mercoledì 1 giugno 2011


Dolcino e gli Apostolici
LA STORIA IN BREVE
Anno 1300: anno del Giubileo e del perdono universale. Perdono per tutti i malfattori, ma non per Gherardino Segalello, che viene posto al rogo a Parma. La sua colpa? Aver dato vita al movimento dei "Fratelli Apostolici". Nel 1260 circa, l'umile Gherardino aveva chiesto di essere ammesso nel convento dei frati minori (francescani) di Parma. Permesso rifiutato. Allora vende la sua piccola casa ed il suo piccolo orto, getta i soldi così ricavati ai poveri (proprio come aveva fatto San Francesco), ed inizia una vita nuova basata su pochi, essenziali concetti: l'imitazione di Cristo ("seguire nudi il Cristo nudo"), il rifiuto di ogni possesso e accumulazione (quindi la povertà assoluta) e dunque le elemosine in una esistenza itinerante, nella convinzione che solo una tale realtà esistenziale potesse interpretare nel giusto modo il messaggio del Vangelo. E' il rifiuto, messo in pratica, della via adottata dalla chiesa di Roma (possesso, ricchezza, potere).

Cominciano ad affluire seguaci di Gherardino (il quale tuttavia rifiuterà sempre di essere considerato "capo", in omaggio ad una concezione integralmente comunitaria ed antigerarchica), e via via il consenso popolare cresce, tanto che le file degli Apostolici si ingrossano e moltissimi, uomini e donne, aderiscono a questo movimento. Gherardino, nella sua semplicità, è un grande comunicatore: coloro che aderiscono al movimento vengono privati dei vestiti e indossano una tunica bianca (l'unica cosa che possiedono), rifiutano persino, dell'elemosina, il pane superfluo che non può essere consumato immediatamente, egli stesso si presenta sulla pubblica piazza attaccato al seno di una donna come fosse un neonato lattante (a simboleggiare la rinascita dello spirito cristiano in una nuova éra di purezza totale), fa predicare in chiesa persino i bambini. Insomma, il contenuto del messaggio degli Apostolici (che si chiamano anche "minimi" per segnare la differenza con i "minori"-francescani i quali si erano integrati, in fondo tradendo l'insegnamento del loro fondatore Francesco d'Assisi, nei meccanismi potere-ricchezza della chiesa di Roma), e le forme della predicazione ottengono via via un enorme successo e adesione popolare, al punto che la gente abbandona i riti cattolici per affluire in massa alle "prediche" degli Apostolici. Gherardino invia anche diversi Apostolici a portare il proprio messaggio in terre lontane.

Questo enorme successo (riconosciuto dalle più autorevoli fonti storiografiche cattoliche dell'epoca) non può più essere tollerato dalla chiesa romana: il mite Gherardino (pacifista integrale) viene imprigionato, alcuni apostolici vengono messi al rogo, e infine, nel 1300, Gherardino stesso viene arso vivo sulla pubblica piazza, nel nome del Signore.

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Ma il rogo di Gherardino Segalello, anzichè spegnere il movimento apostolico, per uno di quegli strani "scherzi" della storia, segna invece l'inizio di una vicenda del tutto originale, e di enorme portata, nel medioevo italiano. Tra i molti che erano venuti in Emilia anche da lontano per partecipare al movimento apostolico, vi è Dolcino, nativo di Prato Sesia (Novara). Dopo la morte del fondatore, Dolcino di fatto assume il ruolo di leader del movimento, il cui nucleo "dirigente", sotto la pressione dell'Inquisizione, si sposta nel 1300 dall'Emila al Trentino (vengono chiamati qui ed accolti da loro amici e compagni). La repressione tuttavia li segue anche lì, ove tre apostolici (due uomini e una donna) vengono posti al rogo. Nel 1303/1304 ecco allora Dolcino, con il gruppo degli Apostolici più fedeli (uomini, donne, vecchi e bambini), partire nel lungo viaggio che li porterà, attraverso le montagne lombarde (presso Chiavenna vi è tuttora un paese che si chiama Campodolcino) in Valsesia. La Valsesia è la terra d'origine di Dolcino, qui egli conta amici, ed è naturale che, per salvarsi, egli pensi a questa meta. Tra le donne che fanno parte di questo gruppo vi è la bellissima Margherita di Trento, di nobili origini, compagna di Dolcino.

La Valsesia era, però, da molto tempo in lotta aperta prima contro i grandi feudatari (conti di Biandrate), poi contro i comuni della pianura (Novara e Vercelli). Quando il gruppo degli Apostolici giunge a Gattinara e Serravalle, centri nella parte bassa della valle, e qui ricomincia la propria predicazione per una chiesa ed una società nuove, l'accoglienza popolare è entusiastica. I vescovi di Vercelli e Novara, in accordo con il papa, vedendo come l'avvento degli apostolici fa da catalizzatore per le istanze autonomiste delle popolazioni valsesiane, bandiscono allora una vera e propria crociata per debellare questi "figli del diavolo". Viene reclutato un vero e proprio esercito professionale (anche i balestrieri genovesi, abilissimi nel tiro) per farla finita una volta per tutte. Gli Apostolici, questa volta, uniti ai valsesiani ribelli, decidono di difendersi. Nel 1304 inizia dunque una vera e propria guerra di guerriglia tra un esercito cristiano e cristiani che credono in una chiesa diversa ed alternativa. Si susseguono scontri e battaglie, nelle quali Dolcino dà anche prova di notevole intelligenza militare. I ribelli si spingono in alto nella valle e, sul monte chiamato Parete Calva, che è ideale per la difesa, si installano con l'appoggio dei montanari fondando una vera e propria "comune" eretica, in attesa di quello sbocco finale che Dolcino, uomo colto, teologo e filosofo della storia, ritiene imminente. I crociati assediano la Parete Calva, ove sono asserragliati i ribelli (alcune fonti parlano di 4000 persone, altre di 1.400), e si susseguono scontri sanguinosi. L'inverno, per i rivoltosi, è terribile. Essi vivono in condizioni ormai disperate. Finchè, guidati da Margherita in un difficile passaggio tra metri di neve (ancora oggi quel luogo si chiama "Varco della Monaca"), riescono a devallare portandosi nel Biellese. Qui essi si fortificano sul Monte da allora chiamato Monte dei Ribelli, o Rubello.

Ma i crociati si riorganizzano e procedono ad un nuovo assedio. I ribelli sono allo stremo, e alla fine l'ultimo assalto provoca una carneficina: circa 800 ribelli sono trucidati sul posto, mentre Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo (luogotenente di Dolcino) sono catturati vivi. Margherita e Longino verranno posti al rogo in Biella. Margherita rifiuterà di abiurare, respingerà le proposte di matrimonio di alcuni nobili locali, che l'avrebbero salvata dal rogo, e sceglierà di restare fedele al suo ideale e al suo compagno fino in fondo. Dolcino prima dovrà assistere al supplizio della sua donna e poi, a Vercelli, verrà condotto al rogo si di un carro. Durante il tragitto viene torturato con tenaglie ardenti, ma tutti i commentatori sono concordi nell'attribuirgli un coraggio straordinario: non si lamenta mai, ma solo si stringe nelle spalle quando gli viene amputato il naso e trae un sospiro quando viene evirato. Infine, nel 1307, anche per lui la "giustizia" di Dio significa il rogo. Tre anni di resistenza armata nel nome di Cristo si concludono tra quelle fiamme, ma altri dolciniani un po' da ogni parte continueranno ad esistere: si hanno notizie fino al 1374. Di più, Dolcino, Margherita e gli Apostolici diverranno simboli di libertà ed emancipazione fino ai giorni nostri, e la memoria popolare non li dimenticherà. Addirittura nel 1907 (sesto centenario del martirio) vi saranno celebrazioni di enorme rilievo con l'edificazione di un obelisco alto 12 metri proprio sui luoghi della loro ultima resistenza.

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L'enorme, tragico fascino della vicenda non deve comunque porre in secondo piano i significati storico-teoretici di un movimento che, pur sconfitto, ha testimoniato la validità e la vitalità di una lettura "diversa" delle Sacre Scritture, indicando una via del tutto alternativa per la costruzione di una chiesa e di una società diverse. Per questo la bibliografia dolciniana è enorme, e Dolcino seppe suscitare l'ammirazione anche di Dante (Inferno, canto XXVIII).

venerdì 27 maggio 2011


"Stultifera Navis"

E’ a partire dalla scomparsa della lebbra in Europa che, anche se ancora a livello inconscio, l’esperienza dell’isolamento della follia e dell’internamento cominciano a farsi strada nella mentalità medioevale, fino all’esplosione che avranno nell’Età Classica. Gli ospedali e gli edifici sanitari che erano destinati ad ospitare i malati di lebbra si riveleranno allora i luoghi più adatti per quell’esperienza correzionaria di isolamento e prigionia che contraddistinguerà la follia nel XVII secolo.

Ma nel Medioevo la concezione di follia era ancora inserita nell’antica contrapposizione Bene/Male come parte inscindibile dell’umana tragicità, e sebbene già sulla via dell’alienazione e della punizione, il folle era largamente ammesso nella società come parte costitutiva di essa. L’isolamento non gli precludeva un ruolo sociale e simbolico che l’arte e la cultura dell’epoca non mancheranno di concedergli, e la sua fascinazione sulla filosofia e sulla religione era ancora molto influente. Ancor più che uomo in carne ed ossa, nel Medioevo il folle è un personaggio, oggetto di rappresentazione artistica e di allegoria, stereotipo dell’insensatezza della condizione umana e ricettacolo delle paure dei propri contemporanei.

Il campo in cui più la figura del folle ebbe successo fu sicuramente la pittura. "Sotto la superficie dell’immagine s’insinuavano tanti significati diversi a tal punto che essa non presentava più che un volto enigmatico. Ed il suo potere non era più di insegnamento ma di fascinazione". La definizione presente nel libro mostra in modo evidente il tipo di rappresentazione della follia che andava diffondendosi nei primi secoli dell’anno mille, e che saranno poi definitivamente codificati da geni visionari come Durer, Brueghel e Bosch. Proprio quest’ultimo è l’autore di un quadro fondamentale, la "Nave dei Folli", attorno a cui Foucault fa ruotare la propria interpretazione dell’esperienza medioevale della follia, analizzandone i significati impliciti. Nel dipinto di Bosch il folle è in tutto e per tutto stereotipo della sregolatezza e dell’insensatezza della condizione umana, reso protagonista di un viaggio insulso alla volta del nulla, o forse del sapere universale. La navigazione è al contempo simbolo dell’isolamento e della purificazione, preludio dell’internamento e rito misterioso che si riconduce ad antiche magie e cabale che nel Medioevo affiancavano costantemente l’immagine del folle.

Al fianco del viaggio verso l’ignoto, nella rappresentazione della follia di Bosch troviamo anche la tendenza a raffigurare animali fantastici ed il più delle volte mostruosi, uomini dai visi deformi e dagli arti mutilati, ed una serie di altre visioni sconcertanti in cui sono sfogate le paure inconsce della società sua contemporanea. Le figure fantastiche diventano allegoria delle incertezze dell’uomo, dell’incapacità di rispondere alle domande della vita, anche se a volte sono semplicemente sfruttate per la satira sociale o per l’esaltazione del mondo alla rovescia carnevalesco. Emblematici di questo sono anche alcuni quadri di Brueghel ed il sinistro libro di Brandt, il Narrenschiff, odissea dantesca della follia a bordo di una nave carica di tipi umani e personaggi simbolici.

Ma il folle è visto anche come il possessore di un sapere oscuro e proibito, capace di vedere realtà superiori che nascondono segreti misteriosi o rivelazioni religiose. Spesso è associato alla figura del mago e del sapiente, e non a caso è proprio la filosofia che tende a sconfinare nella follia durante il Medioevo; il primo canto del poema di Brandt è consacrato ai libri ed ai sapienti, e nell’incisione che appariva sulla copertina della prima edizione troneggia al centro della cattedra di libri il Maestro che porta dietro il suo berretto di dottore il cappuccio dei pazzi tutto cucito di sonagli. Anche Erasmo dedica molto spazio ai filosofi ed ai teologi nella sua ronda dei folli, come d’altra parte l’infinito di Cusano, che è la saggezza di Dio, non si distacca molto nella sua definizione dall’abisso della follia: "Nessuna espressione verbale può esprimerla, nessun atto di comprensione farla comprendere, nessuna misura misurarla, nessun compimento darle un compimento, nessun limite limitarla, nessuna proporzione proporzionarla, nessun paragone paragonarla, nessun simbolo simboleggiarla, nessuna forma darle forma…". Anche la teologia si trova quindi implicata nel paradosso della follia; la ragione umana al confronto di quella di Dio non è che follia.

