controllo delle malattie infettive, si sono avute le prime manifestazione di una nuova fase nei rapporti tra l'umanità e gli agenti infettivi. Via via che le popolazioni umane sono diventate interconnesse economicamente, culturalmente e fisicamente, gli scambi di persone, animali e microbi da tutte le aree geografiche si è intensificato. In particolare, i viaggi intercontinentali e il commercio su lunghe distanze facilitano ormai la redistribuzione geografica di agenti infestanti e patogeni e l'emergere di nuove infezioni o il riemergere di antiche malattie attraverso la selezione di nuove varianti dell'agente patogeno. Dalla metà degli anni 70 più di 30 nuove infezioni, ovvero agenti fino a quel momento sconosciuti sono state identificati. Il più noto tra questi è certamente il virus Hiv responsabile dell'Aids.


 

Anche, le moderne procedure mediche, tra cui trasfusioni e trapianti d'organo hanno creando nuove opportunità ecologiche per i virus e gli agenti patogeni in generale, per esempio la possibilità di sfruttare soggetti il cui sistema immunitario viene mantenuto farmacologicamente depresso per evolvere ceppi patogeni più aggressivi, ovvero ceppi in grado di resistere ai trattamenti farmacologici o alla profilassi immunitaria. Anche l'uso eccessivo e scorretto di antibiotici favorisce l'evoluzione della resistenza. Le malattie infettive sfruttano tutti i punti deboli, incluse le disuguaglianze, le guerre, l'aumento di profughi, i progetti di irrigazione e di creazione di nuove dighe, l'urbanizzazione e la crescente povertà nei ghetti urbani, la vulnerabilità che accompagnano il lavoro migrante e la mancanza di educazione.


 

Gilberto Corbellini

Sezione di storia della medicina

Dipartimento di medicina sperimentale e patologia

Università di Roma "La Sapienza"

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