La complementarità della follia con la ragione si ritrova nella distinzione che veniva fatta, a partire da Erasmo, di due tipi di follia: da una parte una "folle follia", che rifiuta la follia caratteristica della ragione e rifiutandola la raddoppia, cadendo nella più semplice, chiusa ed immediata delle follie; d’altra parte una "saggia follia" che accoglie la follia della ragione, la ascolta e la lascia penetrare nei propri pensieri: ma così facendo si difende dalla follia più di quanto possa fare l’ostinazione di un rifiuto sempre sconfitto in partenza.

giovedì 26 maggio 2011


Nascita del manicomio

La fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX hanno visto il compimento del grandissimo movimento di riforma conclusosi con la nascita dell’asilo moderno o manicomio, la conclusione di questo enorme cambiamento ha visto come protagonisti Tuke e Pinel.

Tuke è un quacchero, un socio di una di quelle innumerevoli "Società di Amici" sviluppatesi in Inghilterra alla fine del XVII secolo. Essi organizzano gruppi di assicurazione e società di soccorso, chiamate "ritiri" in cui si inserisce il malato in una dialettica semplice della natura e lo si mantiene nel mito della famiglia patriarcale. Essi vogliono essere una grande comunità nella quale i malati saranno i bambini della famiglia nella sua idealità primitiva; nel ritiro il gruppo umano è ricondotto alle sue forme originarie e più semplici, si tratta di riportare l’uomo ai rapporti sociali elementari e assolutamente conformi all’origine e questo grazie anche alla religione. Tuke e gli altri ricostruiscono in modo artificiale intorno alla follia un simulacro di famiglia.

Pinel vuole abolire le forme immaginarie della religione, non il suo contenuto morale; in essa infatti c’è, una volta decantata, un potere di combattere l’alienazione il quale dissipa le immagini, calma le passioni e restituisce l’uomo a ciò che vi è in lui di immediato e di essenziale: essa può avvicinarlo alla sua verità morale. L’asilo deve riprendere il compito morale della religione, al di fuori del suo contesto fantastico, esclusivamente sul piano della virtù, del lavoro e della vita; esso è dominio religioso senza religione e dominio della moralità pura.

L’asilo di Pinel è organizzato in tre modi principali:

IL SILENZIO. Prigioniero soltanto di se stesso, il malato è coinvolto in un rapporto colpevole con se stesso: la colpevolezza è spostata verso l’interno. L’assenza di linguaggio quindi ha per correlativo l’emergere della confessione.

IL RICONOSCIMENTO NELLO SPECCHIO. La follia vedrà se stessa e sarà vista da se stessa: sarà, contemporaneamente, puro oggetto e soggetto assoluto.

IL GIUDIZIO PERPETUO. La follia viene anche continuamente giudicata dall’esterno da una sorta di tribunale invisibile; il malato deve essere perfettamente consapevole di tutto questo, il legame tra colpa e punizione deve essere evidente.

Al silenzio, al riconoscimento nello specchio e al giudizio perpetuo si aggiunge una quarta struttura fondamentale: il personaggio medico. Fra tutte esso è senza dubbio l’elemento più importante perché guiderà infine tutta l’esperienza moderna della follia e diverrà la figura essenziale dell’asilo. L’homo medicus acquisterà autorità come sapiente e come saggio; sarà colui che delimiterà, conoscerà e dominerà la follia.

L’opera di Tuke e Pinel, così diverse nello spirito e nei valori, si incontrano proprio in questa trasformazione del personaggio medico.

giovedì 19 maggio 2011


Il pane nel medioevo

Gli uomini del Medioevo ebbero la capacità, soprattutto nei momenti di difficoltà alimentare, di trasformare in pane non solo grani di differenti tipologie ma, come vedremo, anche di ottenere farine da alcuni legumi e frutti.Il procedimento di panificazione iniziava con l’”abburattamento” , con cui si separava la crusca dalla farina per il quale veniva usato uno strumento apposito detto “buratto”, si procedeva poi a mescolare la farina con dell’acqua tiepida finchè si otteneva una pallottola di pasta che veniva fatta lievitare in un recipiente chiuso per tutta la notte: questa era chiamata “crescente” e serviva a lievitare la successiva massa. Una piccola quantità di questo impasto veniva tenuta da parte e serviva per la lievitazione successiva.Inizialmente il pane era venduto a misura e aveva la forma di una grande semisfera. Vi era la forma del valore di un denaro; una forma più grande o doppia ed un’altra più piccola chiamata obolo. Successivamente il prezzo iniziò a essere dettato dal tipo di farina usata: indubbiamente il pane più costoso era il pane di frumento come il provenzale “pain de bouche”, chiaro e morbido, poi vi era il pane “medianus” ottenuto impastando frumento e cereali inferiori e infine il pane di bassa qualità prodotto interamente con granaglie di scarto .I pani più originali però erano quelli che venivano prodotti nei tempi di carestia, quelli che Camporesi chiama del “pane selvaggio” , in cui non si esitò a panificare anche con materie prime che non erano cereali: tra queste quella che ebbe più successo fu la castagna. Questa pianta di origine europea, diffusa soprattutto in Italia, Francia e Spagna, iniziò ad essere coltivata già dai tempi dell’Impero Romano e dopo un periodo di stasi, cominciò a diffondersi per la seconda volta dopo l’anno Mille . Il fenomeno della panificazione del castagno è stato di una portata tale che alcuni studiosi hanno coniato per questo frutto, l’espresssione “civiltà del castagno” .Questa “civiltà” è identificabile con le popolazioni dell’alta collina e della montagna, specie quelle comprese tra i 300 e i 1000 metri, visto che è questa la fascia di diffusione naturale del castagno.La raccolta delle castagne avveniva tramite “bacchiatura”, dopodiché o le si mangiava fresche, oppure si procedeva a essiccarle al fine di ricavarne della farina. Quest’operazione avveniva nel “seccatoio”, un edificio costruito nel bosco, che disponeva di un piano inferiore adibito a forno. La farina ricavata aveva la peculiarità di possedere più amido e zucchero rispetto alla semplice castagna consumata fresca, ed era in grado, perciò, di assicurare all’organismo una valida alternativa in caso di mancanza di altre sostanze alimentari. Dalla sua farina, oltre al pane, si poteva ricavare una polenta dal sapore dolciastro ed anche fare il “castagnaccio”, tipico dolce toscano che si trova ancora oggi.Un altro tipo di pane che, per le sue particolarità, merita considerazione è sicuramente quello ottenuto dall’orzo. Per lo scarso contenuto di glutine, la poca elasticità e quindi la sua difficoltà a lievitare, l’orzo non si prestava facilmente alla panificazione e il suo consumo era abbastanza raro . Vi si ricorreva esclusivamente nei momenti di cattivo raccolto, ma lo stesso non si può dire di molti anacoreti e filosofi, che lo consumavano proprio in virtù di quell’"aridità”, per cui era tanto inviso. In quanto capace, secondo la mentalità del tempo, di asciugare l’umore umido, questo tipo di pane diventò il cibo d’elezione di tutti quelli che, passando per la mortificazione del piacere fisico, cercavano il distacco dal mondo.

mercoledì 18 maggio 2011




Jack Cade, il cui vero nome forse era John Mortimer ,è stato un rivoluzionario irlandese.

Nel 1450 capeggia una insurrezione popolare, scoppiata nella contea del Kent in Inghilterra, sotto il regno di Enrico VI.



La situazione in Inghilterra prima della ribellione[modifica]Tra il 1435 e il 1450 - l'anno della ribellione di Cade - l'Inghilterra, impegnata nelle fasi finali della guerra dei cent'anni, subiva pesanti sconfitte, perdendo quasi tutte le province francesi.

Il corso negativo della guerra, l'incoronazione di Carlo VII nel 1429 in Notre-Dame di Reims e il disconoscimento della sovranità inglese sulla Francia, precedentemente sancita dal Trattato di Troyes, concretizzavano la prospettiva di una rinuncia definitiva delle aspirazioni inglesi in terra francese.

Nel 1446 scoppiava, inoltre, uno scandalo per la restituzione alla Francia di alcuni territori; un atto di cui il parlamento era stato tenuto all'oscuro. I territori del Maine e dell'Anjou, venivano segretamente ceduti dalla corona inglese, su richiesta di Carlo VII, per acconsentire al matrimonio di Enrico con sua figlia Margherita di Anjou.

La debole condotta del Re, schiacciato fra la corruzione e le tensioni montanti con la casata York che sarebbero sfociate nella guerra delle due rose, paralizzava la politica interna.

L'impopolarità di Enrico VI, conseguentemente, era all'apice.

Successione degli eventi[modifica]Nella primavera del 1450, i contadini del Kent protestano contro l'incapacità del governo reale, la tasse elevate, la corruzione e gli effetti negativi della perdita della Francia.

Il 4 giugno, Jack Cade, leader dei ribelli, pubblica The Complaint of the Poor Commons of Kent ("La protesta dei poveri popolani del Kent"), una lista di rimostranze contro il parlamento e l'aristocrazia della corte reale, accusati di manipolare le decisioni del debole sovrano. Nell'intestazione, infatti, vi si legge:

« ..Noi, riconoscendo il re come nostro signore e sovrano, e che insaziabili e maligni manipolatori circondano notte e giorno sua altezza, convincendolo, ogni giorno, che ciò che è buono è malvagio e ciò che è malvagio è buono:... »


Ai primi di giugno, ventimila ribelli si concentrano presso la città di Blackheath (ora Lewisham, sobborgo parte dell'area metropolitana londinese), a sud-est della capitale. Ai rivoltosi, in gran parte contadini, si unisce una parte della cittadinanza e, soprattutto, un buon numero di soldati e marinai inglesi di ritorno dalla Francia, raddoppiandone il numero.

Mentre il re cerca rifugio nella contea shire di Warwickshire, i quarantamila uomini, guidati da Jack Cade, raggiungono Southwark (che all'epoca non faceva parte ancora del nucleo cittadino) e, stabilito il quartier generale nella locanda The White Hart[1], il 3 luglio attraversano il London Bridge[2]. Il Lord Tesoriere (una delle più alte cariche dello stato) e diversi membri della corte reale, vengono arrestati e decapitati e la città, nonostante le promesse contrarie di Cade, viene messa al sacco dai ribelli, fino al sopraggiungere della notte, quando i rivoltosi fanno ritorno a Southwark. La notte del giorno seguente, i ribelli subiscono ingenti perdite in uno scontro con l'esercito regolare organizzatosi presso il London Bridge.

Conclusa la battaglia, il Lord Cancelliere, l'arcivescovo John Kemp[3], convince Cade a porre fine alla rivolta in cambio del perdono e la promessa che il governo ottempererà alle richieste del manifesto. La ribellione si conclude, i contadini si disperdono, ma la settimana successiva, Cade viene condannato come traditore e viene posta una taglia sulla sua testa. Catturato e ucciso, il corpo di Jack Cade viene trasportato a Londra e squartato per essere esposto come monito in diverse città. La sua testa, assieme a quelle degli altri capi della rivolta, viene esposta sul London Bridge. Dopo la sua morte, i ribelli sono perdonati, tranne 34 che vengono giustiziati.

Jack Cade e la rivolta da lui guidata figurano nel dramma teatrale Enrico VI, parte II di William Shakespeare. Un seguace di Cade, in una discussione con il capopopolo, pronuncia la celebre frase:

« E la prima cosa che faremo sarà uccidere tutti gli avvocati »
(William Shakespeare, Enrico VI, Atto Secondo)

lunedì 16 maggio 2011


Fina Ciardi
San Gimignano

Nata nel 1238 a San Gimignano dai Ciardi, nobili decaduti, nella casa ancora esistente nel vicolo che porta il suo nome, Fina (abbreviazione di Iosefina) a dieci anni fu colpita da una malattia che la paralizzò completamente. Già orfana di padre, Fina perse anche la madre e rimase in assoluta povertà, aiutata solo da un'amica di nome Beldia. Dopo cinque anni di indicibili sofferenze sopportate con serenità e devozione, Fina si spense il 12 marzo 1253, festa di San Gregorio Magno, di cui era devota e dal quale avrebbe avuto l'annuncio della morte. Secondo la leggenda, trascritta nel Trecento dal domenicano Giovanni del Coppo, al momento del suo trapasso le campane di San Gimignano suonarono a festa senza che mano alcuna toccasse le corde, e quando il suo corpo fu sollevato dall'asse di quercia che era stato il suo giaciglio, questo si coprì di fiori. Contemporaneamente, torri e mura si ornarono di migliaia di viole gialle, e ancor oggi questa fioritura si ripete ogni anno, per quanto rigido sia l'inverno. Il culto della Santa fu molto vivo fin dagli inizi, tanto che grazie alle offerte lasciate sul suo sepolcro già nel 1258 si poté costruire uno spedale. Nel 1457 il Consiglio del Popolo deliberò la costruzione di una magnifica cappella nella collegiata, realizzata da Giuliano da Maiano e ornata di sculture di Benedetto da Maiano ed affreschi del Ghirlandaio. La città volle la piccola Fina come propria protettrice al fianco del patrono ufficiale, Geminiano, e a lei ricorse nella calamità con fiducia e devozione. Le feste annuali in suo onore sono due. La prima cade il 12 marzo - anniversario della sua dipartita; la seconda si celebra la prima domenica d'agosto, per ricordare che nel 1479 Fina salvò la città dalla peste e dalla guerra.

domenica 15 maggio 2011





Emily Dickinson
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Emily Dickinson nasce il 10 dicembre 1830 ad Amherst (Massachussetts), in un piccolo centro di religione e cultura puritana, da Edward, celebre avvocato destinato a diventare deputato del Congresso, ed Emily Narcross, donna dalla personalità piuttosto debole. È la seconda di tre figli. Austin è il fratello maggiore, Lavinia la sorella minore: a entrambi sarà sempre legata da un grande affetto. Dal 1840 al 1947 frequenta la Amherst Academy e successivamente si iscrive alle scuole superiori di South Hadley, da cui viene ritirata dal padre dopo un anno. Manifesta intanto un carattere fiero e indipendente. A casa continua i propri studi da autodidatta, orientata nelle letture anche da un assistente del padre, Benjamin Newton, con il quale resterà in seguito in corrispondenza. Scrivere lettere sarà un'attività fondamentale per la poetessa, un modo intimo per entrare in contatto coni l mondo: non a caso molte delle sue poesie verranno allegate ad esse. Nel 1850 scrive alcune "valentine" per gli amici. Nel 1852 conosce Susan Gilbert, con la quale stringe un forte legame, testimoniato da importanti lettere. Nel corso degli anni successivi compie qualche raro viaggio. Incontra il reverendo Charles Wadsworth, un uomo sposato, del quale (a quanto pare) si innamorerà vanamente. Nel 1857 conosce lo scrittore-filosofo trascendalista Ralph W. Emerson, ospite di Austin e Susan, sposi da pochi mesi.La poetessa entra in amicizia con Samuel Bowles, direttore dello Springfiel Daily Republican giornale su cui appariranno (a partire dal 1861) alcune sue poesie. Conosce anche Kate Anton Scott. Sia con Bowles sia con quest'ultima stabilisce un profonod rapporto anche epistolare. La casa dei Dickinson è praticamente il centro della vita culturale del piccolo paese, dunque uno stimolo continuo all'intelligenza della poetessa, che in questo periodo incomincia a raccogliere segretamente i prpri versi in fascicoletti. Nel 1860 è l'anno del futore poetico (365 liriche) e sentimentale. Il suo amore (probabilmente per Bowles) rimane però senza sbocco. Nello stesso anno avvia una corrispondenza con il colonnello-scrittore Thomas W. Higginson, a cui si affida per un giudizio letterario: egli rimarrà impressionato dall'eccezionalità dello spirito, dell'intelligenza e del genio della poetessa, pur ritenendo "impubblicabili" le sue opere. D'altronde ella non intende nè ha mai inteso dare alle stampe i propri versi. Tra il 1864 e il 1865 Emily trascorre alcuni mesi a Cambridge, Massachusetts ospite delle cugine Norcross, per curare una malattia agli occhi. Va maturando la decisione di autorecludersi, e diminuisce i contatti umani e superficiali. Mantiene viva la corrispondenza con amici ed estimatori, divenendo sempre più esigente e cercando, a un tempo, intensità ed essenzialità. Intanto continua a scrivere poesie. La sua produzione, pur non raggiungendo la quantità del 1862, rimane cospicua. Nel 1870 riceve la prima visita, molto attesa, di Higginson, che tornerà a trovarla nel 1873. Incomincia un periodo durissimo per Emily, ormai da anni "reclusa" in casa propria. Muore il padre (1874). La madre si ammala gravemente (1875). Muore Bowles (1878). Nello stesso anno ella si innamora di Otis Lord, un anziano giudice, vedovo, amico del padre, e a quanto pare, l'amore è ricambiato (ma sulla qualità del rapporto con lui non sappiamo quasi nulla). Intanto può anche godere dell'ammirazione della scrittrice Helen Hunt Jackson. Nel 1881 i coniugi Todd si trasferiscono ad Amherst: Mabel Todd diventerà l'amante di Austin, creando dissidi nella famiglia Dickinson. La catena delle tragedie riprende: muoiono la madre a Wadsworth (1882), l'amatissimo nipotino Gilbert (1883), il giudice Lord (1884). Emily è prostrata. Nel 1885 si ammala, e il 15 maggio 1886 muore nella casa di Amherst. La sorella Vinnie scopre i versi nascosti e incarica Mabel Todd di provvedere alla loro pubblicazione, che sarà sempre parziale fino all'edizione critica completa (1955) curata da Thomas H. Johnson, comprendente 1775 poesie.



La "sete", nei confronti delle persone che più ama, caratterizza la sua vita alla ricerca continua di un affetto che cerca di strappare soprattutto ai suoi migliori amici e alle più care amiche, confidandosi con loro attraverso lettere colme di struggenti riflessioni sulla vita, sull'amicizia, sull'amore... sulla morte.
"Dove sei, amica mia antica, o amica mia carissima e giovane - come preferisci tu - il rivolgermi a te potrebbe di per sé sembrare presunzione, dal momento che non so se dimori qui, né, se sei volata via, in quale mondo "il mio uccello" abbia ripiegato l'ala. Quando penso agli amici che amo e al poco tempo che abbiamo da stare qui, quando penso che poi "ce ne andiamo", provo una sensazione di sete, un desiderio forte, un'ansia impaziente per paura che mi vengano rubati, per paura di non poterli più guardare. Vorrei averti qui, vorrei avervi tutti qui, dove posso vedervi, dove posso sentirvi e dove ho la possibilità di dire "No" se il "Figlio dell'Uomo" mai "verrà"!"
Al momento della sua morte erano state pubblicate solo 10 sue poesie, ma i circa 1800 componimenti poetici furon prova della vastità del suo lavoro, riconosciuto ora dal mondo intero. Emily è una dei poeti più sensibili e rappresentativi di tutti i tempi. Quanto ritenuto all'epoca 'stranezze', è considerato ora aspetto inconfondibile del suo stile: digressioni enfatiche, uso delle maiuscole, lineette telegrafiche, ritmi salmodianti, rime asimmetriche, voci multiple e elaborate metafore sono marchi di riconoscimento per i lettori.
Emily Dickinson morì di nefrite nello stesso posto dove era nata, ad Amherst, nel Massachusetts.

mercoledì 11 maggio 2011


La Battaglia di Stirling Bridge e cosa portò ad essa.

Prologo

La situazione che portò al confronto fra i leali Scozzesi comandati da Sir William Wallace contro il potente esercito Anglo-Normanno delle Forze Inglesi del Nord di Edoardo I a Stirling Bridge è leggermente complessa.
Dopo un prospero e relativamente pacifico regno sotto il re Alessandro III la Scozia stava assaporando un successo economico e un certo grado di pace con il suoi vicino del sud, l'Inghilterra. Con la tragica morte di Alessandro nel 1286 D.C., tutti i vecchi problemi, insieme a dei nuovi ritornarono a galla, portando a quella che è adesso chiamata la "Prima guerra di Indipendenza Scozzese".

Scozia, 1286 D.C.

Edoardo I di Inghilterra aveva appena completato la prima fase della sua conquista del Galles sconfiggendo le forze del Principe Llerwelyn ap Gruffyd. Edoardo, nonostante tutte le sue disonorevoli caratteristiche, fu uno dei più potenti e vigorosi regnanti Inglesi, particolarmente riguardo alle campagnie militare. A quel tempo, l'Inghilterra Anglo-Normanna disponeva dell'esercito più potente e meglio armato ed equipaggiato di tutta l'Europa. Edoardo diede prova che le sue tattiche militari in battaglie in Galles, Inghilterra e Francia, sebbene crudeli e spietatate, erano molto efficaci. Era quindi un nemico temibile. Fu la sfortuna Gallese la scelta di combattere contro uno dei più potenti Re Inglesi.

Come altri Re medioevali, Edoardo aveva le sue gatte da pelare in Francia, ma durante il suo regno questi passarono in second'ordine dalla sua determinazione di accrescere l'influenza Inglese in Britannia. Questa focalizzazione di interessi, unita alla sua grande esperienza militari fu micidiale per i regni Celtici dell'isola, in quanto, dopo il Galles, Edoardo pose le sue mire sulla Scozia. Nel 1286, nonostante il parere contrario dei suoi consiglieri, Alessandro III, re di Scozia, si avventurò in una passeggiata notturna per Kinghorn per vedere la sua nuova, giovane moglie. "Ne tempeste ne inondazioni ne scogliere rocciose potevano fermarlo dal visitare matrone, vergini e vedove, di giorno o di di notte, quando si incapricciava di qualcuna", disse un contemporaneo. Sembra però che quella notte, Alessandro fosse intento a recarsi dalla sua giovane moglie. Costui, nelle scure ed erte montagne, precipitò da una scogliera e venne trovato con il collo fratturato.
Gli eredi di Alessandro, sua moglie e sua figlia erano morti prima di lui, e nessun erede diretto era disponibile per riempire il vacante trono di Scozia. Invece di un legittimo sovrano, ora in Scozia regnavano caos e confusione.

L'unico erede diretto di Alessandro era sua nipote, Margherita, una bambina infante conosciuta come la "Vergine di Norvegia", la figlia di Re Eric di Norvegia e la figlia di Alessandro, che si chiamava anche essa Margherita . L'intempestiva morte di Alessandro non avrebbe potuto venire in un momento peggiore per la Scozia. Segnò la fine di un periodo di pace e prosperità durante il quale i confini del regno, sempre un'affare spinoso, erano stati definiti e le varie tribù di Celti, Sassoni e Normanni dei bassopiani (Lowlands) stavano cominciando a fondersi, finalmente identificandosi in una riconoscibile nazione. Gli altopiani (Highlands) e le isole continuavano ad essere terre di poplazioni Celtiche e Norvegesi, ma i bassopiani da dove i Re Scozzesi governavano, erano un miscuglio di gruppi etnici ed il Gaelico erano divenuto una lingua secondaria rispetto all'Inglese e, in qualche posto, il Francese Normanno ed il Latino prevalevano ancora.

Edoardo si intromette nella situazione politica

Edoardo abilmente cercò di combinare un matrimonio lampo tra suo figlo, il Principe di Galles e la piccola Margherita, la "Vergine di Norvegia". Con quello che può essere definito, ad essere buoni, pessimo giudizio da parte della nobiltà Scozzese, l'accordo di matrimonio tra Edoardo di Caernavon e la giovane Margherita venne siglato in un trattato, chiamato il Trattato di Birgham.

Tuttavia il fato assestò un altro crudele colpo alla Scozia quando la piccola Margherita si ammalò nel viaggio tra la Norvegia e la Scozia e mori di febbe alle Isole Orcadi. Ora il trono ed il futuro della Scozia erano nelle mani di 13 pretendenti alla corona. Su richiesta del Vescovo, di sangue Normanno, di Scozia Fraser, una lettere venne spedita urgentemente ad Edoardo con la richiesta di farsi arbitro della sempre più volatile situazione Scozzese. Ansioso di utilizzare questa nuova opportunità per unire l'intera isola di Bretannia, Edoardo prontamente acconsentì ad arbitrare con la speranza di portare tutta la Scozia sotto il suo controllo.

Riconoscendone la sua superiorita' feudale e militare, gli Scozzesi permisero ad Edoardo di decidere chi avrebbe regnato in Scozia. I maggiori pretendenti erano Giovanni (John) Balliol e Roberto Bruce (Robert the Bruce) il vecchio. Entrambi questi signori erano discendenti di cavalieri di Guglielmo il Conquistatore. A quel tempo, la Scozia, specialmente i bassopiani, erano dominati dai possidenti Anglo-Normanni, che governavano tenute lungo tutto il reame. Vi era da tenere in considerazione anche Sir "Rosso" Giovanni (John) Comyn. John Balliol aveva vasti possedimenti in Francia; Roberto Bruce il giovane, duca (earl) di Carrick, possedeva terreni in Essex. Questa conquista della celtica Scozia era stata ottenuta mediante affari di corte (Malcom III Canmores (grossa testa), incoronato nel 1057 dopo aver sconfitto MacBeth e Davide I), matrimoni ed accordi pacifici. Nel Nord vi erano ancora molti possidenti Scozzesi e capiclan con discendenze dirette Celtiche o Celtico/Norvegese, ma le decisioni importanti erano in mano ai condottieri di Normanni o almeno parzialmente Normanni. Qualcuno afferma che la seguente guerra Anglo-Scozzese fu quindi più una lotta di potere fra dinastie Anglo-Normanne che una guerra intenzionale di Scozzesi contro Inglesi, come era forse più vero in Galles ed Irlanda. E' però parere più comune che sia stato una misto di queste ragioni. Certamente nei bassopiani questo era vero, ma negli altopiani Scozzesi, senza menzionare le ferocemente indipendentiste Isole, la gente Celtica e Celtico/Norvegese non era comandata dai Normanni.Quindi il confronto era : uno scontro fra dinastie Normanne ed una guerra fra i Celti e gli Inglesi, per l'indipendenza della Scozia. Ricordiamoci che la gente comune di tutta la Scozia, la piccola nobiltà e i capiclan, erano Celti e parlavano ancora il Gaelico. Furono queste persone, aderendo alla causa dei loro padroni Scozzesi Normanni, che possono averla immaginato la loro battaglia contro gli Inglesi invasori come una lotta nazionale o Celtica per l'indipendenza. Come poi si vide, avevano molte ragioni.

Edoardo voleva dominare la Scozia. Se non poteva diventarne il re, allora avrebbe scelto il contendente più malleabile. Scelse Giovanni Balliol, (sebbene secondo il costume Celtico -- Roberto Bruce avesse maggiori diritti). Il vecchio Roberto Bruce passò le redini della famiglia a suo figlio, duca di Carrick, Roberto Bruce il giovane. Bruce rifiutò di rendere omaggio al nuovo re. Stanco dell'umiliante ruolo di facciata per le ambizioni di Edoardo, Re Giovanni Balliol rinunciò all'alleanza con il Re Inglese e rinnovò la Vecchia Alleanza con la Francia, aprendo la strada alla guerra con l'Inghilterra. Roberto Bruce rifiutò la chiamata alle armi per svariate ragioni. A quel tempo, leale a Edoardo, sembrò ora che Balliol potesse ora spostarsi in favore delle pretese di Bruce. Vi era molta politica da parte dei Bruce e le indecisioni che sembravano indebolirlo, erano invece un piano molto ben congegnato per eventualmente sedere sul trono di Scozia.
Balliol era un quarantenne, non molto intelligente e di poca volontà. Edoardo lo trattò in modo brutale, utilizzandolo soltanto come un pupazzo per eseguire le politiche Inglesi in Scozia. In ultimo, stanco di tutte queste umiliazioni, Balliol rinunciò al suo giuramento di alleanza e si oppose ad Edoardo. Il re Inglese, duramente impegnato in una guerra con la Francia in Guascognia e con un'altra ribellione Gallese, si lanciò a Nord per sbrigarsela con Balliol ed i suoi seguaci.

Sebbene in guerra con Francia e Galles, Re Edoardo cavalcò verso Nord con un'armata di cavalieri Inglesi ed arcieri Gallesi. Qualcuno potrebbe pensare di fare commenti sul fatto che i Gallesi formassero un gran parte dell'armata di Edoardo così presto dopo la loro sconfitta per sua mano. Ma gli sconfitti erano la nobiltà Celtica Gallese, mentre il comune Gallese era felice di combattere per soldi e cibo, data la carestia, per chiunque. Il cronista Francese Froissart, per esempio, menziona un Owain di Galles che offri i suoi servizi al Re Francese durante la guerra dei Cento Anni.
L'armata inglese arrivò fuori la città di Berwick alla fine del Marzo 1296 per trovare i cittadini ed il castello preparati per un lungo assedio. Gli abitanti erano talmente fiduciosi che schernirono l'esercito Inglese sul campo di battaglia. Ma le veterane truppe Inglesi, ora inferocite, e spronate dal loro re, catturarono la città vicina in pochi sanguinosi minuti e poi passarono il resto della giornata ad ucciderne i cittadini, uomini, donne e bambini, eseguendo gli ordini diretti di Edoardo I "Martello degli Scozzesi". Si racconta che venne uccisa talmente tanta gente che alle mura della città non si poterono toglierne le macchie di sangue per decenni, come un marchio.

Vedendo lo spaventoso risultato di un'ulteriore resistenza ad Edoardo, il castello abbassò il ponte e si arrese ad Edoardo. Ma la sete di sangue di Edoardo non si era ancora placata. Con Berwick nelle sue mani, mandò il suo luogotenente più anziano, Giovanni (John) de Warrenne, a prendere Dunbar. Il distaccamento di de Warrenne consisteva della migliore cavalleria, diversi ariceri Gallesi ed una buona forza di fanteria reclutata nel Nord. Arrivando a Dunbar il 29 Aprile 1296, de Warrenne trovò anche lui il castello preparato per un lungo assedio, e l'armata principale Scozzese al di fuori delle sue mura, in un luogo chiamato Spottsmuir. Era comandata da Giovanni "Rosso" Comyn, duca di Buchan. De Warrenne ignorò il castello e diede battaglia all'armata Scozzese. Gli Scozzesi, coraggiosi ma indisciplinati (e questa sarà una costante), ruppero le fila e si lanciarono contro le truppe Inglesi, solo per essere bersagliati da centinaia di freccie Gallesi. Disorientati e confusi, vennero letteralmente travolti dalla cavalleria di de Warrenne, che schiantò gli Scozzesi uccidendone perfino i pochi sopravissuti con lance, spade, asce e mazze. De Warrenne mise in rotta l'armata Scozzese che perse più di diecimila uomini, molti dei quali feriti lasciati morire sul campo.

Il risultato fu una totale vittoria inglese e la perdita di uomini, donne, bambini e dell'orgoglio Scozzese. Fra i pochi scampati, Giovanni "Rosso" Comyn, tre altri duchi Scozzesi ed più di un centinaio dei più importanti seguaci di Comyn vennero catturati. Edoardo fece seguire la sua vittoria a Dunbar da una marcia trionfante attraverso la Scozia, portando le sue armate più avanti di ogni precedente regnante di Britannia dal tempo dei Romani.

La caduta di Balliol, la Scozia sotto la dominazione Inglese

In parata trionfante attraverso la Scozia, Edoardo domandò l'abdicazione di Balliol. a Montrose in due Re si confrontarono l'un l'altro. Di fronte alle corti sia Inglese che Scozzese, lo stemma di Balliol gli venne strappato e lanciato per terra. La sua umiliazione fu totale. Ma l'arroganza di Edoardo non aveva ancora raggiunto il culmine. Mediante la paura, ricevette omaggi dai magnati Scozzesi. A Perth, comandò che la Sacra Pietra di Scone -- sulla quale generazioni di Re Scozzesi erano stati incoronati -- venisse rimossa e portata all'Abbazia di Westminster. Ignorando le pretese di Bruce, Edoardo designò un vicere Inglese sugli Scozzesi. La Scozia sembrava ora divenuta parte dell'Impero Inglese.
Come Edoardo ritornò oltre il confine, un cronista registrò il suo pesante commento sulla Scozia:
"E' un buon lavoro per un uomo, levarsi (di torno) questa merda (Scozia)."

Un eroe emerge dalla Scozia

Questa era ben lungi da essere la fine del conflitto fra i due paesi, però. Nella primavera del 1297, l'intera Scozia, con la possibile eccezione del Lothian (da tempo un'area Anglo-Sassone) era in piena insurrezoine armata. A Lanark tutta la guarnigione di truppe Inglesi venne massacrata da truppe leali a colui descritto come un gigantesco uomo chiamato William Wallace, figlio di un cavaliere piccolo possidente locale di Ellersie, vicino Paisley. Costui divenne rapidamente un simbolo della resistenza Scozzese all'occupazione Inglese della Scozia. Ma chi era questo William Wallace?

William Wallace - un breve ritratto dell'uomo

Riprendendosi dalla guerra-lampo di Edoardo, alcuni condottieri Scozzesi cominciarono a riconquistare la loro dignità. Fra costoro vi era il condottiero di lingua gaelica William Wallace. Su costui non è che si conosca realmente molto.

Un uomo di basso o minore status e chiamato da alcuni un fuorilegge o bandito, può essere che Wallace sia stato usato dai maggiori aristocratici Scozzesi come copertura per la loro ribellione, in modo da non rompere il loro giuramento di fedeltà ad Edoardo. Nei "Lanercost Chronicle", (una cronaca dell'Inghilterra del Nord), William Wallace viene chiamato "Willelmus Wallensis" -- William il Gallese -- forse riferendosi alla sua lingua Celtica o più probabilmente alla sua discendenza dai Bretoni di Strathclyde, (un popolo Celtico fortemente imparentato con i Gallesi). Tormentato dagli esattori Inglesi e nascosto nella foresta di Selkirk, Wallace radunò attorno a se una banda di ladri e combattenti (chiamati fuorilegge da alcune fonti Inglesi). Secondo la leggenda, una sera fece un tentativo di vedere la sua compagna (moglie o amante). Sorpreso da una pattuglia Inglese, si rifugiò in casa della donna sparendo dalla porta posteriore. Frustrati dalla fuga, gli Inglesi appiccarono fuoco alla casa ed uccisero la donna assieme alla sua famiglia. Il grande ed infuriato Scozzese giurò vendetta. E dovette attendere poco. Lui e la sua banda catturarono la pattuglia Inglese colpevole quella notte e li tagliarono a pezzi.

Questo colpo contro gli Inglesi incoraggiò diversi aristocratici Scozzesi ad alzare i loro vessilli per ribellarsi. Fra di loro vi era Sir William Douglas, il precedente comandante di Berwick e testimone dell'uccisione della popolazione per ordine di Edoardo I. Inoltre vi era James Stewart, un grosso possidente Scozzese. E forse il più importante, e molto spesso sorvegliato, era Sir Andrew de Moray (più tardi chiamato Murray), che era all'altro capo della Scozia costruendo forze contro gli Inglesi come stava facendo Wallace.

Che de Moray, un piccolo nobile, e Wallace si incontrassero e divenissero buoni amici ed alleati era inevitabile. Cosi accadde, Wallace e Moray divennero ottimi amici e lavorarono all'unisono particolarmente bene.

Re Edoardo I di Inghilterra, "Longshanks" o "Martello degli Scozzesi", sperò di sedare l'insurrezione con i suoi alleati Scozzesi e mandò Roberto Bruce dalla sua base a Carlisle a catturare Castello Douglas. Ma Roberto non era troppo sicuro della giustezza di questi ordini. Sua madre era celtica ed i suoi profondi sentimenti per la nazione Scozzese (qualcosa che gli viene raramente attribuito), scorrevano contrari alle amicizie politiche familiari.
Inoltre, i Bruce erano stati precedentemente usati con la promessa, sempre poi disattesa, del trono. Al castello di Douglas, Roberto Bruce prese la sua suprema decisione, che avrebbe mostrato più avanti nel corso della sua vita. Non avrebbe combattuto i suoi compatrioti, non contro di loro.

Nel frattempo, di Wallace si diceva che avesse combattuto in nome del deposto re "Toom Tabard" (stemma vuoto), John Balliol, sebbene diverse fonti dicano diversamente -- che nei fatti Wallace combattè unicamente per la Scozia ed invocò il nome di Balliol solo per aver aiuto ed assistenza da alcuni nobili. Se Wallace a quel tempo combattesse oppure no per riportare Toom Tabard al trono è dubbio, visto che non vi sono prove decisive pro o contro.

William Wallace era un leader nato. Dei pochi fatti certi che abbiamo di Wallace, è assolutamente sicuro che ispirò e guidò i suoi uomini con efficenza, talvolta barbaramente, in una guerriglia contro gli Inglesi alimentato dalla sua voglia di vendetta e dal suo amore per la Scozia. Divenne rapidamente il capo di un'armata leale che attraversò lunghe distanze dei terreni impervi, prendendo di sorpresa avamposti Inglesi. Per terrorizzare il nemico, Wallace prese come principio di uccidere ogni Inglese con cui avesse discusso, e le sue continue intimidazioni ed a volte brutali vessazioni della popolazione civile locale (quella leale agli Inglesi), rese impossibile al tesoriere Inglese incaricato della Scozia (High Justicar), Sir Hugh de Cressingham, la raccolta delle tasse.

Il Duca di Surrey e Sussex, nominato da Edoardo I reggente di Scozia, John de Warrenne, era in Inghilterra quando arrivarono gli ordini da Edoardo di sedare la ribellione Scozzese. Re Edoardo si stava imbarcando, ancora, per la Francia (Fiandre) per incontrare il Re di Francia, Filippo il Bello, riguardo territori disputati. Edoardo supponeva che le sue forze del nord al comando di de Warrenne e di de Cressingham avrebbero facilmente socnfitto i rivoltosi. Un calcolo completamente errato.

Quando l'armata Inglese di cavalleria pesante, arceri Gallesi, armigeri e fanteria arrivò a Castello Stiling nel settembre 1297, Wallace abbe notizia del loro imminente arrivo e marciò rapidamente per intercettarli. Sugli argini del fiume Forth, le truppe Inglesi furono in vista degli uomini di Wallace.

La Battaglia di Stirling Bridge inizia

Fra le varie vittorie di Wallace, quella di Stirling Bridge, l'11 Settembre 1297 svetta. Edoardo I, impegnato con le politiche continentali, diede a John de Warrenne, Duca di Surray e Sussex e Hugh de Cressingham, pieni poteri per reprimere totalmente qualsiasi resistenza; per questo scopo un'armata di 50.000 (supposti, ma molto più probabilmente 15-20.000) e un gran numero di cavalli, marciò attraverso i bassopiano del Sud in cerca di Wallace, che stava allora assediando Dundee con tutti gli uomini che aveva potuto radunare -- 10.000 in tutto. Costui abbandonò Dundee, passò il Tay e marciò per disputare il passaggio del fiume Forth, passaggio obbligato dell'armata Inglese per raggiungere le parti settentrionali del regno.

Wallace posizionò i suoi uomini sulle colline attorno ad un ponte sul Forth, a nord di Stirling. Non tutti gli Scozzesi erano fiduciosi sullo scontro. James Stewart si recò dal condottiero Inglese con un'offerta di pace. De Warrenne rifiutò ed i suoi cavalieri iniziarono ad avvicinarsi allo stretto ponte. Il ponte lungo il Forth vicino Stirling era allora di tronchi, ed era a Kildean, mezzo miglio oltre il ponte antico visibile oggi. Veniva descritto come talmente stretto che solo due persone potessero passare di fianco, eppure i capi Inglesi proposero di far passare 20.000 (numero alquanto incerto) persone, non contando i cavalli e le masserizie, col nemico di fronte. Waler de Hemingferd, canonico (Canon) di Guisborough nello Yorkshire racconta che un traditore Scozzese al soldo degli Inglesi si oppose strenuamente a questa decisione, ed indicò un guado a breve distanza dove sessanta uomini avrebero potuto passare fianco a fianco il fiume; ma non venne dato credito al suo suggerimento.

Nonostante le sue forze superiori, Surrey non era per nulla ansioso di incontrare Wallace, i cui precenti successi gli avevano fatto guadagnare una formidabile reputazione.

Cercando di temporeggiare, mandò due frati domenicani a Wallace, le cui forze si erano accampate vicino l'abbazia di Cambuskenneth, sulla collina conosciuta come Abbey Craig; cosi entrambe le armate potevano vedersi perfettamente l'un l'altra, e separate solo da un fiume, attorno a campi verdi e fertili. La richiesta dei frati fu breve -- Wallace ed i suoi seguaci dovevano gettare le armi ed arrendersi.

"Tornate da li amici vostri", disse Wallace, "e dite loro che siamo qui senza intenti pacifici, ma pronti per la battaglia, determinati a vendicare i nostri torti e liberare il nostro paese. Che li signori vostri venghino e ci attacchino; siamo pronti per incontrarli faccia a faccia."

Infuriati da questa replica, molti cavalieri Inglesi ora chiedevano a gran voce l'attacco. Questo era esattamente quello che Wallace e de Moray volevano ... fare in modo che l'esercito Inglese attraversasse lo stretto ponte. E' ricordato dai cronisti Inglesi che in questo momento, il traditore Scozzese, il Duca di Lennox, disse al Duca Surrey, "Datemi soltanto cinquecento cavalli ed un poco di fanteria, e potrò aggirare il fianco del nemico dal guado, mentre voi, mio signore Duca, potrete passare il ponte in tranquillità."

L'attraversamento del Ponte

Surrey era esitante, quando il grottescamente grasso Hugh de Cressingham, esattore delle tasse Scozzesi per Edoardo disse, "perché dobbiamo protrarre la guerra e sprecare il regal tesoro? Combattiamo, è nostro preciso dovere." Surray, contrariarmente al buon senso, acconsentì, ed all'alba del giorno le forze Inglesi cominciarono a passare il ponte; Wallace udii i preparativi con gioia.

Quando metà degli Inglesi attraversarono, Wallace avanzò, avendo precedentemente mandato un forte distaccamento a presidiare il guado già citato. Nel momento in cui gli Scozzesi cominciarono a muoversi, Sir Marmaduke Twenge, un cavaliere appartenente ai North Riding di Yorkshire, che, insieme a de Cressingham, guidava l'avanguardia di cavalleria, innalzò lo stendardo reale fra le urla di "Per Dio e San Giorgio d'Inghilterra!" ed alla testa della sua cavalleria pesante lanciò una furiosa carica sul pendio alla fanteria Scozzese, mentre gli arcieri di quest'ultima bersagliavano rapidamente e in sicurezza da dietro, causando l'oscillazione e l'indietreggiamento delle forze Inglesi.

La battaglia mise alla prova gli Scozzesi, quelli di Wallace fecero una carica lungo la collina verso il ponte; nel frattempo un movimento magistrale venne eseguito da Sir Andrew de Moray, che con le sue truppe si infiltrò fra coloro che avevano già passato il ponte, tagliandone ogni via di ritirata. La confusione si diffuse fra gli Inglesi, e la disciplina svani. Wallace, appena visto il movimento, pressò con forza maggiore. Le colonne mezze-formate degli Inglesi sull'argine Nord del fiume cedettero, e molti dei cavalieri pesantemente armati caddero nel fiume ed annegarono.

Surrey, cercò di capovolgere le sorti della battaglia mandando oltre il fiume, in un momento nel quale il ponte era libero, un forte rinforzo con il suo stendardo; ma, incapaci di mantenere la formazione fra la porpia fanteria in ritirata, aggiunsero solo confusione e massacro, venendo assalite da ogni lato da lancieri Scozzesi (probabilmente schiltrons).

Gli schiltrons, secondo molti storici vennero usati per la prima volta con successo a Falkirk, non a Stirling. Ma è probabile che queste unità, inesperte come furono sempre, fossero già esistenti contro lo schiacciante numero di cavalieri e guerrieri a cavallo Inglesi. Accreditato dell'invenzione di questa formazione è lo stesso William Wallace.

Nel momento in cui i rinforzi di Surrey erano sul ponte, questo si sfasciò e cadde nel Forth sotto il peso delle truppe e della tensione della battaglia. Questo collasso, di cui esistono svariate versioni, fu una catastrofe per gli Inglesi, insieme con il passaggio del fiume di un corpo di Scozzesi dal guado, quando apparverò alle spalle del nemico, decidendo la vittoria per gli Scozzesi. Un gran numero di Inglesi annegò tentando di attraversare il fiume.

I baroni Scozzesi traditori che servivano nelle file di Surrey -- uno dei quali era il Duca di Lennox -- ora gettarono la maschera, e, con i loro seguaci, si unirono all'inseguimento, quando il combattimento divenne, come di norma in quei giorni, una scena di barbaro massacro. Era normale per l'esercito vincitore tentare di disarcionare quanti più nemici in ritirata possibile e passarli a fil di spada. Quello che spesso pensiamo come una guerra "cavalleresca" era in realtà uno dei più brutali e sanguinari modi di combattere corpo a corpo mai praticati dagli uomini di ogni era.

Surrey, dopo aver tentativo finale di riprendere il controllo dei suoi soldati battuti nel Torwood, ancora assalito da Wallace, si ritirò a Berwick e da qui mandò al suo padrone le notizie sulla sua umiliante disfatta.

Dopo la battaglia

Diverse fonti affermano che William Wallace cenò quella sera in una grande festa di vittoria con i suoi compagni nel castello di Stirling. Tutti tranne uno -- Sir Andrew de Moray, il più abile alleato ed amico di Wallace, venne mortalmente colpito e non si riprese mai dalle ferite ricevute nella battaglia. Morì di infezione in un letto alcune settimane dopo e Wallace fu solo nella difesa del regno di Scozia. Altre fonti affermano che venne fatto cavaliere da Roberto Bruce, nella foresta di Selkirk, e nominato "Guardiano del Regno di Scozia", una carica che tenne con onore, fedeltà e dignità.

Come risultato di questa battaglia gli Inglesi vennero cacciati dalla Scozia, tranne per Roxburgh e Berwick, nei cui castelli due forti guarnigioni Inglesi mantennero una caparbia resistenza, fino a quando vennero rimpiazzate da Surrey nel Gennaio 1298.

martedì 10 maggio 2011


Quindici fichi secchi
Una delle più curiose (e divertenti) classificazioni degli anacoreti è quella che ci offre Teodoreto, vescovo di Cirro (vicino ad Aleppo) dal 423, nella sua Storia di monaci siri. È quasi inevitabile che a occhi moderni questi campioni di ascetismo del monachesimo primitivo sembrino delle macchiette, impegnati come sono in una specie di olimpiade della mortificazione. Tuttavia, è altrettanto inevitabile una strana fascinazione per questo rivolgere contro se stessi il disgusto del mondo (di un mondo concreto, di una società), e provare un brivido di fronte a questa feroce disciplina, a questo spietato masochismo ante litteram, per quanto probabilmente amplificati dall’apologetica. E colpisce come il «bersaglio», l’ossessione radicale, di questi individui, siano proprio quegli impulsi e bisogni che caratterizzano l’(animale) uomo.

Come nella coppia di opposti rappresentata dagli «ipetri» e dai «reclusi», che estremizzano il tema del riparo, della casa. I primi infatti scelgono di vivere all’aperto, sempre, con qualsiasi condizione climatica – come il «grande Giacomo» che, incurante di una forte nevicata durata tre giorni, «ne fu sepolto a tal punto che non si vedeva neppure un piccolo brandello dei cenci che lo ricoprivano» (e fu salvato soltanto da un gruppetto di spalatori); o come il «grande Eusebio» che, «giunto a vecchiaia così avanzata da aver perduto la maggior parte dei denti, non mutò né il nutrimento né la dimora; ma, gelato d’inverno e bruciato d’estate, sopportò con fermezza le avverse condizioni dell’aria e […] logorò il suo corpo con molte fatiche, tanto che la cintura non gli restava ai fianchi, ma gli cadeva a terra». I reclusi, da parte loro, se la prendono con la più normale delle «boccate d’aria» e, visto che tanto lì dobbiamo finire, si portano avanti e si seppelliscono vivi, come il «meraviglioso Zenone» che, da corriere imperiale qual era, si precipitò «in una tomba (la regione di Antiochia ne ha molte) e visse da solo per purificare la sua anima e tenerne costantemente terso lo sguardo. […] Perciò non ebbe un letto, né una lucerna, né un focolare, né una pentola, né un’ampolla, né una cassetta, né un libro, né alcuna altra cosa».

Oppure come nella coppia di simili rappresentata dagli «stiliti» e dagli «stazionari», che sopprimono il bisogno di muoversi. E se i famosi stiliti si piazzano su una colonna, per essere più vicini al Signore, gli stazionari scelgono la costante immobilità (magari con l’aggravio di qualche catena di ferro) – come il «meraviglioso Abramo, che domò il suo corpo con veglie, con lo stare in piedi e con digiuni tali che per moltissimo tempo rimase come immobile, non potendo affatto camminare».

Come si vede, la lotta contro il sonno e il cibo è data quasi per scontata. E a proposito di quest’ultimo si può trovare anche qualche indicazione concreta su cosa effettivamente mangiassero questi anacoreti per non morire di fame: «lattughe, cicorie, prezzemolo e altre erbe siffatte», «quindici fichi secchi» per sette settimane, «ceci e fave bagnate con acqua», «una libbra di pane [300 g ca.] divisa in quattro parti e distribuita in quattro giorni», ecc. Una dieta, tra l’altro, che procurava un sacco di problemi intestinali, anche gravi, il cui «sollievo» cozzava ad esempio con l’imperativo di non muoversi mai…

Questi uomini e queste donne («ritengo utile ricordare che anche le donne hanno lottato non meno, anzi di più»), ci ricorda Teodoreto, «indussero il corpo a far pace con l’anima», furono campioni nella lotta contro il demonio, chiudendo gli occhi, le orecchie e la bocca, negando la fame e la «dolce tirannide del sonno (e in quel dolce Teodoreto si tradisce…), abolendo il riso e scegliendo «la durezza del suolo».

Cioè non essendo uomini e donne.

Teodoreto di Cirro, Storia di monaci siri, Città Nuova 1995.

domenica 8 maggio 2011




Sisto IV fra banchetti e diete,estimatore di Torquemada,afflitto da nepotismo,grande venditore di indulgenze e creatore della festa dell'8 Maggio





Sisto IV (1414-1484)
La vita di Francesco della Rovere sembra snodarsi tra politica, lusso, tavole imbandite, abbuffate e digiuni. Questo è il Papa che, pur avendo inventato l’Inquisizione, trasformò Roma in una vera capitale del Rinascimento.
Sisto IV, nonostante i lussi della sua corte, non fu un assiduo mangiatore, ma un patito di diete, al punto che gli esperti medici erboristi dell’epoca gli dedicarono trattati di grande interesse.
In realtà il Papa, protettore degli umanisti, appoggiava vivamente sia produzioni d’opere morigerate che pubblicazioni inneggianti voluttà e lusso come quelle del Platina.
Sisto IV esigeva l’organizzazione di grandi banchetti per le occasioni ufficiali, con pasticci in crosta e piatti a base di carni pregiate, come cervo, daino, beccafico, fagiano, pernice. Fra le sue feste celebri, oltre a quella in onore di Eleonora d'Aragona, c’è anche la cena offerta al Duca di Sassonia dopo una stupefacente battuta di caccia.
Dagli eccessi d’abbondanza gastronomica di Sisto IV, passiamo alle sue altrettanto eccessive diete a base di verdure, latticini o baccalà. Egli era estimatore del consumo d’erbe dolci o amare, fresche o bollite, e dell’uso dei formaggi (piacentino o marzolino) a scapito delle carni portatrici di gotta.
Questo Papa, consigliato dai suoi terribili nipoti, per ingraziarsi la plebe affamata rinnovò anche i fasti delle celebrazioni per strade del carnevale, con l’offerta di cibo e lo svolgimento di una corsa rodeo consistente nel catturare due maiali lustri, lavati e profumati.
Il mecenatismo e lo sperpero di denaro fatto per imprese guerresche velleitarie, come la Crociata contro i Turchi, ridussero le casse di Sisto IV a un tale deficit che i generi di prima necessità andarono alle stelle, costringendo i fornai a tenere in bottega una guardia pontificia con l’alabarda, al fine di sedare gli eventuali
tumulti.
In seguito si impegnò nell'aggressione del Ducato di Ferrara da parte dei Veneziani, che egli incitò all'attacco nel 1482, determinando l'inizio della Guerra del Sale. Il loro assalto combinato venne bloccato da un'alleanza tra gli Sforza di Milano, i Medici di Firenze, e il re di Napoli, suo alleato ereditario e di solito braccio forte del papato. Per essersi rifiutata di desistere dalle ostilità che egli stesso aveva istigato (e per essere una pericolosa rivale alle ambizioni papali sulle Marche), Sisto pose Venezia sotto interdizione fino al 1483.

Sisto acconsentì all'inquisizione spagnola, emanò una bolla nel 1478 che istituiva un inquisitore a Siviglia, sotto pressione politica di Ferdinando II di Aragona, che minacciava di ritirare l'appoggio militare del suo Regno di Sicilia. Cionondimeno, Sisto discusse su protocollo e prerogative della giurisdizione, fu scontento degli eccessi dell'inquisizione e prese misure per condannare gli abusi più plateali nel 1482. Nelle questioni ecclesiastiche, Sisto IV istituì la festa (8 dicembre) dell'Immacolata concezione della Vergine Maria e annullò formalmente (1478) i decreti riformisti del Concilio di Costanza.

Contro Sisto IV furono scritte diverse pasquinate, tra le quali la più velenosa è questa:

Sisto, sei morto alfine: ingiusto, infido, giace, chi la pace odiò tanto in sempiterna pace.
Sisto, sei morto alfine: e Roma ecco in letizia, che te regnante, fame soffrì, stragi e nequizia.
Sisto, sei morto alfine: tu di discordia eterno, motor fin contro Dio, scendi nel cupo inferno.
Sisto, sei morto alfine: in ogni inganno destro, in frodi, in tradimenti altissimo maestro.
Sisto, sei morto alfine: orgia di sozzi piant iti dan ruffian, cinedi, meretrici e baccanti.
Sisto, sei morto alfine: obbobrio e vitupero del papato, sei morto alfine, Sisto, è vero?
Sisto, sei morto alfine: su, su, gettate a bran le scellerate membra in pasto ai lupi e ai cani!

mercoledì 4 maggio 2011


Elizabeth Barton

Born probably in 1506; executed at Tyburn, 20 April, 1534; called the "Nun of Kent." The career of this visionary, whose prophecies led to her execution under Henry VIII, has been the source of a historical controversy which resolves itself into the question: Was she gifted with supernatural knowledge or was she an impostor?

In 1525, when nineteen years of age, being then employed as a domestic servant at Aldington, Kent, she had an illness during which she fell into frequent trances and told "wondrously things done in other places whilst she was neither herself present nor yet heard no report thereof." From the first her utterances assumed a religious character and were "of marvellous holiness in rebuke of sin and vice."

Her parish priest, Richard Masters, convinced of her sincerity, reported the matter to the Archbishop of Canterbury, who sent a commission of three Canterbury Benedictines, Bocking, Hadleigh, and Barnes, two Franciscans, Hugh Rich and Richard Risby, a diocesan official, and the parish priest to examine her again. Shortly after the commission pronounced in her favour, her prediction that the Blessed Virgin would cure her at a certain chapel was fulfilled, when in presence of a large crowd she was restored to health. She then became a Benedictine nun, living near Canterbury, with a great reputation for holiness. Her fame gradually spread until she came into wide public notice.

She protested "in the name and by the authority of God" against the king's projected divorce. To further her opposition, besides writing to the pope, she had interviews with Fisher, Wolsey, and the king himself. Owing to her reputation for sanctity, she proved one of the most formidable opponents of the royal divorce, so that in 1533 Cromwell took steps against her and, after examination by Cranmer, she was in November, with Dr. Bocking, her confessor, and others, committed to the Tower. Subsequently, all the prisoners were made to do public penance at St. Paul's and at Canterbury and to publish confessions of deception and fraud.

In January, 1534, a bill of attainder was framed against her and thirteen of her sympathizers, among whom were Fisher and More. Except the latter, whose name was withdrawn, all were condemned under this bill; seven, including Bocking, Masters, Rich, Risby, and Elizabeth herself, being sentenced to death, while Fisher and five others were condemned to imprisonment and forfeiture of goods. Elizabeth and her companions were executed at Tyburn on 20 April, 1534, when she is said to have repeated her confession.

Protestant authors allege that these confessions alone are conclusive of her imposture, but Catholic writers, though they have felt free to hold divergent opinions about the nun, have pointed out the suggestive fact that all that is known as to these confessions emanates from Cromwell or his agents; that all available documents are on his side; that the confession issued as hers is on the face of it not her own composition; that she and her companions were never brought to trial, but were condemned and executed unheard; that there is contemporary evidence that the alleged confession was even then believed to be a forgery. For these reasons, the matter cannot be considered as settled, and unfortunately, the difficulty of arriving at any satisfactory and final decision now seems insuperable.

sabato 30 aprile 2011


IL MASSACRO DI GLENCOE

Il massacro di Glencoe è un episodio della storia scozzese, avvenuto il 13 febbraio 1692 nelle strette valli della regione di Glencoe durante la Gloriosa Rivoluzione. Il massacro ebbe luogo contemporaneamente in tre insediamenti differenti: lungo la vallata di Glencoe, a Invercoe, Inverrigan, e Achacon. Nel massacro persero la vita trentotto persone appartenenti al clan dei MacDonald di Glencoe.
Questo ceppo dei MacDonald aveva ospitato sul proprio territorio il sovrano Guglielmo III d'Inghilterra, che poi aveva chiesto loro un segno di sottomissione. Dato che i padroni di casa rifiutarono questo segno avvenne il massacro

Morirono anche altre 40 persone, tra donne e bambini, di stenti a seguito dell'incendio delle loro case.

Retroscena del massacro

Nel 1688 Guglielmo, lieto di poter contare dell'aiuto inglese contro la Francia, accettò l'offerta di occupare il trono della corona d'Inghilterra. Il Parlamento Scozzese si mostrò però più cauto ed inviò delle missive a Guglielmo e a Giacomo II d'Inghilterra. Quando l'arrogante responso di Giacomo convinse il Parlamento a optare per Guglielmo, John Graham di Claverhouse, visconte di Dundee, guidò gli Highlanders nelle rivolte Giacobite nel tentativo di portare sul trono Giacomo II. Dundee venne ucciso alla battaglia di Killiecrankie e la rivolta scozzese dei giacobiti subì un'ulteriore sconfitta nella battaglia di Dunkeld. Durante il loro viaggio di ritorno dalla battaglia, i membri del clan dei MacIains di Glencoe, un ramo del clan MacDonald, insieme ai loro cugini del clan dei Glengarry, saccheggiarono le terre Robert Campbell di Glenlyon rubando il suo bestiame, aggravando così l'indebitamento di costui e costringendolo ad accettare un incarico nell'esercito per poter mantenere la propria famiglia.

I Giacobiti scozzesi vennero definitivamente sconfitti nella battaglia di Cromdale il 1 maggio 1690 mentre Giacomo II d'Inghilterra veniva battuto il 1 luglio 1690 nella battaglia del Boyne in Irlanda.

Il 27 agosto 1691 Guglielmo offrì a tutti i clan delle Highlands un perdono generale per aver preso parte alle rivolte Giacobite, se gli avessero fatto giuramento di fedeltà di fronte ad un magistrato entro e non oltre il 1 gennaio 1692, chiunque avesse rifiutato venne minacciato di subire le opportune rappresaglie. I capiclan delle Highlands inviarono dei messaggi a Giacomo, ora in esilio in Francia, per chiedergli il permesso di fare quel giuramento. Dopo aver tergiversato, perché convinto di poter tornare come legittimo sovrano in Inghilterra, Giacomo permise ai suoi fedeli sudditi scozzesi di prestare il giuramento. Quando il messaggio di risposta giunse, alcuni dei capiclan accettarono di giurare, mentre altri si rifiutarono.

Uno di questi fu Alastair Maclain, XII capoclan dei Glencoe che attese fino alla scadenza dell'ultimo giorno per dare la sua adesione al giuramento. Egli viaggiò il 31 dicembre 1691 fino a Fort William al cospetto del Colonnello Hill il governatore della regione. Costui si rifiutò di accettare il giuramento affermando di non averne la titolarità, e invitò Maclain a recarsi a Inveraray per giurare di fronte a Sir Colin Cambpell sceriffo di Argyll. Il colonnello Hill consegnò a Malain un salvacondotto ed una lettera per Sir Campbell chiedendo a costui di accettare il giuramento del capoclan scozzese poiché lui non era investito della opportuna autorità per farlo. Maclain impiegò tre giorni per raggiungere Inveraray e fu costretto ad aspettare altri tre giorni per l'arrivo di Sir Campbell che accettò riluttante il giuramento di fedeltà di Maclain. Mentre Maclaine pensava di aver compiuto il proprio dovere e di non dover temere alcuna rappresaglia da parte della corona, alcuni elementi all'interno dell'amministrazione reale pensarono bene di sfruttare l'accaduto per organizzare una rappresaglia contro i MacDonald.

Il massacro


Si mise in moto un vero complotto che vide protagonisti John Dalrymple, membro dell'Avvocatura dei Lord, Sir Thomas Livingstone, comandante in capo delle truppe inglesi in Scozia, e lo stesso re Guglielmo. Alla fine di gennaio o gli inizi di febbraio del 1692 la prima e seconda compgnia del reggimento di fanteria di Argyll, forte di 120 uomini, sotto il comando del capitano Robert Campbell si alloggiarono nella tenuta dei MacDonald a Glencoe, ricevendone la tradizionale ospitalità delle Highlands. Gran parte dei componenti del distaccamento erano stati arruolati dai territori di Argyll, e solo una piccola parte apparteneva ai Campbell. Il capitano Campbell era imparentato con il vecchio capoclan dei Maclane, avendone sposato una nipote e venne naturale a costui portare i suoi uomini in un posto conosciuto. Ogni mattina per circa due settimane, Campbell fece visita ad Alexander MacDonald, figlio minore di Maclane, che avevaa sua volta sposato una nipote di Campbell, e sorella di Rob Roy MacGregor. Per questi motivi non è probabile che il capitano Campbell sapesse la vera natura della sua missione, poiché il compito formale era quello di riscuotere il tributo della Cess tax istituita dal Parlamento Scozzese nel 1690.

Il 12 febbraio 1692 giunse il Capitano Drummond ufficiale superiore di Campbell con il seguente ordine:

Signore, vi si ordina con la seguente di catturare i Ribelli, i MacDonald di Glencoe, e di passare a fil di spada tutti coloro di età inferiore ai 70 anni. Avrete particolare attenzione affinché la vecchia Volpe ed i suoi Figli non riescano a fuggire e a fare in modo di tagliare ogni via di fuga. Questo ordine dovrà essere eseguito entro le cinque del mattino, quando io arriverò da voi con dei rinforzi. Se non sarò arrivato per quell'ora eseguite gli ordini senza di me. Questo è un ordine Speciale del Re per il bene e la salvezza del paese, affinché a questi miscredenti vengano tagliate radici e rami. Certo che compirete il vostro dovere come voi sapete fare, sottoscrivo di mio pugno quanto sopra.

12 febbraio 1692

Firmato Robert Duncanson

Dopo aver consegnato l'ordine, Duncanson trascorse la sera a giocare placidamente a carte con i suoi ospiti, e prima di ritirarsi, accettò un invito a pranzo di Maclane per il giorno seguente.

Alastair Maclaine venne ucciso mentre cercava di alzarsi dal letto dal tenente Lindsay, Conte di Argyll, ma i suoi figli e sua moglie riuscirono a fuggire. Complessivamente vennero uccise trentotto persone, o nelle loro abitazioni o mentre cercavano di fuggire. Il massacro fu meno cruento di quanto potesse aspettarsi perché diversi membri delle compagnie cercarono di avvertire le loro future vittime, o scelsero l'insubordinazione piuttosto che eseguire un simile ordine.

Un altro distaccamento di soldati era nel frattempo partito da Argyll per intercettare i possibili fuggitivi ma giunsero troppo tardi a destinazione.

L'inchiesta


Per la legge scozzese esisteva una precisa accusa di omicidio, l' omicidio a tradimento, che veniva considerato il più odioso e vile di tutti. Il massacro di Glencoe fu un chiaro esempio di un simile crimine. La successiva inchiesta portò a questa sentenza:

A dispetto dell'ordine diretto dei propri superiori, non è ammesso alcun ordine militare che possa essere contrario alla legge di natura. Cosicché un soldato, dovrebbe rifiutarsi di eseguire qualsiasi atto di barbarie come uccidere un uomo inerme, nè tale ordine datogli potrebbe esimerlo da una giusta condanna.

Gli obiettivi dell'inchiesta sul massacro di Glencoe avevano lo scopo di punire i responsabili di quell'infamia, ben sapendo che gli ordini venivano direttamente per mano del sovrano. Nel 1695 il reggimento di Argyll dovette arrendersi ai Francesi nelle Fiandre e Campbell, Drumond e Duncanson riuscirono così a sfuggire alla legge scozzese. Alla commissione non restò che esonerare il sovrano dall'accusa di essere il responsabile del massacro e dare tutta la responsabilità del misfatto al segretario Dalrymple.

HILDEGARDA,LA SPOSA TREDICENNE DI CARLO MAGNO

Thurgan (Svevia), sec. VIII – Metz, 30 aprile 783






Uno storico del IX secolo la classifica come “nobilissimam piissimamque reginam” (nobilissima piissima regina).
Discendente da Goffredo duca di Allemagna e dell’alta nobiltà sveva, Hildegarda era figlia di Pabo conte del Thurgan (altri testi dicono di Ildebrando conte di Svevia).
Era ancora un’adolescente quando Carlomagno, re dei Franchi, nel 771 la prese in sposa, subito dopo aver rotto il suo terzo matrimonio con la figlia di Desiderio re dei Longobardi, che d’altra parte non era approvato dal papa Stefano IV (768-772).
Fu esemplare nella vita cristiana, sia in famiglia che nella corte, ebbe nove figli dei quali tre morirono in tenera età; fu fedele compagna di Carlomagno, che accompagnò sempre nei suoi viaggi arrivando fino a Roma; risulta che fece una cospicua donazione all’abbazia di Saint-Arnoul di Metz, dove secondo la sua volontà fu sepolta alla sua morte, avvenuta il 30 aprile 783 a Metz, quando aveva circa trent’anni.
L’epitaffio sulla sua tomba, composto da Paolo Diacono (720-799), monaco benedettino, profondo conoscitore della storia di Metz, ne esalta la singolare bellezza della sua persona e soprattutto della sua anima.
Parte delle sue reliquie furono trasferite nell’872 nell’abbazia di Kempten, sull’Iller in Svevia, posta tra il lago di Costanza e Monaco, i cui monaci la consideravano come loro fondatrice.
Nel 963 si procedette all’elevazione delle reliquie e da allora fu onorata come beata. Una nuova ‘Vita’ della beata Hildegarda fu compilata nel 1472 per disposizione di Giovanni di Werdenau, abate di Kempten e dedicata anche al figlio della regina l’imperatore Ludovico il Pio († 840), essa esalta la virtù della sovrana, narra della costruzione di vari monasteri, della sua predilezione per l’abbazia di Kempten, dove aveva fatto deporre le reliquie dei martiri Gordiano ed Epimaco e racconta delle numerose guarigioni verificatesi sulla sua tomba.
La festa si celebra il 30 aprile.

mercoledì 27 aprile 2011


LA PERDITA MISTERIOSA DELLA NONA LEGIONE SEGNA LA NASCITA DELLA SCOZIA E DELL'INGHILTERRA.

La scomparsa della decima (sarebbe meglio dire: della nona) legione di soldati romani in inghilterra ha lasciato a lungo perplessi gli storici. E' una delle leggende più durature della britagna romana e che ha contribuito a creare quel confine che ha dato vita all'inghilterra e la scozia.


La leggenda narra che la decima legione fu annientata dalle truppe inglesi attraverso una serie di agguati, mentre i soldati romani marciavano a nord per sedare una ribellione.

Il fatto che oltre 5000 soldati ben addestrati e preparati fossero stati sconfitti da bande di guerrieri inglesi svantaggiati per armamento, ha fatto sì che questa vittoria, al di fuori di qualsiasi pronostico, sia stata ricordata per secoli...giungendo sino a noi.


Ma quanto c'è di vero e quanto questa leggenda è legata all'orgoglio nazionalista inglese?

Alcuni storici hanno avanzato l'ipotesi che la Nona Legione non sia stata annientata ma si sia trasferita nel continente e senza problemi sia ritornata in patria.

A riprova di questo fatto si porta alcuni testi che indicano come la Nona sia stata trasferita nel medio oriente e sia perita in uno scontro contro l'impero Persiano. Ma contrariamente a questa versione si porta il fatto che non vi sono prove che la decima legione si sia mai spostata dall'inghilterra.

Son state rinvenute tre mattonelle in terracotta con impresse il sigillo della Nona Legione..a Nijmegen, in Olanda.

Ma queste sembrano datate tutte verso l'80 d.c. quando distaccamenti della Nona erano effettivamente di stanza nel Reno per sedare alcune lotte delle tribù germaniche.

La distruzione della nona sarebbe da localizzare nella prima decade del 1° secolo d.c.

La scrittrice romana Frontone, ha lasciato la testimonianza che tra il 117 ed il 138 d, c, un gran numero di soldati romani furono uccisi dagli inglesi.

L'imperatore, che in quel periodo era il famoso Adriano, decise di recarsi personalmente in Inghilterra per rendersi conto della situazione e prendere dei provvedimenti.

Quindi non si sa se sono stati i 5000 uomini della nona a far smuovere Adriano da Roma o se un "gran numero" di soldati fossero frutto di una serie di lotte che han visto i soldati romani perdenti.

Sta di fatto che il rimedio di Adriano è stato quello di far erigere una linea difensiva da parte a parte della Gran Bretagna dividendo di fatto in due l'isola.

Lo scopo di questo muro, passato alla storia come il "VALLO DI ADRIANO", era quello di impedire che i ribelli del nord potessero appoggiare i loro alleati residenti nel sud dell'isola.

L'eredità finale quindi della Nona Legione e' stato quello di creare un confine permanente, che ha diviso per sempre la Gran Bretagna.

Le origini di ciò saranno i regni indipendenti di Inghilterra e Scozia..che può essere fatta risalire alla perdita ipotizzata di questo sfortunata legione

venerdì 22 aprile 2011


Celti: lo sviluppo

Sviluppo
I Celti erano composti da diverse tribù, ognuna delle quali si diffuse in uno specifico territorio. Si difesero dai Romani, dai Germani e dalle invasioni asiatiche. Nel corso delle loro migrazioni popolarono un vasto territorio. Videro lo sviluppo di diverse società (kurgan, halstattiana, lateniana) che corrispose anche ad uno sviluppo economico e sociale.
In base alla premessa fatta in precedenza, possiamo visualizzare la seguente situazione, legata sia al popolo celtico che alla regione di influenza relativa, frutto di continue migrazioni:
Serbia: Scordisci (325 a.C.);
Bulgaria: Bastarni (fondatori del regno di Tylis);
Ungheria, Romania, Boemia: Carnuti, Teutoni, Cimbri(forse di origine germana), Menapi, Treviri, Ubii;
Svizzera: Rezi, Rauraci, Carnuti, Elvezi;
Austria: Taurisci, Norici;
Italia Settentrionale: Boi, Senoni,Veneti, Gesati, Insubri, Taurisci;
Spagna e Portogallo: Celtiberi che si mescolarono con la popolazione locale degli Iberi e che ebbero un sviluppo diverso rispetto ai Galli, i Gallaecie gli Asturi (Galizia), i Cantabri (zona di Bilbao), i Tarragonesi, i Baeti (zona di Siviglia), i Vasconi (Pirenei, da cui è originato il termine guascone), gli Arevaci, i Vaccei, i Lusitani ed i Vettoni (nel Portogallo);
Anatolia: Galati (276 a.C.) abitanti della Galazia, arrivati dalle regioni del Danubio;
Macedonia: Tettosagi, Trocmeri, Tolistoagi, che entrano in contatto anche con Alessandro Magno;
Francia: Sequani, Edui, Alverni, Ambroni, Arverni, Parisii (che diedero i natali a Parigi), Aquitani, Vocati, Volci, Bellovaci, Venelli, Eburovaci, Suessioni, Tricassi, Mandubii, Carnuti, Veneti, Namneti, Pitti, Biturgi, Allobrogi, Gesati, Ceutroni, Eburoni;
Paesi Bassi e Belgio: Nervii, Menapi, Suessoni, Remi, Belgi (forse di origine germana);
Germania: Ambroni, Teutoni, Boi, Nemeti, Vangioni, Treviri, Advatici, Usipeti, Tenteri, Eburoni, Ubii, Sicambri (si tratta in prevalenza di popolazioni germaniche, di influenza celtica);
Irlanda: Ulsteriani (con capitale Emain Magach), abitanti del Mide (centro-est), del Connacht (ovest) e del Munster (sud-est), Scotti (che migrarono in Caledonia che prese il nome di Scozia);
Scozia: Pitti e Caledoni;
Galles: Ordovici, Siluri e Cornovii (che poi migreranno in Cornovaglia)
Inghilterra: Atrebati, Belgi, Catuvellani, Trinovanti, Dumnoni (in Cornovaglia), Coritani, Briganti, Suessoni, Carataci, Novanti, Segovii, Trinovanti, Iceni;
Danimarca: Arudi, Cimbri, Ambroni (si tratta in prevalenza di popolazioni germaniche, di influenza celtica).
Dunque i Celti, durante una loro migrazione, giunsero fino in Turchia. Nel 278 a.C. Brenno, omonimo del condottiero che un secolo prima sconfisse i Romani, invase la Pannonia e da lì, attraverso l’Illiria, giunse in Grecia, distruggendo Delfi, dove venne ferito. Tra il 278 a.C. ed il 270 a.C., trovando resistenza in Grecia, in particolare in Macedonia, una parte della popolazione celtica attraversò lo stretto dei Dardanelli e si stanziò a ridosso della Bitinia, approfittando anche dell’invito del re locale Nicomede, che, in cambio di territori, li assoldò come mercenari per conquistare l’Anatolia ed avere uno stato cuscinetto con i Frigi. La loro espansione ed i loro saccheggi furono interrotti dall’imperatore di Siria Antioco I, che li sottomise e li confinò in Galazia, regione nei pressi di Ankara. Successivamente, nel 230 a.C., il re di Pergamo Attalo I, sconfigge i Galati che si erano ribellati e fa erigere, come segno di trionfo, dei gruppi marmorei. Di questi oggi ci rimane una copia romana del “Galata Morente”. L’altra parte della popolazione, che costituiva il flusso migratorio, caratterizzata in particolare dalla presenza dei Bastarni, sconfitta in Macedonia dal re Filippo, padre di Alessandro Magno, si stanziò in Bulgaria, fondando il regno di Tylis.
E’ opportuno fare una considerazione sull’Irlanda. Fu l’unico paese celtico che non subì invasioni, per cui sviluppò la propria cultura completamente senza subire influenze esterne. Era divisa in cinque regioni: a nord l’Ulster, con capitale Emain Magach, a sud il Munster, con capitale Caisel, ad ovest il Connaught, con capitale Cruachain, ae est il Leinster, con capitale Dinn Rig ed al centro-est il Mide, con capitale Tara, luogo sacro vicino a Dublino. La prima e l’ultima regione furono le più progredite, con la prevalenza finale dell’ultima. Nel 450 d.C. l’Irlanda era divisa in due regni. Il regno del nord abitato dagli Uì Neìll e quello del sud, popolato dagli Eòganachta.
Dediti alla pastorizia, gli abitanti dell’Isola Verde, non erano molto progrediti scientificamente. Amavano la musica, le arti esoteriche, la natura e svilupparono l’alfabeto ogamico fatto di segni, con il quale composero fiabe, divinizzando eroi nazionali, tra cui Cù Chulainn. Il mito, presso i Celti era importante e questo gli Irlandesi lo applicarono abbastanza. Favole quali la conquista di Etain, Tàin Bò Cùailnge (la cattura del toro di Cooley), the Book of Leinster, the book of Dun Cow, the yellow book of Lecan (le tre massime fonti mitologiche gaeliche), novità sul maiale di Mac Da Thò sono saghe che raccontano di eroi popolari, di dei, come Maeve, divinità della guerra che visse tre volte, ricalcando le religioni scite e le strutture celesti degli inferi, riprese da tutte le altre religioni. Si ripete il tema della reincarnazione e della resurrezione.
Gli Scotti migrarono in Galles, dove i loro discendenti furono chiamati “selvaggi” (gaelici) dalle tribù locali ed in Caledonia, a cui diedero il nome di Scozia, tra questi, sull’isola sacra di Iona approdò San Colombano (563 d.C.) che evangelizzò la regione assieme a dodici discepoli.
Dunque la cultura celtica si interseca con il cristianesimo.
Sia l’Irlanda che la Gallia furono sede di molti conventi, che in realtà erano comuni. La seconda, poi, fu patria di San Martino, vescovo di Tours, nonché della setta eretica pelagiana, che contrapponeva alla grazia divina, professata da S. Agostino, solo la capacità umana.
L’Irlanda era la patria della chiesa celtica, che già esisteva prima dell’evangelizzazione della chiesa romana operata da San Patrizio e da Palladio. Questa fu importata dall’Aquitania che aveva frequenti commerci con l’isola verde, ricca di stagno. Nella chiesa celtica non c’era una struttura ed un’organizzazione, esistevano solo abati, la pastorale era semplice, i frati vivevano in luoghi appartati (isole, eremi.), lontano dai conventi, il simbolo più usato era la croce celtica, segno di rigenerazione, contenente al centro la ruota solare, imitando i druidi gli abati al posto della chierica usavano una rasatura da orecchio a orecchio, lasciando i capelli sulla nuca lunghi. La chiesa celtica adattò il modello cristiano all’amore per la natura, per la fantasia, per i luoghi fiabeschi. E’ evidente che, nonostante le dominazioni e le influenze, la filosofia dei Celti rimase incontaminata. In Irlanda, come in Scozia, non si annoverano martiri, segno che il modello cristiano fu accolto pacificamente. Tuttavia ci sono molti santi, nominati anche con la segnalazione degli anacoreti, uomini, che si distinguevano per la semplicità, il vigore, la mitezza.
Ci furono notevoli dissidi tra chiesa celtica e chiesa romana: alle volte si rasentava la scomunica, come quando Fergal, vescovo di Salisburgo, credeva che sottoterra esistesse un mondo parallelo, in base al modello celtico.
Lo scontro decisivo tra le due chiese fu nel 663 d.C. nel concilio di Whiotby. In questa sede il dissidio principale, preso a pretesto dalla chiesa romana, consisteva nella festa della Pasqua, che gli abati celtici festeggiavano tre giorni dopo le Palme, secondo la tradizione di Giovanni Evangelista. La chiesa di Pietro e Paolo uscì vincitrice.
Tuttavia gli abati celtici continuano la loro evangelizzazione in Europa: Sangallo (Svizzera), Bobbio (Pavia), Francia, Salisburgo, Scozia, Inghilterra, Germania.
Nel 410 d.C. i Sassoni, gli Angli e gli Juti, popoli germanici, occupano l’Inghilterra. I Britanni si ritirano in Cornovaglia, Galles (dove c’è il vallo di Olla), Bretagna e Scozia. Nel 440 Ambrogio Aureliano prende il potere e sconfigge i germani. Nel 491 compare il mito di Artù che, attraverso dodici battaglie, scaccia gli invasori. Dopo il 500 l’Inghilterra è di nuovo in mano ai germanici, che abbracciano la chiesa romana. L’Irlanda vivrà le invasioni vichinghe (793 d.C.) e comincia un periodo di migrazioni degli irlandesi verso l’Europa. Successivamente sarà la volta delle invasioni normanne, che importeranno l’amore per l’agricoltura e la pastorizia.
Nel 1066 il duca Guglielmo di Normandia riprende l’Inghilterra e restaura la chiesa celtica, rinasce il mito del Graal e di Artù, che viene abbracciato anche dalla Francia, per puri scopi politici, in opposizione al domino della chiesa romana. Nel 1180 Chretien de Troyes scrive il Perceval, nel 1210 Wolfram von Eschenbach compone il Parsival.
Il re Artù non sappiamo se sia esistito veramente. Sappiamo che richiama il dio celtico Artaios. Questo re si avvaleva del druida Merlino, il cui padre, secondo la tradizione, era Ambrogio Aureliano, a sua volta fratello di Uther. Da quest’ultimo nasce Artù che estrae la spada dalla roccia (caliburnus) e diventa signore di Camelot. Sposa Ginevra e fonda una tavola rotonda di 150 cavalieri. Con essi battè i Sassoni, i Pitti e gli Scotti. Suoi compagni sono:

* Tristano, che innamorato di Isotta, andò in Francia dove morì;
* Lancillotto, che circuì Ginevra;
* Galvano, che si avventura sulle Orcadi, combattendo contro il cavaliere verde;
* Galahad, figlio di Lancillotto, e Percivale che vanno alla ricerca del Graal.

Artù, alla fine, accompagnato da alcune donne, si ritira su un’isola, da cui farà ritorno successivamente.
Dunque, ci sono tutti gli elementi delle saghe celtiche: il re e il druida, che lo consiglia e guida; le riunioni assieme, rievocate dalla tavola rotonda; le sofferenze per l’amore, vissute da Tristano e Lancillotto; la lotta contro il nemico di Galvano, come Cù Chulainn, contro il drago; la rigenerazione, come quella di Artù, che fa ritorno da un’isola misteriosa, cioè muore e si rigenera.
Siamo di fronte ad un eroe mitizzato, come è nella cultura celtica. Il Graal, poi, rappresenta le nature di Cristo: umana nel sangue e divina nell’acqua. Entrambe sono unite assieme dallo spirito. Questi sono i tre elementi raccontati da Giovanni, che era il più seguito dalla chiesa celtica. Chi possedeva il Graal, possedeva questi tre elementi. Di nuovo la fantasia serve ai Celti per superare le avversità della vita, che in questo caso erano rappresentate dai Germani.
Tuttavia, come già detto, questa figura mitica fu strumentalizzata dai popoli invasori che volevano contrapporsi alla chiesa di Roma.

giovedì 21 aprile 2011



FAHEEM ASLAM Greatest Kashmir
QUARANTAMILA ANNI FA, UOMINI DEL KASHMIR INVASERO L'EUROPA

Uno studio internazionale ha trovato che l'Europa era popolata da persone dal Kashmir circa 40000 anni fa e che portano due a quattro per cento geni Neanderthal - un'antica specie di Homo sapiens.

Lo studio, condotto dal dipartimento di antropologia UC Davis presso gli Stati Uniti d'America, ha trovato che circa quattro per cento (che varia da due a cinque per cento) di tutti gli esseri umani moderni non di discendenza africana hanno geni Neanderthal lasciati da accoppiamenti tra i due popoli in epoca preistorica.

Riferendosi allo studio, un articolo in allvoices - una comunità globale che condivide le notizie, video, immagini e opinioni legato alla news eventi e persone - si legge che "gli scienziati cercano genetiche firme classificare mtDNA di un individuo (DNA dei mitocondri) in diversi tipi, o aplogruppi. Questi aplogruppi rappresentano i principali rami sull'albero genealogico dell'Homo sapiens. Un uomo di grotta russo 30000 - anni aveva U2 del DNA mitocondriale. E persone in Europa hanno oggi U2 DNA così come persone che vivono in India".


"Vi sono numerose persone con U2e, la versione europea di U2 vivono in Germania ed Europa, specialmente in Italia oggi, così come altri luoghi in Europa. È ampiamente distribuito in tutta Europa in tempi attuali. E hai U2i India specifici mtDNA vivono principalmente in India, specialmente NW India e Kashmir, "recita un estratto dallo studio, pubblicato da allvoices. "Così è stato popolato da persone provenienti da India, Kashmir e Pakistan, così come il resto dell'Asia centrale di Europa? Sì. E dopo tale migrazione, circa 40000 anni fa movimento West in Russia e poi nel resto d'Europa venne un'altra migrazione dal Medio Oriente, quando il clima ha permesso di aprire, circa 45000 anni fa. Grotta di un sacco di quelle persone erano cacciatori mammut o seguite le mandrie di animali prima che cominciasse l'ultima era glaciale. Ma U2 in Europa è ancora piuttosto rari in popolazioni moderne, anche se esiste".

Citando un altro studio pubblicato dalla rivista Cosmos, lo studio rivela che come esseri umani migrarono out of Africa 100000 a 50000 anni fa, alcuni individui incrociato con Neanderthal e di conseguenza alcune sequenze genetiche possono essere trovati in tutti gli esseri umani non africani.

Un certo numero di articoli hanno in passato sei mesi è apparso in media internazionali - citando diversi studi - che i geni di Neanderthal sono stati trovati in alcuni esseri umani moderni.

"Neanderthal erano più muscoloso con più grasso corporeo, una vasta girovita e anche aveva una vasta gabbia toracica, arti corti, corpi tarchiati, brevi e non correre molto veloce. Le ossa di circolare nelle loro orecchie interne che hanno contribuito a controllare l'andatura, impediva loro di muoversi velocemente a piedi. Al contrario, Homo sapiens aveva più grandi ossa circolare alle loro orecchie, permettendo loro di eseguire velocemente. Erano alto e magro, " legge il pezzo di allvoices. "Fondamentalmente, homo sapiens erano perfettamente adatto al clima africano. Neanderthal erano adatti a tempo molto freddo, ad esempio, il clima in Europa l'era glaciale. Neanderthal aveva grandi cervelli e teste, ma erano più brevi in altezza ed ebbe breve vita campate. Ma entrambi avevano simili ioide ossa, consentendo di discorso almeno di base".

Secondo estratti, è archeologicamente un fatto provato che l'uomo neandertaliano - una specie estinta da lungo tempo - ha vissuto nel Kashmir. "Archeologicamente uno può stabilire che uomo di Neanderthal ha vissuto in Kashmir, in Pakistan e in Asia centrale. Tuttavia non possiamo dire se suoi geni sono ancora disponibili in queste aree, o no, "ha detto il Prof Aijaz Banday, professore di archeologia presso l'Università del Kashmir. "A meno che e fino a quando abbiamo il profilo DNA delle persone in questi settori, poi solo essa può essere correttamente stabilita. Tale analisi non è stato fatto finora. Uno non può paradossale negare tali studi che Neanderthal geni sono presenti nel Kashmir, ma autenticamente possiamo provarlo solo dopo essere andato per l'analisi del DNA."